Democrazia

  • Telenovela Venezuela: i pm americani accusano Maduro, quelli venezuelani Guaido

    Le sorti della governabilità del Venezuela passano sempre più per le vie giudiziarie. Dopo che gli Stati Uniti hanno posto una taglia di 15 milioni di dollari su Nicolas Maduro, ciò che dovrebbe bastare in un Paese letteralmente alla fame a organizzare la cattura del presidente, in quanto accusato dalla magistratura yankee di narcotraffico, il procuratore della Repubblica venezuelano, Tarek William Saab ha fatto sapere che il leader dell’opposizione Juan Guaido sarà chiamato a testimoniare nell’ambito di una indagine aperta contro l’ex generale venezuelano rifugiatosi in Colombia, Cliver Alcala Cordones, accusato di aver coordinato un piano per uccidere alti responsabili governativi ed eseguire un colpo di stato in Venezuela.

    Guaido, ha riferito la tv statale Vtv, è stato chiamato a comparire davanti a due pm nazionali giovedì “2 aprile per dichiarare riguardo alla confessione di Alcala Cordones realizzata dopo il sequestro di un arsenale da guerra in Colombia, a partire del quale il disertore ha riconosciuto che lo stesso Guaido sarebbe stato il mandante dell’operazione”. Il procuratore Saab ha concluso il suo annuncio affermando: “Vediamo come ci siano dei soggetti al margine della legge, totalmente ossessionati dalla conquista del potere solo per ottenere vantaggi economici, per promuovere come già lo hanno fatto a livello nazionale ed internazionale la corruzione”.

    La sera precedente l’esternazione del magistrato, il 30 marzo, in un discorso dal palazzo presidenziale, il presidente Maduro aveva avvertito che “la giustizia arriverà, con una ‘operazione tun-tun’ a tutti i terroristi, cospiratori violenti e complottisti”. E, aveva aggiunto: “arriverà anche da te (riferendosi a Guaido) che mi vedi, arriverà. Pensi che non verrà da te, la giustizia verrà da te e quando ti toccherà ‘tun-tun’, non metterti a piangere sui social”.

  • Russian Duma passes president-for-life bill allowing Putin to stay on past 2024

    Russia’s President Vladimir Putin on Tuesday supported a constitutional amendment that would allow him to seek reelection in 2024 by restarting the term count.

    If approved, the amendment would pave the way for him to stay in office until 2036. The change would reset his presidential term count, which means he could stand in the next two elections.

    Lawmaker Valentina Tereshkova, who was also the first woman in space, suggested either scrapping Russia’s two-term limit for presidents or stopping the clock so the law wouldn’t apply to Putin’s time in office. Her proposal was endorsed by the lower house of parliament, known as the Duma, who voted 380-44 for the amendment.

    In recent months, Putin has been secretive about the reforms he proposed, saying that they were intended to strengthen government bodies. He repeatedly said the changes would not be used to extend his current term in office.

    A nationwide vote on the proposed amendments is set for 22 April. Changing the term limit and allowing him to run in the next election “would in principle be possible if citizens support this amendment in the vote on April 22, but under one condition, that the constitutional court rules that this amendment won’t violate the country’s main law, the constitution”, Putin said.

    The opposition called for protests on 21 March. After the protest announcement, the authorities banned outdoor events with attendance of more than 5,000 until 10 April. They explained the measure was intended to stop the spread of the new coronavirus.

    “The country where the government doesn’t change for 20 years has no future”, a group of opposition activists said in a statement.

     

  • Nuovo governo in Tunisia, al movimento Ennahda sette dicasteri

    Dopo mesi di negoziati le forze politiche tunisine hanno raggiunto un accordo per dare vita ad un governo evitando così elezioni anticipate. Il 26 febbraio, al termine di un dibattito di oltre 14 ore, l’Assemblea dei rappresentanti del popolo (Arp) ha votato la fiducia al governo guidato da Elyes Fakhfakh (che ha prestato giuramento il giorno successivo, presso il Palazzo di Cartagine) con 129 voti favorevoli, 77 contrari e una astensione su 207 deputati presenti. Il 47enne Fakhfakh, ottavo primo ministro del Paese dopo la deposizione, nel 2011, dell’ex presidente Zine el Abidine Ben Ali, si trova a guidare una coalizione nella quale Ennahda risulta avere una maggiore importanza che nel precedente esecutivo guidato da Youssef Chahed, con tutte le conseguenze del caso sul posizionamento regionale del paese che ha visto appena pochi giorni fa la visita dell’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani. Il grande escluso dalla partita è il partito di opposizione Qalb Tounes, del discusso imprenditore e filantropo Nabil Karoui (sconfitto al ballottaggio delle ultime elezioni presidenziali), la cui presenza era stata richiesta proprio dal nuovo premier. L’obiettivo era quello di condividere con la seconda forza politica del parlamento la responsabilità di appoggiare un governo chiamato a compiere scelte anche impopolari in materia di politica economica. Anche Ennahda sarebbe stata favorevole ad includere Qalb Tounes all’interno dell’esecutivo, soprattutto per condividere su tutto lo spettro politico le responsabilità di eventuali scelte impopolari in ambito economico.

    Nel nuovo esecutivo ad Ennahda sono stati assegnait sette dicasteri: ai Trasporti va Anouar Maarouf, alle Collettività locali Lofti Zitoun, all’Agricoltura Oussama Kheriji, all’Equipaggiamento Moncef Selliti, alla Salute Abdellatif Makki, all’Insegnamento superiore Slim Choura, alla Gioventù e Sport Ahmed Gaaloul. Altri due ministri indipendenti del governo Fakhfakh, inoltre, sono considerati molto vicini a Ennahda: si tratta del ministro dell’Interno Hichem Mechichi e di quello delle Tecnologie Mohamed Fadhel Kraiem. Diversi osservatori rilevano però che la compagine governative presenta molte contraddizioni a livello ideologico. E i funzionari eletti di Ennahda, pur avendo votato a favore di questo governo, non hanno smesso di criticare la sua composizione.

    Nel suo discorso ai deputati, Fakhfakh ha annunciato “sette priorità economiche e sociali”: lotta al contrabbando e agli speculatori; incentivi alle aziende attive nei settori strategici, agli investitori e agli esportatori; contrasto dell’evasione fiscale e stretta sullo sperpero di denaro pubblico; controllo del debito e uso dei fondi internazionali per investimenti; difesa del dinaro tunisino e controllo dell’inflazione; valorizzazione dei fosfati e del bacino minerario del sud; protezione delle categorie dei lavoratori più vulnerabili. Il programma di governo, secondo Fakhfakh, “coinvolge tutte le categorie sociali, specialmente in questo momento che i tunisini aspettano l’inizio di una ripresa economica. La principale priorità del premier incaricato ha indicato come priorità numero uno la lotta al contrabbando e agli speculatori, “in particolare per quanto riguarda i prodotti sovvenzionati”. Un colpo, questo, ai commercianti che sfruttano i prodotti alimentari incentivati dallo Stato per accumulare guadagni illeciti durate il mese del digiuno del Ramadan. Fakhfakh ha chiarito che il governo lavorerà, nello stesso contesto, “per garantire i diritti economici previsti dalla costituzione, invece di presentare aiuti ciclici”. Quanto alla seconda priorità, il premier si è impegnato a fornire un sostegno urgente alle società che costituiscono l’ossatura dell’economia tunisina, nonché a sostenere investitori e esportatori attraverso incentivi, semplificazione delle procure amministrative e snellimento della burocrazia. “La Tunisia non può compiere progressi con un tasso di investimento del 18 per cento”, ha commentato il premier. La terza priorità consiste nella lotta “chiara, rapida, forte e dissuasiva” contro la corruzione, avviando la creazione di una “cultura della sostenibilità” contro lo sperpero dei fondi pubblici. “Non c’è spazio nel governo – ha detto Fakhfakh – per lo spreco di denaro pubblico, la frode negli appalti pubblici, il favoritismo e la corruzione”.

  • Stato di polizia come una vissuta realtà

    Quando la verità non è più libera, la libertà non è più reale.
    Le verità della polizia sono le verità di oggi.

    Jacques Prévert

    Sì, purtroppo la costituzione dello Stato di polizia in Albania è ormai una vissuta realtà. Anche ufficialmente. Proprio di uno Stato di polizia si tratta, riferendosi purtroppo alla negativa connotazione, secondo la quale si prevede l’uso massiccio e continuo delle forze di polizia per mettere in atto le decisioni di chi detiene il potere, spesso a scapito dei cittadini. Lo ha annunciato il 31 gennaio scorso la ministra della giustizia, subito dopo che il Consiglio dei ministri aveva approvato un Atto normativo. Con quell’Atto si prevedono massimi poteri decisionali e/o operazionali per il ministro degli Interni e/o per i rappresentanti della polizia di Stato. Diritti che urtano e violano palesemente quanto prevede la Costituzione della Repubblica d’Albania. Non solo, ma con quell’approvazione governativa, la Costituzione è stata violata anche e soprattutto, nelle sue definizioni riguardanti un Atto normativo. Perché un Atto normativo, con il potere della legge, viene approvato solo e soltanto nelle condizioni di “necessità e di urgenza”. Cioè solo e soltanto in quei limitati casi in cui la soluzione della problematica, tramite la procedura normale dell’approvazione della legge, non può garantire la dovuta celerità e l’efficacia necessaria. Non solo ma, vista la particolarità, comunque la Costituzione prevede e sancisce che per il controllo della costituzionalità dei casi in cui si approva un Atto normativo con il potere della legge è sempre la Corte Costituzionale, dietro richiesta, che dovrà fare una approfondita verifica e decidere, caso per caso, se ci siano state delle violazioni della Costituzione stessa. Ma, guarda caso, in Albania la Corte Costituzionale non è funzionante da più di due anni! Il che significa che nessuno può impedire l’attuazione dell’Atto normativo approvato in fretta, il 31 gennaio scorso, dal Consiglio dei ministri.

    La reazione è stata immediata e trasversale. Sia da parte dei costituzionalisti, degli specialisti della giurisprudenza, degli opinionisti e gli analisti, che dai rappresentanti dei partiti politici in opposizione con l’attuale maggioranza governativa. Ha reagito deciso anche il Presidente della Repubblica. Del caso si sono occupati, reagendo, anche i media internazionali. L’opinione pubblica è stata giustamente molto preoccupata, considerando e interpretando l’approvazione dell’Atto normativo come un’ulteriore prova e testimonianza del consolidamento di una nuova dittatura in Albania. Lì, dove la situazione sta diventando sempre più allarmante e grave. L’autore di queste righe da tempo lo sta ribadendo e denunciando questa realtà. Il nostro lettore è stato sempre informato di tutto ciò, con tante testimonianze e dimostrazioni, nonché con le analisi che hanno confermato quanto sta accadendo in Albania.

    L’Atto normativo in questione prevede la confisca dei patrimoni e delle proprietà illecitamente accumulate da parte dei condannati per delle attività criminali, per aver partecipato ad attività terroristiche, a traffici illeciti e altri crimini gravi. Fin qui niente di male, anzi! Ma in Albania esistono ormai diverse leggi appositamente approvate negli anni passati per combattere tutte le attività criminali previste nel sopracitato Atto normativo. Non solo, ma esiste, e dovrebbe essere attuata in tutti i casi che si presentano, anche la legge “anti-mafia”. Legge approvata già dal 2009 e che prevede, tra l’altro, anche la confisca dei patrimoni e delle proprietà illecitamente accumulate dei criminali, giudicate come tali. Allora è inevitabile e viene naturale la domanda: perché l’approvazione di quest’Atto normativo? Perché tutta questa grande fretta, violando la Costituzione della Repubblica? La risposta è legata alla grave situazione in cui si trova il primo ministro albanese, responsabile istituzionalmente, ma anche personalmente, della profonda ed allarmante crisi multidimensionale, in cui versa, da alcuni anni l’Albania. Per intimidire e mettere sotto pressione anche quei pochi procuratori e/o giudici “non controllati e ubbidienti”, il primo ministro, e/o chi per lui, ideò una “crociata punitiva e purificante”. Guai a quei procuratori e/o giudici che, messi alle strette dalla [fallita] riforma del sistema di giustizia, secondo lui, pensavano e agivano con il moto “Acchiappa quello che si può acchiappare”. Il diritto d’autore di questa denominazione, però, spetta esclusivamente al primo ministro. Ma si sa, il sistema della giustizia, dati e fatti alla mano, è sempre più controllato da lui personalmente. Ed era proprio lui, facendo finta di niente, come sempre, che durante la seduta plenaria del Parlamento, il 10 ottobre 2019, rese pubblica la sua “crociata punitiva e purificante”. Ma allora parlava di una legge e non di un Atto normativo. Parlava di procuratori e giudici corrotti e non soltanto di criminali. Chissà perché ha cambiato la “strategia d’approccio”?! Ed aveva tutto il tempo necessario per avviare le procedure parlamentari necessarie per approvare la legge di cui parlava il 10 ottobre 2019. Ma non lo ha fatto. E invece di una legge ha approvato un Atto normativo con il potere della legge che urta e viola palesemente con la Costituzione. Ne avrà avuto le sue buone ragioni!

    Ormai tutti sono convinti che si tratta di un Atto che ignora quanto prevede e sancisce la Costituzione. Si tratta di un Atto che passa al ministro degli Interni e alla polizia di Stato delle competenze legali che hanno, esclusivamente e come prevedono le leggi in vigore, i tribunali e le procure. Si tratta di un Atto che mette sotto il controllo del ministro degli Interni sia il procuratore generale della Repubblica che i dirigenti di altre strutture del sistema di giustizia. Si tratta di un Atto che mette, perciò, tutto e tutti sotto il diretto controllo del ministro degli Interni, cioè del primo ministro. Si tratta di un Atto che però mette a nudo tutta la propaganda del primo ministro e dei suoi, sui “successi” del “riformato” sistema di giustizia e della polizia di Stato nella lotta contro la criminalità organizzata. Si tratta di un Atto che mira anche ad “ingannare” le cancellerie europee e le istituzioni internazionali, quando verrà il momento di decidere sul percorso europeo dell’Albania. Forse tra qualche mese. Ma si tratta di un Atto che testimonia la costituzione di uno Stato di polizia. Dovrebbe diventare una forte e seria ammonizione per tutti la convinzione del noto scrittore e saggista cinese Lin Yutang, vissuto negli Stati Uniti durante il secolo passato. E cioè che “Dove ci sono troppi poliziotti non c’è libertà”!

    Chi scrive queste righe considera allarmante quanto sta accadendo adesso in Albania. Considera l’approvazione del sopracitato Atto normativo come un’ulteriore espressione di totalitarismo ed un’altra [provocatoria] mossa per consolidare la dittatura in Albania. Egli è convinto che è un dovere civico e patriottico di ogni singolo, responsabile e ancora non indifferente cittadino albanese, di agire attivamente, per impedire l’attuazione delle diaboliche e pericolose “strategie” del primo ministro. Nonostante considera l’Atto come l’ennesima buffonata propagandistica, ideata e diretta da lui per “guadagnare altro tempo prezioso”, egli valuta seriamente e condanna la spregiudicatezza delle sue decisioni e delle sue azioni concrete, nonché la pericolosità della sua concezione sullo Stato e sulla Costituzione. L’Atto normativo ha soltanto messo in evidenza tutto ciò. Ed ha dimostrato che, purtroppo, lo Stato di polizia è una vissuta realtà in Albania. Per impedire che le verità della polizia diventino le verità dominanti, bisogna che tutti gli albanesi responsabili agiscano determinati e senza indugi contro lo Stato di polizia e contro la restaurata dittatura. Chi scrive queste righe non smetterà mai di ricordare e ripetere, a se stesso e agli altri, l’insegnamento di Benjamin Franklin: “Ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio”!

  • Una presidenza del tutto inappropriata

    Tutti commettono errori. È per questo che c’è una gomma per ogni matita.
    Proverbio giapponese

    Una delle più importanti istituzioni internazionali attualmente è anche l’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Come tale è stata costituita il 1o agosto 1975. All’inizio si chiamava CSCE (Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Tutto è stato sancito dall’“Atto finale di Helsinki”. Era un periodo difficile, quello della “Guerra fredda”. Il compito dell’allora CSCE non era per niente facile, nonostante si stesse verificando quello che viene riconosciuto come il “periodo della distensione” tra i due blocchi. La CSCE doveva, tra l’altro, facilitare quel processo, il dialogo e i negoziati, per prevenire i conflitti tra i paesi, nonché promuovere e sostenere, ovunque si presentasse il caso, i processi democratici. Perché in quel periodo e fino al crollo del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, i cittadini dei Paesi del blocco comunista soffrivano sotto i regimi totalitari. L’Organizzazione prese ufficialmente il nome attuale il 1o gennaio 1995, dopo il vertice dei capi di Stato e di governo, tenuto a Budapest il 6 dicembre 1994. Il documento che sanciva il cambiamento era la Dichiarazione del Vertice di Budapest “Verso una vera partnership in una nuova era”. Attualmente l’Organizzazione comprende 57 Paesi dell’Europa, dell’America del Nord e dell’Asia.

    Lo scopo e gli obiettivi istituzionali dell’OSCE sono diversi. Nata per garantire la pace e la sicurezza in Europa, non solo per impedire conflitti armati ma anche per la difesa dei diritti dell’uomo, l’OSCE è presente e attiva con le sue strutture e/o rappresentanti affinché tutto ciò sia attuato realmente. L’Organizzazione interviene lì dove serve, per garantire il buon governo, lo “Stato di diritto” e i processi democratici in corso. Tramite le sue strutture e/o rappresentanti l’OSCE sostiene, assiste e certifica i processi elettorali in vari paesi e dietro richiesta ufficiale delle istituzioni responsabili degli stessi paesi. L’OSCE è attiva e interviene per garantire la libertà di informazione, in tutte le sue forme ovunque tale libertà venga minacciata, calpestata e, peggio ancora, negata. Questi sono alcuni degli obblighi istituzionali dell’OSCE. Per seguire al meglio e attuare tutti questi obblighi, l’OSCE dispone di diverse strutture e organi decisionali, come il Consiglio permanente, il Segretariato, l’Ufficio per i controlli elettorali ecc. Ogni anno si organizza un Consiglio ministeriale e si svolgono vertici dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri per evidenziare e definire le priorità dell’attività. Una delle più importanti istituzioni dell’OSCE è la sua Presidenza, che viene esercitata ogni anno da uno Stato membro. Il ministro degli Esteri del Paese che ha la Presidenza del turno assume l’incarico di Presidente. Come tale collabora con la Presidenza precedente e quella successiva nell’ambito della cosiddetta Troika dell’Osce.

    Quest’anno, a partire dal 1o gennaio, l’Albania, diventato dal 19 giugno 1991 un Paese membro dell’Organizzazione, avrà l’incarico ufficiale di esercitare la Presidenza dell’OSCE. Il processo della presentazione della candidatura per un così importante incarico istituzionale è cominciato molti anni prima, agli inizi degli anni 2000. Nel 2006 ha ufficialmente presentato la candidatura ed in seguito è stato deciso che la presidenza dell’OSCE sarebbe andata all’Albania nel 2014. Nel 2013 però, anno elettorale per il Paese, su richiesta ufficiale dell’Albania, è stata decisa la posticipazione della data di quell’incarico. Ragion per cui la Presidenza dell’OSCE per l’Albania è stata negoziata e decisa per il 2020.

    Tenendo però presente la vissuta realtà albanese degli ultimi anni, un simile e così importante incarico istituzionale risulta essere veramente del tutto inappropriato. Perché la galoppante corruzione, ormai evidenziata e rapportata anche dalle istituzioni internazionali specializzate, sta generando danni enormi, materiali e morali. Perché da più di un anno il paese si trova ad affrontare una delle più gravi crisi istituzionali della sua storia, crisi che si sta aggravando ogni giorno che passa. Perché ormai in Albania, dati e fatti alla mano, la cosa pubblica viene gestita e depredata da una preoccupante e pericolosa “strana alleanza” tra i massimi rappresentanti della politica attiva con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti internazionali. Perché in Albania, ogni anno che passa, diventano sempre più numerose, serie e allarmanti le constatazioni sul controllo, condizionamento, brogli e manipolazioni dei risultati elettorali da parte delle strutture governative e statali. Constatazioni fatte e rapportate dai rappresentanti e/o osservatori dell’ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Right) che assiste tutti gli Stati membri dell’OSCE durante i processi elettorali. Da evidenziare soprattutto il Rapporto finale dell’ODIHR per le votazioni amministrative moniste del 30 giugno 2019! Votazioni alle quali i vertici del Congresso delle Autorità Locali e Regionali del Consiglio d’Europa non hanno voluto mandare una delegazione per assistere alle votazioni. La ragione era per causa “delle continue insicurezze legate all’organizzazione delle elezioni amministrative del 30 giugno in Albania e dei possibili rischi per la sicurezza in diverse zone”! Perché in Albania, durante l’ultima seduta del 2019, il Parlamento ha approvato una legge per censurare i media e la libera espressione, ideata e voluta dal primo ministro, forse anche ispirato da quello che sta accadendo in Turchia e in Russia con i media non controllati. Perché in Albania il sistema della giustizia è ormai controllato personalmente dal primo ministro e/o da chi per lui. Tutto ciò grazie anche alla “riforma del sistema” del primo ministro fortemente sostenuta dalla sua propaganda governativa e, purtroppo, anche da certi “rappresentanti internazionali”. I risultati e le prospettive sono ormai evidenti e allarmanti allo stesso tempo. Perché ormai in Albania è stata restaurata una nuova e pericolosa dittatura, che usa come facciata un ridicolo e fatiscente pluralismo politico. Perché in Albania i diritti dell’uomo si calpestano e si violano di continuo e non esiste più per i cittadini la garanzia legale delle istituzioni. Per queste e per tante altre evidenziate ragioni, la Presidenza albanese dell’OSCE per tutto il 2020 è del tutto inappropriata.

    Chi scrive queste righe, anche questa volta, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per  ribadire, analizzare e commentare tante altre cose e rendere meglio l’idea della situazione e per trasmettere, con la dovuta responsabilità, al nostro lettore quello che realmente sta accadendo in Albania. Ma anche quello appena scritto basta per rendersi conto. Chi scrive queste righe è convinto che il governo albanese e i suoi rappresentanti ufficiali non sono in grado e perciò, non possono garantire l’osservanza e l’adempimento di tutti gli obiettivi istituzionali dell’OSCE. Una simile situazione imbarazzante si poteva e si doveva evitare. Si poteva e si doveva negoziare e stabilire un’altra data per la Presidenza albanese dell’OSCE. E così facendo si poteva aiutare realmente e concretamente anche la stessa Albania. Perché no, si poteva e si doveva chiedere all’Albania l’adempimento di determinate richieste, come delle conditio sine qua non, con le quali si poteva garantire, finalmente, l’avvio dei processi veramente democratici. Bastava adottare le condizioni in vigore, poste dal Consiglio europeo, per l’avanzamento dei negoziati dell’adesione dell’Albania nell’Unione europea. O, almeno parte di quelle condizioni. Che poi rappresentano anche gli obiettivi e le ragioni di essere della stessa OSCE. Ma tutti possono commettere errori. Anche le istituzioni, compresa l’OSCE. È per questo che c’è una gomma per ogni matita.

  • Stampelle in sostegno del male

    Non c’è nulla sotto il sole di cui non si possa abusare e di cui non si sia abusato.

    Karl Popper

    Il nostro lettore la settimana scorsa ha avuto modo di informarsi sulle consapevoli, continue e gravi violazioni della Costituzione in Albania. E quelli che lo hanno fatto sono stati e sono tuttora i rappresentanti della maggioranza governativa. Lo hanno fatto ubbidendo agli ordini partiti dai più alti livelli politici. Eseguendo e soddisfacendo così le ambizioni e le volontà del primo ministro per controllare tutto e tutti. Ma quanto sta accadendo in questi ultimi giorni in Albania evidenzia, tra l’altro, quel male che sta cercando di divorare anche quel poco che potrebbe essere rimasto ancora di sano nella politica e nella società albanese.

    In questi ultimi giorni si sta ulteriormente intensificando lo scontro tra il presidente della Repubblica e il primo ministro. Scontro che sta dimostrando, per quello che realmente è, tutto il marcio che, sempre più pericolosamente, sta soffocando le istituzioni statali e non solo. Il presidente della Repubblica, con il diritto e il dovere del rappresentante della più alta istituzione dello Stato, sta accusando il primo ministro e alcuni dirigenti delle istituzioni del sistema della giustizia. L’accusa è molto grave: violazioni intenzionali e continue della Costituzione albanese con lo scopo di controllare completamente e per lungo tempo tutte le istituzioni del sistema della giustizia. Riferendosi a questa grave e allarmante realtà, il 15 novembre scorso il Presidente della Repubblica ha dichiarato che egli “ha l’obbligo di dire al popolo che qui (in Albania; n.d.a.) è tutto finito con lo Stato del diritto”. Secondo il Presidente, se svanisse anche questo sforzo che lui stia facendo per difendere la Costituzione, e cioè se “il primo ministro e i suoi catturassero e controllassero anche la Corte Costituzionale”, allora al popolo rimangono soltanto tre scelte: “o prendere le armi”, cosa che è inaccettabile per il Presidente, o accettare la situazione e “sottoporsi ad una dittatura”, oppure “andare via dall’Albania”.

    In seguito, il 22 novembre scorso, il Presidente, durante una conferenza stampa, dichiarava che la Costituzione della Repubblica d’Albania “si sta palesemente e violentemente calpestando, con un solo scopo: quello di concentrare tutti i poteri nelle mani del primo ministro attuale”. Secondo il Presidente, in Albania “il governo non rende conto a nessuno” e che “il potere esecutivo è [ormai] unificato con quello legislativo”. E per di più, il Parlamento sta violando palesemente la Costituzione, diventando così lui stesso un’istituzione anticostituzionale, perché da qualche mese non ha più la possibilità di avere 140 deputati, come prevede la Costituzione. Però nel frattempo il Parlamento ha approvato più di venti leggi, non decretate dal Presidente della Repubblica, perché giudicate come anticostituzionali e che impattano vistosamente con l’interesse pubblico. E visto che ormai sta diventando consuetudine che in Parlamento si approvano delle risoluzioni che non hanno potere obbligatorio, ma servono soltanto da facciata per la propaganda governativa, il presidente della Repubblica ammoniva il 22 novembre scorso che “L’Albania non si governa con le risoluzioni, ma soltanto con la Costituzione!”. Durante la stessa conferenza stampa, considerando con la massima responsabilità istituzionale l’allarmante situazione, il presidente della Repubblica ha dichiarato che egli chiederà “l’appoggio di tutto il popolo albanese tramite un Referendum per difendere la Repubblica”! Perché, secondo il Presidente, “sarà il popolo albanese, e soltanto lui, a decidere se accettare di ritornare alla dittatura, oppure di difendere la democrazia”. Il Presidente è convinto che con il Referendum il popolo si può esprimere direttamente e consapevolmente e che la decisione diretta del popolo è al di sopra di ogni altra decisione. Una proposta, quella del Referendum, che il Presidente sta articolando in questi ultimi giorni sempre con più determinazione e forza. Venerdì scorso ha promesso che oggi tratterà dettagliatamente questo argomento, in modo che tutti i cittadini possano capire meglio e rendersi responsabili del loro potere. Di fronte a queste forti e dirette accuse, la reazione del primo ministro e/o dei suoi ubbidienti e sottomessi luogotenenti rimane sempre la solita: battute banali in politichese, cercando, come di consuetudine, di schivare le dirette responsabilità istituzionali e/o personali.

    Durante questi ultimi giorni il Presidente della Repubblica, oltre al primo ministro e alcuni alti dirigenti delle istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, ha accusato, senza mezzi termini e come mai era accaduto prima, anche i soliti e ben presenti “rappresentanti internazionali”. Sia quelli diplomatici che quelli delle istituzioni internazionali, soprattutto le rappresentanze in Albania dell’Unione europea e dell’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Per il Presidente loro sono diventati degli “stracci nelle mani del primo ministro”. Proprio essi, che con il loro operato, in palese violazione della Convenzione di Vienna, hanno dimostrato di essere semplicemente dei “corrotti”, dei “pagliacci internazionali”, “ridicoli” e “buffoni”. In più il Presidente, con una lettera ufficiale ha informato l’Ufficio dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE, dando anche le sue spiegazioni, che dal 18 novembre 2019 il loro rappresentante in Albania “non era più benaccetto presso l’Istituzione del Presidente della Repubblica”.

    Sono stati proprio loro, i soliti “rappresentanti internazionali”, che hanno, in vari modi, aiutato il primo ministro a “personalizzare” la riforma della giustizia, facendola diventare, nolens volens per loro, un’impresa fallita nel suo obbiettivo primario e fondamentale. E cioè una riforma che doveva garantire la divisione definitiva e l’indipendenza del sistema della giustizia dagli altri poteri, nonché a renderlo “insensibile” da qualsiasi influenza e/o ubbidienza politica. Invece e purtroppo è successo proprio il contrario. Grazie anche al sempre presente appoggio pubblico dei soliti “rappresentanti internazionali” al primo ministro, nella sua irresponsabile e pericolosa corsa verso la restaurazione di una nuova dittatura. E grazie anche a loro adesso, fatti alla mano, il primo ministro controlla tutto. L’ultimo baluardo, l’ultima roccaforte da prendere è ormai la Corte Costituzionale. E con essa anche alcune altre istituzioni del sistema della giustizia, ancora da costituire, come previste dalla “Riforma”.

    Nel frattempo, i soliti “rappresentanti internazionali”, per giustificare il loro fallimento totale con la “Riforma” del sistema della giustizia, hanno dichiarato e dichiarano “successi” inesistenti. Loro stanno cercando anche di giustificare i tanti milioni, in Euro e/o dollari statunitensi, che è costata per i cittadini europei e per quelli oltreoceano la “riforma”.  Purtroppo quanto loro stiano facendo, non solo li rende sempre più ridicoli e incredibili, ma grava anche sulla credibilità delle istituzioni che rappresentano, soprattutto quelle europee.

    Chi scrive queste righe, visto anche quanto sta accadendo in queste ultime settimane, valuta che tutte le persone responsabili, non solo in Albania, dovranno, unite, far fronte e bloccare ogni ulteriore tentativo del primo ministro di controllare totalmente il sistema della giustizia. Egli è convinto che bisogna fare tutto il possibile per impedire che ciò possa realmente accadere. Impedire anche ai soliti “rappresentanti internazionali” di diventare delle stampelle in sostegno del male, in cambio di chissà cosa. Aveva ragione Karl Popper: non c’è nulla sotto il sole di cui non si possa abusare e di cui non si sia abusato.

  • Stato o banda di ladri

    Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati,

    se non delle grandi bande di ladri?

    Sant’Agostino

    Lo Stato è una forma di organizzazione politica di una collettività sociale, tenendo presente anche che per politica, dall’antichità, si considerava l’insieme degli argomenti di discussione, di interesse e di trattazione che concernevano la vita pubblica di una determinata comunità. Comunità che vivevano in territori ristretti. Le città-Stato, ben note nella Grecia antica, rappresentano una forma primaria di organizzazione dello Stato che troviamo fino al medioevo, sia in alcune popolazioni europee e mediterranee, che nelle civiltà precolombiane oltreoceano.

    Lo Stato viene definito come un’entità giuridica e politica, risultante dall’organizzazione della vita di un popolo su un territorio sul quale esso esercita la propria sovranità. In uno Stato perciò, perché esso possa essere considerato tale, dovrebbero coesistere e funzionare contemporaneamente un ordinamento politico e un ordinamento giuridico, come l’insieme delle norme giuridiche che regolano la vita dei cittadini all’interno del territorio.

    La Rivoluzione francese, iniziata con la ribellione di Parigi del 14 luglio 1789, culminata, lo stesso giorno, con l’assalto e la presa della Bastiglia, prigione e simbolo del dispotismo, diede vita anche alla costituzione degli Stati democratici, che hanno come basi intrinseche i concetti fondamentali dello Stato di diritto. I primi elementi dello Stato di diritto si trovano nell’antichità. Per poi arrivare agli sviluppi in Inghilterra nel XIII secolo, sia con l’approvazione della Magna Carta Libertatum, nel 15 giugno 1215, che garantiva alcuni diritti per i sudditi del re Giovanni, sia con l’imposizione di alcune regole, che rappresentavano una significativa novità: per la prima volta i depositari del potere legislativo erano insieme, sia il re che il Parlamento. In seguito, definizione ancora attuale,  con Stato di diritto si intende uno Stato determinato e vincolato dai diritti sanciti nella sua Costituzione. Perciò l’esistenza e il buon funzionamento di uno Stato di diritto presuppongono, tra l’altro, anche la separazione dei poteri e l’esistenza di una Corte Costituzionale che possa controllare e garantire che i poteri rimangano separati e che non interferiscano l’uno con altri. In uno Stato di diritto si devono garantire tutti: i diritti umani, i diritti politici e l’uguaglianza giuridica.

    Cosa che, purtroppo, non sta succedendo ultimamente in Albania. Dopo la caduta della dittatura comunista nel 1991 e durante un lungo e travagliato periodo di transizione, si sta cercando di costituire uno Stato di diritto. L’Albania continua anche il suo percorso di democratizzazione, essendo però un paese con una democrazia ibrida o fragile, a seconda delle valutazioni fatte dalle istituzioni internazionali specializzate. Per varie ragioni, sia legate agli sviluppi interni che a quelli internazionali, il percorso democratico del paese sta subendo continui colpi. Si sta cercando che più che una società e un paese democratico l’Albania diventi un paese che possa garantire una certa stabilità interna e regionale. A scapito della democrazia però. Una scelta e una decisione delle cancellerie e delle istituzioni europee le cui ripercussioni stanno aggravando la situazione interna del paese. Perché da quella “scelta strategica” per la stabilità a scapito della democrazia, colui che ne approfitta e gode è il primo ministro. E, tramite lui, che ormai si trova con le mani libere, ne approfittano anche certe congregazioni occulte e la ben presente e pericolosa criminalità organizzata. Una diretta conseguenza della scelta di “chiudere un occhio e tollerare” in cambio della “garanzia di stabilità” è anche lo sgretolamento e l’annientamento dello Stato in Albania. Perché, purtroppo, in Albania lo Stato non funziona più. È stato catturato e preso in ostaggio. Una grave e pericolosa realtà questa che ormai non riesce a coprirla neanche il primo ministro e la sua potente e ben organizzata propaganda governativa. Da qualche tempo a questa parte il primo ministro non si vanta più, come faceva regolarmente prima, che “sta costituendo lo Stato”. Perché egli ormai lo sa che lo Stato è lui e ne gode. Come ne godeva Luigi XIV quando, sfidando il Parlamento, nell’aprile 1655, proclamava “L’État, c’est moi – lo Stato sono io!”

    Tra le tante prove eloquenti della realtà albanese è anche il contenuto del Rapporto finale per le votazioni moniste del 30 giugno scorso, presentato ufficialmente a Tirana il 5 settembre scorso dall’ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Rights), che è un importante ufficio, parte integrante dell’OSCE. I suoi rappresentanti hanno osservato e seguito tutte le fasi delle sopracitate votazioni moniste. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito e a più riprese della farsa di quelle votazioni moniste, nonché di tutte le palesi violazioni della Costituzione e delle leggi in vigore in Albania, mentre la Corte Costituzionale non funziona da quasi due anni.

    Il sopracitato Rapporto sulle votazioni moniste del 30 giugno 2019 in Albania rappresenta un’inequivocabile testimonianza della presa in ostaggio e del totale controllo dello Stato. Nelle 36 pagine del Rapporto si evidenziano tantissimi fatti che dimostrano la cattura dello Stato da parte del potere politico. Il che in Albania significa controllo diretto e personale da parte del primo ministro, da chi per lui e/o per conto di chiunque altro da parte sua. Sono tante e diverse le violazioni evidenziate dai rappresentanti e dagli osservatori dell’OSCE/ODIHR. Si riferiscono sia al processo stesso delle votazioni, sia alle istituzioni che, per legge, dovevano gestire tutto il processo.

    Ma tra le tante conferme dirette e/o indirette della cattura dello Stato, evidenziate nel Rapporto, una merita particolare attenzione. Perché si riferisce al Presidente della Repubblica che aveva firmato due decreti riguardo alla data delle elezioni amministrative. Con il primo annullava il 30 giugno, mentre con il secondo decretava il 13 ottobre 2019 come nuova data per le elezioni. Ebbene, nessuno dei decreti del presidente della Repubblica è stato preso in considerazione, anche se la Costituzione e le leggi obbligavano tutti a farlo. Il Rapporto evidenzia tutto ciò e lo considera come violazione. Non solo ma considera come grave violazione anche il fatto che il secondo decreto non è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, come prevede e obbliga la legge! Nel Rapporto dell’ODIHR si evidenzia che “Il Decreto del presidente della Repubblica per fissare il 13 ottobre come giorno per le elezioni amministrative non è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica d’Albania, anche se la pubblicazione di questo atto del presidente della Repubblica è obbligatorio per legge”! Ed è soltanto una delle tante, tantissime violazioni evidenziate dal Rapporto.

    Chi scrive queste righe è convinto dell’urgenza di salvare lo Stato in Albania. Proprio quello Stato che è stato preso in ostaggio e annientato nelle sue funzioni. Perché l’annientamento dello Stato rappresenta un gravissimo allarme e una situazione di massima pericolosità per le sorti del Paese e della nazione. Perché ormai in Albania si sta restaurando una nuova dittatura con tutte le inevitabili e drammatiche conseguenze. La memoria storica dal 1945 fino al 1990 insegna tutto a tutti. Gli albanesi si devono rendere conto, prima possibile, di questo imminente pericolo e devono agire decisi. L’insegnamento di Sant’Agostino, che se non è rispettata la giustizia lo Stato diventa una grande banda di ladri, deve servire a tutti loro da lezione. Domani sarà troppo tardi!

  • Che fatica essere credibili

    Si potrebbe concludere che più un bugiardo ha successo, più gente riesce a convincere,
    più è probabile che finirà anche lui per credere alle proprie bugie.

    Hannah Arendt

    Nonostante il caldo del mese appena passato, tante cose sono successe in due paesi vicini, divisi dal mare Adriatico. Nonostante le differenze nello sviluppo economico, democratico e nelle tradizione storiche e culturali in quei due paesi, una cosa però le accomuna: l’irresponsabilità di una certa classe politica che si aggrappa al potere, costi quel che costi, per rimanere a galla.

    In Italia si è aperta una crisi governativa. Accadeva l’8 agosto scorso. Al presidente del Consiglio è stato chiesto dal suo vice e ministro dell’Interno di “prendere atto che non c’è più la maggioranza”. Convinto, quest’ultimo, che era arrivato il momento di “restituire rapidamente la parola agli elettori”. Lui è stato duro anche con gli alleati di governo. Tutto quello che è successo in seguito ha dimostrato però che la decisione del ministro dell’Interno risulterebbe essere stata fatalmente sbagliata per lui. Nei giorni seguenti l’8 agosto, si era capito che si stava andando non verso nuove e anticipate elezioni, ma verso una nuova alleanza, escludendo però il ministro dell’Interno. Rendendosi conto di questo fatto, lui ha teso di nuovo la mano al suo alleato di governo, proponendogli, secondo quest’ultimo, addirittura di essere il presidente del nuovo governo. Tutto ciò ha costretto il ministro dell’Interno ad affrontare una strana e alquanto bizzarra situazione di debolezza politica e di “ritardato ripensamento”. Ma invano, perché i dadi erano già stati tratti. E non a suo favore, anzi! Chiare evidenze sono state rese pubbliche anche durante la seduta straordinaria del Senato il 20 agosto scorso. In quell’occasione il presidente del Consiglio ha annunciato le sue dimissioni, aprendo così l’attesa crisi governativa. Durante il suo lungo discorso in Senato, egli non ha risparmiato dure critiche al suo vice e ministro dell’Interno. Rivolgendosi a lui ha detto: “promuovendo questa crisi di governo ti sei assunto una grande responsabilità di fronte al paese: hai annunciato questa crisi chiedendo pieni poteri…”. Il presidente della Repubblica, rispettando ed eseguendo i suoi doveri e diritti costituzionali, dopo le consultazioni con i rappresentanti delle istituzioni e dei partiti parlamentari, il 29 agosto scorso ha sciolto la riserva. Egli ha dato di nuovo l’incarico al dimissionario presidente del Consiglio di formare il nuovo governo. Un governo basato su un’altra alleanza, anch’essa insolita e strana, visto quanto è accaduto pubblicamente da più di un anno a questa parte. Non solo, ma tutti e due sono dei partiti che hanno regolarmente e significativamente perso in tutte le competizioni elettorali, dal marzo 2018 in poi. Compresa anche quella delle elezioni per il Parlamento europeo, a fine maggio scorso. Tutto il resto è e sarà cronaca di questi giorni. Ma quanto è accaduto in Italia durante lo scorso mese caldo d’agosto, in seguito alla crisi governativa, ha anche e purtroppo palesemente dimostrato fino a quanto e dove si potrebbe arrivare grazie ai “giochi di palazzo”, l’immoralità e l’irresponsabilità politica.

    Nel frattempo, durante il mese caldo d’agosto, in Albania ha continuato a consumarsi la grave crisi politica, istituzionale e sociale iniziata lo scorso febbraio. Crisi che si sta aggravando ogni giorno che passa e che ha come principale responsabile il primo ministro, sia istituzionalmente che personalmente. Crisi che non si potrebbe risolversi neanche con le “acrobazie verbali” del primo ministro per “togliere il marcio” di dosso e buttarlo altrove, non importa a chi. Un suo usuale comportamento, una sua viscerale insistenza quella di non riconoscere e di non assumere le sue responsabilità, passandole agli altri, è una sua costanza caratteriale e una scelta ben nota da anni. Durante questo ultimo mese ne ha dato però ulteriori, irrisori e miseri esempi.

    Che da anni il primo ministro albanese seguisse una ben precisa e dettagliata strategia per prima accedere al potere e poi mantenerlo a tutti i costi, si è capito senza alcun dubbio e pubblicamente. Si è capito anche che quella strategia, elaborata negli ambienti occulti, soprattutto oltreoceano, prevede il coinvolgimento della criminalità organizzata, degli oligarchi, dei media e, da più di un anno, anche del sistema della giustizia. In tutto ciò ormai, dati e fatti alla mano, risulterebbe una strategia che ha raggiunto egregiamente i propri obiettivi. Durante gli ultimi mesi ci sono state ulteriori prove a conferma di tutto ciò.

    Il nostro lettore è ormai ben informato della farsa anticostituzionale delle votazioni moniste del 30 giugno scorso. Ma nonostante ciò, il primo ministro ha insistito e ha proseguito nella sua folle corsa anticostituzionale e in palese violazione delle leggi in vigore in Albania, per accaparrare anche la gestione di tutta l’amministrazione locale. Lo ha fatto spudoratamente e con la sua solita arroganza istituzionale e personale. Lo ha fatto, anche se l’astensionismo durante le votazioni moniste del 30 giugno scorso ha superato mediamente l’80%, con punte di più del 90%!

    Durante questi mesi caldi d’estate altri scandali si sono verificati in Albania. Alcuni appositamente fatti accadere per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla grave crisi e le sue vere cause, altri sfuggendo al controllo di chi di dovere. Il nostro lettore sarà informato a tempo debito di tutto ciò.

    Ma durante questi mesi caldi d’estate, e rimanendo in tema delle votazioni moniste, anche i dirigenti dell’opposizione albanese non hanno smentito se stessi. Prima del 30 giugno avevano promesso pubblicamente di non permettere, anche con la forza, che accadesse quella farsa elettorale anticostituzionale. Poi, alcuni giorni prima, hanno cambiato strategia. Una loro scelta. Forse anche giusta, visti determinati “comportamenti internazionali”. Ma anche’essi, recidivi nel promettere e mai mantenere le loro promesse, hanno di nuovo deluso. Non solo, ma hanno proseguito con il loro “vizio”. Dopo il 30 giugno i dirigenti dell’opposizione hanno promesso che non avrebbero permesso ai nuovi sindaci di entrare negli uffici. Di nuovo delle promesse clamorosamente deluse! È proprio un vizio il loro: promettono e poi fanno finta di niente. Come se non fossero stati loro stessi ad aver pronunciato quelle parole e aver fatto appelli di “ribellione” e di “lotta intransigente contro il male”! E come se niente fosse, dopo che il primo ministro ormai controlla anche tutta l’amministrazione locale, i dirigenti dell’opposizione hanno promesso che a settembre sarà (veramente?) la fine del male. Rimane tutto da vedere, ma con molta, tanta e ben giustificata riserva.

    Proprio un anno fa il nostro lettore ha potuto leggere l’articolo dell’autore di queste righe “Ormai è già settembre” (Patto Sociale n. 322). Non a caso il titolo, perché i massimi rappresentanti dell’opposizione avevano allora promesso azioni decise per mettere ordine e ripristinare l’ordine democratico in Albania, partendo dal governo. Ma niente è accaduto in seguito. Chissà perché!

    Chi scrive queste righe testimonia che quanto sopracitato è accaduto realmente in Albania durante questa calda estate. Egli è convinto che, purtroppo, quello che sta accadendo in Albania non stupisce più. Anche perché per i politici è una grande fatica essere credibili. Ma quello che sta accadendo in Albania dovrebbe preoccupare sempre di più. E non solo gli albanesi.

  • L’estinzione dell’uomo politico

    Qualche giorno fa Il Patto Sociale ha pubblicato un articolo di Anastasia Palli sulla drammatica estinzione degli elefanti. L’articolo mi ha portato a una considerazione politica riguardo all’estinzione, ormai arrivata alla quasi totalità, di politici ‘veri’. Parliamo di quelle persone che rispettano le istituzioni perché ne conoscono l’importanza e la dignità che queste rivestono per tutta la comunità, nazionale ed internazionale. Parliamo di quelle persone che, essendo fedeli ai propri obiettivi di partito, sanno comunque che gli interessi di parte non possono mai sopravanzare gli interessi comuni; parliamo di coloro che sanno che, in certi casi, la forma è sostanza e perciò rispettano, pur contrastandoli quando necessario, gli avversari, rispettano sia le diverse religioni, quando queste non ledono i più elementari diritti umani, che la laicità dello Stato e cioè la conquista della divisione tra il potere spirituale e le leggi che governano un Paese o un’associazione di Paesi. 

    Quasi estinta è quella categoria di politici che, pur con tutti i loro difetti, compresi quelli che hanno portato alla fine della Prima Repubblica, sapevano che per governare occorreva cultura, conoscenza delle istituzioni e dei reali problemi del Paese, consapevolezza di quello che si poteva promettere e realizzare e coscienza di quello che era solo un programma elettorale e cioè una serie di promesse senza futuro.

    Ripensando alle tribune stampa, dove giornalisti seri facevano domande scomode ai Berlinguer o agli Almirante e dove cittadini attenti, da casa, capivano e di conseguenza sceglievano, non possiamo che rammaricarci di quanto, contestualmente, la politica, quella con la P maiuscola, è diventata insieme all’informazione l’arte dell’intrattenere se non addirittura l’arte di giocare con i sentimenti e i bisogni. Siamo in un’epoca nella quale l’informazione è sempre più pronta alla piaggeria e alla fake news piuttosto che a informare correttamente l’opinione pubblica su quanto effettivamente avviene, al di là di boutade e tweet. 

    L’estinzione dell’‘animale politico’  non riguarda solo l’Italia, ma larga parte del mondo e questo rende le popolazioni sempre più inquiete e disabituate all’esercizio dei propri diritti costituzionali, la conseguenza è che l’astensionismo è in continuo aumento, nessuno si fida più di nessuno. Se da un lato la capacità degli elettori di cambiare la loro scelta politica è un segno di maturità democratica, quando questo avviene all’interno di una democrazia compiuta, il cambio repentino di bandiera, al quale assistiamo da qualche tempo, è la palese dimostrazione di una delusione costante del corpo elettorale rispetto alle proposte elettorali.

    Lasciamo ai tanti commentatori esercitarsi sui perché e i per come dell’attuale crisi di governo italiana. Il problema è più profondo delle vere o presunte motivazioni che hanno mosso i protagonisti di questa nuova pagina ma è evidente che non si potrà uscire né dalla crisi attuale né da quelle future se non si rinsalderanno i principi che sono alla base della democrazia e del sistema parlamentare. 

    Chiunque domani avrà responsabilità di governo, anche sulla scorta delle esperienze di questi anni, si ricordi che arroganza, delirio di onnipotenza o la convinzione di essere ispirati dal ‘divino’ non servono né al Paese né, alla lunga, alla loro personale causa. Governare significa mettersi al servizio del Paese e non pensare che il Paese debba essere convinto a seguirti facendo appello alle paure ed alle rabbie che si nascondono in ciascuno. Governare è servire, non farsi servire, non è utilizzare il consenso per la propria parte ma sentirsi responsabili di tutti, cancellando la distorta certezza di possedere, da soli, la verità rivelata, la ricetta magica. 

    Per governare occorre anche cultura, cultura politica, istituzionale, conoscenza delle realtà geopolitiche, rispetto del prossimo e almeno un filo di umiltà per essere capaci di comprendere, analizzare e solo poi decidere.

  • Il peso della responsabilità

    L’oppresso che accetta l’oppressione finisce per farsene complice.

    Victor Hugo

    L’Albania sta precipitando verso una dittatura ogni giorno che passa. Ormai non ci sono più dubbi, nonostante il primo ministro e la sua propaganda governativa stiano facendo di tutto per dare una parvenza diversa, inventando anche un’opposizione di facciata, “usa e getta”, dopo che, nel febbraio scorso, i deputati dell’opposizione istituzionale avevano rassegnato i mandati parlamentari. E quello che è ancora peggio è che si tratta di una dittatura gestita da una pericolosa alleanza tra il potere politico, i poteri occulti e la criminalità organizzata. Perciò bisogna intervenire subito, con responsabilità e determinazione. Se no, le conseguenze saranno tragiche e a lungo termine. In queste condizioni reagire consapevolmente diventa un dovere civico e patriottico, per chiunque riesca a percepire questa allarmante realtà. Anche perché in Albania le drammatiche esperienze non mancano. Circa mezzo secolo di atroci sofferenze, di negazioni e crimini ineffabili sono ancora vivi nella memoria collettiva.

    In Albania un uomo solo, il primo ministro, controlla quasi tutto. Risulterebbe che per arrivare a tanto, lui abbia fatto accordi peccaminosi con la criminalità organizzata e con certi poteri occulti europei e d’oltreoceano. Oltre al potere esecutivo e legislativo, il primo ministro controlla anche la maggior parte dei media. In più, con la sua tanto voluta riforma della giustizia, ormai ha usurpato e controlla tutto il sistema. Una riforma ideata e attuata in modo tale da permettere tutto ciò anche grazie al continuo e ingiustificabile appoggio dei rappresentanti diplomatici e delle istituzioni internazionali, quelle dell’Unione europea in primis. Ormai, a danno fatto e con una riforma volutamente fallita, nessuno di loro si prende le proprie responsabilità. Nessuno si sente colpevole del fatto che da più di un anno in Albania non funziona la Corte Costituzionale, che è l’unica garante che può e deve impedire qualsiasi violazione della Costituzione e delle leggi in vigore. Oltre alla Corte Costituzionale non funziona più neanche la Corta Suprema. Sempre grazie al voluto fallimento di quella riforma. Il che ha permesso e sta permettendo al primo ministro di oltrepassare ogni limite costituzionale e legale. Non solo, ma dal 30 giugno scorso, con la sua irresponsabile scelta di attuare votazioni moniste e anticostituzionali, il primo ministro sta cercando di controllare anche tutti i 61 comuni e le loro amministrazioni locali. Questo grazie anche al riconosciuto contributo della “nuova opposizione” da lui generata, curata e composta da buffoni e cretini messi al servizio, in cambio di qualche “generosa” ricompensa. Da alcune settimane il primo ministro e i suoi hanno avviato le procedure per rimuovere dall’incarico anche il presidente della Repubblica, l’unica istituzione che sta cercando di fermare la sua folle corsa anticostituzionale. Da alcune settimane, fatti alla mano, in Albania si sta attuando un vero e proprio colpo di Stato. In qualsiasi paese normale e democratico una cosa del genere sarebbe stata impensabile e impossibile. Invece in Albania è ormai realtà. Con tutte le conseguenze. E tutto ciò anche con il beneplacito e l’inqualificabile appoggio dei soliti “rappresentanti internazionali”, che continuano a “non vedere, non sentire e non capire” cosa sta accadendo da anni in Albania. Proprio loro, quei “rappresentanti internazionali”, sia in Albania, nell’Unione europea e oltreoceano i quali nel frattempo ostacolano, minacciano e fanno di tutto per annientare la reazione dei cittadini contro la restaurata dittatura! Cosa sarebbe successo in un ipotetico caso simile nei loro paesi d’origine?! A loro la risposta. E vergogna a loro!

    Spetta perciò agli albanesi responsabili di fermare in tempo questo pericoloso ritorno alla dittatura. Perché se no, le conseguenze saranno veramente devastanti e drammatiche per la maggior parte della popolazione. Visto però quanto è accaduto durante questi ultimi mesi in Albania, proteste massicce e pacifiche comprese, non ci sono più dubbi. Il primo ministro non ha nessuna intenzione di comportarsi da persona responsabile. Lui non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro e dare le dimissioni. Permettendo così la costituzione di un governo di transizione, con mandato e compiti ben stabiliti, nonché con tutto il tempo necessario per garantire elezioni veramente libere e democratiche. Ormai dovrebbe essere chiaro per tutti che il primo ministro non andrà via da solo. Forse anche perché non può e non ci riesce, essendo costretto da precedenti accordi peccaminosi con certi poteri occulti e la criminalità organizzata.

    Una simile drammatica e grave situazione chiede urgentemente decisioni e reazioni responsabili anche, e soprattutto, da parte dei dirigenti dell’opposizione istituzionale. Ormai è tempo per ognuno di loro di assumersi le proprie responsabilità e di portare a compimento tutti gli obblighi istituzionali. Nonostante il peso di quelle responsabilità. Ma soprattutto è tempo di non deludere più e di non tradire la fiducia data dai cittadini indignati e ribellatisi. Ormai i cittadini oppressi dalla restaurata dittatura non possono e non devono permettere più accordi occulti all’ultimo momento, e mai resi trasparenti, tra il primo ministro e il capo dell’opposizione. Come quel patto famigerato del 18 maggio 2017 tra loro due, che ha permesso al primo ministro un secondo mandato governativo e l’attuale situazione in Albania.

    Dal 16 febbraio scorso i cittadini hanno risposto all’appello dell’opposizione e sono scesi in piazza numerosi per protestare contro il malgoverno e chiedere le dimissioni del primo ministro. Ad oggi ci sono state dieci massicce e pacifiche proteste a Tirana e tante altre in diverse parti del paese. Decine di migliaia di cittadini hanno risposto all’appello, credendo alle promesse dei dirigenti dell’opposizione. Promesse che, purtroppo, non sono state poi mantenute. Promesse e dichiarazioni che miravano soprattutto a suscitare e assicurare l’appoggio dei cittadini ai dirigenti dell’opposizione che non avevano convinto in passato, anzi! Ma non si può continuare a lungo con questo comportamento dei dirigenti dell’opposizione, i quali promettono mari e monti e poi non realizzano niente di quello che promettono. Così facendo, loro semplicemente deludono la fiducia dei cittadini indignati. Anzi, sembra che i dirigenti dell’opposizione abbiano approfittato dell’indignazione massiccia dei cittadini e dalla loro rabbia in questi ultimi mesi per rafforzare le proprie credenziali politiche. Con il loro operato alcuni dirigenti dell’opposizione stanno danneggiando seriamente la missione stessa dell’opposizione, e cioè rappresentare e sostenere i diritti dei cittadini, compreso anche il loro sacrosanto diritto di ribellarsi contro gli oppressori e le dittature. Invece con simili atteggiamenti, alcuni dirigenti dell’opposizione, a conti fatti, portano semplicemente acqua nel mulino del primo ministro e dei poteri occulti.

    Chi scrive queste righe pensa che la situazione in Albania sia veramente grave. I dirigenti dell’opposizione devono assumersi tutte le loro responsabilità e non devono soccombere al loro peso. Altrimenti devono fare un passo indietro. Spetta però ai cittadini impedire la restaurazione della dittatura, reagendo consapevolmente e determinati, per non diventare degli oppressi. Perché l’oppresso che accetta l’oppressione finisce per farsene complice. Agli albanesi la scelta!

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