Dazi

  • US moves against intel-linked Chinese tech companies

    The US is considering blacklisting the Chinese technology company Hikvision – a world leader in video surveillance products that include artificial intelligence, speech monitoring and genetic testing which broadens the capacity for facial and body traits recognition -after the Commerce Department brought forth foreign and human rights considerations to the House Armed Services and Intelligence Committees.
    Hikvision supplies surveillance cameras that the Chinese government uses in the Muslim-majority Xinjiang region, where more than 3 million ethnic Uyghurs, a Turkic-speaking Muslim people, are being rounded up by the Chinese Communist Party and thrown into reeducation camps.
    Washington could invoke the Magnitsky Act, which allows the US to sanction government officials implicated in human rights abuses, high-ranking officials such as Chen Quanguo, Xinjiang’s Communist Party head since August 2016.
    The technology developed by Hikvision is being exported to nations that seek a surveillance capacity similar to the what is employed by China’s secret police, including Ecuador, Pakistan, Uzbekistan, Zimbabwe, and the United Arab Emirates. Hikvision employs 34,000 staff worldwide and has also taken major contracts such as the Beijing Olympics, the Brazilian World Cup, and the Linate Airport in Milan. Since 2019, Congress has banned the use of Hikvision technology by federal agencies.
    US Secretary of State Mike Pompeo referred to Chinese surveillance capacity as “stuff reminiscent of the 1930s” and undermines US national security. The White House is campaigning to limit Chinese access to advanced American technology. The Department of Commerce is drawing up new regulations to restrict US exports of 14 advanced technologies, including robotics and quantum computing.
    Chinese companies spend billions in buying products from US companies and the move could hurt companies such as Qualcomm and Intel. Washington gives Huawei 90-day reprieve
    The Commerce Department issued a 90-day reprieve on their ban on dealing with Huawei. This will give the Chinese tech giant a temporary license to deal with US companies for a temporary transition period.
    “The Temporary General Licence grants operators time to make other arrangements and (gives) the Department space to determine the appropriate long-term measures for Americans and foreign telecommunications providers that currently rely on Huawei equipment for critical services,” said Secretary of Commerce Wilbur Ross.
    The delay does not change the ban imposed by the White House, which was based on national security grounds. US intelligence believes Huawei is backed by the Chinese military and its equipment provide Beijing’s intelligence services and serves as a backdoor into the communications networks of rival countries.
    Washington has applied pressure on its European allies – the second biggest market for Huawei after China – to ban the company from procurement for the development of 5G infrastructure.
    Google has already announced that it would restrict Huawei’s access to the Android operating software, a move that will be followed by US semiconductor manufacturers Intel, Broadcom, Qualcomm, Micron, and Cypress.
    The founder of Huawei, Ren Zhengfei, said Huawei was “very grateful” to US companies that were instrumental in building up the company, while also underscoring that the Chinese behemoth was instrumental in the growth of Android around the world.
    Huawei’s rival, ZTE, maybe in a worse position to deal with the disruption of supply in semiconductors as it produces none of its own. France will not exclude Huawei from 5G network development. France’s Finance Minister Bruno Le Maire said that any decision for the development of 5G network infrastructure will be based on security and performance considerations and that Huawei would be excluded in principle.
    “We will make decisions based on the technological interest and strategic security of our networks,” Le Maire said, while adding that it is not certain Huawei had the best technology in the sector, as Sweden’s Ericsson “is also competing for the same procurement contracts”.
    This echoed a statement by French President Emmanuel Macron, who appears to be steering France towards a collision course with the US government despite warnings that French telecoms would be at risk of being infiltrated by Chinese intelligence, France’s national regulatory authority for electronic communications, ARCEP, has instead opted to press forward as it does not want to delay the rollout of 5G infrastructure beyond 2020.

  • Coldiretti spaventata dai dazi di Trump

    Coldiretti e Filiera Italia lamentano che i dazi (per 11miliardi di dollari) che gli Usa meditano di introdurre nei confronti dell’Unione Europea comprendono anche importanti prodotti agricoli e alimentari di interesse nazionale come i vini, tra i quali il Prosecco ed il Marsala, formaggi, ma anche l’olio di oliva, gli agrumi, l’uva, le marmellate, i succhi di frutta, l’acqua e i superalcolici tra gli alimentari e le bevande colpite.

    Nel mirino di Donald Trump in particolare è finita, secondo Coldiretti e Filiera Italia, circa la metà (50%) degli alimentari e delle bevande Made in Italy protagoniste di Tuttofood, la World Food Exibition alla Fiera di Milano dal 6 al 9 maggio.

    Gli Usa, ricorda lo studio di Filiera Italia e Coldiretti, sono il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari. Se con un valore delle esportazioni di 1,5 miliardi di euro nel 2018 il vino è il prodotto Made in Italy più colpito, in pericolo ci sono anche altri prodotti simbolo dell’agroalimentare nazionale a partire dall’olio di oliva con le esportazioni che nel 2018 sono state pari a 436 milioni, ma ad essere minacciati sono anche i formaggi italiani che valgono 273 milioni. E’ il caso del Pecorino Romano con gli Usa che rappresentano circa i 2/3 del totale export mentre per Grana Padano e Parmigiano Reggiano gli Usa sono il secondo paese per importanza, dopo la Germania.

  • Dazi ed etichette fanno impennare le quotazioni del riso italiano

    A un anno dall’entrata in vigore dell’obbligo di indicare in etichetta l’origine del riso aumentano fino al 75% le quotazioni dei raccolti Made in Italy rilevate da una analisi della Coldiretti (che ha fortemente sostenuto la nuova normativa sull’obbligo di indicare la provenienza in etichetta entrata in vigore nel febbraio 2018). Secondo lo studio, le quotazioni nell’arco di un anno sono aumentate del 70% per la varietà Arborio che ha raggiunto i 520 euro a tonnellata, mentre per il Selenio l’incremento è stato addirittura del 75% con 490 euro a tonnellata. Variazioni positive anche per tutti gli altri risi Made in Italy: dal Roma +54% al Sant’Andrea +49%, dal Carnaroli + 55% al Vialone Nano +32% fino al Lungo B +20%.

    L’indicazione in etichetta dell’origine per il riso deve riportare le diciture “Paese di coltivazione del riso”, “Paese di lavorazione” e “Paese di confezionamento”. Qualora le fasi di coltivazione, lavorazione e confezionamento del riso avvengano nello stesso Paese, può essere recata in etichetta la dicitura “origine del riso”, seguita dal nome del Paese. In caso di riso coltivato o lavorato in più Paesi, possono essere utilizzate le diciture “UE”, “non UE”, ed “UE e non UE”.

    Alla valorizzazione della produzione nazionale ha contributo anche lo stop all’invasione di riso asiatico nell’Unione europea che da metà gennaio 2019 ha messo dazi sulle importazioni provenienti da Cambogia e Birmania, con un valore scalare dell’importo da 175 euro a tonnellata nel 2019, a 150 euro a tonnellata nel 2020 fino a 125 euro a tonnellata nel 2021 (è possibile una proroga ove sia giustificata da particolari circostanze).

    “Si tratta del risultato della mobilitazione della Coldiretti nelle piazze italiane e nelle sedi istituzionali che ha portato al via libera all’etichetta Made in Italy a  livello nazionale mentre Bruxelles ha riconosciuto il danno economico generato dai volumi di importazioni di riso, che nell’arco dal 2011/12 al 2017/18 sono aumentati del 256% giustificando l’attivazione della clausola di salvaguardia e lo stop alle agevolazioni a dazio zero” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “occorre lavorare per estenderli anche al riso non lavorato. Un obiettivo che – ha continuato Prandini – potrebbe arrivare presto a seguito della verifica in atto da parte dell’Unione Europea sul deterioramento dello stato dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori nel Myamar che potrebbe determinare l’avvio di una procedura per la sospensione del regime preferenziale EBA, come già accaduto alla Cambogia, che porterebbe al ripristino strutturale dei dazi anche per il riso non lavorato”.

    L’Italia in Europa è il primo produttore di riso con 1,40 milioni di tonnellate su un territorio coltivato da circa 4mila aziende di 219.300 ettari, che copre circa il 50 % dell’intera produzione Ue con una gamma varietale del tutto unica.Riso Coldiretti

  • Allarme giallo per Europa ed Italia

    L’attenzione che politica e stampa dedicano ai dazi alla Cina sta portando a trascurare il fatto che la maggior parte degli investimenti di Pechino in Europa non è rivolta alla realizzazione di infrastrutture ma ad acquisizioni che consentano al Paese asiatico di prendere possesso di tecnologie e know-how di cui non dispone. Sebbene la Cina si stia aprendo ad investimenti e acquisizioni sul proprio territorio da parte occidentale, il piatto della bilancia delle acquisizioni pende decisamente a favore di Pechino.

    Mentre è sempre più padrona dell’Africa, la Cina ha rafforzato la sua presenza in Europa soprattutto nei Paesi dell’Europa orientale, provocando timori di ulteriori frammentazioni all’interno dei Paesi che aderiscono all’Unione europea che fino ad ora non appaiono essere ben presenti alla stessa Commissione europea. Nel 2017, poco dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, Xi Jinping si presentò al World Economic Forum come il nuovo alfiere del libero mercato, ma dietro la difesa di quel libero scambio che invece gli Usa di Trump appaiono ripudiare in nome dell’America first si coglie sempre più il timore che Pechino stia utilizzano la libertà degli scambi come strumento egemonico e di espansione, nell’ottica della tutela anzitutto dei propri interessi piuttosto che della promozione del benessere di tutti tramite la globalizzazione.

    In questo contesto, anche l’attuale governo italiano appare ben poco consapevole dei rischi che possono prospettarsi e che devono comunque essere tenuti in conto come possibili. A dispetto del sovranismo di cui si fa portavoce, l’attuale maggioranza ha in più occasioni strizzato l’occhio a Mr Ping (come Luigi Di Maio ebbe a dire del presidente cinese Xi Jinping in occasione di una sua visita nella Repubblica Popolare) dimostrando di non saper cogliere quanto la politica commerciale sia uno strumento della politica tout court e delle relazioni internazionali.

  • Dazi dell’Ue sulle biciclette elettriche made in China

    L’Unione europea ha imposto dazi addizionali totali sulle e-bike cinesi che vanno dal 18,8% al 79,3%, come ha reso noto Moreno Fioravanti, segretario generale della European Bicycle Manufacturers Association (EBMA), da una cui denuncia nel 2017 scaturì un’indagine della Commissione europea, che ha portato alla decisione di introdurre dazi antidumping (la cui misura varia a seconda della collaborazione prestata dalle vari società di produzione cinese all’indagine di Bruxelles) ai dazi già in vigore per le importazioni dal Paese del dragone.

    Secondo l’EBMA, la crescita esponenziale della vendita di biciclette elettriche cinesi in Europa rischiava di mettere in ginocchio la produzione europea. “La Commissione ha ascoltato le richieste dei sindacati europei, dei produttori di biciclette, delle piccole imprese e dei ciclisti per fermare il dumping delle e-bike cinesi. Dopo un’indagine approfondita – spiega Fioravanti -, la Commissione europea ha stabilito che i produttori cinesi importano le biciclette elettriche a prezzi predatori per conquistare quote di mercato dell’UE e ricevere sussidi illegali dal governo cinese”.

    Secondo i calcoli di EBMA le misure dell’UE proteggeranno oltre 800 piccole e medie imprese europee e 90.000 posti di lavoro e porteranno alla creazione di oltre 4.500 nuovi posti di lavoro europei già nella prima metà del 2019 e alla fabbricazione di 900.000 e-bike quest’anno. “L’elevato numero di produttori di biciclette dell’UE – dice Fioravanti – garantirà una competitività e ambiente innovativo, che offre ai consumatori europei un portafoglio ampio e diversificato di biciclette a pedalata assistita, in tutte le fasce di prezzo”.

  • Riso nell’Unione Europea: finalmente i dazi

    L’economia reale molto spesso supera quella teorica ed accademica attraverso le sue molteplici applicazioni, anche perché la prima valuta gli effetti e la realtà oggettiva mentre  la seconda spesso  non li conosce arrivando persino a negarli.

    Da anni considero “l’ideologia economica” con i propri dogmi applicati al libero mercato come un’utopia indicatrice non solo di una scelta strategica ma anche del distacco con le realtà oggettive di un mercato complesso. Un mix di schemi politico economici rigidi che non tengono in nessun conto, per esempio, dei diversi quadri normativi delle diverse espressioni statali che operano nel libero mercato in materia di sicurezza per i lavoratori e dei processi di produzione fino al prodotto finito, per esempio per le norme  igienico sanitarie come espressione dello sviluppo dei paesi.

    Per anni, anzi per troppi anni, abbiamo assistito allo scempio delle strutture industriali italiane quasi azzerate dalla invasione  di prodotti a basso costo, espressione di civiltà e complessi normativi incompatibili con il nostro livello di sviluppo e di considerazione per il consumatore finale ed il prodotto stesso.

    Finalmente la scelta dell’Unione Europea di introdurre i dazi sul riso proveniente dalla Cambogia e dal  Myanmar sembra  offrire l’espressione di una valutazione reale del  diverso complesso normativo alla base del settore agroalimentare italiano ed europeo nei confronti di quelli dei paesi dell’estremo oriente.

    L’importazione di riso tax free ha portato il valore della tonnellata del prezioso alimento di cui l’Italia detiene il primato mondiale della qualità da 700 a 300 euro alla tonnellata. Una riduzione che ha di fatto (considerati i costi incomprimibili delle filiera italiana) estromesso dal mercato molti  produttori italiani. Sopratutto però tale riduzione  di oltre il 60%del costo del riso/tonnellata non ha prodotto alcun vantaggio per i consumatori sia italiani che europei.

    Questa mancata traduzione sul prezzo finale a causa della “maggiore concorrenza” della riduzione del costo per tonnellata annienta la teoria economica tanto cara ai vari Alesina e Giavazzi i quali indicano nel semplice aumento della produttività la risposta alla invasione tax free di prodotti a basso costo. In più, come principio, ogni schema o teoria economica devono trovare una specifica caratteristica per ogni mercato di riferimento (saturo/maturo/in via di sviluppo etc.), per cui la semplice declinazione di qualsiasi principio economico privo di aggiornamento  in tempo reale e senza una specifica taratura per il mercato di riferimento risulta possedere il valore di una recita scolastica. Dimenticando, poi, come un prodotto attualmente  rappresenti la sintesi culturale di un sistema economico e normativo in un determinato momento storico.

    Quindi a fronte di un “vantaggio normativo ed economico” che i paesi in via di sviluppo ( soprattutto a scapito  di tutela del lavoro e sanitaria) offrono,  risulta impossibile attraverso il solo parametro dell’aumento della produttività rispondere a prodotti sintesi di “lacune normative inaccettabili nella nostra cultura contemporanea”.

    In una parola, si passa in questo modo dal prodotto  espressione di una filiera complessa ed articolata (per esempio il Made in Italy) ad un prodotto espressione della applicazione del principio speculativo di origine finanziaria applicato al mondo della produzione.

    In questo senso e contesto  l’introduzione dei dazi sul riso delle due nazioni  destituisce di ogni fondamento reale, finalmente e definitivamente, l’illusione che il libero mercato senza un adeguamento normativo comune  di base per tutti gli attori  possa trovare una applicazione ed un via di sviluppo propria.

    Il mercato libero e basato sulla concorrenza non può che scaturire da una precedente condivisione di normative base di tutela del diritto dei lavoratori e di condizioni igienico sanitarie valide fino al prodotto finale: SOLO da questa condivisione si possono creare le basi per un mercato concorrenziale che spinga le aziende ad aumentare la competitività e la produttività. Tutto il resto riamane un semplice concetto  speculativo di derivazione finanziaria applicato al mondo dell’industria e dell’agro-alimentare.

    Una Unione Europea peraltro,  va ricordato, piuttosto ondivaga che ha molto criticato i dazi della amministrazione statunitense di Trump sull’alluminio cinese dimenticandosi di averli applicati mesi prima.

    Si spera ora che una linea coerente venga intrapresa e seguita finalmente a tutela delle attività  produttive del settore agroalimentare ed industriale le quali devono venire poste nelle condizioni di competere  ad armi pari con i concorrenti internazionali (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/10/libero-scambio-quale-modello/).

    Certamente l’utilizzo dei dazi rappresenta un passaggio di un percorso molto più completo ed articolato che dovrebbe portare i diversi sistemi economici espressione degli Stati sovrani  come anticipato alla condivisione di un quadro normativo di base dal quale poi  tutti gli attori del mercato globale possano esprimere le proprie peculiarità e porre le basi per un mercato concorrenziale e competitivo. Anche in questo senso l’amministrazione statunitense dimostra la propria centralità e visione nella gestione delle diverse problematiche concedendo nell’accordo con il Canada il tax free per quei prodotti del settore automotive espressione al 75% di realtà industriali con una remunerazione minima di 14 dollari all’ora per le maestranze (https://www.ilpattosociale.it/2018/10/08/the-one-and-only-way-to-development/).

    Per fortuna dopo molti tentennamenti  e cambi di direzione improvvisi la Ue comprende la necessità di rendere proprie le esigenze di un mercato come quello della risicoltura italiana che rappresenta il 50% della produzione europea  e detiene il primato in qualità come la migliore a livello mondiale.

    L’introduzione di dazi (si daranno pace i grandi economisti italiani) non significa un tradimento del libero mercato concorrenziale ma semplicemente la presa di coscienza del fatto che le differenze normative si traducono  in termini di costi rendendo impossibile la creazione di un mercato libero senza l’imposizione di dazi che permettano salvaguardia dalle produzione stessa.

    Certamente  i dazi rappresentano un passaggio di un percorso più ampio ed articolato che la nomenklatura economica vorrebbe risolvere attraverso il solo parametro dell’aumento della produttività e quindi della concorrenza sbilanciata e speculativa: cioè speculatrice di fattori economici impropri come il basso costo della manodopera, espressione non solo del livello economico ma soprattutto della lacunosa normativa applicata al mondo del lavoro.

    Mai come in questo caso la via più semplice risulta anche quella peggiore e comunque sbagliata.

  • Battuta di arresto per la manifattura cinese

    Per il secondo mese consecutivo rallenta la crescita dell’attività manifatturiera cinese per effetto della disputa commerciale con gli Stati Uniti. Lo rileva l’indice Pmi manifatturiero che, nel mese di ottobre, si è attestato infatti a 50,2 da 50,8 del mese precedente, risultando inferiore alle attese degli economisti, che prospettavano una lettura a 50,6.

  • Ue, Trump, Made in: la tutela alternata

    Mentre il mondo economico internazionale e soprattutto nazionale si interroga sugli scenari futuri come digitalizzazione o settore terziario avanzato, la trattativa commerciale che vede contrapposti Stati Uniti e Unione Europea potrebbe trovare una interessante soluzione partendo dalla carne, cioè da un prodotto espressione del settore primario.

    Nel terzo millennio infatti è ancora la carne il primo argomento o, meglio, il primo fattore economico attraverso il quale il neo presidente Donald Trump dichiarò, giustamente, di voler riequilibrare gli scambi commerciali tra gli Stati Uniti e l’Europa. Ad una ferrea opposizione dell’Europa, giustificata dalla presenza di ormoni negli allevamenti statunitensi, il presidente statunitense avviò una politica di forte avversione nei confronti del blocco europeo all’importazione della carne Made in Usa, minacciando di introdurre dazi sui principali flussi commerciale provenienti dall’Unione Europea.

    Contemporaneamente però, nell’ottobre 2017, l’Unione introdusse (sua sponte) i dazi tra il 23-43% sull’alluminio e l’acciaio cinese. Una scelta strategica che si ripeté nel marzo del 2018 con l’introduzione di dazi sulle importazioni di pneumatici cinesi.

    Viceversa, quando gli Stati Uniti, avviando una politica di forte rinegoziazione nei confronti dei flussi commerciali anche con la Cina, introdussero i dazi, sempre sull’alluminio e sull’acciaio cinesi (esattamente come la Ue), l’Unione stessa gridò “all’attentato al libero mercato” dimostrando una doppiezza valoriale francamente imbarazzante. Pur avendo connotazioni differenti, la trattativa o, meglio, il contrasto tra Stati Uniti e Cina, caratterizzato in buona parte da prodotti ad alto contenuto tecnologico, si sviluppò e si mantiene più o meno con medesime scelte strategiche.

    Nel frattempo l’Unione Europea, grazie alla politica del presidente Trump, ha ottenuto una riduzione dei dazi sull’importazione di auto da parte della Cina dal 25 al 15%. Un obiettivo che la stessa Unione non si sognava di porsi neppure tra quelli più avveniristici. Contemporaneamente, per quanto riguarda i rapporti con l’Europa, Donald Trump continuò a minacciare di introdurre i dazi sulle importazioni ampliando recentemente la possibilità di questa opzione anche alle importazioni di auto europee.

    Come d’incanto, ecco l’Unione Europea proporre agli Stati Uniti la possibilità di importare 45.000 tonnellate di carne Made in Usa purché priva di estrogeni. Una quota aggiuntiva in quanto precedentemente comprendeva quella consentita alle carni neozelandesi ed argentine.

    Emergono quindi evidenti due considerazioni.

    Quando ad essere minacciati di nuovi dazi dagli Stati Uniti sui flussi commerciali sono i prodotti delle filiere del tessile-abbigliamento o del settore agroalimentare (in buona parte quindi espressione del made in Italy) l’Unione Europea ha mantenuto la posizione senza cercare neppure un punto d’accordo ed addirittura minacciando ritorsioni a sua volta. Ora che a venire minacciata è l’esportazione delle automobili europee, delle quali i gruppi Mercedes, Volkswagen e  BMW  rappresentano la quasi totalità dei flussi commerciali per ogni segmento di auto, in particolare nella fascia Premium, improvvisamente nell’Unione Europea si elabora una nuova strategia con l’obiettivo evidente di salvaguardare i legittimi interessi dell’industria tedesca ed in particolare automobilistica.

    La prima considerazione evidente è rappresentata dal fatto che in Europa le ragioni economiche della Germania rappresentano la ragione e le motivazioni che influenzano, se non addirittura determinano, la politica commerciale, come quella estera, dell’Unione Europea stessa.

    In altre parole la Germania, per merito proprio ma soprattutto per demerito degli altri paesi europei tra i quali l’Italia, riesce ad imporre i propri interessi attraverso politiche e soprattutto funzionari europei e politici di livello che rendono ridicoli tutti gli altri componenti, anche il Parlamento Europeo, ed in particolare quelli italiani.

    Ancora una volta quindi emerge l’inconsistenza assoluta della classe politica italiana in Europa che occupa  senza competenze delle posizioni chiave che dovrebbero invece essere utilizzate per la tutela degli interessi italiani. Infatti, di fronte a questa ennesima prova di forza della Germania e dell’industria tedesca, in particolare automobilistica, come non ricordare il voto favorevole dei parlamentari europei italiani all’importazione di olio tunisino come sostegno alla democrazia di paese nordafricano? Una decisione tanto scellerata da mettere ulteriormente in ginocchio le colture dell’olio italiano, già in forte difficoltà per il caso xylella, dimostrando, ancora una volta, lo spessore culturale ridicolo di una classe che si considera internazionale solo perché tutela l’interesse di altre nazioni a discapito della propria.

    Tutto questo è la logica conseguenza della inettitudine, come della incompetenza, dei parlamentari e dei funzionari europei italiani nel valorizzare le prerogative e le aspettative di crescita economica del nostro Paese.

    In secondo luogo, ed arriviamo alla seconda ed ultima considerazione, questa offerta relativa alle nuove importazione di carne proposta dalla Unione Europea dimostra ancora una volta la capacità negoziale come strategia vincente del presidente Trump e ridicolizza, ancora una volta, le professionalità poste in campo dall’Unione stessa ed in particolare italiane.

  • Sull’acciaio Trump fa scuola alla Ue

    La Commissione europea ha pubblicato un regolamento che istituisce misure di salvaguardia provvisorie sulle importazioni di prodotti di acciaio, che riguarderanno la diversione dell’acciaio da altri Paesi verso il mercato dell’Ue a seguito dei dazi recentemente imposti dagli Stati Uniti. Le misure di salvaguardia, che non interessano le importazioni tradizionali di prodotti di acciaio, sono entrate in vigore il 19 luglio.

    La Commissaria per il Commercio Cecilia Malmström ha dichiarato: «I dazi statunitensi sui prodotti di acciaio sono all’origine della deviazione degli scambi, che può danneggiare gravemente i produttori siderurgici dell’Ue e i lavoratori del settore. Non abbiamo altra scelta se non istituire misure di salvaguardia provvisorie per proteggere l’industria dell’Ue dall’aumento delle importazioni. Misure che tuttavia garantiscono che il mercato dell’Ue rimanga aperto e che manterranno i flussi commerciali tradizionali. Sono convinta che assicurino il giusto equilibrio tra gli interessi dei produttori dell’Ue e quelli degli utilizzatori dell’acciaio, come l’industria automobilistica e il settore edilizio, che dipendono dalle importazioni. Continueremo a monitorare le importazioni di acciaio al fine di prendere una decisione definitiva entro l’inizio del prossimo anno».

    Le misure provvisorie riguardano 23 categorie di prodotti di acciaio e sono istituite sotto forma di contingente tariffario. Le tariffe del 25% saranno applicate solo quando le importazioni supereranno la media delle importazioni degli ultimi tre anni. In linea con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, le misure riguardano le importazioni da tutti i paesi. Sono previste deroghe per alcuni paesi in via di sviluppo e per i paesi dello Spazio economico europeo: Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Le misure provvisorie possono rimanere in vigore per un massimo di 200 giorni. A seguito di ulteriori indagini, che continueranno fino alla fine del 2018, potranno essere istituite misure di salvaguardia definitive.

  • Ritorna la bolla dei derivati, ma questa volta è off-shore

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso sul ItaliaOggi il 19 luglio 2018.

    Per porre rimedio al mercato dei derivati otc non regolamentati, che sono stati la vera causa del collasso del 2007, nel luglio 2010 fu votata l’importante legge Dodd-Frank. Essa limitava la quantità di dette operazioni speculative e imponeva norme di trasparenza, di garanzia e di coperture alle banche too big to fail coinvolte.

    Tre anni dopo, nel luglio 2013, ad adiuvandum, la Commodity Futures Trading Commission (Cftc), l’agenzia governativa americana preposta alla disciplina dei mercati dei derivati, preparò un documento di 80 pagine per specificare che le banche americane non avrebbero potuto bypassare la suddetta legge, valida per il territorio americano, e continuare a fare contratti otc fuori dei confini nazionali. In esso vi erano ben 662 dettagliatissime note che chiarivano tutti i possibili aspetti riguardanti l’uso di tali derivati.

    Ma come sempre, «fatta la legge trovato l’inganno». Anche in questo caso, l’International Swaps and Derivatives Association (Isda), l’agenzia privata degli operatori di otc, già un mese dopo individuò nella fatidica nota 563 la scappatoia. Infatti, mandò un’informativa alle banche per spiegare loro che avrebbero potuto legalmente evitare i limiti e i controlli della Dodd-Frank, semplicemente togliendo le garanzie e le coperture della «casa madre americana» alle loro filiali estere, in caso di sottoscrizioni di contratti otc.

    In pratica la semplice noticina «senza garanzia» permetteva alle filiali estere di non essere più soggette alla legge degli Stati Uniti. Del resto, un anno prima, la Goldman Sachs, sempre all’avanguardia nella finanza speculativa, aveva già cominciato a chiedere ai propri clienti, interessati a stipulare contratti in derivati, l’autorizzazione di operare attraverso le sue filiali estere.

    Così, purtroppo, le grandi banche americane hanno spostato all’estero quasi tutte le operazioni otc, anche se la maggior parte dei contratti, di fatto, veniva e viene «confezionata» nei quartier generali delle banche sul territorio americano, con esperti finanziari americani, e poi «assegnati» alle filiali estere «senza la garanzia Usa».

    La giostra della speculazione ripartiva alla grande. La lezione della grande crisi finanziaria del 2007-8 aveva e ha solo insegnato che la finanza speculativa si toglie dai guai con i soldi dello stato e dei cittadini. Non è un caso che il presidente Donald Trump abbia subito chiarito che la legge Dodd-Frank, fatta durante l’amministrazione Obama, verrà smantellata. I dati, del resto, sono chiari: alla fine del 2017 il totale nozionale dei derivati otc era di oltre 530 trilioni di dollari! Gli stessi livelli della vigilia della Grande Crisi.

    In merito, il Wall Street Journal rivela che la parte della bolla composta da derivati-swaps sui tassi di interesse è cresciuta enormemente. Ogni giorno ne sono scambiati per un valore di ben 1,28 trilioni di dollari.

    Anche il professor Michael Greenberger, già direttore della divisione «Trading and Market» della Cftc, ha recentemente pubblicato il report «Too big to fail U.S. banks’ regulatory alchemy», spiegando l’alchimia delle grandi banche per sabotare le regole e continuare con le speculazioni. Per gli speculatori la «pacchia non è finita». Secondo Greenberger, inoltre, starebbero riaffiorando molti rischi legati alle varie bolle. Si ricordi che nel 2007 non furono solo i mutui subprime a mandare in tilt il sistema. Anche la rivista Fortune riporta che negli Usa i crediti dei consumatori (senza quelli legati alle ipoteche) registrano un aumento del 45% rispetto al 2008. Sono circa 4 trilioni di dollari.

    E, allo stesso tempo, il debito sulle carte di credito ha raggiunto il trilione di dollari, il picco più alto dei passati 7 anni. Anche il cosiddetto debito corporate, delle imprese non finanziarie, è aumentato in modo straordinario dal 2011, tanto che alla fine del 2017 era pari al 96% del pil nazionale.

    Non ultimo, secondo il Wall Street Journal anche il debito degli studenti, fatto per finanziare gli studi e che dovrà essere ripagato durante la vita lavorativa, in 10 anni è aumentato del 170% raggiungendo il livello di 1, 4 trilioni di dollari. Lo stesso dicasi per i debiti relativi all’acquisto di auto. Pertanto negli Usa non pochi paventano il rischio di una nuova crisi sistemica.

    Altro che dazi. Il presidente Trump dovrebbe affrontare queste emergenze, magari insieme all’Europa, che ha tutto da perdere da una nuova crisi finanziaria.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

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