Costituzione

  • Il Cile sceglie una nuova Costituzione e archivia quella di Pinochet

    Con un risultato largamente atteso, il Cile ha scelto di cambiare e di archiviare l’era del generale Augusto Pinochet, votando a favore di una nuova Costituzione, che andrà a sostituire quella approvata nel 1980, in piena dittatura. Domenica, i cileni si sono recati alle urne per il “Plebiscito” (referendum) costituzionale e hanno approvato con una larga maggioranza (78,3%) la proposta di rinnovare la Carta, in un appuntamento con la storia nel quale “ha trionfato la cittadinanza e la democrazia, l’unità sulla divisione, la pace sulla violenza”, ha sottolineato il presidente Sebastian Pinera.

    Quello di domenica 25 ottobre è stato “il più grande voto della storia del Cile” in termini di voti assoluti (oltre 7,5 milioni) e di affluenza (50,9%), secondo il Servizio elettorale del Paese. Oltre a far vincere l’Apruebo (Approvo) sul Rechazo (Rifiuto), i cileni hanno scelto, con una maggioranza del 79%, che il lavoro di riscrittura della Costituzione sarà realizzato da una Assemblea costituente composta da 155 membri scelti al 100% attraverso un voto popolare.

    I membri della Assemblea costituente saranno scelti in occasione delle elezioni amministrative dell’11 aprile 2021, con una rappresentanza di delegati delle popolazioni indigene e sulla base di un criterio di parità di genere. “Ciascun voto ha avuto lo stesso valore” e “questo trionfo della democrazia ci deve riempire di gioia e speranza, perché abbiamo dimostrato che il dialogo è più fecondo dell’intolleranza”, ha sottolineato Pinera commentando i risultati. Il referendum è stato celebrato a livello internazionale, con l’Unione europea che si è congratulata per la partecipazione massiccia dei cileni.

    Il voto di domenica è stato l’ultima tappa di un percorso difficile, in un anno in cui il Paese è stato attraversato da un’ondata di proteste iniziate nell’ottobre 2019, che hanno portato alla proposta di rinnovare la Costituzione vigente, segnata da un forte presidenzialismo e da uno spazio importante per l’economia di mercato. L’appuntamento era previsto inizialmente per il 26 aprile di quest’anno, ma la pandemia del coronavirus ha spinto le autorità a rimandare il voto al 25 ottobre con rigidi protocolli anti-Covid.

    Fin dalla diffusione dei primi dati, migliaia di cileni si sono riversati nelle strade di Santiago e di molte altre città cilene per le celebrazioni della vittoria, funestate da episodi isolati di violenze per i quali la polizia ha arrestato 146 persone. A Plaza Baquedano della capitale, ribattezzata Plaza Dignidad dopo le proteste dell’ottobre 2019, uno striscione ha ricordato il defunto presidente Salvador Allende con le parole ‘Plaza Dignidad, non dimentichiamo il 1973’, anno del colpo di stato militare che pose fine al governo del leader socialista.

  • Il mistero di alcuni Sì

    Molte sono state le dichiarazioni e le spiegazioni per il Sì e per il No al Referendum, quello che resta, apparentemente, un mistero è come leader di partiti, quali Fratelli d’Italia e Lega oltre al Pd, nonostante il parere contrario di molti loro simpatizzanti, elettori ed anche dirigenti, si ostinino a fare propaganda per il Sì. La vittoria del Sì imporrà il cambio della Costituzione che, in un paese democratico, dovrebbe essere fatta o da una costituente ad hoc o da un parlamento appena eletto con un governo guidato da un Presidente del Consiglio votato dai cittadini. La Costituzione rappresenta il presente ed il futuro di tutti noi e non può essere modificata per piccoli o grandi interessi di parte perché la democrazia è un bene comune che va difeso oggi più che mai.

    La vittoria del Sì comporta la perdita, per molti territori, dei propri rappresentanti e perciò sarà particolarmente complesso varare quella nuova legge elettorale che deve garantire a tutti una adeguata rappresentanza e sarà difficile trovare un accordo tra partiti così divisi sul sistema di voto e tutti convinti a non voler ridare ai cittadini il diritto di scegliersi il proprio rappresentante. Se infatti la preferenza richiede regole certe e particolari attenzioni, per evitare che alcuni acquisiscano in modo scorretto i voti, è altrettanto vero che la nomina dei parlamentari, che di fatto avviene da anni da parte dei capi partito, ha ridotto il Parlamento ad un organismo non più in grado di svolgere la sua funzione legislativa, come dimostra il silenzio di questa legislatura.

    Anche Cottarelli ha convintamente ricordato che la vittoria del Sì non darà nessun risparmio economico, ci sarà invece la perdita secca di un altro po’ di libertà mentre a passi rapidi si va verso un’oligarchia che non rappresenta certo l’élite culturale, morale e politica dell’Italia. Siamo in un momento, non breve, di particolare difficoltà per la salute e per l’economia e andrà ripensata la nostra società nel suo complesso ma una cosa è certa la democrazia, la vita di una nazione, nel contesto europeo ed internazionale, non si difende con populismi di varia natura, come troppi stanno facendo.

    Votare No al Referendum è l’inizio di un nuovo cammino che potranno intraprendere insieme tutti coloro che, venendo anche da esperienze culturali e politiche diverse, credono che l’Italia debba essere una repubblica democratica, parlamentare, basata su un sistema economico che sappia coniugare la libertà d’impresa con le necessarie riforme sociali che ancora mancano.

  • Le ragioni del No

    Per garantire che la modifica della Costituzione, necessaria immediatamente se dovesse passare il Sì al Referendum, corrisponda alle reali esigenze dell’Italia e non di singole forze politiche o gruppi di interesse, questa dovrebbe avvenire tramite i lavori di un’assemblea costituente. L’indizione di una costituente, in grado di ammodernare la Costituzione nata nel 1948 e che ha reso possibile la vita democratica in questi anni, richiede un accordo tra forze politiche che ad oggi dimostrano, nei fatti, di non avere la stessa visione di repubblica democratica, lo stesso rispetto per la funzione legislativa ed il ruolo del parlamento, la stessa considerazione per il diritto di scelta che dovrebbe spettare ai cittadini.

    Da lungo tempo il parlamento è esautorato dalle sue prerogative costituzionali e inesorabilmente siamo approdati ad una sistema oligarchico, per altro privo di quelle menti illuminate e colte che potrebbero, eventualmente, per un periodo breve di emergenza, giustificare che a pochi, anche non eletti dal popolo, sia consentito decidere in autonomia e scavalcando, di fatto, l’ordinamento costituzionale.

    Il problema non è diminuire il numero degli eletti ma impedire che i capi partito continuino a nominare i deputati impedendo, con le sciagurate leggi elettorali che abbiamo da troppo tempo, che i cittadini possano scegliere chi dovrà rappresentarli. Il problema è l’impreparazione, il pressapochismo, l’ignoranza di troppi parlamentari e la mancanza di norme che consentano la punizione esemplare e senza indugi di chi sbaglia e usa il suo mandato per affari illeciti.

    Votare No al Referendum è l’unico modo per riportare al tavolo della discussione il futuro della nostra democrazia, per stanare chi vuole, nascondendo i veri obiettivi dietro una falsa possibilità di risparmio, rendere sempre più ristretta e incontrollata la compagine di potere. Dire No al Referendum significa tentare di dare finalmente vita ad una stagione non solo di riforme ma anche di trasparenza, quella trasparenza che i 5 Stelle avevano tanto sbandierato e che si è tramutata nella pagina opaca del nostro presente.

    Un No convinto per difendere la Repubblica.

  • La Fondazione Luigi Einaudi spiega le ragioni del No al Referendum del 29 marzo

    In vista del Referendum del prossimo 29 marzo sulla riduzione del numero dei parlamentari vi invitiamo a prendere visione del video realizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi sulle ragioni del NO al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=fNqjnYj3LKc&feature=youtu.be

     

  • In attesa di Giustizia: ma quale scudo, ma mi faccia il piacere!

    L’argomento di cronaca più trattato di questi giorni è quello legato alla sorte dell’ex ILVA a causa della manifestata intenzione di ArcelorMittal di recedere dal contratto stipulato: in un primo momento, ma anche successivamente in aggiunta a ragioni diverse, l’opzione della cordata franco indiana è stata fondata sulla scelta del Governo di non più concedere lo scudo penale.

    La materia del contendere si è, come anticipato, spostata su aspetti diversi di natura eminentemente aziendalistica con implicazioni del margine di profitto, l’avvertita esigenza di evitare il dissesto dei conti attraverso la riduzione dei costi che, a sua volta, comporta migliaia di esuberi. Un termine elegante per dire: licenziamenti.

    L’asse della discussione si è poi spostato sul piano industriale e su vari tavoli di concertazione con il coinvolgimento della politica, dei sindacati oltre che della magistratura ma nessuno ha mai avuto la buona grazia di spiegare in cosa consistesse lo scudo penale la cui minacciata revoca è stata forse impiegata come pretesto per sfilarsi da una intrapresa economicamente non più appetibile. Cerchiamo di fare chiarezza per i lettori.

    La legge che lo istituisce risale al 2015 ed è cambiata nel tempo un paio di volte: suo cuore è l’articolo che prevede una vera e propria immunità penale del commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati in relazione alle condotte poste in essere in attuazione del Piano Ambientale e delle norme di tutela della salute, della incolumità pubblica e della sicurezza sul lavoro.

    Tradotto: non saranno perseguibili penalmente anche in caso di commissione di reati in materia ambientale e di igiene e sicurezza sul lavoro od omissione dei necessari interventi migliorativi delle strutture esistenti.

    Insomma, esagerando un po’ (ma non poi troppo pensando ai livelli di inquinamento provocati dall’acciaieria) è qualcosa di simile alla licenza di uccidere, quella degli agenti della Sezione Doppio Zero del MI6 immaginata da Ian Fleming.

    Senza esagerare, almeno a parere di chi scrive, è sicuramente l’ennesima dimostrazione del digiuno di diritto costituzionale praticato rigorosamente dal nostro legislatore.

    Infatti, con questo “scudo” si violano almeno due articoli della Carta Fondamentale dello Stato: il  112 che prevede l’obbligatorietà dell’azione penale, che non può essere di sicuro esclusa e “parzializzata” per taluno e per taluni reati, per di più con legge ordinaria (ne servirebbe, se mai, una costituzionale) e il 101 che recita la subalternità della Magistratura soltanto alla legge e non – come in questo caso – ad una manifestazione di volontà del Governo espressa tramite una normativa di dubbia costituzionalità.

    L’Autorità Giudiziaria di Taranto, per vero, ha investito della questione il Giudice delle Leggi ma la Corte ha deciso salomonicamente di restituire gli atti (un po’ come ha fatto Mattarella con la riforma della legittima difesa e un decreto sicurezza) invitando il Governo a rivalutare se permangono dubbi di costituzionalità, correggendo il testo. Una sollecitazione al ripensamento, ad una riscrittura, caduta nel vuoto come altre e non poche volte.

    L’attesa di Giustizia, non di rado, soffre proprio di quel digiuno di principi fondamentali del diritto, un digiuno che è tutt’altro che salutare per il legislatore, che ne disturba il sonno e il sonno della ragione – come è noto – genera mostri.

  • Stampelle in sostegno del male

    Non c’è nulla sotto il sole di cui non si possa abusare e di cui non si sia abusato.

    Karl Popper

    Il nostro lettore la settimana scorsa ha avuto modo di informarsi sulle consapevoli, continue e gravi violazioni della Costituzione in Albania. E quelli che lo hanno fatto sono stati e sono tuttora i rappresentanti della maggioranza governativa. Lo hanno fatto ubbidendo agli ordini partiti dai più alti livelli politici. Eseguendo e soddisfacendo così le ambizioni e le volontà del primo ministro per controllare tutto e tutti. Ma quanto sta accadendo in questi ultimi giorni in Albania evidenzia, tra l’altro, quel male che sta cercando di divorare anche quel poco che potrebbe essere rimasto ancora di sano nella politica e nella società albanese.

    In questi ultimi giorni si sta ulteriormente intensificando lo scontro tra il presidente della Repubblica e il primo ministro. Scontro che sta dimostrando, per quello che realmente è, tutto il marcio che, sempre più pericolosamente, sta soffocando le istituzioni statali e non solo. Il presidente della Repubblica, con il diritto e il dovere del rappresentante della più alta istituzione dello Stato, sta accusando il primo ministro e alcuni dirigenti delle istituzioni del sistema della giustizia. L’accusa è molto grave: violazioni intenzionali e continue della Costituzione albanese con lo scopo di controllare completamente e per lungo tempo tutte le istituzioni del sistema della giustizia. Riferendosi a questa grave e allarmante realtà, il 15 novembre scorso il Presidente della Repubblica ha dichiarato che egli “ha l’obbligo di dire al popolo che qui (in Albania; n.d.a.) è tutto finito con lo Stato del diritto”. Secondo il Presidente, se svanisse anche questo sforzo che lui stia facendo per difendere la Costituzione, e cioè se “il primo ministro e i suoi catturassero e controllassero anche la Corte Costituzionale”, allora al popolo rimangono soltanto tre scelte: “o prendere le armi”, cosa che è inaccettabile per il Presidente, o accettare la situazione e “sottoporsi ad una dittatura”, oppure “andare via dall’Albania”.

    In seguito, il 22 novembre scorso, il Presidente, durante una conferenza stampa, dichiarava che la Costituzione della Repubblica d’Albania “si sta palesemente e violentemente calpestando, con un solo scopo: quello di concentrare tutti i poteri nelle mani del primo ministro attuale”. Secondo il Presidente, in Albania “il governo non rende conto a nessuno” e che “il potere esecutivo è [ormai] unificato con quello legislativo”. E per di più, il Parlamento sta violando palesemente la Costituzione, diventando così lui stesso un’istituzione anticostituzionale, perché da qualche mese non ha più la possibilità di avere 140 deputati, come prevede la Costituzione. Però nel frattempo il Parlamento ha approvato più di venti leggi, non decretate dal Presidente della Repubblica, perché giudicate come anticostituzionali e che impattano vistosamente con l’interesse pubblico. E visto che ormai sta diventando consuetudine che in Parlamento si approvano delle risoluzioni che non hanno potere obbligatorio, ma servono soltanto da facciata per la propaganda governativa, il presidente della Repubblica ammoniva il 22 novembre scorso che “L’Albania non si governa con le risoluzioni, ma soltanto con la Costituzione!”. Durante la stessa conferenza stampa, considerando con la massima responsabilità istituzionale l’allarmante situazione, il presidente della Repubblica ha dichiarato che egli chiederà “l’appoggio di tutto il popolo albanese tramite un Referendum per difendere la Repubblica”! Perché, secondo il Presidente, “sarà il popolo albanese, e soltanto lui, a decidere se accettare di ritornare alla dittatura, oppure di difendere la democrazia”. Il Presidente è convinto che con il Referendum il popolo si può esprimere direttamente e consapevolmente e che la decisione diretta del popolo è al di sopra di ogni altra decisione. Una proposta, quella del Referendum, che il Presidente sta articolando in questi ultimi giorni sempre con più determinazione e forza. Venerdì scorso ha promesso che oggi tratterà dettagliatamente questo argomento, in modo che tutti i cittadini possano capire meglio e rendersi responsabili del loro potere. Di fronte a queste forti e dirette accuse, la reazione del primo ministro e/o dei suoi ubbidienti e sottomessi luogotenenti rimane sempre la solita: battute banali in politichese, cercando, come di consuetudine, di schivare le dirette responsabilità istituzionali e/o personali.

    Durante questi ultimi giorni il Presidente della Repubblica, oltre al primo ministro e alcuni alti dirigenti delle istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, ha accusato, senza mezzi termini e come mai era accaduto prima, anche i soliti e ben presenti “rappresentanti internazionali”. Sia quelli diplomatici che quelli delle istituzioni internazionali, soprattutto le rappresentanze in Albania dell’Unione europea e dell’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Per il Presidente loro sono diventati degli “stracci nelle mani del primo ministro”. Proprio essi, che con il loro operato, in palese violazione della Convenzione di Vienna, hanno dimostrato di essere semplicemente dei “corrotti”, dei “pagliacci internazionali”, “ridicoli” e “buffoni”. In più il Presidente, con una lettera ufficiale ha informato l’Ufficio dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE, dando anche le sue spiegazioni, che dal 18 novembre 2019 il loro rappresentante in Albania “non era più benaccetto presso l’Istituzione del Presidente della Repubblica”.

    Sono stati proprio loro, i soliti “rappresentanti internazionali”, che hanno, in vari modi, aiutato il primo ministro a “personalizzare” la riforma della giustizia, facendola diventare, nolens volens per loro, un’impresa fallita nel suo obbiettivo primario e fondamentale. E cioè una riforma che doveva garantire la divisione definitiva e l’indipendenza del sistema della giustizia dagli altri poteri, nonché a renderlo “insensibile” da qualsiasi influenza e/o ubbidienza politica. Invece e purtroppo è successo proprio il contrario. Grazie anche al sempre presente appoggio pubblico dei soliti “rappresentanti internazionali” al primo ministro, nella sua irresponsabile e pericolosa corsa verso la restaurazione di una nuova dittatura. E grazie anche a loro adesso, fatti alla mano, il primo ministro controlla tutto. L’ultimo baluardo, l’ultima roccaforte da prendere è ormai la Corte Costituzionale. E con essa anche alcune altre istituzioni del sistema della giustizia, ancora da costituire, come previste dalla “Riforma”.

    Nel frattempo, i soliti “rappresentanti internazionali”, per giustificare il loro fallimento totale con la “Riforma” del sistema della giustizia, hanno dichiarato e dichiarano “successi” inesistenti. Loro stanno cercando anche di giustificare i tanti milioni, in Euro e/o dollari statunitensi, che è costata per i cittadini europei e per quelli oltreoceano la “riforma”.  Purtroppo quanto loro stiano facendo, non solo li rende sempre più ridicoli e incredibili, ma grava anche sulla credibilità delle istituzioni che rappresentano, soprattutto quelle europee.

    Chi scrive queste righe, visto anche quanto sta accadendo in queste ultime settimane, valuta che tutte le persone responsabili, non solo in Albania, dovranno, unite, far fronte e bloccare ogni ulteriore tentativo del primo ministro di controllare totalmente il sistema della giustizia. Egli è convinto che bisogna fare tutto il possibile per impedire che ciò possa realmente accadere. Impedire anche ai soliti “rappresentanti internazionali” di diventare delle stampelle in sostegno del male, in cambio di chissà cosa. Aveva ragione Karl Popper: non c’è nulla sotto il sole di cui non si possa abusare e di cui non si sia abusato.

  • La Costituzione come cartastraccia

    Non c’è tirannia peggiore di quella esercitata all’ombra
    della legge e sotto il calore della giustizia.

    Montesquieu

    Sì, in Albania la Costituzione sta diventando, ogni giorno che passa, proprio una cartastraccia, nonostante dovrebbe essere la legge fondamentale dello Stato. Ma purtroppo ormai niente dovrebbe più stupire di tutto ciò che sta accadendo, essendo semplicemente delle conseguenze dirette e/o derivate di una strategia ben ideata e altrettanto ben messa in atto dal primo ministro e dai massimi rappresentanti della sua maggioranza governativa.

    Un’ulteriore e grave dimostrazione della palese e consapevole violazione della Costituzione è stata verificata la scorsa settimana. Lunedì 11 novembre, con la loro ubbidienza da sottomessi, i deputati hanno approvato tre nuovi giudici della Corte Costituzionale. Proprio di quella Corte che non funziona più da due anni, perché priva di giudici. Periodo quello durante il quale sono state approvate dal Parlamento diverse leggi “speciali”, clientelistiche e abusive, senza fare esistere più la possibilità di presentare ricorso presso l’unica istituzione custode della Costituzione: la Corte Costituzionale. Periodo che però è servito al primo ministro e ad alcuni raggruppamenti occulti, criminalità organizzata compresa, di portare avanti i loro progetti. Ma visto gli sviluppi politici degli ultimi mesi e le tante grandi difficoltà politiche e/o istituzionali, di fronte alle quali si trova ormai il primo ministro, il completamento con i giudici della Corte Costituzionale non si poteva posticipare ulteriormente. Non solo, ma questo attuale potrebbe essere risultato agli “strateghi” del primo ministro come il momento più opportuno per “scegliere” e poi “votare” in Parlamento tutti i giudici mancanti. Le cattive lingue dicono però che la fretta di completare e far funzionare adesso la Corte Costituzionale, violando consapevolmente e gravemente quanto previsto dalla Costituzione, dovrebbe avere dei seri ed importanti motivi. Soprattutto per gli anni a venire. Le cattive lingue dicono che i nuovi giudici potrebbero “ricambiare”, a tempo debito, la loro gratitudine al “benefattore”, il quale è tutt’altro che uno stinco di santo. E le cattive lingue non è che si sono sbagliate più di tanto in questi ultimi anni, anzi!

    Tornando alla votazione in Parlamento di lunedì scorso, 11 novembre, bisogna che il lettore capisca anche le procedure previste dalla Costituzione e dalle leggi in vigore. Il Consiglio delle Nomine [nel sistema] della Giustizia, un organo amministrativo creato nell’ambito della Riforma della Giustizia, ha l’obbligo istituzionale di verificare, scegliere, preparare delle liste separate, in ordine graduatorio, dei pretendenti giudici. Il Consiglio dovrebbe preparare e mandare le graduatorie prima al Presidente della Repubblica poi al Parlamento e, infine, alla Corte Suprema. Anche questa Corte però purtroppo non funziona più in Albania! Perciò rimangono soltanto il Presidente della Repubblica e il Parlamento, le due istituzioni che devono decidere e scegliere le loro candidature per i nuovi giudici della Corte Costituzionale. Si doveva scegliere e decidere per quattro giudici. La Costituzione prevede che per ogni posto vacante si devono presentare tre candidature. Perciò le liste, quelle per il Presidente e per il Parlamento, dovrebbero avere avuto ognuna 12 nomi. Invece il capo del Consiglio delle Nomine [nel sistema] della Giustizia ha mandato, con ritardo, due liste con gli stessi nomi, composte soltanto di quattro candidature. Due violazioni della Costituzione allo stesso tempo. Le liste sono state consegnate senza rispettare la priorità di scelta, di decisione e dell’espressione della volontà da parte del Presidente della Repubblica. Soltanto dopo si dovevano mandare le candidature al Parlamento. In più, lunedì 11 novembre, il Parlamento, da quella lista, ha votato non una, ma ben due candidature. Un’altra violazione della Costituzione. E “approfittando” del fatto che il Presidente non si era espresso con una sua scelta, la candidata, prima in graduatoria, è stata “automaticamente promossa” dalla maggioranza governativa. Ovviamente i suoi “consiglieri giuridici” hanno trovato dei cavilli legali, arrampicandosi sugli specchi. Ma sempre di cavilli si tratta. In più la Costituzione prevede anche che ogni candidato, per diventare giudice della Corte Costituzionale, deve giurare, mano sulla Costituzione, di fronte al Presidente della Repubblica. Cosa che non ha fatto però quella candidata “automaticamente promossa”. Ha scelto invece di ufficializzare il suo nuovo ed ambito incarico con una sua dichiarazione di fronte ad un notaio! Nell’arco di pochissimi giorni diverse violazioni della Costituzione. Come mai e chissà perché?!

    Quanto è accaduto lunedì scorso e quello che poi è successo nei giorni seguenti non poteva non suscitare forti reazioni e aspri attriti. Uno dei quali è quello tra il presidente della Repubblica e il primo ministro. Durante alcune conferenze stampa e delle interviste, il Presidente ha evidenziato e commentato tutte le violazioni della Costituzione e delle leggi in vigore. Invece il primo ministro, in mancanza di convincenti argomenti giuridici, ha “scelto” di affrontare questa grave ed allarmante situazione, come delle battute. Come ha fatto sempre quando si trova in difficoltà e quando non può tacere. In più il presidente ha annunciato venerdì scorso che presenterà una denuncia penale contro il capo del Consiglio delle Nomine [nel sistema] della Giustizia per le sue evidenziate violazioni della Costituzione e delle leggi, derivanti conseguenze comprese. Lo dovrebbe presentare oggi. Da sottolineare che il capo del sopracitato Consiglio è un giudice, molto vicino alla maggioranza governativa, il quale mentre la dittatura comunista stava crollando in Albania, condannava con 15 anni di prigione, per atti terroristici, alcuni cittadini che avevano abbattuto la statua di Stalin!

    Quanto è accaduto lunedì scorso in Parlamento è stato subito “salutato e applaudito” però dagli immancabili “rappresentanti internazionali”. Proprio quelli che ormai sono ben noti per la loro irresponsabilità istituzionale e professionale, per la loro “sottomissione” e il loro incondizionato e continuo appoggio al primo ministro, nonché per la loro avidità di approfittare da ogni occasione. Sono proprio quei “rappresentanti internazionali”, sia in Albania che a Bruxelles, i quali, calpestando palesemente i loro diritti e/o doveri istituzionali, hanno causato tanti danni e tante sofferenze agli albanesi. Sono gli stessi e/o loro simili, precedentemente molto attivi in Albania, i quali hanno sempre sostenuto il primo ministro nell’attuazione della sua diabolica strategia che niente ha a che fare con il bene dell’Albania e degli albanesi. Lo hanno fatto anche lunedì scorso, mentre il primo ministro e i suoi subordinati avevano calpestato la Costituzione senza scrupolo e come se niente fosse. Dando, per l’ennesima volta, la possibilità al primo ministro di usare come scudo le loro irresponsabili dichiarazioni. E così facendo, i soliti “rappresentanti internazionali” appoggiano anche la restaurazione della dittatura in Albania.

    Chi scrive queste righe ricorda e valuta quanto ha detto Papa Francesco durante l’Angelus del 13 ottobre 2019, riferendosi all’ultimo conflitto tra l’esercito turco e i curdi della Siria del nord. Rivolgendosi a “tutti gli attori coinvolti e anche alla Comunità Internazionale” il Papa rinnovava ad essi l’appello “ad impegnarsi con sincerità, con onestà e trasparenza”. Cosa che non hanno fatto i “rappresentanti internazionali” in Albania. Permettendo così anche di far diventare la Costituzione simile ad una cartastraccia. E sostenendo una tirannia da esercitare all’ombra della legge e sotto il calore della giustizia.

  • La Costituzione (dei bambini) insegnata agli adulti

    di Karl Wolfsgruber

    Art. 1
    L’Italia è una Repubblica fondata sulla Natura. La sovranità appartiene a tutti i bambini, che la affidano, pro tempore, agli adulti…

    Art. …
    La Repubblica tutela tutti gli Esseri Viventi e il patrimonio ambientale, storico e artistico della Nazione.
    Promuove il rispetto e lo studio delle antiche tradizioni artistiche, storiche, alimentari e linguistiche italiane e di tutti gli altri paesi e lo sviluppo di una cultura di rispetto e amore per l’Ambiente e gli Esseri Viventi perché non vi è vera cultura se non c’è pieno rispetto per tutti i diritti fondamentali.

    Art. …
    La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili di tutti gli Esseri Viventi e richiede agli adulti l’adempimento dei doveri inderogabili di tutela della Natura e di Solidarietà con essa…

    Art. …
    È compito degli adulti preservare l’Ambiente per le future generazioni…

    Art. …
    La Repubblica riconosce a tutti gli adulti il diritto ad un lavoro utile e salubre e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
    Ogni adulto ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra alla salvaguardia della Natura e alla crescita fisica, mentale e morale di tutti gli Esseri Umani.

    Art. …
    L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale ed in particolare modo alla Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra, alla Carta internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, alla Dichiarazione Universale dei diritti umani ed alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Animale…

    Art. …
    L’Italia, per volontà di tutti i bambini (e di ogni adulto che non ha dimenticato di essere stato bambino), ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…

    Art. …
    La bandiera dei bambini di tutto il mondo è con i colori dell’arcobaleno. Per la bandiera italiana sono stati scelti tre fra questi colori: il verde (a celebrazione della rigogliosa e generosa natura di questo paese), il bianco (a memoria della purezza d’animo che ha contraddistinto tanta umile e brava gente nella storia di questo paese) ed il rosso (a memoria del sangue versato da chi ha messo il bene per i suoi simili e per la Natura davanti ai propri interessi personali)…

    Art. …
    La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove la sincerità e la coerenza con i propri principi fondamentali…
    Ogni bambino italiano a cui si insegna a casa e a scuola di non litigare con gli altri, di rispettare gli altri, di condividere con gli altri, di rimettere in ordine dopo aver fatto disordine, di pulire dopo aver sporcato, di chiedere scusa dopo aver fatto un torto, di non mangiare porcherie e, soprattutto, di non ferire le altre creature… chiede a tutti gli adulti di questo amato paese, di fare altrettanto.

  • In attesa di Giustizia: passatempi costituzionali

    Chi ha la pazienza di seguire questa rubrica ben sa che la Costituzione ed il suo rispetto sono un riferimento costante e quando si parla di qualche intervento sulla Carta Fondamentale dello Stato vengono i brividi freddi: culmine della preoccupazione fu l’ampia riforma a trazione renziana, fortunatamente abortita in sede referendaria.

    Ora, spigolando qua e là tra i disegni di legge in gestazione, emerge dai lavori parlamentari una proposta di modifica dell’articolo 111, quello – per intendersi meglio – che regolamenta il cosiddetto “giusto processo”: ed è già un po’ inquietante che si sia sentito il bisogno di enunciare come principio cardine dell’ordinamento quell’equità che del giudizio dovrebbe essere una componente ovvia e naturale. Quando tale intervento fu fatto a fine millennio, peraltro, c’erano delle ragioni sulle quali non è necessario oggi dilungarsi, il legislatore fece un saggio copia e incolla dell’art. 6 della CEDU e nessuno ha avuto sino ad ora da lamentarsi.

    Il 4 aprile, di iniziativa dei Senatori Patuanelli e Romeo, è stato comunicato alla Presidenza della Camera Alta una proposta di integrazione dell’art. 111 composta da due soli commi, eccoli:

    Nel processo le parti sono assistite da uno o più avvocati. L’avvocato ha la funzione di garantire l’effettività della tutela dei diritti e il diritto inviolabile della difesa. In casi tassativamente previsti dalla legge è possibile prescindere dal patrocinio dell’avvocato, a condizione che non sia pregiudicata l’effettività della tutela giurisdizionale.

    L’avvocato esercita la propria attività professionale in posizione di libertà autonomia e indipendenza.

    Tutto scontato, penserà il cittadino privo di specifiche competenze tecniche, e avrebbe assolutamente ragione. Rimarrebbe forse un po’ sorpreso dalla riserva di legge sulla autodifesa ma anche ciò è già previsto in limitati casi come, per esempio, nei ricorsi al Giudice di Pace contro le contravvenzioni al codice della strada.

    Insomma, principi noti anche nelle discussioni da bar sport. Scrivono i Senatori proponenti che l’intenzione è quella di rendere espressi principi già impliciti nella Costituzione (l’allusione è all’art. 24, chiarissimo tra l’altro) ed enunciati chiaramente nell’Ordinamento della Professione Forense (art. 1 l. 31/12/2012 n. 247), ma anche in una Risoluzione del Parlamento Europeo (Atto P6_TA(2006)0108).

    E, allora, dov’è la novità, dove l’utilità? Mistero. Sembrerebbe di essere al cospetto di un innocua interpolazione e altro non sovviene per giustificare questa iniziativa di legge costituzionale che – tuttavia – comporterà laboriosi passaggi in Commissione e Aula: tempo che, forse, sarebbe meglio impiegare altrimenti, magari per dar seguito alle indicazioni del Capo dello Stato sulla necessità di colmare rapidamente lacune evidenti nella recente modifica della legittima difesa.

    In attesa di Giustizia, di leggi più comprensibili e utili, accontentiamoci di passatempi costituzionali.

  • In attesa di Giustizia: castrazione costituzionale

    Sarà che si avvicina la tornata elettorale europea, sarà forse che questo Paese vive in perenne campagna elettorale per consultazioni politiche ed amministrative calendarizzate senza soluzione di continuità ma la ricerca del consenso, attraverso il tradizionale stimolo dell’elettore a sostenere chi sembri garantirgli più sicurezza, sembra avere importanti accelerazioni.

    Si è dato il via con l’introduzione di limitazioni di accesso al giudizio abbreviato (che, a fronte della rinuncia ad importanti garanzie processuali, garantisce riduzioni di pena a chi sia condannato) sul falso presupposto che determinava sentenze troppo miti per reati gravi ed in particolare impediva l’irrogazione dell’ergastolo per gli omicidi.

    In verità, il giudizio abbreviato, così com’era strutturato, consentiva di infliggere il carcere a vita (salvo elidere la pena accessoria dell’isolamento diurno che può andare da un minimo di sei mesi fino a tre anni) così come pene inferiori in base alla valutazione che il Giudice poteva fare delle circostanze aggravanti e attenuanti, nel caso vi fossero. Non diversamente da quanto poteva e può ancora accadere in un giudizio ordinario e si consideri che nella ipotesi “base” il nostro codice prevede per l’omicidio la pena non inferiore a ventuno anni e non l’ergastolo. E nel rispetto del parametro costituzionale della finalità rieducativa della pena, l’ordinamento prevede, tranne in limitati casi, che un “fine pena mai” diventi un fine pena molto lungo ma con un termine.

    Il cittadino, adeguatamente disinformato dalla propaganda, ovviamente plaude e si sente in un mondo migliore.

    E mentre la Corte delle Leggi viene investita – a tre mesi dalla promulgazione – da più di un’eccezione sulla costituzionalità di un punto centrale proprio sulla esecuzione della pena del c.d. “decreto spazzacorrotti”, un’altra iniziativa quantomeno discutibile impegna la discussione parlamentare: la castrazione chimica.

    Qualcosa di simile, o forse peggio, nel nostro sistema penale c’è già ed è contenuto nella normativa della monta equina che prevede l’obbligo di ottenere l’approvazione degli istituti  di incremento ippico ed un certificato del veterinario provinciale in difetto della quale il proprietario dell’ “equide” – così lo definisce la legge – rischia un’ammenda ma il Giudice deve anche disporre la castrazione dell’ignaro puledro. La regola vale anche per i tori…

    Se la disciplina fosse più nota il WWF e la protezione animali scatenerebbero l’inferno; invece se si parla, anche in termini di sottoposizione volontaria, di castrazione chimica di un uomo la condivisione è ampia…anche se la i sospetti di incostituzionalità sarebbero più di uno.

    A prescindere dalla ventilata volontarietà della sottoposizione ad un trattamento farmacologico, un rattoppo da verificare se non faccia discendere comunque un’ incongruenza con l’art. 32 della Costituzione, il profilo più certo è la disparità di trattamento (art. 3): sempre a prescindere, questa volta dalla efficacia e mancanza di controindicazioni dei farmaci impiegabili, volti a mitigare gli impulsi del testosterone, gli effetti collaterali (anche irreversibili) e l’inefficacia terapeutica dal punto di vista psicologico, il tutto sarebbe riferibile solo agli uomini. E per le donne? Il caso recente, verificatosi a Prato, di un’insegnante ebefrenica (per usare un elegante grecismo) che è stata indagata per violenza sessuale su un minore è indicativo che questo tipo di reati e la pedofilia non sono riferibili solo ai maschi.

    L’emendamento sulla castrazione chimica sembra sia stato ritirato, tra le polemiche, dal disegno di legge sul c.d. revenge porn ma con la promessa di essere riproposto in seguito in forma più organica.

    Per ora si può stare tranquilli rispetto ad un ulteriore assalto alla Costituzione che rischia lei di essere castrata. I cavalli e i tori, invece,  per salvare i “gioielli di famiglia”, potranno continuare a fare affidamento, se non altro, su un sistema in cui l’attesa di Giustizia è molto lungo.

Back to top button

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker