consumi

  • Come cambia il paniere Istat nel 2019

    Ogni anno i media lo attendono per raccontare come sono cambiati i consumi in Italia. Chi lo critica sostiene che non sia in grado di interpretare le attese, le esigenze e i problemi di una normale famiglia.

    Il paniere Istat è uno strumento statistico, l’indice dei prezzi al consumo, che misura le variazioni nel tempo dei prezzi di un insieme di beni e servizi. Vuole essere rappresentativo degli effettivi consumi delle famiglie in un determinato anno. L’Istat produce tre diversi indici dei prezzi al consumo: il NIC, che misura l’inflazione per tutta la collettività nazionale, immaginando l’Italia come un’unica grande famiglia di consumatori; il FOI, che analizza i consumi dell’insieme delle famiglie di operai e impiegati; l’IPCA, l’indice armonizzato europeo, per verificare la convergenza delle economie dei paesi membri dell’Unione Europea.

    NIC e FOI si basano sullo stesso paniere, ma la popolazione di riferimento è diversa: per il NIC è quella presente sul territorio nazionale; per il FOI è l’insieme delle famiglie residenti con a capo un operaio o un impiegato. L’IPCA ha in comune con il NIC la popolazione di riferimento, ma si differenzia dagli altri due indici perché il paniere esclude le lotterie, il lotto e i concorsi pronostici.

    In questi giorni è stato pubblicato l’aggiornamento del 2019 del paniere ISTAT, strumento con cui viene misurata l’inflazione sulla base dei prezzi al consumo di centinaia di prodotti, tra i più acquistati dagli italiani.

    L’aggiornamento tiene conto dei cambiamenti emersi nelle abitudini di spesa delle famiglie, dell’evoluzione di norme e classificazioni e, in alcuni casi, arricchisce la gamma dei prodotti che rappresentano consumi consolidati. In particolare, quest’anno per il calcolo degli indici NIC e FOI figurano 1.507 prodotti, mentre per il calcolo dell’indice IPCA è stato adottato un paniere di 1.524 prodotti.

    Per quanto riguarda l’ingresso di prodotti che hanno acquisito maggiore rilevanza nella spesa delle famiglie, sono da segnalare frutti di bosco e zenzero tra i beni alimentari, mentre nella sezione trasporti entrano bicicletta elettrica e i servizi di scooter sharing.

    Per la categoria degli abbonamenti a pay TV compaiono per la prima volta le spese per piattaforme web TV.

    Escono dal paniere, in modo prevedibile, i supporti digitali vergini tra cui CD e DVD e le lampadine a risparmi energetico, queste ultime in favore della tecnologia a LED.

    Analizzando l’infografica è possibile osservare le macro categorie che più pesano su base annua sulle tasche degli italiani: al primo posto figura il settore alimentare (16,3%), seguito dai trasporti (14,4%) e dai servizi ricettivi e di ristorazione (11,8%). Importante anche il carico delle spese per le bollette energetiche pari all’11%, mentre il costo della salute incide mediamente per l’8,5%.

    Ogni anno la domanda è sempre la stessa: questi nuovi prodotti sono una moda passeggera o rimarranno nei futuri panieri del nostro Paese?

    Risulta difficile dare una risposta immediata. Basti pensare che dal 2017 nel paniere del nostro istituto di statistica troneggiano i preparati vegetariani e anche i centrifugati di frutta. E dal 2015 hanno avuto grande rilevanza i principali alimenti senza glutine, la pasta e i biscotti. Ma poi nel 2018 si sono nuovamente imposti vini liquorosi e bevande gassate, giusto per fare esplodere le contraddizioni salutiste della nostra spesa quotidiana.

    Per essere più precisi va detto che alla rilevazione partecipano 79 comuni in forma completa e 15 in forma parziale in tutta Italia.

    Nel complesso, le quotazioni di prezzo usate ogni mese per stimare l’inflazione sono circa 6.000.000 e hanno una pluralità di fonti: 458.000 sono raccolte sul territorio dagli Uffici comunali di statistica e 238.000 direttamente dall’Istat; oltre 5.200.000 tramite scanner data; più di 86.000 arrivano dalla base dati dei prezzi dei carburanti del Ministero dello Sviluppo economico.

  • L’Italia è prima nella Ue per export di vino, gli italiani sono penultimi per consumi etilici

    Dai dati Eurostat relativi al 2017 emerge che le famiglie italiane sono le penultime in Europa, a pari merito con quelle greche, per la spesa destinata agli alcolici (0,9% contro lo 0,8% delle famiglie spagnole, che sono il fantino di coda europeo), mentre quelle che spendono di più in consumi di bevande alcoliche sono quelle di Estonia (prima con 5,2%), Lettonia (4,9%) e Lituania (4%), e poi, a seguire, di Polonia (3,5%), Repubblica ceca (3,3%) e Ungheria (3%). I tedeschi si situano nella parte bassa della classifica, vicino agli italiani, con 1,4% insieme ad austriaci e portoghesi. I francesi, invece, sono in posizione intermedia, con 1,8%. 

    La spesa delle famiglie d’Italia è rimasta invariata nell’arco dell’ultimo decennio (0,9% anche nel 2007), sostanzialmente in linea con la media Ue che ha visto solo un leggerissimo aumento dello 0,1%, dall’1,5% all’1,6%. Grecia e Spagna hanno anche loro registrato una crescita simile (rispettivamente +0,2% e +0,1%). Ugualmente stabile la spesa dei tedeschi, mentre i francesi marcano un +0,2%. I Paesi che nell’arco degli ultimi dieci anni hanno segnato gli aumenti maggiori sono la Romania (+0,4%, da 2,3% a 2,7%) e il Portogallo (+0,3%, da 1,1% a 1,4%). Al contrario, c’è stato un netto calo di spesa in alcolici per le famiglie bulgare (-1,3%, da 3% da 1,7%), lituane (-0,7%, da 4,7% a 4%) e finlandesi (-0,5%, da 3,3% a 2,8%). Nel complesso, nel 2017 gli europei hanno ‘investito’ in media l’1,6% della loro spesa per i consumi in alcolici, per un totale di oltre 310 miliardi di euro equivalenti allo 0,9% del pil Ue e a oltre 300 euro per abitante. Queste cifre non includono, però, le bevande alcoliche consumate in ristoranti e hotel.

    Sul fronte della produzione di vino, ancora Eurostat rileva che l’Italia è il primo Paese esportatore dell’Ue di vino con le ‘bollicine’: nel 2017, grazie in particolare a Prosecco e Asti spumante, sono stati raggiunti i 367 milioni di litri di vino frizzante italiano esportato, pari quasi alla metà (45%) dell’export totale dei 28 Paesi dell’Unione. In seconda posizione ma distaccata di quasi la metà arriva la Francia, dove a farla da padrone è lo Champagne, con 184 milioni di litri pari al 23% delle esportazioni europee. E terza, quasi a pari merito, c’è la Spagna, grazie al Cava, con 183 milioni di litri pari sempre circa al 23%. A distanza seguono poi la Germania (31 milioni di litri, 4%) e la Lettonia (10 milioni di litri, 1%). Insieme, quindi, Italia, Francia e Spagna costituiscono il 91% dell’export di vino frizzante prodotto nell’Ue. Il principale destinatario delle bottiglie con le ‘bolle’ al di fuori del mercato europeo sono gli Stati Uniti, che l’anno scorso hanno acquistato 127 milioni di litri di vino frizzante sui 315 milioni complessivi esportati extra-Ue, pari quindi al 40%. Seguono, ma con quantità decisamente inferiori, la Russia (32 milioni di litri, pari al 10%), il Giappone (26 milioni, 8%), la Svizzera (20 milioni, 6%), il Canada (14 milioni, 4%) e l’Australia (13 milioni, circa 4%). Anche se marginali (7,4 milioni complessivi di litri), le importazioni di ‘bollicine’ in Europa arrivano principalmente da Australia e Sudafrica (rispettivamente 1,9 milioni pari al 25%, e 1,7 milioni pari al 23%), che insieme costituiscono la metà dell’import. A seguire, altro vino frizzante arriva dal Cile (1,1 milioni di litri, 15%), Nuova Zelanda (0,6 milioni, 8%), poi Argentina, Usa e Moldavia (ognuno 0,4 milioni, 5%).

  • In crescita i conti correnti gratuiti riservati alle fasce sociali più basse

    Cresce la platea di coloro che possono accedere gratuitamente a un conto con caratteristiche di base, rivolto a clienti con esigenze finanziarie e operatività limitate e pensato per agevolare le fasce economicamente più fragili. Lo rende noto l’Abi (Associazione bancaria italiana), spiegando che si tratta dell’effetto dell’entrata in vigore di un decreto del Tesoro, che completa il recepimento della direttiva europea in materia di conti di pagamento. Con l’entrata in vigore del decreto, cambiano i livelli minimi Isee per accedere al conto corrente di base senza spese e senza imposta di bollo e viene introdotto un aumento del numero di operazioni annue gratuite. Il conto è offerto senza spese e senza imposto di bollo ai cittadini aventi un Isee inferiore a 11.600 euro (certificato entro il 31 maggio di ogni anno) e i pensionati con assegno Inps non superiore ai 18 mila euro annui lordi.

  • Con l’autunno spese di quasi 1.700 euro per ogni famiglia italiana

    Con l’arrivo del mese di settembre tocca prepararsi a una stangata economica non indifferente, secondo l’allarme lanciato da Federconsumatori, sulla base della raffica di aumenti attesi per l’autunno

    Le voci di spesa con cui le famiglie dovranno fare i conti sono molte e includono anzitutto il materiale scolastico per bambini e ragazzi che si apprestano a rientrare tra i banchi di scuola (il costo per famiglia stimato da Federconsumatori è di 808,60 euro), l’appuntamento con la seconda rata della Tari (esborso stimato 147 euro a famiglia), le bollette di acqua, luce, gas e telefono (che costeranno in media 468 euro), le spese per il riscaldamento (la prima rata delle forniture costerà in media 271 euro).

    In totale l’autunno secondo Federconsumatori comporterà esborsi per 1.694,60 euro a famiglia.

    L’autunno problematico pronosticato da Federconsumatori arriva dopo che anche ad agosto, come già a luglio, si è registrata una flessione dell’indice Esi (Economic sentiment indicator) che misura la fiducia di consumatori e imprese dell’eurozona nelle prospettive dell’economia: il calo è stato pari a 0,5 punti e l’indice si è attestato su quota 111,6. Lo ha reso noto la Commissione europea. In Francia e Italia sono state registrate le maggiori riduzioni: rispettivamente 1,3 e 0,8 punti. L’indice Esi è rimasto invariato a quota 112,3 per l’insieme dell’Ue. Una flessione del tutto marginale (meno 0,08 punti) è stata invece registrata ad agosto dall’indice Bci (Business climate indicator) che misura la fiducia dei manager dell’eurozona.

  • Crescita, inflazione, consumi: gli effetti dei differenziali di crescita

    Oltre al sostegno al debito pubblico fortemente sostenuto dalla iniezione di liquidità della BCE con il Q.E., uno dei desideri reconditi inconfessabili del presidente della Banca Centrale Europea rimaneva  quello di stimolare non solo la ripresa economica ma anche parallelamente l’inflazione. Un desiderio inconfessabile condiviso anche dalla componente economica dei governi Renzi e Gentiloni i quali addirittura erano favorevoli all’aumento dell’IVA considerata strumento idoneo all’aumento dell’inflazione che ne sarebbe scaturita. Questi desideri nascevano dalla possibilità legata alla ripresa dell’inflazione di rendere inevitabilmente meno pesante il fardello del debito pubblico in costante crescita di circa 56 miliardi all’anno anche se veniva professata l’austerità che sarebbe stata imposta  dall’Europa. In altre parole si tentava con l’artificio valutario di coprire i disastri della gestione della spesa pubblica dei governi Renzi e Gentiloni.

    Tutto sommato con le opportune diversità questo pensiero o desiderio risulta simile a quello  dei sovranisti che vedono nel ritorno alla Lira e nella conseguente immediata esplosione dell’inflazione l’unico metodo per togliere peso al debito pubblico in aggiunta anche alla considerazione, assolutamente infantile in un contesto competitivo, che la stessa inflazione si trasformasse in  fattore competitivo per le stesse imprese e export oriented.

    Nel luglio 2018 tutte le tre, diverse per genesi ma coincidenti per fini desideri di inflazione, possono considerarsi soddisfatte. Dopo gli avveniristici indicatori di crescita coniati dal governo Gentiloni, supportati come sempre da Confindustria, indicati in un tasso di aumento del Pil a +1,4%, due successive correzioni hanno portato il tasso di crescita per il  2018 prima all’1,3% ed ora all’1,2% e all’ 1% per il 2019. Viceversa, l’inflazione dalle ultime rilevazioni risulta del +1,3% grazie soprattutto all’aumento della quotazione del barile di petrolio come nel contingente dall’aumento dei prezzi della verdura fresca del 2,2%.

    In altre parole la strategia economica monetarista, che ha fornito esclusivamente delle sterili iniezioni di liquidità ed inflazione conseguente (peraltro molto al di sotto delle previsioni a causa della domanda interna in continua a flessione), ha portato ad una crescita nominale del PIL inferiore all’inflazione stessa. Una perversa contraddizione in termini.

    Questo ovviamente determina una perdita di capacità di spesa dei consumatori italiani. L’andamento infatti dei consumi rileva un +1.1% per il 2018 il che dimostra ancora una volta l’effetto perverso del differenziale tra  crescita inflazione e consumi. Si evidenzia, ancora una volta, come l’inflazione che non risulti legata ad un aumento della domanda (quindi espressione di un economia in crescita e comunque calcolata  mediamente entro  il  +2%) ma a fattori esogeni, e quindi importata, potrà fornire un sollievo al peso del debito il cui costo comunque ancora una volta andrà a gravare sulle capacità economiche dei cittadini. Quindi, a fronte di una perdita del potere d’acquisto attribuibile al “costo dell’inflazione” nell’economia italiana ne consegue un ulteriore calo dei consumi legato alla politica valutaria.

    Draghi, Padoan, Calenda e sovranisti nel loro complesso, in questo spalleggiati ormai dalla sempre più ridicola posizione di Confindustria, potranno essere anche entusiasti degli obiettivi raggiunti ma che  verranno pagati in termini di minore  capacità e disponibilità economica dai cittadini italiani, come tutti gli indicatori economici stanno dimostrando.

    Sembra incredibile come, mentre tutti affermino che il mercato nella sua forma odierna  risulti  cambiato in virtù della globalizzazione, ancora oggi  si cerchino facili e banali ricerche e strategie di sviluppo attraverso la semplice leva monetaria la quale sta portando il nostro Paese verso la marginalità economica mondiale.

     

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