consumi

  • Il 56,9% dei consumi energetici della Ue è soddisfatto da importazioni extraeuropee

    L’Unione europea resta fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, pari al 56,9 per cento dei consumi e l’Italia supera questa media, con un quadro che però è in miglioramento. E’ il dato emerso dalla settima edizione del “MED & Italian Energy Report”, dedicato alla sicurezza energetica nella transizione euro-mediterranea di SRM (Gruppo Intesa Sanpaolo) e ESL@EnergyCenter del Politecnico di Torino. La ricerca ha mostrato come la transizione verso la decarbonizzazione richieda un equilibrio tra sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità ambientale e accessibilità economica, in un contesto segnato da forti dipendenze strategiche da combustibili fossili, materie prime critiche e tecnologie chiave. L’analisi individua tre dimensioni della sicurezza energetica: la dipendenza dall’importazione di risorse energetiche (combustibili fossili, energia elettrica e combustibile nucleare), la dipendenza tecnologica dalle materie prime critiche e dai semilavorati, e l’affidabilità delle infrastrutture energetiche. Nell’Unione Europea, la scarsità di risorse domestiche mantiene elevata la vulnerabilità delle catene di fornitura, esposte a una forte concentrazione geografica e alla volatilità dei prezzi. Entrando nello specifico, cresce in modo strutturale il peso delle rinnovabili, che oggi rappresentano il 47 per cento della generazione elettrica europea e il 49 per cento del mix italiano, rendendo centrale il rafforzamento del dialogo euro-mediterraneo e il ruolo del Nord Africa come potenziale “ponte verde”, nonostante una capacità rinnovabile ancora sottodimensionata. Ampio spazio è dedicato alle materie prime critiche, la cui domanda è destinata ad aumentare rapidamente con l’elettrificazione del sistema energetico.

    Il Rapporto mette in luce l’elevata concentrazione di riserve, produzione e raffinazione, con la Cina in posizione dominante, e i conseguenti rischi geopolitici ed economici per i paesi del Mediterraneo, già oggi caratterizzati da un significativo deficit commerciale. In questo quadro si inserisce il Critical Raw Materials Act europeo, che mira a ridurre le dipendenze strategiche attraverso l’incremento di estrazione, lavorazione e riciclo domestici. Il Mediterraneo emerge come snodo strategico globale per il transito energetico: attraverso Suez, Gibilterra e Bosforo passa una quota rilevante dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. La sicurezza delle rotte marittime e delle infrastrutture è quindi centrale tanto quanto la diversificazione delle fonti. Parallelamente, lo shipping riveste un ruolo chiave anche nel trasporto delle materie prime critiche, i cui flussi marittimi mostrano una crescita strutturale di lungo periodo.

    Lo studio analizza inoltre il ruolo del nucleare nel mix futuro, una fonte che copre una quota rilevante della generazione elettrica europea ma con una filiera del combustibile fortemente concentrata. In questo contesto, gli Small Modular Reactors emergono come possibile soluzione per una generazione più flessibile e decentralizzata. Attraverso indicatori quantitativi sul Trilemma Energetico – sicurezza, sostenibilità e accessibilità economica – il MED & Italian Energy Report conferma le vulnerabilità strutturali dell’Area Mediterranea e l’urgenza di una strategia comune di lungo periodo. Il Nuovo Patto per il Mediterraneo della Commissione Europea rappresenta un passaggio chiave per rafforzare cooperazione, interconnessioni energetiche, filiere industriali e sicurezza dell’intera regione.

  • World Economic Forum: tra economia e filiera alimentare

    World Economic Forum: tra economia e filiera alimentare

    A latere del Meeting del World Economic Forum a Davos tra i temi geopolitici e strategici trovano un proprio spazio anche la sicurezza alimentare e la prevenzione medica, con le controverse opinioni espresse da un industriale italiano, relative alla filiera alimentare, che destano scalpore.

    Andrea Illy sostiene che “i cibi artificiali coltivati in laboratorio ‘rappresentino la via da seguire’, nonostante la massiccia resistenza dell’opinione pubblica”. “Il 70% dell’impronta ecologica dell’agricoltura è dovuto alle proteine animali”. “Perché dovrei usare gli animali quando posso coltivare la carne [in laboratorio]?”

    Sembra incredibile come mentre buona parte del mondo medico si trovi concorde nel principio secondo il quale una sana alimentazione rappresenti la migliore cura nella prevenzione delle malattie cardiache tumorali, al contrario di una parte degli industriali, supportata dalle istituzioni europee in preda sempre al delirio GreenDeal. Esattamente come in Danimarca, dove è stata introdotta l’obbligatorietà dell’utilizzo del Bovaer (3-NOP) dal gennaio 2025 per ridurre le emissioni di metano delle mucche fino al 30%, si continua a spingere per l’inserimento di nuove sostanze chimiche nella stessa filiera agroalimentare. Contemporaneamente nascono numerosi dubbi relativi all’utilizzo di questo prodotto chimico, il quale avrebbe compromesso la qualità del latte ed inoltre creato problemi digestivi con casi diffusi di diarrea severa e calo dell’appetito, calo della produttività e riduzione della resa lattiera in circa 400-600 aziende agricole monitorate. Non ultimi si sarebbero registrati sintomi gravi con casi di febbri atipiche, collassi (vacche che non riescono ad alzarsi) e, in episodi isolati segnalati sui social, decessi di capi.

    In altre parole, in Danimarca è stata introdotta nella filiera agroalimentare una sostanza per eliminare le flatulenze delle mucche, le quali, secondo questo delirio ideologico, rappresenterebbero una delle principali cause di inquinamento, superiore a quella degli aerei e delle navi porta container.

    Inoltre, la implicita ammissione da parte dell’intervistato, il quale pur ammettendo di avere il 70% della popolazione contrario a questa nuova forma di alimentazione, sottende implicitamente il desiderio di un intervento delle istituzioni europee a favore di questa nuova tipologia di carne e di filiera alimentare, magari attraverso qualche incentivo fiscale o peggio norma obbligatoria della carne coltivata.

    Nella legittimità dell’opinione rivendico la possibilità di affermare che siamo di fronte ad una follia assoluta, nel senso che non si tutelano le filiere agroalimentari italiane ed europee anche in un’ottica di prevenzione medica. Viceversa, si configura una volontà politica ed industriale finalizzata a distruggerle per un delirio ambientalista legato alla follia del GreenDeal unita ad una volontà speculativa di matrice industriale.

    Una convergenza tra politica e industria alimentare la quale fa sorgere il sospetto di una convergenza di interessi tra il delirio ambientalista europeo ed una volontà speculativa di determinate realtà industriali.

  • I data center per l’intelligenza artificiale consumano sempre più territorio e acqua

    La costruzione di data center per l’intelligenza artificiale sta portando a un forte consumo di territorio, oltre che di risorse per fornire energia alla stessa intelligenza.

    Meta ha realizzato 24 di queste strutture solo negli Stati Uniti e ne ha in programma o in costruzione altrettanti. Ha anche tre centri in Europa (in Danimarca a Odense, in Irlanda a Clonee e in Svezia a Luleå) e uno in Asia, a Singapore. Confermando le voci sul primo centro da oltre un gigawatt — l’equivalente dell’energia consumata da un milione di case — a luglio scorso Mark Zuckerberg ha presentato Hyperion, il primo di tanti conglomerati che sarà grande quanto «la maggior parte dell’area di Manhattan». E che un giorno potrebbe arrivare anche a cinque gigawatt di potenza di calcolo.
    A Cheyenne, la capitale dello stato del Wyoming, opera dal 2012 un data. Il Wyoming è un luogo strategico per le Big Tech: tenendo in considerazione solo i combustibili fossili, produce circa dodici volte più energia di quanta ne consuma e, secondo i dati del Dipartimento dell’energia, esporta quasi i tre quinti di quella che produce.

    I data center consumano inoltre enormi quantità d’acqua per raffreddare le proprie apparecchiature e anche se l’acqua viene poi rilasciata una parte di essa evapora nell’aria nel processo di raffreddamento. L’Environmental and Energy Study Institute stima che il consumo idrico possa già ammontare a venti milioni di litri al giorno, l’equivalente di quanto viene usato da una città popolata da decine di migliaia di persone, ma non esistono dati esatti perché le aziende della tecnologia non sono obbligate a divulgare questi dati. Si sa però, lo ha attestato Mike Hopkins, direttore esecutivo della Newton County Water and Sewerage Authority, l’ente che gestisce le risorse idriche locali, che nella contea di Newton in Georgia, il data center Stanton Springs consuma circa il 10% del fabbisogno idrico giornaliero totale della contea.  In Virginia, dove si trova la più grande concentrazione di data center al mondo, con strutture anche di Amazon, Google e Microsoft: negli ultimi 4 anni il consumo d’acqua è aumentato del 63,7%.

    L’amministrazione Trump a fine luglio scorso ha emanato un ordine esecutivo (ciò che consente alla Casa Bianca di bypassare il Congresso) per accelerare il rilascio di autorizzazioni per la costruzione di data center ad alto consumo energetico. E nell’ultimo anno, come è stato rivelato nel rapporto sui risultati del secondo trimestre, Microsoft ha speso 88 miliardi di dollari per costruirne di nuove. Google, invece, ha annunciato l’intenzione di investire 25 miliardi per realizzare nuove infrastrutture. E, mentre l’azienda di Elon Musk xAI sta guardando all’Arabia Saudita per costruire un data center che superi il traguardo di almeno un gigawatt di potenza di calcolo, OpenAI ha annunciato una partnership con Oracle per realizzarne una da 4,5 GW. Un piano che si inserisce nel contesto del progetto governativo Stargate, presentato da Donald Trump all’indomani del suo insediamento a gennaio 2025.

    Il Financial Times riferisce intanto che l’Unione europea intensificherà nel 2026 l’applicazione delle norme sui mercati e i servizi digitali (Dma e Dsa) contro i colossi statunitensi della tecnologia, tra cui Google, Meta, Apple e la piattaforma X di Elon Musk. Il nuovo approccio, definito “misurato ma risoluto”, ha già portato a multe – come quella da 120 milioni di euro inflitta a dicembre a X per violazione delle regole sulla trasparenza – e modifiche dei modelli di business da parte di Apple e Meta. Parallelamente, sono state avviate nuove indagini su possibili pratiche anticoncorrenziali, come l’accesso di fornitori rivali di intelligenza artificiale a WhatsApp, l’uso di contenuti online da parte di Google per l’addestramento di modelli IA, e la concorrenza nel settore del cloud. Secondo Damien Geradin, avvocato esperto di antitrust interpellato dal quotidiano britannico, “l’applicazione delle normative è diventata più difficile a causa della linea aggressiva adottata da Washington”. Apple ha chiesto l’abolizione del Dma, Meta accusa Bruxelles di penalizzare le aziende statunitensi, mentre Google parla di “rischio di soffocare l’innovazione”. Nonostante queste pressioni, i parlamentari europei spingono per un’azione più incisiva, in particolare su contenuti illegali, interferenze elettorali legate a TikTok e concorrenza nell’intelligenza artificiale. “Stiamo affrontando un attacco alla nostra democrazia da parte degli oligarchi tecnologici”, ha avvertito l’eurodeputata Alexandra Geese.

  • La metà degli italiani ha speso per il Natale 2025 quanto per il Natale 2024

    Per il Natale 2025 la metà degli italiani (50,5%) hanno stanziato lo stesso budget del 2024 e il 26,4% ha invece speso di meno, ma non molto meno, secondo quanto emerge dall’European Holiday Outlook 2025, lo studio di Deloitte basato sulle risposte di oltre 7mila consumatori europei (Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Regno Unito). Il 19,1% ha invece messo in conto di spendere di più.

    Le ragioni che spingono a ridurre la spesa durante le festività sono in larga parte comuni in tutta Europa, ma in Italia emergono con maggiore intensità. Il primo fattore è l’aumento del costo della vita, indicato dal 52,9% degli italiani, contro il 47,2% della media europea. A questo si affianca una dimensione più concreta e personale: il 38,4% dichiara che la situazione finanziaria personale è peggiorata (contro il 33% in Europa).

    Accanto alla prudenza dettata dal portafoglio, però, emerge anche un cambiamento di atteggiamento. Un quarto degli italiani (25,1%) esprime un desiderio di ridurre i consumi (la media europea è del 19,8%): non solo “spendere meno”, ma anche consumare con una sensibilità che può richiamare scelte più etiche e sostenibili. In generale, il risparmio resta una costante tipicamente europea: dichiara di voler risparmiare il 21% degli italiani, in linea con il 20,3% degli europei.

    Per gli italiani che stanno riducendo il budget disponibile, i tagli si concentrano soprattutto su regali (14,6% in Italia, 9,9% in Europa), atmosfera festiva, decorazioni e articoli natalizi (13,2% contro 9%). A livello europeo, invece, le prime voci su cui si tende a risparmiare sono viaggi (14,2%) ed esperienze come cene fuori ed eventi (13,5%). Spesso si tratta di ridimensionamenti piuttosto che di rinunce totali: meno giorni, mete più vicine o scelte più essenziali.

    In Europa, il periodo delle festività porta con sé anche un po’ di stress. Tre consumatori europei su dieci dichiarano che la stagione natalizia è, in generale, stressante (30%) e la tensione aumenta quando si entra nella fase più concreta: lo shopping (34%). Per molti non è tanto il Natale in sé a pesare, quanto la gestione pratica dei regali, del tempo e soprattutto del budget. In questo scenario, gli italiani mostrano maggiore cautela: lo stress è più alto della media (33% per le festività, 38% per lo shopping, secondi solo al Portogallo) e solo il 27% ritiene di avere risorse sufficienti per vivere un Natale sereno, al di sotto della media europea.

    Quasi un terzo dei consumatori europei (32%) dichiara di non usare alcun tool digitale come app e portali online per fare acquisti. La differenza tra Paesi è marcata: in Germania la quota di chi non li usa arriva al 42% mentre in Francia e Olanda al 38%. L’Italia si colloca poco sopra la media (33%), mentre gli spagnoli sembrano essere i consumatori più digitali: solo il 20% non li utilizza. La Generative AI è ancora una leva emergente, ma con segnali interessanti: la media europea di utilizzo è al 14%, con un picco nel Regno Unito (20%), seguito dall’Olanda (19%) e Spagna (15%). Italia (12%), Francia (12%) e Germania (11%) mostrano invece un’adozione più prudente. Sul fronte dell’influenza “social”, le raccomandazioni di creator e influencer pesano mediamente l’11% in Europa e acquisiscono maggiore rilevanza nel Regno Unito (16%). In Italia le raccomandazioni degli influencer saranno seguite solo dal 7%.

    In Europa il sentiment dei consumatori presenta dinamiche diverse nei singoli Paesi, pur all’interno di un quadro generale di insicurezza economica.

    In Francia il sentiment è guidato soprattutto dal caro-vita e dall’incertezza economica: il 56% indica il costo della vita come motivo di riduzione della spesa (sopra la media europea del 47%) e il 30% è preoccupato per l’economia, mentre il peggioramento della situazione economica personale risulta meno centrale, con il 28% che dichiara un deterioramento della propria situazione finanziaria.

    In Germania prevale un approccio pragmatico, con una forte percezione del peggioramento economico personale: il 40% dichiara finanze peggiorate, il dato più alto tra i paesi analizzati, che si traduce in scelte concrete come la volontà di ridurre i consumi (22%) e l’acquisto per meno persone (20%), mentre l’ansia verso il contesto macroeconomico è più contenuta (19% rispetto al 25% di media europea).

    In Spagna la pressione deriva soprattutto dal contesto economico globale più che da fattori personali: il 34% è preoccupato per l’economia, il valore più alto tra i Paesi europei, e il 15% cita le preoccupazioni geopolitiche come motivazione principale per la riduzione dei consumi, a fronte di una minore pressione diretta sul budget, con solo il 38% che menziona il costo della vita e il 24% che segnala un peggioramento della propria situazione finanziaria.

    Nel Regno Unito, infine, i consumatori adottano un approccio di “budgeting rigoroso”, orientato alla gestione del rischio personale e agli obiettivi finanziari: il 37% dichiara un peggioramento della situazione finanziaria, l’11% si sente meno sicuro sul lavoro. Di conseguenza, aumentano le strategie di controllo: il 22% punta a risparmiare o ridurre i debiti e il 21% a focalizzarsi su obiettivi finanziari. Non è tanto un taglio generalizzato dei consumi (solo 10% vuole ridurre i consumi), quanto una rigorosa pianificazione della spesa.

  • Quali potranno essere i possibili scenari futuri in ragione delle strategie adottate?

    Mentre la Germania, attraverso una apposita legge, ha abbassato il costo del Megawattore con l’obietto di fornire un sostegno reale all’industria pesante tedesca e, di conseguenza, all’intera filiera dell’automotive, in forte difficoltà a causa del costo dell’energia, in più abbassando anche tutti gli oneri impropri, il governo italiano si preoccupa invece delle riserve auree della Banca d’Italia,
    in primo luogo per poterle utilizzare a garanzia delle proprie future  manovre finanziarie, esattamente come nel passato si era cercato di fare per i risparmi privati.

    Va ricordato, come la Banca d’Italia custodisca circa 2.452 tonnellate d’oro, per un valore attuale che supera i 200 miliardi di euro. Di queste, quasi la metà (circa 1.100 tonnellate) si trovano nella sede della Banca d’Italia, mentre il resto è depositato in diverse località estere, principalmente negli Stati Uniti, ma anche in Svizzera e nel Regno Unito.

    Nel frattempo nel contesto mondiale la Cina sta aumentando significativamente il ritmo di stoccaggio del petrolio greggio utilizzando la medesima strategia adottata prima del covid, che venne adottata anche per gli approvvigionamenti delle materie prime. Basti pensare che nel solo mese di ottobre il trend di crescita abbia registrato un valore di circa 690.000 barili al giorno.
    Questa politica energetica tende a fornire delle garanzie allo stato cinese in previsione di qualche crisi internazionale.

    L’Italia, invece, continua ad aumentare il prezzo del gasolio che rappresenta quel fattore inflattivo determinante in considerazione del fatto che oltre l’80% delle merci viaggi su gomma. Il paradosso è rappresentato dal fatto che l’attuale quotazione del petrolio sia di poco superiore ai 64 dollari al barile mentre il prezzo medio del gasolio in Italia risulti di 1,7 euro a fronte della Germania dove è di 1,42 euro, in considerazione del livello retributivo medio in Germania (superiore del +37%) in Italia il costo energetico complessivo si trasforma in un fattore antieconomico determinante.

    La competitività di un sistema economico ed in particolare di un patrimonio industriale come quello italiano va tutelata attraverso una politica energetica adeguata esattamente come il livello di qualità della vita delle famiglie va assicurato attraverso delle bollette sostenibili. Entrambi questi obiettivi non possono essere raggiunti attraverso una politica di bonus relativi agli elettrodomestici o alle autovetture e tantomeno attraverso rimodulazioni delle aliquote fiscali o sconticini risibili del cuneo fiscale.
    Solo una visione strategica può assicurare un futuro ad una economia di trasformazione, basata quindi sul know how industriale e professionale combinato al costo dell’energia il quale  può diventare, se troppo elevato, il fattore decisivo nell’uscita dal mercato dei prodotti proprio a causa dell’effetto moltiplicatore energetico: con questo inaccettabile livello di strategie il nostro Paese si vede relegato ad un ruolo di figura comprimaria nello scenario economico internazionale.

    Esattamente come quello che verrà riconosciuto all’Unione Europea la quale, mentre gli Stati Uniti crescono del 2,8% e stringono accordi per investimenti di oltre 1000 miliardi con l’Arabia Saudita, l’istituzione europea esprime la propria visione strategica fissando al 2040 il limite per ridurre del 90% le emissioni.

    Queste miopi e assolutamente inadeguate strategie energetiche ed economiche assicurano la marginalità politica ed economica dell’Unione Europea e dall’interno della stessa Europa quella italiana.

  • Calano gli acquisti delle macchine automatiche

    Nei primi sette mesi dell’anno, il settore della distribuzione automatica ha registrato un sensibile calo delle consumazioni (-4,6%). Questo trend negativo arriva dopo la lieve ripresa iniziata nel 2021 (+10,48%), proseguita nel 2022 (+5,07%) e stabilizzatasi nel 2023 (+0,74%). È la fotografia scattata da Confida, Associazione Italiana Distribuzione Automatica, durante gli Stati Generali del Vending tenutisi a Roma nella sede di Confcommercio-Imprese per l’Italia alla presenza di 200 imprenditori del settore e numerosi rappresentanti delle istituzioni.

    Il comparto paga il calo della produzione industriale con il conseguente aumento della cassa integrazione (la distribuzione automatica, infatti, sviluppa il 37% delle consumazioni nel manifatturiero), l’effetto dell’inflazione che ha causato una contrazione dei consumi alimentari fuori casa (oltre un terzo degli italiani nell’ultimo anno ha peggiorato la propria situazione economica), e l’utilizzo dello smart working, oggi utilizzato regolarmente dal 31% degli italiani. Parallelamente, sono cambiate le abitudini di consumo che ora virano verso scelte sempre più personalizzate, causando una frammentazione crescente delle identità alimentari. Per il 79% degli italiani, tuttavia, le vending machine rappresentano un’alternativa comoda e veloce per il consumo di bevande e alimenti, offrono un’esperienza di uso semplice e immediata (79%); rappresentano un momento di evasione dalla routine (74%) e il 64% dei consumatori lo considera anche un settore innovativo; è quanto emerge da una ricerca Ipsos per Confida.

    “Il calo delle consumazioni della distribuzione automatica ha portato, come conseguenza, anche ad una riduzione del 28% nei primi sei mesi del 2025 della vendita di vending machine nuove: una produzione di eccellenza del Made in Italy, che vive anche una crescente concorrenza di produttori asiatici le cui vending machine, talvolta, non rispettano le normative europee oppure provengono da Paesi in cui la manodopera è sottopagata e poco tutelata. Per questo. – commenta Massimo Trapletti, Presidente di CONFIDA il Piano Transizione 5.0 era un provvedimento molto atteso dalle aziende del settore, che tuttavia non si è potuto utilizzare per le difficoltà applicative. Auspichiamo pertanto che la revisione contenuta nella Legge di Bilancio renda più agevole l’accesso al beneficio per le nostre imprese.”

    In aggiunta, il settore richiede un protocollo integrativo al contratto collettivo del commercio a cui fanno riferimento i lavoratori del comparto, al fine di inquadrare al meglio le peculiarità delle professionalità della distribuzione automatica.

    “Il settore della distribuzione automatica include circa 30.000 addetti, per un totale di 3.000 imprese – commenta Carlo Sangalli, Presidente di Confcommercio – Un numero decisamente sufficiente per prendere in considerazione di elaborare un protocollo dedicato al mondo del vending che integri il nostro principale contratto collettivo nazionale al prossimo rinnovo, dando al settore le specifiche necessarie a valorizzare le proprie qualità.”

    Infine, la distribuzione automatica dovrà affrontare anche le criticità che emergono dal regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio (Ppwr), che entrerà in vigore il prossimo anno. In particolare, gli obbiettivi di riutilizzo e l’introduzione dei sistemi di deposito e cauzione vanificherebbero gli investimenti fatti negli anni sul riciclo degli imballaggi con il progetto economia circolare “RiVending” ormai diffuso in tutta Italia con oltre 16 mila cestini per il riciclo della plastica posizionati in 2.500 aziende. Il comparto, quindi, chiede alle istituzioni italiane nell’applicazione della PPWR di esentarlo da quelle previsioni inapplicabili per le caratteristiche intrinseche della distribuzione automatica.

  • Gelato in testa ai peccati di gola degli italiani in estate

    L’Italia non è solo la patria della pasta e della pizza. Il classico “menù estivo” italiano, infatti, non può che concludersi con il più amato dei dolci: il gelato. Secondo un recente sondaggio di Ipsos, condotto per Magnum, è infatti proprio il gelato il primo dei vizi di cui gli italiani proprio non possono fare a meno durante le vacanze estive (ma non solo). In un Paese dove appunto la cucina è il vero punto di orgoglio di un’intera nazione, su un campione di 338 italiani intervistati, ben il 65% (praticamente 7 su 10) ha confermato che il gelato è – e resta – il principale “tasto dolente” della dieta mediterranea. D’estate si può rinunciare a un buon bicchiere di vino, a una pizza con gli amici o a una ricca insalata ma non si può rinunciare alla freschezza di un gelato che per oltre la metà degli intervistati resta comunque anche una valida alternativa a un pasto completo. In vetta alla top five, dopo il gelato che appunto si piazza al primo posto, troviamo la pizza con il 18% che si è posizionata sul secondo gradino del podio, seguita da una gustosa grigliata di carne (3° con l’11%). A parimerito, con il 3% ciascuna, la freschissima caprese e la classica insalatona estiva chiudono la graduatoria in fondo alla top 5.

    “I dati del consumo del gelato sono in continua crescita soprattutto in Italia, ma anche nel resto d’Europa: un trend che vede il gelato essere al primo posto tra le scelte dei consumatori. Dati e numeri importanti di un mercato ormai consolidato nel Vecchio continente e che ci porta a sperimentare nuovi sapori e a sfidare i confini del gusto” ha evidenziato Stefania Mauri, direttrice Marketing Italia.

    Un dato che, come confermato anche dalle analisi di mercato di IndexBox, non lascia dubbi. Nel 2024, infatti, nell’intera Unione europea sono state consumate circa 1,9 milioni di tonnellate di gelato, con un aumento del 2,6% rispetto al 2023. I Paesi con i maggiori volumi di gelato, lo scorso 2024 sono stati Germania (285mila tonnellate), Francia (280mila tonnellate) e Italia (261mila tonnellate), che insieme rappresentano il 44% del consumo totale. Spagna, Paesi Bassi, Portogallo, Belgio, Polonia, Romania e Repubblica Ceca sono rimasti leggermente indietro, rappresentando insieme un ulteriore 34%.

    “E’ proprio in questa direzione che abbiamo lanciato le due versioni estive del nostro iconico gelato Magnum che vogliono essere due viaggi che permettono di superare i confini del piacere – hanno aggiunto all’unisono Chiara Grillo, Digital Marketing e Media Lead Algida Italia e Simona Mantovani, Magnum Platform Manager – Entrambe le versioni sono realizzate con una tecnologia unica e nuova nel panorama, quella del gelato marmorizzato, che porta l’esperienza di Magnum ad un livello superiore. Effetto visivo sorprendente, nessun morso uguale all’altro, un equilibrio che esalta entrambi i sapori. Il primo, Magnum Utopia Double Nocciola, è un’esperienza di gusto che coinvolge tutti i sensi. Cremoso gelato marmorizzato alla nocciola e mandorla caramellata avvolto da una salsa di nocciola salata e ricoperto dall’iconico croccante cioccolato bianco Magnum® con pezzi di mandorle, pistacchi e nocciole caramellizzati. Il secondo, Magnum Utopia Double Amarena, è invece un itinerario all’insegna del sapore. Gelato marmorizzato al ribes nero e lampone, con una deliziosa salsa all’amarena, il tutto ricoperto dall’iconico croccante cioccolato al latte Magnum®, con croccanti cristalli di zucchero al gusto di frutti rossi”.

    La top 5 dei peccati di gola estivi più amati dagli italiani individuati da Ipsos è questa: gelato (65%), pizza (18%), grigliata di carne (11%), caprese (3%), insalata (3%).

  • Crescono i consumi di droga in Italia. Ma anche i sequestri di stupefacenti

    Nel 2022 gli italiani hanno speso 16,4 miliardi di euro per consumare sostanze stupefacenti, secondo quanto attesta la relazione annuale al Parlamento sul fenomeno, il 5,8% in più rispetto all’anno precedente e nel 2024 sono state identificate 70 nuove sostanze psicoattive (da parte del sistema nazionale di allerta precoce, Snap). Le operazioni antidroga sono aumentate, nel 2023 sono state 20.489 (il 6% in più rispetto al 2022) e hanno portato al sequestro di 88.754 chili di sostanze (+17% rispetto al 2022), con Piemonte, Liguria, Lazio, Sardegna e Calabria in testa alla classifica regionale per quantitativi medi sequestrati nelle singole operazioni.

    Al Sole24Ore risulta che tra gli adulti italiani, il 34,8% di un campione di 4011 intervistati usa cannabis; fra i giovani (15-34 anni) il 2,5% la utilizza quotidianamente. I consumatori maschi sono più del doppio delle donne. Nell’ultimo anno – attesta il quotidiano – hanno fatto uso di cannabis complessivamente 24 milioni di europei adulti; il 6,6% del campione italiano, invece, sniffa cocaina (il 5,2% fra i giovani tra i 15 e i 34 anni). E si teme, ad ampio raggio, per la diffusione dei cannabinoidi sintetici: nel giugno 2024, l’Ungheria ha segnalato un’ondata di 30 avvelenamenti acuti non letali connessi a «caramelle gommose» con all’interno potenti cannabinoidi semisintetici. Sotto la lente europea del mercato e dei consumi, la cocaina risulta la seconda droga più diffusa (4,6 milioni di europei, ma il primato è dell’eroina) con modelli di consumo diversi fra i vari Paesi. E anche la più problematica, con un sensibile aumento di pazienti che si sottopongono per la prima volta a terapie (31%). I sequestri record hanno consentito di verificare i vari punti di ingresso della droga (Belgio, Spagna, Germania, Francia, Portogallo), ma anche di considerare il legame fra l’uso della sostanza e la violenza.

    Ma sono le anfetamine, le metanfetamina e, più recentemente, i catinoni sintetici (tutti stimolanti del sistema nervoso centrale provenienti per lo più dall’India attraverso i Paesi Bassi) a espandersi sul mercato, dove sono sempre più disponibili, considerate importazioni e sequestri senza precedenti. I siti di produzione, molti dei quali con capacità industriale (organizzati per l’export verso mercati extra-Ue, più redditizi), sono concentrati in pochi paesi. La produzione su larga scala, sia di anfetamina sia di metanfetamina, avviene prevalentemente nei Paesi Bassi. Una parte di anfetamina anche in Germania e in Polonia, mentre nella Repubblica Ceca sono segnalati impianti di produzione di metanfetamina su scala più piccola, a servizio del mercato interno. Preoccupa la crescita della produzione europea di ecstasy (metilenediossimetanfetamina), il cui consumo aumenta anche in Italia, soprattutto fra i giovani. È allerta anche per il recente traffico di olio base di anfetamina dai Paesi Bassi e dal Belgio verso altri paesi per la conversione in prodotti di consumo. Da controlli e sequestri risulta che i trafficanti indirizzano tatticamente le spedizioni nascoste in container marittimi attraverso luoghi meno associabili al traffico internazionale di droga, prima di raggiungere la destinazione effettiva.

  • Classifica Coldiretti: Campania regione più spendacciona d’Italia per l’alimentazione

    E’ la Campania, “patria” della Dieta mediterranea, la regione dove si spende più per mangiare, davanti a Sicilia e Friuli Venezia Giulia, mentre in fondo alla classifica troviamo la Sardegna. Ad affermarlo è un’analisi Coldiretti su dati Istat relativi ai consumi delle famiglie nelle diverse regioni nel 2023. Complessivamente nelle case italiane si destinano mediamente 526 euro per il cibo, il 19% dell’intera spesa mensile, terza voce del budget dopo casa e bollette e affitti. Una percentuale che è però fortemente differenziata se si scende a livello regionale, tanto che i campani spendono quasi 200 euro in più dei sardi.

    Con una spesa media mensile di 614 euro i cittadini della Campania sono quelli che spendono di più per mangiare, secondo Coldiretti, destinando al cibo il 27% del proprio budget. Al secondo posto si piazza la Sicilia con 586 euro, mentre al terzo c’è il Friuli Venezia Giulia con 576 euro. Al quarto la Calabria (562 euro) che precede il Molise (555 euro), le Marche (547 euro), Basilicata (542 euro), Abruzzo (541 euro), Lazio (538 euro) e Umbria (530 euro). A seguire Valle d’Aosta (529 euro), Veneto (518 euro), Trentino-Alto Adige (518 euro), Piemonte (513 euro), Lombardia (507 euro), Toscana (505 euro), Emilia-Romagna (501 euro), Liguria (477 euro), Puglia (464 euro) e Sardegna, che chiude la graduatoria con 415 euro.

    Una classifica che vede dunque una netta prevalenza delle regioni del Sud nelle posizioni di testa, a conferma di un trend che vede il Meridione leader della spesa alimentare mensile con 551 euro, mentre le Isole si fermano a 542, il Centro a 528, il Nord Est a 518 e il Nord Ovest ad appena 505. Analizzando il dato nazionale, la voce più pesante nel carrello resta quella della carne e salumi – conclude Coldiretti – per i quali si spendono mensilmente 111 euro, davanti a pasta, pizza, pane e cereali (83 euro) e verdura con 69 euro.

  • Dati sui consumi di droga

    In Italia, in poco più di sei mesi (dal 27/12/2022 al 03/07/2023), sono stati sequestrati 124.600 kg di droghe leggere, 97.000 kg di droghe pesanti, 64.650 dosi di droghe sintetiche, 54.800 piante di cannabis.
    I morti sono stati 11, gli arresti 783, 2.283 i giorni di reclusione.
    Nella settimana che va dal 27/06/2023 al 03/07/2023 sono stati sequestrati 6.900 kg di droghe leggere, 4.100 kg di droghe pesanti, 2.400 dosi di droghe sintetiche, 1.500 piante di cannabis. Non si segnalano morti, gli arresti sono stati 30.
    Nell’anno passato (dal 29/12/2021 al 26/12/2022) sono stati sequestrati 851.600 kg di droghe leggere, 748.800 kg di droghe pesanti, 466.050 dosi di droghe sintetiche, 657.600 piante di cannabis. I morti sono stati 35, gli arresti 2.359, i giorni di reclusione 3.157.

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