carriere

  • In attesa di Giustizia: spiegatelo a Gratteri

    Questa rubrica si è recentemente occupata delle manipolazioni del pensiero di Giovanni Falcone in merito alla separazione delle carriere ad opera del Procuratore di Napoli Nicola Gratteri vittima, non del tutto incolpevole, di una clamorosa fake new rifilatagli da fonte non rivelata né verificata. Vale, dunque, la pena chiarire quale fosse realmente l’orientamento del grande magistrato palermitano recuperandone un intervento tenuto ai ragazzi dell’Istituto Gonzaga dei Gesuiti di Palermo solo un paio di settimane prima della strage di Capaci: è una sorta di testamento intellettuale che nessuno potrà mai dire avere subito ripensamenti poiché così prossimo alla sua tragica scomparsa. Falcone aveva accettato di affrontare il tema dei rapporti tra magistratura e potere politico; siamo nel maggio 1992, è da poco esplosa Tangentopoli e si discute accanitamente del ruolo della magistratura: c’è chi la sostiene, chi la attacca e chi propone riforme drastiche.

    La lucidità di Falcone è disarmante: “Parlare di rapporti tra politica e magistratura in maniera serena, senza emozionalità e senza riferimento a vicende che tutti quanti stiamo vivendo, o che comunque abbiamo sotto gli occhi in questo momento, è praticamente impossibile” e parla di una “magistratura filtro” tra politica e cittadini con P.M. che “giocano alla politica” e politici che vorrebbero “irreggimentare i pubblici ministeri per impedire loro di arrestare amici ed amici degli amici”.

    Falcone è chiarissimo e sottolinea con forza che “prima abbiamo assistito ad un periodo di attacco frontale contro la magistratura, che ha avuto il suo punto più elevato nel referendum sulla responsabilità civile mentre adesso siamo alla difesa ad oltranza dell’indipendenza dei giudiciDobbiamo invece vedere innanzitutto ed esattamente di che cosa stiamo parlando perché altrimenti facciamo ragionamenti per slogan che non fanno fare un solo passo avanti”. Dopo aver ricordato, prendendole come spunto, persino le riflessioni sulle riforme in materia di giustizia del Prof. Miglio – ideologo della Lega – Falcone afferma che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono valori da valutare storicamente e non “un privilegio di casta” che servono per l’efficienza della magistratura e che “Il pubblico ministero è sì un organo giudiziario, ma, non essendo titolare della potestà di giudicare, neppure può dirsi giudice in senso tecnico, perciò il P.M. deve avere un tipo di regolamentazione differente da quella del giudice, non necessariamente separata”. Tradotto: il P.M. è diverso dal giudice, va regolato diversamente, ma le soluzioni possono essere molteplici e non è un dogma nemmeno la separazione delle carriere. E continua dicendo che: “Ciò non per assoggettarlo all’esecutivo, come si afferma, ma al contrario per esaltarne l’indipendenza e l’autonomia. Fra gerarchia e indipendenza c’è tutta una serie di figure intermedie che possono fare in modo che l’indipendenza sia finalizzata al raggiungimento degli scopi per cui il pubblico ministero è stato creato”. Traduzione: il magistrato non deve essere uno strumento dell’esecutivo, ma nemmeno un potere incontrollato.

    Ed eccoci al passaggio decisivo. Quello che Gratteri ha citato non rendendosi conto di averlo frainteso di nuovo: “Indipendenza ed autonomia, se per un verso devono essere strettamente legate all’efficienza dell’azione della magistratura, dall’altro non significano affatto separatezza dalle altre funzioni dello Stato. Io credo che prima o poi si riconoscerà che non è possibile una meccanicistica separatezza perché ciò determina grossi problemi di funzionamento e di raccordo”. Di quale separatezza da evitare sta parlando Falcone? Di quella tra giudice e P.M.? No. Sta parlando della separatezza tra magistratura e altri poteri dello Stato. Sta dicendo che una magistratura chiusa in se stessa come corpo separato crea più problemi di quanti ne risolva. Spiegatelo a Gratteri.

  • In attesa di Giustizia: separazione delle carriere

    Il Sindaco di Milano è solo l’ultimo ad essersi sorpreso e indignato dopo aver appreso dai giornali di essere iscritto nel registro degli indagati per l’affaire che sta mettendo sottosopra il mondo dell’edilizia privata sebbene non abbia mostrato altrettanto stupore e disgusto quando analoga esperienza è toccata ad altri e appartenenti a diverso schieramento politico.

    L’argomento è di stretta attualità e la separazione delle carriere auspicata con la riflessione sulla giustizia di questa settimana non è quella tra magistrati giudicati e pubblici ministeri, bensì quella tra giornalisti e Procuratori della Repubblica.

    C’è una legge del 2021 che prevede espressamente che un Procuratore può diffondere comunicati stampa solo quando è strettamente necessario per le investigazioni o quando ricorrono specifiche ragioni di interesse pubblico: il che costituisce un apprezzabile punto di equilibrio tra la segretezza delle indagini, la libertà di stampa ed il diritto dei cittadini di essere informati su determinati argomenti anche perché hanno, costituzionalmente sancito, il potere di verificare l’andamento della giurisdizione ed in qualche modo ciò dovrà essere pur possibile…per quanto la modalità immaginata dai Padri Costituenti fosse quella della partecipazione ad udienze pubbliche sia pure senza escludere che l’informazione possa, entro certi limiti, precedere il momento del processo nel rispetto sia della riservatezza che della dignità delle persone coinvolte che sono a tutti gli effetti presunte innocenti.

    Orbene, non sempre la fonte diretta (destinata a rimanere confidenziale per il giornalista beneficiato che non è obbligato a rivelarla) è il Pubblico Ministero ma se non lo è lo è certamente un soggetto a lui vicino e sottoposto alla di lui vigilanza: segretario piuttosto che appartenente alla Polizia Giudiziaria, facilmente identificabile e – per prassi – quasi mai neppure cercato di individuare sebbene – con buona pace della obbligatorietà dell’azione penale tanto cara in altri casi all’ANM – la propalazione di determinate informazioni costituisca un reato.

    La deriva del fenomeno fino a diventare malcostume metabolizzato dal sistema è tale che l’Associazione Stampa Toscana (che non è l’Ordine professionale, sia chiaro) ha addirittura conferito un riconoscimento al Procuratore di Prato, Luca Tescaroli: la Pergamena al merito laddove il merito è quello di aver sempre puntualmente fornito le notizie sulle inchieste in corso, a qualsiasi ora nel rispetto della legge che sarebbe poi quella citata all’inizio del 2021.

    Guardando ai numeri Tescaroli, da quando è diventato Procuratore, ha sfornato mediamente un comunicato ogni tre giorni, tutti di taglio apertamente inquisitorio: si direbbe, allora, che a Prato tutte le indagini sono di interesse pubblico (in particolar modo quelle sputtananti gli indagati) ovvero che tutte si avvantaggino della verve comunicativa dell’Ufficio del Pubblico Ministero.

    O, forse, più semplicemente siamo al cospetto dell’emblema di un cortocircuito cui nessuno sembra interessato a porre rimedio a Prato come altrove.

  • In attesa di giustizia: consigli per gli acquisti

    C’era una volta Tribuna Politica, oggi la si definirebbe un talk show ma era una rubrica – condotta da un bravissimo giornalista, Jader Jacobelli –  centrata esclusivamente sui temi della politica ed andava in onda sul Canale Nazionale e c’era solo quello, almeno i primi tempi nel 1961, mentre al giorno d’oggi il dibattito politico è affidato ad una quantità impressionante di trasmissioni che praticamente e senza soluzione di continuo danno vita ad una campagna elettorale permanente: tant’è che non c’è stato neanche il tempo di archiviare  polemiche e bollettini della vittoria dell’ultima tornata referendaria che, al netto delle notizie dal fronte, già ci si prepara alla prossima che riguarderà l’approvazione popolare della legge costituzionale sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistrati giudicanti: un referendum confermativo che non richiede il raggiungimento del quorum 50%+1 e l’A.N.M.  è già scesa in campo con uno spot visibile, peraltro, solo su YouTube.

    Il Presidente del sindacato delle Toghe (quello che ha detto che servirebbero un paio di magistrati morti ammazzati per far risalire il consenso nei confronti dell’Ordine Giudiziario), forse, avrebbe gradito qualcosa di truculento come immagini delle stragi di Capaci e di via D’Amelio con una voce narrante di sottofondo a sostenere la frottola che Falcone era contrario alla separazione delle carriere, invece la scelta è caduta su una attrice belloccia che ha imparato un copione per  presentare la giustizia italiana ai cittadini come un modello inimitabile che sarebbe dannoso riformare suggerendo che vi sia un pericolo insito proprio nella separazione delle carriere.

    Perché riparare qualcosa che non è rotto, fanno sostanzialmente recitare: il nostro sistema è già costruito in maniera geniale (addirittura!)…sottinteso “la separazione delle carriere creerebbe solo danni”.

    Probabilmente non ferratissima in diritto costituzionale, l’interprete passa a descrivere la genialata senza ricordare che, secondo le coordinate dell’articolo 111, la giustizia è assicurata da un meccanismo secondo il quale la prova si forma davanti a un giudice imparziale e terzo tra le parti – accusa e difesa – in contraddittorio tra di loro ed in posizione di parità davanti a quel giudice equidistante; la spiegazione – invece – è volta ad illustrare come il processo penale funzioni benissimo così proprio perché Pubblici Ministeri e Giudici sono colleghi ed Il P.M. è il primo, con profonda cultura della giurisdizione, ad assicurarsi che la Polizia Giudiziaria rispetti il codice durante le indagini, quindi fin dal primo momento in cui un cittadino finisce sotto processo;  poi c’è l’immancabile richiamo alla indipendenza della magistratura dal potere politico che garantisce Giudici e Pubblici Ministeri da interferenze esterne: tutti canoni che la Costituzione già prevede e che non sono messi minimamente in discussione della riforma.

    Manca solo di ricordare l’ultima trovata: separare le carriere comporterebbe un aumento di costi a carico delle esauste casse dello Stato per la necessità di istituire un secondo C.S.M. dedicato ai Pubblici Ministeri mentre sarebbe meglio parlare delle decine di milioni che vengono destinati alle riparazioni per ingiuste detenzioni ed alle stratosferiche prebende, mai rinegoziate, garantite agli operatori telefonici per intercettazioni che hanno un costo industriale vicino allo zero.

    Degli avvocati, nello spot, invece non si parla se non per dire che il loro compito è proteggere l’imputato. Proteggere da cosa, visto che la costruzione è geniale e i due protagonisti assoluti sono perfetti, indipendenti, equanimi e sorridenti?

    Il cittadino, dimenticando le centinaia di migliaia che hanno comperato i libri con le memorie/confessioni di Luca Palamara e quelli che hanno sottoscritto il disegno di legge di iniziativa popolare per la separazione delle carriere, a questo punto dovrebbe essere indotto tra non molti mesi a correre alle urne per bocciare la riforma.

    Al curatore di questa rubrica, che è un avvocato difensore, a questo punto viene da pensare ed anche da canticchiare le strofe di una melodia di Charles Aznavour “Ed io fra di voi, se non parlo mai…” giusto per inquadrare il ruolo di “protettore” in cui si trova precipitato, dopo tanti anni di studio e di fatica, oltre che di convinzione di essere parte essenziale del processo e della giustizia che non sempre è giusta.

  • In attesa di Giustizia: insurrezione ed amnesia

    Magistrati, Pubblici Ministeri, Giudici di Tribunale e delle Corti, toghe rosse della rivoluzione e delle legioni, ascoltate! L’ora segnata dal destino bussa alle porte delle nostre aule…l’ora, l’ora delle decisioni irrevocabili: la dichiarazione di guerra è già stata consegnata ai Presidenti di Camera e Senato!

    Così, in buona sostanza, suona la chiamata alle armi dell’Associazione Nazionale Magistrati nel giorno più buio della sua storia: l’approdo al Parlamento del disegno di legge di origine governativa sulla separazione delle carriere che, fino ad ora, era riuscita a prevenire ed evitare.

    Il Presidente dei pasdaran dell’ANM, Giuseppe Santalucia, accanito avversario la riforma, è uno che, non a caso, ha saltabeccato tra uffici inquirenti e giudicanti ed ha alle spalle una brillante carriera fuori ruolo come vice e poi capo dipartimento dell’Ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia, senza contare altri incarichi di prestigio come magistrato addetto al Massimario della Cassazione (una struttura che con criteri quanto meno nebulosi seleziona le sentenze che vanno, poi, a blindare la giurisprudenza sulla base di precedenti decisioni) ed ha fatto esperienza anche presso l’Ufficio Studi del CSM, ed è proprio dalla voce di Santalucia che viene annunciata una mobilitazione articolata dell’intero Ordine Giudiziario.

    Dissotterrando l‘ascia di guerra, con minaccia di ricorrere ad un’astensione dalle attività giudiziarie senza precedenti, la magistratura associata intende, altresì, dar vita ad una campagna di sensibilizzazione del popolo italiano aggiungendone una nuova alle trite litanie con le quali viene ferocemente avversata questa riforma: la separazione delle carriere indebolirebbe le garanzie riservate ai cittadini dalla Costituzione, contrasta il loro interesse ad una giustizia giusta.

    Permane misterioso quale potrà essere in tutto ciò il contributo degli italiani che in tempi recenti hanno sottoscritto massicciamente un legge di iniziativa popolare proprio per la separazione delle carriere ed hanno votato una maggioranza parlamentare che l’aveva nel programma di governo…forse è un caso di amnesia ma le amnesie del sindacato delle toghe non finiscono qui: paventano una assimilazione del nostro processo penale al sistema americano – dove da sempre vi è la separazione delle carriere – che sarebbe privo di garanzie perché, tra l’altro, non è previsto il giudizio di appello, ed i P.M. sono sottoposti al potere politico. Per la verità, negli USA si può fare una sterminata quantità di appelli e ricorsi (persino per inadeguatezza della difesa mentre proprio da noi c’è la tendenza a marginalizzare gli uni e gli altri) e che i Pubblici Ministeri, diversamente da quanto accade ed accadrebbe in Italia anche dopo la riforma, siano connotati da una matrice politica perché elettivi, peraltro come i giudici. Tutto ciò a tacere del fatto che da quel sistema la nostra Cassazione, con il contributo dell’ufficio del Massimario di cui Santalucia ha fatto parte, stia mutuando il meccanismo della Corte Suprema che blinda i precedenti al punto che se è stato deciso che Gesù è morto di freddo da quella giurisprudenza è quasi impossibile discostarsi anche nei giudizi di grado inferiore. Amnesie.

    Naturalmente viene riproposto il timore della perdita di indipendenza della magistratura, non si sa bene in base a cosa posto che è assicurata dalla Costituzione sia ai giudicanti che ai pubblici ministeri in più articoli e con garanzie specifiche e che il giusto processo (articolo 111) sia affidato ad un giudice terzo, cioè senza “apparentamenti” con le altre parti. Ancora amnesie… In ultimo, la preoccupazione è che verrebbe limitata la possibilità di maturare esperienze diverse che arricchiscono il sapere e la cultura dei magistrati, come se la specializzazione in un settore debba essere vista un limite.

    L’ANM – così solerte in questo caso – sembra essersi dimenticata che anche altri problemi avrebbero meritato una civile mobilitazione da parte di coloro che amministrando la giustizia decidono della vita dei cittadini e, solo per citarne un paio come esempio, non si sono annotate manifestazioni di ansia con riferimento al fenomeno dei suicidi in carcere o alla mancanza di strutture adeguate per accogliere i condannati affetti da malattie mentali che vengono incarcerati senza adeguate terapie insieme agli altri detenuti. Amnesie, succede…

  • Separazione delle carriere: se ne parlerà a Milano in occasione della presentazione del libro del Sostituto Procuratore Generale alla Corte d’Appello di Caltanissetta, Gaetano Bono

    Mercoledì 6 marzo 2024, dalle ore 15.30 alle ore 17.30, presso la Biblioteca “Avv. Giorgio Ambrosoli” al Palazzo di Giustizia di Milano sarà presentato il libro Meglio separate. Un’inedita prospettiva sulla separazione delle carriere in magistratura, del dott. Gaetano Bono, Sostituto Procuratore Generale alla Corte d’Appello di Caltanissetta, incentrato sulla divisione delle carriere dei Magistrati.

    Dialogheranno con l’autore l’Avv. Antonino La Lumia, Presidente dell‘Ordine degli Avvocati di Milano, il Dott. Fabio Roia, Presidente del Tribunale di Milano, il Dott. Marcello Viola, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, l’Avv. Valentina Alberta, Presidente Camera Penale di Milano, il Dott. Giuseppe Santalucia, Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, l’Avv. Giovanni Briola, Consigliere Tesoriere dell’Ordine degli Avvocati di Milano. L’incontro sarà Introdotto dall’Avv. Daniele Terranova, Commissione Giustizia Tributaria dell’Ordine Avvocati Milano e moderato dall’Avv. Alessandro Mezzanotte, Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Milano.

    L’evento, gratuito, è organizzato dall’Ordine degli Avvocati di Milano attraverso la Fondazione Forense, nell’ambito del programma di formazione continua per gli Avvocati.

  • Meglio separate

    Meglio separate – Un’inedita prospettiva sulla separazione delle carriere in magistratura”, è un libro scritto da Gaetano Bono – Sostituto Procuratore presso la Procura Generale di Caltanissetta – pubblicato alla fine di ottobre 2023, che affronta senza pregiudizi la questione, mostrando i punti di forza e le criticità delle contrapposte tesi che, da almeno trent’anni, si fronteggiano, e che pongono la magistratura da sempre in posizione di unanime contrasto, quantomeno nel pubblico dibattito.

    Eppure l’autore, da magistrato, mostra che è possibile realizzare una separazione delle carriere non solo tale da fugare i pericoli prospettati dalla magistratura, ma anche da apportare notevoli miglioramenti all’efficienza degli uffici giudiziari.

    Questo libro, difatti, non si limita a parlare della separazione delle carriere, anzi essa funge da spunto per offrire uno spaccato sulla situazione della giustizia italiana, sulle ragioni della sua crisi e sulle possibili soluzioni (non solo nel settore penale).

    Merita di essere evidenziato il registro linguistico adottato, che rende la lettura scorrevole, e consente di rivolgere il libro anche a coloro che non hanno dimestichezza con il mondo giudiziario. In un certo modo, anzi, l’autore sembra avere voluto rivolgersi al cittadino medio che, preso dalla miriade di faccende quotidiane, potrebbe essere indotto a considerare la questione della separazione come un qualcosa che riguarda solo tribunali e avvocati. Mentre invece è in gioco, in ultima analisi, la libertà dei cittadini, che verrebbe meno se non venisse loro assicurata una effettiva tutela giurisdizionale. E se la riforma della Giustizia fosse realizzata male – avverte Bono nel libro – a farne le spese sarebbero soprattutto i cittadini, che perderebbero la possibilità di contare su una magistratura autonoma e indipendente, sia che fossero coinvolti in una vicenda giudiziaria come autori del reato, sia come persone offese.

    L’autore – in coerenza con il metodo che dichiara di adottare, ossia quello di rifiutare qualsivoglia imposizione dogmatica e di svolgere un’analisi scevra da pregiudizi – cerca di mettere il lettore nelle condizioni di farsi una propria idea in maniera consapevole, poiché gli illustra, passo dopo passo, il fondamento delle sue tesi e – forte della sua esperienza professionale di pubblico ministero – si spinge a disvelare i meccanismi di funzionamento degli uffici giudiziari, specialmente degli uffici di procura e dei rapporti tra PM e polizia giudiziaria.

    Dunque parlare di separazione delle carriere dei magistrati, nonostante a prima vista possa sembrare un argomento settoriale, significa trattare di un tema centrale per la nostra democrazia e per la vita quotidiana dei cittadini.

    Acquisire consapevolezza dei pericoli di una separazione fatta male e, nel contempo, dei vantaggi di una riforma ben realizzata, diviene dunque essenziale per potere valutare le proposte di legge che, di volta in volta, vengono presentate in Parlamento. È da sottolineare, infatti, che il libro è stato scritto guardando ai valori e ai principi costituzionali, senza cristallizzarsi su uno specifico testo di legge e ciò lo rende unico nel panorama editoriale, poiché gli altri testi similari partono tutti da specifici riferimenti ed esauriscono la loro proiezione nell’analisi degli stessi; mentre, invece, “Meglio separate” può essere utilizzato sia oggi, sia nel futuro, come uno strumento per valutare se una certa ipotesi di separazione metta a rischio la democrazia, potendo portare alla sottomissione del pubblico ministero al potere politico e mettendo a repentaglio il delicato equilibrio nella distribuzione dei poteri dello Stato.  Ciò, però, non vuol dire che si tratti di un testo astratto, anzi l’autore ha pure analizzato l’attuale riforma in discussione in Parlamento.

    In definitiva, perché leggere “Meglio separate”? Per acquisire maggiore consapevolezza sulle implicazioni della riforma e sulle priorità per migliorare realmente il sistema giustizia, in quanto la separazione – afferma Bono – può rappresentare un’opportunità di miglioramento solo se la si accompagnasse a una maggiore specializzazione dei magistrati, alla riduzione del numero di procedimenti civili e penali, all’accorpamento delle procure piccole in uffici più grandi ed efficienti, all’informatizzazione, alla digitalizzazione, alla diminuzione dei tempi dei processi, e se si rispettassero le condizioni poste nel testo.

  • In attesa di Giustizia: voce dal sen fuggita

    All’inizio degli anni ’90 e poco dopo la entrata in vigore del codice di procedura penale un grande penalista milanese, Corso Bovio, uomo di intelligenza fuori dal comune e dotato di uno straordinario senso dell’ironia, soleva conferire un “riconoscimento”: il Sogliolone d’Oro, di cui risultava meritevole – di volta in volta – il G.I.P. più appiattito sulle richieste del P.M..

    Il G.I.P., il Giudice della Udienza Preliminare, il Tribunale, non devono e non possono essere una sorta di notaio che certifica e valida pedissequamente le richieste del P.M.: lo dice il buon senso prima ancora che la Costituzione. Tuttavia, quando accade che un giudicante si pronunci diversamente il malcontento è assicurato e in qualche caso assai evidente.

    Il Procuratore Capo di Verbania, per esempio, ha commentato l’ordinanza con cui il GIP, dott.ssa Banci Buonamici, non ha convalidato il fermo di due dei tre indagati per la strage della funivia e due li ha scarcerati per mancanza di gravi indizi, disponendo gli arresti domiciliari, invece che il carcere, per il terzo.

    La P.M., pur a denti stretti, ha valorizzato l’indipendenza del giudice e dunque la superfluità della separazione delle carriere che ultimamente si è tornata a reclamare a gran voce anche mediante consultazione referendaria. Ma subito dopo non ha nascosto la propria forte “delusione”, confessando che per un po’ non intende più condividere il caffè con la Collega Gip, come era solita fare.

    Non può sfuggire il significato di questo moto spontaneo di risentimento: l’indipendenza del GIP, tanto magnificata poco prima contro la necessità della separazione delle carriere, viene disvelata per ciò che implicitamente significa agli occhi di quel magistrato: un atto quasi di inimicizia e comunque tale da rendere inevitabile, almeno “per un po’”, una consuetudine amicale, con buona pace di una condivisa pratica della indipendenza del giudice. Un giudice che, soprattutto in una vicenda di forte esposizione mediatica, contraddice clamorosamente l’ipotesi di accusa, si iscrive tra i “nemici” della Procura (e dunque, si lascia intendere, della Giustizia tout court). In altri termini, la regola che si confida essere rispettata è l’adesione alla ipotesi accusatoria, non fosse altro che – ci si aspettava in questo caso — per tutelare, così dichiara la P.M. Bossi, “l’enorme impegno concentrato in pochi giorni, soprattutto da parte dei Carabinieri”.

    Dobbiamo esserle grati per la sua sincerità. Non poteva esserci, al contrario di quanto essa afferma, uno spot più efficace a sostegno della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Appartenere allo stesso ordine, provenire dallo stesso concorso, essere partecipi della stessa associazione, frequentare gli stessi corsi di formazione, avere lo stesso organo di autogoverno, e anche per tali ragioni prendere tutti i giorni il caffè insieme, crea inesorabilmente, e giustamente, un sentimento profondo di solidarietà, di reciproco sostegno e protezione. Atti di autentica indipendenza di pensiero e di giudizio, esternati senza alcun riguardo alla loro ricaduta mediatica ed anche di carriera professionale del Collega, ben oltre Verbania, sono – nella quotidianità della esperienza giudiziaria – eccezionali e fuori da ogni regolarità statistica; ma soprattutto, assumono – in forza di tale eccezionalità – una portata così impattante devastante da legittimare addirittura reazioni di risentimento.

    Nell’eterno dibattito sulla separazione delle carriere, chi la contrasta ha sempre tacciato di qualunquismo lo stigmatizzare giudici e pubblici ministeri sempre insieme al bar del Tribunale. Questa voce dal sen fuggita al Procuratore della Repubblica di Verbania rende giustizia a quella allegoria. Anche gli avvocati prendono il caffè (più raramente) o frequentano (ancora più raramente), P.M. o Giudici; ma lo fanno, possono reciprocamente farlo, con un sentimento certo, sereno ed immodificabile di chi fa mestieri irriducibilmente diversi, quando non contrapposti. L’auspicio è che così prima o poi accada anche tra Giudici e PM, appartenendo ad ordini diversi e separati.

    Ci sarebbero meno assembramenti alla macchinetta del caffè (che, di questi tempi, costituirebbe un ulteriore vantaggio), e tanti processi giusti in più.

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