Brasile

  • La Cina spinge al record l’export di carne bovina del Brasile

    Le esportazioni di carne brasiliana hanno registrato volumi e vendite record nel 2019. In particolare dopo l’accelerazione della domanda cinese le vendite di proteine brasiliane hanno registrato un’impennata. Lo ha reso noto l’Associazione brasiliana per l’esportazione di carne (Abiec) riferendo che il Brasile ha chiuso lo scorso anno con 1,8 milioni di tonnellate di carne bovina esportata, in crescita del 12,4% su base annua, generando ricavi per 7,6 miliardi di dollari, in crescita del 15,5% rispetto al 2018. 

    «I numeri mostrano quanto la carne brasiliana sia ben accettata e abbia una buona competitività all’estero», ha dichiarato il presidente dell’Abiec, Antonio Jorge Camardelli, in una nota diffusa alla stampa.

    Nel 2019 la Cina ha consolidato la sua posizione come maggiore acquirente di carne brasiliana, con una quota del 26,7% del volume complessivo di merce esportata. Secondo i dati della Abiec, rispetto al 2018 le esportazioni nel paese asiatico sono aumentate del 53,2% in volume, raggiungendo le 494.078 tonnellate, e dell’80% in termini di entrate totalizzando 2,67 miliardi di dollari. L’aumento della domanda è stato causato anche della diffusione di peste suina che ha ridotto di oltre il 40% la popolazione animale negli allevamenti del Paese. Pertanto, oltre al record per la carne bovina, le esportazioni di carne di maiale dal Brasile hanno raggiunto i massimi storici nel 2019, secondo i dati pubblicati il 7 gennaio dall’Associazione brasiliana di proteine animali (Abpa).

  • La politica agricola di Bolsonaro manda in fumo l’Amazzonia

    L’Amazzonia è l’ultima area in ordine di tempo ad andare in fiamme quest’estate, dopo Siberia, Isole Canarie, Alaska, e Groenlandia. In Siberia sono bruciate ad agosto oltre 5 milioni di ettari di foreste, una superficie pari a poco meno della metà dell’intero patrimonio forestale italiano. Nelle Isole Canarie le fiamme hanno costretto alla fuga oltre 8.000 persone. Solo pochi giorni prima vasti incendi hanno interessato Alaska e Groenlandia.

    L’incendio negli stati brasiliani di Amazonas, Rondonia, Mato Grosso, Parà e anche nella parte dell’Amazzonia che ricade sotto il Paraguay colpisce però la foresta pluviale amazzonica, la più grande foresta tropicale del mondo. Dall’inizio dell’anno nella foresta pluviale amazzonica sono stati registrati circa 75mila eventi incendiari, un numero record, quasi il doppio rispetto al numero d’incendi nello stesso periodo del 2018. L’istituto nazionale per la ricerca spaziale (INPE) ha rilevato che a luglio sono andati in fumo 225mila ettari di foresta pluviale amazzonica, anche questo un dato senza precedenti, il triplo rispetto a quelli del luglio 2018.

    La foresta pluviale amazzonica non prende fuoco per cause naturali, perché rimane umida per gran parte dell’anno. Gli incendi – secondo le istituzioni di ricerca e le organizzazioni non governative che operano in Amazzonia – sono da ricondurre agli agricoltori e alle grandi imprese zootecniche e agro-industriali, che usano il metodo, illegale, “taglia e brucia” per liberare la terra, non solo dalla vegetazione, ma anche dalle popolazioni locali e indigene. Gli alberi vengono tagliati nei mesi di luglio e agosto, lasciati in campo per perdere umidità, successivamente bruciati, con l’idea che le ceneri possano fertilizzare il terreno. Quando ritorna la stagione delle piogge, l’umidità del terreno denudato favorisce lo sviluppo di vegetazione nuova per il bestiame.

    L’allevamento del bestiame è responsabile dell’80% della deforestazione in corso nella foresta pluviale amazzonica. Una parte significativa dell’offerta globale di carne bovina, compresa gran parte dell’offerta di carne in scatola in Europa, proviene da terreni che un tempo erano la foresta pluviale amazzonica.

    Gli incendi sono poi favoriti e sostenuti dalle condizioni climatiche estreme, da ondate di calore prolungate e intense e da siccità prolungate, insolite per questa parte del mondo. L’amministrazione USA per gli oceani e l’atmosfera (NOAA) ha comunicato lo scorso luglio è stato il luglio più caldo mai registrato da quando sono in uso gli strumenti per la misurazione del clima. Nella lista dei cinque mesi di luglio più caldi, appaiono quelli degli ultimi cinque anni. Questo non vale solo per l’emisfero settentrionale, dove in questo momento è estate, ma in tutto il mondo.

    La distruzione e il degrado del manto forestale avrà importanti conseguenze nella regione. Senza alberi e senza vegetazione che svolgono la funzione di ancorare il terreno e di trattenere l’umidità, la vegetazione sottostante può seccarsi, facilitando la combustione. Senza gli alberi, che attraverso la traspirazione liberano un enorme volume di acqua ed emettono sostanze chimiche che lo fanno condensare, diminuiranno le piogge.

    In questo momento, l’Amazzonia è stata disboscata per oltre il 15% rispetto al suo stato iniziale (epoca pre-umana). Gli scienziati sono preoccupati che se il disboscamento dovesse raggiungere il 25%, non ci saranno abbastanza alberi per mantenere l’equilibrio del ciclo dell’acqua. La regione attraverserà un punto critico ed eventualmente evolvere verso la savana. Ciò avrebbe enormi conseguenze anche per il resto del mondo. La foresta pluviale amazzonica produce enormi quantità di ossigeno. La sua vegetazione trattiene miliardi di tonnellate di carbonio nella vegetazione, nella lettiera e nel suolo, che potrebbero ossidarsi e liberarsi in atmosfera, aumentando l’effetto serra.

    L’Amazzonia è anche un hotspot della biodiversità e include il luogo più ricco di biodiversità sulla Terra, rendendo la sua conservazione una questione chiave per arrestare l’estinzione  estinzioni di piante e animali. Centinaia di migliaia di indigeni in oltre 400 tribù vivono in Amazzonia e fanno affidamento sulla foresta pluviale per sostenere le loro vite e preservare le loro culture.

    Alla radice di quest’aumento di incendi e deforestazione in Brasile molti vedono gli indirizzi che il nuovo governo di Brasilia ha voluto rispetto alle politiche di conservazione avviate dai governi precedenti: allevatori e imprenditori agricoli si sentono incoraggiati e sostenuti ad avviare attività di ‘sviluppo’ in territori coperti da foreste, molti dei quali sono territori indigeni. Negli ultimi giorni è arrivata la decisione dei governi norvegese e statunitense di interrompere il finanziamento dei progetti di conservazione delle foreste di fronte alla ripresa della deforestazione.

    Secondo l’IPCC la gestione delle aree agricole (specialmente la coltivazione per sommersione del riso) e l’allevamento di bestiame producono circa l’11% delle emissioni globali.  In totale, un quarto delle emissioni globali di gas serra.

  • Venezuelan scavengers vie with vultures for Brazilian trash

    PACARAIMA, Brazil (Reuters) – Surrounded by vultures perched on trees awaiting their turn, Venezuelan migrants scrape out a living scavenging for metal, plastic, cardboard and food in a Brazilian border town’s rubbish dump.

    Trapped in a wasteland limbo, they barely make enough to feed their families and cannot afford a bus ticket to get away and find regular work in Brazilian cities to the south. They blame leftist President Nicolas Maduro for mismanaging their oil-producing nation’s economy and causing the deep crisis that has driven several million Venezuelans to emigrate across Latin America.

    “I left because I was dying of hunger. We are trying to get ahead looking through this rubbish. Every night I pray to God to take me out of here,” said Rosemary Tovar, a 23-year-old mother from Caracas.

    Tens of thousands of Venezuelans have fled the political and economic upheaval in their country through Pacaraima, the only road crossing to Brazil, overloading social services and causing tension in the northern border state of Roraima. More than 40,000 Venezuelans have swollen the population of state capital Boa Vista by 11 percent, Mayor Tereza Surita told Reuters. The influx has also been a headache for Brazil’s new, far-right government of President Jair Bolsonaro, who has so far resisted U.S. pressure to take a more forceful attitude against Maduro. About 3.7 million people have left Venezuela in recent years, mostly via its western neighbour Colombia, according to the World Bank. A dozen Venezuelans scramble to grab bags of rubbish that tumble from the Pacaraima trash truck twice a day. They then sift through the piles as fetid plumes of smoke rise from the smouldering landfill. Sometimes they scavenge at night using headlamps.

    “We are looking for copper and cans, and hopefully something valuable, even food,” said Astrid Prado, who is eight months pregnant. “My goal is to get out of here. Nobody wants to spend their life going through garbage.”

    Charly Sanchez, 42, arrived in Brazil a year ago and has not been able to get to Boa Vista to get his work papers so that he can find employment.

    “We live off this. We make enough to buy rice, maybe some sausage, but not enough to buy a ticket to Boa Vista,” he said.

    Copper pays best, 13 reais (£2.53) a kilo, but it takes Sanchez a whole week to gather that much “wire by wire.”

    On a lucky day he said he had found a discarded cellphone, but not today. Some spaghetti, a small jar of sugar and a bit of cooking oil was Sanchez’s pickings for the day.

    Samuel Esteban, using a breathing mask for the smoke, stuffed cardboard into a large sack. For 50 kilos he will earn five reais, one third of the minimum monthly wage in Venezuela but just enough to buy a litre of milk in Brazil and some bread.

    Tovar criticized Maduro for denying that Venezuela is facing a humanitarian crisis.

    “He is so wrong. Look at us here in this dump,” she said. “If Maduro does not leave Venezuela, I will never return there.”

  • Jair Bolsonaro, d’origine italiana, è il nuovo presidente della repubblica federativa del Brasile

    La democrazia brasiliana sarà presieduta da un fascista, scrive il giornalista Cappellini sul Fatto Quotidiano. Il nuovo inquilino del Palazzo presidenziale si presenta in superficie come un “outsider” nella politica di Brasilia, commenta Paolo Magri dell’ISPI, anche se Bolsonaro è membro del Congresso dal 1988, un veterano della politica, dunque, scampato agli scandali che negli ultimi anni hanno travolto istituzioni, classe politica e aziende pubbliche, fra le quali la colossale Petrobras, che ha portato all’arresto dell’ex presidente Lula da Silva. E’ di fronte a un Brasile disilluso e arrabbiato – spiega l’analista Guanella in un podcast radiofonico ISPI – che il nuovo presidente di estrema destra riesce a presentarsi come un leader anti-establishment e un uomo nuovo, sul modello di Donald Trump.

    Ex capitano dell’esercito, paracadutista, diplomato dell’accademia militare, nato nel 1955, Bolsonaro ha appena concluso il suo settimo mandato parlamentare eletto nello Stato di Rio de Janeiro. Nei suoi 30 anni di carriera politica ha cambiato partito per ben otto volte, per approdare al nazional-conservatore Partido Social Liberal (PSL) del quale, nel 2014, fu il deputato più votato del paese. Personaggio pittoresco, era noto per le sue dichiarazioni contro le donne, gli omosessuali, le persone di colore, le minoranze e il suo sostegno alle politiche del pugno duro contro i criminali e per la liberalizzazione del porto d’armi. Ciò nonostante, queste posizioni radicali gli sono valse il consenso della maggioranza dell’elettorato. Ora promette di riportare “ordine e progresso” in un paese sconvolto da violenze, corruzione e da una difficile ripresa economica. Il suo successo – affermano molti osservatori – è dovuto principalmente ad una strategia di comunicazione diversa dalla vecchia propaganda televisiva su cui hanno fatto affidamento gli altri candidati. E’ stata una comunicazione diretta e capillare, che semplificava in modo estremo le problematiche più complesse. Gli elettori capivano immediatamente quel che diceva attraverso decine di migliaia di messaggi diretti su WhatsApp (120 milioni di utenti in Brasile), inondando letteralmente la rete di propaganda. I suoi atteggiamenti estremisti si sono accentuati dopo l’attacco di cui è stato vittima il 6 settembre scorso, durante un comizio elettorale nello stato di Minas Gerais. L’episodio ha positivamente contribuito alla sua campagna elettorale, evitandogli molti confronti diretti con gli altri candidati. La sua comunicazione è stata indirizzata alla “destra nostalgica”, a quella “evangelica” e inoltre a quella “liberale”, che da tempo combatte contro l’anemia economica di questo gigantesco Paese. E’ riuscito comunque a presentarsi come un’alternativa radicale e “ordinatrice” al caos e all’incertezza, nel momento per lui più propizio: Lula, il principale rivale, in carcere, tasso di criminalità altissimo: più di 63.000 omicidi (175 al giorno) nel 2017, e un elettorato profondamente deluso dalla classe politica: soltanto il 13% dei brasiliani si è detto soddisfatto della propria democrazia.

    L’economia del Brasile è in lenta, molto lenta, ripresa dopo la più grave recessione della sua storia. I fondamentali appaiono buoni (ottava economia al mondo) ma la finanza pubblica è il suo punto debole, con un disavanzo di bilancio molto elevato (vicino al meno 9% del PIL e un debito pubblico che negli ultimi 3 anni è aumentato in maniera preoccupante di circa il 20% in rapporto al PIL, arrivando a superare l’80% del PIL medesimo. Il nuovo presidente vorrebbe portare il bilancio in pareggio e dovrebbe fare cospicui tagli alla spesa pubblica, soprattutto nel caso in cui volesse mantenere la promessa elettorale di abbassare le tasse (dati di Antonella Mori dell’ISPI). Obiettivi difficili da raggiungere, come si osserva anche in Italia con partiti al governo che non riescono a mantenere le promesse elettorali perché configgenti tra loro, come succede con la riduzione delle spese e l’abbassamento delle tasse. Una politica di austerità nel breve periodo presenta molti rischi, in un paese in cui la disuguaglianza resta ad un livello fra i più elevati al mondo. Potrà realizzare la ricetta neoliberista del suo consigliere economico e colmare i tagli di spesa con la privatizzazione di ampi settori economici del Brasile oggi in mano, in tutto o in parte, allo Stato? Cosa riuscirà a fare il nuovo presidente? La sua è una destra ideologica – dice Anthony Pereira del King’s College Brazil Institute – diversa da quella pragmatica e padronale che caratterizzava i partiti di destra che partecipavano alle elezioni nel passato. Egli ora mette l’accento su Dio e il Cristianesimo evangelico, il patriarcato e la famiglia tradizionale, la libertà di possedere armi, la proprietà privata e il liberismo economico. “Morte ai banditi”, “più sicurezza per tutti”, “galera ai corrotti”, “armi a tutti i brasiliani per difendersi dai criminali”, “lottare perché il Brasile non faccia la fine del Venezuela” sono le promesse con cui Bolsonaro vuole guarire un Brasile deluso dalla classe politica, sempre più violento e ancora ferito dalla recessione economica. C’è davvero un pericolo autoritario con questa nuova presidenza? Sono in molti a temerlo. Tuttavia, come spiega Loris Zanatta (Università di Bologna) al di là delle proclamazioni ad effetto, è possibile che la carica eversiva di Jair Bolsonaro venga almeno in parte riassorbita sia dai grandi problemi strutturali del paese che il nuovo presidente dovrà affrontare con misure concrete, sia dallo stesso sistema politico e istituzionale brasiliano. Da un lato, la struttura stessa del Congresso Nazionale del Brasile, nel quale Bolsonaro non avrà una maggioranza assoluta, richiede infatti di costruire alleanze ampie e trasversali, e, soprattutto per le grandi riforme, di scendere a compromessi con altre forze politiche. Dall’altro, il sistema giudiziario brasiliano e la Corte Suprema del paese conservano, almeno per il momento, un elevato grado di autonomia.

    Fascismo al potere, dunque, come afferma perentoriamente Il Fatto Quotidiano, o lo sforzo di un grande Paese di darsi una maggiore sicurezza e di superare le traversie economiche che recentemente l’hanno molto indebolito?

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