Algeria

  • Il Sahara Occidentale e la sovranità marocchina

    Comprensibilmente distratti dalla guerra in Ucraina e dal conflitto in Medio Oriente, i media nazionali non hanno dedicato attenzione ad un’altra crisi, a tratti violenta, che da cinquant’anni è in corso nella regione sud del Marocco, meglio conosciuta come Sahara Occidentale. Oggi quel conflitto sembra essere sulla via di una definitiva soluzione grazie alla recente Risoluzione ONU 2797 del 31 ottobre scorso.

    Tutto cominciò nel 1975, quando, dopo la fine dell’occupazione spagnola, anche quella parte del Marocco fu liberata. Il Marocco era stato una monarchia sovrana per secoli, anche quando il resto del Maghreb era occupato dall’impero ottomano. Durante il periodo centrale delle colonizzazioni europee Francia e Spagna si erano però divise quel territorio con la prima che occupava tutta la regione nord fino al pieno deserto e la Spagna che esercitava i suoi diritti coloniali sulla regione marocchina del sud. Il protettorato, perché così fu definito il controllo franco-spagnolo dal trattato di Fez del marzo 1912, finì ufficialmente nel 1956 ma, mentre i francesi abbandonarono subito il Paese, gli spagnoli continuarono a rimanere nel sud fino al 1975. Durante tutto questo periodo, almeno nominalmente, continuò a esistere la locale monarchia che, quando riprese possesso della totale sovranità, dichiarò la necessità che tutto il Paese fosse unificato e che anche gli spagnoli se ne andassero. Fino a che il generale Francisco Franco fu in carica e in piena salute ciò, tuttavia, non avveniva e fu mentre era sul letto di morte (novembre 1975) che ben 750.000 civili marocchini mossero pacificamente dal nord verso il sud, a piedi o con qualunque mezzo disponibile, per ribadire la loro sovranità. Fu quella che fu chiamata la Marcia Verde e riuscì a sbloccare definitivamente le incertezze di Madrid. Nella capitale spagnola si decise allora di lasciare la zona, dividendola però tra una parte consegnata formalmente al Marocco e un’altra alla Mauritania. Fu allora che, con il sostegno dell’Algeria, fu creato il Fronte Polisario che dichiarò l’indipendenza e cominciò una guerriglia violenta contro gli eserciti marocchino e mauritano. I conflitti iniziarono nel febbraio 1976 e continuarono con morti da entrambe le parti fino al 1980. Nel 1979 la Mauritania rinunciò a rivendicare una qualunque autorità cedendo i propri diritti al Regno del Marocco. I ribelli del Polisario, incalzati dall’esercito regolare marocchino, scapparono in Algeria portando con sé qualche decina di migliaia di civili saharawi. Il locale regime attrezzò per loro un campo profughi a Tindouf, poco lontano dal confine, ove ancora restano e vivono grazie ad aiuti umanitari internazionali. Secondo varie organizzazioni indipendenti, lì sono trattenuti in situazione di semi-libertà e non sono autorizzati ad andarsene salvo permessi speciali rilasciati dai loro capi autonominatisi e mai eletti. Anche il loro numero resta volutamente incerto, poiché si sa che più viene dichiarato essere grande, più aiuti di vario genere vi saranno destinati.

    Nel 1981 il re Hassan II evocò la possibilità di un referendum tra la popolazione e altrettanto farà l’ONU nel 1991 con una propria Risoluzione (la 690) che istituì per l’occasione la missione MINURSO. Purtroppo, le dispute sull’identificazione degli aventi diritto al voto e le divergenze politiche resero impossibile la consultazione. Negli anni successivi, tutti i tentativi di mediazione – compreso il Piano Baker II del 2003 – naufragarono tra le resistenze reciproche ma soprattutto perché il Polisario pretendeva che un eventuale referendum escludesse dal voto anche quei Saharawi che erano tornati nel paese dopo la partenza degli spagnoli. Da allora, seppur a fasi alterne, sono continuati gli scontri violenti che l’Onu ha cercato di risolvere con decine di Risoluzioni successive, sia dell’Assemblea Generale sia del Consiglio di Sicurezza, senza però fare grandi passi in avanti. Nel 2006 il re Mohamed VI annuncia che è volontà del Regno attribuire alla regione del sud un regime istituzionale particolare e presenta ufficialmente un Piano di Autonomia immediatamente appoggiato dalla Francia. Nel 2007 il Consiglio di Sicurezza invita le parti a discutere “seriamente” e con “buona fede” quel progetto ma i ribelli rifiutano anche di prenderlo in considerazione come base negoziale.

    In realtà è bene sapere che il Sahara Occidentale è per l’80% una zona desertica e ospita una densità di popolazione che è di 2 abitanti per chilometro quadrato. È pur vero che il suo terreno è ricchissimo di fosfati e le acque atlantiche prospicienti sono tra le più pescose in tutta la costa africana ma la popolazione totale fatica a raggiungere un totale di due milioni. Immaginare quella regione come indipendente, nei fatti e non solo formalmente, diventa un’ipotesi piuttosto difficile e i dubbi sulla spontaneità di un sincero desiderio indipendentista restano forti. Il perché l’Algeria avesse deciso di sponsorizzare la possibile secessione va ricercato nella secolare inimicizia tra i due Paesi originata da alcune diatribe di confine ma, non ultimo, esiste anche il sospetto che attraverso uno Stato “fantoccio” Algeri pensi così di potersi guadagnare uno sbocco sull’oceano Atlantico.

    È, quindi, da almeno cinquant’anni che il Marocco esercita la propria sovranità sulla maggior parte di quel territorio ma l’incertezza legale sulla regione e il non ancora avvenuto riconoscimento internazionale da parte di tutti gli altri Stati mondiali (e in particolare dell’ONU) ha consentito, a chi voleva approfittarne, di saccheggiare le sue acque pescose senza doverne rispondere ad alcuno. Anche lo stesso Marocco ha ancora dei limiti a sviluppare completamente le possibilità offerte dall’area fino a che non gli viene formalmente riconosciuto il legittimo possesso, tant’è vero che le lo sfruttamento di stimate importanti riserve petrolifere e di gas è fermo, per decisione delle Nazioni Unite, alla fase della ricerca.

    Nonostante l’incertezza legale, Rabat ha destinato alla zona grandi investimenti infrastrutturali sia nel settore dei fosfati sia nel turismo che nella valorizzazione delle locali tipicità culturali. Un grande investimento è stato effettuato per la creazione di un enorme porto per acque profonde a Dakhla e una volta completato potrà tornare utile non solo al Marocco ma anche ai vicini Stati africani quali, ad esempio, il Mali che non gode di un suo diretto accesso al mare.

    Finalmente, il 31 Ottobre scorso, l’ONU con la risoluzione 2797 ha deciso di uscire dall’impasse e di riconoscere formalmente che il Piano di Autonomia elaborato e presentato dal governo marocchino sia “l’unica realistica possibilità” per risolvere l’impasse segnando un cambio di paradigma rispetto alle precedenti risoluzioni che parlavano di “autodeterminazione” e “referendum”.

    La grande valenza politica di questa decisione è che al Consiglio di Sicurezza che l’ha votata 11 stati sono stati a favore, 3 astenuti e uno, l’Algeria, ha deciso di non partecipare al voto. La cosa più significativa è che sia Russia che Cina avrebbero potuto porre un loro eventuale veto ma hanno preferito astenersi (l’altro astenuto è stato il Pakistan), consentendo così alla risoluzione di diventare effettiva. Proprio per questa decisione di indiretta approvazione del progetto da parte delle due grandi potenze, l’Algeria ha rinunciato a dichiararsi contraria e ha preferito non partecipare al voto evidenziando così l’isolamento della sua linea tradizionalmente contraria al piano marocchino.

    Immediatamente hanno riconosciuto la sovranità marocchina (fatte salve le future negoziazioni tra gli interessati in merito alle modalità dell’autonomia) gli USA (che già l’avevano fatto nel 2020), la Francia, il Belgio, la Spagna, la Germania, l’Olanda, la Gran Bretagna, i Paesi del Golfo e molti Paesi africani e latino-americani.  Ora anche i capi del Polisario dovranno farsene una ragione e capire che chi li ha spalleggiati (e finanziati) fino a ieri non sarà più disposto a continuare in quella operazione. Anche Google Maps ha tolto ogni linea di separazione tra la regione del sud marocchino e il resto del Paese e diversi Consolati sono già stati aperti a Dakhla.

    Naturalmente restano ancora degli irriducibili, come ad esempio in Italia l’Onorevole Boldrini, che ha deciso di dare ancora una voce all’ormai squalificato Polisario invitando una delegazione di loro rappresentanti a una audizione presso la Camera dei Deputati. D’altra parte, come vediamo anche in Ucraina, c’è sempre qualcuno che predilige la guerra alla pace, almeno fino a quando sulla linea del fronte ad andarci c’è qualcun altro.

  • Sansal al salvo il Germania, distensione tra Francia e Algeria

    Il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune, e il capo dello Stato francese, Emmanuel Macron, potrebbero incontrarsi in Sudafrica, a margine del vertice del G20 in programma dal 22 al 23 novembre, organizzato in concomitanza con il summit congiunto Unione europea–Unione africana (Ua). “Agenzia Nova” apprende da fonti qualificate che i due leder dovrebbero tenere un faccia a faccia per dare un segnale concreto di distensione dopo oltre un anno di forte tensione diplomatica tra Parigi e Algeri. Negli ultimi mesi diversi indicatori suggeriscono un lento miglioramento del clima bilaterale. Media francesi rilevano come si siano moltiplicati i messaggi politici volti a ricostruire un canale di dialogo, dopo mesi di gelo istituzionale. In questo contesto si inserisce il recente appello dell’ambasciatore francese ad Algeri, Stéphane Romatet, che ha chiesto a Parigi un approccio “rigoroso e trasparente” verso l’Algeria, sollecitando una rapida ripresa della cooperazione nei dossier sicurezza e migrazione.

    Romatet ha insistito in particolare sulla necessità di riattivare il meccanismo dei lasciapassare consolari, considerato indispensabile per l’espulsione dalla Francia degli individui più pericolosi destinatari di ordini di rimpatrio verso l’Algeria. Diplomatici francesi hanno inoltre accolto positivamente il recente gesto umanitario concesso da Algeri allo scrittore Boualem Sansal, liberato dalla detenzione e consegnato alla Germania (Algeri aveva detto no ad analoga richiesta dell’Italia, sollecitata da Parigi). A rafforzare l’impressione di una fase di graduale normalizzazione contribuiscono anche le dichiarazioni del ministro dell’Interno francese, Laurent Nunez, che ha lasciato intendere la possibilità di una visita ufficiale ad Algeri nelle prossime settimane, su invito dell’omologo algerino.

    Secondo osservatori regionali, la liberazione di Sansal potrebbe rivelarsi un catalizzatore per la riapertura dei canali politico-diplomatici tra i due Paesi, favorendo misure di de-escalation reciproca e l’uscita dalla lunga crisi bilaterale che negli ultimi mesi aveva pressoché congelato il dialogo. Tra i dossier più sensibili restano la cooperazione in materia di sicurezza nel Sahel, le questioni memoriali legate al periodo coloniale, il regime dei visti, la gestione dei lasciapassare consolari e la revisione dell’Accordo del 1968 sulla migrazione algerina in Francia. Tebboune parteciperà al G20 su invito del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa. Macron, impegnato in un tour africano dal 20 al 24 novembre, visiterà Mauritius, Sudafrica, Gabon e Angola, prima di partecipare al G20 e al vertice Ue–Ua.

    L’ultimo incontro diretto tra i due presidenti risale al maggio 2024, in occasione del vertice del G7 in Italia. Una visita ufficiale di Tebboune a Parigi, prevista per l’autunno 2024, era stata più volte rinviata a causa delle persistenti divergenze, in particolare sul capitolo della memoria. Istituito nel 1999, il G20 è oggi il principale forum di governance economica globale. I suoi membri rappresentano l’85 per cento del prodotto interno lordo mondiale e oltre il 75 per cento del commercio globale. Ne fanno parte Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea del Sud, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti, insieme all’Ue e – dal 2023 – all’Ua.

  • Fronte Polisario pronto a dialogare col Marocco sul Sahara occidentale

    A pochi giorni dalla discussione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul rinnovo del mandato della missione Minurso, il Fronte Polisario ha presentato al segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, una nuova proposta ampliata di soluzione politica, definita come un gesto di “buona volontà” e in risposta alla risoluzione 2756 (2024). L’iniziativa giunge in un momento di forte fermento diplomatico, mentre i membri del Consiglio negoziano una bozza di risoluzione che, per la prima volta, riconoscerebbe la proposta di autonomia del Marocco del 2007 come “base più credibile e realistica” per una soluzione duratura del conflitto nel Sahara Occidentale. La proposta del Polisario, trasmessa da Brahim Ghali, presidente dell’autoproclamata Repubblica araba sahrawi democratica (Rasd), è intitolata “Proposta del Fronte Polisario per una soluzione politica reciprocamente accettabile che preveda l’autodeterminazione del popolo del Sahara occidentale e il ripristino della pace e della stabilità regionale”. Il documento riafferma la disponibilità del movimento sahrawi a negoziare direttamente con il Regno del Marocco, “sotto gli auspici delle Nazioni Unite e in conformità con la Carta dell’Onu e l’Atto costitutivo dell’Unione africana”.

    Secondo la rappresentanza del Polisario a New York, la proposta mira a “permettere al popolo sahrawi di esercitare il proprio diritto inalienabile all’autodeterminazione attraverso un referendum libero e supervisionato dalle Nazioni Unite e dall’Unione africana”. Ghali sottolinea inoltre la volontà della parte sahrawi di “condividere i costi della pace” e di costruire “un futuro basato sul rispetto reciproco, sul buon vicinato e sulla cooperazione regionale”. Il comunicato del Polisario descrive l’iniziativa come una risposta diretta all’appello del Consiglio di sicurezza a “superare lo stallo negoziale” e ad “ampliare le proprie posizioni”. “Crediamo che una soluzione pacifica, giusta e duratura del conflitto sia non solo urgente, ma anche possibile, se esiste una volontà politica autentica di superare lo status quo e le imposizioni unilaterali”, si legge nella nota.

    Il rilancio della via referendaria da parte del Polisario sembra tuttavia collocarsi in un quadro diplomatico che si sta muovendo in direzione opposta. La bozza preliminare di risoluzione che sarà discussa nei prossimi giorni a New York introduce infatti un cambio di paradigma: proroga il mandato della Minurso fino al 31 gennaio 2026, ma ne ridefinisce le priorità politiche, indicando il piano di autonomia marocchino come la “base più fattibile” per una soluzione di compromesso. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova”, il testo – promosso dagli Stati Uniti – invita Marocco, Fronte Polisario, Algeria e Mauritania ad avviare “negoziati immediati e senza precondizioni”, con l’obiettivo di giungere entro tre mesi a un’intesa politica “che garantisca una genuina autonomia all’interno dello Stato marocchino, in conformità con i principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto all’autodeterminazione”.

    Si tratta di un passaggio che segna un chiaro cambio di tono rispetto alle precedenti risoluzioni, recependo le raccomandazioni avanzate dall’inviato personale del segretario generale, Staffan de Mistura, che lo scorso 10 ottobre ha sollecitato un calendario realistico e vincolante per il rilancio del dialogo. La bozza menziona inoltre il sostegno espresso da diversi Stati membri al piano di Rabat, presentato nel 2007 al segretario generale dell’Onu come quadro di riferimento per un’autonomia del Sahara sotto sovranità marocchina, e lo definisce “la via più realistica e credibile per una soluzione giusta e duratura”. Una formulazione che conferma la convergenza crescente della comunità internazionale verso la posizione di Rabat, sostenuta apertamente da Washington, Parigi e Madrid. La bozza elogia anche “la leadership statunitense nel dossier” e riconosce “l’impegno del presidente Donald Trump” nella ricerca di una soluzione, richiamo che potrebbe tuttavia generare riserve da parte di Russia e Cina. Entrambi i Paesi, pur avendo recentemente aperto alla possibilità di un sostegno al piano marocchino, hanno vincolato la loro posizione al rispetto del principio di autodeterminazione del popolo sahrawi e alla necessità di una soluzione accettata da tutte le parti, inclusa l’Algeria.

    Per il Polisario, al contrario, l’iniziativa statunitense rappresenta un “pericoloso arretramento politico e giuridico”, poiché – secondo i sahrawi – ometterebbe qualsiasi riferimento al processo di decolonizzazione riconosciuto dall’Onu fin dal 1963. Il movimento teme inoltre che il testo riduca di fatto la Minurso a un mero strumento tecnico di monitoraggio, escludendo il referendum dall’agenda e trasferendo la mediazione sotto l’egida diretta di Washington. “Il destino del popolo sahrawi non è nelle mani né degli Stati Uniti né della Francia, ma nelle sue stesse mani”, ha dichiarato il rappresentante del Polisario all’Onu, Sidi Mohamed Omar, ribadendo che “l’unica via legittima resta il referendum di autodeterminazione”. Il risultato della prossima sessione a New York potrebbe quindi segnare una svolta storica e un nuovo punto di equilibrio (o rottura) per la regione del Maghreb.

  • L’anno scorso l’Italia ha venduto all’Algeria beni per 14 miliardi

    Il volume degli scambi commerciali tra Italia e Algeria ha raggiunto nel 2024 un valore di quasi 14 miliardi di euro. Secondo i dati diffusi dall’Istituto nazionale di statistica (Istat) e dall’Agenzia italiana per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane (Ice), ottenuti da “Agenzia Nova”, le esportazioni italiane hanno toccato i 2,9 miliardi di euro, registrando una crescita del 2,7 per cento rispetto allo stesso periodo del 2023, mentre le importazioni italiane dall’Algeria si sono attestate a circa 11 miliardi di euro, con una diminuzione di oltre il 21 per cento. Il calo delle importazioni è stato determinato principalmente dalla flessione dell’acquisto di gas naturale, che rappresenta comunque la componente principale dell’import dall’Algeria. Nel 2024, infatti, l’Italia ha importato gas per un valore di 9,4 miliardi di euro, in calo del 23,5 per cento rispetto all’anno precedente. A questi si aggiungono oltre un miliardo di euro di prodotti derivati dalla raffinazione del petrolio, in aumento del 29,7 per cento, mentre le importazioni di petrolio greggio si sono fermate a 457 milioni di euro, segnando una contrazione del 42,3 per cento.

    Dal lato italiano, i prodotti maggiormente esportati verso l’Algeria sono stati i macchinari di uso generale, come turbine, pompe e apparecchiature per la fluidodinamica, per un valore di 285 milioni di euro, in crescita del 31,8 per cento rispetto al 2023. Seguono i macchinari speciali destinati ai cantieri edili, all’industria alimentare, alla lavorazione delle materie plastiche e alla stampa, che hanno raggiunto i 281 milioni di euro, registrando un incremento del 22,9 per cento. I veicoli a motore si sono attestati a 270 milioni di euro, con una flessione del 7,5 per cento rispetto all’anno precedente. Le esportazioni di prodotti derivati dalla raffinazione del petrolio hanno totalizzato 262 milioni di euro, in crescita del 23 per cento, mentre altri macchinari generali, tra cui impianti per il sollevamento e per l’industria chimica e petrolchimica, hanno raggiunto i 230 milioni di euro, con un aumento significativo pari al 41,4 per cento.

    Dal 2021, le relazioni tra Italia e Algeria hanno registrato un notevole rafforzamento, favorito dallo scambio di visite ufficiali tra i presidenti dei due Paesi, Sergio Matterella e Abdelmajid Tebboune, e dalla firma di numerosi accordi di partenariato strategico, basati sul principio del mutuo beneficio. Sebbene il settore energetico rimanga al centro dei rapporti bilaterali, la cooperazione si è progressivamente estesa anche ad altri settori, come ad esempio le auto (con l’apertura di una fabbrica Fiat a Orano) e l’agricoltura (con il progetto agricolo di Timimoun di Bf Spa) grazie alla volontà comune di diversificare gli ambiti di collaborazione. L’Algeria, da parte sua, ha sviluppato un piano per potenziare la commercializzazione dei propri prodotti energetici attraverso l’Italia, riconoscendo il ruolo strategico della penisola come hub di transito verso l’Europa. Parallelamente, l’Italia ha intensificato la propria presenza in Algeria non solo come cliente privilegiato per le forniture di gas, ma anche come investitore in settori chiave per la diversificazione economica del Paese nordafricano.

    Gli investimenti italiani in Algeria sono in crescita, a testimonianza della volontà politica di consolidare il partenariato economico, anche alla luce del Piano Mattei promosso dal governo italiano. Tale iniziativa strategica punta a favorire uno sviluppo sostenibile in Africa, attraverso progetti concreti nei settori dell’energia, delle infrastrutture, dell’agricoltura e della formazione. Vale la pena sottolineare che ad Enrico Mattei, fondatore dell’Eni, è largamente riconosciuto in Algeria un altissimo ruolo di sostegno, amicizia e vicinanza durante gli anni della guerra di liberazione nazionale (1954-1962). Infatti, Mattei ha storicamente sostenuto sia il Fronte di liberazione nazionale, sia il governo provvisorio della Repubblica algerina, al quale ha fornito un apporto significativo all’interno dei negoziati degli Accordi di Evian. Il suo nome evoca anche il numero elevato di studenti algerini, futuri quadri e dirigenti dell’industria petroliera ed energetica, formati su sua iniziativa nelle scuole dell’Eni a San Donato Milanese.

  • France backs Morocco in dispute over Western Sahara

    France’s President Emmanuel Macron has told Morocco’s parliament that he believes Western Sahara should be under Moroccan sovereignty, and has pledged to invest French money there.

    Western Sahara is a territory on the north-western coast of Africa that has been the subject of a decades-long dispute.

    It was once a Spanish colony, and is now mostly controlled by Morocco and partly by the Algerian-backed Polisario Front – which says it represents the indigenous Sahrawi people and wants an independent state.

    France was the former colonial power in both Morocco and Algeria. It joins other nations including Spain, the US and Israel in backing Morocco’s plan.

    Lawmakers rose to their feet and applauded Macron on Tuesday when he said, “for France, this territory’s present and future fall under Morocco’s sovereignty”.

    His comments on Tuesday in Rabat echo surprise remarks he first made in July.

    Signalling a change in France’s long-held stance on Morocco’s plan to grant Western Sahara autonomy under Moroccan sovereignty, the French president said it was the “only basis” for a just and lasting political settlement.

    France’s backing of Morocco’s territorial claim angered Algeria, which responded to the news by withdrawing its ambassador to Paris.

    Algiers regards Morocco’s presence there as an illegal occupation.

    Analysts say France’s decision to back Morocco’s claim is an attempt to repair relations between the two nations, which had soured after Rabat was accused of attempting to spy on President Macron and France tightened visa restrictions for visiting Moroccan nationals.

    Relations between Morocco and Algeria have become especially tense in recent years, with Algiers announcing in 2021 that it had severed diplomatic ties with its neighbour to the west.

    On Tuesday, Macron also addressed colonialism but stopped short of an apology.

    “Our common history also has dark parts. The time came for unequal treaties, when hubris and the mechanical force of European countries imposed themselves around the world, and when, even disguised as a protectorate, Morocco did not escape the ambitions and the violence of colonial history,” he said.

    In a sign of closening ties, France and Morocco are reported to have struck deals on energy and infrastructure among other things.

    The AFP news agency says they have a total value of “up to €10bn”, equivalent to $10.8bn or £8.3bn.

    On Tuesday, Macron also pledged an unspecified sum of “investments and sustainable support initiatives to benefit local populations” in Western Sahara.

    ‘Significant’ development

    Macron’s invitation to Morocco came from King Mohammed VI, two months after his royal court hailed France’s change of heart on Western Sahara as a “significant” development.

    But Algeria has expressed its deep disapproval, saying France is denying Sahrawi people their right to self-determination.

    The Polisario Front, meanwhile, has hit out at France for supporting what it says is a “violent and illegal occupation” by Morocco.

    Western Sahara was annexed by Morocco in 1975.

    A 16-year-long insurgency ended with a UN-brokered truce in 1991 and the promise of a referendum on independence, which has yet to take place because of disagreements over how it should be conducted and who should be eligible to take part.

    Today, the African Union is the only international organisation to recognise Western Sahara as a state in its own right.

    Additional reporting by Danny Aeberhard

  • L’UE avvia procedimenti per la risoluzione delle controversie nei confronti dell’Algeria per difendere le imprese europee

    L’UE ha avviato un procedimento per la risoluzione delle controversie nei confronti dell’Algeria e ha richiesto consultazioni con le autorità algerine per affrontare le diverse restrizioni imposte alle esportazioni e agli investimenti dell’Unione. L’UE ritiene che, imponendo tali misure commerciali restrittive dal 2021, l’Algeria non rispetti i suoi impegni in materia di liberalizzazione degli scambi nel quadro dell’accordo di associazione UE-Algeria.

    L’obiettivo dell’UE è impegnarsi in modo costruttivo con l’Algeria al fine di eliminare le restrizioni in diversi settori di mercato, dall’agricoltura all’industria dell’autoveicolo. Le restrizioni includono un sistema di licenze di importazione che ha l’effetto di un divieto di importazione, sovvenzioni vincolate all’uso di fattori di produzione locali per i costruttori di autovetture e un massimale relativo alla proprietà straniera per le imprese che importano beni in Algeria.

    L’UE è il principale partner commerciale e il principale mercato degli scambi internazionali dell’Algeria (circa il 50,6 % nel 2023). Alla luce degli sforzi infruttuosi per risolvere la questione in via amichevole, l’UE ha compiuto questo passo per tutelare i diritti degli esportatori e delle imprese dell’UE operanti in Algeria che hanno subito ripercussioni. Le misure algerine danneggiano anche i consumatori algerini, a causa di una scelta indebitamente limitata di prodotti.

    Nel 2002 l’UE e l’Algeria hanno firmato un accordo di associazione, entrato in vigore nel 2005, che stabilisce un quadro di riferimento per la cooperazione UE-Algeria in tutti i settori, compresi gli scambi. Qualora non si riuscisse a raggiungere una soluzione, l’UE avrà il diritto, in virtù dell’accordo, di chiedere la costituzione di un collegio arbitrale.

     

  • Fiat Algeria produrrà 90mila veicoli all’anno entro il 2026

    Il ministro dell’Industria algerino, Ali Aoun, ha ricevuto una delegazione di Stellantis, guidata da Samir Cherfan, direttore dell’azienda nella regione Africa e Medio Oriente. Secondo un comunicato stampa del ministero algerino, l’incontro rientra “nel monitoraggio dell’avanzamento del progetto di produzione automobilistica in Algeria del marchio Fiat”. Il ministro Cherfan ha “confermato l’impegno del Gruppo Stellantis a sostegno dello sviluppo dell’industria automobilistica in Algeria”. Durante l’incontro si è discusso della situazione attuale della fabbrica di assemblaggio e degli ultimi sviluppi nel campo della produzione automobilistica. In particolare, prosegue la medesima fonte, è stato presentato “nel dettaglio il progetto che sta avanzando nel processo di produzione dei veicoli Fiat, in particolare dei modelli Fiat 500 e Doblò”. È previsto, inoltre, un aumento della produttività “per raggiungere l’obiettivo prefissato di 40mila veicoli entro la fine del 2024 e di 90mila unità entro la fine del 2026”. Infine, sono stati presentati i progressi compiuti nell’attuazione degli accordi conclusi con i fornitori per aumentare il tasso di integrazione con le componenti prodotte localmente, che secondo Cherfan “raggiungerà oltre il 35 per cento entro il 2026”.

    Lo scorso 11 dicembre, il Gruppo Stellantis e le autorità dell’Algeria hanno inaugurato lo stabilimento Fiat nella provincia di Orano, nell’ovest del Paese. Situato nella zona industriale di Tafraoui, lo stabilimento Fiat è stato costruito su un’area di 40 ettari, che si aggiungono a ulteriori 80 ettari dedicati ai produttori di attrezzature che accompagneranno l’impianto. Si stima che nello stabilimento lavoreranno 600 persone al momento del lancio e che la cifra salirà a 2 mila entro il 2026. Saranno prodotti tre modelli, tra cui la Fiat 500 Hybrid che ha aperto il salone, seguita dal Doblò nelle versioni touring (vetrata) e commerciale, con la clausola che un nuovo modello internazionale uscirà dalle linee di produzione dello stabilimento nel 2026. L’accordo firmato nell’ottobre del 2022 prevede la produzione di 60 mila veicoli nel primo anno, cifra che salirà a 90 mila entro 12 mesi. L’apertura della seconda linea di produzione automatizzata dell’impianto Fiat di Orano, che aumenterà la capacità produttiva a 60 mila automobili all’anno, è prevista per la fine del prossimo giugno.

    Le parti attualmente prodotte localmente per i veicoli Fiat includono sedili, tappeti, oli e lubrificanti, parti in plastica e pneumatici. Si tratta di parti relativamente facili da reperire in Algeria, ma nel frattempo il Paese nordafricano dovrà sviluppare la sua industria per produrre una componentistica tecnologicamente più avanzata. Secondo l’emittente algerina “Echourouk News“, i fornitori selezionati devono soddisfare “rigorosi requisiti in termini di qualità, prestazioni ed efficienza”. Le specifiche per la produzione dei veicoli, pubblicate nel novembre 2022, prevedono un graduale aumento del tasso di integrazione della componentistica algerina, che raggiungerà il 10 per cento dopo un anno di produzione. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova”, Stellantis vorrebbe andare oltre la percentuale di integrazione prevista e arrivare intorno al 40 per cento nel quinquennio. Il tutto, è bene ricordare, senza fare concorrenza a quanto viene prodotto in Italia, dal momento che lo stabilimento di Orano produrrà per il mercato algerino e africano.

  • Ad Eni e Snam la gestione dei gasdotti dall’Algeria all’Italia

    Ha preso il via a fine 2022, dopo 14 mesi di travaglio, la partnership tra Eni e Snam per il controllo dei gasdotti che collegano l’Algeria all’Italia. Annunciata il 27 novembre del 2021, l’operazione ha visto aumentare da 385 a 405 milioni il prezzo pagato da Snam per rilevare il 49,9% di Sea Corridor. In quest’ultima Eni ha conferito tutte le partecipazioni nei gasdotti di terra (Trans Tunisian Pipeline Company, Ttpc) e di mare (Transmediterranean Pipeline Company, Tmpc) che collegano i due Paesi mantenendo il 50,1%. In virtù degli accordi sottoscritti, Eni e Snam eserciteranno un controllo congiunto sulla base di principi di governance paritetica.

    La partnership che prende il via consente, secondo i due gruppi, di «valorizzare in maniera sinergica le rispettive competenze su una rotta strategica per la sicurezza degli approvvigionamenti di gas naturale in Italia, favorendo potenziali iniziative di sviluppo nella catena del valore dell’idrogeno anche grazie alle risorse naturali del Nord Africa”. Eni e Snam ritengono inoltre che la connessione tra il Nord Africa e l’Europa rappresenti “un asse fondamentale in un’ottica di progressiva decarbonizzazione a livello internazionale a supporto della transizione energetica». Quanto al sovrapprezzo pagato da Snam, comprende un aggiustamento calcolato sulle perdite di gas che si sono verificate nel periodo intercorso dalla firma del contratto preliminare ad oggi. La cifra di 405 milioni include anche una commissione (ticking fee) del 4% legata ai 14 mesi che sono passati tra i due contratti. Snam ed Eni inoltre avevano previsto un meccanismo di ‘earn-in’ ed ‘earn-out’, (modifica del prezzo a tutela del compratore) da calcolare sulla base dei ricavi che saranno generati dalle numerose società partecipate.

  • E’ scontro tra Parigi e Algeri dopo le parole di Macron sull’esistenza della nazione magrebina prima della colonizzazione francese

    Scuse ufficiali dell’Eliseo all’Algeria dopo che il Presidente francese Emmanuel Macron, come riportato dal quotidiano Le Monde lo scorso 2 ottobre, avrebbe detto che l’Algeria come nazione non esisteva prima della colonizzazione francese. Se nel comunicato ufficiale della Presidenza ci si rammarica per l’equivoco, dalle parti di Algeri il commento è invece stato definito un “grave errore” e “inaccettabile” tanto che l’ambasciatore algerino a Parigi è stato richiamato in patria e il paese magrebino ha vietato i voli militari francesi dal suo spazio aereo.

    Nel comunicato si fa sapere anche che la Presidenza francese ha invitato il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ad una conferenza a Parigi per discutere su come sostenere la Libia in vista delle elezioni del 24 novembre. Ma Tebboune ha avvertito che non avrebbe “fatto il primo passo” per allentare la tensione con la sua controparte francese perché il commento ha suscitato una diffusa rabbia in Algeria.

  • L’Algeria boicotta il referendum costituzionale

    Con un’affluenza alle urne ai minimi storici, l’Algeria ha boicottato un referendum che, solo grazie all’assenza di quorum, ha varato riforme costituzionali concepite per placare la protesta popolare che ha scosso per un anno il Paese nordafricano.

    Le riforme per creare “una nuova Algeria” e avallare in maniera plebiscitaria il presidente Abdelmadjid Tebboune sono state approvate con un 66,8% dei consensi ma domenica 1 novembre l’affluenza alle urne è stata solo del 23,7%, la più bassa da quando si vota dopo l’indipendenza ottenuta nel 1962 dall’ex-colonia francese.

    Le riforme includono piani per ridurre a due i mandati presidenziali e per aumentare il potere di parlamento, magistratura e primo ministro. Nomine chiave rimangono però ad appannaggio del presidente e il testo di riforma nel complesso è stato respinto da esponenti dell'”Hirak”, il “movimento” di protesta che per oltre 12 mesi ha riempito le strade dell’Algeria contribuendo (assieme ai decisivi militari) alla caduta del ventennale presidente-autocrate Abdelaziz Bouteflika nell’aprile dell’anno scorso. L’Hirak, che chiede un netto cambio del “sistema” di potere algerino, era basato sui raduni ed è stato fermato solo dall’emergenza Covid.

    Il Movimento aveva esortato al boicottaggio definendo le riforme proposte da Tebboune (eletto nel dicembre scorso) solo “di facciata”. Un parere condiviso peraltro anche da accademici come Cherif Driss, professore di Scienze politiche all’Università di Algeri secondo il quale il testo della riforma “non ha apportato granché rispetto alla vecchia Costituzione”. A suo dire il fatto che in pratica solo il 15% degli algerini abbia detto sì alle riforme è un “fallimento” del “potere” attuale.

    In Algeria, in cui il coronavirus sta avendo negativi effetti economici e sociali esacerbando il malcontento popolare, si è percepita una mancanza d’interesse per il referendum. La consultazione è stata accompagnata da una campagna elettorale a senso unico in cui gli appelli al boicottaggio sono stati alquanto oscurati dai media. In Cabilia, roccaforte dell’Hirak, sono stati segnalati casi di blocco dei seggi da parte di contestatori. Allo scarso afflusso alle urne ha contribuito chiaramente anche la pandemia che peraltro ha costretto il 74enne presidente, gran fumatore) a un ricovero in Germania in seguito alla scoperta di casi positivi nel suo entourage.

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