condanne

  • In attesa di Giustizia: toglietegli il fiasco

    “Punire un errore per correggerne cento” è uno sloga attribuito a Mao Zedong, come motto della Rivoluzione culturale del 1966 e come giustificazione ideologica delle azioni violente delle Guardie Rosse per presunte esigenze formative e deterrenti. In Italia, il motto divenne celebre per il suo utilizzo da parte delle Brigate Rosse nel sequestro Macchiarini del 1972, quando il dirigente della Sit-Siemens Idalgo Macchiarini fu fotografato con un cartello al collo che recitava “Mordi e fuggi. Niente resterà impunito. Colpiscine uno per educarne cento. Tutto il potere al popolo armato”.

    Insomma, un motto da non prendere preferibilmente ad esempio, non fosse altro che per i precedenti è stato evocato dal Ministro degli Affari Esteri e Vice Premier Antonio Tajani mentre era in visita al Villaggio della Legalità e non al bar dopo il terzo bicchiere, lamentando una supposta eccessiva indulgenza dei giudici nei confronti degli arrestati in flagranza dalle Forze dell’Ordine.

    Tajani ha ricordato “a tutti i magistrati che decidono sugli arresti che è vero che c’è un problema di carceri sovraffollate, ma dobbiamo anche dare dei segnali che garantiscano ai cittadini il fatto che i ceffi non possono agire impuniti. Qualche segnale va dato, insomma, colpirne uno per educarne cento credo che serva. E credo che anche alcuni magistrati debbano mettersi la mano sulla coscienza. Grazie.”

    Il problema non è soltanto il linguaggio ma – se non siamo già ben oltre il terzo bicchiere – l’abissale ignoranza giuridica che quel linguaggio rivela: i giudici non devono “dare segnali” e non devono neppure tenere qualcuno in carcere per gratificare le forze di polizia che lo hanno arrestato. E soprattutto non si può privare una persona della libertà per intimidirne altre cento.

    La custodia cautelare non è una pena anticipata, ha presupposti stabiliti dalla legge, che il giudice deve verificare nel singolo caso. La persona arrestata non diventa colpevole perché la polizia l’ha arrestata: fino alla condanna definitiva opera la presunzione di non colpevolezza.

    Quello di Tajani è stato una sorta di crescendo rossiniano: prima l’uscita sulla derivazione araba del suo cognome, poi le dichiarazioni – alla kermesse politica “Itaca”, facendo l’ardita metafora con un partito politico moderato – sulle caratteristiche di una donna seria ed affidabile tra le quali spicca la gonna “un po’ più lunga”, adesso queste sulla necessità di pene esemplari.

    Se le prime inducono al sorriso per la loro innocua inconsistenza, le ultime appaiono particolarmente gravi soprattutto perché pronunciate da chi ha l’onere e l’onore di rappresentare l’Italia nel mondo e quello che sta criticando non è perdonismo, neppure indulgenza. E’ legge e Costituzione.

  • Prima dello schianto Raisi fa eseguire le condanne a morte disposte in Iran

    Ebrahim Raisi le ha raggiunte poco dopo, ma prima che il presidente iraniano morisse l’Iran ha giustiziato almeno sette persone, tra cui due donne. A denunciarlo è stata la Ong con sede a Oslo, Iran Human Rights (Ihr), segnalando anche il rischio imminente di esecuzione per un membro della minoranza ebraica. L’associazione ha evidenziato una escalation di esecuzioni capitali nel Paese. Una delle vittime è Parvin Mousavi, 53 anni, madre di due figli adulti che è stata impiccata nella prigione di Urmia, nel nord-ovest dell’Iran. Insieme a lei anche cinque uomini, condannati per vari casi legati alla droga, secondo quanto riferito su un comunicato dell’organizzazione norvegese. L’altra donna giustiziata è Fatemeh Abdullahi, 27 anni, impiccata a Nishapur, nell’Iran orientale, con l’accusa di aver ucciso suo marito (che era anche suo cugino).

    L’Ong norvegese afferma anche di aver registrato in Iran almeno 223 esecuzioni quest’anno, di cui almeno 50 solo nel mese di maggio. La nuova ondata, iniziata dopo la fine delle festività del Capodanno persiano e del Ramadan ad aprile, ha visto la morte di 115 persone, tra cui 6 donne impiccate da allora. L’Iran è il Paese che registra più esecuzioni di donne in tutto il mondo. Gli attivisti affermano che molte di queste detenute sono vittime di matrimoni forzati o abusivi. Secondo l’Ong, che accusano la repubblica islamica di usare la pena capitale come mezzo per scatenare la paura sulla scia delle proteste scoppiate nell’autunno 2022, l’anno scorso l’Iran ha effettuato più impiccagioni che in qualsiasi altro anno dal 2015. “Il silenzio della comunità internazionale è inaccettabile”, ha dichiarato il direttore dell’Ihr Mahmood Amiry-Moghaddam. “Le persone giustiziate – ha aggiunto – appartengono ai gruppi poveri ed emarginati della società iraniana e non hanno avuto processi equi con il giusto processo”.

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