Democrazia

  • Elezioni in Ungheria

    C’è qualcuno più spregevole di un uomo che comanda e premia soldati e mercenari che uccidono a sangue freddo civili inermi, come è accaduto a Bucha e non solo.

    Sì, più spregevoli ancora sono i suoi lacchè, coloro che per propri interessi intessono relazioni con i nemici delle leggi internazionali, che sono spie all’interno dell’organizzazione alla quale appartengono per passare informazioni all’avversario quando questi è notoriamente un nemico della democrazia e della libertà, anche del suo stesso popolo.

    Vance avrebbe fatto meglio a stare a casa sua, dove i problemi abbondano, invece di volare in Ungheria per tentare di tirare la volata ad Orban con la speranza che lo stesso continui a governare appoggiando l’amico Putin e contrastando l’Unione Europea, che tanto sta sulle palle al suo capo Trump.

    Un mondo governato in troppi Stati da piccoli e grandi gerarchi, da piccoli uomini che si credono zar od imperatori, liberi di agire sempre e comunque seguendo i propri obiettivi e fuori da ogni legge è un mondo sempre più pericoloso.

    Se Orban, come risulta dalla telefonata con Putin, ormai si sente al suo servizio non può garantire la corretta permanenza dell’Ungheria all’interno dell’Unione, per questo, per il futuro dell’Ungheria e dell’Unione Europea, cioè per il nostro futuro di occidentali, è decisamente meglio che Orban perda le elezioni.

  • La libertà di espressione negli USA

    Anche se gli spazi per un pensiero non conformista e la libera espressione di idee si stanno restringendo anche negli Stati Uniti come da tempo succede in Europa, laggiù esistono ancora intellettuali coraggiosi e giornalisti di gran nome che riescono ad esprimersi pubblicamente in modo tutt’altro che “politically correct” e sono pure ospitati da testate importanti. Per fare solo qualche esempio si potrebbero citare il docente John Mearsheimer o il premio Nobel per l’economia Jeffrey Sachs e tra i giornalisti che si occupano di politica internazionale George Friedman. Purtroppo non è lo stesso che succede nel nostro continente, ove chi si esprime in modi non accettati dal pensiero dominante è costretto a farlo su testate minori o solamente in internet. E anche in quest’ultimo caso salvo censura preventiva.

    Negli Usa è interessante, a questo proposito, quanto un già Premio Pulitzer, David Brooks, scrive sul New York Times sotto forma di editoriale (ne riferisce da noi Dante Beneventi su Digital Gazette), suscitando poi un aperto e serio dibattito in tutto il Paese. Brooks è un classico liberal anti-Trump ma il suo ultimo editoriale suona come un vero schiaffo all’America conformista. Il problema non è Trump, scrive ma “Trump è il compimento di ciò che l’America è sempre stata”. E continua: “Una nazione autorizzata dai propri miti sull’eccezionalismo a fare ciò che vuole. Trump non è spuntato dal nulla. Le sue due vittorie sono il risultato delle scelte compiute dagli americani e dai leader che hanno eletto”. L’eccezionalismo cui il giornalista si riferisce è la sincera e condivisa convinzione di quel popolo di essere una eccezionalità nel mondo e di avere il compito di guidare tutti gli altri verso il proprio stile di vita basato sul benessere, la libertà e la democrazia. Poco importa poi che, nella realtà, questi presunti valori servano anche a garantire ai più ricchi tra loro di poter continuare a essere sempre più ricchi a spese del resto del mondo. La grandissima parte del pubblico americano crede veramente di avere la “missione” di dover spingere il mondo verso il “bene” ed è disponibile così a giustificare interventi militare di vario genere in Paesi anche lontani e a violare continuamente il cosiddetto “diritto internazionale” senza porsi il problema delle morti e dei danni che ciò comporterà. “E’ una convinzione che affonda le radici nella nostra storia- riferisce Beneventi citando le parole di Brooks – Dai Padri Pellegrini che credevano di essere il popolo eletto, alla dottrina Monroe…Trump non ha inventato nulla, ha solo tolto la maschera”. Brooks continua domandandosi se gli Stati Uniti sono davvero diversi dalle altre nazioni o sono solo più potenti e quindi si sentono liberi di fare ciò che vogliono. Poi si risponde che nella realtà non sono affatto diversi, sono solo più prepotenti e arroganti e, anche se con Trump hanno messo da parte l’ipocrisia, sono sempre stati gli stessi, almeno dall’inizio del secolo scorso, poiché anche quelli che lo combattono in nome dei presunti valori democratici condividono la stessa presunzione che chi non condivide i “valori americani” stia dalla parte del male.

    In merito alla guerra in Iran, poco popolare perfino negli USA, Brooks continua: “I missili che cadono su Tehran sono il frutto di una presunzione… quella di credere che l’America possa fare a meno di ascoltare il resto del mondo. Quella di pensare che la forza possa sostituire la diplomazia. Quella di ritenere che i propri valori (e i propri interessi – nota del sottoscritto-) siano gli unici valori possibili”. L’editoriale di Brooks finisce poi con un invito: “L’America deve accettare di essere una nazione tra le nazioni, non la nazione guida. Deve smettere di credere di avere il diritto di imporre la propria volontà agli altri. Deve ascoltare, negoziare, compromettersi. O continuerà a fare guerre e a perderle…”.

    Una tale franchezza mette in luce quella verità che in tanti conosciamo da tempo ma che da noi è raro sentire affermare dalle firme importanti del nostro giornalismo o dai nostri intellettuali o pseudo-tali. Negli USA è ancora possibile farlo, almeno fino ad ora, a viso aperto ed essere ospitati da testate autorevoli pur suscitando poi critiche e distinguo.

    La domanda che ci poniamo noi però è: se mai quell’invito venisse accolto, come reagirebbero i vari tycoons a stelle e strisce che dalle guerre e dal predominio mondiale degli Stati Uniti, costantemente riaffermato, ricavano le loro crescenti ricchezze? La risposta è semplice: non lo permetteranno mai.

  • Così lontani, così vicini

    In Israele, il 30 marzo 2026, la Knesset (il parlamento israeliano) ha approvato una legge che introduce la pena di morte per reati di terrorismo. Questa norma, fortemente voluta dalla coalizione di governo (in particolare dal ministro Itamar Ben-Gvir), prevede l’esecuzione per impiccagione. La legge è rivolta a chi commette omicidi con movente nazionalista o razzista con l’intento di danneggiare lo Stato di Israele. La competenza sarà dei tribunali militari e viene assolutamente esclusa la possibilità di chiedere la grazia o clemenza.

    In Iran, come espressione di una repubblica teocratica, le pene di morte sono stabilite e applicate attraverso un sistema giudiziario basato sulla Sharia (legge islamica). L’applicazione della pena di morte esprime un sistema in cui il potere religioso e quello giudiziario sono strettamente intrecciati. In altre parole, che sia un tribunale militare investito dalla possibilità di emettere una condanna a morte oppure un tribunale religioso, entrambi questi Stati esprimono la negazione di uno dei pilastri delle democrazie occidentali, cioè l’indipendenza della Magistratura.

    Mai come ora, Israele, che dice di ispirarsi ad una democrazia occidentale, e Iran, che invece espressamente afferma di essere una teocrazia, sono convinti di essere così lontani nelle loro origini e gestioni statali (democrazia elettiva/teocrazia rivoluzionaria). Nella realtà si ritrovano ad essere così vicini e molto più simili di quanto non credano a causa della sospensione dei diritti civili giustificati sostanzialmente da una simile motivazione religiosa (l’ispirazione dallo stesso stato dell’Iran) alla quale si richiama ora anche lo stesso Stato di Israele (*).

    (*) Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, la conquista della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, è stata vista da alcuni settori religiosi come un miracolo moderno e l’inizio della redenzione messianica, infondendo vigore al movimento per il “Grande Israele”.

  • Nell’anniversario del massacro di Bucha il sostegno a chi crede nella democrazia

    A quattro anni dalla strage di Bucha, dall’efferata esecuzione di centinaia di civili innocenti, la folle, sanguinosa guerra di Putin continua a mietere vittime.

    Agli ucraini, alla loro coraggiosa difesa della libertà e dell’indipendenza, ieri come oggi e domani, vada il sostegno di tutti coloro che credono nei valori della democrazia, che rispettano le leggi e i diritti umani e la totale condanna per quanti li hanno calpestati e calpestano.

  • Smascheramento di un regime

    Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità.

    Buddha

    Il V-Dem (Varieties of Democracy Institute – Istituto delle Varietà di Democrazia; n.d.a.) è un istituto di ricerca indipendente con sede presso l’Università di Gothenburg in Svezia. Ai rapporti e alle tante pubblicazioni dell’istituto, molto noto a livello internazionale, fanno riferimento studiosi e ricercatori da molti paesi del mondo che lavorano nei campi delle scienze politiche, sociologiche, economiche ed altro. L’istituto analizza, elabora e pubblica dati relativi al funzionamento, a livello globale, del sistema democratico. Parte integrante degli obiettivi dell’istituto V-Dem sono anche quelli di monitorare continuamente il funzionamento delle istituzioni governative e statali in circa 180 paesi del mondo, confrontare i sistemi governativi di vari paesi e seguire, anno dopo anno, gli sviluppi e le tendenze del sistema democratico in ogni singolo paese.

    La scorsa settimana è stato reso noto il rapporto, per il 2025, elaborato e pubblicato dal V-Dem. Da quel rapporto risulta che l’Albania ha registrato un calo nell’indice complessivo di democrazia, classificandosi come un’autocrazia elettorale. Tra le molte questioni analizzate e studiate c’è stata anche quella delle ultime “elezioni” politiche del’11 maggio 2025. Si tratta di “elezioni” che l’autore di queste righe, riferendosi a fatti accaduti, documentati e pubblicamente denunciati alla mano, le ha considerate un vero e proprio massacro elettorale. Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, di tutto ciò e sempre con la dovuta e richiesta oggettività.

    Dal rapporto per il 2025 del V-Dem risulta che l’Albania è stata classificata, insieme ad altri Paesi africani come Somaliland, Zambia e Sierra Leone, come autocrazia elettorale. E sempre riferendosi a quel rapporto risulta che anche la Russia e la Serbia figurano nella lista delle autocrazie elettorali. Bisogna sottolineare che per gli esperti del V-Dem un Paese viene classificato come un’autocrazia elettorale, quando in quel determinato Paese non si organizzano elezioni libere ed eque e non si garantiscono sufficienti spazi per la libertà d’espressione e d’associazione.

    Sempre riferendosi ai risultati del rapporto per il 2025 del V-Dem, risulta altresì che in Albania l’influenza del governo sul sistema della giustizia, sui media e sulla pubblica amministrazione indebolisce i meccanismi democratici. Una simile situazione pone chiaramente l’Albania in una condizione in cui la democrazia esiste solo formalmente, mentre la realtà politica testimonia inconfutabilmente un forte controllo, da parte del governo, delle istituzioni che dovrebbero essere indipendenti, nonché serie restrizioni delle libertà politiche e civili.

    Basandosi a quanto afferma il sopracitato rapporto, risulta che in Albania si sta consolidando una dittatura autoritaria mascherata da una facciata di democrazia. L’autore di queste righe, trattando per il nostro lettore la realtà in Albania, ha fatto sempre riferimento ad una dittatura sui generis camuffata da pluralismo. Ma si tratta di un pluralismo soltanto in apparenza. Un’apparenza resa “credibile”, soprattutto presso le istituzioni internazionali e in alcune cancellerie occidentali, dalla potente propaganda governativa e da determinati supporti lobbistici, finanziati da fondi occulti di oltreoceano e dai miliardi provenienti dal riciclaggio del denaro sporco locale ed internazionale. Il che ha generato e sostenuto la “convinzione” che quella albanese era una vera e propria democrazia in continua evoluzione.

    E mentre il rapporto per il 2025 del V-Dem classifica l’Albania come un’autocrazia elettorale, altri sviluppi e valutazioni confermano la preoccupante realtà albanese. La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato del mancato progresso europeo dell’Albania. L’autore di queste righe scriveva, tra l’altro, che “Lunedì scorso è stato confermato che per l’Albania non è stato approvato il rapporto di valutazione dei parametri di riferimento intermedi noto come IBAR (Intermediate Benchmarks Assessment Report; n.d.a.). Si tratta di un rapporto elaborato dal Gruppo di lavoro sull’Allargamento e i Paesi che negoziano l’adesione all’Unione europea, noto come COELA (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU; n.d.a.), un organo preparatorio del Consiglio dell’Unione europea che gestisce il processo dell’adesione e i rapporti con i Paesi candidati” (Realtà balcaniche; 18 marzo 2026).

    In base a delle informazioni fornite da fonti interne alle strutture dell’Unione europea risulta altresì che il 6 ed il 13 marzo scorso si sono svolte due riunioni del COELA. Riunioni in cui i rappresentanti dei Paesi membri dell’Unione europea e quelli dei Paesi candidati all’adesione hanno analizzato la situazione in ciascuno dei Paese candidati. Ebbene per l’Albania non è stata presa nessuna decisione. Non solo, ma le stesse fonti hanno affermato che sono alcuni Paesi membri dell’Unione europea, soprattutto la Germania, che insistono sul funzionamento reale dello Stato di diritto e del principio della separazione e dell’indipendenza dei poteri: quello esecutivo, legislativo ed il potere giudiziario. Un principio che da anni è stato violato dal primo ministro albanese.

    Sempre la scorsa settimana il Partito Popolare Europeo (PPE) ha presentato al Parlamento europeo 26 emendamenti tramite una sua relazione sull’Albania per l’anno 2025. Sono emendamenti che evidenziano con chiarezza le carenze sistemiche in materia di elezioni, giustizia e governabilità. Nella relazione si evidenziano delle gravi carenze sistemiche nelle elezioni parlamentari albanesi del 2025. Proprio come risulta anche dal sopracitato rapporto del V-Dem. Nella stessa relazione si evidenziano l’ampio utilizzo delle risorse pubbliche da parte del partito al governo, la mancanza di parità di condizioni per l’opposizione e le accuse di compravendita di voti. Secondo gli autori della relazione del PPE sull’Albania, la mancanza di una chiara separazione tra le istituzioni statali e le strutture di partito compromette seriamente la concorrenza e la fiducia dei cittadini.

    Nella relazione sull’Albania, presentata dal PPE la scorsa settimana al Parlamento europeo, si evidenziano anche il deterioramento della libertà di stampa e le pressioni economiche sui giornalisti. In più, attraverso i 26 emendamenti presentati, gli eurodeputati del PPE chiedono anche la depoliticizzazione dell’amministrazione pubblica, nonché una decisa lotta contro la corruzione e la piena trasparenza negli appalti pubblici. Nella sopracitata relazione si avverte che senza questi interventi le prospettive d’adesione dell’Albania nell’Unione europea si affievoliscono. E pensare che l’unica promessa del primo ministro albanese durante la campagna per le “elezioni” dell’11 maggio 2025 era proprio quella della chiusura dei negoziati entro il 2027 e l’adesione a pieno titolo nell’Unione europea entro il 2030. Quanto sta accadendo dimostra che si trattava di una promessa ingannevole, visto che lui non poteva farne altre.

    La scorsa settimana la Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo ha pubblicato una dichiarazione sull’Albania in cui si confermava che il processo di adesione del Paese nell’Unione europea si basa solo sul merito. In più si sottolineava la necessità del adempimento dei criteri di Copenaghen, soprattutto di quello politico. Il che rende obbligatorio anche il reale funzionamento dello Stato di diritto, l’indipendenza del sistema della giustizia, la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata, nonché la garanzia della libertà di stampa.

    Chi scrive queste righe condivide pienamente quanto è stato affermato dal rapporto per il 2025 del V-Dem, riferendosi all’Albania, smascherando così un regime autocratico. Egli trova giusto anche l’attuale atteggiamento delle istituzioni dell’Unione europea. Aveva ragione Buddha: “Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità”.

  • Regimi da abbattere

    L’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti

    è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.

    Karl Popper; da La società aperta e i suoi nemici, 1945

    Venerdì scorso, 27 febbraio, durante le prime ore del mattino, il Pakistan ha cominciato l’attacco contro le forze armate talebane in Afghanistan in diverse città del Paese. Da entrambe le parti sono state registrate delle vittime. L’Iran, confinando con i due paesi belligeranti si è dichiarato subito pronto ad avviare un dialogo di pace tra loro.

    Non è passato però più di un giorno, quando, sempre nelle prime ore del mattino di sabato scorso, 28 febbraio, l’Iran è stato attaccato, a sua volta, dalle force speciali congiunte degli Stati Uniti e di Israele, nonostante che fino a poche ore prima fossero in corso delle trattative per un’intesa tra gli Stati Uniti d’America e l’Iran. L’obiettivo degli attacchi aerei era una delle residenze dove, in quelle ore, si trovava Ali Khamenei, la Guida suprema dell’Iran dal 1989. Lui, insieme con alcuni suoi famigliari stretti e molti alti funzionari del regime, sono stati uccisi durante quegli attacchi.

    Bisogna sottolineare che la Costituzione iraniana, entrata in vigore il 3 dicembre 1979, basandosi sulla legge coranica nota come shari’a, riconosce l’Iran come una repubblica islamica. Tutto dopo che la rivoluzione khomeinista costrinse, nel gennaio 1979, lo schià Mohammad Reza Pahlavi a fuggire all’estero. In eguito, il 1o febbraio 1979, il suo avversario, l’ayatollah Khomeynī, tornò in Iran dopo un lungo esilio in Francia. La storia ci insegna però che il regime monarchico venne sostituito da un altro regime teocratico.

    Cosa accade in Iran in seguito è ormai di dominio pubblico. Solo durante questi ultimi anni sono state non poche le proteste contro il regime. Le ultime si sono scatenate, dal 28 dicembre scorso, in diverse città iraniane. Si tratta di proteste massicce che, cominciate per dei motivi economici, si sono trasformate, in seguito, in proteste contro il regime che ha usato metodi crudeli per dissuadere i cittadini a partecipare. E contro la brutale repressione di quelle proteste da parte del regime si dichiarò anche il presidente statunitense, il quale minacciò il regime iraniano di interventi militari. Minacce che dopo poco, chissà perché, sono state “dimenticate”. In seguito sono cominciate le trattative tra gli Stati Uniti d’America e l’Iran per trovare un accordo, soprattutto sul programma nucleare iraniano. Trattative sulle quali il presidente statunitense aveva delle aspettative.

    Ma da sabato scorso il conflitto tra gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra continua con degli attacchi reciproci che causano anche molte vittime. Il conflitto ormai si sta allargando, coinvolgendo anche i Paesi vicini, dopo gli attacchi missilistici dell’Iran contro i loro territori. Si tratta di un conflitto che ha attirato tutta l’attenzione sia delle cancellerie dei Paesi più importanti del mondo e delle istituzioni internazionali, che dell’opinione pubblica. Si, perché le conseguenze di questo conflitto potrebbero essere veramente preoccupanti per molti Paesi del mondo e legate al rialzo del prezzo del petrolio e del gas, ma non solo.

    Si tratta, purtroppo, di un conflitto che si aggiunge ad altri in corso in diverse parti del mondo. Soprattutto a quello tra la Russia e l’Ucraina, cominciato il 24 febbraio 2022. Ma anche al conflitto nella Striscia di Gaza scatenato il 7 ottobre 2023 dal gruppo terroristico di Hamas contro Israele. Un conflitto questo per il quale, nonostante da qualche mese gli attacchi e gli scontri armati tra le parti siano diminuiti, ma non cessati, non c’è ancora un accordo di pace che sia diventato funzionante.

    Bisogna sottolineare che nonostante le continue dichiarazioni pubbliche del presidente statunitense per ripristinare e garantire la pace in diverse parti del mondo, purtroppo, da sabato scorso un altro conflitto è ormai in corso. E si tratta di un conflitto in cui sono stati direttamente coinvolti gli Stati Uniti d’America. Chissà se lui riuscirà ad ottenere il tanto ambito premio Nobel per la Pace?

    Bisogna seguire, adesso ed in futuro, gli sviluppi di questo conflitto in Iran. L’uccisione, sabato scorso, della Guida suprema iraniana potrebbe servire per porre fine al regime teocratico in Iran Così come potrebbe suscitare la reazione dei suoi numerosi seguaci, i convinti credenti sciiti. Lo hanno testimoniato anche le piazze subito dopo l’annuncio ufficiale della morte di Khamenei. Domenica mattina sono state migliaia le persone radunatesi nella Piazza della Rivoluzione islamica a Teheran per esprimere il loro cordoglio, piangendo e pregando. Ma la stessa domenica, in diverse città iraniane ed in altre parti del mondo sono stati in tanti anche coloro che esprimevano la loro gioia per la morte della Guida suprema.

    La storia ci insegna però che dopo la caduta del regime dello schià Reza Pahlavi nel gennaio 1979, è stato costituito un altro regime, quello degli ayatollah. Ma, fatti accaduti alla mano, la storia ci insegna altresì che in quell’area geografica non sempre la caduta di un dittatore ha permesso, in seguito, la costituzione di uno Stato non autoritario, il quale deve poi passare tutte le fasi necessarie per diventare democratico. L’Afghanistan ne rappresenta una significativa testimonianza.

    Anche in altre parti del mondo ci sono dei paesi in cui sono attivi sistemi dittatoriali e autocratici, nonostante le facciate di copertura. L’Albania è uno di loro. Dopo la caduta nel 1991 della dittatura comunista, ormai da circa tredici anni è stato restaurato e si sta consolidando, soprattutto in questi ultimi anni, un regime, una nuova dittatura sui generis, come espressione dell’alleanza occulta del potere politico con la criminalità organizzata, locale ed internazionale. Il nostro lettore, da anni ormai, è stato informato di una simile, preoccupante e pericolosa realtà, sempre con la dovuta e richiesta oggettività e sempre basandosi su fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti.

    Dal dicembre scorso, come in Iran, anche in Albania sono ricominciate le proteste contro questo regime, contro la galoppante corruzione, partendo dai massimi livelli del potere politico ed istituzionale, contro l’abuso del potere conferito e/o usurpato, contro la sempre più diffusa povertà ed altro. Proteste alle quali, come in Iran, il regime reagisce con brutalità, usando una polizia di Stato non solo politicizzata, ma anche legata, non di rado, fatti accaduti e documentati alla mano, alla criminalità organizzata.

    Una vera, vissuta e sofferta realtà questa che ha costretto molti albanesi, soprattutto giovani, a lasciare la madre patria per cercare una vita migliore in altri Paesi europei, ma non solo. Si tratta veramente di un fenomeno molto preoccupante, visto i ritmi dello spopolamento, causato non da un conflitto armato, non da scontri etnici, bensì dal consolidamento di un regime autocratico, che cerca di camuffarsi con una facciata pluralista, dal malgoverno, dall’abuso di potere, dalla diffusa e ben radicata corruzione, che fanno svanire le certezze di una vita normale.

    Una realtà quella albanese che, soprattutto in questi ultimi mesi, è stata denunciata anche dai più rinomati media internazionali. Così come è stata espressa ufficialmente ed in altri modi, anche da alcune cancellerie europee, soprattutto quella tedesca, riferendosi a fonti mediatiche ben informate. Ragion per cui il primo ministro albanese, il diretto e principale responsabile di una simile realtà, si trova in situazioni veramente difficili. Situazioni che fino a poco tempo fa, riusciva a gestirle anche grazie alle sue “amicizie” con alcuni “grandi dell’Europa e del mondo”, nonché alle attività lobbistiche milionarie. Ma da qualche tempo queste possibilità sembrano essere diminuite.

    Chi scrive queste righe pensa che anche quello albanese è un regime da abbattere. Ma bisogna tenere presente, altresì, quanto affermava Karl Popper. E cioè che l’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.

  • Board of Peace

    Nessuno credo possa avere dei dubbi sulla urgente necessità di riportare Gaza a livelli di vita umani, di ridare ai palestinesi tutto quanto è necessario per vivere dignitosamente e costruirsi un futuro di pace in dignità e, ci auguriamo, prosperità.

    Nessuno, in buona fede, può negare il diritto di Israele di essere riconosciuto dagli Stati che insistono nella stessa area geografica e di poter vivere in totale sicurezza.

    Nessuno può immaginare che possano esserci pace e prosperità per gli israeliani ed i palestinesi se gruppi terroristi come Hamas rimarranno armati o se Stati come l’Iran continueranno ad appoggiare ed a finanziare il terrorismo.

    Nello stesso tempo crediamo, e non siamo i soli, che un’associazione internazionale che parta con una organizzazione che sancisce che il presidente, autoproclamato, sia a vita e dotato dei pieni poteri, magari anche con la facoltà di nominare il proprio successore, sia la soluzione idonea a garantire pace, democrazia, rispetto di quel minimo di regole necessarie alla civile convivenza ed ad impedire che finalità affaristiche prevalgono sulle necessità oggettive dei popoli.

    Se partecipare come osservatori al Board of Peace significa dare sinceri suggerimenti per evitare errori che possono essere fatali va bene.

    Se invece partecipare, anche come osservatori, significa avallare organismi ed organizzazioni che possono portare ad ulteriori spaccature tra Stati, ad ignoranza dei legittimi diritti dei popoli, ad imprese economiche di interesse personale, a cooptazioni di famigliari e sodali, all’interno di strutture che devono essere trasparenti, è evidente che l’Italia e l’Europa devono restare al di fuori di un percorso che al momento si presenta poco chiaro.

  • Leggi come scudo di prevenzione e autodifesa

    Più uno Stato è corrotto, più fa leggi.

    Publio Cornelio Tacito

    La storia ci insegna che da migliaia di anni, gli uomini, vivendo in piccole comunità, hanno, tra l’altro, sentito il bisogno di avere delle regole per stabilire e gestire i loro rapporti. Ovviamente tutto si riferiva allo stato d’evoluzione raggiunto, al tempo, dall’essere umano. Si trattava di regole semplici, mutualmente accettate, che si adattavano alle condizioni sociali delle comunità in cui si viveva. Regole che cercavano di stabilire i diritti e i doveri di ciascun membro della comunità nei rapporti con gli altri. E quando l’evoluzione dell’essere umano lo ha permesso, quelle regole sono state anche scritte e tramandate di generazione in generazione. L’insieme di quelle regole era anche la base delle future legislazioni in diversi Paesi del mondo.

    Uno nei più noti storici della Grecia antica, Strabone, vissuto circa ventuno secoli fa, scriveva anche di Zaleuco di Locri, vissuto nel VII secolo a.C. nella Magna Grecia; un’area che si trovava nel sud della penisola italiana. Zaleuco di Locri, secondo Strabone, concepiva e scriveva leggi, basandosi anche sulle diverse esperienze delle altre città della Grecia antica. Secondo Strabone le leggi scritte da Zaleuco di Locri non solo hanno garantito il funzionamento normale del sistema giuridico del tempo, ma hanno rappresentato una buona base legale per il futuro. Ma prima di Strabone, anche Demostene, noto oratore, politico ateniese e convinto sostenitore della democrazia, vissuto circa ventiquattro secoli fa, trattando il contributo di Zaleuco di Locri, si riferiva anche ad una sua legge, secondo la quale “…l’abrogazione o la modifica di una legge poteva essere proposta solo dopo essersi presentati dinnanzi all’assemblea con un laccio al collo che, in caso di rifiuto della proposta, sarebbe diventato strumento di morte per il proponente”.

    Molti secoli dopo in Francia, il 26 agosto 1789, l’Assemblea nazionale approvò la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. Un importante documento, basato anche sulla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 1776, a cui si continua a fare spesso riferimento. La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, nel suo sesto articolo sanciva: “La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca…”. Mentre l’articolo 12 della stessa Dichiarazione sanciva: “La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata”.

    Questi principi, nonché altri elaborati e stabiliti da seguenti importanti documenti, compresa la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1946, sono alla base delle costituzioni in molti Paesi del mondo. Anche in Albania. Ma purtroppo, fatti accaduti e che tuttora stanno ancora accadendo alla mano, risulta che il primo ministro albanese, rappresentante istituzionale del potere esecutivo, invece di garantire “il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata [la forza pubblica, nella fattispecie il governo; n.d.a.]”, come sanciva l’articolo 12 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, fa proprio il contrario.

    Il nostro lettore è stato informato, durante questi ultimi mesi, che il primo ministro, da “determinato sostenitore” del sistema “riformato” della giustizia, fino a inizio novembre scorso, è diventato un “determinato contestatore”, molto aggressivo e minaccioso nei confronti dello stesso sistema. Un cambiamento da abile voltagabbana, accaduto dopo che un procuratore ha chiesto la sospensione dai suoi due incarichi della vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, con l’accusa della violazione della parità nei appalti pubblici. In seguito, il 19 novembre scorso, un giudice del Tribunale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata ha convalidato quella richiesta. Ma nei giorni successivi sono aumentate e appesantite le accuse nei confronti della stretta collaboratrice del primo ministro. Il primo ministro però continua ad attaccare le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, che fino a inizio novembre scorso era il suo “vanto”.

    La scorsa settimana il nostro lettore veniva informato della sentenza della Corte Costituzionale, in seguito ad una richiesta presentata il 21 novembre scorso dal primo ministro, con la quale chiedeva l’annullamento della sopracitata sospensione dagli incarichi della sua vice, considerandola come anticostituzionale. Con quella “strana” sentenza della Corte Costituzionale, ritardata per quasi due mesi, veniva rifiutata la richiesta del primo ministro. L’autore di queste righe, riferendosi alle reazioni del diretto interessato, scriveva: “Il primo ministro non può digerire una simile sentenza ed ha dichiarato che, con la sua maggioranza parlamentare, presto approverà in Parlamento una legge per rendere immuni lui stesso e i ministri dalle accuse dei tribunali. Meglio di così!” (Preoccupanti realtà; 9 febbraio 2026).

    Il primo ministro, nelle sue accuse contro quella parte del sistema “riformato” della giustizia che ormai non gli ubbidisce, compreso il procuratore ed il giudice che hanno chiesto e poi deciso la sospensione dagli incarichi della vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, cerca di ingannare, riferendosi alla Costituzione e al Codice della procedura penale. Lui mente quando pretende che un ministro non può essere giudicato e condannato. Ma l’articolo 135 della Costituzione, con il suo comma 2, sancisce che “I tribunali Speciali giudicano i reati di corruzione e criminalità organizzata, nonché le accuse penali contro il Presidente della Repubblica, il Presidente del Parlamento, il primo Ministro, il membro del Consiglio dei ministri…”. La sua vice è un membro del Consiglio dei ministri, mentre il Tribunale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata è proprio un Tribunale speciale che ha tutti i diritti legali di decidere sul caso. Invece il comma 2 dell’articolo 242 del Codice della procedura penale sancisce che la sospensione dagli incarichi istituzionali “…non si applica solo alle persone elette secondo la legge elettorale”. E tali sono i deputati e gli eletti dell’amministrazione locale, sindaci e consiglieri comunali.

    In Albania da alcuni anni si sta consolidando una dittatura sui generis, rappresentata dal primo ministro. Lui ormai, calpestando il principio della separazione dei poteri di Montesquieu, controlla tutto, usurpando ed abusando dei diritti costituzionali degli altri poteri. Perciò nessuno scandalo abusivo e milionario non poteva attuarsi senza il suo ordine o, almeno, il suo beneplacito. Neanche quelli in cui è stata direttamente coinvolta ed accusata la sua vice. Ragion per cui il primo ministro si sente vulnerabile e non gli rimane altro che prendere delle misure legali per difendere se stesso. Perciò ha deciso di presentare una modifica al sopracitato articolo 242, comma 2, del Codice della procedura penale. Secondo quella modifica, che con la sua grande maggioranza in Parlamento può approvare facilmente, verrà sancito che la sospensione dagli incarichi istituzionali, oltre alle persone elette secondo l’attuale legge elettorale, non sarà applicata neanche per il presidente della Repubblica, per il primo ministro, per i membri del Consiglio dei ministri ed alcune altre cariche istituzionali. Una disperata modifica ordinata dal primo ministro per avere uno scudo legale di prevenzione e autodifesa. Chissà cosa avrebbe previsto Zaleuco di Locri per un simile caso?!

    Chi scrive queste righe è convinto, fatti alla mano, che il primo ministro albanese, coinvolto ormai da anni in molti scandali corruttivi, sta passando giorni molto difficili. E cerca di difendersi con nuove leggi. Aveva ragione Publio Cornelio Tacito, più uno Stato è corrotto, più fa leggi.

  • Gli USA e gli scenari del dopo Maduro in Venezuela

    Notoriamente Trump non è uomo di cultura e il suo comportamento è pure lontano da ogni atteggiamento ottimale in diplomazia. Tuttavia, pensare che agisca solo in base a improvvisazioni dettategli dall’istinto di uomo d’affari che punta solo a risultati immediati e si disinteressa delle conseguenze a medio e lungo termine sarebbe un errore interpretativo. Tutti vediamo che la sua politica internazionale parte dal presupposto che, almeno per ora, gli USA sono la più grande potenza economica e militare del mondo e, approfittando di ciò, rilascia dichiarazioni e assume atteggiamenti senza scrupoli tipici di un prepotente che vuole imporre i propri interessi a chiunque gli convenga. Di certo, come succede in economia, ogni scelta porta conseguenze positive per un verso e per qualcuno e negative sotto altri aspetti e per altri soggetti. Alcuni suoi comportamenti sono errori evidenti, quali crearsi troppi nemici contemporaneamente e favorire così tra di loro una alleanza, magari precedentemente non voluta né immaginata. Oppure il cambiare continuamente gli obiettivi dichiarati, togliendo così ogni credibilità alle proprie azioni del momento. Dove, però, sembra abbia agito con una certa lungimiranza e saggezza è stato il caso di ciò che ha fatto nel Venezuela.

    È ovvio che l’intervento americano in quel Paese vada contro qualunque aspetto del “diritto internazionale” e che nessuno può considerare politicamente ammissibile una tale ingerenza negli affari interni di un’altra nazione. Tuttavia, se ci asteniamo dal dare giudizi morali e ci limitiamo a osservare la convenienza di tale azione per chi l’ha compiuta, dobbiamo ammettere che si sia trattato di un colpo magistrale. Occorre premettere che, così come succedeva ai suoi predecessori, l’idea di battersi per aumentare anche altrove il livello di organizzazione democratica è soltanto un puro alibi per mascherare interessi americani molto più prosaici e che, quindi, l’eliminazione del regime dittatoriale venezuelano non era tra gli obiettivi di ciò che è stato fatto. L’interesse primario degli USA verso quell’area del mondo è la pura applicazione della “dottrina Monroe” aggiornata e cioè l’impedire che potesse confermarsi un intreccio tra quel governo e quelli di Stati considerati nemici quali la Cina, la Russia e l’Iran. Cosa che stava avvenendo seppur, apparentemente, solo sotto l’aspetto economico. Il mettere sotto possibile controllo americano la produzione petrolifera locale non è una questione prettamente economica, bensì impedisce, soprattutto ai cinesi, l’accesso a una enorme fonte di rifornimento di petrolio pesante ottimo, una volta raffinato, per ottenere un prodotto destinato a motori diesel e voraci quali quelli di aerei e navi. Inoltre, toglie a un altro grattacapo americano, Cuba, la maggiore entrata di carburante indispensabile per la sopravvivenza dell’economia locale.

    Detto ciò, chi si aspettava che l’aver “sequestrato” Maduro aprisse a un totale cambiamento di regime non teneva conto di quella che è la realtà sociale e politica del Paese. Il “colpo da maestro” di Trump e dei suoi non è consistito nel pur perfettamente riuscito sequestro di quel dittatore, bensì nell’aver preparato in anticipo la sopravvivenza del regime con però un atteggiamento molto conciliante verso Washington. Ciò che attualmente sembra probabile è che ci possono essere state diverse complicità interne pre-concordate e magari perfino la collaborazione tacita della vice presidente, oggi nominata presidente ad interim, Delcy Rodriguez. Ipotesi molto realistica, tanto è vero che il Segretario di Stato Rubio ha subito annunciato di volerla incontrare. Un’altra cosa che si potrebbe immaginare è che, di là dalle dichiarazioni ufficiali di teatro, l’operazione sia stata “accettata” da Putin durante l’incontro di Anchorage in nome del rispettivo riconoscimento delle future zone di influenza.

    La realtà interna del Venezuela è che, come dimostrato ampiamente dalle ultime elezioni, il regime di Maduro non godeva più del sostegno della maggior parte della popolazione (a differenza di ciò che succedeva al tempo di Chavez) ma che tutte le leve del potere reale sono distribuite tra coloro che di quel regime erano e continuano ad essere i beneficiari. Il malcontento origina soprattutto dalla diffusa corruzione degli alti gradi del regime, della loro incapacità gestionale e da un’economia sempre più disastrata.

    Vediamo i possibili scenari del dopo Maduro e cosa sarebbe successo se, invece di confermare la tenuta del regime, si fosse voluto imporre forzosamente una immediata democrazia.

    La prima possibilità è che con il decidere di smantellare del tutto il regime e aprire a nuove elezioni il sistema si sarebbe potuto spaccare tra gruppi armati del vecchio potere in lotta tra di loro fino ad arrivare a scontri armati. Tale eventualità, nonostante tutto, non è ancora esclusa e addirittura diventerebbe probabile se tale frattura avvenisse non solo tra gli alti vertici del regime ma anche dentro le forze armate. Non si può escludere che, fomentando un sentimento nazionalista e la non simpatia verso i gringos da sempre diffusa negli stati sud americani, una parte degli ufficiali si unisca ai gruppi guerriglieri colombiani già presenti da tempo in Venezuela. Insieme si batterebbero non solo contro l’ingerenza statunitense nel settore petrolifero ma anche darebbero la caccia ai “collaborazionisti”. In altre parole scoppierebbe una guerra civile.

    Un secondo scenario possibile dopo la ipotetica volontà americana di imporre subito le elezioni sarebbe stato che il desiderio di vendetta di chi aveva per lungo tempo subito le angherie del potere avrebbe potuto suscitare una reazione violenta di chi era ancora in posizione di forza, se non altro per autodifesa. Nel caso di una repressione feroce di tali manifestazioni, come avrebbero potuto (o dovuto) reagire gli americani? Inviando truppe per proteggere i “democratici” e aprire così un nuovo fronte di guerra?

    Naturalmente l’aver paradossalmente confermato il regime precedente non elimina possibili conseguenze non gradite. Chi si è battuto da tempo contro Maduro può non accontentarsi dell’eliminazione del personaggio e considerare un tradimento l’accettazione americana della continuità di un regime anche se con capi diversi. La Rodriguez potrebbe sinceramente fungere soltanto da presidente ad interim e rinnovare gradualmente, sempre garantita dagli americani, i vertici della giustizia, delle forze armate e dell’alta amministrazione in genere in modo da preparare le elezioni. Tuttavia, checché ne pensi la Machado (che ha continuato ad auspicare un intervento armato americano), l’opposizione al regime non è mai stata davvero compatta e lei non ha dimostrato di avere quel carisma che Chavez aveva avuto. Un vero consenso popolare che garantisca elezioni libere e pacifiche si potrebbe ottenere solamente nel momento in cui sarà evidente che l’economia stia fortemente riprendendo e che un relativo benessere sia potenzialmente raggiungibile da ampi strati della popolazione. Un po’ come successe in Corea del Sud dopo la guerra con il Nord. In altre parole, un regime militare destinato a durare qualche anno e la democrazia rimandata forse anche di un decennio.

    La realtà venezuelana di oggi, sgradita a chi vuole tutto e subito, è quella su cui, saggiamente, sembra aver puntato Trump ed è l’unica che potrebbe evitare una nuova situazione di grave instabilità. È comunque certo che, dopo aver infranto in modo così palese le regole della convivenza internazionale, Washington si gioca tutta la sua credibilità sulla buona riuscita del futuro venezuelano. Se Trump finisse col trovarsi di fronte a delle realtà come quelle che i suoi predecessori hanno provocato in Afghanistan, in Iraq, in Siria e in Libia (e speriamo che lui non faccia lo stesso errore in Iran) anche le sue chance di raggiungere un accordo con le altre potenze per spartirsi il mondo perderebbe ogni possibilità.

  • 27 gennaio

    Ricordare può fare paura, costringe a cercare sempre di più di conoscere gli orrori del passato e di fare i conti con la storia e con le persone di ieri e di oggi,

    Ricordare significa comprendere che, per sconfiggere il male, ciascuno si deve impegnare in ogni istante perché in questa epoca, che credevamo sarebbe stata un’epoca di progresso, libertà, democrazia, rispetto dei diritti di ciascuno, abbiamo invece scoperto come la forza del sopruso tenti quotidianamente di prevalere.

    Il Giorno della Memoria sancisca che ogni giorno ci deve non far dimenticare che il senso della nostra vita è saper garantire la vita degli altri.

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