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  • Troppa automazione, i consumatori perdono fiducia nelle comunicazioni commerciali delle aziende

    A maggio 2026 la fiducia dei consumatori italiani si è attestata a 93,4 punti, sotto i 96,8 di gennaio, segnale di un clima ancora prudente che sta cambiando il modo in cui le persone reagiscono ai messaggi commerciali delle aziende.

    Secondo i dati diffusi dall’ISTAT a fine maggio 2026, la fiducia delle famiglie resta più debole rispetto all’inizio dell’anno, in un contesto in cui cresce la cautela verso i consumi e verso le comunicazioni commerciali percepite come poco autentiche o troppo standardizzate.

    Il dato ha un risvolto concreto per qualsiasi azienda che comunica con i propri clienti. Gran parte di queste comunicazioni oggi è automatica. Sono le email che arrivano dopo l’iscrizione a un sito, i promemoria quando si lascia un prodotto nel carrello, gli aggiornamenti periodici di un negozio o i messaggi pensati per recuperare un cliente che non acquista da tempo. Si tratta spesso di email automatiche che hanno il fine di assistere il cliente nelle fasi di pre e post-acquisto ma che oggi possono e debbono servire anche come strumento per aumentare la fiducia nei confronti dei brand, a patto, naturalmente, di conoscere bisogni e desideri dei clienti, che è il principale obiettivo che le aziende che lavorano con la marketing automation devono porsi. Su questo lavora Active Powered, l’azienda che in Italia rappresenta ActiveCampaign e affianca oltre 1.200 imprese nella gestione del marketing automation.

    “In una fase di minore fiducia le persone alzano le difese e un messaggio uguale per tutti viene messo da parte in pochi secondi. Il rischio più concreto oggi è l’effetto ‘questo lo ha scritto un’intelligenza artificiale’. Quando un’email suona generica, standard, burocratica o impersonale, la credibilità dell’azienda cala, anche quando il prodotto è valido”, commenta Roberto Tarzia, COO e co-founder di Active Powered.

    Questi messaggi nascono per raggiungere migliaia di persone attraverso testi preimpostati. È un metodo efficiente, ma in un clima di sfiducia diventa anche il suo limite, perché chi legge riconosce subito lo schema e capisce di aver ricevuto una comunicazione inviata a tutti. L’uso poco attento dell’intelligenza artificiale accentua ulteriormente il problema, perché tende a rendere uguali tono e parole e produce testi corretti ma intercambiabili. Il risultato è una comunicazione piatta, che indebolisce il rapporto con il cliente invece di costruirlo.

    Il tema non riguarda solo l’umore dei consumatori, ma il valore stesso delle aziende. Secondo il Kantar BrandZ Most Valuable Italian Brands 2026, il valore complessivo dei 40 maggiori marchi italiani è cresciuto del 6% raggiungendo i 129 miliardi di dollari. A fare la differenza, però, non è la quantità di comunicazione, ma la capacità di un’azienda di restare rilevante e di distinguersi dalle altre, rispondendo a bisogni reali dei consumatori con una proposta riconoscibile e fortemente personalizzata su intenzioni e desideri del suo pubblico.

  • Sono mentecatti o soltanto bugiardi?

    “Ci sei o ci fai?” È un modo di dire romanesco per alludere a comportamenti che possono derivare da stupidità manifesta o, alternativamente, dalla consapevole volontà di ingannare. Potremmo, con buoni e tanti motivi, indirizzare questa locuzione interrogativa ai leader di tanti paesi europei e al “vertice” della Commissione Europea. Ognuno potrà avere una propria opinione sull’argomento ma, per rispondere con la massima obiettività alla domanda, occorre riflettere e ragionare su alcune delle decisioni prese dai nostri governanti eletti e da quelli europei, soltanto nominati.

    Guardiamo, ad esempio, la questione “ambiente” (un domani ci interrogheremo anche sull’irrisolta questione ucraina).

    Tutti sanno che l’Europa incide per meno del sette (7!) per cento su quella che viene ufficialmente considerata la causa del cambiamento climatico e cioè l’emissione di CO2. Da quando è partita la “politica green” i Paesi dell’Unione Europea sono stati obbligati a ridurre le emissioni e sembra lo stiano facendo. Forse, con qualche sforzo, riusciremo a ridurre le nostre emissioni perfino di un 2% e quindi “inquineremo” il mondo soltanto col 5% delle emissioni totali. Nel resto del pianeta, invece, la produzione di CO2 ha continuato ad aumentare e i tre maggiori emettitori, la Cina, l’India e gli Stati Uniti hanno dichiarato che per altri decenni non la potranno ridurre. Il surplus di milioni di tonnellate di carbone bruciate in questi mesi solo in Cina ha intanto sparso CO2 molto di più di tutti i risparmi energetici europei. In compenso, con le scelte di Bruxelles avallate dai nostri vari governi abbiamo messo in ginocchio le produzioni industriali dell’Unione, abbiamo aumentato i costi dell’energia per tutti i consumatori e stiamo de-industrializzandoci proprio a favore di americani, cinesi e indiani. Chi ha preso queste decisioni europee è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Continuiamo.

    Sempre a Bruxelles e in tutte le nostre capitali si è anche deciso che entro il 2040 il 90% dell’energia elettrica dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili e si rinuncerà a gas, petrolio e carbone. Tutti sanno che le cosiddette “fonti rinnovabili” non sono (e tutto lascia pensare che non potranno esserlo per lunghi decenni) in grado di sostituire sufficientemente gli attuali modi per produrre l’energia e si continuerà per un bel po’, quindi, a creare l’elettricità alla vecchia maniera. Le tecnologie che ricorrono all’idrogeno sono ancora troppo costose e non mature e, comunque, in gran parte necessitano tuttora di energia “non pulita” per ottenerlo. Inoltre l’idrogeno, se non adeguatamente trattato, è molto pericoloso e va maneggiato con estrema precauzione. Poiché il motivo principale per la desiderata conversione sta nella volontà di non contaminare l’ambiente, su pressione soprattutto francese, si è concesso (anzi si è spinto) verso l’incremento della produzione di elettricità da centrali atomiche. Purtroppo, qualcuno non ha considerato che tali centrali producono quantità enormi di scorie radioattive che degradano nell’arco di centinaia d’anni. A tutt’oggi quasi il cento per cento di tali materiali pericolosi restano stoccati PROVVISORIAMENTE nei pressi delle centrali che le producono poiché non si riesce a individuare dove e come stoccarle senza rischi per quell’ambiente che si vorrebbe proteggere. I tedeschi, che credevano di aver trovato il luogo e il modo giusto, dopo una decina d’anni han dovuto rimuovere tutti i bidoni con le scorie quando hanno scoperto che, nonostante le sicurezze adottate, avevano cominciato a percolare e inquinare le falde acquifere. Recentemente il Parlamento italiano, sull’onda della rinata moda del nucleare e nell’osservanza dei suggerimenti europei, ha varato una legge delega al Governo affinché si provveda anche in Italia a produrre energia dalle centrali nucleari. Fortunatamente o sfortunatamente, tale legge delega è solo fumo negli occhi per un pubblico beota poiché è previsto che tali future centrali (comunque potenzialmente operative non prima dei prossimi dieci anni e chissà cosa può accadere nel frattempo) “contribuiscano sostanzialmente alla mitigazione dei cambiamenti climatici; non arrechino danno significativo ad altri obiettivi ambientali; si basino sugli standard di sicurezza più elevati in tutte le fasi di progettazione, esercizio, smantellamento e su una gestione sicura dei rifiuti…viene promosso l’uso di tecnologie all’avanguardia e riconosciuto il potenziale futuro dei reattori di IV generazione (quali, se persino su quelli detti di III generazione esistono dubbi e problemi di vario tipo? N.D.A). Il rapporto dell’Ufficio Studi del Parlamento sottolinea con realismo che i tanto citati piccoli reattori nucleari (SMR) hanno forti e potenziali criticità “legate al costo specifico, al volume delle scorie, ai costi di gestione e alle difficoltà di localizzazione dato il rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano”. Non si menzionano poi i rischi che si correrebbero in caso di guerre o di attentati terroristici. In altre parole: per intanto chiacchere e ipotesi, poi si vedrà. Nel frattempo la “saggezza” della Commissione allude anche alla possibilità di poter usare, in futuro, le centrali nucleari a “fusione” perché, oltre ad altri vantaggi, non produrrebbero scorie significative. Questa soluzione sembrerebbe veramente essere una cosa ottima e meravigliosa. Peccato che sono più di quarant’anni che qualcuno annuncia che “tra quattro-cinque anni” sarà possibile avere tali centrali funzionanti. A tutt’oggi la “fusione” è tecnologicamente possibile ma per ottenerla occorre più energia di quella che si ricava e, quando non è così, quella che ottenuta dura soltanto per pochi decimi di secondo). Perché, invece di spendere soldi per centrali nucleari a fissione come le attuali non li investiamo nella ricerca di tutte le possibili soluzioni alternative? Vogliamo eliminare i combustibili fossili per proteggere l’ambiente e intanto seminiamo nel mondo scorie che resteranno radioattive per i secoli futuri. È meglio o peggio? Chi ha preso queste decisioni è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Pensate sia tutto qui? Vi sbagliate.

    È risaputo che l’eccezionale industrializzazione cinese ha trasformato quel Paese nella “fabbrica del mondo” e ciò (oltre ad aver messo in ginocchio molti nostri produttori) ha spaventato anche i governi europei tanto da tentare di arginare l’invadenza dei loro prodotti, magari contraddicendo il “libero mercato” con misure doganali ed extra-doganali. Contemporaneamente, l’Europa continua a spingere affinché le auto con motore endotermico spariscano dalla produzione nel continente e lascino il posto alle auto alimentate elettricamente. A questo proposito, incidentalmente, è bene ricordare che già con il presente consumo di elettricità le attuali reti di distribuzione, sia quelle cittadine che soprattutto quelle ad alta tensione, non sono materialmente in grado di sopportare la quantità richiesta dai picchi di domanda (vedi i black-out per il troppo uso di condizionatori a causa del caldo eccessivo). Cosa succederebbe se quella domanda aumentasse stabilmente e significativamente come si vorrebbe a Bruxelles? Quando tutte le reti in Europa potranno essere adeguate? Quanto tempo sarà necessario? A quali costi? Chi e come pagherà il rifacimento delle intere reti? Comunque sia, nel frattempo le nostre industrie automobilistiche sono state costrette a ripensare tutte le loro linee di produzione cominciando a convertirle verso il motore elettrico. Anche in questo nasce tuttavia un “purtroppo”.  Guarda caso, chi controlla i nodi critici delle catene di approvvigionamento globale sono proprio i nostri “rivali” cinesi. Sono loro che producono oggi il maggior numero di turbine eoliche, pannelli solari e componenti elettronici per le auto ma, in particolare, sono loro a controllare ogni fase di produzione delle batterie elettriche e sono pure i più avanzati nello studio di nuove tecnologie per gli accumulatori di energia in genere. Inoltre, visto che sono i maggiori produttori mondiali di terre rare indispensabili per tutta l’elettronica, è Pechino a stabilire il ritmo, il prezzo e la scala dei sistemi di energia pulita che elettrizzerebbero le economie di tutto il mondo. Vi dice qualcosa il fatto che Volkswagen abbia annunciato di dover licenziare 100.000 persone nei propri stabilimenti e che vorrebbe produrre (assemblare?) auto cinesi in Europa? Per la Cina il passaggio verso l’energia pulita è stata una strategia di lungo termine, pensata con geniale lungimiranza ed ha accompagnato investimenti nelle infrastrutture con capitali incanalati verso la ricerca e verso parchi industriali. Ancora più importante: il loro sistema è stato basato sull’espansione, non sulla sostituzione ed hanno contemporaneamente confermata la continua centralità dei combustibili fossili. Risultato: un sistema energetico progettato per assorbire gli shock, sostenere la crescita industriale, alimentare nuove tecnologie. E da noi?  Chi ha preso queste decisioni è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

    Due piccoli pensierini, infine, sulla questione del cambiamento climatico.

    I media, servi delle mode, dei poteri e, a volte, di interessi non trasparenti, continuano a seminare allarmi sui cambiamenti climatici in atto ripetendo alla nausea che sono causati dall’azione umana. A parte che nessuno ha il coraggio di dire che, se proprio la causa deve essere antropica, forse qualche responsabilità potrebbe averla la sovrappopolazione del pianeta arrivata a otto miliardi di persone (quando ero un adolescente eravamo in tutto circa due miliardi a popolare la terra), gli pseudo-scienziati, i loro epigoni e i loro pappagalli continuano a ripetere che la causa sta nella CO2 emessa dall’uso dei combustibili fossili. Ebbene, poiché sappiamo che cambiamenti climatici importanti sono avvenuti da sempre sul nostro pianeta e perfino nei recenti duemila anni quando non si estraevano gas e petrolio, quali sono state le cause delle importanti variazioni passate? Giornalisti ignoranti, o interessati al quieto vivere, o venduti, continuano a dar voce a “scienziati” o pseudo-tali le cui affermazioni vengono date come indiscutibili perché fatte in nome della “scienza”. Quando le previsioni sono smentite dai fatti nessuno chiede loro ragione dei loro errori di valutazione. Eppure sta capitando molto di frequente. Se la realtà fosse coincisa con la loro “verità”, oggi avremmo la maggior parte della terra già disabitata e le coste sommerse da metri d’acqua. Invece, basta guardare alle loro previsioni sulla velocità dell’aumento dell’altezza dei mari. Molti di loro avevano profetizzato che entro fine secolo scorso i mari sarebbero aumentati di quasi sei metri. Ebbene, un Ente finanziato dalla UE e fortemente pro-ambientalista ha constatato che tra il 1993 e il 2022 gli oceani sono cresciuti di soli 3 (dico tre) millimetri l’anno. Comunque sia, visto che è probabile che ci si trovi di fronte a uno degli innumerevoli cambiamenti climatici che la terra ha già conosciuto e che questo comporterà, nel tempo, cambiamenti importanti nella geografia terrestre e nella vita delle società, invece di fare stupidi allarmismi o diffondere sciocchezze e di mandare in rovina intere economie, non sarebbe meglio accettare che l’aumento delle temperature sia un ineluttabile fenomeno naturale e investire fondi per adattarci alla nuova situazione? Se i mari si stanno alzando, non sarebbe meglio cominciare sin d’ora, senza aspettare le emergenze, a dislocare diversamente gli abitanti di quelle zone verso aree più sicure? Si risparmierebbero vite e soldi. E non sarebbe forse utile intervenire sui fiumi che strariperanno qualora gli eventi naturali dovessero veramente peggiorare in modo drastico? Finiamola anche col piangere perché i ghiacciai si stanno ritirando. Sembra stia proprio accadendo ma le prime macchine fotografiche hanno dimostrato che alcuni di loro erano più piccoli poco più di un secolo fa e poi sono cresciuti fino a dove li abbiamo conosciuti. Come la mettiamo col fatto che si è scoperto che alcune delle zone ora liberate dal ghiaccio erano serenamente abitate in tempi lontani?

    Chi ha preso tutte queste decisioni discutibili e distruttive è mentecatto o bugiardo? O lavora a favore di interessi altrui?

  • Gli italiani riducono gli acquisti dalle macchinette automatiche

    Il 2025 si è confermato un anno di cambiamento per la distribuzione automatica, che registra una lieve flessione delle consumazioni a 3,66 miliardi (-4,18% rispetto al 2024), accompagnata da una riduzione più contenuta del fatturato, che si attesta a circa 1,55 miliardi di euro (-2,92%). In lieve calo anche il parco macchine, con 785 mila distributori installati (-2,9%), che rimane comunque il più esteso d’Europa. È quanto emerge dallo studio di settore realizzato da Jakala per Confida – Associazione Italiana Distribuzione Automatica, da cui tuttavia traspare anche un interesse verso nuovi trend e abitudini di consumo di qualità, con l’affermarsi di prodotti innovativi che si affiancano a quelli tradizionali. La ricerca è stata presentata in occasione della prima giornata di Venditalia 2026, la principale fiera internazionale dedicata alla distribuzione automatica alla Fiera di Rimini.

    L’offerta del vending italiano si sta ampliando con prodotti a maggiore valore qualitativo e nutrizionale. I dati 2025 evidenziano infatti una crescita delle referenze funzionali e bilanciate, come frutta secca (+3%) e nuove proposte di snack salati (ad esempio le combo formaggio grana e grissini che crescono del +15%) e piatti pronti (+29,8%); mentre nel comparto delle bevande calde si osserva un rafforzamento del caffè in grani (che rappresenta l’88% del totale del caffè offerto dalle vending machine), accompagnato da un’attenzione sempre più diffusa alla qualità delle miscele e alla valorizzazione dell’esperienza di acquisto. Un’evoluzione che si affianca a un’offerta consolidata, composta da prodotti iconici e intramontabili, da sempre centrali nell’esperienza del vending.

    “Mai come negli ultimi anni l’industria alimentare italiana – commenta Massimo Trapletti, presidente di Confida – ha sviluppato nuovi prodotti che coniugano gusto ed equilibrio e, accanto ai prodotti tradizionali, ha promosso anche snack a ridotte dimensioni (e calorie), con meno grassi e zuccheri. La sfida per la distribuzione automatica è continuare ad evolversi, investendo in innovazione sia delle tecnologie Made in Italy del vending che sono sempre più digitali e interconnesse, sia dell’offerta alimentare che deve riuscire ad intercettare anche i gusti della nuova generazione, la cosiddetta Gen Z, che grazie alle frequenti esperienze di viaggio e di studio all’estero, ha sviluppato abitudini di consumo più internazionali”.

    “In un momento di riduzione dei consumi – commenta Ernesto Piloni, amministratore delegato di Venditalia – il successo di questa edizione della nostra fiera mostra la volontà degli operatori del settore di investire in innovazione per dare una risposta ai nuovi modelli di consumo, sempre più flessibili e distribuiti nel corso della giornata, meno legati alla pausa tradizionale e sempre più connessi a stili di vita in evoluzione. In questa direzione si inserisce il concept di Venditalia 2026, “Think Automatic”, che richiama la capacità del settore di adattarsi ai cambiamenti dei consumatori e di sviluppare nuove occasioni di consumo.”

    Analizzando gli acquisti nel 2025 ai distributori automatici, il calo riguarda tutte le principali macrocategorie, a partire dalle bevande calde (-3,33%), che continuano tuttavia a rappresentare il cuore del vending con il caffè che da solo pesa per oltre la metà dei consumi complessivi. Al rafforzamento del caffè in grani, si affianca una riduzione delle soluzioni porzionate e solubili, più esposte alla concorrenza di modalità alternative di consumo. La crescita di ginseng (+7,2%) e orzo (+14,3%) riflette invece un cambiamento delle preferenze dei consumatori a cui la distribuzione automatica ha saputo rispondere prontamente grazie alle nuove macchine che consentono di ampliare l’offerta.

    In flessione le bevande fredde (-5,85%), penalizzate in particolare dal calo dell’acqua minerale (-5,12%), su cui incide la crescente diffusione dei distributori allacciati alla rete idrica: nel 2025, infatti, il 58% dei gestori ha installato almeno un erogatore, contribuendo a modificare in modo strutturale le abitudini di consumo. In controtendenza, si segnala la crescita degli energy drink (+5,9%), che intercettano nuove occasioni di consumo come possibile alternativa al caffè, e che rispondono alla crescente attenzione verso lo sport e l’attività fisica. Anche il comparto snack (-5,85%) risente del mutato contesto, con una contrazione su alcuni prodotti dolci come le barrette (-17%), le merendine (-7%) e i biscotti (-5%).

    Sul fronte dell’Office Coffee Service (OCS), il segmento dedicato alle macchine per caffè espresso, capsule e cialde per uffici, il 2025 evidenzia una flessione leggermente più accentuata, con consumazioni in calo del 5,42% (circa 1,05 milioni) e fatturato a -4,09% (oltre 384 milioni), a conferma delle difficoltà legate alla riduzione delle presenze nei luoghi di lavoro. Le prospettive risultano invece più favorevoli per il canale horeca che, secondo i professionisti del settore, è il segmento con le migliori attese di crescita.

  • Il 56,9% dei consumi energetici della Ue è soddisfatto da importazioni extraeuropee

    L’Unione europea resta fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, pari al 56,9 per cento dei consumi e l’Italia supera questa media, con un quadro che però è in miglioramento. E’ il dato emerso dalla settima edizione del “MED & Italian Energy Report”, dedicato alla sicurezza energetica nella transizione euro-mediterranea di SRM (Gruppo Intesa Sanpaolo) e ESL@EnergyCenter del Politecnico di Torino. La ricerca ha mostrato come la transizione verso la decarbonizzazione richieda un equilibrio tra sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità ambientale e accessibilità economica, in un contesto segnato da forti dipendenze strategiche da combustibili fossili, materie prime critiche e tecnologie chiave. L’analisi individua tre dimensioni della sicurezza energetica: la dipendenza dall’importazione di risorse energetiche (combustibili fossili, energia elettrica e combustibile nucleare), la dipendenza tecnologica dalle materie prime critiche e dai semilavorati, e l’affidabilità delle infrastrutture energetiche. Nell’Unione Europea, la scarsità di risorse domestiche mantiene elevata la vulnerabilità delle catene di fornitura, esposte a una forte concentrazione geografica e alla volatilità dei prezzi. Entrando nello specifico, cresce in modo strutturale il peso delle rinnovabili, che oggi rappresentano il 47 per cento della generazione elettrica europea e il 49 per cento del mix italiano, rendendo centrale il rafforzamento del dialogo euro-mediterraneo e il ruolo del Nord Africa come potenziale “ponte verde”, nonostante una capacità rinnovabile ancora sottodimensionata. Ampio spazio è dedicato alle materie prime critiche, la cui domanda è destinata ad aumentare rapidamente con l’elettrificazione del sistema energetico.

    Il Rapporto mette in luce l’elevata concentrazione di riserve, produzione e raffinazione, con la Cina in posizione dominante, e i conseguenti rischi geopolitici ed economici per i paesi del Mediterraneo, già oggi caratterizzati da un significativo deficit commerciale. In questo quadro si inserisce il Critical Raw Materials Act europeo, che mira a ridurre le dipendenze strategiche attraverso l’incremento di estrazione, lavorazione e riciclo domestici. Il Mediterraneo emerge come snodo strategico globale per il transito energetico: attraverso Suez, Gibilterra e Bosforo passa una quota rilevante dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. La sicurezza delle rotte marittime e delle infrastrutture è quindi centrale tanto quanto la diversificazione delle fonti. Parallelamente, lo shipping riveste un ruolo chiave anche nel trasporto delle materie prime critiche, i cui flussi marittimi mostrano una crescita strutturale di lungo periodo.

    Lo studio analizza inoltre il ruolo del nucleare nel mix futuro, una fonte che copre una quota rilevante della generazione elettrica europea ma con una filiera del combustibile fortemente concentrata. In questo contesto, gli Small Modular Reactors emergono come possibile soluzione per una generazione più flessibile e decentralizzata. Attraverso indicatori quantitativi sul Trilemma Energetico – sicurezza, sostenibilità e accessibilità economica – il MED & Italian Energy Report conferma le vulnerabilità strutturali dell’Area Mediterranea e l’urgenza di una strategia comune di lungo periodo. Il Nuovo Patto per il Mediterraneo della Commissione Europea rappresenta un passaggio chiave per rafforzare cooperazione, interconnessioni energetiche, filiere industriali e sicurezza dell’intera regione.

  • World Economic Forum: tra economia e filiera alimentare

    World Economic Forum: tra economia e filiera alimentare

    A latere del Meeting del World Economic Forum a Davos tra i temi geopolitici e strategici trovano un proprio spazio anche la sicurezza alimentare e la prevenzione medica, con le controverse opinioni espresse da un industriale italiano, relative alla filiera alimentare, che destano scalpore.

    Andrea Illy sostiene che “i cibi artificiali coltivati in laboratorio ‘rappresentino la via da seguire’, nonostante la massiccia resistenza dell’opinione pubblica”. “Il 70% dell’impronta ecologica dell’agricoltura è dovuto alle proteine animali”. “Perché dovrei usare gli animali quando posso coltivare la carne [in laboratorio]?”

    Sembra incredibile come mentre buona parte del mondo medico si trovi concorde nel principio secondo il quale una sana alimentazione rappresenti la migliore cura nella prevenzione delle malattie cardiache tumorali, al contrario di una parte degli industriali, supportata dalle istituzioni europee in preda sempre al delirio GreenDeal. Esattamente come in Danimarca, dove è stata introdotta l’obbligatorietà dell’utilizzo del Bovaer (3-NOP) dal gennaio 2025 per ridurre le emissioni di metano delle mucche fino al 30%, si continua a spingere per l’inserimento di nuove sostanze chimiche nella stessa filiera agroalimentare. Contemporaneamente nascono numerosi dubbi relativi all’utilizzo di questo prodotto chimico, il quale avrebbe compromesso la qualità del latte ed inoltre creato problemi digestivi con casi diffusi di diarrea severa e calo dell’appetito, calo della produttività e riduzione della resa lattiera in circa 400-600 aziende agricole monitorate. Non ultimi si sarebbero registrati sintomi gravi con casi di febbri atipiche, collassi (vacche che non riescono ad alzarsi) e, in episodi isolati segnalati sui social, decessi di capi.

    In altre parole, in Danimarca è stata introdotta nella filiera agroalimentare una sostanza per eliminare le flatulenze delle mucche, le quali, secondo questo delirio ideologico, rappresenterebbero una delle principali cause di inquinamento, superiore a quella degli aerei e delle navi porta container.

    Inoltre, la implicita ammissione da parte dell’intervistato, il quale pur ammettendo di avere il 70% della popolazione contrario a questa nuova forma di alimentazione, sottende implicitamente il desiderio di un intervento delle istituzioni europee a favore di questa nuova tipologia di carne e di filiera alimentare, magari attraverso qualche incentivo fiscale o peggio norma obbligatoria della carne coltivata.

    Nella legittimità dell’opinione rivendico la possibilità di affermare che siamo di fronte ad una follia assoluta, nel senso che non si tutelano le filiere agroalimentari italiane ed europee anche in un’ottica di prevenzione medica. Viceversa, si configura una volontà politica ed industriale finalizzata a distruggerle per un delirio ambientalista legato alla follia del GreenDeal unita ad una volontà speculativa di matrice industriale.

    Una convergenza tra politica e industria alimentare la quale fa sorgere il sospetto di una convergenza di interessi tra il delirio ambientalista europeo ed una volontà speculativa di determinate realtà industriali.

  • I data center per l’intelligenza artificiale consumano sempre più territorio e acqua

    La costruzione di data center per l’intelligenza artificiale sta portando a un forte consumo di territorio, oltre che di risorse per fornire energia alla stessa intelligenza.

    Meta ha realizzato 24 di queste strutture solo negli Stati Uniti e ne ha in programma o in costruzione altrettanti. Ha anche tre centri in Europa (in Danimarca a Odense, in Irlanda a Clonee e in Svezia a Luleå) e uno in Asia, a Singapore. Confermando le voci sul primo centro da oltre un gigawatt — l’equivalente dell’energia consumata da un milione di case — a luglio scorso Mark Zuckerberg ha presentato Hyperion, il primo di tanti conglomerati che sarà grande quanto «la maggior parte dell’area di Manhattan». E che un giorno potrebbe arrivare anche a cinque gigawatt di potenza di calcolo.
    A Cheyenne, la capitale dello stato del Wyoming, opera dal 2012 un data. Il Wyoming è un luogo strategico per le Big Tech: tenendo in considerazione solo i combustibili fossili, produce circa dodici volte più energia di quanta ne consuma e, secondo i dati del Dipartimento dell’energia, esporta quasi i tre quinti di quella che produce.

    I data center consumano inoltre enormi quantità d’acqua per raffreddare le proprie apparecchiature e anche se l’acqua viene poi rilasciata una parte di essa evapora nell’aria nel processo di raffreddamento. L’Environmental and Energy Study Institute stima che il consumo idrico possa già ammontare a venti milioni di litri al giorno, l’equivalente di quanto viene usato da una città popolata da decine di migliaia di persone, ma non esistono dati esatti perché le aziende della tecnologia non sono obbligate a divulgare questi dati. Si sa però, lo ha attestato Mike Hopkins, direttore esecutivo della Newton County Water and Sewerage Authority, l’ente che gestisce le risorse idriche locali, che nella contea di Newton in Georgia, il data center Stanton Springs consuma circa il 10% del fabbisogno idrico giornaliero totale della contea.  In Virginia, dove si trova la più grande concentrazione di data center al mondo, con strutture anche di Amazon, Google e Microsoft: negli ultimi 4 anni il consumo d’acqua è aumentato del 63,7%.

    L’amministrazione Trump a fine luglio scorso ha emanato un ordine esecutivo (ciò che consente alla Casa Bianca di bypassare il Congresso) per accelerare il rilascio di autorizzazioni per la costruzione di data center ad alto consumo energetico. E nell’ultimo anno, come è stato rivelato nel rapporto sui risultati del secondo trimestre, Microsoft ha speso 88 miliardi di dollari per costruirne di nuove. Google, invece, ha annunciato l’intenzione di investire 25 miliardi per realizzare nuove infrastrutture. E, mentre l’azienda di Elon Musk xAI sta guardando all’Arabia Saudita per costruire un data center che superi il traguardo di almeno un gigawatt di potenza di calcolo, OpenAI ha annunciato una partnership con Oracle per realizzarne una da 4,5 GW. Un piano che si inserisce nel contesto del progetto governativo Stargate, presentato da Donald Trump all’indomani del suo insediamento a gennaio 2025.

    Il Financial Times riferisce intanto che l’Unione europea intensificherà nel 2026 l’applicazione delle norme sui mercati e i servizi digitali (Dma e Dsa) contro i colossi statunitensi della tecnologia, tra cui Google, Meta, Apple e la piattaforma X di Elon Musk. Il nuovo approccio, definito “misurato ma risoluto”, ha già portato a multe – come quella da 120 milioni di euro inflitta a dicembre a X per violazione delle regole sulla trasparenza – e modifiche dei modelli di business da parte di Apple e Meta. Parallelamente, sono state avviate nuove indagini su possibili pratiche anticoncorrenziali, come l’accesso di fornitori rivali di intelligenza artificiale a WhatsApp, l’uso di contenuti online da parte di Google per l’addestramento di modelli IA, e la concorrenza nel settore del cloud. Secondo Damien Geradin, avvocato esperto di antitrust interpellato dal quotidiano britannico, “l’applicazione delle normative è diventata più difficile a causa della linea aggressiva adottata da Washington”. Apple ha chiesto l’abolizione del Dma, Meta accusa Bruxelles di penalizzare le aziende statunitensi, mentre Google parla di “rischio di soffocare l’innovazione”. Nonostante queste pressioni, i parlamentari europei spingono per un’azione più incisiva, in particolare su contenuti illegali, interferenze elettorali legate a TikTok e concorrenza nell’intelligenza artificiale. “Stiamo affrontando un attacco alla nostra democrazia da parte degli oligarchi tecnologici”, ha avvertito l’eurodeputata Alexandra Geese.

  • La metà degli italiani ha speso per il Natale 2025 quanto per il Natale 2024

    Per il Natale 2025 la metà degli italiani (50,5%) hanno stanziato lo stesso budget del 2024 e il 26,4% ha invece speso di meno, ma non molto meno, secondo quanto emerge dall’European Holiday Outlook 2025, lo studio di Deloitte basato sulle risposte di oltre 7mila consumatori europei (Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Regno Unito). Il 19,1% ha invece messo in conto di spendere di più.

    Le ragioni che spingono a ridurre la spesa durante le festività sono in larga parte comuni in tutta Europa, ma in Italia emergono con maggiore intensità. Il primo fattore è l’aumento del costo della vita, indicato dal 52,9% degli italiani, contro il 47,2% della media europea. A questo si affianca una dimensione più concreta e personale: il 38,4% dichiara che la situazione finanziaria personale è peggiorata (contro il 33% in Europa).

    Accanto alla prudenza dettata dal portafoglio, però, emerge anche un cambiamento di atteggiamento. Un quarto degli italiani (25,1%) esprime un desiderio di ridurre i consumi (la media europea è del 19,8%): non solo “spendere meno”, ma anche consumare con una sensibilità che può richiamare scelte più etiche e sostenibili. In generale, il risparmio resta una costante tipicamente europea: dichiara di voler risparmiare il 21% degli italiani, in linea con il 20,3% degli europei.

    Per gli italiani che stanno riducendo il budget disponibile, i tagli si concentrano soprattutto su regali (14,6% in Italia, 9,9% in Europa), atmosfera festiva, decorazioni e articoli natalizi (13,2% contro 9%). A livello europeo, invece, le prime voci su cui si tende a risparmiare sono viaggi (14,2%) ed esperienze come cene fuori ed eventi (13,5%). Spesso si tratta di ridimensionamenti piuttosto che di rinunce totali: meno giorni, mete più vicine o scelte più essenziali.

    In Europa, il periodo delle festività porta con sé anche un po’ di stress. Tre consumatori europei su dieci dichiarano che la stagione natalizia è, in generale, stressante (30%) e la tensione aumenta quando si entra nella fase più concreta: lo shopping (34%). Per molti non è tanto il Natale in sé a pesare, quanto la gestione pratica dei regali, del tempo e soprattutto del budget. In questo scenario, gli italiani mostrano maggiore cautela: lo stress è più alto della media (33% per le festività, 38% per lo shopping, secondi solo al Portogallo) e solo il 27% ritiene di avere risorse sufficienti per vivere un Natale sereno, al di sotto della media europea.

    Quasi un terzo dei consumatori europei (32%) dichiara di non usare alcun tool digitale come app e portali online per fare acquisti. La differenza tra Paesi è marcata: in Germania la quota di chi non li usa arriva al 42% mentre in Francia e Olanda al 38%. L’Italia si colloca poco sopra la media (33%), mentre gli spagnoli sembrano essere i consumatori più digitali: solo il 20% non li utilizza. La Generative AI è ancora una leva emergente, ma con segnali interessanti: la media europea di utilizzo è al 14%, con un picco nel Regno Unito (20%), seguito dall’Olanda (19%) e Spagna (15%). Italia (12%), Francia (12%) e Germania (11%) mostrano invece un’adozione più prudente. Sul fronte dell’influenza “social”, le raccomandazioni di creator e influencer pesano mediamente l’11% in Europa e acquisiscono maggiore rilevanza nel Regno Unito (16%). In Italia le raccomandazioni degli influencer saranno seguite solo dal 7%.

    In Europa il sentiment dei consumatori presenta dinamiche diverse nei singoli Paesi, pur all’interno di un quadro generale di insicurezza economica.

    In Francia il sentiment è guidato soprattutto dal caro-vita e dall’incertezza economica: il 56% indica il costo della vita come motivo di riduzione della spesa (sopra la media europea del 47%) e il 30% è preoccupato per l’economia, mentre il peggioramento della situazione economica personale risulta meno centrale, con il 28% che dichiara un deterioramento della propria situazione finanziaria.

    In Germania prevale un approccio pragmatico, con una forte percezione del peggioramento economico personale: il 40% dichiara finanze peggiorate, il dato più alto tra i paesi analizzati, che si traduce in scelte concrete come la volontà di ridurre i consumi (22%) e l’acquisto per meno persone (20%), mentre l’ansia verso il contesto macroeconomico è più contenuta (19% rispetto al 25% di media europea).

    In Spagna la pressione deriva soprattutto dal contesto economico globale più che da fattori personali: il 34% è preoccupato per l’economia, il valore più alto tra i Paesi europei, e il 15% cita le preoccupazioni geopolitiche come motivazione principale per la riduzione dei consumi, a fronte di una minore pressione diretta sul budget, con solo il 38% che menziona il costo della vita e il 24% che segnala un peggioramento della propria situazione finanziaria.

    Nel Regno Unito, infine, i consumatori adottano un approccio di “budgeting rigoroso”, orientato alla gestione del rischio personale e agli obiettivi finanziari: il 37% dichiara un peggioramento della situazione finanziaria, l’11% si sente meno sicuro sul lavoro. Di conseguenza, aumentano le strategie di controllo: il 22% punta a risparmiare o ridurre i debiti e il 21% a focalizzarsi su obiettivi finanziari. Non è tanto un taglio generalizzato dei consumi (solo 10% vuole ridurre i consumi), quanto una rigorosa pianificazione della spesa.

  • Quali potranno essere i possibili scenari futuri in ragione delle strategie adottate?

    Mentre la Germania, attraverso una apposita legge, ha abbassato il costo del Megawattore con l’obietto di fornire un sostegno reale all’industria pesante tedesca e, di conseguenza, all’intera filiera dell’automotive, in forte difficoltà a causa del costo dell’energia, in più abbassando anche tutti gli oneri impropri, il governo italiano si preoccupa invece delle riserve auree della Banca d’Italia,
    in primo luogo per poterle utilizzare a garanzia delle proprie future  manovre finanziarie, esattamente come nel passato si era cercato di fare per i risparmi privati.

    Va ricordato, come la Banca d’Italia custodisca circa 2.452 tonnellate d’oro, per un valore attuale che supera i 200 miliardi di euro. Di queste, quasi la metà (circa 1.100 tonnellate) si trovano nella sede della Banca d’Italia, mentre il resto è depositato in diverse località estere, principalmente negli Stati Uniti, ma anche in Svizzera e nel Regno Unito.

    Nel frattempo nel contesto mondiale la Cina sta aumentando significativamente il ritmo di stoccaggio del petrolio greggio utilizzando la medesima strategia adottata prima del covid, che venne adottata anche per gli approvvigionamenti delle materie prime. Basti pensare che nel solo mese di ottobre il trend di crescita abbia registrato un valore di circa 690.000 barili al giorno.
    Questa politica energetica tende a fornire delle garanzie allo stato cinese in previsione di qualche crisi internazionale.

    L’Italia, invece, continua ad aumentare il prezzo del gasolio che rappresenta quel fattore inflattivo determinante in considerazione del fatto che oltre l’80% delle merci viaggi su gomma. Il paradosso è rappresentato dal fatto che l’attuale quotazione del petrolio sia di poco superiore ai 64 dollari al barile mentre il prezzo medio del gasolio in Italia risulti di 1,7 euro a fronte della Germania dove è di 1,42 euro, in considerazione del livello retributivo medio in Germania (superiore del +37%) in Italia il costo energetico complessivo si trasforma in un fattore antieconomico determinante.

    La competitività di un sistema economico ed in particolare di un patrimonio industriale come quello italiano va tutelata attraverso una politica energetica adeguata esattamente come il livello di qualità della vita delle famiglie va assicurato attraverso delle bollette sostenibili. Entrambi questi obiettivi non possono essere raggiunti attraverso una politica di bonus relativi agli elettrodomestici o alle autovetture e tantomeno attraverso rimodulazioni delle aliquote fiscali o sconticini risibili del cuneo fiscale.
    Solo una visione strategica può assicurare un futuro ad una economia di trasformazione, basata quindi sul know how industriale e professionale combinato al costo dell’energia il quale  può diventare, se troppo elevato, il fattore decisivo nell’uscita dal mercato dei prodotti proprio a causa dell’effetto moltiplicatore energetico: con questo inaccettabile livello di strategie il nostro Paese si vede relegato ad un ruolo di figura comprimaria nello scenario economico internazionale.

    Esattamente come quello che verrà riconosciuto all’Unione Europea la quale, mentre gli Stati Uniti crescono del 2,8% e stringono accordi per investimenti di oltre 1000 miliardi con l’Arabia Saudita, l’istituzione europea esprime la propria visione strategica fissando al 2040 il limite per ridurre del 90% le emissioni.

    Queste miopi e assolutamente inadeguate strategie energetiche ed economiche assicurano la marginalità politica ed economica dell’Unione Europea e dall’interno della stessa Europa quella italiana.

  • Calano gli acquisti delle macchine automatiche

    Nei primi sette mesi dell’anno, il settore della distribuzione automatica ha registrato un sensibile calo delle consumazioni (-4,6%). Questo trend negativo arriva dopo la lieve ripresa iniziata nel 2021 (+10,48%), proseguita nel 2022 (+5,07%) e stabilizzatasi nel 2023 (+0,74%). È la fotografia scattata da Confida, Associazione Italiana Distribuzione Automatica, durante gli Stati Generali del Vending tenutisi a Roma nella sede di Confcommercio-Imprese per l’Italia alla presenza di 200 imprenditori del settore e numerosi rappresentanti delle istituzioni.

    Il comparto paga il calo della produzione industriale con il conseguente aumento della cassa integrazione (la distribuzione automatica, infatti, sviluppa il 37% delle consumazioni nel manifatturiero), l’effetto dell’inflazione che ha causato una contrazione dei consumi alimentari fuori casa (oltre un terzo degli italiani nell’ultimo anno ha peggiorato la propria situazione economica), e l’utilizzo dello smart working, oggi utilizzato regolarmente dal 31% degli italiani. Parallelamente, sono cambiate le abitudini di consumo che ora virano verso scelte sempre più personalizzate, causando una frammentazione crescente delle identità alimentari. Per il 79% degli italiani, tuttavia, le vending machine rappresentano un’alternativa comoda e veloce per il consumo di bevande e alimenti, offrono un’esperienza di uso semplice e immediata (79%); rappresentano un momento di evasione dalla routine (74%) e il 64% dei consumatori lo considera anche un settore innovativo; è quanto emerge da una ricerca Ipsos per Confida.

    “Il calo delle consumazioni della distribuzione automatica ha portato, come conseguenza, anche ad una riduzione del 28% nei primi sei mesi del 2025 della vendita di vending machine nuove: una produzione di eccellenza del Made in Italy, che vive anche una crescente concorrenza di produttori asiatici le cui vending machine, talvolta, non rispettano le normative europee oppure provengono da Paesi in cui la manodopera è sottopagata e poco tutelata. Per questo. – commenta Massimo Trapletti, Presidente di CONFIDA il Piano Transizione 5.0 era un provvedimento molto atteso dalle aziende del settore, che tuttavia non si è potuto utilizzare per le difficoltà applicative. Auspichiamo pertanto che la revisione contenuta nella Legge di Bilancio renda più agevole l’accesso al beneficio per le nostre imprese.”

    In aggiunta, il settore richiede un protocollo integrativo al contratto collettivo del commercio a cui fanno riferimento i lavoratori del comparto, al fine di inquadrare al meglio le peculiarità delle professionalità della distribuzione automatica.

    “Il settore della distribuzione automatica include circa 30.000 addetti, per un totale di 3.000 imprese – commenta Carlo Sangalli, Presidente di Confcommercio – Un numero decisamente sufficiente per prendere in considerazione di elaborare un protocollo dedicato al mondo del vending che integri il nostro principale contratto collettivo nazionale al prossimo rinnovo, dando al settore le specifiche necessarie a valorizzare le proprie qualità.”

    Infine, la distribuzione automatica dovrà affrontare anche le criticità che emergono dal regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio (Ppwr), che entrerà in vigore il prossimo anno. In particolare, gli obbiettivi di riutilizzo e l’introduzione dei sistemi di deposito e cauzione vanificherebbero gli investimenti fatti negli anni sul riciclo degli imballaggi con il progetto economia circolare “RiVending” ormai diffuso in tutta Italia con oltre 16 mila cestini per il riciclo della plastica posizionati in 2.500 aziende. Il comparto, quindi, chiede alle istituzioni italiane nell’applicazione della PPWR di esentarlo da quelle previsioni inapplicabili per le caratteristiche intrinseche della distribuzione automatica.

  • Gelato in testa ai peccati di gola degli italiani in estate

    L’Italia non è solo la patria della pasta e della pizza. Il classico “menù estivo” italiano, infatti, non può che concludersi con il più amato dei dolci: il gelato. Secondo un recente sondaggio di Ipsos, condotto per Magnum, è infatti proprio il gelato il primo dei vizi di cui gli italiani proprio non possono fare a meno durante le vacanze estive (ma non solo). In un Paese dove appunto la cucina è il vero punto di orgoglio di un’intera nazione, su un campione di 338 italiani intervistati, ben il 65% (praticamente 7 su 10) ha confermato che il gelato è – e resta – il principale “tasto dolente” della dieta mediterranea. D’estate si può rinunciare a un buon bicchiere di vino, a una pizza con gli amici o a una ricca insalata ma non si può rinunciare alla freschezza di un gelato che per oltre la metà degli intervistati resta comunque anche una valida alternativa a un pasto completo. In vetta alla top five, dopo il gelato che appunto si piazza al primo posto, troviamo la pizza con il 18% che si è posizionata sul secondo gradino del podio, seguita da una gustosa grigliata di carne (3° con l’11%). A parimerito, con il 3% ciascuna, la freschissima caprese e la classica insalatona estiva chiudono la graduatoria in fondo alla top 5.

    “I dati del consumo del gelato sono in continua crescita soprattutto in Italia, ma anche nel resto d’Europa: un trend che vede il gelato essere al primo posto tra le scelte dei consumatori. Dati e numeri importanti di un mercato ormai consolidato nel Vecchio continente e che ci porta a sperimentare nuovi sapori e a sfidare i confini del gusto” ha evidenziato Stefania Mauri, direttrice Marketing Italia.

    Un dato che, come confermato anche dalle analisi di mercato di IndexBox, non lascia dubbi. Nel 2024, infatti, nell’intera Unione europea sono state consumate circa 1,9 milioni di tonnellate di gelato, con un aumento del 2,6% rispetto al 2023. I Paesi con i maggiori volumi di gelato, lo scorso 2024 sono stati Germania (285mila tonnellate), Francia (280mila tonnellate) e Italia (261mila tonnellate), che insieme rappresentano il 44% del consumo totale. Spagna, Paesi Bassi, Portogallo, Belgio, Polonia, Romania e Repubblica Ceca sono rimasti leggermente indietro, rappresentando insieme un ulteriore 34%.

    “E’ proprio in questa direzione che abbiamo lanciato le due versioni estive del nostro iconico gelato Magnum che vogliono essere due viaggi che permettono di superare i confini del piacere – hanno aggiunto all’unisono Chiara Grillo, Digital Marketing e Media Lead Algida Italia e Simona Mantovani, Magnum Platform Manager – Entrambe le versioni sono realizzate con una tecnologia unica e nuova nel panorama, quella del gelato marmorizzato, che porta l’esperienza di Magnum ad un livello superiore. Effetto visivo sorprendente, nessun morso uguale all’altro, un equilibrio che esalta entrambi i sapori. Il primo, Magnum Utopia Double Nocciola, è un’esperienza di gusto che coinvolge tutti i sensi. Cremoso gelato marmorizzato alla nocciola e mandorla caramellata avvolto da una salsa di nocciola salata e ricoperto dall’iconico croccante cioccolato bianco Magnum® con pezzi di mandorle, pistacchi e nocciole caramellizzati. Il secondo, Magnum Utopia Double Amarena, è invece un itinerario all’insegna del sapore. Gelato marmorizzato al ribes nero e lampone, con una deliziosa salsa all’amarena, il tutto ricoperto dall’iconico croccante cioccolato al latte Magnum®, con croccanti cristalli di zucchero al gusto di frutti rossi”.

    La top 5 dei peccati di gola estivi più amati dagli italiani individuati da Ipsos è questa: gelato (65%), pizza (18%), grigliata di carne (11%), caprese (3%), insalata (3%).

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