costruzioni

  • A Piacenza il maggior consumo di suolo pro-capite di tutta Italia

    Piacenza è la provincia che ha il maggior consumo di suolo pro-capite nel 2024: 700,45 metri quadrati, come attesta l’Ispra nel rapporto «Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici» del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa). Con 1013 ettari consumati, nel 2024 l’Emilia-Romagna è la regione italiana con il maggior consumo di suolo annuale, oltre a essere quella con i valori più alti per gli interventi di recupero che riguardano ben 143 ettari. Ma Piacenza vanta un ben poco invidiabile primato: il dato del consumo pro-capite del Piacentino è infatti il più elevato di tutta l’Emilia-Romagna, a fronte dei 453,18 metri quadrati per abitante della media regionale, e rappresenta quasi il doppio dei 365,85 metri quadrati consumati pro-capite a livello nazionale.

    A pesare è soprattutto l’impatto della logistica: nel 2024 il consumo di suolo è arrivato al 7,74% del totale rispetto al 7,68% del 2023 e al 7,66% del 2022. In un anno sono spariti altri 100 ettari di terreno naturale, quasi il 10% di quello regionale, con l’area coperta da nuove superfici artificiali che sfiora i 20.000 ettari (19.990). Andando a vedere le situazioni dei singoli comuni, si nota come nel capoluogo il suolo consumato sia di oltre 3mila ettari, ma anche a Castelsangiovanni e Fiorenzuola si parla di circa 800 ettari consumati.

    A livello regionale, la percentuale di suolo consumato lo scorso anno è stato di quasi il 9%, superiore al dato nazionale che si attesta al 7%: le province emiliano-romagnole con la percentuale più alta di consumo sono Rimini (12,6%), poi Reggio e Modena (entrambe poco più dell’11%) e Ravenna (10,5%). Un fenomeno che risulta particolarmente in aumento nella regione è quello del consumo di suolo legato alla logistica: in tutta Italia dal 2006 a oggi le coperture artificiali riconducibili alla logistica raggiungono un totale di poco superiore ai 6.000 ettari e in Emilia-Romagna c’è l’aumento maggiore, +107 ettari, seguita da Piemonte (+74 ettari) e Lombardia (+69 ettari).

    «Nel 2024 sono stati rinaturalizzati 143 ettari, il valore più alto tra le regioni italiane, mentre l’86% delle nuove trasformazioni è di tipo reversibile, legato a cantieri, opere lineari e impianti fotovoltaici temporanei. Sono dati che ci devono spingere a fare sempre meglio – avverte l’assessora all’Ambiente, Pianificazione territoriale, Mobilità e Infrastrutture della Regione Emilia Romagna Irene Priolo – la sfida non è solo ridurre il nuovo consumo, ma aumentare il ripristino e la rigenerazione delle aree già urbanizzate. È la direzione che l’Emilia-Romagna ha scelto da tempo e nella quale intendiamo proseguire con ancora più forza. A oggi sono 190 gli interventi di rigenerazione urbana finanziati in 173 Comuni, per un totale di 123,5 milioni di euro di contributi regionali che hanno attivato 243,5 milioni di investimenti complessivi».

    Allargando lo sguardo al Paese, in 15 regioni risulta ormai consumato più del 5% di territorio, soprattutto in Lombardia, Veneto e Campania: la crescita più alta dell’ultimo anno è avvenuta in Sardegna (+0,83%), Abruzzo (+0,59%), Lazio (+0,56%) e Puglia (+0,52%). Anche la Valle d’Aosta, che resta la regione con il consumo inferiore, aggiunge comunque più di 10 ettari di nuovo consumo. La Liguria (28 ettari) e il Molise (49) sono le uniche regioni, insieme alla Valle d’Aosta, con un consumo al di sotto dei 50 ettari.

  • Fascicoli internazionali che accusano

    Essere accusato è già una condanna.

    Franz Kafka

    Alcune settimane fa si è saputo della pubblicazione di un libro di circa 750 pagine intitolato “The Albanian files” (I fascicoli albanesi). Da diverse fonti mediatiche risulterebbe che il libro è stato pubblicato dalla casa editrice svizzera Lars Müller Publishers. Si tratta di un libro, con una prefazione del primo ministro albanese, il cui contenuto rappresenta solo delle dichiarazioni e delle conferme fatte da 60 noti architetti da diversi Paesi del mondo che sono stati coinvolti in progetti milionari in Albania. E tutti loro hanno affermato che sono stati contattati direttamente dal primo ministro albanese o da chi per lui e sono stati invitati a collaborare per attuare dei progetti architettonici ambiziosi proprio in Albania.

    Ebbene, in quel voluminoso libro The Albanian files sono state messe insieme schede compilate autonomamente da diversi studi di architettura, sia di Paesi europei che di altri continenti. Schede compilate molto dettagliatamente, in cui si trovano importanti informazioni che svelano il modus operandi del primo ministro albanese. Da quelle schede si evidenzia che almeno 523 progetti architettonici in Albania non sono stati assegnati tramite concorsi internazionali, come prevede la legge. I rappresentanti dei diversi studi di architettura coinvolti hanno affermato che, invece dei concorsi trasparenti, è stato proprio il primo ministro che, contattando direttamente loro, garantiva: “Venite da noi, perché siete i benvenuti e sarete lautamente ricompensati”.

    Durante questi anni in cui tutto viene controllato personalmente dal primo ministro, risulterebbe che per tutti i progetti, concepiti dagli studi di architettura albanesi, lui cerca subito di contattare personalmente uno studio straniero, offrendo loro, solo per aver accettato di mettere il nome, non meno di 1.5 milione di Euro. Risulterebbe altresì che attualmente sono 57 i progetti ormai realizzati, altri 53 sono in una fase di costruzione altri 47 progetti attendono l’autorizzazione a procedere. In più risulterebbe che sette tra le più grandi delle imprese edili coinvolte non abbiano dichiarato il 41% dei propri finanziatori. Il libro illustra nel dettaglio progetti in aree protette, elaborati due o tre anni prima che la legge venisse modificata per consentire l’edificazione proprio in quelle aree protette.

    Tutti gli studi di architettura che compaiono nel sopracitato libro The Albanian files, con iniziativa personale del primo ministro albanese, risulterebbero essere stati molto bene pagati nonostante loro non abbiano partecipato ad una gara d’appalto trasparente, come previsto dalle leggi in vigore in Albania. Secondo alcuni giornalisti investigativi il primo ministro albanese ha “beneficiato” però dai dirigenti di questi studi di architettura, molto noti ed influenti nei propri Paesi, di riuscire ad avere dei supporti istituzionali a livello internazionale.

    Per capire meglio come il primo ministro albanese “adescava” i dirigenti degli studi di architettura in altri Paesi del mondo, basterebbe riferirsi alle dichiarazioni di un architetto cileno pubblicate sul libro The Albanian files. Lui è convinto che il primo ministro prenda personalmente ogni decisione importante. L’architetto afferma che una sua collaboratrice gli ha inviato un messaggio con il quale gli chiedeva di acconsentire a dare il suo numero di telefono al primo ministro albanese. Avendo dato il suo permesso, aveva ricevuto solo cinque minuti dopo la telefonata del primo ministro che gli ha chiesto se poteva recarsi a Tirana per discutere della possibilità di attuare un progetto comune. Si sono incontrati due settimane dopo, per poi avere in seguito quattro altri incontri. Dopo quegli incontri e dopo che il primo ministro aveva contattato personalmente il capo architetto dello studio cileno, questo studio è presente in Albania dal 2024.

    Siccome ormai il contenuto del libro The Albanian files è diventato uno dei temi principali delle discussioni pubbliche in Albania, il primo ministro cerca di difendere se stesso dalle accuse, come fa sempre quando si trova in difficoltà. E anche adesso, quando continuano ormai da più di un mese le massicce proteste pacifiche a Tirana, di cui il nostro lettore è stato ben informato durante queste ultime settimane, il primo ministro cerca di apparire come “visionario e innovatore”.

    Il 28 giugno scorso ha replicato alle accuse fatte al libro. Per lui questo voluminoso libro ha raccolto tutti i progetti, le idee e le riflessioni di 60 architetti e studi di fama internazionale che hanno operato in Albania negli ultimi due decenni, configurandosi come un progetto editoriale indipendente. “Questo libro [che] si intitola The Albanian Files è una delle pubblicazioni più importanti apparse negli ultimi anni nell’ambito dell’architettura e dello sviluppo urbano, sia in Europa che a livello globale”, ha affermato il primo ministro albanese.

    Un architetto olandese ha scritto però nel marzo 2025 una lettera satirica che si riferisce proprio alla vera realtà albanese. In quella lettera lui afferma, tra l’altro, che “In un mondo di autocrati, possiamo avere almeno un autocrate benevolo e di buon gusto?”. E poi, riferendosi al primo ministro albanese aggiungeva: “Dato lo status consolidato dell’Albania come mecenate illuminato dell’architettura, la nostra professione trarrebbe grande beneficio se il Paese non tenesse mai più delle elezioni e se lei, dopo il suo quinto mandato consecutivo come primo ministro, continuasse semplicemente ad essere Presidente a vita, o forse addirittura Re”.

    Ovviamente il primo ministro ha cercato di minimizzare questa interpretazione dell’architetto olandese. Per lui “la lettera non è un appello politico all’azione, bensì un esempio di umorismo autoironico, caratteristico dello stile dell’autore”. Poi il primo ministro ha detto: “Innanzitutto, il testo lì esposto che è, in chiave autoironica, una lettera indirizzata a me, pone la domanda: “Perché mai abbiamo bisogno delle elezioni? Potresti diventare re e fare ciò che le monarchie hanno fatto per l’architettura…”. Si tratta di dilemmi e questioni che non hanno assolutamente nulla a che fare con un reale invito a diventare re; è stato tutto completamente ribaltato”. Ma lui, il primo ministro albanese da anni ormai si sta comportando come un re, anzi, come un re assoluto.

    Sempre il 28 giugno scorso il primo ministro ha fatto di nuovo dietro front, cercando di svincolarsi dal suo diretto coinvolgimenti negli abusi denunciati sul libro The Albanian files. Lui, da un innato voltagabbana qual è, ha detto: “Non ho alcun legame con questo libro, ho scritto solo la prefazione che mi è stata richiesta”. Ma anche in quest’occasione ha spudoratamente mentito. Sì, perché lui stesso ha presentato con orgoglio il sopracitato libro durante un’intervista alla CNN, una delle principali emittenti televisive all news degli Stati Uniti e del mondo. “Questa è la nuova Albania”, ha detto, fiero ed entusiasta, il primo ministro albanese alla giornalista che lo intervistava. Una giornalista che conosce ormai molto bene la vera realtà albanese, avendo seguito e commentato anche le affollate e pacifiche proteste quotidiane di Tirana.

    Nel frattempo a Tirana continuano queste proteste. I manifestanti, da più di un messe ormai, accusano il primo ministro dei suoi clamorosi abusi del potere conferito ed usurpato e chiedono le sue dimissioni. Mentre lui, nonostante stia cercando di apparire “tranquillo e sereno”, sta attraversando una grave e visibile crisi personale, conseguenza del suo modus operandi.

    Chi scrive queste righe pensa che quelli pubblicati sul libro The Albanian files sono dei fascicoli che accusano direttamente e concretamente il primo ministro. Ma bisogna ricordare anche quanto affermava il noto scrittore Franz Kafka: “Essere accusato è già una condanna”.

  • A 7 anni dal Morandi in ogni provincia si contano decine di ponti ancora da riparare

    Almeno 33 ponti nella sola provincia di Piacenza sono sotto osservazione e 4 di loro appaiono in condizioni critiche (sul Perino lungo la Provinciale 39 del Cerro, nei comuni di Coli e Travo; sulla linea ferroviaria Milano-Bologna lungo la Provinciale 53 di Muradolo, in comune di Pontenure; il ponte sul Chiavenna sulla Provinciale 587R di Cortemaggiore; sul Trebbia lungo la Provinciale 24 del Brallo nei comuni di Cerignale e Brallo di Pregola).

    Passati ormai 7 anni dal crollo del ponte Morandi a Genova, la rilevazione dei ponti a rischio è ancora in corso in tutte le province italiane e non appare vicina a concludersi. L’avvio del Ponte sullo Stretto aveva addirittura portato il ministero delle Infrastrutture a ipotizzare una riduzione dei fondi che negli anni sono stati messi a disposizione degli enti locali per il monitoraggio della situazione dei ponti e gli interventi di manutenzione, ma la protesta degli stessi enti locali ha indotto il ministero a fare retromarcia.

    Per la messa in sicurezza dei ponti sono stati messi a punti diversi programmi pluriennali di finanziamento, rivolti tanto ai piccoli comuni quanto alle province e ad autostrade, cui gli enti interessati possono accedere tramite apposita domanda. La ricognizione dello stato delle opere e la loro manutenzione ricade infatti nella competenza e nelle responsabilità degli enti sul cui territorio si trovano le opere, mentre il governo – tramite il ministero – funge da finanziatore degli interventi di osservazione e riparazione per i quali venga fatta richiesta. Nel 2022 il governo aveva concordato con gli enti locali (province e città metropolitane) uno stanziamento di 1,4 miliardi per i ponti e viadotti di loro pertinenza, da utilizzare fino al 2029, ma oltre a questo provvedimento sono state adottate anche altre misure a favore dei centri minori. Uno studio del Politecnico di Milano aveva indicato che 1.900 su 61.000 ponti presi in esame necessitassero di interventi di messa in sicurezza.

  • A prescindere

    A prescindere dall’inchiesta che a Milano vede coinvolti settantaquattro esponenti della politica, dell’amministrazione, dell’edilizia, dai costruttori agli arci architetti, da quello che la magistratura potrà eventualmente ancora scoprire e dal giudizio finale della stessa, Milano è diventata una città gravemente snaturata dall’amministrazione Sala.

    Le colate di cemento, l’abbattimento di palazzine ottocentesche, l’incuria del verde, l’indifferenza alla mancanza di aree piantumate, sia come spazi per anziani e bambini che come luoghi utili ad abbassare la temperatura e l’inquinamento la dice lunga su un’amministrazione che, a parole, parlava di ambiente.

    Se anche non ci fossero state mazzette ed altre prebende o irregolarità nelle troppe costruzioni di questi anni, mentre nessuno si è occupato di edilizia popolare o convenzionata o di ristrutturare le tante abitazioni di proprietà pubblica così che le liste di attesa per una casa popolare durano anni, la colata di cemento che è stata realizzata resta a sfregio della città.

    Restano le troppe, spesso inutili e pericolose, piste ciclabili che rendono il traffico sempre più congestionato nonostante i balzelli messi da Sala anche a chi deve rientrare nella propria abitazione che è un vulnus al diritto di proprietà.

    Resta il fatto di aver perso i molti soldi che dava la Commissione europea per creare nuovi parchi e che Sala non ha utilizzato lasciando ad altre città, ad altre nazioni, la possibilità di utilizzare i finanziamenti stanziati per nuove aree verdi a Milano.

    A prescindere da chi ha rubato o solo amministrato male, Milano è diventata una città per ricchi, o stranieri, e per l’effimero mentre droga, delinquenza e povertà avanzano nelle periferie ed in tanti vanno a vivere altrove.

    La città dell’accoglienza e dell’integrazione dove, un tempo, tutti coloro che venivano da fuori si sentivano a casa, oggi è diventata respingente se non si appartiene a certe categorie specifiche.

    La magistratura faccia il suo corso ma, a prescindere, Milano va riportata, con una giunta all’altezza del compito, anche morale, ad essere la città di tutti.

  • Partito il 60% dei cantieri del Pnrr ma la spesa resta ferma al 34%

    Il 60% dei cantieri del Pnrr è avviato o già completato ma la spesa certificata resta ferma al 34%. A evidenziarlo è stata la presidente dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance), Federica Brancaccio, durante l’assemblea pubblica annuale dell’associazione, svoltasi oggi all’Auditorium della Conciliazione, a Roma. “La vera sfida ora è garantire continuità, coordinamento nazionale e certezze per le imprese”, ha affermato Brancaccio. Il Pnrr ha trasformato l’Italia “nel più grande cantiere d’Europa” e rappresenta un modello di gestione da estendere ad altri ambiti, in particolare alle politiche urbane e dell’abitare, oggi ancora troppo frammentate: “Solo su quest’ultimo tema contiamo 40 competenze diverse”, ha affermato. L’assemblea, intitolata “Il tempo giusto”, ha rappresentato un momento di confronto sul futuro delle costruzioni in Italia, con un focus sulle trasformazioni in atto e le opportunità da cogliere in un contesto in continua evoluzione. All’evento sono intervenuti, oltre alla presidente Ance, rappresentanti di primo piano delle istituzioni e dell’economia, tra cui il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, il vicepresidente della Commissione europea, Raffaele Fitto, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, e il presidente Anci, Gaetano Manfredi. Gualtieri ha ringraziato imprese e lavoratori che hanno permesso lo sviluppo dei cantieri nella Capitale. Fitto invece ha precisato che l’impossibilità di spostare la scadenza per i progetti del Pnrr “non è una questione di volontà”.

    “Nel caso in cui dovessimo concedere una proroga, dovremmo cambiare tre diversi regolamenti con il voto non solo di tutti gli Stati membri ma anche di diversi Parlamenti”, ha spiegato Fitto, il quale ha sottolineato che la scelta di non posticipare la scadenza è stata fatta per “partito preso”. Il vicepresidente ha inoltre aggiunto che con il commissario europeo con delega all’Economia, Valdis Dombrovskis, sono stati introdotti alcuni elementi di flessibilità, come la possibilità di rimuovere alcuni progetti dal Pnrr e spostarli sulla programmazione della politica di coesione, permettendo così di estendere la scadenza per la loro realizzazione. Innovazione tecnologica, sostenibilità ambientale e rigenerazione urbana sono stati gli altri temi al centro del dibattito dell’assemblea. L’obiettivo comune: costruire un sistema più efficiente, inclusivo e capace di affrontare le sfide del futuro. “Abbiamo 2.500 imprese coinvolte nei cinque mila cantieri del fondo Opere indifferibili che rischiano di non vedere un euro. Sui ristori del caro materiali mancano all’appello quasi 3 miliardi”, ha avvertito Brancaccio. Il ministro Salvini, dal canto suo, ha fornito i dati aggiornati sulla situazione delle infrastrutture italiane: “Oggi possiamo dire che l’Italia ha in corso investimenti per 204 miliardi di euro. Le opere riguardano ferrovie e strade, infrastrutture idriche, trasporto pubblico locale e case popolari. Parliamo di 1.200 cantieri ferroviari attivi, di cui 700 per nuove opere e 500 per manutenzioni programmate”.

    Per il presidente dell’Associazione nazionale comuni italiani (Anci), Gaetano Manfredi, la certezza finanziaria “è un elemento fondamentale” per la crescita delle città. “Realizzare opere di qualità nei tempi giusti è possibile solo con una programmazione continua e non a singhiozzo. Sono fondamentali la programmazione e il monitoraggio costante. Per programmare serve la certezza dei fondi. Per questo il mio appello al governo è: dobbiamo prepararci al dopo Pnrr. Si scelgano fin da ora le priorità”, ha osservato. “Comuni e Città metropolitane sono diventati attori protagonisti nella realizzazione delle opere pubbliche, dopo anni di difficoltà, nonostante la carenza di personale e le problematiche organizzative”, ha sottolineato Manfredi, annunciando di avere consegnato a Raffaele Fitto “un’Agenda delle Città e dei Comuni, con tanti progetti cantierabili e realizzabili, che possono rappresentare una svolta per il Paese”. “Solo nel 2024 – ha ricordato – i Comuni hanno effettuato spese per investimenti pari a circa 19,1 miliardi di euro. Nel primo quadrimestre del 2025 la spesa è ulteriormente cresciuta. È un dato positivo, perché significa che le risorse si spendono e le opere si realizzano. Crescono in particolare le spese per scuole e impianti sportivi, anche grazie all’effetto del Pnrr”.

  • Turismo in Val Trebbia: valorizzare e rispettare il territorio

    Il piacentino è uno di quei territori italiani che, specie per la città capoluogo, si lamenta di un turismo mordi e fuggi. Il turismo, nonostante le tante iniziative culturali organizzate dalla Banca di Piacenza durante tutto l’anno, non si ferma più di qualche ora o poco di più.

    Sommessamente ricordiamo che, per fare un esempio, la Val Trebbia, definita da Hemingway una delle più belle valli del mondo, continua ad essere deturpata da costruzioni di capannoni bordo strada, anche non lontano dal fiume ed in prossimità del Parco del Trebbia, e da case, casette, villini e villette di poca qualità e prive di aree verdi adeguate così che molti paesi diventano dei veri quartieri dormitorio.

    La cementificazione selvaggia, che tanto Lega Ambiente contrasta, purtroppo poco ascoltata, è uno dei più importati problemi che il piacentino dovrebbe risolvere, facciamo solo un  esempio: la faraonica rotonda, ancora non finita e costata una cifra assurda, costruita alla congiunzione di due strade panoramiche che portano al Castello di Momeliano e al Castello di Rezzanello, forse sarebbe stato meglio aggiustare le varie buche delle strade ed investire sulla conoscenza del territorio coinvolgendo anche imprese locali a partire da quelle vitivinicole.

    In sintesi oggi si riscontra un grande interesse per un turismo fuori dalle aree più conosciute e occorre valorizzare e rispettare il territorio costruendo attività industriali in aree diverse da quelle prettamente turistiche, non cementificare ad oltranza, salvare gli edifici in pietra e mattoni che sono stati abbandonati perché un territorio vale anche per la sua storia architettonica.

    Un problema italiano che diventa sempre più evidente, la cementificazione selvaggia e lo snaturamento del territorio presto saranno irreversibili e tutti ne pagheremo le conseguenze.

  • Il Vicepresidente Fitto ospita il dialogo sull’attuazione dello sviluppo urbano sostenibile nell’ambito della politica di coesione

    Il 24 giugno il Vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto ospiterà a Bruxelles il dialogo sull’attuazione dello sviluppo urbano sostenibile nell’ambito della politica di coesione, che riunirà un gruppo mirato di sindaci per discutere le sfide e condividere approcci efficaci per conseguire uno sviluppo urbano sostenibile.

    L’agenda dell’UE per le città, che sarà presentata in una prossima comunicazione, delineerà un nuovo approccio a sostegno delle aree urbane. L’agenda è tesa a far sì che il sostegno dell’UE raggiunga le città e le comunità che ne hanno più bisogno e sia accessibile a tutti i potenziali beneficiari. Rafforzerà inoltre l’impegno dell’UE a favore dello sviluppo urbano sostenibile, ponendo le esigenze e gli interessi delle città in prima linea nelle future iniziative dell’UE.

    Il dialogo sull’attuazione contribuirà alla preparazione dell’agenda dell’UE per le città, la cui adozione è prevista per la fine del 2025.

    La Presidente von der Leyen ha incaricato tutti i commissari di organizzare due dialoghi sull’attuazione all’anno per allineare l’attuazione alle realtà sul terreno. Per il Vicepresidente esecutivo Fitto si tratta del primo di tali dialoghi.

  • Proteste massicce che stanno mettendo in difficoltà un regime

    I popoli ben governati e contenti non insorgono. Le insurrezioni, le rivoluzioni

    sono la risorsa degli oppressi e degli schiavi e chi le fa nascere sono i tiranni

    Giuseppe Garibaldi

    ‘La corruzione uccide’. Una breve frase che, dai primi giorni del novembre scorso, è diventata lo slogan delle proteste degli studenti in Serbia. Si tratta di quelle proteste iniziate subito dopo che, il 1° novembre, è crollata la tettoia all’ingresso della stazione ferroviaria di Novi Sad, una città che si trova nel nord della Serbia e dove passa anche la ferrovia che collega Budapest con Belgrado. Il crollo della tettoia causò 15 morti e circa 30 feriti.

    Il 3 novembre, due giorni dopo la tragedia, in diverse città della Serbia sono cominciate le proteste. Nella capitale erano alcune centinaia, tra studenti e cittadini, che hanno protestato davanti alla sede del governo, per poi spostarsi al ministero delle Infrastrutture. I manifestanti, gridando che quello di Novi Sad era “un crimine, non una tragedia”, accusavano il governo di appalti truccati, di mancanza della trasparenza dovuta per legge e di corruzione. Gli studenti, che erano la maggior parte dei manifestanti del 3 novembre scorso a Belgrado, chiedevano proprio di desecretare tutti i documenti sull’appalto per la stazione ferroviaria di Novi Sad ed attivare subito un’indagine indipendente sul caso, nonché le dimissioni del primo ministro, del ministro delle Infrastrutture e del sindaco di Novi Sad. I manifestanti, con le loro mani impregnate di vernice rosso sangue, hanno lasciato le loro impronte sulle facciate delle istituzioni prima di disperdersi.

    Da allora gli studenti, ma anche i cittadini, hanno continuato le loro proteste, sempre più massicce. Durante alcune di quelle proteste, che gli studenti chiamo “Blokade” (blocchi, n.d.a.), si mette in atto l’interruzione del traffico proprio alle 11.52, alla stessa ora in cui è crollata la tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad. Il 22 novembre scorso, a Belgrado, gli studenti della facoltà di Arte drammatica hanno protestato negli ambienti della facoltà. Una protesta pacifica quella degli studenti, i quali però sono stati aggrediti da agenti e civili, sostenitori del partito al potere. E nonostante i media non controllati dal regime del presidente serbo abbiano pubblicato i nomi di alcuni degli aggressori civili, nessuno di loro non è stato fermato dalla polizia. Come è successo anche in molti altri precedenti casi, prima della tragedia di Novi Sad, il 1° novembre scorso.

    Bisogna sottolineare che la stazione ferroviaria di Novi Sad è stata ristrutturata, partendo dal 2021, con dei finanziamenti avuti dalla Cina, nell’ambito di quella che è nota come la Belt and Road Initiative (in italiano riconosciuta come la Nuova Via della Seta; n.d.a.). Un programma strategico del governo cinese, reso noto e ufficializzato nel 2013, che finanzia con più di 1000 miliardi di dollari statunitensi molti investimenti infrastrutturali in diversi parti del mondo. Compresa anche l’Europa. Bisogna altresì sottolineare che i lavori di ricostruzione della ferrovia e della stazione di Novi Sad erano stati affidati, dal governo serbo, ad un consorzio di ditte cinesi. Mentre il ministero delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti, in palese violazione della legge in vigore sull’accesso all’informazione, ha respinto le richieste di avere informazioni sulla ricostruzione della stazione di Novi Sad. Invece, nonostante la ristrutturazione della stazione di Novi Sad non fosse ancora finita, nel 2022 la stazione è stata provvisoriamente aperta durante la campagna elettorale di quell’anno. Si trattava di un’attività elettorale del presidente serbo, accompagnato anche dal primo ministro ungherese (gli stessi di oggi), visto che la ferrovia collegava le due rispettive capitali. E subito dopo quell’attività la stazione è stata di nuovo chiusa per finire i lavori in corso. Finalmente la stazione ristrutturata è stata inaugurata e resa finalmente operativa nel luglio scorso.

    Le proteste degli studenti e dei loro professori in Serbia sono continuate durante tutti questi mesi. A loro si sono aggiunti anche moltissimi cittadini, agricoltori con i loro trattori e tanti altri. Il 24 gennaio scorso in Serbia c’è stato un grande sciopero generale, con dei blocchi stradali sia a Belgrado che in altre città serbe. Ed in seguito alle continue proteste, il 28 gennaio scorso il primo ministro serbo ha presentato le sue dimissioni. Lo stesso ha fatto anche il sindaco di Novi Sad. Mentre altri due ministri, quello delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti ed il suo collega del Commercio, si sono dimessi rispettivamente il 4 ed il 20 novembre scorso.

    Il 27 gennaio 2025 gli studenti e tutti i loro sostenitori avevano bloccato per 24 ore una strada molto trafficata della capitale serba. In seguito a quella protesta e sotto la continua pressione delle precedenti proteste degli studenti, il presidente serbo, il 28 gennaio scorso, aveva dichiarato che era pronto “… a parlare con gli studenti; lo scontro non giova a nessuno”. Affermato, altresì, che stava preparando un “ampio e rapido progetto di rimpasto”. Ed era un progetto che prevedeva altri ritiri. Il 28 gennaio, annunciando le sue dimissioni, il primo ministro serbo, nato a Novi Sad e sindaco della città dal 2012 fino al 2022, ha dichiarato che “… come Governo è il momento di essere il più possibile responsabili”. Aggiungendo che “… per diminuire le tensioni fra noi e i manifestanti, ho preso la decisione di fare un passo indietro”. Dimissioni quelle sue che sono state solo una “formalità dovuta”, visto che tuttora non c’è un nuovo primo ministro della Serbia, mentre le dichiarazioni del presidente serbo sono rimaste solo tali, perché nessuna azione concreta è stata compiuta ad oggi.

    Le proteste massicce in Serbia sono continuate anche durante le scorse settimane. L’ultima, in ordine di tempo, è stata quella di sabato scorso a Belgrado. Una protesta chiamata “15 per 15”. Sì, perché è stata  svolta per ricordare le 15 vittime della stazione di Novi Sad proprio il 15 marzo. E come sempre, in tutte le precedenti proteste, i partecipanti hanno osservato 15 minuti di silenzio per ricordare ed onorare le vittime della tragedia del 1° novembre scorso. Secondo le autorità i partecipanti erano poco più di 100.000 persone, mentre per gli organizzatori della protesta, sabato erano scesi in piazza non meno di 275.000 persone. Lo hanno confermato anche fonti mediatiche non controllate dal regime. Erano studenti, insegnanti e professori universitari, cittadini e agricoltori che hanno partecipato alla protesta. Molti di loro, non abitanti di Belgrado, sono arrivati la mattina del 15 marzo nella capitale, marciando a piedi, oppure usando le loro biciclette. Gli studenti che, ormai da più di quattro mesi, sono anche gli organizzatori delle proteste contro il regime del presidente serbo hanno ripresentato sabato scorso le loro quattro richieste. Loro chiedono alle autorità di rendere pubblici tutti i documenti riguardanti la ristrutturazione della stazione ferroviaria di Novi Sad. In più gli studenti chiedono alle strutture competenti di indagare su tutti coloro che sono stati coinvolti in ogni atto aggressivo contro i partecipanti alle proteste e di prendere le dovute misure previste dalle leggi in vigore. La sospensione dell’incriminazione degli studenti arrestati durante le proteste è un’altra richiesta degli studenti. Loro chiedono anche un aumento del 20% dei finanziamenti per l’istruzione superiore.

    Il presidente serbo, dopo la massiccia protesta del 15 marzo scorso, ha dichiarato: “Ora, le autorità devono cogliere il messaggio portato dalle persone che sono arrivate oggi nella capitale”. Aggiungendo: “Dobbiamo cambiare e cambiare tutto ciò che ci circonda”. Compresa anche la possibilità di incontrare i manifestanti e di indire un referendum e nuove elezioni. Ma ha respinto le precedenti proposte per un governo di transizione, con il compito di preparare elezioni anticipate.

    Chi scrive queste righe valuta che le proteste massicce stanno mettendo in difficoltà il regime. Aveva ragione Garibaldi. Sì, i popoli ben governati e contenti non insorgono. Le insurrezioni, le rivoluzioni sono la risorsa degli oppressi e degli schiavi. E chi le fa nascere sono i tiranni.

  • L’azienda italiana Condotte 1880 investirà a Malabo, in Guinea equatoriale

    L’azienda italiana Condotte 1880, con 144 anni di esperienza nel settore delle infrastrutture e dell’ingegneria civile, ha formalizzato la sua presenza in Guinea Equatoriale. Questa decisione, riferisce il sito d’informazione camerunese “EcoMatin”, è stata ratificata il 14 febbraio a Malabo durante un’udienza tra il vicepresidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Nguema Obiang Mangue, e una delegazione di Condotte 1880 guidata dal suo direttore generale, Carlo Calt. L’accordo segna il culmine di un processo iniziato nel 2023, quando il vicepresidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Nguema Obiang Mangue, si recò a Roma per discutere di opportunità di investimento. Un soggiorno durante il quale erano già stati firmati i primi accordi. Per giustificare la scelta della Guinea Equatoriale come base per avviare le proprie attività in Africa, l’azienda sottolinea due fattori importanti: “l’impegno politico del management di Malabo e l’interessante clima imprenditoriale che offre la Guinea Equatoriale”, ha dichiarato Calt.

    Il settore dell’edilizia sociale continua a rappresentare una sfida importante per il Paese africano. Secondo il Centro per il finanziamento di alloggi a prezzi accessibili (Cahf), nel 2000 la Guinea Equatoriale ha avviato un importante programma di costruzione di alloggi sociali, molti dei quali sono ancora incompiuti. Per far fronte a questa situazione, Malabo ha recentemente rafforzato la propria strategia firmando, lo scorso 10 febbraio, un accordo con la società egiziana Arab Contractors per la costruzione di 100 mila unità abitative sociali. L’arrivo di Condotte 1880 darà quindi un nuovo impulso a questa dinamica. L’ingresso di Condotte 1880 in Guinea Equatoriale rientra nella volontà del governo di Malabo di aumentare l’attrattività della propria economia e di diversificare le fonti di crescita, al di là del settore petrolifero, che rappresenta ancora la maggior parte delle entrate del Paese. Fondato nel 1880, Condotte 1880 è uno dei principali attori del settore delle costruzioni, specializzato nella realizzazione di opere civili, idrauliche, industriali e grandi infrastrutture. Presente in una cinquantina di Paesi, l’azienda italiana ha realizzato nel 2023 un fatturato di 1,65 milioni di euro (circa 1,08 miliardi di franchi Cfa).

  • In Italia consumati 20 ettari di suolo al giorno nel 2023

    Complessivamente il consumo di suolo in Italia nel 2023 rimane ancora elevato (anche se con una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente) e continua ad avanzare al ritmo di circa 20 ettari al giorno, ricoprendo durante l’anno altri 7250 ettari di terreno (una superficie estesa come tutti gli edifici di Torino, Bologna e Firenze). E’ quanto emerge dal Rapporto Ispra 2024 “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”. A livello regionale gli incrementi maggiori, espressi in ettari, per l’ultimo anno si sono verificati nelle regioni Veneto (+891 ettari), Emilia-Romagna (+815 ettari), Lombardia (+780 ettari), Campania (+643 ettari) e Piemonte (+553 ettari). Solo Valle d’Aosta (+17 ettari) e Liguria (+28 ettari) hanno contenuto il suo consumo al di sotto di 50 ettari, mentre il Molise, supera di poco tale soglia. Il consumo di suolo secondo l’Ispra non è solo un problema ambientale, ma anche economico: nel 2023 la riduzione dell’“effetto spugna”, ossia la capacità del terreno di assorbire e trattenere l’acqua e regolare il ciclo idrologico, secondo le stime, costa al Paese oltre 400 milioni di euro all’anno.

    Un “caro suolo” che si affianca agli altri costi causati dalla perdita dei servizi ecosistemici dovuti alla diminuzione della qualità dell’habitat, alla perdita della produzione agricola, allo stoccaggio di carbonio o alla regolazione del clima. Per effetto del progressivo consumo di suolo in Italia avvenuto nel corso degli anni adesso complessivamente le coperture artificiali coprono ben il 7,16% dell’intero territorio nazionale.

    A livello regionale i valori percentuali più elevati sono quelli della Lombardia (12,19%), del Veneto (11,86%) e della Campania (10,57%). Alle prime tre, seguono Emilia-Romagna, Puglia, Lazio, Friuli-Venezia Giulia e Liguria, con valori sopra la media nazionale e compresi tra il 7 e il 9%, mentre in 15 regioni superano il 5% e la Valle d’Aosta rimane la regione con la percentuale più bassa (2,16%). La Lombardia detiene il primato anche in termini assoluti, con oltre 290mila ettari del suo territorio coperto artificialmente (il 13,5% delle aree artificiali italiane è in questa regione), contro gli appena 7.000 ettari della Valle d’Aosta. In Italia la cementificazione mette in pericolo non solo la produzione alimentare, ma anche la stabilità del territorio, a rischio dissesto e desertificazione, con le coperture artificiali che rendono sempre più devastanti gli effetti dei cambiamenti climatici. Una perdita di terreni fertili dolorosa dovuta alla nascita di nuovi edifici, strutture commerciali oltre all’installazione selvaggia di pannelli fotovoltaici a terra.

    Coldiretti ritiene a tal proposito essenziale in tale ottica accelerare sull’approvazione della legge sul consumo di suolo che giace da anni in Parlamento e che potrebbe dotare l’Italia di uno strumento all’avanguardia, consentendo ancora una volta al nostro Paese di fare da apripista in Europa, come già accaduto per la carne sintetica e l’etichetta d’origine.

    A livello nazionale risultano occupati da impianti fotovoltaici a terra 17.907 ettari secondo l’Ispra. L’installazione di impianti fotovoltaici a terra, in base a una stima Ismea, ha coinvolto solo nel 2023 poco meno di 400 ettari durante l’anno, seppure con una diversa intensità territoriale. Il Veneto, con poco più del 17% del totale, apre la classifica regionale, seguito da Piemonte e Sicilia, con circa il 14% ciascuno, e da Lazio e Sardegna con quote rispettivamente dell’11,5% e dell’11%. Più ridotto l’effetto “covering” da fotovoltaico in Puglia, con poco più del 2% dei 400 ettari nazionali, e soprattutto in Umbria, Marche, Toscana e Campania (ciascuna con 1% circa di quota), nessun contributo, invece, da Trentino-Alto Adige, Val d’Aosta, Liguria, Molise e Calabria. Il fenomeno ha interessato per il 51% aree rurali con agricoltura di tipo intensivo, collocate in prevalenza in territori di pianura e collina, il cui impatto sul piano economico e produttivo è significativamente maggiore rispetto ad altri contesti. Un altro 28% ricade in ambiti classificati “intermedi”, il 13% in aree interne con problemi di sviluppo, soggette anche a fenomeni di spopolamento, e solo l’8% in aree urbane e periurbane. Al Centro-Nord il 95% delle superfici agricole dirottate sul fotovoltaico riguarda i seminativi, contro il 77% del Mezzogiorno. Al Sud e nelle Isole si osserva un significativo coinvolgimento anche delle colture permanenti (20%), con un quinto dei terreni agricoli disimpegnati per fare posto ai pannelli solari situato in zone montane o pedemontane.

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