consumi

  • In crescita i conti correnti gratuiti riservati alle fasce sociali più basse

    Cresce la platea di coloro che possono accedere gratuitamente a un conto con caratteristiche di base, rivolto a clienti con esigenze finanziarie e operatività limitate e pensato per agevolare le fasce economicamente più fragili. Lo rende noto l’Abi (Associazione bancaria italiana), spiegando che si tratta dell’effetto dell’entrata in vigore di un decreto del Tesoro, che completa il recepimento della direttiva europea in materia di conti di pagamento. Con l’entrata in vigore del decreto, cambiano i livelli minimi Isee per accedere al conto corrente di base senza spese e senza imposta di bollo e viene introdotto un aumento del numero di operazioni annue gratuite. Il conto è offerto senza spese e senza imposto di bollo ai cittadini aventi un Isee inferiore a 11.600 euro (certificato entro il 31 maggio di ogni anno) e i pensionati con assegno Inps non superiore ai 18 mila euro annui lordi.

  • Con l’autunno spese di quasi 1.700 euro per ogni famiglia italiana

    Con l’arrivo del mese di settembre tocca prepararsi a una stangata economica non indifferente, secondo l’allarme lanciato da Federconsumatori, sulla base della raffica di aumenti attesi per l’autunno

    Le voci di spesa con cui le famiglie dovranno fare i conti sono molte e includono anzitutto il materiale scolastico per bambini e ragazzi che si apprestano a rientrare tra i banchi di scuola (il costo per famiglia stimato da Federconsumatori è di 808,60 euro), l’appuntamento con la seconda rata della Tari (esborso stimato 147 euro a famiglia), le bollette di acqua, luce, gas e telefono (che costeranno in media 468 euro), le spese per il riscaldamento (la prima rata delle forniture costerà in media 271 euro).

    In totale l’autunno secondo Federconsumatori comporterà esborsi per 1.694,60 euro a famiglia.

    L’autunno problematico pronosticato da Federconsumatori arriva dopo che anche ad agosto, come già a luglio, si è registrata una flessione dell’indice Esi (Economic sentiment indicator) che misura la fiducia di consumatori e imprese dell’eurozona nelle prospettive dell’economia: il calo è stato pari a 0,5 punti e l’indice si è attestato su quota 111,6. Lo ha reso noto la Commissione europea. In Francia e Italia sono state registrate le maggiori riduzioni: rispettivamente 1,3 e 0,8 punti. L’indice Esi è rimasto invariato a quota 112,3 per l’insieme dell’Ue. Una flessione del tutto marginale (meno 0,08 punti) è stata invece registrata ad agosto dall’indice Bci (Business climate indicator) che misura la fiducia dei manager dell’eurozona.

  • Crescita, inflazione, consumi: gli effetti dei differenziali di crescita

    Oltre al sostegno al debito pubblico fortemente sostenuto dalla iniezione di liquidità della BCE con il Q.E., uno dei desideri reconditi inconfessabili del presidente della Banca Centrale Europea rimaneva  quello di stimolare non solo la ripresa economica ma anche parallelamente l’inflazione. Un desiderio inconfessabile condiviso anche dalla componente economica dei governi Renzi e Gentiloni i quali addirittura erano favorevoli all’aumento dell’IVA considerata strumento idoneo all’aumento dell’inflazione che ne sarebbe scaturita. Questi desideri nascevano dalla possibilità legata alla ripresa dell’inflazione di rendere inevitabilmente meno pesante il fardello del debito pubblico in costante crescita di circa 56 miliardi all’anno anche se veniva professata l’austerità che sarebbe stata imposta  dall’Europa. In altre parole si tentava con l’artificio valutario di coprire i disastri della gestione della spesa pubblica dei governi Renzi e Gentiloni.

    Tutto sommato con le opportune diversità questo pensiero o desiderio risulta simile a quello  dei sovranisti che vedono nel ritorno alla Lira e nella conseguente immediata esplosione dell’inflazione l’unico metodo per togliere peso al debito pubblico in aggiunta anche alla considerazione, assolutamente infantile in un contesto competitivo, che la stessa inflazione si trasformasse in  fattore competitivo per le stesse imprese e export oriented.

    Nel luglio 2018 tutte le tre, diverse per genesi ma coincidenti per fini desideri di inflazione, possono considerarsi soddisfatte. Dopo gli avveniristici indicatori di crescita coniati dal governo Gentiloni, supportati come sempre da Confindustria, indicati in un tasso di aumento del Pil a +1,4%, due successive correzioni hanno portato il tasso di crescita per il  2018 prima all’1,3% ed ora all’1,2% e all’ 1% per il 2019. Viceversa, l’inflazione dalle ultime rilevazioni risulta del +1,3% grazie soprattutto all’aumento della quotazione del barile di petrolio come nel contingente dall’aumento dei prezzi della verdura fresca del 2,2%.

    In altre parole la strategia economica monetarista, che ha fornito esclusivamente delle sterili iniezioni di liquidità ed inflazione conseguente (peraltro molto al di sotto delle previsioni a causa della domanda interna in continua a flessione), ha portato ad una crescita nominale del PIL inferiore all’inflazione stessa. Una perversa contraddizione in termini.

    Questo ovviamente determina una perdita di capacità di spesa dei consumatori italiani. L’andamento infatti dei consumi rileva un +1.1% per il 2018 il che dimostra ancora una volta l’effetto perverso del differenziale tra  crescita inflazione e consumi. Si evidenzia, ancora una volta, come l’inflazione che non risulti legata ad un aumento della domanda (quindi espressione di un economia in crescita e comunque calcolata  mediamente entro  il  +2%) ma a fattori esogeni, e quindi importata, potrà fornire un sollievo al peso del debito il cui costo comunque ancora una volta andrà a gravare sulle capacità economiche dei cittadini. Quindi, a fronte di una perdita del potere d’acquisto attribuibile al “costo dell’inflazione” nell’economia italiana ne consegue un ulteriore calo dei consumi legato alla politica valutaria.

    Draghi, Padoan, Calenda e sovranisti nel loro complesso, in questo spalleggiati ormai dalla sempre più ridicola posizione di Confindustria, potranno essere anche entusiasti degli obiettivi raggiunti ma che  verranno pagati in termini di minore  capacità e disponibilità economica dai cittadini italiani, come tutti gli indicatori economici stanno dimostrando.

    Sembra incredibile come, mentre tutti affermino che il mercato nella sua forma odierna  risulti  cambiato in virtù della globalizzazione, ancora oggi  si cerchino facili e banali ricerche e strategie di sviluppo attraverso la semplice leva monetaria la quale sta portando il nostro Paese verso la marginalità economica mondiale.

     

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