Denaro

  • Le due diverse genesi inflattive

    L’inflazione trae le proprie peculiari caratteristiche e determina diversi effetti in rapporto alle ragioni della sua genesi. Gli stessi rimedi con cui la politica monetaria cerca, spesso con ritardo, di attenuarne le problematiche per l’economia reale risultano diversi a fronte di un’inflazione di natura endogena, cioè causata da fattori economici interni al proprio mercato, oppure esogena, quindi determinata da problematiche esterne al controllo della stessa politica monetaria delle banche centrali.

    Gli Stati Uniti hanno già da tempo adottao, in termini di strategia monetaria, il “tapering “progressivo, ovvero la diminuzione dell’acquisto dei titoli del debito pubblico Usa e successivamente avviato una graduale crescita dei tassi di interesse per frenare la spirale inflattiva arrivata al + 7%.

    L’economia statunitense ha dimostrato nel 2021 un tassi di crescita del +5,7% (+6,9 % nell’ultimo trimestre) e contemporaneamente ha già raggiunto da tempo la piena occupazione con un tasso di disoccupazione al 3,8%. Come logica conseguenza le retribuzioni stanno crescendo (+8,7% nel penultimo trimestre) quindi tutti questi dati inducono la Fed a confermare ed inasprire una politica monetaria restrittiva anche a causa dei consumi in salita del +12% e con l’indice dei prezzi al +6%.

    E’ evidente come l’origine dell’inflazione made in Usa risulti prevalentemente endogena anche perché la più grande potenza mondiale guidata dal Presidente Joe Biden rimane l’unica dell’emisfero occidentale ad avere raggiunto l’indipendenza energetica, è quindi al riparo dall’esplosione dei prezzi delle fonti energetiche ed in grado addirittura di esportare nello specifico momento notevoli quantità di shale gas verso l’Europa stretta viceversa nella morsa energetica.

    Al di qua dell’Atlantico la complessa situazioni dell’Unione Europea presenta un medesimo fenomeno inflattivo ma con delle origini decisamente differenti. In Europa, ed in particolare in Italia, è stata scelta una politica “energetica” basata sulla assoluta e piena dipendenza da fonti energetiche estere, rendendo quindi il nostro Paese soggetto a dinamiche internazionali economiche ma anche politiche fuori da un nostro possibile controllo.

    In più si è progressivamente quasi azzerata l’attività estrattiva del gas (solo nel 2021, e quindi già in piena crisi energetica, è diminuita del 18%) arrivando nel 2021 con soli tre (3) milioni di mq prelevati, quando nel 1991 avevamo raggiunto i ventuno (21) milioni, e lasciando ogni riserva della sempre più preziosa materia prima ad esclusivo approvvigionamento della Croazia.

    Il governo Draghi, con un “solo” anno di ritardo dall’inizio dell’escalation energetica, ha finalmente deciso di raddoppiare le estrazioni i cui benefici si otterranno, va ricordato, nel breve” termine di 12/18 mesi, dimostrando, ancora una volta, come una maggiore tempestività avrebbe se non risolto certamente ridotto l’impatto devastante di questa vera pandemia energetica.

    In questo contesto la spirale inflattiva europea arriva ad un livello del +5,1% mentre quella italiana si “fermerebbe” ad un +4,8% ma nel caso europeo ed italiano in particolare la genesi va ricercata tra le fonti esterne.

    A differenza del modello economico statunitense in Europa la disoccupazione registra un 7,1% (3,8% negli Usa si ricorda) mentre in Italia raggiunge il 9% (26,8 % tra i giovani), quindi ben lontani dalla piena occupazione indicata con un tasso di disoccupazione inferiore al 5% (disoccupazione frizionale).

    All’interno quindi di uno scenario economico politico sostanzialmente agli antipodi rispetto a quello d’oltreoceano sembrerebbe sicuramente assurdo adottare le medesime politiche monetarie con l’obiettivo di frenare un fenomeno (inflazione) simile ma determinato da cause diverse. Nel nostro Paese, in più, si aggiungono anche gli effetti di una politica di sviluppo che parte da due assiomi assolutamente superati e comunque falsi. Sulla base del primo l’attività di governo invece di avere un approccio organico e complessivo allo sviluppo del Paese ha scelto di privilegiare uno specifico settore (edilizio) come beneficiario dei maggiori interventi finanziari (bonus fiscali), espressione della convinzione di “un effetto traino” in grado cioè di riavviare l’intera economia generale. Una scelta risibile il solo pensare che un singolo privilegiato settore possa determinare una crescita complessiva ma di certo ha dato vita NON solo ad una rinascita dell’inflazione ma ANCHE alla creazione di una aspettativa di inflazione per tutti gli altri comparti economici.

    Il secondo assioma assolutamente fuorviante è quello relativo ad un altro effetto traino per l’intera economia attributo questa volta alla semplice crescita della spesa pubblica, quasi rappresentasse il motore stesso dell’economia nazionale.

    In trent’anni di esplosione della spesa pubblica, finanziata con l’aumento della pressione fiscale e del debito pubblico, il reddito disponibile per i contribuenti italiani si è ridotto del -3,7% a fronte di una crescita in Germania del +34,7 % e di oltre il +24% in Francia. Direbbe quindi il poeta “perdete ogni speranza voi che attendete gli effetti economici della spesa pubblica” soprattutto all’interno di una pseudo-transizione energetica priva di ogni base economica di sostenibilità la quale, va ricordato, viene sovvenzionata da quarant’anni (40) con oneri nelle bollette, a tutt’oggi in grado di raggiungere la quota di rinnovabili al 18% ma pretendendo di arrivare al 50% nel 2030, cioè in otto (8) anni. L’adozione, quindi, di una politica monetaria restrittiva da parte della Bce determinerebbe solo l’effetto di frenare ulteriormente il tentativo di ripresa economica rendendo più oneroso l’accesso al credito e probabilmente con effetti nulli sul principale problema come l’inflazione stessa. Gioverebbe ricordare, infatti, come all’interno di un mercato globale le politiche monetarie regionali (l’Europa altro non è in un contesto mondiale) abbiano già fallito nel recente passato.

    In questo senso basti ricordare come dal 2015 l’allora presidente della Bce Mario Draghi abbia inaugurato il Quantitive Easing con l’obiettivo di fornire un supporto finanziario alla crescita economica e alla produzione ma anche scongiurare la deflazione che avrebbe messo in seria difficoltà il sistema finanziario e bancario.

    Fino alla esplosione della terribile pandemia nel 2020 nessun indicatore economico aveva registrato una ripresa dell’inflazione, legata all’enorme quantità di risorse finanziarie disponibili sul mercato, anche a causa della stagnazione sostanziale dei consumi ed alla diminuzione del prezzo medio dei beni acquistati provenienti da zone a basso costo di manodopera.

    Nella situazione opposta la medesima politica monetaria ma di segno opposto non frenerebbe l’inflazione (come detto esogena) ma ridurrebbe ulteriormente le opportunità di crescita e garantirebbe solo una maggiore e pericolosa stagnazione economica già in atto (*) riducendo anche drasticamente il potere di acquisto di intere fasce di popolazione a basso reddito ma anche del ceto medio. Con on queste caratteristiche e parametri economici non esistono quindi le condizioni per una politica monetaria restrittiva quando invece l’unica soluzione dovrebbe venire individuata in una sostanziale ed omogenea riduzione del carico fiscale avviata sia dallo stato centrale, cominciando a rendere disponibile le risorse del Fiscal Drag, quanto dagli enti locali i quali hanno aumentato il proprio prelievo fiscale negli ultimi dieci anni del 111%.

    Una riduzione della pressione fiscale sarebbe assolutamente di per sé deflattiva (**) ed a favore delle fasce meno abbienti di contribuenti (***) riducendo il potere delle classi politiche e dirigenti che vivono di spesa pubblica anche per finanziare il proprio consenso elettorale.

    (*) dicembre 2021: produzione industriale -0,7% – gennaio 2022: produzione industriale -1,3%

    (**) si pensi alla riduzione del costo del gasolio nel trasporto delle merci e quindi al benefico effetto per i costi di trasporto e, di conseguenza, del prezzo dei beni di consumo

    (***) esattamente il contrario di quanto ottenuto con la rimodulazione delle aliquote Irpef del governo Draghi

  • Mexican nursery’s lottery win turns into nightmare

    Parents in southern Mexico say they are being threatened by a gang after their children’s nursery won 20m pesos ($950,000; £710,0000) in a lottery.

    The nursery has just over two dozen pupils and their parents were put in charge of administering the prize.

    Soon after their win was made public, they received threats from an armed group, which demanded that they use the money to buy weapons for the gang.

    The families say they had to flee their village and have been living rough.

    Gang violence is rife in Mexico and armed groups often try to recruit locals in their fight with rivals for control of territory.

    A number of the 500-peso tickets in Mexico’s much-publicised “plane lottery” were bought by anonymous benefactors and donated to poor schools and nurseries across the country.

    The Mexican state organised the lottery after a previous plan to raffle off the presidential plane to raise funds for hospital supplies had been shelved because it was deemed impractical.

    A list of the 100 winners was announced in September 2020 and published in Mexican newspapers.

    The tiny nursery in the indigenous village of Ocosingo was among the winners.

    While the windfall was cause for celebration at first, the problems started soon after news of it spread.

    Members of the parents’ association say that they started receiving threats from an armed group called Los Petules which demanded that the prize money be used to buy guns for the gang, which reportedly planned to attack a rival group in a neighbouring village.

    The parents refused and instead spent part of the money on a new roof for the nursery.

    The threats increased this year when the parents decided to use the remaining 14m pesos for works to improve their village.

    In March, one father was shot at by gang members who demanded he hand over the prize money.

    Last month, the situation escalated further when the gang reportedly attacked women and children in the village, causing 28 families to flee.

    One member of the parents’ association said the community had lost “cattle, our homes, refrigerators, our corn and bean harvests, our chickens”.

    A spokesman for the families said that they had alerted the local authorities to their plight but that unless the gang was disarmed and dissolved, they would not be able to return to their homes.

  • Supermercato Italia

    Se all’interno di un supermercato Italia (A) nel quale si possa trovare ogni genere di beni esistenti venisse offerto un bonus aggiuntivo a carico dello stesso supermercato (debito aggiuntivo quindi) ma spendibile solo in alcuni settori merceologici questo determinerebbe l’immediata impennata di acquisti per i beni degli scompartimenti beneficiati dal bonus ma con una conseguente crescita dei prezzi estesa ad ogni tipologia  merceologica (inflazione a strascico determinata dalla sua stessa  aspettativa*). In questo contesto di crescita di prezzi reale ed attesa gli altri settori faticherebbero a mantenere i volumi storici di vendita. A fronte di questa domanda aggiuntiva lo stesso supermercato si avvarrebbe di nuove collaborazioni (a tempo determinato ed in rapporto alla sola durata del bonus) mentre rimarrebbero bloccate tutte le strategie di sviluppo nella gestione delle risorse umane e relative agli addetti degli altri reparti.

    Gli esercizi commerciali situati nelle immediate vicinanze del supermercato avrebbero probabilmente una temporanea crescita dei consumi di caffè e di altri prodotti senza però indurli a programmare investimenti per il prossimo futuro a causa della percezione della temporalità delle politiche commerciale del supermarket: resterebbero cioè in vigile attesa (aumentando così le proprie giacenza liquide sui conti correnti).

    Una volta esaurito l’effetto espansivo del bonus il supermercato potrebbe certificare, a livello finanziario, un forte incremento del fatturato con un conseguente netto miglioramento del rapporto debito e fatturato (debito/PIL). Questo risultato verrebbe ottenuto sostanzialmente a “costi fissi e stabili” in quanto i collaboratori a tempo determinato risulterebbero già usciti dall’organico ben prima della fine del ciclo economico incentivato dal bonus e rientrati in carico alle cooperative somministratrici di “servizi umani”.  Si creerebbe così la situazione ideale per la società di distribuzione (A) di diventare l’oggetto di una acquisizione da parte di un concorrente di dimensioni maggiori e quindi finanziariamente più solido (acquisizione private equity di aziende del Made in Italy).

    Contemporaneamente se un altro  supermercato Italia (B), invece, abbassasse il livello generale dei prezzi praticati alla propria clientela (magari grazie ad un minore ricarico “fiscale” e limando gli “sprechi di struttura”, cioè la spesa corrente) i consumatori, dopo una iniziale incertezza ed una volta compresa e quantificata l’entità della nuova e maggiore disponibilità (a redditi costanti), aumenterebbero i propri acquisti magari anche utilizzando una parte di quelle risorse depositate nei conti correnti nati come espressione della propria incertezza nel futuro.

    La percezione, infatti, di una nuova maggiore disponibilità si riverbera anche attraverso una nuova fiducia e quindi trova la propria manifestazione con l’aumento della domanda marginale (a redditi stabili) e, di conseguenza, in nuovi consumi, confermando ulteriormente l’importanza del sentiment in economia. (*)

    La crescita del fatturato del supermercato coinvolgerebbe tutti i settori merceologici spingendo la direzione stessa a stabilizzare una quota di lavoratori già attivi all’interno della struttura, fino ad allora con contratti a tempo determinato, e magari contemporaneamente assumendone anche di nuovi per rispondere alla domanda in costante crescita.

    I fortunati esercizi commerciali posti nelle immediate vicinanze del supermarket avrebbero una crescita costante dei consumi e verrebbero indotti a programmare una serie di investimenti finalizzati a migliorare e sviluppare le proprie potenzialità quanto il livello del prodotto, reintroducendo magari nel circuito economico una parte delle proprie liquidità prima giacenti inerti nei conti correnti. La stessa direzione del supermercato potrebbe finalmente abbandonare le quasi mensili e a basso valore aggiunto campagne di promozione 3×2 (elezioni) e sempre meno seguite dalla disorientata clientela (affluenza sotto il 50%) a favore invece di una politica di crescita complessiva attraverso investimenti strutturali con evidenti sinergie di costi e lasciando le promozioni ai classici periodi stagionali (nuova legge elettorale che concentri in poche date tutti gli appuntamenti elettorali).

    In altre parole ecco come gli effetti della gestione del primo supermercato Italia (A) rappresentino la costante fotografia delle sciagurate strategie della classe politica e dirigente italiana negli ultimi trent’anni le quali hanno determinato solo ed esclusivamente la diminuzione del reddito disponibile per i cittadini italiani del -3,7 %, mentre in Germania (in più con un debito pubblico inferiore di oltre il 50%) risulta aumentato del +34,7%.

    Nel secondo supermercato Italia (B), viceversa, si sperimenta una politica diversa ma espressione finalmente di una ritrovata competenza. Invece di attendere i successivi quanto improbabili effetti nel medio e lungo termine derivanti dal semplice e ripetuto rifinanziamento della spesa pubblica, nel secondo esercizio commerciale si predilige una crescita costante come espressione della maggiore capacità di spesa dei propri clienti (sostegno alla domanda interna). Un reddito disponibile legato più alla crescita del Pil del Paese che non a quella della spesa pubblica la quale, come inevitabile contropartita, determina la insopportabile crescita della pressione fiscale sempre più progressiva rispetto ai costi dei prodotti (accise carburanti e tassazione consumi).

    Le diverse strategie utilizzate dal “management” della distribuzione Italia (A/B) fanno così risultare vicina al quadro complessivo del nostro Paese la prima e contemporaneamente lontana in modo imbarazzante la seconda. In più, di fronte alle nuove disponibilità finanziarie forniteci dalla Unione Europea, si continua a finanziare ulteriore spesa settoriale senza valutare il quadro d’insieme (supermercato A) mentre ancora una volta si dimentica il sostegno alla domanda complessiva (supermercato B).

    Ormai emerge evidente come questo continuo sostegno al solo aumento della spesa pubblica non possa venire giustificato solo dalla fiduciosa attesa di benefici effetti nel medio e lungo termini ma ormai rappresenta soprattutto il livello di compromissione tra il ceto politico e quello affaristico imprenditoriale.

    Va Infatti ricordato come l’aumento della spesa pubblica determini la crescita di quel potere di una classe politica sempre più assetata di nuove disponibilità con il solo obiettivo di  accrescere  così il proprio potere in modo   inversamente proporzionale al consenso di cui possa godere  (26.11.2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    A conclusione si auspica come la prossima volta, quando gli italiani andranno a fare la spesa, si ricordino finalmente quale dei due supermarket risulti più conveniente per i propri acquisti.

    (*) Il premio Nobel per l’economia attribuito allo psicologo Daniel Kahnemann incanala la ricerca verso la relazione tra economia e mente.

  • Trustmeup, la nuova piattaforma digitale che promuove un nuovo modello di sostenibilità

    Non Profit ed E-commerce, due mondi apparentemente distanti, si uniscono nella piattaforma web TrustMeUp, l’unica in grado di trasformare ogni acquisto in donazione e ricompensare ogni donazione, al 100%, in sconti per nuovi acquisti digitali. Il tutto in maniera trasparente e tracciata grazie alla tecnologia blockchain.

    Un modello innovativo di raccolta fondi per il Terzo Settore, con l’obiettivo di raddoppiare il valore delle donazioni e offrire alle aziende una proposta innovativa di CSR condivisa che permette a tutti di comprare donando “a costo zero”. Da un lato, infatti, i consumatori possono donare mediamente il 15% dell’importo speso in uno dei negozi online aderenti alla piattaforma (secondo un modello definito come DonaComprando); dall’altro effettuare una donazione, per qualsiasi importo, a favore di un ente non profit presente all’interno di TrustMeUp e trasformare lo stesso valore in uno sconto digitale, da utilizzare in seguito.

    La piattaforma si presenta come una nuova frontiera dello shopping dimostrando che i consumi, fatti in modo differente, possono impattare sulla società e sostenere il mondo del Non Profit in maniera semplice, sostenibile e senza costi aggiuntivi. Ad ulteriore beneficio dell’utente e a dimostrazione della trasparenza e tracciabilità dello strumento, TrustMeUp emetterà per conto dell’Associazione Non Profit cui è stata fatta la donazione una ricevuta fiscale valida ai fini delle detrazioni fiscali, garantendo un cashback del 5% in media della cifra spesa.

    Presentato in occasione dell’evento “E-Commerce e Non Profit: un nuovo modello di sostenibilità” patrocinato da Assolombarda, TrustMeUp arriva in un momento di profonda crescita per il mondo dello shopping online. Secondo i dati NetComm, gli e-shopper durante i primi due mesi del 2020, sono aumentati di 2 milioni, raggiungendo il totale di 27 milioni, portando così a un incremento dell’e-commerce del 176% nel 2020 rispetto al 4% dell’anno precedente e una previsione di crescita di un ulteriore 19% nel 2021. Meno floridi sono stati gli ultimi mesi per il settore Non Profit, come evidenziano i dati dell’Istituto Italiano della Donazione: il 43% degli enti stima di chiudere il 2021 con una diminuzione delle entrate. Tuttavia una nuova speranza la danno i canali digitali: per il 28,4% nel 2020 le donazioni online sono aumentate o rimaste stabili (58%).

  • Fondi speculativi e sanità Usa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 28 ottobre 2021.

    Negli Usa, com’è noto, l’assistenza sanitaria è privata e coperta da polizze assicurative. Da qualche tempo, però, i fondi di private equity stanno comprando pezzi importanti del sistema sanitario americano e anche le reti sanitarie di base. Un fenomeno da tenere sotto la lente, perché «merce di esportazione». Soprattutto in Europa.

    I fondi equity sono poco regolati e puntano al massimo profitto in tempi brevi. Solitamente operano attraverso dei manager che gestiscono capitali di un numero limitato di partner privati e istituzionali. Spesso le loro operazioni di acquisizioni sono fatte attraverso il cosiddetto «leveraged buyout», cioè mediante lo sfruttamento della capacità d’indebitamento della società acquisita. Il che rende indispensabile un ritorno veloce di dimensioni rilevanti.

    La spesa sanitaria negli Usa è una parte notevole del pil. È passata dal 5% del 1960 al 18% del 2020. Dovrebbe arrivare al 20% nel 2024. I costi ospedalieri sono cresciuti del 42% nel periodo 2007-2014 e si ritiene che, in futuro, le spese per la sanità assorbiranno il 25-50% del salario della cosiddetta classe media americana. Fino alla legge Affordable Care Act (ACA) del 2010, meglio conosciuta come Obamacare, una parte del sistema sanitario era regolata e sostenuta con fondi pubblici da due strutture, Medicare per gli over 65 e Medicaid, per le famiglie a basso reddito.

    Pur con i suoi limiti, l’Obamacare ha dimezzato il numero delle famiglie americane ancora senza una copertura assicurativa sanitaria. All’interno dell’Obamacare era stato introdotto il concetto di Accountable Care Organizations (ACOs) per rendere la sanità più efficiente e meno costosa per i pazienti. Invece, si è avuto una maggiore concentrazione del settore sanitario con la formazione di veri e propri cartelli di ospedali, di cliniche e di centri diagnostici.

    Nel 2021 il processo di acquisizioni e di concentrazioni è cresciuto enormemente. Nel secondo trimestre del 2021, rispetto a quello del 2020, gli investimenti per gli acquisti di studi medici sarebbero cresciuti di 10 volte. La società di consulenza Solic Capital Mangement, sostiene che gli investimenti per acquisizioni nella sanità sarebbero stati ben 126,1 miliardi di dollari nel periodo menzionato rispetto ai 12,1 miliardi del 2020.

    Gli istituti di lunga degenza, gli ospedali e la medicina telematica sarebbero i settori più interessati.

    Oggi gli investitori nel sistema sanitario sono principalmente i fondi di private equity e certi enti finanziari specialmente creati per acquisizioni mirate. Il loro appetito è cresciuto anche in relazione all’American Family Bill, di circa 3.500 miliardi di dollari, proposta dal presidente Joe Biden.

    Ovviamente, tra i fondi equity e le assicurazioni è scoppiata una «guerra» per il controllo del settore sanitario americano. Secondo un articolo del New York Times del 2019, un’organizzazione di medici, che fortemente si oppose alla proposta di legge per disciplinare il fenomeno delle «fatturazioni a sorpresa», fatte attraverso la maggiorazione dei costi e la pratica delle prestazioni mediche più costose e, a volte, non indispensabili, aveva avuto un consistente appoggio di due grandi ditte fornitrici dei settori dell’emergenza sanitaria, la Envision, controllata dal fondo equity KKR, e la TeamHealth, controllata dal fondo Blackstone. Essi sono i fondi equity più attivi nella sanità mondiale con parecchie decine di miliardi di dollari di asset.

    Oltre ai fondi leader americani, vi sono quelli con base a Londra e in Francia, che operano soprattutto in Europa e in Italia. La privatizzazione della sanità, se non è regolata, può diventare il problema sociale ed economico più serio per le famiglie e per i governi.

    Lo abbiamo visto durante la pandemia, quando la debolezza delle strutture sanitarie pubbliche, soppiantate da quelle private, e la mancanza di imprese farmaceutiche funzionanti nell’interesse generale, hanno messo i governi e le sanità pubbliche in grande affanno nell’affrontare l’emergenza Covid.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La logica fiscale

    Una delle riforme che l’Europa ci chiede per l’assegnazione dei finanziamenti del PNRR è relativa ad una riforma fiscale complessiva ed articolata che riguardi anche quella del catasto. L’obiettivo primario del governo in carica è ovviamente quello di ottenere i finanziamenti promessi dall’Unione Europea ma altrettanto importante sarebbe mostrare la medesima attenzione verso una reale riduzione del carico fiscale verso i contribuenti e le imprese. In questo contesto ricordare le condizioni attuali del sistema fiscale italiano può venire in aiuto.

    Nel 2020, in piena pandemia quindi, la pressione fiscale è aumentata dal 42,3 al 42,8% come espressione di una strategia economico-politica esattamente opposta rispetto a quella, per esempio, della Germania. Il governo di Angela Merkel ha diminuito l’Iva con l’obiettivo di fornire gli strumenti economici necessari per invertire il trend pandemico dell’economia. Da questo semplice confronto tra sistemi economici concorrenti (le due maggiori realtà manifatturiere europee) emerge chiaro come non si possa considerare sufficiente la rassicurazione di una riforma fiscale a somma zero per i contribuenti espressa dal governo in carica. Una riforma fiscale dovrebbe garantire, inoltre, una maggiore equità e, nello specifico del caso italiano, contemporaneamente ridurre la pressione complessiva in quanto il Total Tax rate italiano ha raggiunto l’insostenibile percentuale indicata al 59,9% (fonte Rapporto Payng Taxes 2020).

    Se l’obiettivo dichiarato della riforma del catasto è riuscire a fare emergere oltre un milione di immobili non accatastati ai quali applicare ovviamente una fiscalità, questa emersione dovrebbe quindi dimostrare delle conseguenze positive anche per i contribuenti oltre che per le finanze pubbliche. Partendo dal raggiungimento di questo obiettivo programmatico e lasciando invariati i saldi della pressione fiscale sugli immobili come all’art.7 “…Il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata” non verranno utilizzati per “…la determinazione della base imponibile dei tributi”

    Cosi viene rappresentato di per sé un aumento della pressione fiscale in quanto l’invarianza dei saldi a fronte di nuovi contribuenti, e quindi nuovo gettito, sarebbe raggiunta solo ed esclusivamente attraverso una contemporanea riduzione delle aliquote applicate. In più, la sola ipotesi di un aumento dell’Iva sui consumi energetici, quando andrebbero sostanzialmente diminuite le accise sui carburanti anche solo per attenuare l’ondata inflattiva, non depone a favore della filosofia adottata dal governo nella elaborazione della riforma fiscale.

    Rimodulare le aliquote sull’Irpef come la riduzione dell’Irap rappresentano un obiettivo importante ed assolutamente condivisibile esattamente quanto una prima ed ovviamente parziale riduzione della pressione complessiva.

    L’attenuazione dell’ormai insostenibile peso fiscale rappresenta l’unica strategia nell’immediato in grado di offrire un sostegno alla domanda interna e quindi un aiuto alla ripresa dei consumi “domestici” il cui effetto risulta ancora oggi ampiamente sottostimato all’interno di una crescita sostanziale di un’economia, anche in considerazione dell’andamento delle retribuzioni e di un possibile malefico ritorno del fiscal drag con l’avvio ormai conclamato di una stagione a forte reflazione. Emergendo nuovi contribuenti con la riforma del catasto e con la sempre promessa della lotta all’evasione, e quindi con un nuovo gettito, allora le dinamiche di una politica fiscale si riducono sostanzialmente a due. Lasciando invariate le aliquote il nuovo gettito si sommerà al precedente (1) determinando un ulteriore aumento della stessa pressione anche se a saldi costanti oppure si utilizzerà l’intero ammontare (2) delle nuove risorse fiscali per allentare la presa fiscale non solo per le aziende ma anche riducendo le tasse di consumo e fornire così, per la prima volta nella storia del nostro Paese, un sostegno alla domanda interna. Un fattore economico da sempre dimenticato anche se “sostenuto” da risibili lotterie degli scontrini o cash back degni più del gioco del Monopoli che di una politica economica di un paese serio.

    Non può esistere concettualmente una riforma fiscale a saldi invariati che non preveda l’abbassamento delle aliquote a fronte di un aumento delle risorse disponibili. Una questione di logica più che di matematica.

  • Il sistema italiano degli istituti di credito

    Una delle motivazioni che portò la politica ed il governo Andreotti, con l’appoggio della classe dirigente ed accademica italiana, ad indicare nella privatizzazione del sistema bancario (legge Carli Amato) la soluzione per evitare crisi furono le tristi vicende del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia il cui dissesto finanziario costò complessivamente circa 22.000 miliardi di lire, quindi circa 13 miliardi di euro al valore attuale. Alla luce delle dinamiche delle crisi, succedutesi negli ultimi anni nel nostro Paese, di troppi istituti di credito legittimamente, anche in considerazione dei costi sociali ed economici, nascono dei dubbi così come emergono i limiti di una soluzione ad un problema molto complesso come la gestione del sistema bancario. La sola crisi del Monte dei Paschi di Siena è costata alle finanze pubbliche, fino a questo momento, oltre 11 miliardi di euro (6.9 miliardi di capitale investito dal ministro Padoan in un istituto di credito risultato ultimo in Europa  negli stress test il cui valore attuale è di 750 mln), (https://www.ticinolive.ch/2021/08/03/il-monte-dei-paschi-sottoposto-a-uno-stress-test-risultato-inquietante/). A questi andranno aggiunti i prossimi tre (3) miliardi aggiuntivi per il finanziamento degli ammortizzatori sociali come “pretesa contropartita” voluta da Unicredit (il presidente di Unicredit è lo stesso Padoan, ex ministro). E’ paradossale poi come, per assorbire e mitigare gli effetti della drastica riduzione degli occupati in seguito alla “fusione” tra due istituti bancari, se ne debba fare carico sempre lo Stato al fine di rendere finanziariamente sostenibile l’acquisizione della banca senese dal gruppo privato UniCredit: il soggetto pubblico (come azionista di maggioranza) garantisce quindi la sostenibilità finanziaria dell’operazione all’istituto privato acquirente. Se poi lo stesso acquirente, cioè l’amministratore delegato di Unicredit, è anche uno dei responsabili in qualità di consulente del dissesto finanziario di MPS, nata dall’acquisizione di Antonveneta ad un valore 3,2 superiore alla valutazione del mercato, si delinea ancora più chiaramente “la partita di giro” tra istituti. Entrambe le operazione, quindi, risultano finalizzatale non a crescite strutturali per competere nel mercato finanziario internazionale, l’unica vera motivazione di queste operazioni è semplicemente la creazione di plusvalenze finanziarie da distribuire agli azionisti. Tornando, poi, al quadro generale, se si volesse integrare a questi costi anche quelli della crisi finanziaria di Veneto Banca e Popolare di Vicenza in termini di azzeramento del risparmio privato pari ad undici (11) miliardi più 1,7 miliardi di euro di risorse pubbliche per un ridicolo risarcimento pari al 30% degli investimenti ma solo fino a 100.000 euro di investimenti, il conto dei costi pubblici a sostegno di un sistema privato diventa imbarazzante. Anche perché il default delle banche venete va inteso come la sintesi di una scellerata gestione i cui costi si sono riversati sui sottoscrittori delle quote di risparmio e successivamente diventati azionisti a causa di una disgraziata decisione politica del governo Renzi di trasformare le quote di risparmio in capitale di rischio attraverso la trasformazione in Spa. Una scelta imputabile alla intera classe ministeriale del governo, quindi, ancora una volta, al ministro Padoan con il suo vice Calenda. A questi costi economici e sociali vanno aggiunti anche gli oltre due (2) miliardi della crisi di Banca Etruria e di istituti minori. Risulta evidente come la semplice privatizzazione del sistema bancario sia costata in termini di risorse pubbliche ed azzeramento di risorse private molto più di sistema pubblico degli istituti di credito. La soluzione alla pessima gestione degli istituti di credito da parte della classe politica e dirigente, quando questi erano pubblici, non poteva venire indicata nella semplice privatizzazione che avrebbe bypassato ogni responsabilità dei dirigenti e dei politici del passato ma soprattutto del futuro prossimo. In questo senso va ricordato come competenza e capacità risultino verificabili sia all’interno di un azionariato pubblico che di quello privato. In questo contesto, poi, NON va dimenticata la sciagurata riforma coniata dall’Unione Europea con l’introduzione del “bail in” la quale, di fatto, ha trasformato nel 2016 ogni deposito oltre i 100.000 euro in capitale di rischio ma senza riconoscere alcun diritto per i titolari dei c\c o partecipazione agli eventuali dividendi ma anzi subendo, anno dopo anno, la crescita dei costi di gestione. Tantomeno la riforma del bail-in che coinvolge i risparmiatori nei rischi gestionali e di impresa dell’Istituto di credito riconosce agli stessi la possibilità di intervenire all’interno della complessa gestione dell’istituto. Ennesima riprova della inconsistenza politica dell’Unione Europea, in questo assolutamente simile a quella dimostrata dalla classe politica italiana. Il comprendere come le semplici proprietà pubbliche o private non garantiscano dall’incompetenza pubblica e tantomeno dalla avidità privata (come la gestione di autostrade, tanto per fare un altro esempio di scellerata privatizzazione che ha portato alla riduzione del 98% delle spese di manutenzione) è stato ampiamente dimostrato. Troppo spesso la politica per propria incompetenza o per ambigua vicinanza a gruppi di interesse ha indicato come soluzioni di complesse problematiche reali le strategie più semplici lasciando di fatto inalterato il problema, ponendo magari anche le basi di uno scenario ancor più disastroso considerate le possibili occasioni di speculazioni venutasi a creare.  Ovviamente con il consenso disinteressato dell’Unione Europea.

  • La metamorfosi bancaria

    Un recente studio ha dimostrato come quasi il 50% degli utili degli Istituti bancari venga rappresentato dalle commissioni calcolate sulle operazioni sia di cassa che finanziarie. Questo dato è quanto mai interessante e contemporaneamente preoccupante in un’ottica di medio e lungo termine. Il sistema degli istituti di credito, in altre parole, trova le proprie marginalità non più solo dalla funzione istituzionale legata al finanziamento dello sviluppo economico del Paese, e quindi delle imprese, ma la metà degli utili dipende da “semplici” operazioni di cassa o finanziarie la cui valenza risulta assolutamente marginale come ricaduta o moltiplicatore del PIL.

    Buona parte di queste commissioni, infatti, deriva da operazioni legate alla gestione del risparmio privato conseguentemente alla vendita di prodotti finanziari alla propria stessa clientela.

    Va ricordato, nello specifico, come gli stessi istituti di credito conoscano già perfettamente le potenzialità economiche del singolo risparmiatore detenendo presso le proprie filiali i depositi in conto corrente.

    Emerge    così, tanto per cominciare, un evidente conflitto di interessi in quanto la conoscenza dell’importo dei depositi dei potenziali risparmiatori/investitori rappresenta un vantaggio nei confronti dei concorrenti ed un conflitto di interessi con la clientela alla quale successivamente viene proposto un piano di investimenti “mirato”.

    Si viene così a creare una sorta di rendita di posizione a favore degli istituti di credito composta dalle marginalità provenienti da ogni singola operazione legata alla gestione del risparmio privato e dal crescente utilizzo della moneta elettronica espressione della accondiscendenza del sistema politico il quale da decenni, in cambio del finanziamento del proprio debito pubblico, combatte la battaglia contro l’uso del contante.

    Va poi ricordato, inoltre, come la sostanziale comunione di intenti ed interessi tra compagine politica e bancaria avvenga nonostante le critiche della Bce tanto in relazione alla riduzione del limite massimo al contante quanto al trattamento privilegiato riservato dal sistema fiscale italiano agli utilizzatori dei pagamenti elettronici.

    Si apre così, contemporaneamente, un altro problema fondamentale in relazione alla politica di sviluppo del nostro Paese specialmente dopo un biennio terribile legato alle conseguenze della pandemia.

    La costante deriva finanziaria e commerciale del sistema bancario preferito al finanziamento dello sviluppo e quindi del sistema imprenditoriale indica come appaia fondamentale quantomeno la comprensione del “vuoto operativo” che ne deriva nel contesto economico dalla “bigamia bancaria”. Successivamente emerge la necessità di individuare delle scelte operative per avviare in un’ottica di sviluppo quali nuovi attori possano sopperire e sostituirsi al vuoto generato dal “tradimento” della funzione istituzionale del sistema bancario.

    All’interno di questa crisi pandemica molti hanno prima individuato e successivamente utilizzato a larghe mani la Cassa Depositi e Prestiti. Una scelta probabilmente senza alternative nell’immediato ma che dovrebbe risultare legata al solo periodo emergenziale pandemico, non in grado quindi di diventare una scelta strutturale come qualcuno con leggerezza indica. Anche perché sarebbe paradossale come, successivamente alla privatizzazione dei sistema bancario, fosse una istituzione pubblica come CdP quella individuata per sostituire il sistema degli istituti di credito nella funzione di sostegno alla ripresa economica.

    La pericolosa metamorfosi, quindi, degli istituti di credito in negozi di prodotti finanziari comunque dovrebbe suscitare delle legittime preoccupazioni.

  • Richard Nixon fece un grosso pateracchio 50 anni fa, cancellando il gold standard e introducendo la fluttazione dei cambi

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 14 agosto 2021

    Sono passati cinquant’anni dal discorso tenuto dal presidente Richard Nixon il 15 agosto 1971 in cui annunciava misure radicali per il futuro dell’economia e della politica mondiale. Non c’è, però, nulla da festeggiare. Infatti, allora si decise la fine del gold standard. Da quel momento il dollaro non sarebbe stato più convertibile e rimborsabile in oro. In teoria, fino a quel giorno i Paesi con riserve in dollari potevano in ogni momento richiedere la loro riconversione in oro. Gli Usa tornarono liberi di «stampare moneta» senza l’obbligo di possedere una quantità d’oro pari ai biglietti verdi in circolazione.

    Fu accantonato anche il regime dei cambi fissi, che regolava i rapporti tra le maggiori monete, uno dei pilastri del sistema di Bretton Woods, realizzato nella cittadina del New Hampshire nel 1944. Nel sistema monetario internazionale s’introdusse, invece, il cambio fluttuante, che è stato ed è sempre sotto la minaccia della speculazione dei mercati valutari. Purtroppo fu anche l’inizio della «deregulation».

    Negli Usa furono congelati anche i salari e i prezzi per 90 giorni, con una sovrattassa del 10% sulle importazioni. I controlli sui prezzi bloccarono temporaneamente l’inflazione, che, però, ritornò poco dopo più forte di prima.

    Con la decisione unilaterale di far fluttuare il cambio del dollaro si aprì un periodo d’instabilità che portò alla svalutazione della valuta americana, che favorì i conseguenti shock petroliferi del 1974 e del 1979 e, alla fine degli anni settanta, portò i tassi di interesse della Federal Reserve al 20%. Fu uno choc economico globale senza precedenti.

    L’intento di Nixon era quello di indurre i Paesi industrializzati a rivalutare le loro monete rispetto al dollaro per ridurre il crescente deficit della bilancia dei pagamenti americana. Gli effetti, però, furono fuori controllo e incalcolabili. Le cose andarono diversamente. Le nuove «regole del gioco» spianarono la strada alla globalizzazione della finanza.

    È vero che la situazione economica americana non era più sostenibile, anche per i debiti dovuti alle spese della guerra in Vietnam. Le stesse riserve auree erano scese dai 24 miliardi di dollari del 1948 ai 10 del 1971.

    Da quel momento gli Stati Uniti hanno affrontato i loro deficit di bilancio e le loro spese crescenti stampando sempre più dollari. Anzi hanno inondato il mondo di dollari. Nel 1971 in Usa il rapporto debito pubblico/pil era di 36,2%. Oggi ha superato il 135%. In realtà, si dovrebbero aggiungere i debiti dei due giganti immobiliari pubblici, Freddie Mac e Fannie Mae, che furono causa non secondaria della crisi del 2008.

    Da cinquant’anni l’America ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Per gestire un debito crescente e una situazione finanziaria sempre più malata, gli Usa hanno cambiato nel tempo molte altre norme, abbattendo l’intero apparato di regole realizzate dal presidente Franklin Delano Roosevelt per superare la Grande Depressione del ’29. In particolare nel 1998 fu accantonato il Glass Steagall Act, la legge del 1933, che stabiliva la separazione bancaria tra le banche commerciali e quelle d’investimento, proibendo alle prime di usare i depositi e i risparmi dei cittadini in operazioni finanziarie speculative e ad alto rischio.

    Dopo la Grande Crisi del 2008, dopo i giganteschi quantitative easing finanziari, le tante sfide planetarie e l’attuale crisi pandemica ed economica, dovrebbe essere chiaro che, per evitare pericolose guerre tra le valute, si dovrebbe costruire un nuovo accordo internazionale anche nel campo monetario. Potrebbe essere un sistema multipolare basato preferibilmente su un «paniere stabile di monete». Purtroppo questo problema non è stato ancora risolto!

    Nel discorso del 1971 lo stesso Nixon parlò della «necessità urgente di creare un nuovo sistema monetario internazionale». Forse era consapevole più degli altri della gravità della sua decisione.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Riciclaggio nella Ue, 160 mld

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘ItaliaOggi’ il 6 agosto 2021.

    L’Europol stima che l’1% del Pil dell’Unione europea, equivalente a circa 160 miliardi di euro, è coinvolto in attività finanziarie illegali. E’ clamoroso il caso della filiale estone della banca danese Danske Bank, che dal 2007 al 2015 sarebbe stata il veicolo di transazioni molto sospette per oltre 200 miliardi di euro.

    Del resto è risaputo che il riciclaggio di soldi per fini illegali, per il sostegno al terrorismo e per l’evasione e l’elusione fiscale ha assunto dimensioni preoccupanti. Anche le reti criminali si sono dimostrate molto esperte a “dribblare” i regolamenti e i controlli dei singoli Paesi, sfruttandone le differenze, le incongruità e anche le reciproche avversità. In questa materia l’Unione europea si “barcamena” tra un desiderato coordinamento centralizzato e i provvedimenti dei diversi governi.

    Recentemente la Commissione ha presentato delle condivisibili proposte legislative al Parlamento e al Consiglio europeo per consolidare le norme Ue per contrastare il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo. Da notare che inizialmente l’iniziativa era stata osteggiata da alcuni Paesi membri, tra cui Cipro, Malta ed Estonia.

    Non convincente, invece, è l’introduzione del massimale di 10.000 euro per i pagamenti in contanti. Si ricordi che in Italia esso è di 2.000 euro. In un attimo, tutta la passata battaglia ideologica di casa nostra sull’argomento è stata spazzata via.

    Il citato pacchetto mira anzitutto a creare una nuova autorità europea in materia di riciclaggio. E’ previsto un regolamento con norme direttamente applicabili. C’è una direttiva, relativa agli organismi di vigilanza, da recepire ai vari livelli nazionali. Lungimirante, ci sembra, è il regolamento per tracciare i trasferimenti in cripto-valute.

    La nuova autorità europea dovrebbe rafforzare la vigilanza e prevedere un unico sistema integrato per meglio coordinare gli organismi nazionali di monitoraggio. Gli attuali registri nazionali dei conti bancari dovrebbero essere collegati tra loro, consentendo alle varie Unità d’informazione finanziaria di accedere rapidamente ai movimenti sui conti correnti. Compito non secondario sarebbe la vigilanza su alcuni enti finanziari che si ritengono più rischiosi.

    Per quanto riguarda le cripto-valute e le cripto-attività, si rileva che attualmente solo alcuni prestatori di detti servizi sono soggetti alle norme di antiriciclaggio. Il che è una negligenza grave che potrebbe essere sfruttata anche da interessi illegali. Perciò è positiva la previsione di modifiche per la tracciabilità dei trasferimenti di cripto-attività, come i bitcoin. Saranno inoltre vietati i portafogli anonimi di cripto-attività.

    Naturalmente il riciclaggio è un fenomeno globale che richiede una forte cooperazione internazionale. La Commissione è già parte del Gruppo di azione finanziaria internazionale (Gafi), che è il garante a livello mondiale della lotta al riciclaggio di denaro. Gli elenchi del Gafi saranno inseriti in quelli dell’Ue. Essi avranno una “lista nera”, in cui figurano la Corea del Nord e l’Iran, e una “lista grigia”.

    Quest’ultima comprende 22 Stati. Oltre a quelli sospettati di terrorismo o coinvolti in guerre, ci sono alcuni dei paradisi fiscali più “gettonati” da interessi europei, tra cui le Barbados, le Cayman, Giamaica, Panama Albania e Malta (!). Anche la Romania stava per esservi inclusa.

    È incredibile che vi siano coinvolti dei Paesi europei e persino dell’Ue!

    Il documento è ricco di dati che evidenziano i rischi connessi ai vari settori economici influenzati o influenzabili dal riciclaggio di soldi sporchi. Ad esempio, si afferma che esso opera principalmente ancora attraverso il trasferimento di contanti e che le banconote da 500 euro sono state largamente usate a tal fine. Si stima che a livello mondiale il riciclaggio sfrutterebbe il mercato immobiliare per 1.600 miliardi di dollari l’anno e quello dei diamanti, che è concentrato soprattutto in Belgio. Il rapporto rileva la crescita dell’utilizzo dei paradisi fiscali quali veicoli per il riciclaggio: già nel 2016 i residenti Eu tenevano ben 1.600 miliardi di dollari nei centri off shore.

    Le nuove proposte della Commissione affrontano la sfida principale per il futuro dell’Unione: operare congiuntamente, senza sabotaggi di varia natura, per fronteggiare e sconfiggere il riciclaggio di soldi sporchi, che mina la sicurezza, la stabilità e il bilancio dell’Europa.

    *ex sottosegretario all’Economia **economista

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