Dati

  • La Commissione constata che TikTok e Meta violano i loro obblighi di trasparenza

    La Commissione europea ha constatato in via preliminare che sia TikTok che Meta hanno violato l’obbligo di concedere ai ricercatori un accesso adeguato ai dati pubblici ai sensi della legge sui servizi digitali. La Commissione ha inoltre constatato in via preliminare che Meta, sia per Instagram che per Facebook, ha violato l’obbligo di fornire agli utenti semplici meccanismi per notificare i contenuti illegali e di consentire loro di contestare efficacemente le decisioni di moderazione dei contenuti.

    Facebook, Instagram e TikTok hanno ora la possibilità di esaminare i documenti contenuti nei fascicoli di indagine della Commissione e di rispondere per iscritto alle risultanze preliminari della Commissione. Le piattaforme possono adottare misure per porre rimedio alle violazioni. Se il parere della Commissione è confermato, la Commissione può emettere una decisione di non conformità, che può infliggere un’ammenda fino al 6% del fatturato mondiale totale annuo del fornitore. La Commissione può anche imporre penalità di mora per costringere una piattaforma a conformarsi.

  • Il boomerang delle tecnologie: favoriscono gli incontri ma possono rovinare la reputazione

    La tecnologia può favorire relazioni e sesso, come dimostra il fiorente mercato delle app di dating. Ma può anche rovinare relazioni e sesso, come è emerso chiaramente alcuni mesi fa col caso della coppia clandestina così poco furba invero da farsi beccare da una kiss cam a un concerto.

    Come è stato evidenziato nel caso di quella coppia clandestina, in eventi pubblici come un concerto non si può invocare la stessa privacy che si può invocare a casa propria. Ma il fatto è che le tecnologie pongono un problema più profondo in tema di privacy. Nel 2010 il fondatore di Facebook Zuckerberg, aveva dichiarato che la riservatezza dei dati personali «non è più una norma sociale» e oggi Guido Scorza, componente del Garante italiano per la Privacy, rileva che ormai «siamo tutti un po’ personaggi pubblici, è fuor di dubbio. Non solo per il tema della riconoscibilità facciale, ma anche perché ormai condividiamo tantissimo (vacanze, figli, ecc.), cose che un tempo si sapevano solo dei Vip». Occorre però distinguere tra casi in cui la diffusione di immagini o altro riguardo la propria vita privata è almeno in parte riconducibile a colpa di chi di quella diffusione resta vittima (come il caso degli amanti al concerto) e casi in cui la diffusione è operata a totale insaputa e senza alcun concorso da parte di chi viene colto in momenti privati. E occorre altresì distinguere tra momenti in cui si è nella propria totale sfera privata e momenti in cui non lo si è (sul lavoro, anzitutto).

    In Europa il GDPR stabilisce che il trattamento dei dati personali deve basarsi su una chiara base giuridica, e i dati raccolti devono essere pertinenti, limitati a quanto necessario e utilizzati esclusivamente per scopi determinati. L’uso del contenuto di un video girato a fini ludici (come una kiss-cam) per finalità disciplinari o reputazionali violerebbe non solo la normativa privacy, ma anche i principi di buona fede contrattuale e riservatezza. Nel nostro Paese poi la giurisprudenza è decisamente orientata nel negare l’utilizzo di prove acquisite in violazione della privacy per procedimenti disciplinari: due colleghi e amanti beccati a un concerto non potrebbero insomma essere licenziati, come invece è accaduto ai protagonisti dell’episodio del concerto (negli Usa, dove l’episodio è avvenuto, le regole in tema di privacy sono meno rigide) e qualora un datore di lavoro, basasse un provvedimento su immagini virali diffuse senza consenso, rischierebbe sanzioni del Garante, impugnazioni giudiziarie e anche richieste risarcitorie da parte del dipendente.

    Resta tuttavia un problema sociale. Come un processo macchia la reputazione di chi lo deve affrontare, anche qualora ne esca pienamente assolto, così la diffusione di immagini provoca gossip e una fama non ricercata che non può essere sanzionata, anche in assenza di reazioni non consentite da parte del datore di lavoro e anche qualora la diffusione stessa sia in parte colpa di chi ne è rimasto vittima: se marito o moglie hanno diritto di contestare il tradimento, fin dove possono spingersi terze persone nel rilanciare immagini altrui o nel commentare o prendere posizione rispetto ai protagonisti di quelle immagini? Chi fosse indotto a dimettersi sulla base di immagini relative a suoi comportamenti privati in sé non illegali (come una relazione clandestina con un/a collega) può essere scartato/a a un colloquio di lavoro solo per via di quelle immagini?

  • L’intelligenza artificiale si nutre di schiavi umani

    In un articolo pubblicato già nel 2023 Chiara Zappa ha messo in luce la faccia oscura dell’intelligenza artificiale. Ecco cosa ha scritto.

    ‘Una recente inchiesta di Time ha rivelato che OpenAI ha sfruttato, per perfezionare il suo prodotto, la manodopera dei dipendenti di una società kenyana, pagati con stipendi da fame per sottoporsi a ore di lavoro psicologicamente usurante. L’acronimo “Gpt”, infatti, sta per “Generative pretrained transformer”, letteralmente “Trasformatore preaddestrato generativo”: in pratica, queste “menti digitali”, per funzionare, devono appunto essere prima addestrate, e per la precisione nutrite di enormi quantità di testi reperiti a caso nella grande rete di internet, vasto deposito di linguaggio umano. Ma poiché molti di questi contenuti sono “tossici” – ovvero violenti, razzisti e pieni di pregiudizi – dai primi test è emerso come l’intelligenza artificiale assorbisse questa tossicità e la riproponesse poi nei colloqui con gli utenti. Come ovviare all’inconveniente? Siccome anche un team di centinaia di umani avrebbe impiegato decenni per esaminare e “ripulire” manualmente tutti i set di dati da dare in pasto ai software, era necessario costruire un ulteriore sistema di intelligenza artificiale in grado di rilevare un linguaggio tossico, per esempio l’incitamento all’odio, per poi rimuoverlo dalle piattaforme. In pratica, bisognava alimentare un’AI con esempi etichettati di violenza, pregiudizi, abusi sessuali, per insegnarle a riconoscerli da sola e, una volta integrata nel chatbot, a filtrare le risposte all’utente, rendendole eticamente più ortodosse. Così – ha rivelato Time – dal novembre 2021 OpenAI ha inviato decine di migliaia di frammenti di testo, che per i suoi contenuti raccapriccianti «sembravano usciti dai recessi più oscuri di internet», a una società di outsourcing in Kenya, dove alcune decine di etichettatori di dati leggevano e catalogavano centinaia di brani, su turni di nove ore, per un compenso compreso tra circa 1,32 e 2 dollari all’ora. Alcuni di loro hanno dichiarato di essere rimasti mentalmente segnati dalla mansione, con traumi e visioni ricorrenti legate ai contenuti esaminati. Mesi dopo, queste criticità avrebbero portato alla chiusura anticipata dei rapporti tra OpenAI e Sama, l’azienda appaltatrice, che ha sede in California ma impiega lavoratori anche in Uganda e India per clienti della Silicon Valley come Google, Meta e Microsoft. Nel frattempo, però, nel febbraio dell’anno scorso Sama aveva fatto partire un altro progetto pilota per OpenAI: raccogliere immagini sessuali e violente, alcune delle quali illegali per la legge statunitense, da etichettare e consegnare al committente. D’altra parte – ha dichiarato poi un portavoce di OpenAI – questo è «un passo necessario» per rendere più sicuri i suoi strumenti di intelligenza artificiale (tra cui figurano appunto quelli per la generazione di immagini). Alla fine, la natura traumatica del lavoro ha spinto Sama a cancellare tutti i suoi contratti con il colosso di San Francisco otto mesi prima del previsto. Ma la vicenda ha rappresentato un campanello d’allarme sul rovescio della medaglia di una tecnologia all’apparenza sinonimo di progresso per tutti e che invece, in alcune aree del mondo, va a braccetto con le più reiterate forme di sfruttamento. «Nonostante il ruolo fondamentale svolto da questi professionisti dell’arricchimento dei dati, un numero crescente di ricerche rivela le precarie condizioni di lavoro che essi devono affrontare», ha ammesso la Partnership on AI, rete di organizzazioni che operano nel settore. A Nairobi, dove un altro recente scandalo ha rivelato il caso dei locali moderatori di contenuti per Facebook, pagati un dollaro e mezzo all’ora per visualizzare scene di esecuzioni, stupri e abusi, l’analista politica Nanjala Nyabola è stata ancora più diretta: «Dovrebbe essere ormai chiaro che il nostro attuale paradigma di digitalizzazione ha un problema di lavoro – ha dichiarato -. Stiamo passando dall’ideale di un internet costruito attorno a comunità di interessi condivisi, a uno dominato dalle prerogative commerciali di una manciata di aziende situate in specifiche aree geografiche». Per Nyabola, autrice tra l’altro del libro “Digital Democracy, Analogue Politics” (Zed Books), «una massa critica di manodopera sottopagata viene reclutata nelle condizioni legalmente più deboli per sostenere l’illusione di un internet migliore. Ma questo modello lascia miliardi di persone vulnerabili a una miriade di forme di sfruttamento sociale ed economico, il cui impatto non comprendiamo ancora appieno». Una studiosa che queste dinamiche le ha, invece, ben chiare già da un po’ è Timnit Gebru, ingegnera informatica che nel dicembre 2020 è stata al centro di un caso per la sua improvvisa uscita da Google a Mountain View, dove lavorava come co-responsabile del gruppo di studio sull’etica dell’intelligenza artificiale. Gebru, che due anni prima aveva anche collaborato a uno storico studio sui pregiudizi razziali e di genere nel software di riconoscimento facciale, aveva infatti stilato un documento che evidenziava rischi e pregiudizi nei modelli linguistici di grandi dimensioni. Di fronte al suo rifiuto di ritirare il testo prima della pubblicazione, Google la licenziò in tronco. Oggi, la tenace scienziata 39enne ha deciso di provare a cambiare il settore nel suo nuovo ruolo di fondatrice del Dair, Distributed Artificial Intelligence Research Institute, che opera con ricercatori esperti di AI in tutto il mondo. «Le mansioni di etichettatura dei dati vengono spesso svolte lontano dal quartier generale della Silicon Valley: dal Venezuela, dove i lavoratori visionano immagini per migliorare l’efficienza dei veicoli a guida autonoma, alla Bulgaria, dove i rifugiati siriani alimentano i sistemi di riconoscimento facciale con i selfie classificati in base a razza, sesso e categorie di età. Questi compiti sono spesso affidati a lavoratori precari in Paesi come l’India, il Kenya, le Filippine o il Messico», rivela Gebru in un recente saggio scritto per la rivista Noema insieme ad Adrienne Williams e Milagros Miceli, che ha operato a stretto contatto con gli annotatori di dati in Siria, Bulgaria e Argentina. «Le aziende tecnologiche – denunciano le tre ricercatrici – si assicurano di assumere soggetti provenienti da comunità povere e svantaggiate, come rifugiati, carcerati e altre persone con poche opzioni di lavoro, spesso assumendole tramite aziende terze». Per cambiare rotta è necessario finanziare la ricerca sull’AI «sia come causa sia come prodotto di condizioni di lavoro ingiuste». I guru della tecnologia, ma anche i media, hanno oggi la responsabilità di mettere in luce il lavoro sfruttato dietro l’illusione di macchine sempre più simili agli esseri umani. Perché «queste macchine sono costruite da eserciti di lavoratori sottopagati in tutto il mondo». Che hanno il diritto di essere tutelati’.

  • L’UE avvia una banca dati europea delle vulnerabilità per rafforzare la sicurezza digitale

    La Commissione europea ha approvato l’avvio della banca dati europea delle vulnerabilità (EUVD) da parte dell’Agenzia dell’UE per la cibersicurezza (ENISA). La banca dati rafforzerà la sicurezza digitale dell’Europa. Aiuterà a soddisfare le prescrizioni in materia di gestione della catena di approvvigionamento e delle vulnerabilità previste dalla direttiva NIS2, che migliora la cibersicurezza per settori critici quali energia, trasporti e salute. Sosterrà inoltre l’attuazione del regolamento sulla ciberresilienza, garantendo che i prodotti con elementi digitali, quali software e dispositivi intelligenti, siano protetti dalle minacce informatiche.

    La banca dati raccoglie informazioni sulle vulnerabilità da fonti affidabili, migliorando la conoscenza situazionale e proteggendo l’infrastruttura digitale da potenziali minacce. Offre inoltre strumenti fondamentali per le parti interessate dei settori pubblico e privato, comprese le autorità nazionali e i ricercatori, per navigare in sicurezza nello spazio digitale. Questa iniziativa sostiene l’impegno dell’UE a rafforzare la sovranità tecnologica, fornendo risorse affidabili per gestire e attenuare i rischi per la cibersicurezza in tutti i prodotti e i servizi delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

  • Due errori non fanno una ragione

    Ha certamente ragione Giorgia Meloni quando, durante la conferenza stampa di inizio anno, rispondendo ad una domanda su Musk, sottolinea la pericolosità di Soros.

    Le persone che, con le loro ricchezze, il loro potere, le loro attività, possono influenzare milioni di altre persone sono sempre pericolose ma, ovviamente, la pericolosità aumenta quando una di queste persone ha anche un potere politico e perciò può, politicamente, economicamente, culturalmente, influenzare parti considerevoli proprio della politica e della società.

    Come è noto nel mondo vi sono alcuni che detengono ricchezze smisurate e nei regimi, come in Russia o in Cina, questi sono sodali del loro presidente il quale può anche eliminarli, fisicamente o con la detenzione, quando, per i più diversi motivi e specifici interessi, ritiene di poterne fare a meno.

    Noi viviamo in sistemi, per ora, ancora democratici perciò l’influenza, nelle questioni interne di uno stato, di personaggi di grande rilievo e potere come Soros e Musk devono farci riflettere e portarci a scelte che non possano, in alcuni modo, pregiudicare la libertà del nostro presente e del nostro futuro.

    Vi è però una differenza, tra Musk e Soros, sostanziale, Soros finanzia lautamente e da tempo una parte politica, Musk fa politica in prima persona e dispone, con le sue aziende, di mezzi per controllare informazioni e dati sensibili, sia in tempo di pace che di guerra, sia sulla terra che nello spazio.

    Sono entrambi pericolosi per la democrazia e dato che “due errori non fanno mai una ragione” entrambi non dovrebbero poter tirare le fila della politica degli Stati e, di conseguenza, della vita dei singoli cittadini né godere della simpatia o della, più o meno consapevole, acquiescenza di chi, ad ogni livello, si occupa della cosa pubblica.

  • Quadro UE-USA per la protezione dei dati personali: le autorità statunitensi ne hanno messo in atto gli elementi costitutivi

    La Commissione ha pubblicato una relazione a seguito del primo riesame della decisione di adeguatezza relativa al quadro UE-USA per la protezione dei dati personali (DPF) trasferiti dall’Unione europea a organizzazioni negli Stati Uniti.

    Sulla base delle informazioni raccolte durante il riesame, la Commissione conclude che le autorità statunitensi hanno messo in atto tutti gli elementi costitutivi del quadro. Ciò comprende l’attuazione di garanzie per limitare l’accesso ai dati personali da parte delle autorità di intelligence statunitensi a quanto necessario e proporzionato per proteggere la sicurezza nazionale, e l’istituzione di un meccanismo di ricorso indipendente e imparziale. La relazione contiene inoltre una serie di raccomandazioni volte a garantire che il quadro continui a funzionare efficacemente, compresa l’elaborazione di orientamenti comuni, da parte delle autorità statunitensi e dell’UE, sugli obblighi fondamentali collegati a tale regime. La Commissione continuerà a monitorare gli sviluppi e riferirà periodicamente sul funzionamento del quadro.

    Il riesame si basa sui contributi di un’ampia gamma di attori, tra cui organizzazioni della società civile, associazioni di categoria, autorità dell’UE per la protezione dei dati e autorità statunitensi coinvolte nell’attuazione del quadro, nonché sui riscontri forniti dal grande pubblico mediante il portale “Di’ la tua”.

  • La Commissione richiede informazioni sui rischi dell’IA generativa a sei piattaforme e due motori di ricerca online

    La Commissione ha formalmente inviato a Bing e Google Search (motori di ricerca online di dimensioni molto grandi), e a Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok, X e YouTube (piattaforme online di dimensioni molto grandi) richieste di informazioni riguardo alle loro misure di mitigazione dei rischi relativi all’IA generativa, tra cui la diffusione virale di deepfake, le cosiddette “allucinazioni” in cui l’IA fornisce informazioni false e la manipolazione automatizzata di servizi che possono fuorviare gli elettori.

    La Commissione richiede inoltre informazioni e documenti interni sulla valutazione dei rischi e sulle misure di mitigazione relative all’impatto dell’IA generativa su processi elettorali, diffusione di contenuti illegali, tutela dei diritti fondamentali, violenza di genere, tutela dei minori, benessere mentale, protezione dei dati personali, protezione dei consumatori e proprietà intellettuale. Tali questioni riguardano sia la diffusione sia la creazione di contenuti di IA generativa.

    Le aziende interessate sono tenute a fornire alla Commissione le informazioni richieste entro il 5 aprile 2024 per le questioni legate alla protezione delle elezioni ed entro il 26 aprile 2024 per le questioni rimanenti.

  • Secondo il “Washington Post” la Cina ha sfruttato la pandemia per raccogliere dati genetici a livello mondiale

    Le agenzie d’intelligence occidentali temono che la Cina abbia sfruttato la pandemia di Covid-19 per raccogliere una vasta mole di dati sul genoma umano a livello mondiale, da sfruttare per ottenere un vantaggio nella “corsa alle armi genetica” con gli Stati Uniti. Lo scrive il Washington Post, che ricorda come durante la pandemia Pechino abbia inviato aiuti a numerosi Paesi sotto forma dei sofisticati laboratori portatili di analisi genetica “Fire-Eye”. Il primo Paese a ricevere uno di questi laboratori, alla fine del 2021, fu la Serbia. Oltre a rilevare le infezioni da coronavirus tramite l’analisi di frammenti del virus, il laboratorio portatile sviluppato dalla Cina è in grado di svolgere complesse analisi del genoma umano, come vantato dai suoi sviluppatori: per questa ragione, l’arrivo di un esemplare del laboratorio Fire-Eye venne accolto con entusiasmo dalle autorità di Belgrado, che vantarono in quell’occasione di disporre “del più avanzato sistema di medicina e generica di precisione nella regione”.

    Nel corso della pandemia, Pechino ha donato o venduto laboratori analoghi a numerosi altri Paesi, e ora, secondo il WP, diversi analisti sospettano che la generosità della Cina sia parte di un tentativo di attingere a nuove fonti di dati genetici umani di alto valore in tutto il mondo. Si tratterebbe di uno sforzo intrapreso da Pechino da oltre un decennio ricorrendo a diversi metodi, che includerebbero anche l’acquisizione di società statunitensi del settore e una serie di operazioni di pirateria informatica. La pandemia avrebbe offerto ad aziende e istituti cinesi l’opportunità di distribuire strumenti per il sequenziamento del Dna umano in aree del Globo dove in precedenza Pechino aveva accesso limitato o nullo. I laboratori Fire-Eye si sono diffusi infatti in almeno quattro continenti e in più di 20 Paesi, inclusi Canada, Lituania, Arabia Saudita, Etiopia, Sudafrica e Australia. In diversi Paesi, come la già citata Serbia, i laboratori portatili si sono trasformati in centri di analisi genetica permanenti.

    Liu Pengyu, un portavoce dell’ambasciata cinese a Washington, interpellato dal Washington Post ha negato categoricamente che Pechino possa aver avuto accesso ai dati genetici raccolti dai laboratori di sua produzione, evidenziando che oltre ad assistere i Paesi beneficiari nel contrasto alla pandemia, i laboratori donati e venduti dalla Cina stanno fornendo assistenza cruciale nello screening di altre malattie, incluso il tumore. L’azienda con sede a Shenzhen che produce i Fire-Eye, Bgi Group, sostiene di non avere accesso ai dati raccolti dai suoi laboratori portatili. Fonti statunitensi consultate dal quotidiano affermano però che Bgi sia stata selezionata da Pechino per edificare e gestire la China National GeneBank, un vasto archivio governativo dei dati genetici raccolti dalla Cina, che includerebbe già dati e profili genomici di milioni di individui di tutto il mondo. Lo scorso anno il Pentagono ha inserito Bgi nella lista delle “aziende militari cinesi” operanti negli Stati Uniti, e nel 2021 l’intelligence Usa ha stabilito che l’azienda sia legata allo sforzo globale del governo cinese teso a ottenere informazioni sul genoma umano a livello mondiale, anche negli Stati Uniti.

  • Internet riesce a conoscerci meglio di quanto noi conosciamo noi stessi

    Ognuno di noi ha gusti e preferenze e agisce in base ad essi quando compie le sue scelte. Internet, come ha da tempo avvisato il sociologo Derrick De Kerckhove, è in grado di ricostruire questo procedimento selettivo, che è ampiamente inconscio, semplicemente registrando nel tempo cosa facciamo sul web: quali profili social guardiamo, quali ricerche facciamo attraverso Google. E’ il meccanismo, ormai noto a tutti (o quasi), fondato sulla potenza di calcolo degli algoritmi, che sono in grado di profilarci con sempre maggior precisione quanti più dati registrano su di noi, man mano che noi gli forniamo quei dati accedendo al web. Di per sé il meccanismo è pienamente lecito: siamo noi che accediamo liberamente alla rete, nessuno ci obbliga a farlo, e nessuno ci obbliga a seguire i suggerimenti (si tratti di pubblicità di prodotti piuttosto che di appelli o inviti a carattere politico elettorale) che vengono predisposti su misura per noi sulla base dei dati raccolti circa i nostri gusti. Il web non è uno Stato e non può imporci nulla.

    Internet insomma riesce ad avere un’idea di noi forse anche più chiara di quella che noi stessi abbiamo, visto appunto che noi conosciamo i nostri gusti ma fatichiamo a renderci conto di quanto questi ci orientino, inconsciamente appunto, anche solo quando digitiamo la parola o l’insieme di parole per chiedere a Google o ad Alexa o a Siri di fare una ricerca di nostro interesse. Noi questi gesti li facciamo pressoché istintivamente, gli algoritmi li registrano e ci ragionano sopra per associarli e trovare un comun denominatore tra di loro (comun denominatore che è rappresentato appunto dalla nostra personalità).

    Va da sé, però che – come sottolinea De Kerchkove, che questi dati possono finire in mano a persone che ne possono fare un uso illegale: sapendo tutto di noi, possono tracciare un profilo sulle nostra personalità, in termini di orientamenti politici, sessuali e quant’altro, quale le norme sulla privacy e contro la discriminazione vietano di tracciare, tanto a un datore di lavoro quanto alla pubblica amministrazione.

  • Sbloccare il potenziale dei dati sugli appalti pubblici dell’UE

    Insieme alla sua comunicazione sui 30 anni del mercato unico, la Commissione rivela il piano per costruire uno spazio europeo di dati sugli appalti pubblici. Il piano descrive l’architettura di base, l’insieme degli strumenti di analisi da attuare entro la metà del 2023 e i dati sugli appalti pubblicati a livello europeo da rendere disponibili nel sistema per quella scadenza. Entro la fine del 2024 tutti i portali di pubblicazione nazionali aderenti dovranno essere connessi, i dati storici pubblicati a livello europeo dovranno essere integrati e l’insieme degli strumenti di analisi dovrà essere ampliato.

    Lo spazio di dati sugli appalti pubblici riunirà dati sulle gare d’appalto, dalla preparazione all’esito. Attualmente tali dati sono sparsi in formati diversi e a diversi livelli, ovvero europeo e nazionale. Lo spazio di dati fornirà un nuovo quadro di informazioni grazie a un insieme di strumenti analitici all’avanguardia, che include tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, come l’apprendimento automatico e l’elaborazione del linguaggio naturale. Tutto ciò permetterà spese pubbliche più mirate e trasparenti, migliorerà l’accesso alle gare d’appalto per le aziende, in particolare le piccole e medie imprese, e potenzierà l’elaborazione di politiche basate sui dati. Queste tecnologie aiuteranno inoltre gli acquirenti pubblici e le imprese a migliorare le loro strategie di investimento e di offerta, e forniranno a tutte le parti interessate una maggiore trasparenza e un miglior rapporto qualità-prezzo.
    Il settore pubblico, che in tutta l’UE vale più di 2 miliardi di euro all’anno, vale a dire quasi il 13,6% del PIL dell’Unione, dovrebbe fare la sua parte nel sostenere le industrie verdi. Lo spazio di dati sugli appalti pubblici permetterà alle autorità pubbliche di condividere le migliori prassi anche per un uso più mirato dei fondi pubblici a favore delle industrie verdi.

    Come sottolineato nella relazione annuale sul mercato unico 2023, sfruttare il potenziale dei dati è essenziale per far sì che il mercato unico realizzi appieno il suo potenziale in termini di sostegno alla resilienza e alla competitività dell’economia europea.

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