Conte

  • A propria insaputa

    La democrazia determina i propri tempi i quali spesso si trasformano anche in costi aggiuntivi specialmente per la comunità.

    Già l’anno scorso in primavera, in piena pandemia, era evidente l’incapacità del governo in carica (Conte 2) nella gestione della stessa emergenza sanitaria utilizzando piani sanitari taroccati nella data di aggiornamento e ridicole promesse di risorse finanziarie (6 aprile, Conte: “con questa manovra aggiuntiva arriviamo a 750 miliardi di risorse meta del Pil…”) non in quanto insufficienti quanto frutto di promesse assolutamente insostenibili (https://www.ilpattosociale.it/attualita/draghi-tra-omt-e-credito-alle-imprese/).

    Siamo tristemente passati dalla convinzione di rappresentare un modello europeo della gestione pandemica in soli pochi mesi al peggiore modello di gestione europeo dell’emergenza sanitaria, per non parlare del piano vaccinale.

    Un anno durante il quale sono state sprecate risorse finanziarie per banchi a rotelle, ora nei depositi delle scuole, bonus monopattini made in China supportati da una visione di ripresa economica priva di ogni riscontro con la realtà (“nessuno perderà il posto di lavoro”, ministro Gualtieri). Questo disastro economico-politico, per fortuna, viene mitigato dall’ottenimento delle risorse per il Recovery Fund.

    A distanza di un solo anno finalmente il presidente Mattarella ha compreso quanto questa classe politica abbia certificato la propria incapacità nella gestione di questa emergenza economica e sanitaria, e comunque priva di una qualsiasi visione economica strategica.

    La possibile nascita del governo Draghi si basa anche sulla assoluta mancanza di una vera cultura politica la cui assenza permette di passare obtorto collo ma con estrema leggerezza dall’essere sostenitori dell’uscita dall’euro ad offrire il proprio sostegno all’ex presidente della Bce. Per una involontaria fortuna la paura di perdere la posizione di privilegio che le ultime elezioni hanno assicurato permettono la formazione dell’unica compagine governativa che trae la propria vis dal proprio presidente Mario Draghi ma soprattutto da una implicita ammissione di resa incondizionata di quelle forze politiche che si apprestano a sostenerlo.

    Contemporaneamente una parte della politica (decisamente minoritaria) e del pensiero economico (numericamente già più importante) propone visioni complottistiche in relazione alla scelta del presidente Mattarella su quanto hanno operato quelle del presidente designato dal 1992 in poi.

    Vengono partorite e vomitate sul web visioni relative all’impatto e al ruolo di Mario Draghi soprattutto in relazione alla vendita dai patrimonio delle partecipazioni statale. Nel 1992 lo Stato italiano, dopo una delle peggiori crisi finanziarie, portò il governo Amato ad una decisione senza precedenti, cioè il prelievo forzoso del 6×1000 sui conti correnti per trovare liquidità: questo nonostante lo Stato stampasse moneta espressione di uno sterile sovranismo monetario. Lo spread arrivò a segnare i 769 punti base quando nella crisi che portò Monti al governo nel 2011 toccò i 528.

    All’interno di questa drammatica situazione finanziaria e con l’obiettivo di riequilibrare le finanze pubbliche inevitabilmente per reperire nuove risorse finanziarie venne ceduta sul mercato l’argenteria di casa (le diverse partecipazioni statali) fino alla vendita con il governo D’Alema di veri e propri monopoli come autostrade (questo sì un gravissimo errore anche sotto il profilo finanziario ed operativo).

    All’interno di queste risibili visioni complottistiche il presidente incaricato Mario Draghi viene indicato come la figura operativa in nome di una lobby massonico ebraica familistica. In questa visione si omette di rilevare come nel 1994 il debito pubblico italiano avesse raggiunto il 121% sul PIL.

    A fronte di questo disastro economico-finanziario l’azione di Mario Draghi, come dei governi successivi, ha avuto come unico obiettivo quello di fornire un ritrovato equilibrio finanziario al nostro Paese.

    Risulta quindi piuttosto semplice comprendere come tutte queste “analisi” non tengano in alcuna considerazione il momento storico vanificandone ogni attendibilità.

    La figura del presidente incaricato sicuramente rappresenta la nostra ultima carta ma soprattutto indica in modo inequivocabile il fallimento colossale di una classe politica la quale, dall’ingresso nell’Euro, che ci ha permesso dei risparmi notevoli sul costo del debito pubblico per i tassi di interesse minori, è comunque riuscita ad aumentare la spesa pubblica del 85% dal 2000 ad oggi.

    Un aumento della spesa pubblica che ovviamente si ripercuote sul sempre minore avanzo primario riducendolo, nonostante la continua ascesa della pressione fiscale che non riesce a coprire in minima parte le spese di servizio al debito aumentando quindi l’importo del debito stesso.

    La nascita, si spera, di questo governo ma anche la sola sua ipotesi rappresenta l’azzeramento completo del valore espresso da una classe politica la quale, nella sua articolata complessità, ha dimostrato di non meritare il mandato come la fiducia elettorale. La corsa nel salire sul carro del presidente designato ne certifica la sonora bocciatura: ovviamente a propria insaputa.

  • Covid: i nodi al pettine

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Michele Rallo.

    I nodi stanno per venire al pettine. Non quelli della situazione sanitaria, assai meno preoccupante di quanto i numeri “ufficiali” potrebbero far temere. Ma quelli della situazione economica che, al contrario, è ben più grave di quanto appaia a prima vista.

    Fino ad ora Giuseppi si era affidato al metodo Casalino: non fare nulla, rimandare, prendere tempo, limitarsi a galleggiare sulla paura di PD e grillini di andare a elezioni anticipate, e – ultimo non ultimo – affidarsi alle conferenze-stampa all’ora del telegiornale per acquisire una popolarità da utilizzare poi per i suoi progetti politici.

    Il passaggio piú delicato era stato quello del prolungamento del blocco dei licenziamenti, inizialmente in scadenza in autunno e successivamente prorogato fino al 31 dicembre. Giuseppi II è riuscito così ad evitare il temuto “autunno caldo”, rimandando tutto all’anno nuovo.

    Ma, adesso, anche la scadenza di Natale si avvicina, e l’ombra dei suoi effetti devastanti si staglia minacciosa su uno scenario già drammatico: le tante aziende che non hanno riaperto dopo la chiusura di primavera, i primi disoccupati post-Coronavirus (da cinque a seicentomila, secondo diverse stime) di cui nessuno sembra essersi accorto, le superstiti partite IVA con l’acqua alla gola, interi comparti economici in ginocchio. Se non si trova il modo di estendere ancora il blocco dei licenziamenti (e di pagare la cassa integrazione), subito dopo le feste ci saranno un milione di nuovi disoccupati, che andranno ad aggiungersi al mezzo milione di prima.

    E, questo, senza contare che le prime misure con cui si vorrebbe contrastare la “seconda ondata” del Covid potrebbero decretare una crisi irreversibile di interi comparti: ristorazione, spettacolo, tempo libero, turismo e una larga fetta del settore commerciale.

    La sanità, intanto, è in affanno. Dopo la “prima ondata” non si è fatto nulla per rianimarla. La vecchia “austerità” non è stata rimossa: spese sempre ridotte all’osso, ospedali dismessi non più riaperti, personale sempre più spremuto e non gratificato. Tutto fermo, in attesa che l’emergenza in arrivo faccia cadere le resistenze a richiedere i 37 miliardi del MES. E, anche qui, all’insegna del tirare a campare: ci prendiamo questo prestito, utilizziamo questi soldi per finanziare l’aumento di personale e posti letto, e poi si vedrà. Ma nessuno parla delle condizioni giugulatorie per ottenere il prestito che ufficialmente sarebbe “senza condizioni”. In fondo – mi permetto di osservare – ci sarà ben stato un motivo per cui tutti gli altri candidati al MES abbiano detto “no, grazie”. Tutti, ma proprio tutti: non soltanto la Grecia, che veniva da un’esperienza bruciante, ma anche la Francia, la Spagna, il Portogallo. Tutti vittime di “pregiudizi ideologici”? Oppure qualcuno spinge per ripetere in Italia le porcherie che hanno già fatto in Grecia?

    Intanto – secondo indiscrezioni di stampa – il Fondo Monetario Internazionale (uno dei tre “figli di troika”) ci avrebbe riservatamente suggerito di ricorrere ad un nuovo lockdown, considerandolo idoneo – udite, udite! – a ridurre i danni per l’economia.

    Parallelamente, l’Unione Europea ci consiglia caldamente di tornare a far pagare l’IMU per la prima casa. Vecchio pallino di madame Merkel, che ha rifatto capolino dalla risposta del solito Gentiloni – commissario europeo agli Affari Economici – all’interrogazione di una europarlamentare italiana. Gentiloni ha poi precisato che non c’è una odierna “raccomandazione” europea al riguardo, e tuttavia non ha potuto negare che tale raccomandazione esistesse fin dal 2017 (il “vecchio pallino”) e che lui – guarda caso! – la avesse ricordata proprio in questi giorni.

    Nulla di nuovo. Si sa che gli ambienti PD sono alla disperata ricerca dei soldi per far fronte alle rate con cui dovremo restituire i miliardi del Recovery Fund. Pensioni e reddito di cittadinanza sono in cima ai pensieri dei merkeliani di casa nostra. Ma subito dopo verranno le case degli italiani, che la Kanzlerin vorrebbe in qualche modo sacrificare.

    Giuseppi non si scompone. L’importante é che tutte queste cose non facciano saltare gli equilibri – sempre più precari – fra piddini e grillini, o quelli fra grillini governisti e grillini movimentisti. Per il momento, le misure anti-Covid in gestazione servono benissimo a distogliere l’attenzione generale da un quadro politico europeo che comincia ad essere assai traballante.

    Senonché proprio queste misure anti-Covid possono fare saltare tutto: non solo il quadro politico italiano e quello dei rapporti con la UE, ma la stessa tenuta sociale di quello che resta del sistema Italia. In questo momento – scrivo al mattino della domenica – il Conte Tacchia e le delegazioni dei partiti di governo stanno trattando su un pacchetto di misure che è sostanzialmente un lockdown mascherato. La paventata chiusura totale non é prevista, nel senso che le “attività produttive” dovrebbero essere lasciate in funzione; ma una larga fetta delle attività commerciali e dei servizi saranno probabilmente chiusi o sottoposti a “coprifuoco”.

    A pagare il conto più salato saranno gli stessi di marzo-aprile. E, questa volta, moltissimi non saranno più in grado di riaprire. Indennizzi? Mi aspetto un’altra fregatura “poderosa”, come quella dell’altra volta.

    Sul piano “tecnico”, si continuerà a raccontarci che i contagi possono venire dagli stadi (15% del pubblico ammesso, all’aperto) e non da trasporti pubblici degni del terzo mondo (80% dei passeggeri consentito, al chiuso e in spazi ristretti).

    Intanto, le nostre coste e i nostri confini terrestri del nord-est continuano ad essere assaltati da legioni di migranti economici (non hanno più il coraggio di definirli ipocritamente “rifugiati”). Migranti che non soltanto ci scodellano un robusto supplemento di virus – checché ne dica la ministressa degli Interni – ma vengono a cercare lavoro (e abitazioni e assistenza sanitaria e trattamenti previdenziali e tante altre cose) in un paese che é con l’acqua alla gola.

    Lo sfascio è totale, siamo a un passo dal marasma.

    Giuseppi non lo capisce. Questa sera – ci scommetto – ce lo vedremo candidamente pontificare dagli schermi tv all’ora di cena, liscio e impomatato come al solito, a raccontarci che “tutto va ben, madama la marchesa”, che i sacrifici “necessari” (quelli degli altri) ci faranno superare anche quest’altro nuovo momentaccio e che, in ogni caso, l’Italia può sempre contare sulla solidarietà operante e sull’amicizia imperitura dell’Unione Europea. L’importante è che non si vada a votare.

  • I misteri tragici d’Italia e quelli ridicoli di Conte

    Nel passato di tutti gli Stati ci sono misteri che non sono stati risolti, zone oscure della storia; credo però che solo in Italia i misteri del passato siano nulla in confronto ai misteri che negli anni recenti hanno insanguinato e gettato fosche ombre sul comportamento anche di chi ricopriva incarichi di vertice. I misteri di Ustica, di Bologna, i veri colpevoli della morte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di Aldo Moro rimangono, insieme a tanti altri, il lato oscuro e inquietante del nostro recente passato.

    Nel nostro presente vi sono, fortunatamente, misteri meno grondanti sangue ma che comunque hanno gravi conseguenze sul nostro immediato futuro. Sono i misteri delle scelte politiche che hanno portato, in epoca di coronavirus, ad aprire le discoteche e a tenere chiusi i tribunali e le università, i misteri delle mascherine considerate prima inutili poi indispensabili e dopo ancora legate, come uso, a particolari orari come se la diffusione del virus ed i contatti tra persone svanissero in fasce orarie stabilite per legge.

    I misteri dei tamponi da effettuarsi entro 48 ore dall’arrivo dai Paesi della lista nera e che invece non sono fatti neppure dopo giorni di attesa mentre la vita dei singoli avveduti ha un’altra battuta d’arresto e quella di chi se ne frega scorre come prima lasciando tutti liberi di infettare altri sono solo alcuni dei tanti quotidiani misteri del nostro presente, un presente scandito dall’incapacità di chi governa di dare seguito immediato ed effettivo ai tanti provvedimenti che annuncia, a ragionare con cognizione di causa sulle conseguenze che tanto pressapochismo e impreparazione portano non solo all’economia ma alla vita di ogni cittadino. Il male oscuro della politica virtuale e non virtuosa purtroppo non è solo italiano ma in Italia rasenta ormai la confusione elevata a sistema, e senza pensare a complottismi, non si può negare che l’uso indiscriminato della decretazione d’urgenza coniugato con la riduzione dei parlamentari e con leggi elettorali che tolgono, da anni, al cittadino il diritto di votare direttamente i propri rappresentanti al parlamento fanno temere seriamente sulla tenuta della democrazia.

  • Il Pd con Conte farà i tagli promessi con Renzi?

    «Finanzieremo il taglio delle tasse prima di tutto come hanno fatto tutti gli altri Paesi: ristrutturando la spesa» Così parlava Graziano Del Rio, nel marzo 2014, quando era da poco meno di un mese sottosegretario della presidenza del Consiglio del governo Renzi. Spiegando, al Corriere della Sera, la revisione della spesa, la spending review, avrebbe consentito di ridurre il prelievo (il cuneo fiscale) sui salariati. «Se anche l’Italia finanziasse i primo 8 mesi di taglio al cuneo attraverso quote importanti di spending, cioè 4-5 miliardi, più alcune entrate straordinarie, non sarebbe la fine del mondo». Il cuneo fiscale in realtà è ancora lì, a tutt’oggi non è stato ridotto (se non per gli 80 euro in più in busta paga per salariati fino a 26mila euro l’anno) e chi se è andato è stato anzitutto Carlo Cottarelli, colui che il governo Renzi aveva chiamato a effettuare la spending review.

    C’è solo da sperare che ora che, come nel 2014, un esponente del Pd sarà probabilmente di nuovo sottosegretario di Palazzo Chigi, le parole del predecessore Del Rio tornino di attualità. Sotto Matteo Renzi non ebbero seguito, sotto Giuseppe Conte aspettiamo di vedere se ci saranno novità come promesso dal premier incaricato.

  • Altra nomina al Parlamento europeo

    Il deputato europeo Raffaele Fitto, eletto nella lista di Fratelli d’Italia, è stato scelto co-presidente del gruppo dei Conservatori e riformisti (ECR – 61 seggi) insieme al polacco Ryszard Legutko (Diritto e Giustizia – Pis). “Non solo è un grande onore essere stato eletto all’unanimità – ha detto Fitto dopo l’elezione – ma è anche un motivo di soddisfazione e orgoglio per me e Fratelli d’Italia, che oggi in Europa è la seconda delegazione del gruppo europeo dei conservatori”. A lui si sono aggiunti, nella riaffermazione dell’orgoglio, i dirigenti di Fratelli d’Italia della Puglia, regione d’origine di Fitto. rivendicandone il merito anche a Giorgia Meloni, che avrebbe intuito vittoriosamente le possibilità del partito di ritornare forza importante nel dialogo europeo, La copresidenza di un gruppo europeo non è nuova nella storia degli ex Alleanza nazionale. Cristiana Muscardini, infatti, dopo essere stata vice presidente nella quinta legislatura (1999-2004), è stata copresidente nella sesta (2004-2009) insieme ad un irlandese del Fianna Fail, del gruppo Unione per l’Europa delle Nazioni (UEN), con una delegazione di 9 eletti di Alleanza Nazionale. Nella settima legislatura (2009-2014), dal 2012 è stata presidente del movimento CSR (Conservatori social riformatori) e membro del gruppo ECR, quello odierno di Fitto. C’era dunque una solida tradizione da onorare e Fitto è riuscito a renderle omaggio.

    I leader europei riuniti nel Consiglio europeo non sono stati in grado, invece, di trovare un accordo sui posti chiave a Bruxelles. Un nuovo vertice è stato convocato appositamente per il 30 giugno. “E’ stata una notte difficile – ha dichiarato il presidente Conte – ma farò ogni sforzo, fino all’ultimo”. Anche per l’Italia dunque la notte è stata complicata, forse di più di altri Paesi, con il capo del governo impegnato a sondare il terreno e le posizioni degli leader europei sulla possibile procedura d’infrazione per debito eccessivo. Conte ha incontrato il presidente francese Macron in un faccia a faccia in piena notte, a cui si sono aggiunti  il lussemburghese Xavier Bettel e poi Angela Merkel, la cancelliera tedesca. “Serve un pacchetto di proposte che rispecchi la diversità dell’Unione europea e serve tempo per trovarlo” – ha aggiunto Tusk. Il nuovo appuntamento è previsto per il 30 giugno, due giorni prima dell’elezione del parlamento europeo, ma le discussioni nel frattempo continueranno anche in occasione della riunione del G20 di Osaka. Pare comunque destinata a tramontare l’ipotesi del “candidato di punta”, che avrebbe favorito il bavarese Manfred Weber per la carica di presidente della Commissione europea e sembra uscito di scena anche Michel Barnier, che non avrebbe il gradimento della Germania. Anche le ipotetiche candidature del premier e della presidente della Croazia, Andrej Plenkovic e Kolinda Grabar Ritarovic, sorte non si sa bene da dove, sarebbero tramontate, insieme alla presidente della Banca mondiale, la bulgara Kristalina Georgieva. Candidature un po’ misteriose, queste ultime, forse lanciate per occupare lo spazio lasciato vuoto dal polemico rifiuto di Macron del sistema degli spitzenkandidaten, forse per contrastare un’ipotetica candidatura di un Paese forte, con candidature di un paese più debole, non in grado, a causa del suo peso, di imporre le sue vedute all’intera Unione europea. L’incontro dei leader è stato caratterizzato, come si poteva presumere, dal braccio di ferro tra Merkel e Macron, che era sostenuto dai liberali e dai socialisti per evitare l’applicazione del principio del “candidato di punta”, in sostanza, per impedire che il presidente del Ppe Weber diventasse presidente della Commissione. L’Italia, senza far nomi, ha indicato quale candidato ideale per la presidenza una personalità che sarebbe pronta a cambiare le regole europee. Non sono state spiegate quali, ma si presuppone quelle che impediscono all’attuale governo italiano di fare spese in deficit, aumentando il debito. Ma più che di candidature alle nuove cariche, Conte ha speso il suo tempo per evitare l’apertura della procedura d’infrazione per debito eccessivo. Ha incontrato molti leader e gli osservatori asseriscono che il clima era cordiale anche con Macron e con la Merkel. “Ma la situazione resta complicata” – avverte Conte, che non nasconde il fastidio causato dalle dichiarazioni di ieri del Commissario per gli Affari economici, Moscovici. Gli sembrano interpretazioni rigide, che potrebbe condurre a soluzioni irragionevoli o addirittura punitive per l’Italia. “Sarebbe grave” – avverte. L’Italia contesta i numeri e non i vincoli nella trattativa sulla procedura. Ma alla fine, che diranno i numeri? Ci sono modi diversi per verificarli? Lo sapremo dalle decisioni che verranno prese dal Consiglio, cioè dai governi degli Stati membri e non da Moscovici.

     

  • Conte e “gli assenti hanno sempre torto”

    Ieri in tanti, soprattutto nei banchi della sinistra, hanno deciso di disertare il discorso e il dibattito con il Presidente del Consiglio Conte a Strasburgo. Non lo hanno ascoltato, non gli hanno parlato, lo hanno ignorato, scegliendo la strada dell’assenza e dunque del non-dialogo istituzionale.
    Sulla base della mia cultura politica lo trovo sbagliato, da molti punti di vista.
    Perché nell’Unione Europea ci si confronta con tutti i governi degli Stati Membri, altrimenti salta tutto; perché non presentandosi si finisce per mancare di rispetto non solo al governo, ma anche al popolo del paese che questo governo ha eletto democraticamente, scegliendolo anche a causa dei tanti errori commessi da altri; e perché la pratica del non-confronto altezzoso rischia di incrementare i consensi di una maggioranza che si fa interprete di un senso di stanchezza, non solo italiana, verso una buona parte del cosiddetto etsablishment.
    Conte non sarebbe nemmeno il bersaglio giusto: il Presidente del Consiglio ha tenuto una posizione corretta con le istituzioni europee, è riuscito a evitare la procedura d’infrazione per eccesso di deficit, ed è in definitiva l’interprete di quella parte che nell’esecutivo tiene botta alle improvvisazioni e alle intemperanze di altri. Una parte che l’Europa ha tutto l’interesse a sostenere, tanto più in certi frangenti, e a non sospingere nel radicalismo di chi si frega le mani all’accendere della rissa.
    Per le stesse ragioni, mentre è stato sacrosanto criticare di petto il capo del governo per il crescente ritardo economico dell’Italia, è stato sbagliato definirlo un “burattino”. Sono definizioni utilissime a fare i titoli dei giornali, ma che non costruiscono niente.
    Da parte di esponenti di questo governo abbiamo sentito, e ne sentiremo ancora, termini ben peggiori. E certi fili che tengono i burattini li vedono tutti. Ma è un errore scendere sullo stesso terreno, peraltro nell’occasione meno adatta. In questo modo non solo si ridicolizza un legittimo governo, che pasticcia parecchio ma si muove anche tra le contraddizioni altrui, ma si finisce per non entrare nel merito di un disagio sociale che c’è (tanto per dirne una: oggi Bruxelles, capitale dell’Europa, ha gli aeroporti chiusi…), di errori commessi da tutti, di un’Europa che non deve essere inter-governativa ma federale – come per la questione del seggio al Consiglio di sicurezza giustamente evocata proprio da Conte.
    Il centro-sinistra italiano, e l’europeismo italiano, non possono permettersi di fare i fighetti sottraendosi al confronto o dileggiando. Perché dietro il presidente Conte (o, ed è certo tutt’altra questione, la parte non violenta dei gilet gialli), c’è nel bene e nel male un pezzo considerevole della nostra società.
    In un certo senso ieri in molti al Parlamento europeo, se avessero potuto, avrebbero ritirato il loro ambasciatore a Roma. Col risultato di fare una bella mossa eclatante che taglia i ponti ma è poi complicato gestire, che non indebolisce l’avversario, e che purtroppo non sono sicuro di chi alla fine isoli di più.

  • Il prossimo Consiglio europeo e il disaccordo italiano

    Lo si aspettava da tempo, soprattutto per i temi all’ordine del giorno: immigrazione, unione bancaria, unione monetaria. Tutti argomenti che sono sul tavolo da diversi anni e che mai venivano affrontati per una mancanza d’accordo tra i due grandi dell’Unione europea, la Germania e la Francia. Emmanuel Macron, il presidente francese, aveva smosso la acque con l’ormai famoso discorso della Sorbona nel settembre del 2017. Discorso considerato da alcuni come destinato ad entrare nella pluridecennale storia dell’Unione europea alla pari della “Dichiarazione Schuman” del 1950 che diede l’avvio al processo di integrazione. Dopo anni di crisi e di stasi, Macron faceva ripartire il processo con proposte riformiste che avrebbero messo in moto i meccanismi comunitari bloccati dall’inazione dei governi. Era un discorso che criticava coloro che hanno fatto passare l’idea di un’Europa burocratica ed impotente ed attribuito la responsabilità delle scelte e delle decisioni impopolari – tutte decise dai governi in seno al Consiglio dell’Unione – ai tecnocrati non eletti di Bruxelles. “Dimenticando, così facendo, che Bruxelles – affermava Macron – siamo noi, nient’altro che noi”. Abbiamo apprezzato la denuncia del risorgere dei mostri del nazionalismo, dell’identitarismo, del protezionismo, del sovranismo, tutte idee perniciose che credevamo sconfitte per sempre e perciò sottovalutate. Ma sono idee risorte che possono persino prevalere e che hanno permesso a due partiti italiani, contrapposti tra l’altro ideologicamente, di vincere le elezioni e di installarsi al potere. Sembrava allora che il discorso fosse l’inizio di una nuova fase della storia dell’UE, ma l’indebolimento di Angela Merkel, avvenuto prima sul piano elettorale e poi nella ricostituzione della “Grande coalizione” con i socialdemocratici, essi pure sonoramente sconfitti alle elezioni del 24 settembre 2017, non ha permesso sino ad ora un accordo con Macron sulla prospettiva da lui tracciata alla Sorbona. Pare ora che su alcuni punti, riguardanti l’emigrazione  e l’Unione bancaria, l’accordo con la Germania ci sia. In preparazione dell’avvenimento ci sono stati diversi incontri tra Macron e la Merkel e di entrambi con il presidente del Consiglio italiano Conte, dai quali sembravano emersi accordi sulle richieste italiane relative ad una gestione europea dell’accoglienza dei migranti. Questo tema era stato catapultato in primo piano dalla decisione del ministro degli Affari interni Salvini di vietare l’approdo ai porti italiani di una nave tedesca che trasportava 656 rifugiati gestiti dalle ONG, gesto che aveva indotto il presidente francese ed il portavoce del suo partito ad insultare il ministro italiano. La crisi che ne era scaturita nei rapporti con la Francia sembrava essersi risolta con la visita del presidente Conte al presidente Macron, il quale aveva dichiarato che i suoi giudizi sul comportamento del governo italiano non avevano assolutamente l’intenzione di colpire il ministro Salvini o chicchessia. Sembrava, dicevamo, stando a quanto riferivano i giornali sulle conclusioni dell’incontro. La Francia è d’accordo con l’Italia sulla futura gestione dell’accoglienza e riconosce che quest’ultima, da sola, non può sobbarcarsi il carico e l’onere dei migranti che scelgono le sue rive per trovare rifugio dalla miseria e dalle guerre. Sembrava, ripetiamo, perché ora, alla vigilia della riunione del Consiglio europeo, è trapelato il testo di un progetto francese che renderebbe responsabili della gestione i Paesi di prima accoglienza. L’Italia, quindi, essendo il primo dei Paesi di prima accoglienza, potrebbe vedersi rispedire i rifugiati che altri Paesi europei decidessero di respingere. Apriti cielo! Il governo italiano grida che non vuole essere turlupinato, che Macron e la Merkel avevano lasciato intendere la loro disponibilità per una gestione comune, non per la libertà di decisione in ordine al respingimento verso il Paese di prima accoglienza. Di fronte a questo eventuale voltafaccia il presidente Conte minaccia di non partecipare alla riunione del Consiglio europeo. “L’Italia non può essere presa in giro” e lascia intendere che potrebbe uscire anche dall’accordo di Schengen. Non si sa con quali risultati concreti, ma la minaccia è questa. Il Consiglio europeo dunque si preannuncia burrascoso, con o senza l’Italia presente. Ci domandiamo, tra l’altro, a cosa servirebbe la politica della sedia vuota. Nessuno, in assenza dell’interlocutore principale, potrebbe conoscere con esattezza la posizione italiana in ordine al problema all’ordine del giorno. La presenza invece permetterebbe di far conoscere al sistema dei media ed all’opinione pubblica europea, oltre che mondiale, che cosa propone in concreto l’Italia per contribuire a risolvere “l’invasione” dei migranti, con tutte le conseguenze che ne derivano, per la presenza massiccia di clandestini, per la sicurezza e per la legittima tutela dei valori culturali dei Paesi d’accoglienza. E sugli altri temi in agenda, quale sarebbe l’atteggiamento del governo italiano? Il fiscal compact rimane sempre tabù, o si avrà il coraggio politico di emendarlo? Lo stesso dicasi per il “bail-in”. Anche questi sono temi scottanti. L’assenza è sempre una presa di distanza che non giova ai nostri interessi, i quali vanno difesi tutti i giorni attraverso la funzione della diplomazia e dei comportamenti virtuosi. Se su questi temi non saranno prese decisioni definitive, anche le riforme auspicate da Macron alla Sorbona si allontaneranno nel tempo e la crisi europea contribuirà a rendere meno credibili le istituzioni dell’Unione, il che, in vista delle elezioni del 2019, non ci sembra una buona prospettiva.

  • In attesa di Giustizia: voce dal sen fuggita

    Settant’anni della Costituzione, una Costituzione che ha sventato il colpo di mano di una serie di modifiche ed un referendum che l’avrebbero snaturata poteva essere festeggiato meglio: una carta fondamentale in cui riecheggiano lo spirito e il pensiero di Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Camillo Cavour e di giuristi come Bettiol, Calamandrei e – naturalmente – Cesare Beccaria. Quest’ultimo ha avuto ottime ragioni per rivoltarsi nella tomba e anche la statua che lo ricorda, a fianco del Comando della Polizia Locale di Milano, ha mostrato segni di insofferenza.

    Il Premier Conte è un giurista e non è pensabile che ignori uno dei parametri costituzionali che costituiscono pietra angolare del sistema penale.

    Tuttavia, illustrando il programma di Governo alla Camera e trattando il tema della Giustizia ha parlato di rispetto del principio di colpevolezza. Manca un “non”, il lapsus, risulta più facile alla stregua della declinazione del principio che il legislatore costituzionale ha formulato in termini più timidi della presunzione di innocenza di stampo anglosassone.

    Le implicazioni del canone, i giuristi ben lo sanno, non sono di minore impatto sottendendo l’attribuzione dell’onere della prova a carico del Pubblico Ministero, il diritto al silenzio garantito all’accusato e il concetto di ragionevole dubbio.

    Ne consegue che la proposizione del Prof. Conte ha fatto scalpore anche tra i non addetti ai lavori perché l’eliminazione di quel “non” esprime una preoccupante prospettiva per chiunque, anche chi nulla abbia in astratto da temere dalla Giustizia per lo sgomentevole pendant con il Davigo – pensiero: non esistono innocenti ma solo colpevoli che non abbiamo ancora scoperto.

    Viene da pensare che sia una voce dal sen fuggita,  frutto avvelenato di una full immersion nel programma di governo rivisto e corretto di marca pentaleghista nel quale la parte dedicata alla giustizia è un inno al processo di polizia con accompagnamento di manette soliste.

    Insomma, dopo aver sentito parlare di un “contratto di governo” in cui spiccano per il settore giustizia e come previsione di intervento agenti provocatori, intercettazioni ad alzo zero, ripristino di reati depenalizzati, inasprimento delle pene, istituzione della sezione nazionale della Rifle Association dopo la modifica della legittima difesa (che diventerebbe qualcosa di vicino alla licenza di uccidere di 007) e riduzione drastica dei benefici dell’Ordinamento Penitenziario un po’ di confusione sul perimetro delle garanzie per il neo Premier strappato senza preavviso alla sua cattedra di Diritto Privato, è possibile…ma non dovrebbe essere così perché rischia di essere inconsciamente espressiva di una cultura della intolleranza e del sospetto che paventiamo diventi lo spirito guida della legislatura.

    D’altronde anche da via Arenula sono stati lanciati messaggi poco rassicuranti nel senso che i sigilli che il Ministro intende guardare, con ammirazione e palpitante attesa, sono quelli apposti alle patrie galere.

  • Conte e Fedeli: la credibilità istituzionale

    Conte non è il nome dell’allenatore del Chelsea ma di colui che dovrebbe diventare primo ministro e che è stato presentato come una persona specchiata e preparata. Viceversa, e purtroppo per l’Italia, molte università stanno precisando l’assoluta mancanza di riscontri inseriti all’interno del curriculum vitae del candidato primo ministro. Quello che trovo incredibile non è tanto l’aver inserito step professionali inesistenti uniti a corsi e Master altrettanto frutto di pura fantasia con l’obbiettivo di aumentare l’appeal politico ed il prestigio presso i cittadini italiani di una persona praticamente sconosciuta, francamente non ho nessun motivo per mettere in dubbio la professionalità relativa alla questione della pubblica amministrazione e dell’ inevitabile e assolutamente improcrastinabile aggiornamento e rinnovamento. Aver appoggiato però un ciarlatano venditore di fumo, come fu il promotore della vicenda stamina, qualche dubbio sull’equilibrio del candidato premier lo suscita. Quello che trovo francamente incredibile, insopportabile e assolutamente inaccettabile è che questa persona abbia ottenuto delle docenze universitarie truccando i propri curriculum e l’università non abbia verificato mai una volta se quanto affermato fosse realmente rispondente alla verità.

    Esattamente come nel caso dell’attuale Ministro della Pubblica Istruzione Fedeli la quale ha mentito per trent’anni affermando di possedere una laurea quando invece aveva la terza media. Trovavo incredibile allora come  adesso che la CGIL per la quale ed in nome della quale questa mentitrice ha operato. Trovo incredibile che la CGIL non abbia dimostrato la sensibilità di emettere un comunicato nel quale si dissociava dalla pratica truffaldina della propria esponente e dirigente.

    Ora trovo altrettanto incredibile che l’Università presso la quale questo docente detiene in modo improprio una cattedra basandosi su un curriculum inesistente non emetta una dichiarazione nella quale sospende immediatamente il professore in attesa di accertamenti.

    Ecco perché nonostante la differenza di spessore culturale evidente ed innegabile tra una povera bugiarda e una persona comunque di cultura, il caso Fedeli e Conte risultano uguali per l’assoluta inattività degli enti per i quali questi hanno operato. Il silenzio di questi due istituti fondamentali come l’università ed il sindacato di fatto avalla comportamenti quantomeno dubbi arrecando un grande disvalore patrimoniale anche solo nella considerazione generale verso due istituti.

    In altre parole il silenzio del sindacato come dell’università dimostrano come il declino culturale nasce all’interno delle strutture che sono incapaci persino di tutelare la propria onorabilità attraverso la certezza delle professionalità di coloro che in loro nome operano.

Pulsante per tornare all'inizio