bracconaggio

  • Per i lupi ormai è emergenza bracconaggio

    Uccisi, decapitati e poi esposti come trofei. E’ questa l’ultima orrenda moda di uccidere i lupi in Italia, secondo quanto denunciato dal WWF che fa riferimento ad un grave episodio di bracconaggio in Piemonte dove è stata ritrovata la testa di un lupo mozzata e appesa ad un cartello stradale. Non è la prima volta che ci si trova di fronte ad episodi di questo tipo: contro il lupo si è scatenata una caccia alle streghe senza frontiere e sembra di tornare indietro di 50 anni, quando i lupi venivano cacciati con ogni mezzo nei paesi e poi esposti, come fossero trofei. Per difendere il lupo bisogna agire tempestivamente e lavorare non solo per fermare il bracconaggio, ma anche per fare pressione a livello istituzionale affinché venga finalmente approvato il Piano di Gestione Conservazione del lupo in Italia.

     

  • La notizia degli elefanti uccisi in Botswana potrebbe essere una fake news

    87 elefanti massacrati in Botswana ritrovati tutti privi di zanne. L’annuncio era stato dato il 3 settembre dalla ong Elephants Without Borders i cui  membri, durante le operazioni di censimento quadriennale, hanno trovato i corpi martoriati dei pachidermi, solo esemplari maschi. Gli elefanti non sono stati uccisi tutti assieme ma nell’arco di alcuni mesi, dato che le carcasse presentano differenti stadi di decomposizione. La colpa, secondo EWB, è dei bracconieri che avrebbero rivenduto per migliaia di dollari le zanne al mercato nero. La notizia è di quelle che indignano e che fa il giro del mondo in poche ore ma, a quanto pare, non sarebbe del tutto vera, almeno stando al sito on line Africa ExPress che in un articolo del 12 settembre a firma di Sandro Pintus racconta una verità diversa.

    “Il fondatore e presidente di EWB, Mike Chase – si legge nell’articolo – aveva dichiarato che da una ricognizione aerea sono state contate 48 carcasse di elefante di varie età e cinque di questi pachidermi erano stati ammazzati nei giorni precedenti. ‘Si presume che siano stati vittime di bracconaggio – aveva specificato Chase – visto che è stato loro mutilato il muso per asportarne le zanne’. Secondo il fondatore di EWB è uno sbaglio la proposta di disarmare le squadre anti-bracconanaggio del Botswana. I ranger dei parchi nazionali sono ormai impotenti davanti all’attacco del bracconieri che si sono spostati dai Paesi vicini per predare gli elefanti a causa delle zanne. La prima smentita sul massacro di elefanti è arrivata dal governo del Botswana che ha contestato i dati di EWB definendoli “falsi e fuorvianti”. Dopo un altro rilevamento aereo è stato stabilito che i pachidermi non sono frutto di bracconaggio ma le cause della morte sono naturali o ritorsioni tra gruppi umani oppure frutto di predazione naturale. Resta però difficile da credere che non c’entri la caccia di frodo davanti agli animali morti e il muso mutilato.

    L’attacco pesante a Elephants Without Borders lo fa Survival, ong contraria al riarmo dei ranger che con troppa facilità sparano contro esseri umani sospettati di essere bracconieri. Tra questi anche immigrati illegali che entrano dallo Zimbabwe e gruppi tribali come i boscimani – minoranze difese dall’associazione – morti a causa del fuoco incrociato tra eco-guardie e bracconieri.

    In una nota l’associazione per i diritti dei popoli indigeni scrive che una notizia come la strage di elefanti in Botswana ‘é una massiccia fonte pubblicitaria per EWB che come risultato, presumibilmente, riceverà donazioni’.E fa una grave accusa: Elephants Without Borders è stata finanziata da Wilderness Safaris, azienda turistica presente in sei Paesi africani che gestisce campi di lusso. In Botswana è presente nella terra dei boscimani senza che sia stato loro chiesto il permesso. Nel Delta dell’Okavango possiede una quindicina di campi di lusso con tariffe che vanno da 450 a 2.000 USD a persona per notte.

    ‘La militarizzazione dei rangers per la protezione ambientale – afferma Survival – è fortemente promossa dalle ong che si occupano di ambiente le cui politiche sono di non far partecipare le popolazioni locali nelle decisioni’. Survival, che ha lanciato una campagna per boicottare il turismo in Botswana, continua: ‘In realtà non vogliono rinunciare al controllo di vaste aree dell’Africa e stanno ancora costruendo zone protette che vietano alle popolazioni locali, molte delle quali tribali, di accedere al loro territorio tradizionale’”.

  • Diamo più voce ai ghepardi

    Pubblichiamo di seguito un articolo di Patricia Tricorace tratto dal Blog del CCF (Cheetah Conservation Fund)

    Da quando il CCF è  venuto a conoscenza dell’impressionante volume di ghepardi vivi contrabbandati dal Corno d’Africa, con il commercio illegale di animali domestici ben 13 anni fa, abbiamo cercato di saperne molto di più. Sapevamo che dovevamo provare che il problema esisteva, e abbiamo iniziato a raccogliere dati che sarebbero stati utili a dimostrare i fatti.  I nostri dati sono stati cruciali per sollevare la questione nell’ambito degli organismi internazionali, così da introdurre il commercio illegale di ghepardi nell’agenda della 16a Conferenza delle Parti CITES nel 2013. Da allora, il CCF ha fatto immensi sforzi per creare partenariati. Il nostro obbiettivo: essere certi che il ghepardo abbia una voce….tanto meglio se più forte.

    Il traffico illegale di parti di animali, siano esse di avorio di elefanti, corni di rinoceronte, scaglie di pangolino o ossa di tigre, ha attratto l’attenzione del pubblico perché le immagini di animali morti colpiscono veramente il cuore. Tuttavia, poco si sa del’impatto sulla conservazione degli animali commercializzati, sia che si tratti di  commercio di animali da compagnia, o destinati a zoo privati o da intrattenimento. Nel caso dei ghepardi, nel momento in cui un cucciolo di pochi mesi viene strappato alla natura, le probabilità che possa ritornare alla vita selvatica sono pari a zero. Anche se esercitati alla caccia, i cuccioli orfani non avranno le abilità che solo una madre può insegnare, come riconoscere i suoi nemici, cercare l’acqua o creare il proprio areale. Inoltre, poiché i cuccioli sottratti alla natura illegalmente sono giovanissimi, tra le 6 e le 10 settimane di età, devono essere allevati dall’uomo. Di conseguenza, si abituano all’uomo e se vengono liberati possono avvicinare gli insediamenti umani, creando l’occasione di conflitti tra umani e animali selvatici.

    Noi del  CCF crediamo che oltre a curare i ghepardi che vengono sequestrati al traffico, dobbiamo porre fine a questo commercio, occupandoci di un aspetto cruciale: sensibilizzare globalmente sulle minacce che il commercio costituisce per la sopravvivenza del ghepardo, e non possiamo agire da soli. Per questo motivo, puntiamo ad agire attivamente a livello locale, nazionale ed Internazionale con le sedi istituzionali competenti, il che ci permette di scambiare informazioni e creare cooperazione. Dobbiamo concentrarci su tutti i settori che possono prendere misure contro il commercio di animali selvatici, includendo non solo i governi e le organizzazioni internazionali (IGO), bensì anche quelle non governative (ONG). Puntiamo anche al settore privato. Esploriamo alternative quali le banche che devono assumere un ruolo più attivo contro il traffico di animali selvatici tramite il monitoraggio di transazioni finanziarie sospette, e passiamo ore ed ore esaminando la Rete in cerca di mercati e social per individuare avvisi e pubblicità di vendite di ghepardi vivi.

    La nostra ricerca cibernetica ci ha dato la possibilità di incontrare altri attori preoccupati e ci ha aperto le porte alla illustrazione del problema dei ghepardi.

    Il 5 e 6 giugno ho avuto il privilegio di intervenire nel seminario Cyber-Enabled Wildlife Crime a Lione, in Francia, ospitato dall’INTERPOL e dal nostro partner di lunga data, l’International Fund for Animal Welfare (IFAW). L’importanza di questo seminario non può essere abbastanza sottolineato, in quanto comprendeva partecipanti dei più svariati settori: società tecnologiche online, agenzie delle forze dell’Ordine, politici e decisori politici, ONG, oltre che accademici. Ho imparato così tanto su società di IT come eBay, Etsy, Facebook, Google, e Instagram; da IGO  quali i partner  ICCWC INTERPOL, CITES e UNODC (United States Office for Drugs and Crime), e anche dalle nostre partner ONG quali  IFAW, WCS (Wildlife Conservation Society) e  WWF/TRAFFIC.

    Grazie a questo seminario, ogni settore ha avuto la possibilità di condividere informazioni su ciò che facciamo, come lo facciamo, e perché. Abbiamo potuto anche discutere delle nostre necessità, e le opportunità potenziali di collaborazioni trasversali tra diversi settori e le migliori prassi. Comprendere gli ostacoli che dobbiamo affrontare quando facciamo il nostro lavoro è cruciale. Gli ostacoli possono spaziare da problemi di privacy e dì sicurezza, fino a leggi nazionali inadeguate e il numero incredibile di specie animali e vegetali (più  di 30.000!) elencati negli allegati CITES, di cui molti vengono commercializzati via Internet illegalmente, mentre altri possono essere venduti legalmente in circostanze particolari.

    A conclusione dei due giorni di incontro, tutti noi ci siamo lasciati con una maggiore conoscenza e volontà di miglioramento delle comunicazioni e della collaborazione, avendo tutti  individuato che questa esiste. Ci siamo anche accordati sul fatto che è necessario comunicare tra settori scambiando informazioni  perché queste possono contribuire ad aumentare la sensibilizzazione trasversale tra consumatori e management. Infine, tutti hanno riconosciuto la necessità di un  uso più efficace delle risorse già alquanto limitate. Il lavoro è appena iniziato.

    Subito dopo il seminario INTERPOL, ho fatto una breve deviazione per incontrare i colleghi del Corno d’Africa, (HoA), partecipando ad una riunione all’Aja. Il Corno d’Africa è al centro delle nostre preoccupazioni quando si tratta di combattere il commercio illegale di ghepardi, perché molti ghepardi selvatici vengono contrabbandati dall’Etiopia attraverso la Somalia per poi riversarsi sulla Penisola Arabica. La breve visita mi ha permesso di essere aggiornata sulla creazione del Horn of Africa Wildlife Enforcement Network, o HAWEN, che sarà un partner essenziale per i nostri sforzi in quella regione. HAWEN è stato istituito lo scorso novembre con il sostegno di attori cruciali che comprendono  IFAW, la sede nazionale dell’IUCN dei Paesi Bassi e il governo nederlandese.

    Durante entrambe le riunioni, ho ribadito il profondo impegno del CCF nella lotta al traffico illegale di animali selvatici, così come la nostra disponibilità a continuare a collaborare con tutti gli attori secondo le nostre risorse. Il nostro obbiettivo è quello di far sì che la voce del ghepardo risuoni in tutte le persone e istituzioni che avremo l’occasione di incontrare.

  • Fuori legge tre prodotti in avorio su quattro venduti nella Ue

    Buona parte dell’avorio comprato e venduto in Europa arriva dal bracconaggio e contribuisce a spingere gli elefanti verso l’estinzione, secondo quanto denuncia l’organizzazione Avaaz. Dopo aver comprato in 10 Paesi europei 109 oggetti fatti di avorio e averli fatti datare con un esame al carbonio 14 dall’Università di Oxford, Avaaz ha scoperto che il 74% di quegli oggetti era di provenienza illegale (in Italia gli oggetti acquistati sono stati 4 e tutti si sono rivelati illegali).

    Per dare visibilità ai risultati dello studio, pubblicati in un rapporto di 84 pagine, Avaaz ha realizzato un presidio di fronte alla Commissione Ue, mostrando i pezzi analizzati e il commissario all’Ambiente Karmenu Vella si è presentato per parlare con gli attivisti. “Un contributo molto utile”, ha scritto poco dopo su Twitter, pubblicando una foto dell’incontro e sottolineando che “proteggere la vita degli elefanti è una priorità”.

    Capire se un oggetto è illegale e frutto di bracconaggio è semplice. L’uccisione degli elefanti è vietata da tempo, perciò soltanto il commercio dell’avorio antico è ammesso. La normativa europea permette il commercio senza restrizioni esclusivamente di quello lavorato prima del 1947. Quello risalente al periodo compreso tra 1947 e il 1990 può essere venduto solo se accompagnato da un certificato che ne dimostri la provenienza, mentre è proibita la vendita di tutto l’avorio risalente a dopo il 1990.

    Ogni anno, sottolinea Avaaz, vengono uccisi oltre 30.000 elefanti, e il loro numero nella savana africana è diminuito di un terzo tra il 2008 e il 2016. “Senza provvedimenti – sottolinea Bert Wander, direttore della campagna – potremmo vedere gli elefanti estinguersi nel giro di qualche decennio. E non credo che nessuno in Europa voglia questo».

  • Un nuovo pericolo per l’ecosistema

    Gli animali selvatici sono sempre più a rischio e la loro scomparsa crea gravi problemi all’ecosistema: dalla catena alimentare alla conservazione dell’ambiente. In tutta l’Africa sono rimasti solo 20.000 leoni, il loro numero negli ultimi decenni è calato dell’80% a causa degli agenti inquinanti utilizzati in agricoltura che a loro volta portano alla morte di erbivori. A questo grande problema si aggiunge la diffusione di bocconi avvelenati, messi nelle carcasse si animali uccisi e lasciati lì per attirare i leoni, anche nelle zone protette delle riserve come il Maasai Mara in Kenya o nel Queen Elizabeth National Park in Uganda dove sono stati praticamente sterminati i leoni che vivono sugli alberi, come riporta un articolo di Farina sul Corriere della Sera. E’ certamente un problema da risolvere quello della convivenza tra agricoltori, pastori e animali selvatici ma la distruzione della fauna selvatica porta danni irreparabili non solo all’economia del turismo ma proprio alla conservazione del territorio. Nonostante il bestiame ucciso sia pagato ai proprietari da Big Life, lo sterminio dei leoni continua così come in Italia continua lo sterminio dei lupi nonostante la Comunità europea risarcisca i capi di bestiami eventualmente uccisi.

    Secondo le stime del WWF e dell’African Wildlife Foundation si calcola che le 2050 i leoni potrebbero essere estinti e per gli elefanti il pericolo è ancora più imminente, le stesse giraffe sono calate del 40% e si parla di 4.000 specie che rischiano di scomparire. La perdita di habitat infatti colpisce tutti gli animali selvatici e la sparizione degli animali è, insieme al cambiamento climatico, uno dei più grandi pericoli per l’ambiente e perciò nel tempo per l’uomo. Se ai problemi di cui sopra aggiungiamo quelli derivanti dal bracconaggio che porta addirittura i bracconieri ad uccidere le guardie che tutelano i parchi si comprende bene come il problema stia diventando sempre più grave nonostante vi siano mote persone che dedicano la loro vita alla salvaguardia della natura e degli animali, tra questi ricordiamo Laurie Marker. La professoressa Marker nel 1990 ha aperto in Namibia il Cheetah Conservation Fund, centro di ricerca che si occupa della salvaguardia e cura dei ghepardi, specie a rischio di estinzione.

  • A scuola di antibracconaggio grazie ad un accordo tra ENCI e Carabinieri

    Si chiamano Mora, Furia, Titam, Kenia, Africa, Dingo, India, Lapa e Puma, ovvero tre cani di razza labrador e sei pastore belga malinois che grazie a delle tecniche specializzate contribuiranno a contrastare il bracconaggio. E tre di loro, come riportato da AnmviOggi,  erano alla conferenza stampa dello scorso 26 aprile in cui è stata presentata la Scuola di Alta Formazione Anti Bracconaggio (Safa) presso il Comando Generale Unità Forestali Ambientali Agroalimentari Arma dei Carabinieri (Cufaa) di Roma. Durante l’incontro è stata fatta anche una piccola dimostrazione pratica sulle tecniche addestrative utilizzate. Il presidente dell’ENCI Dino Muto ha sottolineato come l’Ente Nazionale Cinofilia Italiana, che è partner attiva del progetto, negli ultimi anni abbia allargato il ventaglio delle proprie azioni per la valorizzazione ed impiego del cane di razza anche e soprattutto in contesti di utilità sociale attraverso un percorso di confronto internazionale con alcuni fra i migliori professionisti dei vari settori operativi e che procede di pari passo con la partecipazione a diversi tavoli istituzionali che Enci ha aperto con gli istituti e gli enti che operano nel settore della gestione e conservazione della fauna.

  • Quasi 200 assassinii nelle fila degli ambientalisti nel 2017

    Il 75enne geografo americano Esmond Bradley Martin, ucciso con una pugnalata a Nairobi all’inizio di febbraio, è l’ultima vittima di una lunga serie di assassini, catalogata dalla Ong Global Witness in collaborazione con il quotidiano britannico The Guardian, tra le fila di quanti si adoperano per proteggere la natura così come è. Il nemico numero uno di bracconieri e contrabbandieri impegnati in traffici illegali di avorio va infatti ad aggiungersi a 197 defenders assassinati nel 2017 per il loro impegno nel proteggere la natura e la terra contro trafficanti, imprese e governi. Ed il problema non investe solo l’Africa: in Spagna due poliziotti rurali sono stati uccisi da un cacciatore dal grilletto facile. Guardando all’elenco, non c’è praticamente angolo del pianeta che non abbia registrato delitti riconducibili a questa matrice: dagli indigeni in Amazzonia ai rangers della Repubblica democratica del Congo, passando dalle Filippine, il Paese più letale per ambientalisti e difensori della terra (41 morti); in Colombia sono stati uccisi 32 attivisti, in Messico 15, in Brasile 46

    Se il 60% degli omicidi contro i defenders è imputabile agli interessi del business agricolo o minerario, la ong Global Witness evidenzia però anche alcuni dati positivi: dopo 4 anni di crescita, nel 2017 il numero di omicidi in Honduras e Nicaragua è rimasto stabile mentre la Dutch Development Bank, che aveva finanziato una diga in Honduras ha annunciato maggior ponderazione degli investimenti in seguito all’assassinio di un’attivista che contestava la costruzione di una diga in Honduras resa possibile dai finanziamenti della banca d’investimenti olandese.

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