Cannabis

  • Azienda uzbeko-francese pronta a coltivare cannabis per scopi industriali

    La società uzbeko-francese Abm Organics lancerà un progetto per la coltivazione di canapa sativa, una varietà di cannabis, nella regione di Khorezm in Uzbekistan, come riportano fonti di stampa locali. I principali azionisti del progetto sono la società uzbeka Marafon Finlex e la società francese Opal & Co che hanno firmato l’accordo a Parigi. Secondo l’agenzia uzbeka Dunyo, la società garantirà nuove opportunità di crescita economica perché l’industria della canapa in futuro diventerà una priorità per l’economia verde, e non solo in Francia. Questa pianta infatti, rispetto al cotone, consuma acqua cinque volte meno ed è una materia prima non residua. Alcune varietà di cannabis sono già utilizzate nell’industria farmaceutica leggera, per la produzione di carta e in altri settori.

    Il governo dell’Uzbekistan aveva precedentemente deciso, per scopi industriali, di coltivare cannabis con un contenuto di droga di tetraidrocannabinolo fino allo 0,2%. Coltivare tali piante in Uzbekistan è un monopolio statale.

  • Cronaca di un verdetto preannunciato

    Le leggi sono ragnatele che le mosche grosse sfondano,
    mentre le piccole ci restano impigliate

    Honoré De Balzac

    Sì, era proprio la cronaca di un verdetto preannunciato quello della Corte per i Reati Gravi, letto la sera tardi del 19 settembre scorso. Verdetto che riguardava l’ex ministro dell’Interno albanese (2013 – 2017). Proprio quello che nel 2015 era stato accusato, per primo, da un funzionario della Polizia di Stato, ormai in asilo e sotto protezione in un paese europeo, perché perseguitato per quella ragione. Proprio quell’ex ministro che è stato accusato in seguito e con altri fatti concreti dall’opposizione e dai media non controllati, per la cannabizzazione dell’Albania e per il suo diretto coinvolgimento con un noto gruppo criminale che coltivava e trafficava la cannabis. Proprio quell’ex ministro però, per il quale, dopo aver, finalmente, “rassegnato le sue dimissioni” l’11 marzo 2017, l’attuale primo ministro dichiarava che lui “era il nostro campione che ha trasformato la Polizia [di Stato] da quella che era, all’istituzione più credibile”. Quanto è successo da allora in poi, dati e fatti alla mano, dimostra però l’esatto contrario sulla credibilità della Polizia di Stato e sulle falsità delle dichiarazioni del primo ministro.

    I veri grattacapi dell’ex ministro dell’Interno cominciarono il 17 ottobre 2017, quando in Italia sono stati arrestati i membri di un ben strutturato gruppo criminale che trafficava stupefacenti dall’Albania in Italia. Tra gli arrestati c’era anche il capo del gruppo e parente dell’ex ministro. Proprio uno di quelli che aveva denunciato nel 2015 il funzionario della Polizia di Stato, ormai in asilo, dopo essere stato perseguitato in Albania. Il 18 ottobre 2017 la Procura per i Reati Gravi aveva chiesto ufficialmente al Parlamento di avviare le procedure per permettere l’arresto dell’ex ministro, in quel periodo deputato. Da quel momento in poi, la maggioranza governativa, per motivi politici e ben altri ancora, tramite i suoi rappresentanti nelle apposite commissioni parlamentari, ha cercato di ritardare il processo per la revoca dell’immunità parlamentare all’ex ministro. Alla fin fine e grazie a tutto il necessario appoggio istituzionale e altro, per l’ex ministro non c’è stato nessun arresto. Lui ha seguito il processo giudiziario da cittadino libero. L’ex ministro, all’inizio, è apparso veramente abbattuto nelle sue uscite pubbliche. “Io verrò arrestato, io sto andando in prigione. Il Parlamento è stato radunato a votare per decidere se andrò in prigione o no”. Così dichiarava lui il 19 ottobre 2017, durante una trasmissione televisiva in prima serata e dopo che anche il primo ministro aveva fatto chiaramente capire, con una sua dichiarazione su Facebook, che aveva abbandonato il suo prediletto e “ministro campione”. Soltanto all’inizio però, perché dopo qualche giorno l’ex ministro ha cambiato completamente atteggiamento. La sua nuova strategia si basava sulle minacce tramite chiari messaggi in codice. Cosa che ha continuato a fare anche in seguito. Lo ha fatto anche prima della sopracitata seduta del 19 settembre scorso della Corte per i Reati Gravi e continua a farlo in questi giorni. Perché non si sa mai e tutto può ancora succedere. Sono dei messaggi che, tenendo presente quanto è accaduto in Albania durante questi ultimi anni, si indirizzerebbero al primo ministro e ad alcuni ex colleghi e/o alti rappresentanti della maggioranza governativa. Usando proprio delle frasi offensive, dette dal primo ministro in altre precedenti occasioni, nonché allusioni ai “fratelli” coinvolti in affari di droga. In Albania tutti sanno a quali fratelli l’ex ministro fa riferimento. Ed essendo stato titolare per quasi quattro anni del ministero dell’Interno, l’ex ministro potrebbe avere documenti, registrazioni e filmati che potrebbero coinvolgere veramente anche dei fratelli delle persone ai massimi livelli dell’attuale gerarchia politica in Albania. Lì, dove tutti sanno che se l’ex ministro dell’Interno ha fatto quello per il quale è stato pubblicamente accusato, mai e poi mai poteva farlo senza il beneplacito del primo ministro. Anzi, in Albania tutti sono convinti che l’ex ministro ha semplicemente eseguito degli ordini ben precisi, seguendo una ben dettagliata strategia. Strategia basata sulla connivenza del potere politico con la criminalità organizzata per permettere al primo il mantenimento e il consolidamento del potere politico e all’altra ingenti guadagni miliardari. Si valuta che soltanto nel 2016 gli introiti dal traffico illecito della cannabis siano stati di circa un terzo del prodotto interno lordo dell’Albania! E si tratta soltanto di una valutazione approssimativa.

    In seguito ai primi messaggi in codice dell’ex ministro, che si pensa siano stati direttamente indirizzati al primo ministro, quest’ultimo ha cambiato completamente atteggiamento nei suoi confronti. Ha cominciato ad attaccare a spada tratta, come suo solito, i media e i procuratori che si stavano occupando del caso. Procuratori i quali, nella sopracitata richiesta ufficiale indirizzata al Parlamento, chiedendo l’avvio delle procedure per l’arresto dell’ex ministro, erano convinti che lui fosse coinvolto, appoggiasse e facilitasse le attività del sopracitato gruppo criminale. Riferendosi ai procuratori del caso, ai quagli all’inizio chiedeva soltanto di fare giustizia fino in fondo, dopo i messaggi in codice dell’ex ministro, il primo ministro ha cambiato radicalmente opinione. Lui si “meravigliava” e si chiedeva “…dove è stato trovato questo zelo sconoscituo da una Procura per i Reati Gravi, che non ha mosso un dito da quando è stata costituita….?”.

    Da allora in poi tante cose sono cambiate radicalmente, anche per “salvare” l’ex ministro. Perché salvando lui il primo ministro salva tante altre cose e, secondo le cattive lingue, salva anche se stesso. E tutto ciò in palese violazione della Costituzione e delle leggi in vigore e nell’ambito dell’ormai pubblicamente fallita “Riforma di Giustizia”. Così, violando quanto stabilisce la Costituzione, è stato votato in Parlamento, o meglio dire nominato, il nuovo procuratore generale provvisorio, termine quello inventato appositamente, perché non esisteva da nessuna parte. Poi, in seguito, è stato nominato il capo della Procura per i Reati Gravi. Tutti e due delle persone ubbidienti agli ordini politici del primo ministro, come i tanti fatti ormai accaduti lo dimostrerebbero. Tra i primi atti ufficiali dei nuovi nominati ci sono state le rimozioni dal caso del ministro dell’Interno, di tutti i procuratori. I nuovi incaricati per più di un anno e mezzo, guarda caso, non sono riusciti a portare alla Corte per i Reati Gravi delle prove per sostenere l’accusa formulata dai loro colleghi, precedentemente rimossi dall’incarico. E le prove, secondo chi se ne intende, sono state tante e convincenti. Tutto per arrivare ad un preannunciato verdetto. Quello letto la sera tardi del 19 settembre scorso. Verdetto che ha condannato l’ex ministro soltanto per “abuso d’ufficio”. A causa del rito abbreviato la condanna è stata ridotta a 3 anni e 4 mesi di affidamento in prova al servizio sociale e il divieto di svolgere funzioni pubbliche. Sono state respinte “per mancanza di prove” le accuse di “traffico di sostanze stupefacenti” e “associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga”!

    Chi scrive queste righe è convinto che il processo a carico dell’ex ministro dell’Interno rappresenta un’ulteriore testimonianza del totale fallimento della Riforma della giustizia e del pieno controllo del sistema e dello Stato da parte del potere politico. Purtroppo con il preannunciato verdetto del 19 settembre scorso si è verificato in Albania quanto scriveva Balzac circa due secoli fa. E cioè che le leggi sono ragnatele che le mosche grosse sfondano, mentre le piccole ci restano impigliate.

     

    23 settembre 2019

  • In attesa di Giustizia: schizofrenia al potere

    Il nostro è un paese a dichiarata vocazione manettara, non è la prima volta che questa osservazione viene svolta sulle colonne de Il Patto Sociale ed in questa rubrica dove si trattano temi legati alla giustizia, essenzialmente quella penale, estendendo lo sguardo anche alla legislazione sottostante che, quasi sempre, lascia esterrefatti per approssimazione, sciatteria, inclinazione a farsi condizionare dagli umori della piazza o ad inseguire il consenso con iniziative che vengono offerte come finalizzate a garantire maggiore sicurezza ai cittadini. Cittadini ai quali, in fondo, della giustizia – finché non finiscono nel tritacarne dei Tribunali – sembra interessare assai poco ma appaiono confortati e quasi rallegrati dal tintinnio degli schiavettoni.

    Sono lontani i tempi di grandi giuristi prestati alla politica come Alfredo Rocco, dei Padri Costituenti come Piero Calamandrei, capaci di elaborare con visione lucida e una tecnica normativa raffinata testi comprensibili,  è lontano il ricordo dell’epoca in cui un’Italia che, vicina a perdere la guerra, riusciva a promulgare un codice civile ispirato al diritto romano che, con qualche aggiornamento, è ancora attuale.

    La parola d’ordine, al giorno d’oggi è: certezza della pena, concetto ineccepibile e largamente condivisibile ma che è ben diverso e non va confuso con innalzamento irragionevole delle sanzioni che – tutt’al più – dovrebbe essere messo a fondamento della finalità di deterrenza del precetto penale, se necessario.

    Così non è ma si continua a praticare la strada dell’estremo rigore – e, come si vedrà tra poco, irragionevole – a dispetto di inconfutabili statistiche (non solo nazionali) che registrano un livello sostanzialmente inalterato del tasso di criminalità.

    Così avviene che il legislatore rimanga sordo ad un richiamo della Corte Costituzionale di due anni fa, che esaminando la questione aveva rivolto l’invito a rivedere il minimo della pena previsto per i reati, non lievi ma neppure aggravati, in materia di stupefacenti perché troppo distanti da quanto previsto per i casi di marginale rilevanza. Meno carcere? Giammai, anche se il massimo previsto sarebbe rimasto a ben trent’anni di reclusione.

    Dunque, il Giudice delle Leggi è ritornato in argomento rimediando alla inerzia del legislatore e, pochi giorni addietro, ha dichiarato la incostituzionalità dell’articolo 73 del Testo Unico sugli stupefacenti perché in contrasto con i principi di uguaglianza, ragionevolezza e proporzionalità (art. 3 Cost.) e di funzione rieducativa della pena (art. 27 Cost.) con riguardo alle ipotesi “di confine” tra le due categorie distinte da una differenza di molti anni di detenzione: fatti lievi e non lievi. Come darle torto?

    Nel frattempo, in Parlamento veleggiano due disegni di legge presentati dagli azionisti di maggioranza del Governo: il primo della Lega si propone di eliminare qualsiasi tolleranza anche verso i reati relativi a modiche quantità di droga, innalzando le pene, il secondo – a firma di un Senatore del M5S è volto a legalizzare coltivazione, lavorazione e vendita della cannabis: quella “vera”, non la cannabis light, quella che ormai si trova anche dal tabaccaio. Insomma, non c’è solo la TAV a dividere i nostri statisti.

    Da un quadro siffatto si possono trarre agevolmente delle conclusioni e augurarsi che le cose cambino. Spes ultima Dea.

  • Troppi randagi lasciati soli a se stessi, mentre arriva la ‘canna’ anche per Fido

    Dopo la strage di randagi (oltre 50) uccisi col veleno a Sciacca, è stata istituita in Sicilia una commissione speciale con finalità di tutela dei diritti degli animali e della pubblica incolumità. La commissione ha il compito di studiare il fenomeno del randagismo in Sicilia per proporre interventi legislativi e iniziative idonee, anche perché dai primi studi effettuati risulterebbe che tre quarti del randagismo europeo siano proprio in Sicilia.

    Giovanni Giacobbe, consulente della presidenza, ha evidenziato come la proiezione dei cani randagi in Sicilia sia pari a 90mila esemplari, contro i 75mila del 2016. Il problema è aggravato dal fatto che in alcune aree, come la provincia di Messina (alla quale fanno riferimento 108 comuni), non esiste alcuna struttura pubblica per gestire il fenomeno del randagismo. Un altro problema è dovuto al fatto che molti proprietari di cani li lasciano liberi nonostante non siano sterilizzati e pertanto vi sono continue nuove cucciolate indesiderate e quindi abbandonate per strada.

    Due sono le iniziative a brevissimo termine da intraprendere e cioè un invito/controllo rivolto ai proprietari perché i loro animali non siano lasciati liberi o siano sterilizzati e la creazione di strutture idonee al ricovero dei randagi.

    In provincia di Agrigento una giovane donna, Chiara Calasanzio, di cui ha parlato a dicembre anche il Corriere della Sera, ospita dal 2011 molti cani abbandonati in un rifugio, l’Oasi, dove gli animali ritrovano la possibilità di vivere in modo dignitoso. Quello che ancora manca in Italia è proprio una legge quadro nazionale, applicata dalle diverse Regioni e dai vari Comuni, per contrastare il randagismo e insieme ad esso attività criminali che utilizzano gli animali per i combattimenti e le scommesse. In troppe occasioni mancano strutture pubbliche, manca il controllo sui chip che i proprietari devono mettere al loro animale registrandolo alla Asl, manca un’educazione al rispetto degli animali e in altri casi vi sono ancora rifugi aperti non per il benessere animale ma per lucrare sulle loro sofferenze. Proprio per quanto riguarda il microchip, non è ancora in vigore l’anagrafe nazionale e perciò se per avventura un cane si perde in Emilia ma è registrato nel Lazio o in Lombardia si rischia di non trovare in tempo utile il proprietario. 

    Ma ci sono altri problemi ancora da affrontare e cioè la nuova moda asseverata, purtroppo, da alcuni veterinari di curare l’eccessiva esuberanza di cani e gatti con sostanze quali il Prozac o la depressione con la cannabis. Una start up italiana ha lanciato prodotti a base di olio di cannabis sativa, già usata negli Usa, e pensati per gli animali domestici. Questi oli, derivati dalla cannabis, sono prodotti in Svizzera, dove sono testati e analizzati, e avrebbero effetti biorilassanti senza che l’animale sia sedato. Poiché tutto questo avviene senza tenere conto della diversità di reazione e di percezione di questo tipo di sostanze che esiste tra gli uomini e gli animali, il pericolo è ancora una volta che anziché far seguire ai cani un corretto percorso educativo per farli vivere in armonia con se stessi, i loro simili e gli esseri umani si segua invece un percorso che li snatura.

  • Importanti decisioni da prendere

    Nella vita di qualunque nazione viene sempre il momento
    in cui restano solo due opzioni: arrendersi o combattere.

    Nelson Mandela

    L’Albania viene ufficialmente classificata dalle istituzioni specializzate internazionali come un paese con “una democrazia ibrida”, rimanendo ancora, dal 1991, in un lungo e sofferente periodo di transizione. Ma il peggio è che l’Albania, da alcuni anni, sta tornando inarrestabilmente verso una nuova dittatura. Sono tante le evidenze e i fatti accaduti che lo testimonierebbero. Gli ultimi, il 16 settembre scorso, rendendo omaggio all’ex dittatore comunista durante alcune attività ufficiali.

    In una simile e allarmante situazione, le responsabilità dell’opposizione dovrebbero aumentare di pari passo con l’aumento degli abusi del potere da parte di coloro che governano, con la preoccupante diffusione della corruzione, con la grave e problematica connivenza del potere politico con la criminalità organizzata, con la drammatica realtà causata dalla povertà diffusa ecc.. In una simile e allarmante situazione dovrebbero aumentare le reazioni forti e determinate dell’opposizione per contrastare ed evitare il peggio.

    Ormai è passato oltre un’anno dalla massiccia manifestazione pacifica ad oltranza (18 febbraio – 18 maggio), organizzata dall’opposizione e nota anche come la “Tenda della Libertà”. Durante quei tre mesi di protesta l’opposizione chiedeva garanzie per delle elezioni libere, oneste e democratiche in vista di quelle che si dovevano svolgere il 18 giugno 2017. Come conditio sine qua non l’opposizione chiedeva le dimissioni del primo ministro ed un nuovo governo tecnico che dovevano portare il paese verso le elezioni, non più a giugno ma in autunno 2017 (Patto Sociale n.255; 262). Purtroppo, dopo un lungo e mai trasparente incontro notturno tra il capo dell’opposizione e il primo ministro, loro dichiararono che si era giunti ad un accordo, che non è stato mai reso noto. Un accordo che ha permesso al primo ministro di vincere le elezioni con un risultato inaspettato anche per lui. Ma soprattutto un accordo che ha deluso tutte le aspettative dei manifestanti della “Tenda della Libertà”, deridendo e beffando i loro sacrifici (Patto Sociale n. 268). Il tempo ha dimostrato in seguito, soprattutto con il collasso elettorale dell’opposizione, che la giusta e sacrosanta causa di quella protesta è stata tradita senza rimorsi e senza alcuna convincente spiegazione da parte del capo dell’opposizione durante quell’incontro notturno del 17 maggio 2017 con il primo ministro.

    Da quel momento ad oggi la credibilità del capo dell’opposizione ha raggiunto i più bassi livelli. Soprattutto dopo la clamorosa sconfitta elettorale del giugno 2017 e l’altrattanto chiacchierata e contestata gara interna per l’elezione del capo del partito. In Albania ormai è opinione diffusa che il capo dell’opposizione sia, purtroppo, una persona poco affidabile. Mentre il primo ministro spesso, quando parla di lui, lo considera “un bravo ragazzo”. Chi sa perché?! Ormai in Albania c’è un’opposizione che più passa il tempo e più non convince nessuno, neanche coloro che la rappresentano. Ma essi, ognuno a modo suo e per delle proprie ragioni, cercano di trarre profitti e vantaggi. Così dicono almeno le cattive lingue. Mentre i cittadini patiscono le conseguenze. Una simile opposizione potrebbe servire al primo ministro, ma mai e poi mai all’Albania e agli albanesi. (Patto Sociale n.280; 291; 296; 300 ecc..).

    In una situazione del genere, è tempo di fare alcune domande, riferendosi alle accuse dell’opposizione, e che hanno bisogno di chiare risposte.

    È vero che la criminalità organizzata controlla tutto e tutti in Albania, potere politico compreso, oppure l’opposizione non conosce la realtà? È vero che la massiccia coltivazione della cannabis, diffusa su tutto il territorio, nonché il suo traffico illecito e di altre droghe pesanti, ha il beneplacito ed il supporto delle strutture statali e/o governative, oppure l’opposizione accusa a scopo politico? È vero che negli ultimi anni l’Albania è diventata, anche dai proventi della cannabis, un centro di lavorazione e di smistamento di droghe pesanti, cocaina compresa, verso i paesi europei, oppure l’opposizione sta delirando? È vero che il potere politico, tramite la criminalità organizzata, anche con i miliardi provenienti dalle droghe, condiziona, controlla e decide i risultati elettorali, oppure tutte queste accuse sono delle fandonie dell’opposizione? È vero che la corruzione sta cancrenizzando tutte le strutture e le istituzioni dello Stato e dell’amministrazione pubblica, oppure l’opposizione sta farneticando? È vero che l’Albania è diventato uno dei primi paesi nel mondo e il primo in Europa per il riciclaggio del denaro sporco, oppure l’opposizione e le istituzioni internazionali specializzate non stanno dicendo la verità? È vero che l’Albania è diventato uno tra i primi paesi per il numero di richiedenti asilo nei paesi europei, oppure l’opposizione sta cercando di incupire la realtà? È vero che le ragioni per le quali gli albanesi, soprattutto i giovani, lasciano il paese sono la disperazione, la povertà diffusa e la mancanza di qualsiasi speranza, oppure l’opposizione mente? È vero che la povertà sta aumentando paurosamente e che sta affliggendo sempre più famiglie, oppure l’opposizione accusa il governo ingiustamente? È vero che il sistema dell’istruzione pubblica si sta sgretolando con tutte le gravi conseguenze per il futuro del paese, oppure l’opposizione sta bluffando? È vero che alcuni, pochissimi oligarchi, legati al potere politico con accordi occulti, concepiscono la stipulazione di determinate leggi e/o altri atti normativi ad personam e poi condizionano la loro approvazione, oppure l’opposizione fa delle accuse infondate? È vero che con alcuni atti irresponsabili del primo ministo e di chi per lui si stanno minacciando seriamente gli interessi del paese e l’integrità territoriale dell’Albania, oppure l’opposizione parla a vanvera? È vero che l’incapacità della Corte Costituzionale e della Corte Suprema di svolgere le proprie funzioni è conseguenza diretta di un piano diabolico del primo ministro, oppure l’opposizione sta cercando di creare una tempesta nel bicchiere? È vero che la riforma del sistema della giustizia, sbandierata come un enorme successo dal primo ministro è, in realtà, un totale fallimento, oppure l’opposizione sta calunniando? È vero che ormai tutto il sistema della giustizia è controllato dal primo ministro, oppure l’opposizione sta cercando di ingannare l’opinione pubblica a casa e le istituzioni internazionali? È vero che in Albania si sta restaurando una nuova dittatura, quella in cui il potere politico, la criminalità organizzata e alcuni oligarchi, legati da accordi occulti, controllano e decidono su tutto e tutti, oppure l’opposizione sta facendo una disperata propaganda? Perché se tutto o parte di quelle accuse fossero vere, allora bisogna agire immediatamente. E non con delle parole e promesse non mantenute.

    Chi scrive queste righe è convinto che la situazione in Albania è veramente grave. Tenendo presente la realtà, egli crede fermamente nell’importanza e nell’indispensabilità delle proteste. Perché è convinto che quando il governo viola e calpesta i diritti dei propri cittadini, allora il più sacro diritto e l’indispensabile dovere dei cittadini è la ribellione contro il governo per rovesciarlo.

  • Ormai è già settembre

    L’uomo vuole sempre sperare. Anche quando è convinto di essere disperato.

    Alberto Moravia

    Nel 1969 veniva proiettato un film del regista Sydney Pollack “Non si uccidono così anche i cavalli?” (They shoot horses, don’t they?). Tutto tratto dal romanzo pubblicato nel 1935 dallo scrittore Horace McCoy, titolo compreso. Evocando quanto accadeva in California subito dopo la grande depressione succeduta alla crisi del 1929, il film rimane sempre attuale con le sue allegorie e i suoi messaggi. Tutto si svolge durante una maratona di ballo. Erano gare diffuse in quel periodo. Gare massacranti, alle quali partecipava gente disperata e portata agli estremi fisici e psicologici, dalla schiacciante povertà causata dalla crisi. Coppie di ballerini, create spesso a caso, dovevano gareggiare fino all’esaurimento delle loro forze, in maratone che duravano per tanti giorni, con la sola speranza e l’unico obiettivo: vincere un premio in denaro. Gente di età, formazione e provenienza molto diversa, spinta dalla disperata necessità e speranza di sopravvivenza. Ignara però che dal premio in denaro i vincitori dovevano cedere una cospicua parte all’organizzatore della maratona, che era in realtà il vero vincitore. Quando Gloria, un’aspirante attrice e una delle protagoniste principali del film, viene a sapere questa crudele verità chiede al suo compagno di ballo di spararle, come si farebbe con un cavallo zoppo. Proprio come si fa vedere all’inizio del film; l’uccisione di un cavallo che non serviva più a niente. Un’allegoria su quanto succede quotidianamente, anche adesso, in diverse parti del mondo. Un’allegoria che si riferisce alla predestinata sorte di tutti coloro che si illudono, non essendo in grado e/o non riuscendo a prendere seriamente in considerazione quello che può veramente succedere in una realtà che precipita di male in peggio.

    Un’allegoria che si verifica quotidianamente anche in Albania in questi ultimi anni. Quanto sta succedendo dimostra le sofferenze continue, le umilianti situazioni in cui si trovano, loro malgrado, sempre più persone. Persone che, spinte dalla disperazione, si aggrappano a qualsiasi effimera opportunità per avere qualche soldo in più. Vendendo corpo e anima, vendendo la dignità e annientando ulteriormente le aspettative per un futuro migliore. Futuro che, certo, non lo salva neanche l’indifferenza. Anzi! Tutto in un paese sul quale sta incombendo lo spettro di una crisi multidimensionale. I segnali non mancano e stanno aumentando paurosamente con il tempo. Non a caso sempre più persone stanno scappando dall’Albania verso i paesi europei. Tanti richiedenti asilo che, come numero, sono ai primi posti, insieme con i siriani, gli afgani, gli eritrei ecc.. Sono fatti e cifre che smentiscono ogni e qualsiasi tentativo di propaganda governativa. Attualmente l’Albania sta precipitando in una situazione, che purtroppo ha tante cose in comune con quanto accadeva in America durante la grande depressione, dopo la crisi del 1929.

    Ma quanto sta succedendo in questi ultimi anni in Albania dimostra anche il cinismo, la spietatezza e la crudeltà di coloro che governano, criminalità organizzata compresa. Sì, perché ormai sono stati tanti i fatti accaduti e pubblicamente noti, non solo in Albania, che testimoniano la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata. Fino al punto che non si sa chi governa realmente. Anche perché è noto: criminali non sono soltanto quelli che uccidono, trafficano, rubano e violentano. Anzi! I veri criminali sono proprio quelli che concepiscono, organizzano, ordinano e rendono possibile che tutte quelle cose accadano.

    La connivenza tra lo Stato, governo in testa, e la criminalità organizzata in Albania, la testimoniano le enormi quantità di cannabis coltivate sul tutto il territorio e il suo inarrestabile traffico illecito verso le coste italiane e altri paesi europei. Cose del genere non possono mai e poi mai succedere senza il beneplacito politico e l’appoggio delle strutture dello Stato. Quantità che, soltanto l’anno scorso, si valuta abbiano portato introiti miliardari in euro. La testimonia, altresì, l’aumento delle quantità delle droghe pesanti, cocaina compresa, che si smistano dall’Albania verso altri paesi europei. La testimonia il coinvolgimento, ormai evidenziato, di molti alti funzionari della polizia di Stato in una simile attività criminale. Una connivenza testimoniata anche dal fatto che l’ex ministro degli Interni, grazie ad una lunga indagine della procura di Catania, ormai è sotto inchiesta in Albania. Le cattive lingue dicono che se non sia stato ancora arrestato lo deve solo e soltanto alla copertura politica e alla pressione sulla procura che sta indagano. Tutto orchestrato dal primo ministro in persona, dopo alcuni chiari e molto significativi messaggi mafiosi che gli ha mandato l’ex ministro. Una connivenza testimoniata palesemente anche da un altro fatto. E cioè che “stranamente” l’attuale ministro degli Interni (un ex inquisitore durante il regime comunista), colui che è succeduto a quello sopracitato, ha degli scheletri nell’armadio. Suo fratello è stato condannato in Italia per traffico illecito di stupefacenti. Come mai? Ma la connivenza tra il potere politico e la criminalità organizzata la dimostrano anche tanti altri fatti ormai pubblicamente noti. La dimostra, tra l’altro, quanto sta accadendo ultimamente, durante questi mesi, con la recrudescenza delle attività criminali e la “strana” incapacità della polizia di Stato e delle procure ad intervenire. Come succedeva nell’America degli anni’30 del secolo passato con le bande criminali che cercavano di controllare il territorio per lo spaccio delle droghe e altro.

    Anche durante questi mesi estivi non sono mancati altri allarmanti fatti, eloquenti avvisaglie di una situazione grave e molto preoccupante. Proprio perché durante questi mesi estivi c’era il campionato mondiale di calcio e, in generale, con l’attenzione pubblica un po’ assopita, alcune diaboliche menti hanno scelto proprio questo periodo per portare avanti dei progetti corruttivi, in palese contrasto con la Costituzione della Repubblica e le leggi in vigore.

    Oltre all’esempio per eccellenza dell’abuso del potere politico ed istituzionale, e cioè quello del Teatro Nazionale (Patto Sociale n.316), durante questi mesi estivi se ne sono aggiunti altri. Sono stati evidenziati ulteriori casi che testimoniano il [voluto] fallimento della riforma di giustizia e il controllo, da parte del primo ministro, di tutto il sistema. Sono stati denunciati molti appalti pubblici abusivi e corruttivi. Sono stati denunciati altri gravi scandali, tuttora in corso. La criminalità organizzata è stata molto attiva con delle uccisioni mafiose. Una giornalista investigativa è stata minacciata a suon di raffiche di mitra contro l’abitazione. Tutto ciò e altro soltanto durante questi due mesi estivi.

    Nel frattempo l’opposizione ha dichiarato pubblicamente che a settembre cominceranno le proteste inarrestabili, con l’unico obiettivo: la caduta del governo. Chi scrive queste righe auspica che non sia l’ennesima delusione. Sarà tutto da vedere. Forse coloro che dirigono l’opposizione, hanno beneficiato di un lungo periodo di “ritiro spirituale” estivo e porteranno a termine questa azione politica. Sarà anche la loro sfida, con tutte le conseguenze. Si vedrà, ormai è già settembre!

  • Patto con il diavolo

    Finita la partita, re e pedone tornano nella stessa scatola

    Proverbio

     Il 25 aprile 1993 è arrivato in Albania Papa Giovanni Paolo II. La prima visita di un Papa in un Paese che per Costituzione, sotto la dittatura, aveva bandito tutte le religioni. Durante quella visita il Papa, tra tanti messaggi, ha lanciato il monito: “Albania, rimani all’altezza dei doveri che ti attendono!”. Un messaggio significativo e lungimirante, visto quanto sta accadendo in Albania. E nonostante da quella visita ne sono passati ormai venticinque anni, nessuno avrebbe pensato, e men che meno creduto allora, che la realtà vissuta in Albania, quella vera, sarebbe diventata così pericolosa e allarmante qual è.

    Nessuno avrebbe pensato, e men che meno creduto allora, tra tante cose che sono accadute nel frattempo, che la criminalità sarebbe stata così pericolosamente sviluppata e organizzata, a livello locale ed internazionale, da diventare un serio problema dentro e fuori l’Albania. Nessuno avrebbe pensato, e men che meno creduto allora, che sarebbero stati in tanti, e non solo gli avversari politici del primo ministro, ad additarlo come ideatore e attuatore della famigerata strategia della cannabizzazione del Paese. Proprio di quella strategia che sembrerebbe aver avuto come coordinatore nazionale un ex ministro degli Interni. Nessuno avrebbe pensato, e men che meno creduto allora, di un pericoloso e reale ritorno ad una nuova e occulta dittatura. Purtroppo, invece di vedere avverato il sogno per eccellenza “vogliamo l’Albania come tutta l’Europa”, gli albanesi adesso, venticinque anni dopo quella visita di Papa Giovani Paolo II, vedono che il loro obiettivo europeo sta sfumando e svanendo. Almeno quello di essere raggiunto soltanto per meriti e valori e non per altro.

    Tornando alla sopracitata strategia della cannabizzazione dell’Albania e basandosi sui tantissimi fatti accaduti, ormai e pubblicamente noti, localmente ed internazionalmente, tutti sono concordi che niente di tutto ciò potesse succedere se non ci fosse stato, per lo meno, il beneplacito del primo ministro. Così come tutti sono concordi che grazie a quella famigerata strategia il primo ministro ha raggiunto il suo tanto ambito obiettivo: avere un secondo mandato. Perché, come hanno evidenziato anche gli osservatori internazionali, il voto degli albanesi nelle elezioni politiche del 25 giugno scorso è stato un voto significativamente condizionato, controllato e orientato. Perché, come si temeva allora e come si sa ormai, i miliardi della cannabis hanno fatto “il miracolo”.

    L’Albania ha un limitato territorio e un’altrettanta limitata popolazione. Ragion per cui tutti sanno tutto di tutti. Perciò non poteva passare inosservata la diffusa coltivazione della cannabis, soprattutto dal 2015 in poi. Quanto stava accadendo è stato continuamente denunciato dall’opposizione e dai media non controllati. Quella realtà è stata trattata mediaticamente anche da noti giornali e agenzie internazionali. All’inizio le denunce venivano diabolicamente ridicolizzate, smentite e/o sfumate dal primo ministro in persona e dalla propaganda governativa. Nonostante gli enormi sforzi, era una missione impossibile. Non sono valsi a niente neanche gli spettacoli faraonici del primo ministro e del suo delfino, il “più virtuoso ministro degli Interni” (2013-2017), davanti a platee riempite di poliziotti in uniforme. Platee e scenari, in palese violazione della legge sulla depoliticizzazione della polizia di Stato, che ricordavano un periodo buio, vissuto non molto tempo fa. L’obiettivo era quello di far credere ad una realtà immaginaria, virtuale, senza cannabis e soltanto con successi della nuova “Polizia che Vogliamo”. Una nominazione coniata e tanto a cuore al primo ministro e al suo [allora] ministro degli Interni. In un simile raduno hanno fatto di tutto per diffamare un devoto commissario di polizia che aveva denunciato tutto nel 2015 (Patto Sociale n.193). Denunce che sono state confermate e si sono avverate soltanto due anni dopo. Tutto ciò reso pubblicamente noto in seguito ad una lunga e laboriosa indagine della procura di Catania (Patto Sociale n.285).

    Da quel momento, e cioè dall’ottobre 2017 in poi, il primo ministro si è trovato in continue difficoltà. Difficoltà soprattutto in ambito internazionale, ma anche in quello interno. Ha dovuto ingoiare il rospo e parlare della cannabis. Proprio di quella cannabis, la cui esistenza l’aveva sempre e comunque negato con tutti i modi e mezzi. Sfacciato e bugiardo qual’è, una volta accettata come realtà, non ha mai riconosciuto nessuna responsabilità sua e dei suoi, ma, addiritura, ha cercato di parlare di “successi della polizia nella lotta contro la cannabis” (Sic!). E soprattutto ha dato un supporto politico e istituzionale all’accusato ex ministro degli Interni, il suo braccio destro nell’attuazione della famigerata strategia della cannabizzazione del Paese.

    Nel frattempo il primo ministro aveva attuato anche il tanto ambito controllo del sistema della giustizia. Il lettore de “Il Patto Sociale” è stato ampiamente e continuamente informato di questo grave fatto. Dopo aver nominato un provisore Procuratore Generale, in palese e allarmante violazione della Costituzione, in seguito ad una votazione farsa in Parlamento, il primo ministro si sente ormai più sicuro. Ultimamente in Albania si trovano bloccate e incapaci di deliberare, sia la Corte Costituzionale che la Corte Suprema. Tutto ciò grazie alla sua maggioranza in Parlamento e/o al pieno controllo delle istituzioni derivate dall’altrettanta controllata riforma della giustizia.

    Ultimamente, nell’arco di due settimane, con in mezzo una visita vergognosamente fallita del primo ministro a Berlino (Patto Sociale n.309), sono stati resi pubblicamente noti due atteggiamenti opposti dell’ex ministro degli Interni. Il 19 aprile scorso, dopo sei mesi, lui appare in Parlamento, per non perdere il suo mandato, secondo quanto previsto dalla legge. Soltanto dopo due settimane però, lo scorso 3 maggio, durante un’annunciata conferenza stampa dal Parlamento, l’ex ministro ha “consegnato volontariamente” il suo mandato di deputato! Continuando comunque, come ha fatto dall’ottobre 2017, a lanciare dei “messaggi mafiosi in codice” per il suo “protettore politico” e/o per altri, compreso l’attuale ministro degli Interni, suo collega del partito.  Forse per via del fratello di quest’ultimo, che sarebbe coinvolto, secondo le tante accuse pubbliche, nel traffico degli stupefacenti!

    Sentendo le dichiarazioni del 3 maggio scorso dell’ex ministro degli Interni in Parlamento, vengono naturali alcune riflessioni. Si tratterebbe [forse] di un patto con il primo ministro, dopo la sua visita a Berlino?! Perché un simile cambiamento di comportamento da parte dell’ex ministro in attesa della decisione, a fine giugno prossimo, del Consiglio europeo per l’apertura dei negoziati? Che sarebbe una decisione vitale per il primo ministro (Patto Sociale n.308). Si tratterebbe di una fiducia mancata nei confronti del primo ministro, ma anche di mancanza di altre vie d’uscita per l’ex ministro? Chissà! Comunque, attenzione al solito inganno! Perché nel caso sia veramente un “patto” tra loro due, sembrerebbe un patto occulto tra criminali. Un patto con il diavolo.

  • Di nuovo falsità e fandonie da Bruxelles

    È vero che non sei responsabile di quello che sei,
    ma sei responsabile di quello che fai.

    Jean-Paul Sartre

    Nel suo articolo “Chi è l’Europa?” (Patto Sociale n.261), Arnaldo Ferragni, un buon conoscitore delle istituzioni e della storia dell’Unione europea, scriveva “…A decidere dunque, non sono degli ipotetici burocrati o tecnocrati, europei, ma sono i governi degli Stati membri… La Commissione europea, cioè Juncker e i suoi commissari, propongono soltanto, ma non decidono”. Poi Ferragni spiegava perché, prima di prendersela con le istituzioni europee, ci si dovrebbe rivolgere ai rappresentanti politici e istituzionali dei singoli Stati europei membri. Secondo lui “…Se si sapesse come funzionano le istituzioni europee, si scoprirebbe che i nomi ci sono sotto le decisioni che vengono prese di volta in volta e sono quelli dei ministri o dei capi di Stato o di governo, che si tratti del Consiglio dell’Unione, o del Consiglio europeo… Il Consiglio europeo, come si dovrebbe sapere, è la conferenza al vertice dei capi di Stato o di governo dei Paesi dell’UE, che definisce le priorità e gli orientamenti politici generali dell’Unione, indicando inoltre le linee guida del processo di integrazione europea. Il Consiglio dell’Unione, invece, formato dai governi degli Stati membri rappresentati dai ministri competenti per i temi in discussione, è l’organo legislativo insieme al Parlamento europeo”.

    È tutto vero quanto scrive Arnaldo Ferragni. Ma è altrattanto vero però, che tutto ciò non giustifica dichiarazioni infondate, false e irresponsabili da parte dei più alti dirigenti istituzionali della Commissione europea. Cioè dai più alti dirigenti dei “burocrati o tecnocrati, europei”. Proprio di quei dirigenti che sono stati proposti, spesso con tanta insistenza, dalle massime autorità politiche ed istituzionali dei singoli Stati membri. Proprio di quegli alti rappresentanti, che hanno delle responsabilità da rispettare, così come hanno il dovere e l’obbligo istituzionale e morale di riferirsi solo e soltanto ai fatti veri e alle realtà vissute. Perché essi dovrebbero essere consapevoli, almeno, che anche quando simili dichiarazioni, che non rispecchiano la realtà, siano state fatte in buona fede potrebbero permettere ad usi impropri e con delle conseguenze negative.

    Quanto sta succedendo in Albania ne è una eloquente testimonianza. Le dichiarazioni dei rappresentanti delle istituzioni europee vengono regolarmente manipolate e mal utilizzate dalla propaganda governativa e dai media controllati dal primo ministro, o da chi per lui. Le dichiarazioni del presidente della Commissione europea o di qualsiasi commissario, vengono propagandate in Albania come decisioni prese dall’Unione europea. Perciò si sbandierano come sostegno istituzionale e come credibilità per l’affannato governo e, soprattutto, per il primo ministro albanese, dandone un po’ di respiro. Tutto ciò ad un solo scopo: quello di disinformare, di condizionare e d’ingannare l’opinione pubblica in un periodo carico di scandali politici e di palesi abusi del potere.

    Lo scorso 5 dicembre, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini, contenta di essere a fianco del primo ministro albanese a Bruxelles “…in un momento estremamente importante del percorso dell’Albania verso l’Unione europea”, dichiarava, rivolgendosi a lui, che “Guidata da lei, l’Albania ha fatto cose eccezionali, specialmente con la riforma della giustizia, la lotta contro la droga e la corruzione” (Patto Sociale n.292)! Dichiarazioni totalmente infondate e false. Il che significa che chi le ha pronunciate non conosceva per niente quell’allarmante realtà albanese, legata alla coltivazione della cannabis in tutto il territorio del Paese e del suo traffico illecito, anche verso le coste italiane, Paese d’origine della Mogherini. Traffico che continua tuttora. Una cosa non si conosceva però il 5 dicembre scorso, almeno pubblicamente: che all’elenco delle droghe si era aggiunta, in modo preoccupante, anche la cocaina. Mentre faceva quelle dichiarazioni, Mogherini non era a conoscenza che la corruzione in Albania era diventata un cancro che stava e sta divorando tutto il tessuto sociale del Paese, partendo dai più alti livelli del potere politico e dell’amministrazione pubblica. Strano! Perché queste cose si sanno ormai non solo in Albania. Ne hanno scritto e parlato anche molti noti media internazionali, compresi quegli italiani. Come mai non le sapeva l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza?! Oppure, peggio ancora, lei conosceva queste realtà ma, per altri motivi, le ha trascurato, facendo in questo modo un grande danno ai cittadini albanesi ma anche alla credibilità delle stesse istituzioni dell’Unione europea. L’autore dell’appena sopracitato articolo concludeva, scrivendo ”…Parlare ed elogiare i “successi” nella lotta contro la droga e la corruzione, e considerare il primo ministro come campione di tutto ciò, è veramente un insulto e un’offesa per tutti i cittadini. In Albania dichiarazioni del genere fanno resuscitare e ridere anche i morti!”.

    Il 20 marzo scorso a Bruxelles si è svolta un’udienza della delegazione albanese, guidata dal primo ministro, con il gruppo “Amici dell’Albania” del Parlamento europeo. Il tema principale era il processo dell’apertura dei negoziati dell’Albania, come Paese candidato all’adesione nell’Unione europea.  In quell’occasione ha parlato anche l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza. Ebbene, recidiva con le sue dichiarazioni, Mogherini ha detto che lei “…e l’Unione europea sono impressionati dalle riforme intraprese dall’esecutivo (governo albanese; n.d.a.), soprattutto la riforma della giustizia e la lotta contro la criminalità organizzata e la corruzione” (Sic!).

    Queste dichiarazioni dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza sono veramente prive di verità, false e irresponsabili. Sono dichiarazioni che, nel migliore dei casi, testimoniano una totale mancanza di conoscenza della realtà albanese, da parte di chi le ha pronunciate. Ma potrebbero essere, purtroppo, dichiarazioni spinte da altre ragioni, delle quali sarebbero a conoscenza soltanto lei, il primo ministro albanese e pochi altri. Ma sono, comunque, ragioni che urtano con gli interessi dei cittadini albanesi e dell’Albania stessa.

    L’autore di queste righe potrebbe scrivere pagine intere, elencando fatti pubblicamente e internazionalmente noti, che contraddicono completamente le sopracitate dichiarazioni dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza. Ma lui è convinto che non servirebbero a niente, perché il peggior sordo è colui che non vuole sentire. Condividendo pienamente quanto scriveva Arnaldo Ferragni, citato al inizio dell’articolo, chi scrive queste righe non potrebbe, però, ignorare il grande danno causato in Albania dalle false e irresponsabili dichiarazioni degli alti rappresentanti dei “burocrati o tecnocrati, europei”. Di quelli che deludono e disamorano molti cittadini dall’Unione europea.

  • Dopo la cannabis, la cocaina

    La politica e i criminali sono la stessa cosa

    Michael Corleone (da “Il padrino” – parte III)

    Sono stati molti i servizi e gli articoli dei media internazionali che trattavano il preoccupante problema della cannabis in Albania. Soprattutto nel 2017. Si denunciava la massiccia coltivazione della cannabis su tutto il territorio. Si evidenziavano fatti sul coinvolgimento delle strutture della polizia di Stato e si arrivava alla logica conclusione che una simile realtà non poteva esistere senza il beneplacito del potere politico. Realtà ben conosciuta in Albania e denunciata continuamente sia dall’opposizione che dai media non controllati dal governo. Una simile realtà veniva, però, sistematicamente ridicolizzata e negata dal primo ministro albanese e dalla ben funzionante propaganda governativa. Mentre alcuni ambasciatori e alti rappresentanti delle istituzioni internazionali, presenti in Albania, parlavano di “grandi successi” del governo e della polizia di Stato nella lotta contro la criminalità organizzata, evitando “ostinatamente” di parlare della cannabis. Mentre le istituzioni specializzate dei loro Paesi e dell’Unione europea pubblicavano dei dati allarmanti.

    Il lettore del Patto Sociale è stato sempre informato sia sulla diffusa coltivazione della cannabis in Albania, che del suo massiccio traffico illecito. Traffico che, purtroppo, continua tuttora, preoccupando non poco le forze dell’ordine e le strutture specializzate dei Paesi confinanti e non solo. Ma le quantità che si sequestrano sono soltanto una piccolissima parte di quella che esce realmente dall’Albania! Mentre la polizia di Stato albanese continua a non “vedere” niente, in un territorio che è piccolo e dove tutti sanno tutto di tutti.

    Il lettore del Patto Sociale è altresì a conoscenza che il “virtuoso ministro” degli Interni (2013-2017), il prediletto del primo ministro, è ormai indagato per traffico internazionale di stupefacenti, grazie alle indagini svolte dalla procura di Catania (Patto Sociale n.285 ecc.). Così com’è stato informato che 127 ufficiali della polizia di Stato risultano, dai rapporti dei servizi segreti, attivamente coinvolti sia nella coltivazione, che nel traffico illecito della cannabis. Alcuni di loro sono “scomparsi” e tuttora irreperibili.

    Dal rapporto dell’Interpol (2017) sulla “Valutazione del Rischio della Criminalità Organizzata” risultava che “…l’Albania rimane la fonte principale della cannabis che si traffica in Europa…”.

    Da un servizio della BBC (1 dicembre 2016) risultava che “…L’Albania è diventata la più grande produttrice della cannabis in Europa… Se si confrontano le cifre del 2015 con quelle del 2016 si dimostra un aumento di cinque volte della superficie dove si coltiva la cannabis”.

    Mentre l’Huffington Post il 7 ottobre 2016 intitolava un suo articolo “La droga dell’Albania sta destabilizzando i Balcani”. Secondo l’autore di quell’articolo “…i più alti rappresentanti del governo [albanese] sono stati coinvolti nel traffico [illecito] della droga, non semplicemente per dei guadagni personali, ma perché hanno un piano per mantenere il potere con i soldi della droga”.

    E tutto questo in un Paese dove l’economia è in vistoso affanno e sta andando sempre peggio. Secondo la Fondazione statunitense Heritage (Heritage Foundation), l’economia dell’Albania viene classificata come “frustrata”, che significa la peggiore valutazione possibile. Queste constatazioni sono soltanto una piccola parte, in confronto a tutte quelle fatte durante questi ultimi anni, e soltanto dai media internazionali, sulla realtà albanese.

    In una simile realtà, un nuovo scandalo, l’ennesimo, è venuto a galla in Albania. Il 28 febbraio scorso sono stati sequestrati 613 chilogrammi di cocaina purissima, nascosta in un doppio fondo di un container di banane provenienti dalla Columbia. Tutto fa pensare ad uno scandalo in cui sarebbero coinvolti non soltanto il grossista che aveva ordinato le banane e subito scappato all’estero, ma anche altre persone molto altolocate. Costringendo il ministro degli Interni di contraddire se stesso in due dichiarazioni successive, nell’arco di poche ore. Perché il primo ministro voleva far passare tutto come un’operazione e un successo soltantno della polizia di Stato albanese, mentre il ministro aveva ringraziato le strutture specializzate straniere per la loro collaborazione nella cattura della cocaina. Per poi cambiare “stranamente” versione. Versione quella, che urta fortemente con la realtà. Per la cronaca, ad oggi sono stati arrestati soltanto un camionista e un comune amministratore!

    Lo scandalo è tuttora in corso e stanno indagando anche le strutture specializzate di altri paesi, compresa la DEA (Drug Enforcement Administration) statunitense. Ogni giorno che passa emergono nuovi dati e informazioni che smentiscono la “versione ufficiale”. Una cosa è certa però. E cioè che in Albania si sta passando sempre più dalla cannabis alla cocaina. Per diverse ragioni, ma comunque ragioni che non sfuggono all’attenzione dell’opinione pubblica e alle strutture internazionali specializzate.

    Nel rapporto della CIA (The Central Intelligence Agency) sull’Albania, pubblicato sul suo sito ufficiale, si legge che “…l’Albania è un punto di passaggio… per la cocaina proveniente dal Sud America verso il mercato dell’Europa occidentale”. La britannica Agenzia Nazionale per il Crimine (The National Crime Agency), riferendosi al 2017, nel rispettivo rapporto evidenzia che “…i criminali balcanici e, particolarmente, quegli albanesi, stanno diffondendo la loro rete d’influenza, creando dei legami diretti con i fornitori della cocaina dall’America latina”. Sempre riferendosi al 2017, l’Ufficio dell’ONU sulle Droghe e il Crimine (UN Office on Drugs and Crime), nel rispettivo rapporto, scrive che “…il traffico della cocaina dall’Albania verso i mercati dell’Europa occidentale e centrale sta aumentando vistosamente in confronto alla cocaina trafficata direttamente nei porti dell’Europa occidentale e centrale”. Mentre una giornalista statunitense, specializzata sulle questioni della sicurezza, riferendosi alla sopracitata cattura della cocaina in Albania, scrive sull’InSight Crime che “…l’Albania ha una lunga storia di coltivazione e traffico della mariuana e adesso il suo nuovo status, come Paese di transito della cocaina columbiana verso il mercato europeo, ha molte probabilità di allargarsi… La sua posizione geografica… e i legami esistenti con il clan mafioso italiano ‘ndrangheta, fanno dell’Albania un Paese attrattivo per i clan del traffico della cocaina dall’America latina”.

    Chi scrive queste righe, riferendosi a quanto sopra e alle specificità della vissuta realtà albanese, pensa che niente di tutto ciò potrebbe accadere senza la connivenza tra la criminalità organizzata e i massimi livelli del potere politico. Anche perché gli investimenti finanziari messi in gioco sono tali che chi investe non si muove senza determinate garanzie e accordi con persone molto altolocate. Perciò suonano attuali le parole di Michael Corleone “La politica e i criminali sono la stessa cosa”.

  • Quel silenzio che ha causato tanto male…

    Finché possiamo dire quest’è il peggio,
    vuol dir che il peggio ancora può venire

    W. Shakespeare (da “Re Lear”)

    Il 6 febbraio scorso, il Parlamento europeo a Strasburgo ha discusso, in Sessione plenaria, la Strategia dell’Unione europea per l’allargamento con i Paesi dei Balcani occidentali. Nella Strategia si evidenziavano, tra l’altro, anche “…chiari elementi della cattura dello Stato, compresi anche i legami con la criminalità organizzata e la corruzione a tutti i livelli del governo e dell’amministrazione, nonché un forte intreccio degli interessi pubblici con quelli privati”. Tutto questo, secondo il documento “suscita una sensazione di impunibilità e di ineguaglianza”.

    Come al solito le reazioni dei rappresentanti politici in Albania sono state tante e diverse. L’opposizione e la maggior parte degli analisti politici, considerando l’adesione nell’Unione europea un bene per il Paese, mettono in evidenza però, che la realtà albanese è allarmante e non potrebbe permettere, per il momento, un simile passo positivo. Mentre il primo ministro e altri rappresentanti della maggioranza, trovandosi in grosse difficoltà dai continui scandali in corso, stanno cercando di far credere che presto la Commissione europea chiederà l’apertura dei negoziati con l’Albania, come paese candidato all’adesione. Lo ha fatto anche in precedenza in questi ultimi anni, rimanendo sempre smentito dai fatti. Così come, qualche volta, hanno oltrepassato i loro diritti istituzionali anche alcuni alti rappresentanti dell’Unione europea (Patto Sociale n.284; 290; 292; 293 ecc.)! Il primo ministro e la propaganda governativa, in questi giorni sta cercando di convincere che ha fatto tutto il necessario per il progresso del processo europeo dell’Albania e che se questo non avviene ancora, per l’ennesima volta, la colpa è e sarà soltanto dell’opposizione, dei giornalisti e dei media del “cassonetto delle immondizie” (Sic!), come chiama lui ormai tutti i suoi oppositori.

    Il primo ministro sta cercando di convincere che l’adesione dell’Albania nell’Unione europea è una priorità sua e del suo governo. Ma nel frattempo bisogna mettere bene in evidenza un fatto ormai noto pubblicamente. Nel nuovo governo albanese, costituito lo scorso settembre, non c’è più il ministero dell’Integrazione europea. Ministero che è stato costituito una ventina di anni fa, quando cominciò il processo dell’adesione dell’Albania nell’Unione europea. Per essere sempre stato, in seguito, parte attiva di tutti i governi. Tranne questo attuale. Bella priorità, quella dell’adesione, per il primo ministro! Che nel frattempo sta strizzando l’occhio ad altri “alleati”, quelli dell’Est. Erdogan compreso, e seguendo il suo esempio.

    La settimana scorsa, subito dopo la presentazione della Strategia dell’Unione europea per l’allargamento con i Paesi dei Balcani occidentali, tra le tante reazioni, c’è stata anche quella di una nota giornalista albanese, inviata da anni di una televisione nazionale presso le istituzioni dell’Unione europea a Bruxelles. Le sue dichiarazioni, rese pubbliche da alcuni media in rete, erano veramente forti e accusatorie. Ragion per cui, sono state “censurate” dai media controllate dal primo ministro albanese. Tra l’altro, la giornalista accusava pubblicamente la Delegazione dell’Unione europea in Albania di non aver informato le istituzioni a Bruxelles e/o a Strasburgo di quanto sta succedendo in Albania in questi ultimi anni. Secondo la giornalista “…l’Albania è diventata il principale produttore e fornitore della cannabis in Europa e gli ufficiali dell’Unione europea non sapevano niente! Com’è possibile che non ci sono state informazioni per la situazione della droga in Albania uno o due anni prima? È mancata l’informazione, non è stata trattata adeguatamente, oppure non è stata trasmessa con [la dovuta] serietà? Questo non lo so. Ma questa è la verità e questa è stata dichiarata dall’Unione europea (riferendosi alla sopracitata Strategia; n.d.a.)…”. Commentando la situazione attuale in Albania e i rapporti con le istituzioni dell’Unione europea, la giornalista ha, altresì, dichiarato che “… è stata preannunciata la costituzione di commissioni comuni, [con rappresentanti] da tutte le istituzioni europee, a livello di esperti, per vedere cosa sta succedendo e com’è la situazione sul territorio [in Albania]… Questa [cosa] accade per la prima volta e sembra aver a che fare con il fatto che non si ha [più] fiducia in quello che si rapporta; addirittura non c’è [più] fiducia neanche nella Delegazione dell’Unione europea [in Albania]”.

    Sono molto pesanti queste accuse nei confronti della Delegazione e della sua titolare. Nonostante sia passata circa una settimana, non c’è stata nessuna reazione e smentita da parte della diretta interessata o di chi per lei! Le accuse della giornalista sono pubbliche e altrettanto pubblica e immediata doveva essere stata anche la smentita da parte della diretta interessata, nel caso fossero false. Ad oggi nessuna smentita è stata ancora fatta. Ragion per cui, fino a prova contraria, bisogna credere a quanto dichiarava la giornalista. Non si sa, però, che non informare correttamente le istituzioni dell’Unione europea sulla vissuta realtà albanese è stata una scelta personale della rappresentante dell’Unione in Albania, oppure è stato chiesto a lei un simile atteggiamento. Comunque sia, adesso non può essere più una sua scelta personale, bensì un obbligo istituzionale chiarire fino in fondo e definitivamente queste accuse. Perché tacere su queste cose e, soprattutto, non informare con responsabilità istituzionale su quello che accade in Albania comporta anche un grave danno per il Paese e i suoi cittadini.

    E se veramente la Delegazione dell’Unione europea in Albania non ha correttamente informato le apposite strutture a Bruxelles e/o a Strasburgo, allora due sono le ragioni. O la Delegazione, compresa anche chi la rappresenta, non è in grado, per vari motivi, di fare il proprio lavoro. Oppure, perché chi firma tutte le informazioni ufficiali con il logo della Delegazione dell’Unione europea in Albania potrebbe avere determinate ragioni (forse occulte) di nasconde le vere verità e di deformare pesantemente la realtà, ribadendo soltanto “successi immaginari” in Albania. Il che, però, farebbe molto piacere al primo ministro.

    Chi scrive queste righe sostiene fermamente l’idea dell’Europa concepita ed attuata dai Padri Fondatori (Patto Sociale n.260 ecc.). Egli ritiene che se, auguratamente, verrà un giorno in cui l’Albania sarà parte integrante dell’Unione a pieno titolo, senz’altro questo accadrà soltanto se la realtà e la situazione in Albania sarà sana e prospera, senza corruzione e cannabis, senza criminalità organizzata che condiziona e/o è parte attiva della politica. Per il momento, sfortunatamente, gli albanesi stanno soltanto fuggendo sempre più numerosi a cercare asilo in diversi Paesi europei, essendo anche prima, come numero, dei siriani e degli afgani, che scappano da dove si combatte e si muore. Non è questo il modo di andare in Europa! Chi scrive queste righe è convinto che anche il silenzio della rappresentante dell’Unione europea in Albania ha contribuito a causare tanto male.

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