Detenuti

  • In attesa di Giustizia: colpo di calore

    Nicola Gratteri è in attesa che vada in onda su LA7 la prima puntata della trasmissione di cui sarà conduttore e, probabilmente, protagonista di un one man show dedicato ad intorpidire la mente degli ascoltatori con stravaganti opinioni in materia di giustizia di cui ha, appunto, offerto un saggio facendosi intervistare da Repubblica.

    A Napoli ha fatto molto caldo ultimamente e non è escluso che il Procuratore abbia preso un colpo di calore perché la tesi che ha illustrato non può essere frutto di una mente pensante: Gratteri parla come sempre di boss, di detenuti di alto spessore e sostiene che “ordinano ai più deboli una serie di favori e creano così un sistema di intimidazione tale da contribuire all’aumento dei suicidi”.

    Gratteri, è vero, non è mai stato in un carcere – non come “ospite”, perlomeno – in una di quelle carceri in cui, nel corso degli anni, ha fatto rinchiudere centinaia di innocenti gravando il bilancio dello Stato con il tasso più elevato di risarcimenti milionari per ingiusta detenzione: il record di cui non vantarsi appartiene, infatti, al distretto giudiziario di Reggio Calabria ed al tempo in cui ne era Procuratore Capo. Forse non avrebbe osato tanto se – magari da non colpevole – avesse sperimentato la carenza di igiene, di assistenza sanitaria, l’impossibilità quasi assoluta di dedicarsi ad un lavoro o allo studio inframurario, il sovraffollamento al livello di una trireme romana o di una nave schiavista sulla rotta tra l’Africa e il Nuovo Mondo, il caldo feroce d’estate e il gelo invernale, il cibo immangiabile…

    A prescindere da ciò, e Gratteri questo dovrebbe saperlo, per i boss è previsto il carcere duro al 41 bis, quanto meno la destinazione ad un reparto AS che sta per “Alta sicurezza”, e cioè in sezioni in cui è improbabile che siano detenuti dei poveracci disposti a subire intimidazioni, così come lo è  che un detenuto in un braccio normale nel carcere di Sondrio o di Tolmezzo scelga di togliersi la vita per timore (e non si sa bene perché) di un capo bastone di Locri o un capo mandamento di Palermo ristretti a Opera o all’Ucciardone.

    A Gratteri farebbe bene leggere cosa ha scritto recentemente il Tribunale di Sorveglianza di Torino, come riportato da “La Stampa”, nel motivare la concessione della detenzione domiciliare ad un detenuto con problemi di salute non particolarmente gravi in considerazione, comunque, di un contesto di sovraffollamento genetico di un disagio capace di “arrecare in modo assolutamente intollerabile, ai reclusi affetti da patologie, un surplus di sofferenza e disagio” e con ciò evidenziando una relazione tra il sovraffollamento e gli autolesionismi, che spesso consistono nel gesto estremo di suicidarsi.

    Gratteri è un magistrato di esperienza: tuttavia sembra che stia sempre più spesso superando il limite per le assurdità che va propalando e che rischiano di attecchire tra gli ascoltatori meno accorti e del Procuratore Capo di uno degli Uffici più importanti e delicati preferiamo continuare ad immaginare che sia stato il sole di Napoli a fargli un brutto scherzo piuttosto che riconoscerlo come l’erede del pregiudicato Davigo in veste di  controparte strutturale di tutte le politiche giudiziarie che non siano quelle care al Movimento 5 Stelle.

  • Oltre 1000 detenuti in Italia sono over 70

    Oltre mille detenuti su 62mila hanno più di settant’anni secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. E secondo il Consiglio d’Europa, inoltre, l’Italia è il Paese europeo con più detenuti oltre i 65 anni d’età.

    Franco Della Casa, professore emerito di Diritto processuale penale all’Università di Genova, già docente di Diritto penitenziario nella stessa Università, parla di una “crescente moltitudine di invisibili”, riferendosi alla popolazione anziana detenuta. Valentina Calderone, Garante delle persone private della libertà personale del Comune di Roma, fa notare: “Se guardiamo la serie storica, dal 2005 il numero degli over 70 reclusi è costantemente cresciuto: dato che può essere collegato anche all’aumento degli ergastoli e che fa ipotizzare che una parte di queste persone siano diventate anziane in carcere”.

    Il problema, al di là dell’equità della carcerazione chi è anziano e del sovraffollamento delle carceri, è che le condizioni di salute delle persone anziane detenute sono ovviamente più cagionevoli e che molte delle patologie riscontrate sono una diretta conseguenza della detenzione prolungata. Per giunta l’architettura penitenziaria, anche in condizioni non sovraffollate, risulta ostile di per sé, è con l’avanzare dell’età che quelle barriere carcerarie finiscono per essere insostenibili.

    Peraltro, chi è in carcere, anche in età avanzata, non sempre lo è in quanto riconosciuto definitivamente colpevole. Dei 54.372 detenuti censiti a fine gennaio 2022, si calcola che il 30% non stesse scontando una pena definitiva e restasse in cella in attesa di giudizio (definitivo) di terzo grado. Una parte significativa dei detenuti di 65 anni o più, invece, sono appartenenti alla criminalità organizzata condannati all’ergastolo e l’Italia è uno dei Paesi a livello europeo in cui il regime detentivo per chi sconta un ergastolo è più duro, in termini di permessi e di possibilità di uscire temporaneamente dal carcere.

    A livello mondiale risulta che negli Usa vi è un tasso di mortalità elevato, anche in età relativamente giovane, per chi sconta pene detentive lunghe mentre in Giappone molte donne commettono reati appositamente per essere incarcerate e trovare così un luogo di conforto ove sfuggire alla solitudine dell’età avanzata.

  • Ogni 100 posti in cella in Italia ci sono 134 detenuti

    Il sovraffollamento nelle carceri italiane arriva a superare il 134%: al 25 maggio 2025, risultano infatti 62.722 i detenuti presenti rispetto ad una disponibilità di 51.280 posti (di cui quasi 5mila non utilizzabili peraltro).
    Dai dati resi pubblici dall’Associazione Luca Coscioni, sulla base delle relazioni effettuate da 66 Aziende Sanitarie Locali (Asl) in seguito alle visite negli istituti penitenziari italiani, emerge che in 65 sei 190 istituti penitenziari italiani il tasso di affollamento è pari o superiore al 150% (tre persone ogni due posti disponibili). La situazione più grave si registra a Lucca, dove il sovraffollamento è del 221%.

    “Nella stragrande maggioranza dei casi, negli istituti di pena italiani non sono stati effettuati neanche interventi di ordinaria amministrazione, una negligenza che, già grave di per sé, si acuisce per il sovraffollamento di oltre il 134%”, riporta una nota dall’Associazione. Nel report ufficiale “Infrastrutture e digitalizzazione: Piano Carceri” (Deliberazione n. 42/2025), la Corte dei Conti sollecita la rapida conclusione del Piano (che risale al 2014), per porre riparo agli elevati indici di sovraffollamento, sottolineando che il principio costituzionale di rieducazione del condannato “rischia di essere disatteso, a fronte di situazioni di sovraffollamento e di inadeguatezze delle strutture carcerarie, manifestati inizialmente come contingenti e divenute, in molti casi, sistemiche”.

    Alle prese con un problema analogo, troppi detenuti rispetto alla capienza delle strutture detentive, la Francia sta pensando di prendere in affitto celle di penitenziari di altri Paesi. Non si tratta invero di una novità: la Danimarca nel 2021 ha affittato 300 celle in Kosovo per 10 anni.

  • In attesa di Giustizia: lui è peggio di me

    Questo era il titolo di un film di una trentina di anni fa interpretato da Andriano Celentano e Renato Pozzetto: ovviamente regalava il sorriso, cosa che non sono in grado di fare Marco Travaglio e Andrea Del Mastro…tanto per scegliere una coppia di impresentabili da commentare in questo numero de Il Patto Sociale.

    Il primo dei due, sempre pronto a commentare come ferite non rimarginabili alla giustizia e democrazia tutte le sentenze che non rechino la parola “condanna”, è – per il momento – rimasto silente a proposito dell’esito del terzo grado di giudizio a carico di Piercamillo Davigo, una notizia che, impropriamente, la maggior parte dei quotidiani ha riportato inserendo nel titolo “Appello bis per Davigo”: vero, ma così si mimetizza una realtà non banale e cioè che l’annullamento della sentenza di condanna da parte della Cassazione è stato solo parziale, essendo divenuta definitiva una parte della sentenza della Corte d’Appello di Brescia che ha condannato l’ex P.M. di Mani Pulite per rivelazione di segreto d’ufficio, una rivelazione senza uguali precedenti  come annotano i giudici bresciani usando proprio il corsivo per meglio evidenziare il concetto.

    Davigo, dunque, nuovamente a giudizio solo per alcune delle condotte contestate che la Corte d’Appello dovrà rivalutare ma ciò non significa che verrà automaticamente assolto mentre risulta definitivamente condannato per altre. Tecnicamente lo si deve definire un pregiudicato ma non si può dire commentando oltre la superficie la notizia di quel parziale successo che significherebbe, per amor di verità (una virtù, peraltro, raramente coltivata dal Fatto Quotidiano), affrontare, la parte meno gradevole della decisione.

    La famiglia Travaglio è in lutto e questo, forse, spiega il silenzio del Direttore che, a suo tempo, sentenziò in anticipo che “Davigo non deve rispondere di nulla perché è riuscito a tutelare il segreto”, una difesa preventiva con inattesi sussulti garantisti che è stata smentita. Questa volta, però, la condanna, sia pure parziale non è motivo di festa come se, in base al metro di giudizio standard di Travaglio, Davigo fosse improvvisamente diventato motivo di imbarazzo, una brutta persona poiché condannato, e fosse preferibile nascondere la circostanza come quando si butta la polvere sotto al tappeto… il che non è: Piercamillo Davigo è uno con cui non avrei mai voluto avere a che fare come imputato e non è stato piacevole neppure da difensore ma non è una brutta persona tantomeno perché è pregiudicato come non lo sono tanti che lui stesso ha fatto condannare da P.M. o condannato con le sue mani quando è passato alle funzioni giudicanti.

    Un bel tacer non fu mai scritto e – detta tutta – l’ammutolimento su dettagli non secondari di questa vicenda è di gran lunga preferibile alle giustificazioni che, invece, ha ritenuto di dare il sottosegretario alla Giustizia Andrea Del Mastro Delle Vedove: uno con il cognome che evoca la fantozziana contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare ma anche in questo caso non fa per nulla ridere. Ripugna.

    Ripugna, la notizia non è nuovissima, la sua affermazione secondo la quale è una intima gioia non lasciare nemmeno respirare chi viene trasportato dal nuovo blindato della Polizia Penitenziaria riservato ai detenuti in regime di alta sicurezza o al 41 bis ritenendo che gli agenti della PolPen condividano il suo medesimo entusiasmo ad incalzare chi siede su quel veicolo. Sottosegretario, lei ha forse studiato diritto costituzionale al buio? Forse non ha mai avuto notizia che il precedente motto degli Agenti di custodia era “Vigilando redimere” che – se pure in latino fosse un po’ zoppicante come in diritto costituzionale – non ha bisogno di essere tradotto?

    Ma forse è troppo pretendere da costui che abbia anche solo sfogliato qualche pagina scritta da Cesare Beccaria o letto, figuriamoci capito, cosa sottintende l’articolo 27 della Costituzione dove afferma che le pene devono ispirarsi al senso di umanità…però, almeno qualche giornale oltre la pagina dello sport lo avrà occhieggiato, magari avrà visto un telegiornale che riportava la notizia del soffocamento da parte di agenti della polizia di Minneapolis di un nero, John Floyd, durante l’ arresto per il presunto impiego di una banconota falsa da venti dollari: un presunto innocente martoriato e ucciso senza motivo e sebbene gridasse la sua disperazione “non respiro!” perchè gli agenti, con un ginocchio premuro sul collo, facevano qualcosa che al poco Onorevole Del Mastro sembra provocare orgasmi incontenibili invece che farlo riflettere sulla circostanza che quei poliziotti sono stati processati e l’autore materiale dell’omicidio, commesso tenendo per più di otto minuti il ginocchio sul collo di Floyd che implorava pietà, è stato condannato a ventidue anni di carcere. Probabilmente ignora anche questo e con opportuno uso del participio può definirsi un ignorante.

    “Volevo dire che è alla mafia che non diamo respiro”, ha provato a giustificarsi Del Mastro: la classica pezza peggiore del buco perché quello che ha detto in una occasione pubblica ha un significato inequivocabile. Tranne per chi, oltre a Beccaria (figuriamoci Pietro Verri e Carlo Cattaneo), alla Costituzione e forse al latino, probabilmente non conosce nemmeno l’uso della lingua italiana.

  • In Vaticano sconti di pena e piani di recupero per i condannati

    Riduzioni di pena, possibilità di pattuire un piano di lavori di pubblica utilità e attività di volontariato, sospensione del dibattimento nel caso di “legittimo impedimento” da parte dell’imputato: la giustizia penale dello Stato vaticano si aggiorna e “rimodula” le sue norme per adeguarsi alle necessità odierne e all’obiettivo di una pena rivolta al recupero del condannato. È ciò che prevede il Motu proprio di papa Francesco, promulgato il 16 febbraio, “recante modifiche in materia di giustizia” nella legislazione del piccolo Stato d’Oltretevere.

    “Proseguendo nel processo di continuo aggiornamento dettato dalle mutate sensibilità dei tempi”, il Papa emana tre nuovi articoli di legge, modificando e integrando norme, rispettivamente, del codice penale, di quello di procedura penale e della legge n. CCCLI sull’ordinamento giudiziario dello Stato della Città del Vaticano.

    Il primo introduce uno sconto di pena da 45 a 120 giorni per ogni anno di pena restrittiva già scontata al condannato che “abbia tenuto una condotta tale da far presumere il suo ravvedimento ed abbia proficuamente partecipato al programma di trattamento e reinserimento”. Nel momento in cui la pena diventa esecutiva, il condannato elabora d’intesa col giudice “un programma di trattamento e reinserimento contenente l’indicazione degli impegni specifici che assume anche al fine di elidere o di attenuare le conseguenze del reato, considerando a tal fine il risarcimento del danno, le condotte riparatorie e le restituzioni”. Il condannato può proporre “lo svolgimento di lavori di pubblica utilità, di attività di volontariato di rilievo sociale nonché condotte volte a promuovere, ove possibile, la mediazione con la persona offesa”. La precedente legislazione non prevedeva nulla di tutto questo.

    Il secondo articolo, in chiave garantista, abolisce il “processo in contumacia” che era ancora presente nel codice vaticano: nel caso l’imputato non si fosse presentato, il giudizio avveniva sulla base della documentazione raccolta senza l’ammissione dei testimoni della difesa. Ora invece se l’imputato rifiuta di assistere all’udienza senza che sia dimostrato un legittimo impedimento, si procede con il normale processo considerandolo rappresentato dal suo difensore. Se invece l’imputato non si presenta all’udienza e sia dimostrata l’impossibilità di comparire “per legittimo e grave impedimento, ovvero se per infermità di mente sia nell’impossibilità di provvedere alla propria difesa”, il tribunale o il giudice unico è tenuto a sospendere il dibattimento.

    Il terzo articolo introduce, tra l’altro, una modifica importante sul secondo e terzo grado di giudizio, stabilendo che “l’ufficio del promotore di giustizia esercita in autonomia e indipendenza, nei tre gradi di giudizio, le funzioni di pubblico ministero e le altre assegnategli dalla legge”.

    Fino ad oggi era previsto che in caso di ricorso in appello e poi in cassazione, la pubblica accusa fosse rappresentata da un magistrato diverso rispetto a quello che l’aveva condotta nel primo processo, con un incarico ad hoc per i processi di secondo e terzo grado. Ora invece si sancisce che anche in appello e in cassazione, come già avviene per il primo grado, le funzioni di pubblico ministero siano svolte da un magistrato dell’ufficio del promotore di giustizia, designato dal promotore stesso. Diverso rimarrà ovviamente il collegio chiamato a giudicare.

    “Una normativa – spiega il sito della Santa Sede, Vatican News – che tende a velocizzare i procedimenti, dato che d’ora in avanti sarà lo stesso ufficio che ha sostenuto la pubblica accusa in primo grado a sostenerla anche negli eventuali altri gradi di giudizio”.

  • I Garanti per i detenuti chiedono al Parlamento più scarcerazioni

    Cresce il contagio nelle carceri, anche tra i detenuti al 41bis, dove la diffusione del Covid “ha superato di gran lunga i casi registrati nella primavera scorsa” per questo i Garanti dei detenuti, alla vigilia della conversione del dl Ristori, hanno chiesto al Parlamento misure più deflattive di quelle previste che finirebbero per far uscire solo 2202 persone recluse, collocandole agli arresti domiciliari, mentre, a loro avviso, occorre diradare maggiormente le presenze per arginare l’avanzata del virus che colpisce anche gli operatori penitenziari. Anche il segretario della Uilpa Gennarino De Fazio ha chiesto più “deflazionamento”, supporto adeguato alla polizia penitenziaria, e un “potenziamento incisivo dei servizi sanitari in carcere”.

    E’ il sindacalista a fornire i dati più aggiornati della pandemia nel mondo della reclusione. “Alle ore 20.00 di ieri sera (lunedì 16 novembre, ndr.) erano ben 758 fra i detenuti (distribuiti in 76 penitenziari) e 936 fra gli operatori i casi accertati di positività al virus. Erano, rispettivamente, 638 e 885 solo venerdì scorso alle ore 13.00” si tratta di “un balzo in avanti”, è l’allarme lanciato da De Fazio. “Chiediamo alla comunità scientifica e a chi di competenza di calcolare l’indice di contagio (Rt) in carcere – continua il leader della Uilpa polizia penitenziaria – e nuove misure da parte del Governo: i ministri Bonafede e Speranza e il Presidente Conte ne prendano atto, indugiare ancora potrebbe essere funesto”, conclude De Fazio. In base alle notizie pervenute al sindacalista della Uilpa, nel carcere di Tolmezzo su 3 detenuti positivi due apparterrebbero al circuito del 41bis, e anche tra i 15 detenuti positivi di Opera ci sarebbero reclusi al 41bis, “il virus è ovunque e arriva anche nei reparti ad alto isolamento dove comunque i detenuti a secondo del circuito hanno diritto a un minimo di socialità e poi hanno contatti con gli agenti, lo ‘spesino’ e chi gli porta il vitto”.

    Nell’appello al Parlamento, i Garanti dei detenuti hanno fatto pressing e ritengono che le misure deflattive previste dal dl Ristori forniscano una “risposta inadeguata”, non è sufficiente far uscire solo le 2202 persone detenute fornite di “idoneo domicilio” e con e con “un residuo di pena inferiore ai 18 mesi e nessuna preclusione ostativa”. Occorre fare di più e per questo “rivolgiamo un appello al Parlamento affinché voglia, in sede di conversione, adottare tutte le misure opportune per poter giungere ad una significativa riduzione del numero delle presenze dei detenuti negli istituti di pena”, hanno chiesto i Garanti. E hanno auspicato anche che i provvedimenti per alleggerire le presenze in carcere, siano configurati in modo “da facilitare lo scrutinio da parte dei Magistrati di Sorveglianza, i cui uffici peraltro sono significativamente in sofferenza, e da parte delle Procure”. “Riteniamo pienamente condivisibile e dunque auspichiamo che possa essere accolta anche la proposta di prevedere una liberazione anticipata speciale e la sospensione dell’emissione dell’ordine di esecuzione delle pene detentive fino al 31 dicembre 2021″.

  • In attesa di Giustizia: chiaroscuro da un carcere

    Ci risiamo, ormai da mesi il sistema penitenziario è nuovamente in affanno per il sovraffollamento ma nessuno ha finora nemmeno accennato ad affrontare il problema, anzi. Questa settimana la rubrica offre ai lettori la visita guidata in un piccolo istituto penitenziario, il San Cataldo di Caltanissetta, per offrire uno spaccato delle condizioni di vita e di come sono generosamente affrontate dal personale le quotidiane difficoltà.

    L’edificio risale al 1920, destinato ad orfanotrofio e solo in seguito adibito a carcere e, ovviamente, carenze strutturali dovute alla età della costruzione ed a inadeguati interventi successivi.

    Gli agenti in servizio sono 57 (61 previsti dalla pianta organica) e l’assistenza sanitaria è fornita solo dalle 8.00 alle 20.00. Di notte le emergenze vengono gestite dalla guardia medica, il che esprime un dato allarmante relativamente ai tempi di attesa in caso di bisogno poiché la guardia medica deve assicurare il servizio a circa 20.000 altri utenti.

    All’esterno del carcere, sotto una palma secolare, si trova una scultura a rilievo che ritrae i Giudici Falcone e Borsellino realizzata da un detenuto, all’interno sono ospitate – ad oggi – circa 120 persone tra le quali alcune hanno problemi di dipendenze da droga, altri sono affetti da patologie che richiedono terapie farmacologiche controllate e un discreto numero manifesta disagi psichici ma il contratto dello psichiatra è scaduto e la figura non è stata ancora ripristinata.

    Sempre all’interno si trovano locali vivibili, realizzati con l’apporto lavorativo dei detenuti che hanno curato l’impianto elettrico e la muratura: vi è anche un moderno polo didattico, con aule spaziose dotate di apparecchiature moderne “touch screen” che entrerà in funzione tra poco, da settembre, e vi si accede tramite tornelli videosorvegliati dotati di riconoscimento biometrico degli iscritti ai corsi.

    L’istituto è costituito da due sezioni: una ospita il reparto isolamento e l’infermeria, l’altra la rimanente parte della popolazione detenuta. Soltanto nel settore ‘isolati’ non c’è la doccia in cella.

    I muri dei locali, peraltro, sono cadenti e l’infermeria necessita di una massiccia opera di recupero per il quale sembra sia già stato approvato un finanziamento.

    Le celle, non una esclusa, sono anch’esse malconce e opprimenti: le finestre, nella parte bassa, per esigenze di sicurezza, sono coperte da pesanti pannelli di ferro che con il caldo si arroventano rendendo i locali incandescenti.

    Nelle celle, tuttavia, gli sgabelli hanno gli schienali: sembra normale ma non lo è in questo mondo parallelo e sconosciuto e sono segnali di attenzione: in carcere non esiste il superfluo e, troppo spesso, neppure il necessario a garantire condizioni di vita accettabili. Ci sono televisori di dimensioni adeguate e anche piccoli frigoriferi che consentono ai detenuti di godere di acqua fresca e di conservare il cibo.

    In questo piccolo carcere che sopravvive con dignità è in funzione un servizio di lavanderia per chi è distante dalla propria famiglia e non può effettuare frequentemente il cambio della biancheria.

    Il personale è cortese e attento alle necessità dei ristretti. L’area educativa funziona e garantisce tempi rapidi nella elaborazione dei programmi di recupero ma ciò che manca sono gli assistenti sociali, oberati di altre priorità e che con il carcere si dividono come possono.

    Il lavoro è una nota dolente: non ce n’è per tutti e non con continuità e non può creare professionalità per un futuro nella vita libera ma soltanto riempire un tempo inerte.

    Le condizioni della struttura impongono, poi, convivenza forzata tra persone diverse per età, provenienza, abitudini. Alcune celle dell’istituto ospitano fino a diciotto detenuti e c’è un solo servizio igienico nel quale due water sono posti uno accanto all’altro e separati a mezza altezza da un muretto di cemento.

    Le pareti di quasi tutti i locali sono cadenti, lo spazio destinato alle attività ricreative all’esterno è inadeguato.

    L’area colloqui è gradevole ma poco areata, tuttavia è stato reso attivo il sistema di collegamento via Skype per sostituire l’incontro con i familiari quando impossibilitati a raggiungere l’istituto.

    L’aria della c.d. “socialità” è ampia ma molto calda e logora. I servizi igienici sono pressoché inaccessibili. L’affaccio è su un cortile invaso da rifiuti ed escrementi di piccioni.

    Il carcere è riuscito a ricavare dei locali per la pittura e corsi di bricolage e c’è – incredibile a dirsi – un bel teatro, luminoso e capiente che impegna i detenuti in rappresentazioni alle quali anche pubblico esterno ha partecipato e presso il quale si sono svolte splendide iniziative come “al cinema con papà” in cui ai genitori reclusi è stato consentito, prima del colloquio, di vedere un cartone animato con i propri bambini.

    Infine c’è anche una chiesa all’interno della quale si trova un presepe realizzato con estrema cura dai detenuti, ricco di minuziosi particolari.

    Chiaro scuro da un luogo di detenzione: anche questa che è stata descritta è attesa di giustizia se giustizia è punizione ma anche recupero del condannato.

    Grazie alla delegazione delle Camere Penali che con il suo resoconto della visita a San Cataldo ha reso possibile trasferire anche sulle colonne del Patto Sociale uno spaccato di vita sconosciuta.

  • Detenuto muore nel carcere di Lecce sniffando gas

    Un detenuto brindisino di 40 anni è morto nel carcere di Borgo San Nicola a Lecce. Da quanto emerso l’uomo si sarebbe tolto la vita inalando il gas di una bomboletta da campeggio in dotazione. Il suicidio sarebbe avvenuto qualche giorno fa in cella dove era recluso per scontare una condanna per droga. Il brindisino era stato destinato alla seconda sezione del reparto circondariale C1, denominata Reis, il reparto a elevato indice di sicurezza.
    Come rivela ADUC – Notiziario Droghe, a dare notizia del fatto è stato il vice segretario regionale del sindacato autonomo degli agenti di polizia penitenziaria, secondo il quale permangono condizioni di criticità all’interno del carcere leccese. L’uomo avrebbe dimostrato problemi di adattamento al sistema carcerario e di convivenza con altri reclusi.
    «L’episodio fa emergere ancora una volta le criticità del sistema penitenziario», ha detto Ruggiero Damato vice segretario dell’Osapp. “La gravissima carenza di polizia penitenziaria soprattutto nel ruolo di agenti/assistenti che sottopone gli agenti a turni massacranti che variano dalle 8/10/12 ore consecutive, spesso senza avere la possibilità di consumare una bevanda fresca visto anche la chiusura del locale spaccio da circa due anni». Damato ha anche rimarcato la mancanza di supporti informatici e di sorveglianza per il controllo di «soggetti con problemi di adattamento al sistema penitenziario». «Anche se dotati di tutta l’umanità possibile e di tutta la buona volontà, gli agenti non riescono a far fronte alle carenze del sistema e questo incide sulla serenità nell’effettuazione delle loro mansioni», ha aggiunto. «Ogni perdita di vita è una sconfitta per tutto il sistema penitenziario», ha concluso Damato secondo il quale tragedie come quella consumata nel carcere di Lecce segnano per sempre gli stessi agenti della polizia penitenziaria. «Purtroppo gli agenti sono considerati poliziotti di manovalanza a basso costo», ha scritto lanciando un appello alle autorità. Il sindacato punta il dito verso le autorità, dal ministro al capo del Dap, sino ad arrivare a dirigenti a vari livelli: «Avere una polizia penitenziaria più motivata, incentivata e rispettata, farebbe bene agli agenti e ai detenuti».

  • Una cella nuova e comoda

    9 metri quadri in cui passare parte della propria vita in due dovendo fare i conti con lo spazio che manca, la libertà fuori dalle sbarre e la condivisione non sempre facile. 9 metri quadrati, è questa la dimensione di una cella in cui la maggior parte dei detenuti italiani trascorre la propria giornata, 9 metri quadri che potrebbero essere reinventati per provare a vivere meglio. E’ nato così, un anno fa, il  progetto di design sociale Stanze sospese, ovvero riprogettare completamente una cella con colori e arredi pensati per aiutare il detenuto nelle attività quotidiane, nella riabilitazione e nella dignità. Pensato per gli arredi delle camere dei detenuti del carcere di Opera e sostenuto dalla Fondazione Allianz Umanamente il progetto, nei giorni scorsi, è approdato entro le mura di San Vittore, dove è stata installata una cella pilota.

    Stanze sospese ha visto come primo momento di visibilità un’installazione promossa da 5VIE art+design per il Fuorisalone 2018 nelle cantine del Siam, dove è stata riprodotta una cella del carcere di Opera e una arredata con i prototipi dei nuovi arredi, realizzati in parte in plastica riciclata e prodotti nelle falegnamerie sociali impegnate nel progetto: il laboratorio Arteticamente di Sacra Famiglia e il Polo formativo Legno Arredo.

    Il team di progettazione è composto da tutor e giovani designer e ha lavorato su due principi fondamentali: utilizzare meglio lo spazio e aumentare la flessibilità, con arredi che abbiano ingombri e utilizzi diversi nell’arco della giornata. I giovani designer hanno preso alla lettera la metafora “da rifiuto a risorsa”, progettando un sistema di arredi modulare, resistente e flessibile, per dare dignità al soggiorno di detenzione, favorire l’acquisizione di nuove competenze mediante lavoro, studio, gioco e bricolage e individuare un nuovo cammino, nella legalità.

  • In attesa di Giustizia: Verziano Coffee Morning

    Mentre il Governo traccheggia accampando giustificazioni poco credibili con la promulgazione del nuovo Ordinamento Penitenziario, normativa impopolare sotto elezioni e con un corpo elettorale affamato di vendetta sociale, il 20 febbraio si è celebrata la giornata mondiale della Giustizia Sociale: iniziativa poco conosciuta patrocinata dall’ONU il cui tema, quest’anno, erano i lavoratori in movimento.

    In questo ambito, una manifestazione degna di nota è stata organizzata nel carcere di Verziano, vicino Brescia: istituto progettato inizialmente per essere un istituto penitenziario minorile è stato da subito destinato a casa di reclusione, cioè a dire, un luogo destinato ai detenuti in espiazione di una pena definitiva dei quali, secondo il dettato costituzionale, si deve curare la rieducazione.

    Dunque, pochi giorni dopo, la mattina di sabato 24, la casa di reclusione è stata aperta alla cittadinanza per poter accedere alle strutture interne dove la colazione è stata servita dai detenuti con caffè e pasticcini prodotti da loro: infatti, regolarmente stipendiati, un certo numero di carcerati che fruiscono di misure alternative alla detenzione è stato assunto, tramite una cooperativa, da aziende private per produrre cialde per l’espresso e cannoncini farciti. Un po’ di numeri? In un anno sono stati realizzati oltre venti milioni di cialde, mentre i pasticcini confezionati raggiungono quotidianamente il quintale.

    Ne abbiamo già parlato su queste colonne: è intuitivo che l’avviamento ad una specializzazione professionale agevoli il reinserimento sociale facilitando l’accesso al mondo del lavoro e ad avvantaggiarsene è proprio quella sicurezza cui tanto anela una classe politica ansiosa di farne viatico per il consenso.

    Con sacrificio e grazie alla collaborazione di cooperative ed aziende private, in più di un istituto penitenziario si realizzano attività simili ma resta fondamentale comunicarne l’utilità all’esterno: anche e soprattutto avvicinandovi la cittadinanza, come hanno fatto a Verziano dove per dare lavoro, con imprese già pronte ad offrirlo, ad altri condannati servirebbe però un nuovo padiglione. E qui la parola passa al Ministero della Giustizia ed alla cronica mancanza di risorse economiche nelle casse dello Stato.

    E’ stato il pensiero liberale di Cesare Beccaria a porre le fondamenta perché la pena non rimanesse una mera retribuzione del crimine connesso ma un’occasione di riscatto: e in questa finalità bisogna crederci, non fosse altro perché sono i numeri a segnalare che l’opera di reinserimento, quando è resa possibile ed adeguata è efficace  mentre la caduta nella recidiva è marginale.

    E per comprendere meglio quanto intenso sia anche per molti di quegli uomini rinchiusi in gabbia il desiderio di migliorarsi, lascio la parola a quanto scritto da un detenuto in occasione della visita alle carceri del Papa: “Oggi mi sento libero nella mente e nell’anima, oggi so che anche in questo inferno di peccatori c’è speranza: non siamo dimenticati o emarginati, non siamo solo un numero di matricola, oggi siamo di nuovo uomini, donne, madri, padri e figli. Grazie Francesco.”

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