Derivati

  • Una stablecoin senza stabilità

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 5 marzo 2021

    Ecco un’altra grave prova di come le notizie possono essere interpretate a proprio vantaggio. «Tether Ltd e Bitfinex esprimono grande soddisfazione per aver raggiunto un accordo legale con il Procuratore generale di New York. E nell’accordo non ammettiamo alcun illecito». Così recita il comunicato ufficiale delle due società, registrate a Hong Kong, attive nel settore delle criptovalute.

    L’ufficio del Procuratore generale, invece, afferma che le società menzionate «hanno coperto in modo sconsiderato e illegale enormi perdite finanziarie per proseguire nelle loro attività.

    L’affermazione di Tether Ltd, secondo cui la criptovaluta fosse stata sempre e completamente sostenuta da dollari Usa, è falsa». Le società dovranno pagare una multa di 18,5 milioni di dollari e non potranno operare con persone e aziende dello Stato di New York. Ciò, purtroppo, non preclude loro di presentare l’intera faccenda come una grande vittoria in quanto, pagata l’ammenda, sono libere di operare indisturbate nel resto del mondo. Esse affermano che, durante i due anni e mezzo di conflitto legale, le loro operazioni sono passate da 2 a 35 miliardi di dollari.

    Come già successo più volte i buoni avvocati sanno come «interpretare» le leggi e «barattare» condanne più severe con l’applicazione di attenuanti e con multe pecuniarie. Il procuratore generale ha aperto un nuovo dossier per comportamenti fraudolenti di un’altra piattaforma di trading di cripto valute, la Coinseed.

    Il Tether è una stablecoin, una delle criptovalute agganciate a monete reali, come dollaro ed euro. Per esempio, 1 Tether equivale a 1 dollaro e la riserva in dollari deve coprire il 100% dei Tether in circolazione. La Tether Ltd emette la suddetta stablecoin e lavora in partnership con la piattaforma di scambi online, Bitfinex. Entrambe sono controllate dalla società madre, la Finex Inc. Collegate a loro vi sarebbe anche la Tether Holdings Ltd con sede nelle Isole Vergini britanniche, uno dei più noti centri finanziari off shore. L’italiano Giancarlo Devasini è il loro chief financial officer.

    Il Tether è lo strumento più usato per acquistare i bitcoin. Il Tether, sfruttando la tecnologia blockchain, consente di archiviare, inviare e ricevere valori digitali da persona a persona a livello globale istantaneamente e senza intermediari.

    Le indagini erano partite nel 2017. La Tether Ltd e la Bitfinex avrebbero operato in modo oscuro e con grandi rischi per gli investitori. Nel 2018 avrebbero dichiarato il falso per oscurare un ammanco di almeno 850 milioni di dollari, frutto di un’operazione opaca con la shadow bankpanamense CryptoCapital, poi fallita. Era emerso che Tether Ltd non aveva alcun accesso a servizi bancari, in nessuna parte del mondo e quindi non c’erano le riserve per sostenere la parità di un dollaro per ogni Tether in circolazione. Poche ore prima della certificazione ufficiale delle reali riserve in dollari di Tether Ltd, Bitfinex le concesse un prestito di 400 milioni e poi una linea di credito di 900 milioni. In seguito, le due società aprirono un altro contro presso la Deltec Bank alle Bahamas per 1,8 miliardi. Ottenuta la certificazione, gran parte dell’ammontare fu trasferito altrove.

    Nel 2017 in occasione di un simile controllo avevano aperto un conto presso la Noble Bank di Puerto Rico su cui furono versati 382 milioni di dollari. Era lo stesso giorno durante il quale si doveva ufficialmente certificare l’ammontare delle riserve in dollari di Tether Ltd.

    La criptovaluta Tether gioca un grande ruolo negli acquisti di bitcoin: più di due terzi di tutte le operazioni quotidiane. Il prezzo dei bitcoin, quindi, non è fissato in rapporto al dollaro, ma a stablecoin. Il mercato delle criptovalute a livello mondiale ha già raggiunto 1.400 miliardi di dollari. Il valore dei bitcoin può salire o scendere alla velocità della luce o di qualche clic sui computer.

    Banche centrali e autorità di controllo sono preoccupate e starebbero approntando un’adeguata vigilanza. È singolare e irritante vedere tutte le reti tv italiane parlare in modo acritico dei record dei bitcoin come se fosse un gioco.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • GameStop: è un vero caso Giuffrè

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘ItaliaOggi’ il 23 febbraio 2021

    Da un po’ di tempo si narra la favola dell’assalto dei piccoli risparmiatori e dei microinvestitori contro i big di Wall Street. Perché solo i giganti della finanza dovrebbero fare grandi profitti, si dice, e la massa di piccoli e piccolissimi investitori no? Organizzate intorno a delle piattaforme speciali di trading online, a volte con nomi seducenti, come l’app di brokeraggio Robinhood Markets Inc., milioni di persone, giovani, pensionati, lavoratori, studenti e in genere risparmiatori, avrebbero formato una falange armata e starebbero sfidando i grandi fondi, inclusi gli hedge fund speculativi. La narrazione continua.

    Sarebbe la vittoria della «speculazione popolare e democratica» contro quella delle elite finanziarie. È doveroso, comunque, ricordare che, secondo la Goldman Sachs, il commercio al dettaglio di singole azioni rappresenta già ora circa il 25% del volume complessivo del mercato azionario di Wall Street rispetto al 10% del 2019.

    Il racconto è nato, soprattutto, intorno a GameStop Corp., la multinazionale di videogiochi con sede in Texas. Nonostante il suo prolungato dissesto, nel mese di gennaio, all’improvviso, il suo valore di listino schizzò da 17 a 483 dollari. Un aumento di 28 volte in tre settimane! GameStop ha 47 milioni di azioni. In questo breve lasso di tempo le sue azioni hanno cambiato di mano 554 milioni di volte, più di 11 volte il totale di tutte quelle disponibili. All’inizio di febbraio, però, crollò a 50 dollari. Una chiara operazione speculativa.

    Investor’s Business Daily, organo specializzato sul mercato azionario, riporta che un gruppo ristretto di hedge fund e pochi altri grandi investitori avrebbero guadagnato con le loro azioni GameStop circa 16 miliardi di dollari. Analisi condivisa dal Washington Post. La dinamica è la solita: i piccoli vengono convinti a comprare le azioni facendo salire il loro valore mentre i big le vendono prima del loro crollo. Così le vendite fanno crollare il prezzo.

    Una parte importante di simili «giochi al massacro» sarebbe orchestrata attraverso derivati finanziari: scommesse al ribasso e allo scoperto fatte da chi già sa che il valore delle azioni crollerà. Nulla di nuovo, se non il cannibalismo tra grossi pescecani, con il crescente rischio di crisi sistemiche.

    La novità è che il giochino altro non è che una piramide finanziaria, costruita con strumenti più sofisticati. In passato, i costruttori di piramidi finanziarie raccoglievano soldi tra piccoli risparmiatori, attratti da promesse di notevoli guadagni. Raggiunto un bel gruzzolo, i costruttori-truffatori sparivano nottetempo lasciando i malcapitati con un pugno di mosche.

    Adesso, invece, simili operazioni sono fatte con i nuovi strumenti tecnologici online, con gli smartphone e con le monete digitali, utilizzando piattaforme compiacenti. Però, il metodo non cambia.

    Negli Usa il problema è esploso, tanto che alcune agenzie governative, come la Security Exchange Commission, hanno aperto delle indagini per verificare l’eventuale manipolazione del mercato. Verifiche in tal senso stanno compiendo anche il Dipartimento del Tesoro e quello di Giustizia dell’amministrazione Biden, nonché il procuratore generale di San Francisco, che ha citato in giudizio numerosi broker coinvolti. La citata app Robinhood dovrebbe affrontare dozzine di cause legali con persone che sostengono che la società avrebbe manipolato il mercato.

    Il Comitato per i servizi finanziari della Camera dei Deputati americana ha convocato delle udienze su questo e altri casi simili, con un focus sulle vendite allo scoperto e sulle piattaforme di trading online.

    Annunciando i lavori, la presidente della Commissione, Maxine Waters, ha dichiarato: «Gli hedge fund hanno una lunga storia di comportamenti predatori del tutto indifendibili. I fondi privati che depredano i fondi pensione dei cittadini americani, che lavorano sodo, devono essere fermati. I fondi privati, che effettuano vendite predatorie allo scoperto a scapito di altri investitori, devono essere fermati. I fondi privati impegnati in strategie da avvoltoi, che danneggiano i lavoratori, devono essere fermati».

    Ci sembra tutto un déjà vu, una riedizione del 2008 in salse diverse.

    *già sottosegretario dell’Economia **economista

  • Cinque banche globali corrotte

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** apparso su ItaliaOggi il 3 ottobre 2020

    Il Consorzio internazionale di giornalisti investigativi (Icij) è al centro dell’attenzione dei media perché è entrato in possesso di 2.500 pagine di segnalazioni di attività sospette (Sar) riguardanti le banche. Trattasi di documenti riportati, tra il 1999 e il 2017, alla FinCEN, Financial Crimes Enforcement Network del Departimento del Tesoro americano che li ha resi parzialmente pubblici. La FinCEN è l’agenzia governativa con il compito di combattere il riciclaggio di denaro.

    Sono gli stessi giornalisti che nel 2016 hanno pubblicato i cosiddetti Panama Papers, e hanno fatto emergere lo scandalo di vaste attività relative a evasioni fiscali e al riciclaggio dei soldi sporchi con il coinvolgimento di grossi personaggi e di banche internazionali.

    Adesso, emergerebbe, ancora una volta, una vastissima rete di traffici illegali e di movimenti di denaro riciclato per il traffico di droga e di armi e per evitare controlli e tasse attraverso società fittizie e finanche per il finanziamento del terrorismo.

    C’è di tutto e di più: coinvolgimento di discussi personaggi russi e ucraini, pericolose operazioni in Venezuela e in Malesia, finanche alcune operazioni per conto di Paul Manafort, l’ex manager della campagna elettorale di Donald Trump, attualmente in carcere per frode fiscale e bancaria. Sono tutte segnalazioni che, comunque, sarebbero dovuto essere indagate per arrivare a eventuali condanne.

    I documenti identificano le responsabilità di cinque banche globali: due americane, la JP Morgan, prima banca Usa, e la Bank of New York Mellon, due inglesi, la Hsbc, Hong Kong Shanghai Bank Corporation, la maggiore banca europea, e la Standard Chartered Bank e la tedesca Deutsche Bank. Le transazioni sospette di riciclaggio e per altre attività illegali ammonterebbero a oltre 2.000 miliardi di dollari!

    Sembra un ammontare stratosferico ma i file resi pubblici rappresenterebbero meno dello 0,02% degli oltre 12 milioni di attività sospette che le differenti istituzioni finanziarie hanno riportato alla FinCEN nel periodo 2011-17. Sono molti gli aspetti inquietanti in questa scandalosa storia. Vorremmo evidenziarne due che, secondo noi, meriterebbero una particolare attenzione.

    In primo luogo c’è il ruolo della Deutsche Bank che, secondo i documenti, deterrebbe il peggior primato con ben 1.300 miliardi di dollari in transazioni sospette. È la seconda volta che la banca tedesca scala la piramide negativa: lo aveva già fatto quando è diventata il numero uno al mondo per i derivati finanziari over the counter, noti strumenti speculativi sempre più aleatori e di difficile, complicata e rischiosa gestione.

    La stampa tedesca torna a chiedersi cosa stia realmente succedendo da molti anni in questa banca che porta il nome della Germania nel suo logo. Anche secondo noi i continui riferimenti ai coinvolgimenti della DB in operazioni di vario tipo sono motivo d’imbarazzo e di vergogna per l’intera Europa, non solo per la Germania. Ci si chiede come sia possibile che, anno dopo anno e scandalo dopo scandalo, le autorità tedesche e quelle europee non siano ancora riuscite a costringere la banca a ripulire veramente i suoi comportamenti e tornare a essere una delle maggiori banche promotrici di grandi progetti industriali e di sviluppo reale, come ai tempi del presidente Alfred Herrhuasen, prima che fosse ucciso dai terroristi.

    Il secondo aspetto riguarda i comportamenti assai discutibili delle banche coinvolte. Da anni, nonostante fossero state pesantemente accusate, condannate e sanzionate dalle autorità di controllo, quasi sempre americane, esse hanno continuato indisturbate a fornire i propri servizi per operazioni sporche, illegali e di riciclaggio. Gli esempi non mancano.

    Secondo le analisi pubblicate, nel 2012 la ‘HSBC, per bloccare il procedimento criminale, ammise di aver riciclato 881 milioni di dollari per un cartello della droga latino-americano e pagò un’ammenda di 1,9 milioni. Le accuse sarebbero state cancellate definitivamente qualora la banca avesse dimostrato di partecipare alla lotta contro il riciclaggio nei successivi cinque anni. I file dell’Agenzia americana proverebbero invece che l’Hsbc, violando il patteggiamento, non solo ha continuato nelle operazioni di riciclaggio di soldi sporchi ma sarebbe stata implicata in una grande «piramide finanziaria» che coinvolgeva parecchi paesi.

    Lo stesso sarebbe avvenuto con la Standard Chartered, accusata di aver favorito transazioni finanziare verso gli Usa da parte di clienti dell’Arab Bank legati alle reti terroristiche. Sebbene multata per 670 milioni di dollari, avrebbe continuato con simili operazioni anche durante il «periodo di buona condotta».

    Anche le altre banche menzionate, compresa la Deutsche Bank, hanno mantenuto lo stesso comportamento. Accusate di attività illecite hanno pagato le multe per bloccare le sanzioni penali continuando imperterrite a operare as usual. Certo è molto conveniente pagare la multa di 1 dollaro per 100 incassati illegalmente.

    Ma, in merito, il controllo dei governi e delle agenzie preposte è indipendente e davvero stringente? Poiché la pandemia sta mettendo a soqquadro tutti i sistemi, economici, sociali e sanitari, non si capisce perché la grande finanza resti intoccabile.

    Naturalmente le banche hanno spesso dichiarato di non conoscere l’identità dei correntisti finali. È singolare che oltre il 20% dei rapporti inviati alla FinCEN abbia un cliente con un indirizzo presso le Virgin Islands britanniche, uno dei più grandi paradisi fiscali al mondo.

    In conclusione, si ricordi che anche per l’Unodc, l’Ufficio dell’Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, non meno di 2.400 miliardi di dollari di denaro illecito sarebbero riciclati ogni anno. Sono dati sconvolgenti.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • C’è il rischio della bolla verde (dopo It, subbprime e derivati)

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi sul paper della BRI “Il Cigno Verde” relativo ai nuovi rischi di crisi risultanti dal rapporto tra finanza e cambiamenti climatici pubblicato si ‘ItaliaOggi’ il 15 febbraio 2020.

    La Banca per i Regolamenti Internazionali (Bri) di Basilea ha pubblicato un rapporto intitolato «The Green Swan», Il Cigno Verde. Le banche centrali e la stabilità finanziaria nell’era dei cambiamenti climatici.

    Lo studio dell’istituto il cui cda è guidato da Jens Weidmann, analizza i legami tra gli effetti del cambiamento climatico e la finanza e afferma che le conseguenze del cosiddetto global warming potrebbero portare a una nuova forma di rischio finanziario sistemico.

    Oggi non si valuterebbero correttamente i valori degli asset, dei crediti e degli investimenti perché non si tengono in giusta considerazione i rischi insiti nei cambiamenti climatici. Vi sarebbero, per esempio, perdite non adeguatamente coperte dalle assicurazioni poiché i loro modelli attualmente ignorano la dimensione ecologica degli investimenti.

    Di conseguenza, se i governi dovessero applicare delle regole più stringenti sulle emissioni di CO2, i relativi valori degli asset «brown» rispetto a quelli «green» dovrebbero oggettivamente essere rivisti.

    Il clima può impattare sul rischio finanziario in tre modi: eventi meteorologici straordinari (inondazioni, terremoti, incendi, siccità ecc), la transizione verso un’economia a bassa produzione di CO2, con effetti sui livelli di profitto e di sostenibilità economica, e i risarcimenti da pagare per eventi causati dal cambiamento climatico. In verità, già da molto tempo il settore delle assicurazioni analizza questi aspetti. Gli operatori vorrebbero integrarli nei modelli macroeconomici.

    Vi è poi la cosiddetta «finanza verde», o presunta tale. Stanno crescendo gli strumenti finanziari green, come le obbligazioni, i green bond. Ne sono già in circolazione per circa 800 miliardi di dollari e potrebbero superare i 1.500 entro il 2024. Non sono molti. Rappresentano poco più dell’1,5% del totale delle obbligazioni. Sono titoli finalizzati alla raccolta di risparmi per investirli in progetti di varia natura ecologica.

    Sembra che si stia pensando di creare delle agenzie di rating mirate al rischio finanziario relativo al cambiamento climatico. Interessati sarebbero anzitutto le assicurazioni, gli analisti della qualità dei crediti, i fondi d’investimento, con un portafoglio differenziato di titoli, e i fondi pensione interessati in investimenti nel sociale e nel green.

    In merito, secondo la Bri, il ruolo delle banche centrali dovrebbe diventare molto importante, considerato che i governi saranno sempre più chiamati a formulare politiche pubbliche relative al clima e all’ambiente. Anche i sistemi fiscali dovranno presto adeguarsi a un’economia «de carbonizzata».

    Molti ambienti della finanza e dei mass media hanno accolto molto positivamente il paper «Il Cigno Verde». Il nome si rifà forse al film americano «Black Swan» del 2010, ispirato dal balletto «Il lago dei cigni» del compositore Pëtr Il’ic Cajkovskij, in cui emerge il lato oscuro autodistruttivo della doppia personalità del personaggio centrale, una danzatrice classica. In quest’ottica, alcuni già si preparerebbero a spiegare la possibile relazione di causa ed effetto tra il cambiamento climatico e un’eventuale futura crisi finanziaria. Non vorremmo che ciò possa fornire l’alibi per altri salvataggi con i soldi pubblici.

    Indubbiamente una maggiore attenzione all’ambiente naturale e umano è cosa necessaria e positiva. L’economia sostenibile, l’energia più pulita, la lotta all’inquinamento, soprattutto della plastica, sono sfide ineludibili per il futuro del nostro pianeta e dell’umanità. Né si può ignorare, del resto, lo stimolo che in merito viene dalla società. Ben venga, quindi, che tutti, anche la finanza, se ne vogliano far carico. Senza però essere ingenui e manipolabili.

    Non vorremmo che si sia intravisto nell’economia verde e nella finanza verde un nuovo strumento di speculazione e di profitto.

    Non possiamo dimenticare che sono state le grandi banche too big to fail e la finanza speculativa a provocare la crisi finanziaria ed economica globale più grave della storia. Queste non hanno certamente badato a evitare danni per i cittadini e per l’ambiente. Né sembra che nel frattempo abbiano dimostrato pentimento o un diverso orientamento.

    Certo fa effetto vedere che il recente Forum Economico di Davos sia stato quasi completamente dedicato all’ambientalismo. E che personaggi come Mark Calney, il governatore di quella Bank of England che è nel centro finanziario mondiale della City londinese, e l’amministratore delegato del maggior fondo americano, BlackRock, abbiano a Davos tessuto le lodi della green economy. Non li vediamo come tanti San Paolo, convertiti davanti alla Porta di Damasco.

    È opportuno ricordare che negli ultimi 20 anni abbiamo «vissuto», tra gli altri, i crac della «bolla It», della bolla immobiliare con i mutui sub prime e di quella dei derivati otc. Non vorremmo che oggi la stessa finanza voglia costruire una «bolla verde», questa volta direttamente con i soldi pubblici. Infatti, è noto che tutti i governi del mondo e le grandi istituzioni politiche internazionali vogliono mettere in campo migliaia di miliardi di dollari per investimenti verdi ed ecologici. Si pensi all’Unione europea. E, si sa, la finanza speculativa è famelica. È facile dichiararsi difensori dell’ambiente, è più difficile esserlo.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Nove banche europee in prima linea sul fronte dei derivati

    Di seguito ripubblichiamo l’articolo che Mario Lettieri, già sottosegretario all’Economia, e Paolo Raimondi, economista, hanno pubblicato su Italia Oggi del 2 gennaio.

    “Qualche settimana fa l’Esma, l’autorità europea per la vigilanza sui mercati finanziari, ha pubblicato il suo primo rapporto annuale relativo alla situazione dei derivati. Lo ha fatto in modo preciso e persino sorprendente. A fine 2017, solo il mercato europeo dei derivati ha registrato un valore nozionale di ben 660 mila miliardi di euro, di cui oltre 542 mila sono derivati over the counter (otc), quelli cioè contrattati fuori dei mercati regolamentati. Dal rapporto si deduce subito che i derivati regolamentati, quelli perciò meno rischiosi, ancora rappresentano solo una minima parte del mercato. Il risultato ci sembra davvero sbalorditivo e molto preoccupante.

    Fino ad oggi ci si è basati sui dati forniti dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, la banca delle banche centrali mondiali con sede a Ginevra, che a fine 2017 ha quantificato il totale dei derivati a livello mondiale intorno a 622 mila miliardi di dollari, di cui gli otc erano pari a 532 mila miliardi.

    La Bri, inoltre, ha sempre indicato che la «componente europea» del mercato dei derivati fosse circa un quarto del totale mondiale. Se tale stima fosse confermata, allora la bolla degli otc potrebbe essere di dimensioni enormemente maggiori rispetto a quella finora conosciuta. Ci sono parecchie ragioni per prendere dannatamente sul serio la cosa. Nel nostro paese, purtroppo, non ci pare che i media abbiano molto considerato i dati riportati.

    Occorre sapere anzitutto che si tratta di un rapporto ufficiale voluto dall’Unione europea. Si ricordi che l’Esma è stata creata nel 2011 dalla Ue al fine di studiare il comportamento dei mercati dei derivati per evitare situazioni d’instabilità e rischi di nuove grandi crisi finanziarie. Si rileva che l’operazione di raccolta dei dati rientra nel cosiddetto sistema Emir, European Market and Infrastructure Regulation, che dal 2014 impone che tutti i contratti derivati siano riportati ai trade repositors, organismi riconosciuti dall’Esma.

    A fine 2017, i contratti stipulati erano pari a 74 milioni, dove almeno una delle controparti era domiciliata in uno dei paesi europei.

    L’aspetto importante, distintivo e positivo è che in Europa vi è l’obbligo di riportare tutte le operazioni in derivati all’Esma. I dati forniti dalla Bri, invece, si basano solo su dei sondaggi fatti attraverso le banche centrali di alcuni paesi con alcune grandi banche intenzionali. In pratica, riportano ciò che vogliono. Perciò appaiono cifre totalmente differenti per l’evidente diverso approccio. Nel documento in questione si rivela, tra l’altro, che nel 2017 i derivati europei sono aumentati del 9%!

    Il rapporto europeo si basa, quindi, su dati più veritieri e molto dettagliati. Ad esempio, il 69% di tutti i derivati è legato all’andamento dei tassi di interesse. Quelli sulle monete rappresentano il 12% e la stragrande maggioranza di tutti i contratti è di breve durata, inferiore a un anno. Ovviamente gli attori principali di questo mercato sono le società dinvestimento e le banche. Contano oltre il 95% di tutte le attività.

    Dato non secondario riportato dallo studio citato è che il 33% dei derivati europei sono fatti in dollari, il 28% in euro e l’11% in sterline britanniche. Ciò non è irrilevante perché evidenzia il rischio che il mercato europeo potrebbe anche essere influenzato dall’andamento di altre monete, fuori dal controllo della Bce.

    Si sottolinea inoltre il fatto che la stragrande maggioranza dei contraenti europei sia domiciliata in Gran Bretagna. Di conseguenza la City è il mercato principale dei derivati europei, seguita molto da lontano da Francoforte e Parigi. Da ciò la grande preoccupazione dell’elite britannica per le imprevedibili conseguenze della Brexit per i mercati finanziari di Londra. Si ricordi, infatti, che la City conta per circa il 12% del pil inglese.

    Dal rapporto dell’Esma, infine, emerge un quadro allarmante del sistema bancario europeo. Lo stravolgimento dei principi del sistema di mercato sociale, che nei passati decenni è stato il pilastro della crescita economica e industriale dell’Europa, ha indotto le maggiori banche europee, a cominciare dalla Deutsche Bank tedesca, ad avventurarsi nei mari tempestosi della deregulation finanziaria e della speculazione.

    Infatti, secondo vari studi, tra cui quello della Mediobanca, delle 12 banche internazionali maggiormente coinvolte nei derivati, ben 9 sono europee. Un primato certamente non positivo.

    Ci auguriamo che l’Esma, che oltre al controllo ha il compito di suggerire leggi e regole per i mercati finanziari, sappia incidere nel riportare il sistema bancario europeo sulla sua strada storica di «fornitore di credito per lo sviluppo”.

  • Ritorna la bolla dei derivati, ma questa volta è off-shore

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso sul ItaliaOggi il 19 luglio 2018.

    Per porre rimedio al mercato dei derivati otc non regolamentati, che sono stati la vera causa del collasso del 2007, nel luglio 2010 fu votata l’importante legge Dodd-Frank. Essa limitava la quantità di dette operazioni speculative e imponeva norme di trasparenza, di garanzia e di coperture alle banche too big to fail coinvolte.

    Tre anni dopo, nel luglio 2013, ad adiuvandum, la Commodity Futures Trading Commission (Cftc), l’agenzia governativa americana preposta alla disciplina dei mercati dei derivati, preparò un documento di 80 pagine per specificare che le banche americane non avrebbero potuto bypassare la suddetta legge, valida per il territorio americano, e continuare a fare contratti otc fuori dei confini nazionali. In esso vi erano ben 662 dettagliatissime note che chiarivano tutti i possibili aspetti riguardanti l’uso di tali derivati.

    Ma come sempre, «fatta la legge trovato l’inganno». Anche in questo caso, l’International Swaps and Derivatives Association (Isda), l’agenzia privata degli operatori di otc, già un mese dopo individuò nella fatidica nota 563 la scappatoia. Infatti, mandò un’informativa alle banche per spiegare loro che avrebbero potuto legalmente evitare i limiti e i controlli della Dodd-Frank, semplicemente togliendo le garanzie e le coperture della «casa madre americana» alle loro filiali estere, in caso di sottoscrizioni di contratti otc.

    In pratica la semplice noticina «senza garanzia» permetteva alle filiali estere di non essere più soggette alla legge degli Stati Uniti. Del resto, un anno prima, la Goldman Sachs, sempre all’avanguardia nella finanza speculativa, aveva già cominciato a chiedere ai propri clienti, interessati a stipulare contratti in derivati, l’autorizzazione di operare attraverso le sue filiali estere.

    Così, purtroppo, le grandi banche americane hanno spostato all’estero quasi tutte le operazioni otc, anche se la maggior parte dei contratti, di fatto, veniva e viene «confezionata» nei quartier generali delle banche sul territorio americano, con esperti finanziari americani, e poi «assegnati» alle filiali estere «senza la garanzia Usa».

    La giostra della speculazione ripartiva alla grande. La lezione della grande crisi finanziaria del 2007-8 aveva e ha solo insegnato che la finanza speculativa si toglie dai guai con i soldi dello stato e dei cittadini. Non è un caso che il presidente Donald Trump abbia subito chiarito che la legge Dodd-Frank, fatta durante l’amministrazione Obama, verrà smantellata. I dati, del resto, sono chiari: alla fine del 2017 il totale nozionale dei derivati otc era di oltre 530 trilioni di dollari! Gli stessi livelli della vigilia della Grande Crisi.

    In merito, il Wall Street Journal rivela che la parte della bolla composta da derivati-swaps sui tassi di interesse è cresciuta enormemente. Ogni giorno ne sono scambiati per un valore di ben 1,28 trilioni di dollari.

    Anche il professor Michael Greenberger, già direttore della divisione «Trading and Market» della Cftc, ha recentemente pubblicato il report «Too big to fail U.S. banks’ regulatory alchemy», spiegando l’alchimia delle grandi banche per sabotare le regole e continuare con le speculazioni. Per gli speculatori la «pacchia non è finita». Secondo Greenberger, inoltre, starebbero riaffiorando molti rischi legati alle varie bolle. Si ricordi che nel 2007 non furono solo i mutui subprime a mandare in tilt il sistema. Anche la rivista Fortune riporta che negli Usa i crediti dei consumatori (senza quelli legati alle ipoteche) registrano un aumento del 45% rispetto al 2008. Sono circa 4 trilioni di dollari.

    E, allo stesso tempo, il debito sulle carte di credito ha raggiunto il trilione di dollari, il picco più alto dei passati 7 anni. Anche il cosiddetto debito corporate, delle imprese non finanziarie, è aumentato in modo straordinario dal 2011, tanto che alla fine del 2017 era pari al 96% del pil nazionale.

    Non ultimo, secondo il Wall Street Journal anche il debito degli studenti, fatto per finanziare gli studi e che dovrà essere ripagato durante la vita lavorativa, in 10 anni è aumentato del 170% raggiungendo il livello di 1, 4 trilioni di dollari. Lo stesso dicasi per i debiti relativi all’acquisto di auto. Pertanto negli Usa non pochi paventano il rischio di una nuova crisi sistemica.

    Altro che dazi. Il presidente Trump dovrebbe affrontare queste emergenze, magari insieme all’Europa, che ha tutto da perdere da una nuova crisi finanziaria.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La finanza speculativa affonda la Deutsche Bank

    La Deutsche Bank è la prima banca tedesca. Dall’inizio dell’anno le sue azioni hanno perso oltre il 40% del loro valore. Le iniziative prese dal management per arrestare questo tracollo non hanno portato fino ad ora a nessun risultato che abbia eliminato le cause della disfatta. Una delle quali – e probabilmente la più importante – è stata la conversione della banca da commerciale a banca d’investimento speculativo, come tra l’altro, è successo a diverse grandi banche europee, comprese quelle italiane. A nulla, fino ad ora, sono valse le richieste di separare nelle banche  la funzione commerciale da quella speculativa, come era avvenuto negli USA con il “Glass-Steagall Act” del 1933 (il senatore Carter Glass e il deputato Henry B. Steagall) per far fronte alla crisi del 1929. La legge fu abrogata il 12 novembre 1999 dal presidente Bill Clinton. L’abrogazione ha permesso la costituzione di gruppi bancari che, al loro interno, permettono, seppur con alcune limitazioni, di esercitare sia l’attività bancaria tradizionale, sia l’attività assicurativa e di investment banking. Anche le banche europee hanno seguito l’esempio di quelle americane e non si può certamente affermare che anch’esse non abbiano patito le conseguenze di questa non separazione. La crisi finanziaria del 2008 ne è stata una riprova. La diffusione eccessiva dei derivati, anche in banche senza patrimoni corrispondenti, ha dimostrato la debolezza del sistema e la necessità di porvi rimedio. Uno di questi era rappresentato dalla separazione delle funzioni ed il ritorno ai principi del Glass-Steagall Act. L’on. Muscardini, ad esempio, ha chiesto insistentemente questa separazione nel corso di due decenni, ma la Commissione europea si è detta non disposta a un simile provvedimento. Tutto il sistema bancario europeo, ancora oggi, corre il rischio di nuove crisi. Di fronte a queste prospettive l’UE ha cambiato parere? La situazione della Deutsche Bank suona un nuovo campanello d’allarme, anche nel settore dei derivati. Tutto questo è ben spiegato nell’articolo di Paolo Raimondi e Mario Lettieri pubblicato l’8 giugno su Italia Oggi, che siamo ben lieti di riprendere interamente per i lettori de Il Patto Sociale, ringraziando l’autore e l’editore.

    Parlare della situazione finanziaria della Deutsche Bank, la prima banca tedesca, ci sembra doveroso. Non tanto per ributtare oltralpe la palla dello scandalo e della polemica pretestuosa, ma per affrontare insieme una sfida difficile che tocca tutta l’Unione europea e l’intero sistema bancario e finanziario internazionale. Dall’inizio dell’anno a oggi le azioni Db hanno perso oltre il 40% del loro valore. Certo, non per l’inaffidabilità del governo tedesco. Neanche per la decisione del management di operare una riduzione dell’organico di circa 10 mila dipendenti. E nemmeno per il recente abbassamento del rating fatto dall’americana Standard & Poor’s.

    La vera ragione, secondo noi, è negli effetti del fallimento provocato dalla conversione della banca da commerciale a banca d’investimento speculativo. Ciò è stato candidamente ammesso da David Folkerts-Landau, l’economista capo della Db, che, in un’intervista al quotidiano economico Handelsblatt, ha affermato che dagli anni Novanta il management ha, di fatto, trasformato la banca in una specie di hedge fund speculativo di tipo anglosassone. A tutti i costi bisognava ottenere un rendimento del 25% sul capitale, «accettando di correre grossi rischi finanziari ed etici».

    Fino alla fine degli anni ottanta la Db era stata la banca più impegnata nel sostegno ai grandi progetti industriali, poi, purtroppo, come hanno fatto tante altre banche, ha favorito il rischio e la speculazione rispetto all’economia reale. Tra gli analisti indipendenti alcuni dicono che, se si collega la situazione emblematica della Db alla bolla globale del debito societario, si potrebbe essere vicini a una nuova crisi di liquidità, di enormi dimensioni.

    Non è casuale il fatto che recentemente la Bce abbia richiesto che la banca faccia la simulazione di uno «scenario di crisi» per valutare i costi e gli effetti sistemici della repentina cessazione del reparto di investment banking. Quel reparto che opera in derivati e in altre operazioni finanziarie ad alto rischio sui mercati di Londra e di New York. Indubbiamente la Db non è una «banchetta» qualsiasi e i suoi dirigenti si affannano a dimostrare che essa può contare, sulla carta, su alcuni elementi di garanzia, quali la notevole liquidità e un tasso di solidità, il cosiddetto Cet1, pari a 13,4%, ben oltre i livelli richiesti dalla Bce. Com’è noto, esso misura l’ammontare del capitale versato con le attività a rischio.

    Tutto ciò è vero. Infatti, non è l’intera Db a rischio default, ma è la sua componente di banca d’affari a trascinare a fondo l’intero istituto. Da oltre tre anni essa registra consistenti perdite. Anche la cultura popolare sa che una mela guasta non rimossa può far marcire l’intero cesto! Basta leggere il Rapporto annuale della Deutsche Bank del 2017. Fornisce due dati impressionanti: rispetto all’anno precedente, il 2017 ha visto perdite nel settore dei derivati pari a 124,1 miliardi di euro, mentre il valore nozionale totale dei derivati è salito da 42,9 a 48,3 trilioni di euro! E di questi quasi il 90% sarebbero i «famigerati derivati over the counter (otc)», quelli negoziati fuori dei mercati regolamentati.

    Per obiettività, comunque, non si può certo negare quanto sostengono i dirigenti attuali della Db. Secondo loro la banca è da qualche tempo oggetto di una «particolare attenzione» e anche di attacchi all’interno degli Stati Uniti, come se si volessero addebitare alla Db tutte le malefatte finanziarie perpetrate negli ultimi anni da tutte le banche «too big to fail», troppo grosse per fallire in primis dalla Goldman Sachs, dalla JP Morgan, ecc.

    Nel settembre 2016 il Wall Street Journal riportò che il Dipartimento di Giustizia americano aveva iniziato un procedimento legale contro la Db per ottenere il risarcimento di ben 14 miliardi di dollari con l’accusa di aver utilizzato dubbie ipoteche durante la grande crisi. Naturalmente simili notizie dovrebbero essere mantenute nel riserbo assoluto per evitare conseguenze sui mercati e per arrivare a possibili patteggiamenti. Nel caso specifico, dopo l’intervento da parte del governo tedesco, si convenne di far pagare alla Db circa la metà della somma.

    Intanto l’immagine della banca era già stata fortemente compromessa, tanto che oggi si parla di una sua uscita dal mercato americano. Del resto anche la Federal Reserve, nel 2017, ha avviato altre 4 azioni legali nei confronti della banca tedesca con multe per 200 milioni di dollari. Oggi, poi, la Fed rincara la dose e parla di «condizioni problematiche» in cui verserebbe la Db. Se le pratiche delle grandi banche internazionali continuano a essere distorsive dei mercati, certamente il rischio di un’ulteriore crisi diventa più concreto. È un problema globale che dovrebbe essere affrontato con urgenza, soprattutto dall’Europa.

    Mario Lettieri, già sottosegretario all’Economia –  Paolo Raimondi, economista

  • Siamo alla vigilia di un’altra crisi dei derivati?

    Ci risiamo? I giornali finanziari suonano l’allarme e il Financial Time precisa le cifre, citando dati di una società di ricerca di Boston, la Aite Group. Le cinque grandi banche americane, alla fine del 2017, avevano nei loro libri contabili 157 trilioni di dollari, vale a dire, il 12 per cento in più rispetto all’inizio della crisi del 2008 e più di due volte il PIL globale, una cifra che dovrebbe spaventare i responsabili finanziari, ma che invece sembra non preoccuparli, perché le transazioni continuano e non allarmano chi li tratta. Alla sola Citigroup farebbero capo 44 trilioni di dollari. L’analista senior di Aite commenta che si tratta di dati che dovrebbero mettere a disagio e ricorda che Citi sembra aver dimenticato il crollo delle sue azioni, alludendo alla depressione del 2009. Come mai questa disattenzione? Che cosa spinge gli operatori a non tener conto delle conseguenze che potrebbero travolgerli? Questi numeri enormi – dice il Financial Time riportando l’opinione delle banche – non raccontano tutta la storia. Le cifre non dicono nulla sulle controparti, le garanzie, le posizioni di compensazione. E non dicono che anche in situazioni non di crisi i contratti derivati si sono dimostrati inapplicabili. Nel Regno Unito nel primi anni ’90 una decisione giudiziaria annullò tutti gli accordi di swap sui tassi d’interesse tra banche e governi locali. A Milano si arrivò alla stessa conclusione nel 2013. Se veramente la situazione è così preoccupante, perché nessuno interviene per evitare il peggio? La finanza lavora in franchigia? Gli enti di controllo fanno il loro mestiere? Anche nel 2008 nessuno volle ascoltare chi denunciava i rischi dell’aumento spropositato della bolla speculativa. Quel che è successo rientrerà nella storia della finanza internazionale. Forse occorrerebbe anche una storia della stupidità umana, che probabilmente sarebbe inutile, perché come la storia ci insegna, la storia non è maestra di vita.

    Fonte: Wall Street Italia, 19/03/2018

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