Bologna

  • Numeri da record per la mostra ‘Anthropocene’ che ha chiuso dopo otto mesi

    Ha chiuso i battenti con un successo oltre le aspettative, domenica 5 gennaio, la mostra Anthropocene in programma al MAST di Bologna dal 16 maggio 2019. Il grande afflusso di pubblico, ben 155.000 visitatori, ha costretto gli organizzatori a prorogarla per due volte e dagli originari quattro mesi previsti l’esposizione è durata otto mesi. 15.500 gli studenti coinvolti, soprattutto di istituti secondari di primo e secondo grado, che hanno effettuato 600 visite guidate curate dai mediatori culturali della Fondazione MAST, 620 le visite guidate organizzate per il pubblico cui hanno partecipato 15.800 persone. Parte integrante della mostra è stato il pluri-premiato film “Anthropocene: the Human Epoch” (ANTHROPOCENE: l’Epoca Umana), codiretto da tre artisti – Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal and Nicholas de Pencier – e narrato dal premio Oscar Alicia Vikander. Il film testimonia un momento critico nella storia geologica del pianeta, proponendo una provocatoria e indimenticabile esperienza dell’impatto e della portata della nostra specie. Il film, che è stato proiettato tutti i giorni al MAST.Auditorium, è distribuito in Italia da Fondazione Stensen e Valmyn.

    “Stupefacente, sorprendente e inaspettato. Un anno fa immaginavamo che il tema del clima sarebbe diventato sempre più dominante, ma in pochi mesi tutto è cambiato: è arrivata Greta, sono iniziate le manifestazioni Friday for Future e nell’opinione pubblica è cresciuta la consapevolezza sui temi legati all’ambiente al cambiamento climatico, che sono al centro della mostra e del film”, commenta Urs Stahel (PhotoGallery e collezione di Fondazione MAST), che ha curato l’allestimento della mostra con  Sophie Hackett e Andrea Kunard, rispettivamente curatrici della Fotografia dell’Art Gallery of Ontario di Toronto e della National Gallery of Canada di Ottawa.

    La mostra è stata completata nel corso dei mesi dai MAST. Dialogues on Anthropocene: 77 tra talk, incontri e proiezioni (queste ultime in collaborazione con Cineteca di Bologna, Human Right Nights e Fondazione Stensen), appuntamenti gratuiti aperti al pubblico con scienziati, antropologi ed esperti, dedicati all’ambiente e al cambiamento climatico.

    Il progetto, basato sulla ricerca del gruppo internazionale di scienziati ‘Anthropocene Working Group’ impegnato nel raccogliere prove del passaggio dall’attuale epoca geologica – l’Olocene – all’Antropocene (dal greco anthropos, uomo), documenta i cambiamenti che l’uomo ha impresso sulla terra e gli effetti delle attività umane sui processi naturali attraverso la combinazione di arte, cinema, realtà aumentata e ricerca scientifica.

    Anthropocene ha debuttato in Canada nell’autunno del 2018 con il film “Anthropocene: The Human Epoch” proiettato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival e con la mostra allestita in contemporanea all’Art Gallery of Ontario di Toronto (AGO) e alla National Gallery of Canada di Ottawa (NGC) organizzata in partnership con la Fondazione MAST. La mostra si sposta ora al Museo Marittimo e della Tecnologia di Malmö, in Svezia, dove inaugurerà il 15 febbraio.

  • Le mani dell’uomo sul Pianeta Terra: a Bologna la mostra evento Anthropocene

    Un’esplorazione multimediale che documenta l’indelebile impronta umana sulla terra. E’ il progetto Antrhopocene, al MAST di Bologna dal 16 maggio al 22 settembre, una mostra multidisciplinare che indaga l’impatto dell’uomo sul pianeta attraverso le straordinarie immagini del fotografo di fama mondiale Edward Burtynsky, i filmati dei registi pluripremiati Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier, installazioni di realtà aumentata e il film sul progetto. Scorre così un racconto sulle barriere frangiflutti edificate sul 60% delle coste cinesi, le ciclopiche macchine costruite in Germania, le psichedeliche miniere di potassio nei monti Urali in Russia, la devastazione della Grande barriera corallina australiana, le surreali vasche di evaporazione del litio nel Deserto di Atacama, le cave di marmo di Carrara, una delle più grandi discariche del mondo a Dandora, in Kenya.

    Il progetto si basa sulla ricerca del gruppo internazionale di scienziati Anthropocene Working Group impegnato nel raccogliere prove del passaggio dall’attuale epoca geologica – l’Olocene, iniziata circa 11.700 anni fa – all’Antropocene (dal greco anthropos, uomo). La ricerca dimostra che gli esseri umani sono diventati la singola forza più determinante sul pianeta.

    Il progetto ha debuttato in Canada a settembre 2018 con il film “Anthropocene: The Human Epoch” proiettato in anteprima mondiale al ‘Toronto International Film Festival’ (in Italia distribuito da settembre) e con la mostra allestita in contemporanea all’Art Gallery of Ontario di Toronto e alla National Gallery of Canada di Ottawa – organizzata in partnership con la Fondazione MAST

    La mostra bolognese, suddivisa in quattro sezioni (trentacinque fotografie di grande formato di Edward Burtynsky, quattro murales ad alta risoluzione, in cui si abbinano tecniche fotografiche e filmiche che evidenziano il lavoro sinergico dei tre artisti, tredici videoinstallazioni HD curate dai due registi e tre installazioni di Realtà Aumentata [RA] che ricreano su smartphone e tablet un modello fotorealistico tridimensionale a grandezza naturale), è curata da Urs Stahel, curatore della PhotoGallery e della collezione MAST, Sophie Hackett, curatrice della fotografia dell’Art Gallery of Ontario di Toronto e da Andrea Kunard, curatrice del Canadian Photography Institute della National Gallery of Canada.

  • A Bologna è di scena la prima edizione del Premio ‘Megliounlibro’

    Giovedì 4 aprile, alle ore 16.45, durante le giornate della International Children’s Book Fair di Bologna si svolgerà la prima edizione del Premio ‘Megliounlibro – sezione Ragazzi’ (Ducati Food Factory all’interno del Mondadori Bookstore, via d’Azeglio 34/a, Bologna). Un’occasione dedicata al piacere e alla bellezza della lettura in cui la redazione di megliounlibro, con Laura Prinetti, direttore responsabile, racconterà l’esperienza di 22 anni della testata di orientamento bibliografico e intervisterà il vincitore Rino Alaimo, autore, illustratore, regista di cortometraggi. Presente anche il giovane editore Lorenzo Fasanini, di Picarona, nuovissima casa editrice per bambini, con sede a Bologna dal 2016, che ha il merito di avere pubblicato in Italia le opere premiate.

    Megliounlibro è la prima testata di orientamento alla lettura in Italia, un trimestrale di recensioni nato 22 anni fa, insieme all’associazione non profit Il Segnalibro Book Counselling Service, che la edita e ha tra i suoi fini la promozione della buona lettura tra persone di ogni età. Tutti giovani e volontari i collaboratori che si prefiggono come obiettivo cercare le nuove ‘perle’ letterarie che potrebbero diventare i classici del futuro. Questa prima edizione del Premio valorizzerà l’opera di un giovane autore e illustratore, Rino Alaimo appunto, abile anche come regista, che dopo mille peripezie ha visto finalmente pubblicati in Italia i suoi lavori grazie a Picarona. Il suo talento infatti era già stato compreso e apprezzato da Spagna, Stati Uniti, Canada. Nelle due opere premiate Il bambino che amava la luna e Come una stella cadente Alaimo riesce a far muovere l’immaginazione del bambino e dell’adulto che vi si avvicina grazie alla sapienza acquisita con la realizzazione di cortometraggi. Il cortometraggio animato “The boy and the moon”, del 2012, è stato apprezzato in tutto il mondo: ha partecipato al Disney Theatre di Los Angeles, dove è stato definito “uno dei film per bambini più belli del pianeta”, nel 2014, in Messico, ha ricevuto il premio Best Animated Short Film al Festival Internacional de Cine para Niños. In Italia, dove Alaimo aveva provato per anni a proporre il libro, non c’era alcun editore disposto a pubblicarlo, tanto che si è rivolto a editrici inglesi e americane e nel 2015 è pubblicato da Familius, California. Oggi è tradotto in 6 lingue e distribuito in 10 nazioni.

  • Ospedale 4.0: Bologna capitale dell’innovazione

    Apparecchi  elettronici che monitorano la qualità dell’aria in corsia, sensori nei materassi che rivelano i movimenti dei degenti, stampanti 3D in sala operatoria: questo è lo tsunami elettronico che si sta facendo largo tra gli ospedali moderni, stravolgendone completamente le fondamenta. L’ospedale 4.0 del futuro sarà più efficiente e meno affollato, rendendo così più facile il lavoro di medici e sanitari e migliorando la qualità della degenza dei pazienti.

    Questo scenario ipertecnologico, se confrontato con la dura realtà quotidiana degli ospedali italiani che non riescono a garantire i livelli essenziali di assistenza con lunghissime liste d’attesa, sembra semplicemente da fantascienza.

    Se in America tutto questo è ormai a portata di mano, in Italia si sta pian piano costruendo quella che dovrebbe essere la struttura principale per la sanità del futuro. Per la prima volta in Italia un team di bioingegneri si è trasferito in pianta stabile all’interno di un ospedale, creando un laboratorio ad hoc per un’equipe medica, prima pietra della chirurgia 4.0: questo accade a Bologna, al Policlinico universitario Sant’Orsola Malpighi, nell’unità di chirurgia maxillo-facciale. In questa struttura gli specialisti di tecnologie biomediche che manovrano navigatori, simulatori, software e stampanti 3D collaboreranno con i chirurghi durante gli interventi in sala operatoria. Tutto questo grazie all’alleanza tra il pubblico (sanità e università) e il privato, che attraverso la Fondazione bolognese Face3D ha fin qui raccolto 600mila euro per sostenere ricerca e sviluppo di nuove metodologie interventistiche e per la formazione di nuovi specialisti.

    “Non è un caso se questa iniziativa pilota di chirurgia 4.0 nasce nell’unità maxillo-facciale del Sant’Orsola, avanguardia internazionale nel settore, perché è sul volto, veicolo dell’identità di ognuno di noi, che interventi di precisioni millimetrica con realtà aumentata, preceduti da progetti e simulazioni chirurgiche virtuali in 3D, esprimono la massima efficacia”, spiega Alberto Lenzi, presidente della Fondazione Face3D. “I tumori alla bocca e al volto sono il 5% delle patologie tumorali (quelli al seno sono il 12% per dare le proporzioni) ma non se ne parla perché i pazienti non si vedono, sono persone che si nascondono agli occhi della società, perché deturpate”, ha poi proseguito Lenzi. “Noi medici del Sant’Orsola collaboriamo da anni con il dipartimento di Bioingegneria dell’Alma Mater, ma ora abbiamo dato forma a un’unità operativa congiunta, costituita da bio-ingegneri e da chirurghi, e a un’unione fisica tra le due discipline. Il laboratorio è nell’area centrale del policlinico: qui stiamo costruendo il futuro della chirurgia fondata sull’interazione e integrazione non solo di conoscenze e di tecnologie, ma anche di risorse pubbliche e private”, sottolinea Claudio Marchetti, luminare e direttore dell’Unità operativa bolognese di chirurgia maxillo-facciale.

    Servono capitali importanti per acquistare strumentazioni come il simulatore che ricostruisce virtualmente il volto di ogni singolo paziente o il nuovo navigatore per intervenire in zone interne al cranio dove l’occhio umano non può arrivare. Ma non serviranno solo macchinari. “Serviranno sempre più ingegneri (biomedici) non solo nelle industrie ma anche negli ospedali”, è l’avviso ai giovani che lancia Marchetti.

    Questi sono i primi passi per capire come dovrà essere l’ospedale del futuro, capace di usare internet, l’intelligenza artificiale, i sensori e tutto l’hi-tech necessario curare sempre meglio e più velocemente. Questo nuovo sistema permetterà anche di curare anziani e pazienti cronici soprattutto nelle loro abitazioni, grazie a sistemi di sensori e software predittivi che comunicano in tempo reale con i medici. Anche gli esami clinici, almeno quelli di base, saranno fatti in casa, con dispositivi economici da usare in combinazione con lo smartphone. Per una sanità più efficiente e meno invasiva.

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