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  • Congo e Ruanda siglano la pace, ma sull’accordo non c’è la firma delle milizia M23

    Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, la sottosegretaria per gli Affari politici, Allison Hooker, e il consigliere senior Massad Boulos hanno ospitato, il 27 giugno a Washington, la firma ministeriale dell’accordo di pace tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda. La ministra degli Esteri Therese Kayikwamba Wagner ha firmato per conto della parte congolese e il ministro degli Esteri Olivier Nduhungirehe per la parte ruandese, con Rubio in qualità di testimone. Lo riferisce un comunicato del dipartimento di Stato statunitense, aggiungendo che alla cerimonia erano presenti anche il presidente dell’Unione africana, Mahmoud Ali Youssouf, il ministro degli Esteri del Togo, Robert Dussey, per conto dell’Ua, e il ministro di Stato del Qatar, Mohammed bin Abdulaziz al Khulaifi, in qualità di osservatori.

    L’accordo è entrato in vigore al momento della firma e gli Stati Uniti ribadiscono il loro impegno a sostenerne la piena e tempestiva attuazione, in stretto coordinamento con l’Unione africana, il Qatar e il Togo. “Nelle prossime settimane ci auguriamo di ospitare un vertice dei capi di Stato alla Casa Bianca per promuovere ulteriormente la pace, la stabilità e la prosperità economica reciproca”, si legge nella nota. La firma “segna una pietra miliare storica nel perseguimento della pace e della prosperità per la Repubblica Democratica del Congo, il Ruanda e, più in generale, la regione africana dei Grandi Laghi”, sottolinea il dipartimento di Stato, ricordando che l’accordo è il frutto di mesi di negoziati, guidati dal consigliere Boulos.

    L’accordo presenta tuttavia alcuni problemi. Anzitutto, ufficialmente Repubblica Democratica del Congo e Ruanda non erano in guerra: il Ruanda è accusato di aver inviato i propri militari in Congo a sostegno dell’M23, un gruppo paramilitare che combatte contro l’esercito regolare congolese e che da gennaio controlla varie zone nell’est del paese. Il presidente ruandese Paul Kagame però ha sempre negato sia di aver inviato l’esercito in Congo, sia di appoggiare l’M23 in altri modi (per esempio finanziariamente o con addestramenti).

    L’altro problema riguarda il fatto che l’M23 non ha partecipato ai negoziati che hanno portato all’accordo (sebbene abbia partecipato ad altre trattative). Di fatto quindi la parte sul disarmo e sull’integrazione nell’esercito regolare, che lo riguarda direttamente, non è stata approvata dal gruppo, che infatti ha detto: «Qualsiasi [accordo] che ci riguarda e che è fatto senza di noi, è contro di noi». Non sembra quindi che l’M23 abbia intenzione di rispettarlo, e non è chiaro se si ritirerà dalle zone occupate e cosa ne sarà dei suoi miliziani (oltretutto l’M23 nacque nel 2009 proprio da una frangia dissidente di un precedente gruppo paramilitare, contraria all’epoca al patto col governo congolese che avrebbe previsto l’integrazione nell’esercito).

    Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno portato avanti anche delle trattative con il Congo per garantirsi l’accesso alle sue ingenti risorse minerarie, che sono concentrate soprattutto nelle regioni controllate dall’M23. Il Ruanda è accusato di sfruttarle in modo illecito, ossia usando i legami con l’M23 per importare illegalmente i minerali nel paese e poi esportarli in tutto il mondo. Non si sa cosa stiano concordando gli Stati Uniti, ma un eventuale ritiro dell’M23 dalla zona potrebbe facilitare l’accesso statunitense a queste risorse.

  • I pm belgi vogliono processare un ex diplomatico per l’omicidio di Lumumba nel 1961

    I procuratori belgi hanno dichiarato di voler processare un ex diplomatico di 92 anni, Etienne Davignon, per il suo presunto ruolo nell’omicidio dell’eroe dell’indipendenza congolese Patrice Lumumba, avvenuto nel 1961. Davignon è accusato di essere coinvolto nella “detenzione e trasferimento illegali” di Lumumba al momento della sua cattura e del suo “trattamento umiliante e degradante”, ha dichiarato la procura in una nota. L’udienza del processo è stata fissata al prossimo gennaio. La figlia di Lumumba, Juliana, ha accolto con favore la notizia, dichiarando all’emittente belga “Rtbf”: “Ci stiamo muovendo nella giusta direzione. Quello che cerchiamo è, prima di tutto, la verità”. Davignon è l’unico sopravvissuto tra i dieci cittadini belgi accusati di complicità nell’omicidio di Lumumba. All’epoca dell’assassinio era un diplomatico tirocinante e negli anni ’80 fu vicepresidente della Commissione europea. Un magistrato deciderà se processarlo o meno.

    Nel 2011 i figli di Lumumba hanno sporto denuncia in Belgio per chiedere giustizia dopo l’omicidio del padre, avvenuto all’età di 35 anni. Fu fucilato da un plotone di esecuzione con il tacito appoggio del Belgio, ex potenza coloniale del vasto Stato africano ricco di risorse minerarie, oggi noto come Repubblica democratica del Congo (Rdc). Il suo corpo fu sciolto nell’acido, ma rimase un dente con una corona d’oro che le autorità belghe hanno consegnato alla famiglia di Lumumba nel 2022. Nel 2001 una commissione parlamentare d’inchiesta belga concluse che il Belgio aveva la “responsabilità morale” dell’assassinio e un anno dopo il governo presentò delle scuse alla famiglia di Lumumba e alla nazione congolese. Lumumba divenne primo ministro quando il Congo ottenne l’indipendenza nel 1960, ma la nazione sprofondò nel caos poco dopo. In seguito venne rimosso dall’incarico e giustiziato da un plotone di esecuzione. Sia il Belgio sia gli Stati Uniti furono accusati di essere complici del suo omicidio. Il suo corpo venne poi seppellito in una fossa poco profonda, riesumato, trasportato per 200 chilometri, seppellito di nuovo, riesumato e poi fatto a pezzi e infine sciolto nell’acido.

    Il percorso di Lumumba da primo ministro a vittima di assassinio durò meno di sette mesi. Poco dopo l’indipendenza, il Congo fu colpito da una crisi secessionista quando la provincia sud-orientale del Katanga, ricca di minerali, dichiarò che si sarebbe staccata dal resto del Paese. Nel caos politico che seguì, le truppe belghe furono inviate con il pretesto di proteggere i cittadini belgi, ma in realtà contribuirono anche a sostenere l’amministrazione del Katanga, considerata più accondiscendente all’influenza belga. Il capo di Stato maggiore dell’esercito, il colonnello Joseph Mobutu, prese il potere poco più di una settimana dopo che il presidente Joseph Kasa-Vubu aveva destituito Lumumba dall’incarico di primo ministro. Lumumba venne quindi posto agli arresti domiciliari, evase e venne nuovamente arrestato nel dicembre 1960, prima di essere detenuto nella parte occidentale del Paese. La sua presenza lì fu vista come una possibile fonte di instabilità e il governo belga ne incoraggiò il trasferimento nel Katanga. Durante il volo del 16 gennaio 1961 fu aggredito e picchiato al suo arrivo, mentre i leader del Katanga riflettevano su cosa farne. Alla fine si decise di farlo processare da un plotone di esecuzione e il 17 gennaio fu fucilato insieme a due alleati.

  • Dietro lo scontro tra Congo e Rwanda la competizione tra superpotenze per le risorse minerarie

    L’escalation dei combattimenti tra le Forze armate congolesi (Fardc) e i ribelli del Movimento 23 marzo (M23) nell’est della Repubblica democratica del Congo (Rdc), e in particolare nella provincia del Nord Kivu, ha riacceso il mai sopito conflitto regionale che affonda le sue radici nel genocidio del Ruanda del 1994, ma che trae origine dalla lotta per il controllo e lo sfruttamento delle risorse minerarie di cui la regione è ricca, a cominciare dal cobalto. I ribelli M23, sostenuti dal Ruanda, hanno infatti rivendicato il controllo della città strategica di Goma, capoluogo del Nord Kivu, fulcro di una regione che contiene migliaia di miliardi di dollari di ricchezze minerarie ancora in gran parte inutilizzate. Il gruppo – che è una delle oltre 100 fazioni armate che lottano per un punto d’appoggio nel Congo orientale – è composto principalmente da combattenti di etnia tutsi che non sono riusciti a integrarsi nell’esercito congolese, e che già nel 2012 guidarono un’insurrezione fallita contro il governo di Kinshasa, per poi restare dormienti per un decennio, fino alla ripresa delle attività ostili a Kinshasa nel 2022.

    Tra il 1996 e il 2003 la regione è stata al centro di un conflitto prolungato soprannominato “la guerra mondiale dell’Africa”, che causò la morte di circa 6 milioni di persone, mentre gruppi armati combattevano per l’accesso a metalli e minerali di terre rare come rame, cobalto, litio e oro. In un mondo che fa sempre più affidamento sui metalli e sui minerali rari, per via della crescente importanza che questi rivestono nella rivoluzione tecnologica e nella transizione “verde”, la posta in gioco è ora aumentata, così come gli interessi dei vicini Ruanda e Uganda, ma anche delle grandi potenze come Stati Uniti e Cina.

    Secondo il dipartimento del Commercio Usa, la Rdc è il principale produttore mondiale di cobalto (si stima che fornisca circa il 70% della produzione mondiale), un elemento essenziale per la produzione di batterie dei veicoli elettrici. Ciò nonostante, la maggior parte delle risorse minerarie del Paese – il cui valore è stimato in 24mila miliardi di dollari – resta inutilizzata. Inoltre, soltanto una minima parte della ricchezza prodotta dallo sfruttamento dei minerali è finora stata convogliata alla popolazione congolese, di cui il 60% vive al di sotto della soglia di povertà.

    La Rdc è il più grande produttore di cobalto al mondo con una produzione che si è attestata a 130mila tonnellate nel 2022, ovvero quasi il 70 per cento del cobalto prodotto a livello mondiale. Il Paese è anche il quarto produttore di diamanti industriali, con una produzione di 4,3 milioni di carati, mentre non dispone attualmente di miniere di litio attive, anche se sono in fase di sviluppo diversi progetti, tra cui quello relativo allo sfruttamento della miniera di Manono-Kitolo, che in passato produceva stagno e coltan fino alla sua chiusura, avvenuta alla fine del 1982. Il Congo vanta alcune delle riserve di rame di qualità più elevata al mondo, con alcune miniere che si stima contengano gradi superiori al 3 per cento, significativamente più alti della media globale, pari allo 0,6-0,8 per cento. Anche il settore dell’oro della Rdc sta assistendo a un rinnovato interesse da parte delle società minerarie, e nel 2021 la produzione di risorse minerarie è aumentata da 10 mila a quasi un milione di tonnellate.

    È in questo contesto che va inquadrato il conflitto in atto nel Nord Kivu, che ha conosciuto una significativa recrudescenza nelle ultime settimane con l’arrivo a Goma dei ribelli M23, sostenuti militarmente e finanziariamente dal Ruanda. L’offensiva dell’M23 sembra seguire una logica chiara, vale a dire il controllo sulle risorse naturali della regione: oro, cassiterite, coltan, cobalto e diamanti. Dopo aver inizialmente conquistato vaste aree delle regioni di Rutshuru e Masisi, i ribelli si stanno ora spostando verso l’area di Walikale, nota per la sua significativa produzione di coltan, un minerale strategicamente importante per la transizione energetica. Per queste ragioni, la crisi interessa da vicino le due grandi superpotenze globali, gli Stati Uniti e la Cina, e s’intreccia con il grande progetto infrastrutturale noto come Corridoio di Lobito, il maxi progetto ferroviario lungo 1.300 chilometri – finanziato dagli Stati Uniti e dall’Unione europea – che mira a collegare i bacini minerari della Rdc allo Zambia e al porto angolano di Lobito, sull’Oceano Atlantico. Un progetto che, nelle intenzioni di Washington, punta ad essere la risposta alla Nuova via della seta cinese (Belt and road initiative, Bri).

    In questo contesto, appare significativo il fatto che di recente Molly Phee, ex assistente del segretario di Stato per gli Affari africani sotto l’amministrazione Biden, abbia affermato che gli Usa avrebbero proposto – senza successo – di coinvolgere anche il Ruanda nello sviluppo della maxi infrastruttura ferroviaria, in cambio del ritiro del proprio sostegno ai ribelli M23. “Avevamo proposto a entrambe le parti (Ruanda e Congo) che, se fossimo riusciti a stabilizzare la Rdc orientale, avremmo potuto lavorare allo sviluppo di una diramazione dal Corridoio di Lobito attraverso la Rdc orientale. (I ruandesi) non hanno permesso quell’azione”, ha detto Phee in un’intervista rilasciata ai media internazionali prima della fine del suo mandato. “Abbiamo cercato di offrire incentivi positivi. Esiste un quadro autentico, fondamentalmente negoziato dalle parti, e al momento il Ruanda sembra essersi tirato indietro”, ha aggiunto. Secondo la diplomatica statunitense, l’offerta includeva anche una stretta sulle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), il gruppo ribelle hutu ruandese attivo nel Congo orientale dal genocidio del 1994, ritenuto fuorilegge dal governo di Kigali. Al contrario, nel settembre scorso il governo ruandese ha preferito siglare un importante accordo che prevede la costruzione di una ferrovia a scartamento standard che collegherà il porto di Isaka, in Tanzania, alla capitale ruandese, Kigali.

    Le abbondanti risorse naturali presenti nel sottosuolo congolese hanno finito per globalizzare il conflitto nella Rdc orientale. Mentre un tempo le aziende statunitensi possedevano vaste miniere di cobalto in Congo, negli ultimi anni la maggior parte di esse è stata venduta a società cinesi, tanto che il “South China Morning Post” descrive il Paese come “l’epicentro degli investimenti cinesi in Africa”. L’ascesa della Cina nell’industria estrattiva del cobalto della Rdc è stata causata dalla significativa diminuzione degli investimenti statunitensi. Nel 2016, ad esempio, la società mineraria dell’Arizona Freeport-McMoRan ha venduto Tenke Fungurume – un sito di estrazione di rame e cobalto – alla China Molybdenum Company. Nel 2020, inoltre, la Freeport-McMoRanha effettuato un’altra vendita di un sito di rame e cobalto non sviluppato alla China Molybdenum Company. In entrambi i casi, le uniche aziende con offerte competitive erano aziende cinesi. Le principali imprese di Pechino che operano nel Paese includono Chengtun Mining, China Molybdenum, China Nonferrous e Huayou Cobalt. Secondo l’Istituto di studi strategici (Ssi) dello Us Army War College, le imprese statali e le banche cinesi controllano l’80 per cento della produzione totale di cobalto congolese, e delle dieci miniere più grandi al mondo, nove si trovano nella regione del Katanga, nel sud della Rdc: di queste, la metà è di proprietà di aziende cinesi. Anche nella raffinazione del cobalto la posizione delle imprese statali cinesi è dominante: le loro raffinerie rappresentano tra il 60% e il 90% della fornitura globale. Inoltre, il 67,5% del cobalto raffinato della Cina proviene dalla Rdc.

    Secondo il Council on Foreign Relations (Cfr), think tank statunitense specializzato in politica estera e affari internazionali, le società collegate alla Cina controllano tuttora la maggior parte delle miniere di cobalto, uranio e rame di proprietà straniera nella Rdc e l’esercito congolese è stato ripetutamente schierato nei siti minerari nell’est del Paese per proteggere le aziende cinesi. La Cina è inoltre pienamente coinvolta nel conflitto interno nell’est della Rdc e nella sua economia: il governo congolese sta infatti combattendo i ribelli M23 con l’aiuto di droni e armi cinesi, e la vicina Uganda – schierata al fianco del governo di Kinshasa – ha acquistato armi cinesi per svolgere operazioni militari all’interno dei confini congolesi. Gli accordi che Pechino ha negoziato con la leadership congolese, in particolare durante la presidenza di Joseph Kabila, hanno aiutato le aziende cinesi a garantire un accesso senza precedenti ai metalli che consentono loro di produrre in serie elettronica e tecnologie per l’energia pulita.

    Il predominio della Cina nella filiera del cobalto è il risultato degli investimenti di Pechino nelle miniere della Rdc e di quelli a lungo termine nelle infrastrutture di trasporto nei Paesi circostanti, come Tanzania e Zambia. È il caso dell’accordo siglato nel settembre scorso con i governi di Dodoma e Lusaka per ristrutturare e ammodernare la vecchia ferrovia Tanzania-Zambia (Tazara), lunga 1.860 chilometri e che collega la città zambiana di Kapiri Mposhi al porto tanzaniano di Dar es Salaam. Un’intesa che rientra pienamente nell’ambito dell’Iniziativa Nuova Via della seta cinese. La linea ferroviaria fu costruita tra il 1970 e il 1975 grazie a un prestito non oneroso della Cina, offrendo una rotta per il trasporto merci dalle miniere di rame e cobalto dello Zambia alla costa tanzaniana, aggirando così il Sudafrica e l’ex Rhodesia (l’attuale Zimbabwe). La ferrovia attualmente esporta cobalto e altri minerali dallo Zambia e, in futuro, potrebbe essere un modo importante per le aziende cinesi di estrarre cobalto dalla regione del Katanga meridionale, nella Rdc, e di trasportarlo fino a Dar es Salaam. Nel febbraio 2024 Pechino ha peraltro annunciato l’intenzione di spendere fino a un miliardo di dollari per modernizzare la ferrovia Tan-Zam, in cambio del suo controllo operativo, il che potrebbe aumentare esponenzialmente le esportazioni di minerali essenziali verso la Cina.

    Qualcosa, tuttavia, sembra essere cambiato con l’ascesa al potere a Kinshasa del presidente Felix Tshisekedi, subentrato a Kabila nel 2019. In quello stesso anno la Rdc ha stretto un accordo di cooperazione militare con gli Stati Uniti, che prevedeva tra le altre cose l’addestramento di ufficiali congolesi negli Usa. Nel 2023 il governo di Kinshasa ha inoltre chiesto e ottenuto la rinegoziazione di un accordo da 6 miliardi di dollari siglato nel 2008 con Pechino, ritenuto troppo svantaggioso per il Paese africano. L’anno dopo, nel 2024, gli Stati Uniti hanno sanzionato i ribelli dell’Alleanza del fiume Congo (Afc), della quale fa parte l’M23, accusati di voler rovesciare il governo di Kinshasa e di alimentare il conflitto nell’est del Paese africano. Un mese dopo, Tshisekedi ha apertamente accusato il suo predecessore, Kabila, di appoggiare i ribelli con l’obiettivo di “preparare un’insurrezione”.

    L’idea che proprio di un’insurrezione si tratti sembra essere confermata in questi giorni dal leader dell’Afc, Corneille Nangaa, che ha chiarito che l’offensiva non si fermerà a Goma e che l’obiettivo finale è Kinshasa. L’avanzata ribelle, insomma, sembra voler impedire a Tshisekedi un possibile riavvicinamento a Washington, con tutto ciò che ne consegue in termini di sfruttamento dell’immenso potenziale minerario del Paese. Il Ruanda, che di questo tentativo appare il manifesto regista, potrebbe invece aver trovato una importante sponda internazionale in Pechino. I due Paesi hanno di recente elevato le relazioni al rango di partenariato strategico lo scorso settembre e a dicembre, durante una visita a Doha, Kagame ha elogiato pubblicamente il ruolo della Cina in Africa. “È una relazione senza le tante condizioni poste da altri Paesi del mondo, da cui riceviamo tanto in termini di lezioni e poco in termini di valore”, ha detto

  • Key mining town seized – DR Congo rebels

    A town at the heart of mining coltan, a key ingredient in making mobile phones, has been seized in eastern Democratic Republic of Congo by rebel forces, their spokesman has said.

    Rubaya fell into the hands of M23 fighters on Tuesday following heavy clashes with government troops, Willy Ngoma said.

    The government has not yet commented, but a civil society activist confirmed that M23 had captured the strategic town.

    It happened on the day France’s President Emmanuel Macron called on neighbouring Rwanda to “halt its support” for the M23 rebel group.

    Mr Macron made his comments after holding talks with DR Congo’s President Félix Tshisekedi in France’s capital, Paris.

    Rwanda has repeatedly denied backing the rebels, who have captured much territory in the mineral-rich east during fighting over the past 18 months.

    DR Congo is the world’s second-biggest producer of coltan, with most of it coming from the mines around Rubaya in the Masisi district.

    Coltan is used to make batteries for electric vehicles and mobile phones.

    DR Congo’s government accuses Rwanda of backing the rebels to steal its mineral wealth, an allegation the government in Kigali denies.

    Mr Ngoma told the BBC that M23 had seized Rubaya “not because of its richness, but to chase away our enemy”.

    A civil society activist in Masisi, Voltaire Sadiki, said the rebels had “ordered civilians with guns to hand them [in] and continue with their lives”.

    The rebels, initially Congolese army deserters, accuse the government of marginalising the country’s ethnic Tutsi minority and refusing to negotiate with them. They regard the verdant hills around Masisi as their true homeland.

    Mr Tshisekedi says the rebels are a front for what he calls the “expansionist aims” of Rwanda, which it denies.

  • L’Oms fissa a 250 dollari l’indennizzo per le donne congolesi vittime di stupro

    L’Organizzazione mondiale della sanità ha offerto un risarcimento di 250 dollari alle 150 donne in Congo che tra il 2018 e il 2020 hanno subito violenze sessuali da parte di membri dell’agenzia inviati nel Paese africano a contrastare un focolaio di Ebola. La notizia è stata fornita, sulla base di documenti riservati, dall’agenzia di stampa americana Associated Press, evidenziando che l’indennizzo è “inferiore a quanto prendono su base giornaliera alcuni funzionari delle Nazioni Unite“. Dagli stessi documenti è emerso anche che degli 1,5 milioni di dollari stanziati dall’Oms per la prevenzione degli abusi sessuali in Congo per l’anno 2022-2023, più della metà è destinata agli stipendi degli operatori, mentre solo il 35% del totale è dedicato al “supporto delle vittime”. Sempre secondo quanto denuncia Ap, alcuni ufficiali di alto livello all’interno dell’agenzia Onu sarebbero stati a conoscenza delle violenze subite dalle donne del Paese, ma non avrebbero fatto nulla per impedirli e anche a scandalo scoperto nessuno di loro è stato licenziato. Nel settembre del 2021 una commissione di inchiesta indipendente, guidata da Gaya Gamhewage, direttrice dell’Oms per la prevenzione e la risposta allo sfruttamento, all’abuso e alle molestie sessuali, aveva concluso che decine erano state abusate sessualmente centinaia di donne locali (tra cui una 13enne), che gli abusi avevano portato a 29 gravidanze e che alcuni degli autori hanno insistito affinché le donne abortissero.

    Per quanto riguarda il risarcimento invece, avendo l’Oms il divieto di elargire somme di denaro direttamente ai cittadini dei Paesi che ospitano i loro programmi, alle donne è stato richiesto di seguire dei “corsi di formazione” tra cui corsi di pasticceria e gestione dei budget prima di ottenere l’indennizzo. Un “pacchetto completo” come descritto dalla stessa Onu, per aiutare le vittime di abuso a diventare autosufficienti. Messa di fronte ai dubbi di Ap relativi all’esiguo ammontare del rimborso, l’Oms ha dichiarato di avere scelto il compenso per le vittime sulla base delle line guida globali dell’organizzazione e sulle stime del potere di acquisto in Congo, aggiungendo che in futuro chiederà alle vittime cosa fare per essere ulteriormente confortate. In un caso specifico, l’Oms avrebbe pagato per le spese mediche di una donna rimasta incinta dopo un abuso, che avrebbe ricevuto anche un lotto di terra come compensazione per il danno subito.

  • Green energy ‘profiting on back of Congo miners’

    Human rights campaigners are calling on companies to increase the pay for impoverished miners in the Democratic Republic of Congo who are digging up cobalt – an essential commodity in the production of electric cars.

    Huge mining companies engaged in the switch to greener energy are making multi-billion dollar profits, while the Congolese workers digging for cobalt are falling further into poverty.

    That is the warning from two human rights groups – the UK’s Raid, and Cajj, which is based in southern DR Congo near Kolwezi where most of the world’s cobalt is mined.

    Food prices there have been soaring and the campaign groups say most miners are being paid much less than the $480 (£390) a month they need to support their families.

    They want the mining giants, including those from Europe and China that operate DR Congo’s industrial mines, to pay more, and electric vehicle companies to end contracts with cobalt suppliers exploiting miners.

    “The switch to clean energy must be a just transition, not one that leaves Congolese workers in increasingly desperate living conditions”, Cajj’s Josué Kashal said in a statement.

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