Di Maio

  • In Europa quale Commissario per l’Italia?

    Torna la politica dei veti incrociati, delle minacce, me ne vado, no me ne vado io. Torna? In effetti non se n’era mai andata la politica dei piccoli, grandi, giochi di potere e su questi giochi alla fine è caduto Berlusconi, si è arenato Monti senza che prima né D’Alema né Prodi avessero cavato un ragno dal buco. Letta è stato divorato dall’arroganza di Renzi, quel Renzi poi caduto nel suo stesso tranello, i furbi finiscono spesso per essere vittime di se stessi. E come Renzi dal vertice del suo 40% di voti alle Europee è tornato a casa, sconfitto dalla sua stessa arroganza, i 5 Stelle hanno dimezzato i propri consensi nell’insipienza e nel pressapochismo progettuale. Ora Salvini cavalca l’ubriacatura di consenso e veste i panni, sempre più marcati, del decisionista che può fare a meno di tutti, ignaro che rischia di essere il terzo, dopo Renzi e Di Maio, a pagare il fio di una politica autoreferenziale e incolta.
    Mentre in Italia i veti incrociati e le dichiarazioni ad effetto si susseguono e l’economia è sempre
    più in crisi, in Europa si decide, attraverso l’assegnazione dei vari incarichi, il futuro di cinquecento e più milioni di cittadini. Cittadini che vorrebbero continuare ad essere esentati da situazioni di guerra, sia economica che militare, che vorrebbero un rilancio economico per arginare le povertà sempre più dilaganti, che chiedono politiche comuni sia in tema di immigrazione che di lotta al terrorismo, che vogliono che lo stato di diritto si coniughi con la libertà di impresa e con la certezza di leggi, regolamenti, impegni.
    Le grandi multinazionali, specie nel settore informatico, la fanno da padrone e non pagano le tasse, la Cina sta occupando tutti i mercati ed i territori, gli Stati Uniti sollecitano il Regno Unito a definire la Brexit e tentano, in tutti i modi di impoverire, sia politicamente che economicamente, l’Unione europea. Le guerre ai nostri confini continuano e l’Africa, nostro partner naturale per ragioni non solo geografiche, è al di là dei nostri pensieri e dei nostri immediati progetti economici e politici.
    I leader del governo italiano dovrebbero essere a Bruxelles a trattare il dicastero, il commissario europeo che per noi è importante ottenere, senza arroganza ma con le idee chiare, conoscendo i dossier, le debolezze e le richieste degli altri Stati, dovrebbero, tra l’altro, mettere sul piatto della bilancia che l’Italia lascia tre posizioni chiave, sopratutto la BCE, e che, anche come Stato fondatore e potenza industriale mondiale, abbiamo diritto ad un dicastero economico o comunque di peso.
    I nostri leader sono invece qui, in Italia, a discutere su chi lo ha più lungo, come giovani cani in un prato o adolescenti alle prime pruderie e di Bruxelles parlano solo per vedere in quale posto riuscire a collocarsi o per fare polemiche che inaspriscono ulteriormente rapporti già tesi da troppo tempo. Veti incrociati o incrocio di incompetenze e arroganze col disegno, ormai non tanto nascosto, per alcuni di salvare il salvabile e per altri di passare dalla democrazia allo stato forte ed autarchico. Peccato che senza democrazia e senza Europa ci sia solo il buio ed il declino.

  • La decrescita infelice, pensieri e pensierini

    Mentre l’anno volge alla fine e speriamo che finiscano anche le tante idiozie che abbiamo sentito, nel fare a tutti noi i più caparbi  auguri per il nuovo anno non posso non rammentare a noi stessi  la necessità di qualche momento di meditazione. Ne abbiamo viste tante in questi anni e non riesco a ricordare un governo che abbia saputo affrontare con dignità ed onestà i problemi politici, economici e sociali del nostro Paese e del contesto internazionale col quale, comunque, l’Italia si deve confrontare e misurare. La Prima Repubblica è crollata nelle tangenti, la Seconda per le incapacità, la Terza sta distruggendo gli ultimi rimasugli di democrazia. Intanto le povertà, le paure, le insicurezze e le ingiustizie aumentano. Renzi ,con la sua arroganza, è caduto perché voleva decurtare la democrazia, già traballante, attraverso una riforma che, abolendo il Senato, avrebbe cancellato una pagina storica e imprescindibile per un sistema democratico, il Senato appunto. Oggi quegli stessi che hanno detto no a quella sciagurata riforma non solo ripercorrono la stessa strada, programmando la drastica riduzione del Parlamento, ma  rendono nei fatti cancellata la nostra Costituzione eliminando i passaggi parlamentari che sono, per legge, necessari all’approvazione del  bilancio e non solo.

    Mentre la nostra Costituzione viene stravolta le cronache sono piene di notizie vitali quali la colazione di Salvini con la Nutella e la presenza  a Natale di lorsignori, Salvini Di Maio e Conte, alle mense dei poveri. Natale ormai è passato perciò lasciate che in me, ora, monti l’ira di chi, dopo aver contrastato per anni, gli Andreotti, i Berlinguer, i Craxi e quanti altri, si trova  a dover dire che la loro statura politica, per quanti errori abbiano fatto, era incommensurabilmente superiore all’arrogante impreparazione e supponenza sia di chi ci governa sia di chi sta all’opposizione, avvitato su problemi elettorali che nulla hanno a che vedere con le necessità degli italiani. Mai come oggi l’ignoranza regna sovrana. Ricordo una poesia dedicata a Giuseppe Mazzini “e un popol morto dietro a lui di mise” ma Mazzini non c’è, resta solo un popolo morto di panciafichisti illusi che nel caos generale troveranno comunque una tetta alla quale attaccarsi. 

    La fortuna vuole che io non abbia nulla da chiedere se non che quella per un Parlamento eletto direttamente dai cittadini, un Parlamento di persone oneste ma capaci, sia una battaglia degli italiani per l’Italia. Non ho posti da conservare o da chiedere, la libertà che mi sono conquistata, grazie a chi ha condiviso le mie scelte, mi da l’obbligo di non tacere e fosse anche la mia una voce che apparentemente chiama nel deserto non smetterò di credere che altri voci siano pronte ad unirsi. Non c’è maggior vigliacco ed ipocrita di chi specula sulle paure e racconta menzogne per ingannare i deboli. Chi rapina il treno d’oro è un bandito geniale, chi ruba le pensioni, chi attrae i deboli con promesse ingannevoli, chi parla di onestà e non è onesto, chi inganna col sorriso rassicurante, chi si  fa forte con i deboli e debole con i forti è solo un pericoloso mascalzone, un truffatore abile che sotto un’apparenza sorridente e paciosa ci sta rubando il bene più prezioso che abbiamo: la liberta garantita dalla nostra Costituzione. 

    E’ tempo che i Berlusconi ed i Renzi tacciano perché rinasca la speranza di far tacere chi, passo dopo passo, cerca di farci tacere con un consenso manipolato dalla disperazione. Chi oggi non parla è connivente.

  • Di Maio verso l’espulsione (dall’albo dei giornalisti)

    Luigi Di Maio potrebbe incorrere in un’espulsione. Non dal governo (lì rischia di più il suo collega pentastellato Danilo Toninelli) né dal Paese (quando Matteo Salvini si dice favorevole all’alta velocità non allude a quella di un ordine di via al collega vicepremier), ma dall’albo dei giornalisti a cui risulta iscritto. «In relazione alle affermazioni del vicepremier e ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, giornalista pubblicista, iscritto all’Ordine della Campania, rilasciate in seguito all’assoluzione del sindaco Di Roma, Virginia Raggi, l’Ordine della Campania seguirà le procedure previste dalla normativa vigente», ha fatto sapere Ottavio Lucarelli, presidente regionale dell’Ordine dei giornalisti, precisando che «dopo le numerose segnalazioni giunte gli atti saranno trasmessi al Consiglio disciplina regionale, così come previsto dalle norme». Anche il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Verna, ha lasciato intendere che Di Maio sarà sottoposto a procedimento disciplinare, onde valutarne la compatibilità con la professione giornalistica (Di Maio è iscritto all’elenco dei pubblicisti): «Parole senza precedenti nella storia della Repubblica nei confronti della libera stampa. Siamo convinti che chi si esprime così sia incompatibile col ruolo di ministro. Di Maio non fa retromarcia, noi non ci fermeremo, mentre stiamo ancora aspettando che per un minimo di coerenza lasci spontaneamente un sodalizio dove è in compagnia di quelli che definisce ‘infimi sciacalli’».

    Nell’ambito della procedura, avviata dal presidente dell’Ordine campano Ottavio Lucarelli dopo le dichiarazioni su stampa e giornalisti, l’esponente pentastellato potrebbe essere convocato per esercitare il proprio diritto di difesa (non è tenuto a presentarsi).

  • Il festival dell’incoerenza e della malafede

    Se ci fosse un premio Nobel per l’incoerenza e la malafede non sarebbe difficile trovare coloro che lo meriterebbero. Le recenti vicende politiche italiane e in particolare la crisi costituzionale provocata dai capi politici del M5s e Lega, Di Maio e Salvini, offrono lo spunto per l’assegnazione del premio a questi due personaggi. Ce ne sarebbero altri meritevoli del premio, ma quelli che spiccano per la loro adamantina incongruenza sono i due politici citati. Gli esempi concreti li ricorda Mattia Feltri su La Stampa di oggi. Il primo si riferisce a Luigi Di Maio, che il 18 febbraio scorso affermava: “Carlo Cottarelli ha stilato la lista della spesa che dovrà seguire un governo per prendere soldi dove non servono e metterli dove servono. Il nostro piano di governo ripartirà da lui. Gli altri governi, invece di eliminare le spese inutili e i privilegi hanno eliminato Cottarelli”.

    Ieri, però, lo stesso Di Maio ha dichiarato: “Al ministero volevano Cottarelli del Fondo monetario internazionale che ci ha riempito la testa che dobbiamo distruggere la scuola e tagliare la sanità”, ma una personalità indicata da Di Maio per il ministero dell’Economia, Andrea Roventini, prima di proporre Paolo Savona, confermava che “si possono fare tagli mirati alla spesa realizzando il piano Cottarelli”. Un altro M5s, Alessandro Di Battista, domenica sera diceva invece che “Cottarelli è un uomo del Fondo monetario, è la dimostrazione che avevano un piano già pronto”. La coerenza, già! La coerenza! Chi la può pretendere in politica, soprattutto ai massimi livelli, cioè ai livelli di chi pretendeva di fare il presidente del Consiglio? L’incoerenza è redditizia – afferma Feltri – nessuno sarà chiamato a renderne conto, poiché prevale l’avvenenza dell’impudente.

    Il secondo spunto lo offre Salvini. “Cottarelli è molto bravo, ha una grande esperienza internazionale” – disse Silvio Berlusconi durante una conferenza stampa nel mese di marzo, mentre alla sua sinistra Matteo Salvini approvava. Ieri però Salvini dichiarava: “Cottarelli è l’emblema di quei poteri forti per i quali l’Italia o si allinea a certi diktat o non ha il diritto di dar seguito alla volontà popolare”. Ma allora, è bravo o è soltanto una personificazione dei poteri forti?

    Di Maio, ancora, giovedì scorso: “Della squadra dei ministri se ne occupano il presidente Conte e il presidente Mattarella”. Domenica, invece: “E’ inutile, i governi li scelgono sempre gli stessi”. Ieri, ancora: “Mattarella è andato oltre le sue prerogative”. Prima poteva scegliere ed era assolutamente normale, ora non più. Quindi accuse di tradimento della democrazia, impeachment, messo in stato d’accusa. Secondo Salvini non poteva neanche prima, perché sono i partiti usciti vincitori dalle elezioni che devono decidere il presidente e i ministri del governo. Ma Mattarella ha precisato che la Costituzione gli offre prerogative alle quali non intende sottrarsi e non ha nascosto alla pubblica opinione la sua irritazione per i diktat che gli venivano imposti. Salvini allora s’è scusato – è un semplice fraintendimento: “Ma quale diktat, sono idee, proposte, suggerimenti …” Era giovedì, ma domenica il registro cambia. Anche per Salvini si tratta di poteri forti, di lobby, di banche, di potenze straniere.

    Ad un certo punto Paolo Savona non è più un suggerimento, una proposta, E’ una conditio sine qua non per fare il governo, cioè un diktat. Di Maio: “In questi Paese puoi essere un criminale condannato, un condannato per frode fiscale, puoi aver fatto reati contro la Pubblica amministrazione, puoi essere una persona sotto indagine per corruzione e il ministro le puoi fare, ma se hai criticato l’Europa no”. Ancora Di Maio: “Un’alternativa a Savona era Armando Siri”, vale a dire uno che ha patteggiato per bancarotta fraudolenta; è meritevole allora di fare il ministro se lo suggeriscono gli M5s? Ma un altro M5s, Alfonso Bonafede, ha liquidato Cottarelli con questa sentenza: “Non si è nemmeno presentato alle elezioni”. Forse questo illustre personaggio soffre d’amnesia e non ricorda che anche Giuseppe Conte, il presidente da loro designato, non si era presentato alle elezioni e non ricorda nemmeno che neanche Paolo Savona da loro indicato come ministro dell’Economia, si era presentato alle elezioni. E’ possibile che sia l’amnesia responsabile di queste bufale?  Non lo crediamo e siamo convinti che queste bufale funzionano. I fanatici non conoscono la logica, la ragionevolezza, il significato esatto delle parole. Feltri conclude il suo articolo con altri esempi di coerenza e precisione. Salvini, nel dicembre del 2017: “Escluso l’appoggio della Lega a un governo di Maio. Basta vedere Spelacchio a Roma (l’albero di Natale in piazza san Pietro che si è rinsecchito e che perdeva gli aghi, spelacchiando i rami). Dico no al governo Spelacchio, aggiungendo che va bene cambiare idea, ma che “il Movimento cambia idea continuamente”. Di  Maio replicò: “Questa di Salvini è una buona notizia: finalmente vi metterete l’anima in pace su accordi o inciuci rea M5S e Lega”. E poi aggiunse: “Noi cambiamo idea? L’ultima volta aveva detto “perché no?” Ci usa soltanto per fare notizia. Nessun accordo, nessun inciucio”.

    Infatti, s’è visto! L’incoerenza è probabilmente un portato dell’attività politica. Non ce ne scandalizziamo oltre misura. Ma la malafede ha una valenza morale che non possiamo accettare ed i politici che la praticano non possono pretendere di essere creduti e rispettati, anche se il fanatismo passa oltre questi difetti e considera le loro bufale come verità assolute.

  • Al gioco della fune qualcuno resta sempre per terra

    Se a molti è nota la professionalità ed il valore di Savona era anche noto ai più che la posizione, sull’euro e sull’Europa, dell’economista contrastava con la necessità di non creare i presupposti per un ulteriore aumento di sfiducia nella capacita italiana di  affrontare il proprio debito e rimanere nella zona euro. Le riforme e i necessari interventi, compresi i posti di lavoro, a favore dei cittadini, dipendono anche dalla fiducia degli investitori stranieri, dalla possibilità per la BCE di continuare a sostenerci e dal rapporto con i nostri alleati e partner europei. Che questa Europa debba essere migliorata è evidente, che non si possa migliorare con slogan, populismi ed improvvisazioni è ancora più evidente. Salvini e Di Maio sapevano benissimo quanto la proposta di Savona al ministero economico fosse uno scoglio insormontabile e forse proprio per questo hanno insistito caparbiamente, nonostante avessero, nei giorni precedenti, ripetuto più volte che non avrebbero fatto imposizioni alle scelte di Conte e di Mattarella. Anzi avevano dichiarato che il Presidente della Repubblica si era mosso con grande accortezza e che a lui spettavano le scelte!

    Il governo del cambiamento si è invece fermato davanti a un nome pur avendo ottenuto tutto il resto: Conte aveva l’incarico, la lista dei ministri era stata accettata, a prescindere dalle competenze effettive di alcuni, ma tutto è stato gettato alle ortiche di fronte all’unica richiesta del Presidente della Repubblica e cioè indicare un altro nome per l’economia. Se il professor Savona avesse voluto modificare, ammorbidire quanto affermato nei suoi scritti e nelle sue dichiarazioni avrebbe potuto farlo e che non lo abbia fatto, pur con tutta la sua precedente esperienza di uomo ben uso alla politica  ed alle istituzioni, dimostra in modo inequivocabile che il recondito pensiero di Cinque Stelle e Lega era ed è l’uscita dalla moneta unica. Il progetto non è più impegnarsi per migliorare l’Europa, raggiungere l’unione politica ed i traguardi promessi ed ancora lontani, Salvini e Di Maio non vogliono l’Europa, non vogliono neppure difendere l’orgoglio italiano, ma mirano a nuove alleanze e strategie economiche che possono essere un salto nel buio e senza rete.

    Il legittimo no del Presidente della Repubblica si è tramutato nel delitto di lesa maestà  per i due capi partito che hanno dimostrato di essere o troppo giovani o troppo cinici perché è evidente, ormai, che non volevano veramente governare ora ma tornare alle urne. Forse anche manipolati alcuni da regie esterne e Incapaci di comprendere che il gioco alla fune lascia sempre qualcuno per terra. Più che a uno scontro istituzionale da uno scontro di piazza in un momento nel quale un po’ tutti hanno gli animi esacerbati da mille reali e quotidiani problemi. Nelle prossime ore in molti saranno costretti a tirare giù le carte e i bluff verranno scoperti, resta comunque una sola verità: avevano in mano il Presidente del Consiglio e tutti i ministri che avevano scelto salvo uno. Chiunque, se voleva veramente il bene del Paese, avrebbe accettato una piccola sconfitta per una grande vittoria: governare l’Italia, misurarsi in Europa, dimostrare al mondo cosa si è capaci di realizzare. Savona è stato il pretesto per non misurarsi con la realtà, per continuare nella politica delle promesse, per sentirsi vittime invece che provare a diventare, se non statisti almeno politici veri, quelli che mancano da anni in Italia. Salvini e Di Maio hanno gettato via un’occasione per mire inconfessate, l’Italia forse può sperare in una diversa opportunità.

    Tutto questo purtroppo non indebolisce ma rafforza chi, a partire dai giornali tedeschi, tenta ingerenze e manovre e le conseguenze ricadranno, come sempre, non sulla grande finanza o sul capitalismo autoreferenziale ma sull’economia reale e sulla gente comune. Se però qualcuno pensa, togliendo le foto di Mattarella da qualche sperduto comune, o portando in piazza forcaioli e arrabbiati di distruggere le nostre istituzioni si sbaglia. L’obbiettivo della maggioranza degli italiani è di liberare le istituzioni da tutti coloro che le utilizzano a proprio uso e consumo e purtroppo Salvini e Di Maio hanno dimostrato di fare anche loro parte del branco.

  • Spunti per un programma di governo della sanità pubblica

    Spunti per un programma di governo: Salvini e Di Maio sono al corrente della deprecabile situazione che si è creata nella sanità negli ultimi anni? Conoscono le liste di attesa per esami diagnostici nelle varie Regioni? Sanno che se in Lombardia, per anni all’avanguardia nel Ssn, vi è stato lo scandalo dei mesi occorsi per avere i risultati delle biopsie (nel caso di tumori anche pochi  giorni contano e molto), in altre Regioni italiane il dissesto è sempre più emergente in assenza di posti letto e di cure tempestive? Sanno che in Italia i medici di famiglia sono circa 90 ogni 100mila abitanti mentre in Germania 167, in Francia 155 e in Olanda 145? Sanno che nei prossimi 10 anni il 70% dei medici di base andrà in pensione e che se non saranno aumentate le possibilita di accedere alla laurea ed al ruolo (secondo le stime ENPAM), soltanto 11mila medici saranno rimpiazzati rispetto ai 33.392 che andranno in pensione? Sanno che la popolazione invecchia e che di conseguenza il ricorso al medico di base è sempre più frequente e necessario? Pensano almeno di valutare la possibilità di dare allo specialista il ricettario unico così da evitare la ridicola manfrina che costringe un paziente ad andare prima dal medico di base il quale gli prescrive una visita specialistica effettuata la quale il malato deve tornare per la ricetta dal medico di base? Quanti passaggi inutili e spreco di tempo e di denaro, quanti costi che potrebbero essere evitati! Lo sanno Salvini, Di Maio e i loro sherpa politici?

  • Gli interventi pubblici che dovrebbero figurare in un contratto di governo

    Mentre si susseguono incontri e richieste per avere un po’ di tempo in più nella speranza trovare la famosa quadra (Bossi docet) tra M5s e Lega rimane preoccupante il silenzio su alcuni punti che, non solo noi, riteniamo importanti per l’Italia e gli italiani. Ne ricordiamo alcuni non in ordine di priorità.

    Occorre un nuovo sistema che consenta di gestire, in tempi rapidissimi, le calamità naturali: la realtà attuale è che, a distanza di quasi 2 anni dall’ultimo terremoto, sono state consegnate solo circa 300 casette di legno, a fronte della richiesta di più di 3000, questo la dice lunga sull’attuale incapacità del sistema di gestire le emergenze e, tenuto conto che purtroppo le zone sismiche sono in aumento, sull’urgenza di dare risposte a chi non ne ha ancora avute e di preparare un piano per sopperire a qualunque nuova calamità.

    L’ormai endemico crollo costante di parti di edifici scolastici, con tutti i rischi che ne conseguono, impone di realizzare quanto Renzi aveva promesso a vuoto e cioè il controllo e la bonifica di tutte le scuole.

    E’ ormai noto a tutti come l’acqua sia un bene primario e come la sua dispersione rischi di creare desertificazione, aridità e infertilità con ovvi disagi per le popolazioni. Il sistema idrico italiano è da decenni obsoleto con la perdita secca di più della metà dell’acqua che dovrebbe transitare nelle tubature; gran parte del centro sud e della Sicilia soffre da sempre per la mancanza di acqua nella rete, vi sono decine di migliaia di persone che possono fare uso dell’acqua potabile solo in alcuni giorni ed in alcune ore! Ma anche al nord l’estate calda e secca del 2017 ha visto la necessità di portare, per lunghi periodi, l’acqua con della cisterne. E mentre la rete idrica perde vi sono interessi poco chiari, o chiarissimi, che da questa situazione traggono vantaggio.

    Già solo affrontando queste problematiche, con tutto il lavoro che ne deriverebbe, si risolverebbe gran parte dell’altra grande emergenza, la povertà dovuta alla mancanza di lavoro: per far partire l’economia gli incentivi servono a poco se da un lato il lavoro non c’è e dall’altro non ci sono soldi; solo opere necessarie e importanti hanno i requisiti giusti e cioè risolvere problemi reali e dare lavoro e combattere le povertà sempre più emergenti.

    Far partire l’economia vuol dire eliminare quella farraginosa burocrazia che scoraggia chiunque dall’intraprendere una nuova attività e condanna chi ha un’impresa, di qualunque tipo, a perdere giornate e giornate di lavoro per adempiere ad obblighi burocratici inutili e dannosi che gli altri Paesi europei hanno soppresso da anni! Salvini e Di Maio si confrontino con l’Europa anche su questi temi.

    Ancora silenzio sui diritti che dovrebbero essere riconosciuti ai privati: a) sgravi su lavori fatti nelle abitazioni a prescindere dalle ristrutturazioni, b) possibilità di assumere direttamente una persona non solo come domestico o badante, c) possibilità di scaricare la propria parte per le spese di portierato.

    E ancora silenzio sul grave problema delle centinaia di migliaia di persone che lavorano saltuariamente prestando servizi e sono pagati solo dopo tre mesi (se va bene!). Né l’Italia né l’Europa hanno ancora affrontato l’ingiusta e assurda sperequazione che colpisce proprio coloro che senza un lavoro a tempo indeterminato hanno l’ulteriore beffa di venire pagati mesi dopo la prestazione effettuata e senza alcun paracadute sociale, dal Tfr ad altro, ed in assenza di strumenti per tutelarsi, quando il pagamento è addirittura posticipato rispetto ai tre mesi o non arrivi del tutto (si parla di pagamenti di poche centinaia di euro, per i quali nessuno si rivolge all’avvocato che costerebbe di più, ma lo Stato non offre garanzie e anche i sindacati non se ne occupano).

    Da quanto ci è stato dato di sapere tra i vari punti del programma che Lega e M5s stanno cercando di redigere non si parla né di acqua né di scuole né di calamita naturali né dei lavoratori flessibili con retribuzioni precarie, problemi ben più urgenti della Tav o del terzo valico; d’altra parte anche in campagna elettorale i partiti, tutti, si dono ben guardati dall’affrontare temi scottanti e reali.

    Per quanto riguarda invece i rapporti con l’Europa forse, per colpa di una non sufficiente conoscenza dei problemi (essere eletti al parlamento non significa nulla in sé se non si studiano i dossier), risulta veramente incomprensibile come, per difendere correttamente il nostro sistema produttivo e sociale, non si parli di armonizzare il sistema doganale, il sistema fiscale, i diritti dei bambini e non si affronti, sia in Italia che in Europa, il problema della divisione tra banche di risparmio e banche di affari e della messa al bando di derivati, ed altri marchingegni nati solo per strappare gli ultimi soldi si risparmiatori. Ci sarebbero molte altre cose da dire, ma bisognerebbe trovare qualcuno intenzionato ad ascoltare; ci sarebbero mille cose da fare ma per farle bene occorrerebbe prima studiare e pensare… ad maiora.

  • La vera strategia dei “mancati perdenti”

    I risultati elettorali delle ultime legislative hanno dato vita, come nella migliore tradizione della politica italiana, ad una situazione drammaticamente grottesca. Dal 5 marzo si inseguono sui media italiani analisi, ipotesi ed elucubrazioni circa le probabilità di raggiungere un’intesa di governo, con un ingiustificato ottimismo fondato unicamente sulla sottovalutazione di oggettivi impedimenti, che appaiono invece del tutto insuperabili. Dopo la prima tornata di consultazioni del Presidente della Repubblica, perfino davanti al sostanziale nulla di fatto e a fronte dell’acuirsi delle polemiche tra i partiti, incredibilmente risultavano in netta maggioranza i commentatori che giudicavano in positivo l’evoluzione della trattativa. Su cosa si poggi questa convinzione rimane un mistero. Quali sono invece razionalmente le posizioni in campo e, soprattutto qual è la vera strategia di quelli che, in maniera impropria, vengono definiti vincitori e che sarebbe più corretto definire “mancati perdenti”, in modo da distinguerli dai veri sconfitti che sono nell’ordine PD, F.I., LEU e FdI?

    In Italia, a causa del lungo processo di logoramento della credibilità della politica e della progressiva delegittimazione dei partiti, l’errore più grande non poteva essere che quello di adottare una legge proporzionale come il “Rosatellum” che, per natura, polverizza il voto e impedisce di individuare un vincitore, lasciando il campo ai partiti per tessere le intese post-voto. Uno scenario ben conosciuto e non a caso volutamente respinto con il referendum del 1993 dagli italiani, che è stato reintrodotto irresponsabilmente dai quattro partiti (PD, F.I., Lega e AP) proprio per avere le mani libere sia per la nomina dei parlamentari, che per gli inciuci nelle trattative del nuovo governo. Una legge in perfetto stile “I Repubblica”, che non aveva mai funzionato a favore degli interessi dei cittadini ma solo dei politici, già ai suoi tempi e che oggi non poteva che fallire, proprio per l’evanescenza dei partiti, che non hanno più l’autorità della identità ideologica. Ai partiti oggi non rimane per identità che la miseria dei punti di un programma, avendo persino mortificato il diritto del popolo di scegliere i propri rappresentanti. Cosa resta quindi della sovranità dei cittadini almeno in riferimento al rispetto degli indirizzi generali per cui hanno votato? Appunto solo il programma elettorale, che diventa così una sorta di camicia di forza inderogabile, salvo correre il rischio di essere tacciati dai propri elettori di tradimento, determinando, come sostiene Travaglio, il rischio per un movimento come i 5stelle in caso di alleanza con la Lega, di venire assaliti con i forconi dai propri militanti. Ecco, quindi, il problema: come si può fare un accordo tra partiti diversi sulla base di programmi elettorali confliggenti? Semplicemente non si può, perché nessun partito può correre il rischio di essere accusato di avere tradito i propri elettori. Ma diventa impossibile fare accordi anche tra programmi apparentemente vicini, perché la semplice sommatoria dei costi, anche solo dei punti principali e qualificanti rende economicamente incompatibile qualunque ipotesi di alleanza, perché i programmi sono stati redatti in maniera scriteriata e con l’unico obiettivo di acquisire consenso, con obiettivi demagogici e irrealizzabili. Qualcuno si è posto per esempio il problema di quantificare il costo della contemporanea adozione del reddito di cittadinanza dei grillini e dell’abolizione della legge Fornero? E di come renderli compatibili con la già annunciata manovra finanziaria per il 2019, che deve contenere coperture per 30 miliardi a legislazione vigente, di cui oltre la metà solo per scongiurare l’aumento delle aliquote Iva? Ecco perché non è difficile, ma è impossibile che si possa raggiungere una qualche forma di accordo tra i “mancati perdenti”, alcuni dei quali ne appaiono ampiamente consapevoli. Per questo se si esaminano i comportamenti finora adottati dal M5S, si evidenzia la sua vera strategia costituita dalla volontà, in questa fase, di non volere andare al governo, ben mascherata dalla tattica di portare avanti una finta trattativa, costituita da timide ed evanescenti aperture parziali a tutti i partiti, condite però con pesanti veti su persone, e quindi boicottando di fatto il tentativo di accordo, nello stesso momento in cui viene offerto, facendo cadere la responsabilità della rottura sugli avversari, messi nelle condizioni di non poterlo accettare, pena la perdita di ogni residua dignità e credibilità. Contemporaneamente, oltre a tentare di arrecare ogni possibile danno, specie al centrodestra, in ordine ai tentati di destabilizzazione della fragile alleanza tra Salvini e Berlusconi, tentare altresì di tesaurizzare, con risultati tangibili, le rendite di posizione che la debolezza e superficialità dei loro avversari gli hanno consentito di ottenere. Quindi, che il M5S non voglia andare al governo in questa fase è chiaro come il sole. L’elemento che ha svelato più di ogni altro questo intendimento è certamente l’atteggiamento usato in occasione della elezione del consiglio di presidenza della Camera dei Deputati, allorquando per avere qualche posto in più ha deciso di mortificare il diritto del PD di avere i rappresentanti spettanti nel prestigioso organo di governo di quel ramo del parlamento. Quindi il M5S, che si trovava nella felice condizione di applicare la strategia che per cinquant’anni ha mantenuto la DC al potere e cioè quella dei “due forni”, vi ha rinunciato per la miseria di qualche posto in più in un organo di rappresentanza e ha deciso di mortificare il suo più probabile potenziale alleato per una possibile coalizione di governo? Se così fosse, e non invece per sabotare scientemente sin dall’inizio ogni possibile alleanza con il PD, sarebbe stata una scelta davvero stupida e autolesionista. E poi, come se non bastasse tale schiaffo, Di Maio ha confermato la strategia di volontario boicottaggio degli accordi, ponendo il veto a Renzi e Berlusconi, e successivamente ha dettato le sue condizioni al Capo dello Stato dando per scontato il suo diritto alla nomina a premier e alla pedissequa attuazione del suo programma, senza sostanziali spazi di trattativa. Quindi il primo partito d’Italia, che ha solo il 32% dei consensi, invece di ricercare le soluzioni per trovare il 19% mancante, ha trattato tutti con sufficienza e arroganza al punto che anche il più arrendevole e accattone politicante da strapazzo avrebbe difficoltà ad aderire ad una alleanza dove non è prevista neanche la più elementare forma di rispetto e perfino di  educazione. La logica dei veti, in particolare, appare funzionale solo a costruire rotture e non solo per l’aspetto formale, ma anche sostanziale ben sapendo la inutilità di qualunque accordo con il PD senza Renzi, che notoriamente da solo controlla la maggioranza del gruppo al Senato e, dall’altro lato, l’impossibilità per Salvini di esporsi all’indebolimento di lasciare Berlusconi, perché perderebbe più della metà della propria coalizione e si esporrebbe alla critiche di tradimento anche tra i suoi elettori, pagando un prezzo altissimo e senza alcuna evidente contropartita. Da parte sua al M5S basterebbe solo tesaurizzare le posizioni di potere già acquisite presso la Camera dei Deputati per portare avanti qualche manovra ai limiti della costituzionalità, ma di grande impatto propagandistico, come l’abolizione dei vitalizi, che potrebbe consentire al movimento di affermare che laddove è riuscito a raggiungere le leve del potere, ha coerentemente attuato il programma e che, per il resto, gli altri gli hanno impedito l’accesso a Palazzo Chigi. L’obiettivo finale a questo punto appare fin troppo chiaro, non potendo andare al voto subito i grillini “subirebbero” un governo comunque sia degli altri, meglio se minoritario, destinato a trascinarsi stancamente per tutto il 2018, sperando di andare al voto, con o senza la nuova legge elettorale ai primi dell’anno prossimo, probabilmente rinforzati e con la concreta speranza di conseguire la maggioranza assoluta e avere finalmente la situazione sotto controllo. Questa strategia tra l’altro impedirebbe la cosa che più teme il M5S e cioè la messa a nudo della inattuabilità di gran parte del suo farneticante programma politico, che in un governo di coalizione verrebbe immediatamente messo in discussione dagli alleati. Se questa è la strategia dei cinque stelle, l’unica contromossa intelligente è vedere il bluff, capovolgere la situazione e offrire al M5S stelle la disponibilità a “subire” un loro governo di minoranza, anche con la “non sfiducia” e senza chiedere nulla in cambio, aspettando semplicemente che porti il suo programma nell’articolazione legislativa dei vari punti all’attenzione delle Camere, dell’opinione pubblica e dell’UE e sollecitando unicamente l’impegno di eliminare il Rosatellum, per approvare tutti insieme al suo posto una legge elettorale che consenta ai cittadini finalmente di scegliere i propri rappresentanti e un vincitore certo la stesa sera della chiusura delle urne. La legge c’era e solo l’arroganza delle oligarchie dei partiti ne ha determinato la sostituzione e si chiamava Mattarellum, che è l’unica norma che non solo consente agli elettori la scelta vera dei propri rappresentanti, ma anche la piena rappresentanza dei vari territori, molti dei quali oggi non hanno nessuno a cui rivolgersi, che riduce la possibilità dei “paracadutati” e garantisce anche con la quota proporzionale limitata a un massimo del 25% di avere il sacrosanto diritto di tribuna ai piccoli partiti. Se i partiti avessero un minimo di senso di responsabilità, sarebbero arrivati da soli a queste conclusioni e già oggi si potrebbe ragionare in prospettiva di una rinascita del senso civico nazionale, che faccia giustizia di tutti gli atteggiamenti ispirati al risentimento, che tanto danno hanno arrecato al nostro Paese. Una riforma elettorale essenziale per una diversa modalità di esercizio della politica, che non può prescindere dal rapporto elettori-eletti e dal diritto di scelta che una democrazia compiuta deve garantire ai propri cittadini quale viatico ed elemento fondamentale per il recupero del grande valore, assente purtroppo dagli intendimenti dei protagonisti dello scenario politico nazionale e cioè la effettiva “tutela del bene comune”, che tutti i partiti hanno da tempo cinicamente sacrificato ai loro inconfessabili egoismi e la cui mancanza è alla base della fallimentare gestione della “Cosa Pubblica” nel nostro Paese. E’ su questo che bisognerebbe che i cittadini rivolgessero la loro attenzione, finora distolta dal rancore, che non è mai stato un buon consigliere.

    Nicola Bono – già parlamentare e sottosegretario ai beni e alle attività culturali

  • Salvini le preferenze ce le ha, Di Maio no

    Più volte, dalle elezioni ad oggi, i 5 stelle hanno rivendicato per Luigi Di Maio l’incarico di presidente del Consiglio, sostenendo che ne ha diritto in quanto ha preso quasi 11 milioni di voti.

    Vero è che Di Maio è stato indicato dal M5s come candidato premier, altrettanto vero è però che in Italia non c’è ancora una legge elettorale per indicare il premier, la legge infatti fa soltanto scegliere tra un partito o un altro e prevede liste bloccate all’interno dello stesso partito, decise dai leader. Di Maio è pertanto la prima scelta del suo partito ed è il partito che ha preso quasi 11 milioni di voti. Se dovessimo valutare in base ad un discorso di preferenze, vale a dire di scelta degli elettori, Di Maio, alle primarie del M5s per scegliere il candidato premier pentastellato, ne ha ottenute 30.396, cioé l’82% dei votanti iscritti alla piattaforma del movimento. Matteo Salvini, candidato premier dalla Lega e (si presume) dalla coalizione di centrodestra, coalizione che è arrivata prima nelle urne il 4 marzo, quando si è presentato alle Europee, elezioni nelle quali gli elettori hanno diritto di esprimere la preferenza, ha preso nel nord-ovest 223.410 preferenze, nel nord-est 108.950, al centro 32.476, sommando le quali con le preferenze di sud e isole ha raggiunto la cifra di 387.726!

    Se si vuole tenere conto del diritto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti politici e del dovere dei rappresentanti politici di confrontarsi con gli elettori, i voti di Salvini parlano chiaro. Di Maio, come Renzi, non ha mai fatto una campagna elettorale preferenziale, se non all’interno del suo partito; Salvini si è messo in gioco e i risultati sono noti. Come abbiamo avuto già modo di scrivere sul Patto Sociale, se una legge elettorale consente le coalizioni ed una coalizione prende più di tutte le altre, spetta a questa l’incarico di provare a formare il nuovo governo. A prescindere da come singolarmente possiamo pensarla, ci sono delle regole in democrazia che vanno rispettate!

     

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