bracconaggio

  • Restano solo 500.000 elefanti

    Anche nei giorni che precedono e seguono la giornata mondiale dedicata alla salvaguardia dell’elefante, continua il massacro di questi favolosi animali, perché la strada che porta all’ ‘oro bianco’ è sempre battuta dai cacciatori, dai predatori. All’inizio del XX secolo erano stati censiti circa 3 milioni di elefanti, secondo le stime del Wwf, mentre oggi se ne contano al massimo 500.000 tra africani ed asiatici.

    Ogni anno vengono uccisi dai bracconieri oltre 30.000 elefanti, gli elefanti asiatici sono ancora più a rischio di estinzione di quelli africani in quanto ve ne sono solo 50.000 che vivono in libertà e ogni giorno sotto la pressione dell’espansione demografica umana si restringe il loro habitat naturale. Nonostante in Asia l’elefante rimanga il simbolo della saggezza la caccia all’avorio continua a farne preda ambita e preziosa.

    L’avorio, sul mercato dei contrabbandieri, vale almeno 700 dollari al chilo, la Cina è uno dei Paesi che richiede maggior avorio, anche se ultimamente ha formalmente aderito ai tanti appelli che da anni vengono levati nel mondo e avrebbe proibito il commercio dell’avorio stesso.

    Il bracconaggio però comtinua, rendendo sempre più problematica la sopravvivenza della specie, che ha una bassissima natalità (la femmina dell’elefante delle foreste diviene fertile solo a 20 anni e partorisce un elefantino ogni 5-6 anni, nella savana l’età fertile della femmina è a 12 anni, le nascite sono distanziate di 4 anni).

    Malgrado molti Paesi abbiano proibito il traffico dell’avorio, il Kenya ha anche fatto bruciare le zanne confiscate, il commercio illegale continua. Solo in Francia, nel 2016, la dogana ha confiscato 800 quintali di avorio.

  • In aumento le tigri in Nepal, per festeggiare il Tiger Day con una buona notizia

    Il 29 luglio è la Giornata Mondiale della Tigre per promuovere la difesa di questo affascinate felino a rischio di estinzione. Si calcola, infatti, che su tutto il pianeta, a causa della distruzione o trasformazione degli habitat e del bracconaggio, siano rimasti appena 3890 esemplari. Il WWF però ha voluto festeggiare la ricorrenza con una buona notizia. In Nepal, infatti, dal 2013 ad oggi la popolazione di questo straordinario felino è aumentata del 19%. Negli ultimi anni, per combattere la piaga del bracconaggio, il WWF ha utilizzato il sistema SMART (Spatial Monitoring and Reporting Tool), ovvero una combinazione di software, strumenti per la formazione e protocolli per il pattugliamento del territorio, finalizzati a supportare biologi e guardie nel monitoraggio degli animali, nell’identificazione delle minacce e nell’aumento dell’efficienza dei controlli anti-bracconaggio. E i risultati non si sono fatti attendere. In Nepal, appunto, le camera traps hanno supportato il Governo durante il censimento delle tigri e, proprio grazie a questi strumenti, è stata stimata la presenza di 235 individui, il 19% in più rispetto al 2013. In  Buthan, invece, il WWF sta lavorando su una serie di attività diverse per la tutela delle tigri e dei propri habitat. Durante l’ultimo censimento effettuato è stata stimata una popolazione di tigri di 103 individui. In Russia le camera traps sono state fondamentali per supportare il lavoro degli operatori sul campo e per raccogliere quante più informazioni possibili sulla tigre, a partire dalle tracce lasciate sulla neve. Secondo l’ultimo censimento, nell’area vive una popolazione stimata di 580 individui.

    Dato che non esistono due tigri con lo stesso manto e grazie alle immagini catturate dalle camera traps è possibile conoscere non solo il numero di esemplari presenti ma anche gli spostamenti all’interno delle aree.

  • Il bracconaggio ammazza la storia e la cultura del branco

    Su Facebook è stato pubblicato il seguente post che riprendiamo

    Questi sono solo alcuni tra i lupi recuperati morti dal Wolf Apennine Center negli ultimi anni e che le necroscopie hanno rilevato essere stati uccisi per mano diretta dell’uomo.
    Il bracconaggio, purtroppo, rimane una causa di morte molto elevata: circa il 30% degli individui recuperati nelle province di afferenza del Parco Nazionale (PR, RE, LU e MS) sono morti per persecuzione antropica attiva (veleno, laccio, colpo di arma da fuoco).Questo non significa che la stessa proporzione si possa applicare all’intera popolazione: i lupi morti per bracconaggio hanno infatti una probabilità di essere rinvenuti molto più bassa rispetto ai lupi morti per altre cause (ad es.: collisione con autoveicolo) e, per questo, è logico ritenere che il 30% rappresenti una forte sottostima.
    Tra i lupi ritratti in queste fotografie diversi erano individui adulti e, tra questi, uno era una femmina “gravida” morta in un laccio ma che probabilmente era sopravvissuta a una precedente fucilata (questo infatti ha evidenziato l’indagine necroscopica eseguita sul suo cadavere).
    E’ diventato così comune trovare un lupo ucciso per mano diretta dell’uomo che rischiamo di prendere l’abitudine di considerarlo “solo” come un numero da aggiornare sul nostro data-base, un nuovo record che si aggiunge ad una lista di casi che registriamo essere in aumento in questi ultimi anni.
    Dovremmo invece fermarci tutti almeno un attimo e ragionare su ciò che sta accadendo nel più totale silenzio, compreso sul fatto che quel singolo individuo probabilmente portava con sé una storia incredibilmente ricca di abitudini, conoscenze, saperi, trucchi e di rapporti sociali. Tutto questo noi lo apprendiamo anche attraverso le informazioni che ci arrivano dai radiocollari satellitari: vi assicuriamo che ad ogni fugace osservazione in natura di un lupo può celarsi una storia inimmaginabile di dispersal o di lotta per un po’ di spazio e per la stessa sopravvivenza.
    Per una specie culturale come il Lupo, la perdita di un individuo adulto membro del branco, determina anche la scomparsa di un bagaglio culturale fondamentale per la vita e la sopravvivenza dell’intero nucleo familiare.
    Noi pensiamo che il bracconaggio sia una pratica vigliacca e una vergogna per un paese civile e con questo post intendiamo richiamare attenzione sull’argomento affinché vengano presi seri provvedimenti e questi episodi non rimangano  nel silenzio di un data-base digitale. Il bracconaggio è un fenomeno difficile da quantificare e altrettanto arduo da reprimere. Contribuite anche voi a rompere il silenzio su questa pratica illegale.

  • Il Cheetah Conservation Fund segnala l’emergenza di traffico illegale nel Corno d’Africa con risvolti epidemici

    Riceviamo dal Cheetah Conservation Fund un comunicato stampa sul ritrovamento di alcuni cuccioli di ghepardo, vittime del traffico illegale e del bracconaggio, che il centro fondato in Namibia dall’antropologa americana Laurie Marker ha accolto e sta curando.

    Con 23 cuccioli di ghepardi intercettati nell’ambito del bracconaggio e attualmente in cura nel rifugio provvisorio di Hargeisa, il Cheetah Conservation Fund segnala l’emergenza bracconaggio nel Corno d’Africa, che assume proporzioni epidemiche. “Il CCF ha accolto dieci nuovi cuccioli negli ultimi 45 giorni; tutti si trovavano in pessime condizioni. Quattro sono stati trovati ad Hargeisa in una scatola di cartone. Due altri sono stati scoperti ad Erigavo, una regione remota del Somaliland, incatenati insieme al terreno, con corde strette intorno al collo. I tre precedenti sono stati recuperati da un contenitore giallo in plastica, senza acqua né cibo, e pochissimo ossigeno. Il cucciolo recuperato recentemente è stato intercettato ad Aynabo, legato sul fondo di un pick-up, pieno di pulci e molto spaventato”, ha dichiarato la Dr. Laurie Marker, Fondatrice e Direttore del CCF. Le nostre strutture per i cuccioli sono al limite delle loro capacità, e ci stiamo preparando a quanto succederà in seguito”.

    Dal mese di aprile del 2017, il CCF ha attivato una “casa sicura” per assistere il Ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Rurale del Somaliland (MoERD) e i suoi funzionari quando confiscano cuccioli catturati in Kenya, Somalia ed in Somaliland. I cuccioli vengono catturati e trasportati via Somaliland verso i suoi porti e poi in Yemen, e la maggior parte di essi riforniscono il mercato illegale del Medio Oriente. Una volta confiscati, i cuccioli vengono portati alla struttura del CCF, dove vengono sfamati, medicati e curati da un’équipe di volontari veterinari, studenti in veterinaria e addetti al benessere animale.

    “Mentre i funzionari del MoERD e gli studenti veterinari che abbiamo formato diventano sempre più efficienti nel loro impegno, ci rendiamo conto che il numero di animali da curare potrà solo aumentare. Il nostro rifugio provvisorio era stato concepito come soluzione temporanea, un luogo sicuro dove potevamo accudire i cuccioli in attesa del completamento di un santuario permanente. Ma il santuario non sarà disponibile in tempo utile, se dovremo fronteggiare la situazione attuale, e non saremo pronti a gestire un nuovo arrivo di cuccioli”, ha affermato la Dr. Marker.

    Per riuscire a fronteggiare questa emergenza, il CCF si appella alle aziende, alle fondazioni private, ai partner della conservazione e ai singoli perché si uniscano a questa lotta. Il CCF deve raccogliere almeno 10.000 USD al mese per sostenere le attività del rifugio temporaneo con tutte le cure dei cuccioli finché il nuovo santuario sarà pronto. Per completarlo, considerando i materiali di costruzione e la rete idrica ed elettrica, sono necessari altri 200.000 USD. Questi fondi di emergenza faranno sì che il CCF possa nutrire, alloggiare e fornire le cure veterinarie ai ghepardi confiscati al mercato clandestino, acquistando carne fresca (la spesa maggiore), i farmaci, i sostituti del latte artificiali, le vitamine e i integratori di calcio, i vaccini e le spese vive per i volontari, così come l’affitto e le utenze per l’attuale rifugio. Il peso della gestione di questa emergenza è tremendo, ma è assolutamente necessario, in quanto il CCF è l’unica organizzazione per la conservazione che lavora sul territorio in Somaliland, per i ghepardi ed altri animali. La Dr. Marker ritiene che in tal senso il CCF deve fare da apripista, e sottolinea quanto la situazione sia critica. “ Riteniamo che il numero di cuccioli catturati dai bracconieri del Corno d’Africa si aggiri sui 300 esemplari. Corrispondono allo stesso numero di ghepardi adulti che si trovano al di fuori dalle aree protette in questi Paesi, cioè dove i piccoli vengono catturati. A questo ritmo, i ghepardi saranno presto estinti localmente” afferma la Dr. Marker. “Abbiamo bisogno di aiuto per porre fine a questa emergenza prima che sia troppo tardi”.

    Fin dal 2005, il Cheetah Conservation Fund (CCF) ha iniziato a sorvegliare il traffico di ghepardi assistendo le autorità locali con le confische laddove possibile. Ad oggi, il CCF ha registrato centinaia di casi che coinvolgevano più di 1500 ghepardi, o parti di ghepardi. Di questi, meno del 20% sono sopravvissuti, mentre più del 30% sono stati dichiarati morti. La stragrande maggioranza del commercio di ghepardi vivi avviene tra l’Africa Orientale e la Penisola Arabica, dove i ghepardi sono considerati animali da compagnia popolari negli Stati del Golfo. I ghepardi catturati hanno origine in Etiopia, Kenya, Somalia e Somaliland, e vengono contrabbandati soprattutto dalle coste del Somaliland.

    Il CCF è una organizzazione non-profit con Quartier Generale in Namibia, con sedi negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, Italia, Belgio e nel Regno Unito, e con organizzazioni partner in molte altre nazioni. Fondato in Namibia nel 1990, Il Cheetah Conservation Fund è il leader globale della ricerca e conservazione dei ghepardi, dedito alla salvaguardia del ghepardo in natura. La missione del CCF è di essere riconosciuto come centro internazionale di eccellenza per la conservazione del ghepardo e del suo ecosistema, e lavora con tutti gli attori per sviluppare le migliori prassi in ricerca, educazione ed uso del territorio per farne trarre beneficio a tutte le specie, umani compresi. Per maggiori informazioni, visita: www.cheetah.org. 

  • Un asilo per rinoceronti ed elefanti in Kenya

    Dal 1977 nel Nairobi National Park esiste il The David Sheldrick Wildlife Trust, intitolato all’omonimo naturalista inglese, che si occupa della salvaguardia dei cuccioli di elefante e rinoceronte nero rimasti orfani per vis del bracconaggio. I piccoli vengono alllattati, svezzati, seguiti in tutto ciò di cui hanno bisogno e poi rimessi in libertà nel loro habitat naturale, entro lo spazio protetto del parco nazionale dello Tsavo.

    Un paio di anni fa, nell’ambito delle iniziative di contrasto al bracconaggio, furono date alle fiamme 105 tonnellate di avorio (provenienti da 8mila animali) e una tonnellata di corni di rinoceronte, per un valore stimato di 150 milioni di dollari. Il materiale accatastato nella pira accesa dal presidente Uhuru Kenyatta proveniva sia dalle zanne sequestrate a bracconieri e commercianti, sia da quelle raccolte dagli elefanti morti per cause naturali.

  • Per i lupi ormai è emergenza bracconaggio

    Uccisi, decapitati e poi esposti come trofei. E’ questa l’ultima orrenda moda di uccidere i lupi in Italia, secondo quanto denunciato dal WWF che fa riferimento ad un grave episodio di bracconaggio in Piemonte dove è stata ritrovata la testa di un lupo mozzata e appesa ad un cartello stradale. Non è la prima volta che ci si trova di fronte ad episodi di questo tipo: contro il lupo si è scatenata una caccia alle streghe senza frontiere e sembra di tornare indietro di 50 anni, quando i lupi venivano cacciati con ogni mezzo nei paesi e poi esposti, come fossero trofei. Per difendere il lupo bisogna agire tempestivamente e lavorare non solo per fermare il bracconaggio, ma anche per fare pressione a livello istituzionale affinché venga finalmente approvato il Piano di Gestione Conservazione del lupo in Italia.

     

  • La notizia degli elefanti uccisi in Botswana potrebbe essere una fake news

    87 elefanti massacrati in Botswana ritrovati tutti privi di zanne. L’annuncio era stato dato il 3 settembre dalla ong Elephants Without Borders i cui  membri, durante le operazioni di censimento quadriennale, hanno trovato i corpi martoriati dei pachidermi, solo esemplari maschi. Gli elefanti non sono stati uccisi tutti assieme ma nell’arco di alcuni mesi, dato che le carcasse presentano differenti stadi di decomposizione. La colpa, secondo EWB, è dei bracconieri che avrebbero rivenduto per migliaia di dollari le zanne al mercato nero. La notizia è di quelle che indignano e che fa il giro del mondo in poche ore ma, a quanto pare, non sarebbe del tutto vera, almeno stando al sito on line Africa ExPress che in un articolo del 12 settembre a firma di Sandro Pintus racconta una verità diversa.

    “Il fondatore e presidente di EWB, Mike Chase – si legge nell’articolo – aveva dichiarato che da una ricognizione aerea sono state contate 48 carcasse di elefante di varie età e cinque di questi pachidermi erano stati ammazzati nei giorni precedenti. ‘Si presume che siano stati vittime di bracconaggio – aveva specificato Chase – visto che è stato loro mutilato il muso per asportarne le zanne’. Secondo il fondatore di EWB è uno sbaglio la proposta di disarmare le squadre anti-bracconanaggio del Botswana. I ranger dei parchi nazionali sono ormai impotenti davanti all’attacco del bracconieri che si sono spostati dai Paesi vicini per predare gli elefanti a causa delle zanne. La prima smentita sul massacro di elefanti è arrivata dal governo del Botswana che ha contestato i dati di EWB definendoli “falsi e fuorvianti”. Dopo un altro rilevamento aereo è stato stabilito che i pachidermi non sono frutto di bracconaggio ma le cause della morte sono naturali o ritorsioni tra gruppi umani oppure frutto di predazione naturale. Resta però difficile da credere che non c’entri la caccia di frodo davanti agli animali morti e il muso mutilato.

    L’attacco pesante a Elephants Without Borders lo fa Survival, ong contraria al riarmo dei ranger che con troppa facilità sparano contro esseri umani sospettati di essere bracconieri. Tra questi anche immigrati illegali che entrano dallo Zimbabwe e gruppi tribali come i boscimani – minoranze difese dall’associazione – morti a causa del fuoco incrociato tra eco-guardie e bracconieri.

    In una nota l’associazione per i diritti dei popoli indigeni scrive che una notizia come la strage di elefanti in Botswana ‘é una massiccia fonte pubblicitaria per EWB che come risultato, presumibilmente, riceverà donazioni’.E fa una grave accusa: Elephants Without Borders è stata finanziata da Wilderness Safaris, azienda turistica presente in sei Paesi africani che gestisce campi di lusso. In Botswana è presente nella terra dei boscimani senza che sia stato loro chiesto il permesso. Nel Delta dell’Okavango possiede una quindicina di campi di lusso con tariffe che vanno da 450 a 2.000 USD a persona per notte.

    ‘La militarizzazione dei rangers per la protezione ambientale – afferma Survival – è fortemente promossa dalle ong che si occupano di ambiente le cui politiche sono di non far partecipare le popolazioni locali nelle decisioni’. Survival, che ha lanciato una campagna per boicottare il turismo in Botswana, continua: ‘In realtà non vogliono rinunciare al controllo di vaste aree dell’Africa e stanno ancora costruendo zone protette che vietano alle popolazioni locali, molte delle quali tribali, di accedere al loro territorio tradizionale’”.

  • Diamo più voce ai ghepardi

    Pubblichiamo di seguito un articolo di Patricia Tricorace tratto dal Blog del CCF (Cheetah Conservation Fund)

    Da quando il CCF è  venuto a conoscenza dell’impressionante volume di ghepardi vivi contrabbandati dal Corno d’Africa, con il commercio illegale di animali domestici ben 13 anni fa, abbiamo cercato di saperne molto di più. Sapevamo che dovevamo provare che il problema esisteva, e abbiamo iniziato a raccogliere dati che sarebbero stati utili a dimostrare i fatti.  I nostri dati sono stati cruciali per sollevare la questione nell’ambito degli organismi internazionali, così da introdurre il commercio illegale di ghepardi nell’agenda della 16a Conferenza delle Parti CITES nel 2013. Da allora, il CCF ha fatto immensi sforzi per creare partenariati. Il nostro obbiettivo: essere certi che il ghepardo abbia una voce….tanto meglio se più forte.

    Il traffico illegale di parti di animali, siano esse di avorio di elefanti, corni di rinoceronte, scaglie di pangolino o ossa di tigre, ha attratto l’attenzione del pubblico perché le immagini di animali morti colpiscono veramente il cuore. Tuttavia, poco si sa del’impatto sulla conservazione degli animali commercializzati, sia che si tratti di  commercio di animali da compagnia, o destinati a zoo privati o da intrattenimento. Nel caso dei ghepardi, nel momento in cui un cucciolo di pochi mesi viene strappato alla natura, le probabilità che possa ritornare alla vita selvatica sono pari a zero. Anche se esercitati alla caccia, i cuccioli orfani non avranno le abilità che solo una madre può insegnare, come riconoscere i suoi nemici, cercare l’acqua o creare il proprio areale. Inoltre, poiché i cuccioli sottratti alla natura illegalmente sono giovanissimi, tra le 6 e le 10 settimane di età, devono essere allevati dall’uomo. Di conseguenza, si abituano all’uomo e se vengono liberati possono avvicinare gli insediamenti umani, creando l’occasione di conflitti tra umani e animali selvatici.

    Noi del  CCF crediamo che oltre a curare i ghepardi che vengono sequestrati al traffico, dobbiamo porre fine a questo commercio, occupandoci di un aspetto cruciale: sensibilizzare globalmente sulle minacce che il commercio costituisce per la sopravvivenza del ghepardo, e non possiamo agire da soli. Per questo motivo, puntiamo ad agire attivamente a livello locale, nazionale ed Internazionale con le sedi istituzionali competenti, il che ci permette di scambiare informazioni e creare cooperazione. Dobbiamo concentrarci su tutti i settori che possono prendere misure contro il commercio di animali selvatici, includendo non solo i governi e le organizzazioni internazionali (IGO), bensì anche quelle non governative (ONG). Puntiamo anche al settore privato. Esploriamo alternative quali le banche che devono assumere un ruolo più attivo contro il traffico di animali selvatici tramite il monitoraggio di transazioni finanziarie sospette, e passiamo ore ed ore esaminando la Rete in cerca di mercati e social per individuare avvisi e pubblicità di vendite di ghepardi vivi.

    La nostra ricerca cibernetica ci ha dato la possibilità di incontrare altri attori preoccupati e ci ha aperto le porte alla illustrazione del problema dei ghepardi.

    Il 5 e 6 giugno ho avuto il privilegio di intervenire nel seminario Cyber-Enabled Wildlife Crime a Lione, in Francia, ospitato dall’INTERPOL e dal nostro partner di lunga data, l’International Fund for Animal Welfare (IFAW). L’importanza di questo seminario non può essere abbastanza sottolineato, in quanto comprendeva partecipanti dei più svariati settori: società tecnologiche online, agenzie delle forze dell’Ordine, politici e decisori politici, ONG, oltre che accademici. Ho imparato così tanto su società di IT come eBay, Etsy, Facebook, Google, e Instagram; da IGO  quali i partner  ICCWC INTERPOL, CITES e UNODC (United States Office for Drugs and Crime), e anche dalle nostre partner ONG quali  IFAW, WCS (Wildlife Conservation Society) e  WWF/TRAFFIC.

    Grazie a questo seminario, ogni settore ha avuto la possibilità di condividere informazioni su ciò che facciamo, come lo facciamo, e perché. Abbiamo potuto anche discutere delle nostre necessità, e le opportunità potenziali di collaborazioni trasversali tra diversi settori e le migliori prassi. Comprendere gli ostacoli che dobbiamo affrontare quando facciamo il nostro lavoro è cruciale. Gli ostacoli possono spaziare da problemi di privacy e dì sicurezza, fino a leggi nazionali inadeguate e il numero incredibile di specie animali e vegetali (più  di 30.000!) elencati negli allegati CITES, di cui molti vengono commercializzati via Internet illegalmente, mentre altri possono essere venduti legalmente in circostanze particolari.

    A conclusione dei due giorni di incontro, tutti noi ci siamo lasciati con una maggiore conoscenza e volontà di miglioramento delle comunicazioni e della collaborazione, avendo tutti  individuato che questa esiste. Ci siamo anche accordati sul fatto che è necessario comunicare tra settori scambiando informazioni  perché queste possono contribuire ad aumentare la sensibilizzazione trasversale tra consumatori e management. Infine, tutti hanno riconosciuto la necessità di un  uso più efficace delle risorse già alquanto limitate. Il lavoro è appena iniziato.

    Subito dopo il seminario INTERPOL, ho fatto una breve deviazione per incontrare i colleghi del Corno d’Africa, (HoA), partecipando ad una riunione all’Aja. Il Corno d’Africa è al centro delle nostre preoccupazioni quando si tratta di combattere il commercio illegale di ghepardi, perché molti ghepardi selvatici vengono contrabbandati dall’Etiopia attraverso la Somalia per poi riversarsi sulla Penisola Arabica. La breve visita mi ha permesso di essere aggiornata sulla creazione del Horn of Africa Wildlife Enforcement Network, o HAWEN, che sarà un partner essenziale per i nostri sforzi in quella regione. HAWEN è stato istituito lo scorso novembre con il sostegno di attori cruciali che comprendono  IFAW, la sede nazionale dell’IUCN dei Paesi Bassi e il governo nederlandese.

    Durante entrambe le riunioni, ho ribadito il profondo impegno del CCF nella lotta al traffico illegale di animali selvatici, così come la nostra disponibilità a continuare a collaborare con tutti gli attori secondo le nostre risorse. Il nostro obbiettivo è quello di far sì che la voce del ghepardo risuoni in tutte le persone e istituzioni che avremo l’occasione di incontrare.

  • Fuori legge tre prodotti in avorio su quattro venduti nella Ue

    Buona parte dell’avorio comprato e venduto in Europa arriva dal bracconaggio e contribuisce a spingere gli elefanti verso l’estinzione, secondo quanto denuncia l’organizzazione Avaaz. Dopo aver comprato in 10 Paesi europei 109 oggetti fatti di avorio e averli fatti datare con un esame al carbonio 14 dall’Università di Oxford, Avaaz ha scoperto che il 74% di quegli oggetti era di provenienza illegale (in Italia gli oggetti acquistati sono stati 4 e tutti si sono rivelati illegali).

    Per dare visibilità ai risultati dello studio, pubblicati in un rapporto di 84 pagine, Avaaz ha realizzato un presidio di fronte alla Commissione Ue, mostrando i pezzi analizzati e il commissario all’Ambiente Karmenu Vella si è presentato per parlare con gli attivisti. “Un contributo molto utile”, ha scritto poco dopo su Twitter, pubblicando una foto dell’incontro e sottolineando che “proteggere la vita degli elefanti è una priorità”.

    Capire se un oggetto è illegale e frutto di bracconaggio è semplice. L’uccisione degli elefanti è vietata da tempo, perciò soltanto il commercio dell’avorio antico è ammesso. La normativa europea permette il commercio senza restrizioni esclusivamente di quello lavorato prima del 1947. Quello risalente al periodo compreso tra 1947 e il 1990 può essere venduto solo se accompagnato da un certificato che ne dimostri la provenienza, mentre è proibita la vendita di tutto l’avorio risalente a dopo il 1990.

    Ogni anno, sottolinea Avaaz, vengono uccisi oltre 30.000 elefanti, e il loro numero nella savana africana è diminuito di un terzo tra il 2008 e il 2016. “Senza provvedimenti – sottolinea Bert Wander, direttore della campagna – potremmo vedere gli elefanti estinguersi nel giro di qualche decennio. E non credo che nessuno in Europa voglia questo».

  • Un nuovo pericolo per l’ecosistema

    Gli animali selvatici sono sempre più a rischio e la loro scomparsa crea gravi problemi all’ecosistema: dalla catena alimentare alla conservazione dell’ambiente. In tutta l’Africa sono rimasti solo 20.000 leoni, il loro numero negli ultimi decenni è calato dell’80% a causa degli agenti inquinanti utilizzati in agricoltura che a loro volta portano alla morte di erbivori. A questo grande problema si aggiunge la diffusione di bocconi avvelenati, messi nelle carcasse si animali uccisi e lasciati lì per attirare i leoni, anche nelle zone protette delle riserve come il Maasai Mara in Kenya o nel Queen Elizabeth National Park in Uganda dove sono stati praticamente sterminati i leoni che vivono sugli alberi, come riporta un articolo di Farina sul Corriere della Sera. E’ certamente un problema da risolvere quello della convivenza tra agricoltori, pastori e animali selvatici ma la distruzione della fauna selvatica porta danni irreparabili non solo all’economia del turismo ma proprio alla conservazione del territorio. Nonostante il bestiame ucciso sia pagato ai proprietari da Big Life, lo sterminio dei leoni continua così come in Italia continua lo sterminio dei lupi nonostante la Comunità europea risarcisca i capi di bestiami eventualmente uccisi.

    Secondo le stime del WWF e dell’African Wildlife Foundation si calcola che le 2050 i leoni potrebbero essere estinti e per gli elefanti il pericolo è ancora più imminente, le stesse giraffe sono calate del 40% e si parla di 4.000 specie che rischiano di scomparire. La perdita di habitat infatti colpisce tutti gli animali selvatici e la sparizione degli animali è, insieme al cambiamento climatico, uno dei più grandi pericoli per l’ambiente e perciò nel tempo per l’uomo. Se ai problemi di cui sopra aggiungiamo quelli derivanti dal bracconaggio che porta addirittura i bracconieri ad uccidere le guardie che tutelano i parchi si comprende bene come il problema stia diventando sempre più grave nonostante vi siano mote persone che dedicano la loro vita alla salvaguardia della natura e degli animali, tra questi ricordiamo Laurie Marker. La professoressa Marker nel 1990 ha aperto in Namibia il Cheetah Conservation Fund, centro di ricerca che si occupa della salvaguardia e cura dei ghepardi, specie a rischio di estinzione.

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