Cina

  • Il surplus commerciale della Cina nel 2021 è volato a 676 miliardi

    La Cina ha registrato un boom dell’interscambio commerciale nel 2021 con un surplus di 676,8 miliardi di dollari, il più ampio dall’inizio della raccolta dei dati del 1950, contro i 535,03 miliardi del 2020, beneficiando dell’impennata dell’export del 29,9% (+30,1% l’import) con le robuste spedizioni di beni della meccanica e dell’elettronica. Solo a dicembre, il saldo è stato di 94,46 miliardi, pari al nuovo record su base mensile.

    “Il commercio sta affrontando una crescente incertezza, instabilità e squilibrio”, ha affermato il portavoce delle Dogane, Li Kuiwen, presentando i dati. “L’economia cinese ha di fronte una triplice pressione, tra cui la contrazione della domanda, lo shock dell’offerta e le aspettative più deboli”, mentre “la pandemia globale rimane grave, l’ambiente esterno sta diventando più complesso e incerto e, dopo il balzo del 2021, il commercio nel 2022 dovrà affrontare una certa pressione”.

    I segnali di un rallentamento economico generale sono già emersi con la crescita delle importazioni di dicembre sotto le attese (+19,5% contro 26,3%), anticipando un trend che sconta le strette della ‘tolleranza zero’ di contenimento del Covid-19 e della sua temuta variante Omicron, il cui primo focolaio interno è stato rilevato a Tianjin. L’economia cinese ha avuto un inizio solido del 2021, trainata dall’export, ma ha iniziato a perdere vigore nella seconda metà dell’anno a causa della serie di misure restrittive nel settore immobiliare, tecnologico e dell’istruzione, della crisi energetica e del costo eccessivo delle materie prime. Mentre i consumi, che dovrebbero essere con l’export i pilastri della strategia di crescita della doppia circolazione, restano asfittici.

    La Cina pubblicherà lunedì il Pil del quarto trimestre, con le aspettative di un ulteriore rallentamento sul 4,9% di luglio-settembre, fino al 3,6% nelle stime degli analisti. La Banca mondiale e il Fmi hanno già declassato la crescita cinese all’8% per il 2021 dalle proiezioni precedenti, rispettivamente dell’8,5% e dell’8,1%, mentre Goldman Sachs ha appena tagliato l’outlook del 2022 dal 4,8% al 4,3%.

    Gli Stati Uniti restano il principale partner commerciale su base nazionale, ma si piazzano al terzo posto dopo Asean e Ue nel calcolo per macroaree: l’export cinese verso gli Usa è aumentato del 27,5%, a 576,11 miliardi, mentre l’import del 32,7%, a 179,53 miliardi, generando un surplus di 396,58 miliardi, in rialzo per il secondo anno consecutivo dopo il calo accusato tra il 2018 e il 2019 in scia alla guerra dei dazi avviata dall’amministrazione di Donald Trump. La ‘fase 1’ dell’accordo sul commercio di gennaio 2020 prevedeva che Pechino avrebbe dovuto aumentare gli acquisti di beni americani di 200 miliardi negli anni 2020 e 2021, rispetto ai valori del 2017, al fine di riequilibrare il deficit commerciale: tuttavia, la Cina avrebbe raggiunto solo il 60% del target pattuito, in base ai dati di novembre compilati dal Peterson Institute for International Economics.

    Infine, l’interscambio commerciale tra Cina e Italia ha avuto una forte spinta nel 2021, salendo 34,1% a 73,95 miliardi di dollari, con un surplus a favore di Pechino di 13,30 miliardi, in aumento sui 10,70 del 2020: l’import cinese di prodotti italiani è salito del 36,3%, a 30,22 miliardi, mentre l’export verso il Belpaese ha toccato i 43,63 miliardi (+32,6%). “La maggiore crescita delle nostre esportazioni – ha detto all’Ansa il direttore dell’Ufficio Ice di Pechino, Gianpaolo Bruno – è un segnale molto positivo che è stato alimentato dagli strumenti messi a disposizione dal Patto per l’export. L’auspicio è adesso riuscire a consolidare e a migliorare il trend per l’anno in corso, in un contesto che presenta criticità”.

  • India alternativa alla Cina per gli investitori post-Covid, ma non mancano le ombre

    Kongthong è un villaggio indiano di 700 anime dove i figli vengono chiamati con un fischio: a ogni bambina e bambino appena nati viene assegnato dalla madre un motivetto che si porterà per l’intera vita, suo ed esclusivo. Come riferisce un reportage di Sette, il supplemento settimanale del Corriere della Sera, il sistema si chiama Jingrwai Iawbei. Lo scorso settembre, il governo di Delhi ha candidato Kongthong a entrare nella lista dei Migliori Villaggi Turistici della World Tourist Organization dell’Onu, perché questo luogo remoto anche per gli indiani, grazie ai nomi fischiati, sta diventando un’attrazione.

    Ma mentre si impegna tanto per sdoganarsi sul mercato globale del turismo, il Paese si sottrae all’impegno della comunità internazionale per l’eliminazione drastica delle centrali a carbone chiesta da altri alla Cop26 di Glasgow. Eppure L’India non è certamente un Paese arretrato: a Bangalore (ora rinominata Bengaluru), nel centro del cono Sud della penisola, Sette riferisce che sono registrate 67mila aziende dell’Information Technology e vi hanno stabilito attività praticamente tutti i grandi nomi dell’hi-tech globale: i campioni nazionali Infosys e Wipro, ma anche Amazon, Ibm, Dell, Microsoft, Siemens, Sap, Google, Nokia e via dicendo. Chennai, la ex Madras, conta 4mila imprese tecnologiche. Hyderabad, più a Nord, è un altro centro per lo sviluppo del software. E poi naturalmente Delhi, Bombay (Mumbai), Calcutta (Kolkata). Dall’inizio del 2021, inoltre 35 start up diventate “unicorni”, hanno cioè superato il valore di un miliardo di dollari. E, in generale, la dinamicità che l’economia dell’India sta mostrando dopo i disastri nella gestione della pandemia s’incontra con la necessità di molti investitori di mettere meno denaro in Cina, dove Xi Jinping sta conducendo una serrata repressione tra le imprese private, soprattutto hi-tech, e di trovare alternative. Il Financial Times ha riportato che nel settore tecnologico quest’anno gli investimenti nelle imprese indiane sono cresciuti del 287%, contro il 118% di quelli nelle aziende cinesi. Nel trimestre luglio-agosto 2021, per ogni dollaro investito in una società hi-tech cinese, un dollaro e mezzo è andato a una indiana. L’orgoglio dell’establishment, a cominciare da quello del primo ministro Narendra Modi, si è ulteriormente gonfiato in ottobre quando il Fondo monetario internazionale ha previsto che l’economia del Paese crescerà del 9,5% quest’anno e dell’8,5% il prossimo, contro i rispettivi 8% e 5,6% della Cina.

    Nonostante il Paese sia il maggior produttore di vaccini al mondo, la campagna di immunizzazione ha avuto ritardi e solo da pochi giorni ha superato il miliardo di dosi somministrate (la popolazione sfiora gli 1,4 miliardi). La burocrazia elefantiaca e la corruzione restano una palla al piede. I contadini continuano ad assediare Delhi per protesta contro una riforma modernizzatrice della distribuzione dei prodotti agricoli. C’è un grande bisogno di riforme ma farle è straordinariamente faticoso in un Paese povero, diviso in 28 Stati e 8 Territori dell’Unione, nel quale si parlano 22 lingue riconosciute nella Costituzione. Popolato da lobby, divisioni religiose, partiti politici locali. C’è, appunto l’India che corre, alle velocità delle start-up e della Borsa o con il passo più lento del villaggio dei nomi musicati, e c’è l’India che sta ferma e frena.

  • Imperatore della Cina libera

    Zhang Zhan è una cittadina cinese che ha avuto il coraggio di denunciare da subito i tentativi del governo cinese di mettere la museruola ed obbligare al silenzio i giornali indipendenti che pubblicavano le vere notizie sulla pandemia. E’ la cittadina che ha cercato di far sapere, ai cinesi ed al mondo, con parole ed immagini, come erano trattate le famiglie dei pazienti ammalati di covid 19. Per questo è stata incriminata e condannata a quattro anni di carcere senza neppur poter ricevere visite dai famigliari. Dal maggio 2020 ha più volte fatto lo sciopero della fame ed ora è allo stremo delle forze. Altre persone, medici, giornalisti, cittadini comuni hanno subito e continuano a subire l’intollerante Potere dell’“imperatore cinese” Xi Jinping mentre il dragone allunga sempre più le mani in ogni area del mondo, Italia compresa, non solo con la Via della Seta ma specialmente con l’istituto Confucio che apparentemente promuove lo studio della lingua cinese ma, nella realtà, si incunea nella cultura e nelle abitudini degli altri paesi creando dipendenze e sottraendo informazioni.

    Certo nessuno di noi, singolarmente, avrà la forza di far liberare Zhang Zhan né altre persone ingiustamente incarcerate in Cina, in Turchia e in tanti altri paesi dove la parola giustizia e democrazia non compaiono nel vocabolario del Potere. Ma le nostre voci insieme possono aiutare molto chi sta soffrendo ingiustamente e ciascuno di noi può, anche attraverso le azioni quotidiane, dimostrare che non accettiamo più di comperare ed usare i prodotti, non solo cinesi, fatti da veri e propri schiavi. Ciascuno di noi può, ogni giorno, ricordare a se stesso e a chi ha intorno che la democrazia nella quale viviamo, per quanto imperfetta, è un bene inestimabile che dobbiamo saper difendere da chi, anche oggi, in casa nostra, con parole e fatti di odio mina il vivere civile.

  • La Cina compresa con soli vent’anni di ritardo

    Sicuramente questa settimana, caratterizzata dal ponte dell’Immacolata, ha visto il proliferare di interventi sui vent’anni dall’ingresso della Cina nel Wto con dotte relazioni dei maggiori commentatori all’interno di testate giornalistiche rispetto a quanto è conseguito da tale ingresso.

    “Dopo solo vent’anni” si accorgono ora degli effetti devastanti dovuti alla creazione di un mercato unico ma privo di ogni regola comune di bilanciamento e di equilibrio tra soggetti economici e nazioni che presentavano delle differenze in termini di costi e di garanzie sociali e di tutela dei prodotti assolutamente inconciliabili che avrebbero sicuramente dato luogo a delle speculazioni, come le delocalizzazioni estreme hanno dimostrato.

    Buona parte dei personaggi che adesso criticano questa situazione economico-politica in passato avevano magnificato gli effetti nel lungo termine per i consumatori della scolastica applicazione del semplice principio della concorrenza. Solo ora si cerca di dimostrare di aver compreso, fuori tempo massimo ormai, e la vera operazione è quella di celare la propria incapacità di lettura delle conseguenze e delle dinamiche economiche a medio-lungo termine di un mercato unico, la cui nascita e gli effetti benefici potevano manifestarsi se solo si fosse creata una piattaforma basata sulla condivisione di principi comuni come di controllo e di salvaguardia reciproca, oltre ad una cultura di rispetto per l’ambiente ed il lavoro.

    Invece tutti hanno accettato, a partire dalla  classe politica e dirigente italiana fino al  mondo  universitario, la creazione di un mercato privo di barriere ma soprattutto di regole  il  cui principio fondativo si sarebbe manifestato semplicemente nella possibilità di accedere a mercati a basso costo di manodopera e nella possibilità di suscitare così azioni speculative nel mondo industriale e, come contropartita,  ponendo le basi per una China Invasion di prodotti di ogni genere e contenuto.

    Questo ipocrita tentativo, ora, di rifarsi una reputazione dopo i disastri evidenti della deindustrializzazione della nostra economia nel nostro Paese, con effetti devastanti a causa del trasferimento di know-how e per la perdita di posti di lavoro e professionalità frutto di decenni di investimenti, rappresenta la fine di questo declino culturale.

    In questo contesto si deve anche ricordare come al declino abbia contributo anche l’assoluta miopia dell’Unione Europea che fino a poco tempo fa intendeva riconoscere all’economia cinese lo status di “economia di mercato”. L’insostenibilità nel medio e lungo termine di questa strategia è sempre stata da noi soli sempre evidenziata per decenni.

    In questo mi sembra giusto ricordare, oltre al sottoscritto, le voci dell’associazione dei Contadini del Tessile, come Riccardo Ruggeri e Luciano Barbera, unici ad essersi esposti in prima persona contro il pensiero unico magnificante il libero mercato e sempre a tutela della produzione nazionale e della tutela del Made in Italy.

    Adesso, con un minimo ritardo di soli vent’anni, la sicurezza di allora sembra vacillare non tanto per la consapevolezza dell’errore commesso e degli effetti devastanti per l’economia italiana quanto per il tentativo di rifarsi una credibilità ampiamente compromessa con gli effetti devastanti per le economie in era post pandemica.

    Mai come in questi ultimi vent’anni la professionalità e la competenza non sintonizzate con il pensiero unico politico ed economico sono state derise e isolate in questo dal mondo degli illuminati progressisti appoggiato da un compiacente ed altrettanto incompetente mondo accademico le cui precise responsabilità andrebbero finalmente individuate tanto per i singoli quanto per l’associazione di categoria ed i partiti.

    In questo contesto, in più, non va dimenticato come all’interno di un mercato concorrenziale, le cui dinamiche principali dovevano essere conosciute alla classe politica e governativa italiana, a differenza di quanto hanno sempre dichiarato, cioè di voler abbassare il costo del lavoro, tutti i governi con le proprie politiche adottate abbiano ottenuto esattamente l’effetto opposto.

    In altre parole, al di là delle dichiarazioni, il risultato è stato di accrescere cioè il costo del lavoro in Italia, una cosa fondamentalmente stupida e grave specialmente se consapevoli di operare in un mercato globale all’interno del quale il fattore principale concorrenziale è proprio quello relativo al costo del lavoro.

    Questi due fattori, quindi, l’incapacità di comprendere gli scenari economici nel medio-lungo termine espressione di una classe politica e dirigente con una preparazione aggiornata precedentemente al crollo del muro di Berlino (1) unita ad una assoluta irresponsabilità della classe governativa e politica in relazione agli effetti dei continui aumenti del costo del lavoro all’interno di un mercato concorrenziale e globale (2) hanno reso il nostro Paese l’unico a crescita negativa per quanto riguarda le retribuzioni negli ultimi 30 anni (28.10.2021 https://www.ilpattosociale.it/attualita/che-altro-aggiungere/).

    Questi due devastanti fattori combinati insieme hanno portato all’ennesima scelta da parte di un fondo straniero di delocalizzare la produzione, ora in Italia, dei cerchi in lega della Speedline (azienda della provincia di Venezia con 600 dipendenti). Un dramma che nasce certamente dalla volontà speculativa della proprietà ma anche dagli ampi spazi lasciati da una deleteria politica governativa italiana degli ultimi vent’anni unita ad una sostanziale incompetenza della classe dirigente accademica italiana rispetto agli effetti dell’ingresso nel Wto della Cina.

    La Cina, con le proprie contraddizioni democratiche fino ad oggi assolutamente non considerate (*), si è seduta ad un tavolo imbandito ricco e privo di ogni regola di Galateo e di educazione assicurata nel proprio operato da una infantile visione globalista abbracciata dalla cosiddetta classe politica progressista. Si è così concesso al Gigante dall’estremo Oriente di mangiare con le mani non solo dal proprio piatto ma soprattutto da quelli degli altri.

    (*) Si pensi al vergognoso accordo con la Cina “la via della seta” siglato dal governo Conte, vera espressione del siderale vuoto culturale ed economico di un intero governo ma anche di una assoluta insensibilità democratica.

  • Record di treni merci tra Ue e Cina: sono cresciuti del 26% in un anno

    Da gennaio e ottobre 12.605 servizi di treni merci hanno trasportano quasi 1,22 milioni di container tra la Cina e l’Europa. Il numero di treni è aumentato del 26% su base annua, mentre il volume delle merci è aumentato del 33%. Lo scrive la rappresentanza della Cina presso l’Ue sul suo profilo Twitter, citando un articolo di China Daily. “Più servizi di treni merci hanno collegato Cina ed Europa nei primi 10 mesi di quest’anno rispetto al numero record per tutto l’anno scorso, dimostrando la loro forte resilienza alla pandemia di Covid-19 e il ruolo nella stabilizzazione della catena di approvvigionamento globale. Il numero di treni è aumentato del 26% su base annua, mentre il volume delle merci è aumentato del 33%”, si legge nel quotidiano cinese. L’anno scorso – riporta il quotidiano – circa 12.400 treni merci che trasportavano 1,14 milioni di container hanno operato tra le 2 regioni. Il numero di treni è stato del 50 percento in più rispetto al 2019 e il volume delle merci è aumentato del 56 percento di anno in anno. Il China State Railway Group, l’operatore del servizio ferroviario nazionale, ha affermato che il funzionamento costante e sicuro dei servizi li ha visti conquistare il favore del mercato logistico internazionale e diventare un importante canale strategico per il commercio globale. La società ha elaborato piani per aumentare la capacità dei corridoi d’oltremare, ad esempio aprendo nuove rotte e offrendo nuovi modelli di trasporto. Il numero di servizi lungo le nuove rotte è aumentato il mese scorso fino a rappresentare il 35% dei viaggi complessivi, rispetto al 20% circa nella prima metà dell’anno.

  • Pechino fa uccidere cani e gatti di chi è in quarantena

    Shiangrao, provincia di Jiangxi, sud est della Cina. Un piccolo corgie viene svegliato di colpo da forti rumori fuori dalla porta di casa. Esce dalla sua cuccia e si nasconde sotto al tavolo. Due uomini, che indossano tute e visiere anti-Covid, entrano in casa tenendo in mano un sacchetto giallo ed un piede di porco. “Il capo ha detto che dobbiamo sistemare la cosa direttamente qui, sul posto no?”, chiede uno. “Sì”, risponde l’altro, che prende il piede di porco e lo usa per far uscire il cane da sotto al tavolo. L’animale spaventato corre in un’altra stanza ed esce dall’inquadratura. Sono i suoi ultimi momenti di vita, ripresi da una telecamera di sicurezza, che la sua padrona ha condiviso su Weibo, il sito di microblogging cinese. Il video ha suscitato sgomento e indignazione ed è diventato il simbolo della linea durissima traguardo di “zero casi Covid” nel Paese da cui tutto è partito.

    La proprietaria del piccolo corgie era stata costretta alla quarantena dopo la scoperta di un focolaio di coronavirus nella sua città, nonostante lei fosse risultata negativa al test. A tutti gli inquilini era stato ordinato di lasciare la porta dell’appartamento aperta per permettere la disinfezione di ogni stanza. Fu, questo il nome della padrona del cane, era stata rassicurata dagli operatori che nessuno avrebbe preso né ucciso il suo cane. E invece il corgie è stato barbaramente abbattuto con un colpo alla testa. Le immagini scioccanti hanno scatenato un dibattito online sui diritti degli animali in Cina ma anche su quanto, in questo periodo d’emergenza, il governo di Pechino abbia ampliato i suoi poteri di controllo sull’individuo.

    Non è la prima volta dall’inizio della pandemia che le autorità cinesi uccidono animali domestici. A settembre tre gatti nella città nord-orientale di Harbin sono stati uccisi dopo essere risultati positivi al Covid senza il consenso del loro proprietario, che era in quarantena in ospedale. Nell’ambito delle strette misure contro il coronavirus, Pechino ha deciso di accelerare il passo sui vaccini. Il Paese ha già inoculato il siero anti-Covid ad oltre il 75% dei suoi 1,4 miliardi di abitanti, per lo più adulti e anziani, e adesso mira a vaccinare tutti i bambini tra i 3 e gli 11 anni, pari a circa 160 milioni, entro la fine dell’anno. Oltre la metà – 84,39 milioni – ha già ricevuto la prima dose, mentre in 49,44 milioni hanno completato l’intero ciclo.

    Intanto l’Europa è tornata ormai da settimane il centro della pandemia con il virus che viaggia veloce. Mentre in Austria è entrato in vigore il lockdown per i non vaccinati, in Olanda, l’unico Paese europeo finor ad aver reintrodotto chiusure per tutti, sono stati registrati oltre 19.000 nuovi casi giornalieri, un record di gran lunga superiore a quello registrato appena qualche giorno fa di 3.000. Il Belgio, con una riunione del Comitato tecnico-scientifico il 17 novembre, si prepara ad una stretta per contrastare l’aumento di contagi. Previsti il ripristino dell’obbligo della mascherina al chiuso dai 9 anni, il ritorno al lavoro da casa dove possibile, la chiusura per almeno 3 settimane delle discoteche e delle attività sportive al chiuso. Anche la Francia si difende sia all’interno, ritorno della mascherina alle elementari, che all’esterno, con l’obbligo per i viaggiatori sopra i 12 anni non vaccinati e provenienti da Germania, Belgio, Irlanda, Olanda, Austria e Grecia di presentare il risultato di tampone negativo molecolare o antigenico realizzato meno di 24 ore prima della partenza. In Gran Bretagna, il primo Paese in Europa che è stato travolto dalla nuova ondata spinta dalla variante Delta, si punta tutto sulla terza dose di vaccino con il via libera al booster per tutti i quarantenni. Cresce infine la pressione sugli ospedali in Germania, dove si continuano a registrare record di nuovi casi, e nei prossimi giorni si attendono nuove restrizioni.

  • Hong Kong passes new film censorship law

    Hong Kong’s legislature has passed a new law banning films deemed to violate China’s national security interests, the latest blow to freedom of expression in the territory.

    Punishment for violating the law includes up to three years imprisonment and $130,000 (£95,000) in fines.

    Critics say the legislation will stifle the vibrant local film industry.

    Last year, China imposed a national security law on Hong Kong that effectively outlawed dissent.

    The legislation, which came after huge pro-democracy protests in 2019, criminalises secession, subversion, terrorism and collusion with foreign forces. Critics say it is aimed at crushing dissent but China says it is meant to maintain stability.

    The film censorship law was approved in the opposition-free Legislative Council. It gives the chief secretary – the second-most powerful figure in the city’s administration – the power to revoke a film’s licence if it is found to “endorse, support, glorify, encourage and incite activities that might endanger national security”.

    Experts and content producers have raised worries about the impact of the legislation, which does not cover films posted online, on creativity and freedom of expression.

    Filmmaker Kiwi Chow, whose documentary Revolution of Our Times about the 2019 protests was featured at the Cannes Film Festival this year, told Reuters news agency the law would “worsen self-censorship and fuel fear among filmmakers”.

    A speedy job

    By Martin Yip, BBC News Chinese, Hong Kong

    The bill was passed by a simple showing of hands, at the last meeting of the council’s much extended current term. And despite the lack of opposition in the legislature, lawmakers still debate.

    Councillor Luk Chung-hung claimed it was political films that hindered creativity, not the proposed censorship law. Another councillor, Priscilla Leung, who is also a law professor, insisted the bill was in full compliance with human rights laws, and she hoped to stop such films from “brainwashing” young people.

    Filmmakers will certainly be concerned. Dr Kenny Ng of the Hong Kong Baptist University’s Film Academy said the new law would see film distributors worrying if their already-approved films would be withdrawn, meaning more uncertainty in the industry.

    As for the lawmakers, it is time to prepare for winning their job back as the election takes place in December – under completely new election laws.

    The arts industry was already being targeted even before the new law. In June, a local theatre pulled the award-winning documentary Inside The Red Brick Wall, also about the 2019 protests, and its distributor lost government funding.

    Book publishers have admitted to self-censoring and the largest pro-democracy paper, Apple Daily, closed earlier this year amid a national security investigation.

    Meanwhile, many opposition figures are already in prison or in exile.

  • Regime change in Afghanistan increases investment risk for Russia, Central Asia

    Investment opportunities will depend entirely on Taliban governance

    Taliban’s takeover of Afghanistan has sparked fears of extremism, Chris Weafer, co-founder of Macro-Advisory in Moscow, wrote in a note to investors.

    “Moscow’s long-standing fear of instability on its southern borders is the primary factor in its calculations with Kabul. That depends on the ability of the Central Asian nations bordering Afghanistan — Turkmenistan, Uzbekistan, and Tajikistan – to defend their borders and keep radical Islamic fighters, such as ISIL, and extremist ideology, from destabilizing their own societies,” Weafer said, adding that all three border states have had previous experience of extremist attacks and fear such episodes could be repeated if either the new government in Kabul is unwilling, or unable, to contain extremist groups.

    Having met regularly with Taliban leaders since 2018, Russia is well prepared to deal with the impact of regime change in Afghanistan, Weafer said. “Most recently a senior delegation visited Moscow in July. Russian officials in Afghanistan have also been engaged with the Taliban for many years. Both sides say they will work together. Moscow will also use this as an opportunity to remind the Central Asian states that it is the only real power in the region, that it has been consistent and multilateral over the past twenty years, and, via the CSTO (Collective Security Treaty Organization), provides nuclear cover for member states,” Weafer argued.

    Moscow will want to work with neighboring states, Weafer wrote, arguing that Russia will not officially recognize the new government or remove the Taliban from the list of proscribed terrorist organizations until the UN Security Council does so.

    “Evidence of the new pragmatism with the White House. It is confirmed that the US-NATO withdrawal was discussed at the Biden-Putin summit in Geneva. But Congress may see this as evidence of Russia collusion. The danger for Russia is that engagement with the new government, and news of the various meetings since 2018, may be interpreted as evidence of collusion by US congress. Some members may use this in support of fresh sanctions, i.e. if any fresh catalyst arises,” Weafer argued.

    Investment opportunities will depend entirely on Taliban governance, Weafer wrote, adding that Afghanistan’s major investment advantage is the estimated $3 trillion worth of minerals, including rare-earth minerals, which have hardly ever been developed. This will clearly be of interest to China, although criticism of Chinese actions against the Muslim Uighurs by the Taliban will be an obstacle initially.

    Turkmenistan is best placed politically, Weafer argued, reminding that the government in Ashgabat has maintained frequent and direct contacts with the Taliban and, at a February meeting, secured an agreement to allow the Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI) gas pipeline and the Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan (TAP) Power Interconnection projects to proceed.

    Regarding Uzbekistan, Weafer said Tashkent’s hopes for greater connectivity may suffer. “Uzbekistan has been pushing for a direct transport link across Afghanistan to the Iranian port of Chabahar and to Gwadar in Pakistan. Tashkent has been dealing with the previous government rather than the Taliban. But, if the Taliban wants to develop the economy, then these routes will continue to be built, although later,” the Macro-Advisory expert wrote.

    Tajikistan is most vulnerable, Weafer argued, noting that the country has the longest and most porous border with Afghanistan and is close to areas currently controlled by the more militant ISIL. Russia has 5,000 troops on the border but, still, investment risk will be higher here than for other countries.

    According to Weafer, everything will depend on how the new government in Afghanistan acts and the control it can exercise. “It is far too early to be able to assess the impact on investment risk and opportunities in Afghanistan or concerning the major projects planned from neighboring states to export to Afghanistan or using the country as a conduit for, e.g. transport and power links. “All will be delayed for some time because of the suspension of funding by the World Bank and other IFIs and until the intentions and behavior of the new Kabul government are better known,” Weafer said.

    Major projects in Central Asia are also dependent on what happens in Kabul, he noted. “If they are true to their word, then these projects will resume, and investment opportunities will be even more readily accessible by foreign investors and multinationals,” Weafer said, adding, “If not, then the development plans for neighboring countries in Central Asia will be negatively impacted and investment risk across the region will rise”.

    The summit of leaders of the Shanghai Cooperation Organization (SCO) is set for September 16-17th in Dushanbe.

  • Ancora allarme per il pomodoro cinese

    Come abbiamo già denunciato più volte anche quest’anno, mentre in Italia volge al termine la campagna del pomodoro, arriva l’allarme delle organizzazioni agricole. In Italia i derivati di pomodoro cinese, ricorda la Coldiretti, è arrivata a +164% ed anche dalla Turchia aumenta rapidamente l’arrivo di questi prodotti.

    I derivati del pomodoro sono un condimento particolarmente utilizzato in Italia sia direttamente dai consumatori che come parte di prodotti alimentari che l’Italia esporta. I pomodori coltivati al di fuori delle norme di garanzia che evitano l’utilizzo, per la coltivazione di prodotti che in Europa sono stati individuati come cancerogeni e pericolosi, rappresentano un rischio per la salute.

    Nel nostro Paese vi è l’obbligo che l’etichetta porti il luogo di coltivazione del pomodoro, questa specifica deve esserci anche per i derivati ma non è previsto nulla per i prodotti che saranno esportati. Per questo vi è il rischio concreto è che si esportino dall’Italia salse, passati, concentrati per i quali non è stato utilizzato pomodoro italiano e questa sarebbe ovviamente una frode e un grave danno per il made in Italy. Nella coltivazione del pomodoro si usano, in molti paesi, anche prodotti che forzano la maturazione in 24/36 ore. Questo sistema fortunatamente non è usato nel nostro Paese dove le aziende che lavorano il pomodoro ricevono il prodotto secondo turni prestabiliti e i pomodori seguono la naturale maturazione.

    E’ molto importante che non solo le associazioni di categoria e coloro che sono preposti al controllo, a partire dai nuclei anti sofisticazione, vigilino con attenzione per controllare che le importazioni dalla Cina, come anche da altri Paesi, non nascondano frodi o inganni, altrettanto importante è che i consumatori verifichino l’etichettatura di quanto stanno acquistando.

  • Anche i libri per bambini di Hong Kong nel mirino del regime di Pechino

    Anche i testi illustrati per bambini sono finiti nelle strette maglie della sicurezza nazionale di Hong Kong. La polizia ha arrestato cinque associati dell’Unione generale dei logopedisti, una sigla sindacale locale, a causa di “tre libri sediziosi” per bambini con pecore sospettate di incitare all’odio verso i governi dell’ex colonia e di Pechino, rappresentati dai lupi.

    Il sovrintendente senior Steve Li del dipartimento della Sicurezza nazionale ha spiegato le ragioni alla base delle accuse con le pecore identificate con la gente di Hong Kong, mentre nelle storie compaiono a un certo punto i lupi famelici che, nell’interpretazione, sono ritenuti essere la Cina. “Un libro mostrava le pecore molto pulite e i lupi molto sporchi. Ha cercato di accusare la Cina di aver portato il virus”, ha detto Li in una surreale conferenza stampa. Le prefazioni in due dei tre testi collegano le storie alle proteste contro il governo del 2019 e, sul punto, Li ha specificato che le pubblicazioni mirano a glorificare la violenza e ad incitare i bambini a odiare il governo e la magistratura della città. Un’altra storia alluderebbe a uno sciopero tenuto dagli operatori sanitari all’inizio del 2020 per cercare di fare pressione sul governo sulla chiusura delle frontiere con la Cina a causa della pandemia del Covid-19. “Il libro mostrava che le pecore erano molto pulite e i lupi molto sporchi. Ha cercato di accusare la Cina di aver portato il virus – ha osservato -. I libri, per esempio, mostravano i lupi mentre gettavano spazzatura e sputavano dappertutto”.

    Le persone arrestate sono due uomini e tre donne di età compresa tra i 25 e i 28 anni con l’accusa di aver cospirato per la pubblicazione di materiale sedizioso, tra cui il presidente il vicepresidente, il segretario e il tesoriere dell’Unione.

    Li ha invitato i genitori e i distributori a liberarsi dei libri incriminati: “Tutte le pubblicazioni sono rivolte a bimbi di età compresa tra i 4 e i 7 anni, età cruciale per sviluppare la conoscenza morale ed etica. Insegnando loro che il bianco è nero e il nero è bianco, con quali valori cresceranno? Potrebbero finire per avere intenzioni criminali”, ha azzardato il sovrintendente, non escludendo altri arresti.

    La Confederazione dei sindacati (CTU) pro-democrazia ha espresso forte preoccupazione per il caso, ritenuto il segnale di un’escalation volta a strangolare la libertà di espressione, nonché “una campana a morto per la libera creazione artistica. Oggi un libro per bambini è definito sedizioso. Domani qualsiasi metafora potrebbe essere letta come tale”, ha affermato la CTU in una nota. “Questo spiega anche perché molti creatori si autocensurano, ritirando le loro opere dagli scaffali. Il caso mostra ancora una volta come la legge sia stata usata dalle autorità per diffondere la paura”.

    Intanto il tribunale di West Kowloon ha negato la libertà su cauzione a quattro ex alti dirigenti dell’Apple Daily, il tabloid pro-democrazia fondato da Jimmy Lai e costretto alla chiusura il 24 giugno, accusati di aver violato la legge sulla sicurezza nazionale. L’editore associato Chan Pui-man, il capo editoriale della sezione di notizie in inglese Fung Wai-kong, il caporedattore esecutivo Lam Man-chung e l’editorialista Yeung Ching-kei devono rispondere di cospirazione e collusione con le forze straniere per il fatto di aver chiesto sanzioni contro Hong Kong e la Cina.

Back to top button