centrale

  • Il duplice obiettivo di una strategia energetica

    Nella produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in Italia la prima fonte rimane il settore idroelettrico, anche se risente di una incertezza normativa legata al rinnovo delle concessioni ormai in scadenza.

    In un momento di crisi energetica come quello attuale, che si protrae praticamente dal covid in poi, ed ha avuto un’accelerazione con i due conflitti, portare la quota attuale dell’idroelettrico dal 45% al 55% nella produzione rinnovabile italiana sarebbe vitale. Questa auspicabile strategia richiederebbe un incremento reale di circa il 10% e la produzione energetica da fonte idroelettrica, un traguardo tecnicamente possibile ma subordinato a riforme strutturali ed ammodernamenti.

    Attualmente, l’idroelettrico rappresenta, come si diceva, la prima fonte energetica rinnovabile in Italia, coprendo mediamente il 45% (pari a circa il 20% del fabbisogno energetico totale del Paese). Uno storico studio condotto da Teha ed Enel conferma che il settore presenta un potenziale di crescita residuo proprio nell’ordine di quel 10% necessario a raggiungere il target del 55%.

    Per colmare questo divario e sbloccare la capacità produttiva inespressa, gli esperti indicano due interventi strategici. Innanzitutto si dimostra assolutamente fondamentale affrontare lo stallo delle concessioni in quanto il sistema burocratico (in buona parte di genesi europea) rappresenta oggi il principale freno agli investimenti.  L’86% delle concessioni per le grandi derivazioni idroelettriche è già scaduto o in scadenza imminente. Senza un quadro regolatorio chiaro, stabile e armonizzato a livello regionale gli operatori non possono avviare i piani di investimento a lungo termine necessari per potenziare i siti esistenti.

    Partendo da questo quadro generale allora il modello da seguire non dovrebbe più essere quello europeo bensì quello francese. La Francia, infatti, ha recentemente approvato una riforma radicale per evitare le gare d’appalto europee per le proprie centrali idroelettriche, superando un contenzioso con la Commissione Europea che durava da oltre dieci anni. Di fatto ha tutelato la proprietà francese di una importante fonte energetica, evitando così che interessi finanziari speculativi potessero avere il sopravvento rispetto a quelli nazionali.

    In secondo luogo va considerato il problema legato al Revamping e Repowering degli impianti in quanto l’idroelettrico rappresenta la fonte rinnovabile più antica ma soprattutto più importante d’Italia. Non va dimenticato come gran parte del parco impianti nazionale necessiti di un urgente bisogno di manutenzione e ammodernamento tecnologico attraverso interventi mirati di efficientamento relativo alle turbine come alle strutture (sia “opere asciutte” che “opere bagnate”), la cui sintesi permetterebbe di incrementare la potenza senza dover costruire nuove dighe o impattare ulteriormente sull’ambiente, rendendo possibile l’obiettivo di recuperare una capacità stimata fino a diversi GW di potenza aggiuntiva e svariati TWh di produzione annua pulita. In più, così, l’intero settore idroelettrico potrebbe mantenere un grandissimo vantaggio strategico, rappresentato da una fonte energetica completamente sotto il controllo italiano, cioè made in Italy.

    In questo si differenzia molto dagli investimenti nel fotovoltaico i quali accentuano una forte dipendenza dalla Cina per la filiera del fotovoltaico e quindi espongono ad un innegabile rischio strategico l’Italia come tutta l’Unione Europea.

    Non va, infatti, dimenticato come Pechino controlli oltre l’80% della produzione mondiale di moduli fotovoltaici e quote ancora superiori (fino al 95-98%) per componenti chiave come i lingotti di silicio e i wafer, infatti in Italia, la dipendenza dalle importazioni cinesi di pannelli finiti supera il 70%. Senza dimenticare come grazie a massicci sussidi statali durati oltre un decennio le aziende cinesi riescono a produrre moduli a un costo quasi dimezzato rispetto ai produttori europei i quali oggi coprono appena il 2-3% del mercato continentale.

    In ultima analisi, la politica energetica nazionale dovrebbe assolutamente privilegiare il rafforzamento e lo sviluppo degli asset specifici nazionali come l’idroelettrico, puntando contemporaneamente ad una massima diversificazione delle fonti energetiche in modo da ridurne il peso specifico e, di conseguenza, la dipendenza. Anche perché all’interno di un contesto geopolitico problematico la dipendenza energetica prevalentemente da un’unica fonte può diventare uno strumento di ingerenza politica esercitata dai Paesi che ne detengono il monopolio.

    Allora, al di là della matrice ideologica, una politica energetica dovrebbe perseguire il doppio obiettivo di assicurare ad un prezzo ragionevole l’energia per sostenere le famiglie e le imprese, ma, parallelamente, dovrebbe assicurare una indipendenza politica alle istituzioni nazionali, ottenibile solo attraverso una diversificazione energetica e non certo con l’adozione di un modello energetico monoteistico e squisitamente ideologico, come quello espresso all’interno dell’Unione Europea con la transizione energetica.

  • Aiea preoccupata: Chernobyl non è più in sicurezza

    Lo scudo protettivo del reattore 4 della centrale di Chernobyl, danneggiato da un attacco con droni lo scorso febbraio, “non è più in grado di svolgere le sue funzioni di sicurezza primarie, inclusa la capacità di confinamento delle radiazioni”. Lo ha dichiarato il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, dopo una missione di ispezione sul sito. L’attacco – che le autorità ucraine attribuiscono alla Russia e che Mosca nega – ha aperto un varco nella “Nuova struttura di confinamento sicuro”, l’arco in acciaio da 1,5 miliardi di euro completato nel 2019 per consentire la futura rimozione del vecchio sarcofago sovietico e del materiale nucleare fuso.

    L’Aiea ha rilevato che l’impatto del drone ha degradato la struttura, pur senza compromettere le componenti portanti né i sistemi di monitoraggio. Grossi ha spiegato che “alcune riparazioni sono già state effettuate, ma un ripristino completo resta essenziale per prevenire un ulteriore degrado e garantire la sicurezza nucleare a lungo termine”. Le autorità ucraine avevano riferito, il 14 febbraio, che un drone con una testata esplosiva aveva colpito il sito provocando un incendio e danni al rivestimento protettivo; secondo l’Onu, i livelli di radiazioni erano rimasti “normali e stabili”. La centrale e l’area circostante furono occupate dalle forze russe nelle prime settimane dell’invasione del 2022. L’ispezione dell’Aiea è stata condotta parallelamente a una valutazione nazionale sui danni alle infrastrutture elettriche causati dalla guerra.

  • L’atomo in Italia? A Caorso ci sarà fino al 2036

    Doveva essere la centrale atomica più potente d’Italia, ma a tutt’oggi la centrale di Caorso resta una cattedrale nel deserto, un rottame di cui ci si deve ancora disfare. Inservibile per produrre energia dal momento in cui l’atomo è stato bandito in Italia, deve essere ancora dismessa, con tutti gli accorgimenti necessari vista la tipologia di impianto e il problema delle radiazioni.

    La struttura contiene tremila tonnellate di ferro e settemila di macchinari, valvole, tubature, bulloni, motori ampiamente made in Italy (a realizzare l’impianto hanno collaborato Ansaldo, Breda, Fochi, Enel e Cnen) e tenerla ferma e è costato quasi 300 milioni al giorno. C’è gente che ci ha lavorato, o meglio è stata stipendiata fino alla pensione, senza mai vedere la centrale in funzione. Oggi Viviana Cruciani guida la squadra di Sogin (azienda specializzata nello smantellamento di impianti simili) che deve smontare pezzo per pezzo l’impianto e poi tagliare, svitare, decontaminare, riciclare, mettere in sicurezza tutto quanto.

    La dismissione degli impianti atomici italiani per i quai era stata creata appositamente la Sogin doveva doveva essere in realtà completata per il 2019, ma scadenze e costi sono stati ridefiniti più volte e la chiusura del ciclo è stata posticipata prima al 2025, poi al 2032; ora si parla già di 2036. L’impegno finanziario per smantellare l’intero parco nazionale, da Caorso a Latina, da Garigliano a Trino Vercellese, è passato da 5,7 miliardi a 7,5 miliardi. Per quanto riguarda specificamente Caorso ci sono voluti sette anni per costruirla, quattro per aggiustarla e renderla più sicura, cinque per vederla funzionare. E venti per tenerla ferma. I cost preventivati all’epoca ammontavano a 140 miliardi di vecchie lire e salirono a 740. Ora  ci vogliono 460 milioni di euro per smantellarla.

    Lo smantellamento produrrà 322 mila tonnellate di materiali, tra metallo e calcestruzzo. Come 3 portaerei, 40 torri Eiffel o l’intero l’Empire State Building. «Di queste tonnellate almeno 300 mila composte da metalli e calcestruzzo saranno inviate a recupero», dice Cruciani.

    Il futuro, una volta compiuta la dismissione, è una sorta di via Gluck a contrario: lì dove c’era il cemento ci dovrebbe essere il verde. Sogin, la societa pubblica responsabile della dismissione degli impianti nucleari in Italia e della gestione dei rifiuti radioattivi, si è impegnata nella riqualificazione e nel riequilibrio ambientale dell’area. Gian Luca Artizzu, amministratore delegato di Sogin, dice che «la nuova vita dei siti nucleari va resa disponibile in ottica di economia circolare». Primo obiettivo è la minimizzazione dei rifiuti radioattivi. Impresa che deve fare i conti con un’incognita che pesa sulla politica: dove mettere le scorie. In Italia non c’è il sito per lo stoccaggio. Non c’è mai stato. Quelle di Caorso riprocessate e ridotte sono in attesa del deposito nazionale. La carta delle aree idonee di Sogin ha indicato 51 località. Il ministero dell’Ambiente deve valutarne l’impatto sul territorio. Per anni si era parlato di Scanzano Ionico. Oggi è fuorigioco. Si palleggiano altre aree in provincia di Torino, Alessandria e Viterbo.

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