allargamento

  • Il primo vero problema dell’Europa è l’evidente mancanza di leader capaci

    E’ passato un anno e mezzo, del tutto sprecato, senza risolvere nessuno dei problemi sorti sin dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, a partire dalla strategia della difesa Europea.

    L’incertezza, la confusione e l’incapacità di formulare ipotesi di lavoro ragionevoli viene banalizzata dalle scelte di iniziative ridicole e del tutto inutili a risolvere i problemi che affliggono l’Unione Europea, favorendo le superpotenze, che litigano tra loro, ma che sulla disgregazione dell’Europa, e l’eventuale spartizione tra loro, sono del tutto d’accordo.

    I leader politici, dall’arrivo di Trump, parlano di armamento, che tutti sanno essere una spesa inutile, che non cambierà alcunché, perché i 27 eserciti dell’Unione Europea sono tutti incapaci di sostenere qualsiasi aggressione, e il rinforzo di armamenti non cambierebbe nulla. Buona parte dei fondi che spendono gli Stati europei servono a pagare i militari, circa il 70% della spesa complessiva, in una logica che non serve ai singoli stati, né tantomeno all’Europa, in quanto impossibilitati a garantire la sicurezza dei confini, senza la protezione degli USA.

    E appunto non serviranno qualche centinaio di carri armati e di cannoni in più, sparpagliati qua e là, per risolvere il problema, e subendo inoltre una spesa esagerata, imposta da Trump, del 5% del Pil annuale.

    Ed è molto strano che nessuno dei leader europei ha mai finora accennato alla esigenza di dare vita ad una Federazione degli Stati d’Europa, con chi ci sta, con una Costituzione che consenta le modalità per formare un Governo Federale con pochi ma indispensabili poteri, come la gestione della politica estera e la costituzione di un esercito unico, che costituiscono l’unica vera possibilità di garantire la sicurezza degli Europei.

    Con la federazione i costi sarebbero di gran lunga inferiori a quelli dell’armamento, e senza penalizzazione del welfare, e soprattutto si avrebbe la trasformazione dell’Europa da attuale gigante economico e nano politico, in gigante militare e quarta superpotenza mondiale.

    Ma il silenzio dei leader europei su questo tema conferma il limite insuperabile della ideologia sovranista, alla cui difesa è preferibile la disgregazione dell’Unione Europea, e la conseguente colonizzazione da parte delle superpotenze.

    Ma si può difendere davvero una sovranità inesistente e del tutto incapace di difendere i confini dei propri Stati, e a caccia di protezioni di autarchici che vogliono solo sottometterci? E non sembra quindi un tradimento gravissimo dell’Interesse Nazionale ignorare la federazione che ci può dare la Patria Federale, la sicurezza e il ruolo che ci compete nel mondo alla pari delle altre superpotenze?

    Ed è così che il ridicolo si appalesa: si pensi alle decine di volte in cui si è assistito a cambiamenti di posizione e di composizione di gruppi, sia con la coalizione allargata dei “volenterosi”, poi con la più recente invenzione di riunioni in formato E5 (Gran Bretagna, Germania Francia, Italia e Polonia), poi in formato E3 (Gran Bretagna, Germania e Francia), poi ancora non si sa. Sono solo chiacchere e distintivo, ma nulla di reale, di credibile e di efficace.

    Così come c’è una enorme confusione in merito alle regole dell’UE che vanno velocemente cambiate, ma invece di affrontare questo prioritario tema, si tende con incomprensibile leggerezza ad allargare l’Unione Europea ad altri otto Stati, ed addirittura si litiga per chi deve essere inserito prima.

    E così 27 Stati aderenti all’Unione Europea, che da anni faticano a trovare accordi tra di loro, che spesso sono obbligati a rinvii esasperanti che costringono l’UE a ritardi nelle decisioni che danneggiano tutti i Paesi, invece di modernizzare le regole, ed eliminare il veto individuale per ogni Stato che comprime le decisioni collettive, discutono e litigano su quale tra i suddetti otto stati vada accontentato per primo.

    Possibile che non si capisca che passare da 27 a 35 Stati, il livello di gestione sarà, senza le necessarie modifiche, un disastro per la velocità di realizzazione delle decisioni, specie in un momento di particolare difficoltà per l’Europa, che non ha neanche una certezza di mantenere il suo livello di indipendenza e libertà?

    Gli otto Stati sono: Albania, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia, Moldavia e Ucraina.

    Come si può intuire dalla loro eterogeneità, ciascun Paese rivendica i propri legittimi interessi che però, una volta entrati nell’UE con le attuali regole, recheranno problematicità ancora più difficili da gestire di quelle attuali.

    Ecco perché è fondamentale affrontare, mentre è ancora con 27 Stati, ciò che fino ad ora non era stato possibile realizzare, per garantire una organizzazione Europea che rispetti ciascuno dei Paesi, vecchi e nuovi, con regole puntuali, e senza la confusione e le logiche aberranti di veti singoli per ogni Stato, con buona pace di Meloni che non vuole affatto rinunciarci, perché se non si cambia radicalmente il sistema, questo condannerà definitivamente l’UE alla impotenza e conseguentemente alla irrilevanza.

  • Pronta a Bruxelles la lista degli aspiranti nuovi adepti alla Ue

    La Commissione europea ha adottato “il suo pacchetto annuale sull’allargamento, presentando una valutazione completa dei progressi compiuti dai partner dell’allargamento negli ultimi dodici mesi”. Lo riferisce tramite una nota l’esecutivo europeo. “Il pacchetto di quest’anno ribadisce che lo slancio verso l’allargamento è in cima all’agenda delle priorità dell’Ue. Conferma inoltre che l’adesione di nuovi Stati membri è sempre più a portata di mano”, si legge nel comunicato. “La coerenza e l’adozione di un approccio basato sul merito sono fondamentali per il successo dell’adesione all’Ue”, scrive la Commissione.

    Secondo le anticipazioni pubblicate dall’edizione europea del portale “Politico”, il Montenegro riceverà la valutazione più alta, pari a una “A”, seguito da Albania (“A-”), Moldova (“B+”) e Ucraina (“B”). “Il rapporto conferma che il Montenegro è il Paese candidato più avanzato. Credo che sia giunto il momento che l’Ue corrisponda la nostra ambizione con un chiaro segnale politico: iniziare a redigere il Trattato di adesione”, ha dichiarato il presidente montenegrino Jakov Milatovic a “Politico”, definendo tale passo “un riconoscimento dei nostri progressi e un investimento strategico”. L’ambasciatore ucraino presso l’Ue, Vsevolod Chentsov, ha espresso orgoglio per i risultati ottenuti “nelle condizioni più difficili della guerra, qualcosa che nessun altro Paese candidato ha dovuto affrontare”. Chentsov ha aggiunto che “il percorso dell’Ucraina verso l’Europa deve diventare un imperativo strategico per l’Ue, sostenuto da azioni decisive per un’Europa forte e unita”.

    Più indietro, la Macedonia del Nord riceve una “C” a causa delle persistenti tensioni con la Bulgaria nonostante i progressi economici, mentre Serbia e Bosnia Erzegovina, entrambe bloccate da crisi politiche interne, ottengono un “D”. La Georgia, in “caduta democratica”, viene bocciata con una “F”. Kosovo e Turchia restano ai margini del processo: Pristina non è ancora formalmente candidata, mentre Ankara, la cui candidatura è congelata dal 2018 per arretramenti sullo Stato di diritto, chiede “una valutazione equa e la liberazione delle relazioni Ue-Turchia da veti basati su interessi nazionali ristretti”, come dichiarato dall’ambasciatore turco Faruk Kaymakcı.

    La presentazione ufficiale del rapporto al Parlamento europeo vede la partecipazione della commissaria per l’Allargamento Marta Kos e dell’Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Kaja Kallas. A seguire, la conferenza stampa della Commissione. In parallelo, l’emittente televisiva “Euronews” organizzerà a Bruxelles un vertice sull’allargamento, con la partecipazione del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, della presidente moldava Maia Sandu, del presidente serbo Aleksandar Vucic, del premier albanese Edi Rama, del premier montenegrino Milojko Spajic e del premier macedone Hristijan Mickoski. E’ previsto, inoltre, l’intervento in videocollegamento del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

  • L’Italia vuole i Balcani nella Ue entro il 2030

    A settant’anni dalla storica Conferenza di Messina del 1955, l’Italia rilancia il suo ruolo di motore dell’integrazione europea e ponte diplomatico. Le celebrazioni tenute a Taormina e Messina hanno richiamato rappresentanti dei 27 Stati membri, dei Paesi candidati all’ingresso nell’Unione e delle istituzioni europee. Al centro dei lavori, una priorità della politica estera italiana: l’accelerazione del processo di allargamento ai Balcani occidentali e a Paesi come Ucraina e Moldova. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito quello dell’Italia come un “messaggio forte a tutti i Paesi candidati a far parte dell’Unione europea” ribadendo che “accelerare i tempi della riunificazione è una priorità” per il nostro Paese. Tajani ha citato come principali beneficiari Albania, Serbia, Macedonia del Nord, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Kosovo, e ha annunciato: “Per celebrare i 70 anni della Conferenza di Messina e Taormina, abbiamo invitato anche la Moldova e Ucraina proprio per dare un segnale di grande attenzione a questi Paesi”.

    Sulla tabella di marcia l’auspicio è concreto: i Balcani occidentali dovrebbero entrare “prima del 2030”. “L’allora presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, disse il 2030. Io vorrei che si anticipasse il 2030 per i Paesi dei Balcani occidentali, e dopo si parlerà di Moldova e Ucraina, che sono altri due Paesi candidati e che è giusto che facciano parte della nostra Unione”, ha affermato Tajani, ricordando che “ci sono Paesi come l’Albania e il Montenegro che hanno fatto dei passi in avanti molto importanti”. Il titolare della Farnesina ha aggiunto che, ascoltando oggi le parole dei rappresentanti “di tanti di questi Paesi”, la loro intenzione è “fare tutto il possibile per entrare a far parte dell’Unione europea in tempi brevi”. “Hanno fatto una scelta politica, è giusto sostenerli e fare tutto ciò che, anche come Italia, è in nostro potere per aiutarli”, ha aggiunto il ministro.

    Durante la riunione non si è discusso solo di Ue. La Conferenza è stata occasione per affrontare la crisi mediorientale, gravata da un’escalation tra Iran e Israele che desta sempre più preoccupazione. Tajani ha confermato che i nostri ambasciatori “resteranno lì sinché ci saranno italiani da aiutare”, facendo riferimento alle conversazioni avute con i capi missione a Teheran e Tel Aviv, rispettivamente Paola Amadei e Luca Ferrari. L’Italia, inoltre, sta lavorando a dei “charter, i primi probabilmente partiranno dall’Egitto, con a bordo dei cittadini” con l’obiettivo di aiutare i connazionali “a lasciare il territorio di Israele”, ha spiegato Tajani, specificando che non si tratta di “evacuazioni ma di aiuto e coordinamento”. Il messaggio che arriva dalla diplomazia italiana è di presenza continua e operativa, in particolare in quei Paesi con connazionali da assistere, in un contesto geopolitico complesso.

    Pur considerando che la situazione è “preoccupante in generale”, Tajani ha sottolineato che “non ci sono pericoli imminenti per i nostri militari” dislocati nella zona e ha voluto precisare che al momento non ci sono “notizie di basi militari Usa in Italia coinvolte” nell’escalation che coinvolge Iran e Israele, anche se “non sappiamo cosa vorranno fare gli Stati Uniti”. Parole che seguono alcune indiscrezioni riportate dall’emittente dell’opposizione iraniana con sede a Londra “Iran International”, secondo cui la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, avrebbe discusso ieri della possibilità che gli Stati Uniti utilizzino delle basi militari in Italia per attaccare l’Iran, durante degli incontri con funzionari di alto livello dell’intelligence e comandanti delle Forze armate dell’Italia.

    Dalla Conferenza di Messina Taormina è giunto quindi un tentativo di rilanciare il progetto europeo – con l’Italia in prima linea nel chiedere una Europa più ampia, più forte e più coesa – e allo stesso tempo un’azione diplomatica concreta per la gestione delle crisi internazionali. Come riassunto dai passi della conferenza, la Dichiarazione Messina Taormina afferma che il “processo di riforma interna dell’Unione europea dovrà essere portato avanti separatamente, ma in parallelo con il processo di allargamento”. L’Ue, prosegue il testo, sarà così pronta “a completare efficacemente un allargamento basato sul merito, come una priorità geopolitica e un investimento strategico in pace, sicurezza e prosperità per l’intero continente”, in uno spirito di “solidarietà, fiducia reciproca e cooperazione aperta e trasparente”.

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