Sul Corriere della Sera Susanna Tamaro contesta l’estensione della possibilità di cacciare, alla base del testo del disegno di legge 1552 per modificare la legge 157 del 1992 (legge che proclama la fauna selvatica patrimonio dello Stato), osservando che «ormai la caccia è un’attività di nicchia che riguarda 500 mila persone in un Paese di 60 milioni di abitanti, dei quali il 90% è contrario alla caccia». Alla luce di questi dati, nota che cercare di accaparrarsi le simpatie elettorali dei cacciatori non ha molto senso: «Il vantaggio politico sembra essere abbastanza fragile» mentre «l’idea di far passare la caccia ‘un’attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi’ è quantomeno imbarazzante ed esautora il lavoro dell’Ispra, delle università e dei carabinieri forestali» perché «ci sono problemi di invasività, cinghiali in primis — problema peraltro sorto per l’importazione dei cacciatori negli anni Sessanta di cinghiali extra europei che hanno trasformato il nostro piccolo cinghiale in un palestrato ad alto tasso riproduttivo — ma ogni paese in Italia ha ormai la sua squadra di cinghiali che compie continue battute per tenerne il numero sotto controllo. Da qualche anno sono arrivati anche a casa mia i lupi, attirati dai succulenti bocconcini che sono i cinghialetti. Dunque, l’ordine preda-predatore viene ripristinato. Purtroppo, attaccano anche le pecore, ma tutti i pastori si sono forniti di cani dell’Asia centrale specializzati proprio nella difesa del gregge da parte dei lupi».
Quarant’anni di vita in campagna portano Tamaro a osservare ancora che «il cambiamento climatico è stato molto rapido e ha provocato già squilibri e alterazioni nel mondo vivente, particolarmente negli uccelli migratori che arrivano generalmente tra l’inizio e la metà di marzo — tranne il rigogolo che giunge più tardi — e si trovano ad affrontare, nel periodo nuziale a riproduttivo, una grave scarsità di cibo. I mesi invernali infatti sono slittati in avanti, ormai abbiamo dicembri tiepidi e marzi gelidi e il freddo paralizza gli insetti. Senza insetti, le nidiate sono destinate ad essere deboli e a «pigolare sempre più piano» come ci ricorda il grande Pascoli. Che razza di tutela sarebbe uccidere queste creature sfinite dalla migrazione? Oltre al cambiamento climatico, gli stessi uccelli devono affrontare i grandi mutamenti nell’agricoltura: assenza di siepi, coltivazioni intensive, uso massiccio di pesticidi; ancora una volta sono gli insetti ad esserne vittime e gli insetti sono la base alimentare di grande parte del vivente. Secondo i dati del 2025 ricavati dal Farmland Bird Index, cioè l’indicatore che descrive l’andamento della popolazione degli uccelli nelle aree agricole — finanziato tra l’altro dal ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste — ci parla di un calo drastico — dal 33% al 50% — di molte specie. Le allodole, ad esempio, per citare un uccello spero noto a tutti, sono calate del 70%. Non solo quelli delle pianure, anche gli uccelli delle colline e delle montagne stati decimati dalla scomparsa di prati, pascoli e cespugli che erano il loro habitat di elezione. Grazie a questo drammatico calo, la Comunità Europea ha costituito la Nature Restoration Act, cioè un organismo dedicato alla salvaguardia della natura che richiede a ogni nazione membro l’adozione di un piano nazionale di ripristino della natura, fissando anche un tempo, il 2030, come termine per invertire la tendenza». Conclude quindi Tamaro che «le modifiche proposte dal disegno di legge 1552 vanno nella direzione opposta. Prolungare il periodo caccia fino alla stagione migratoria, colpendo volatili transahariani in un momento di fragilità, poter sparare ovunque senza limiti a ogni cosa che si muove è un crimine per cui la Comunità Europea ci ha dato e ci continuerà a dare pesanti sanzioni. Sanzioni che pagheranno i cittadini e che invece sarebbe giusto che si accollassero le associazioni venatorie. Si potrà sparare di notte, azionando i visori notturni, si potranno usare i richiami vivi, cioè degli uccellini tenuti in gabbiette minuscole — una volta venivano anche accecati — per attirare con il loro canto disperato i loro consimili in una trappola mortale. Si può immaginare qualcosa di più crudele? Ogni cacciatore potrà possedere fino a quaranta uccellini da richiamo: a parte l’abominevole escamotage, è un inutile e gratuito sadismo dato che ormai si possono tranquillamente scaricare delle app per ottenere lo stesso risultato, senza seviziare le creature innocenti. Tutto questo è barbaro, inutile, antistorico, e cancella venticinque anni di battaglie di educazione ambientale del Paese. Gli esseri viventi non umani presenti nel nostro pianeta, insieme alle piante, sono patrimonio indisponibile, come sancisce anche l’articolo 9 della Costituzione definisce la natura «uno dei valori più nobili della Repubblica».
Rilevando che «la caccia è un retaggio antistorico che riguarda ormai una minoranza di persone per lo più della mia età, 70 anni, destinate inevitabilmente ad assottigliarsi sempre più» e ricordando che «lo stesso papa Leone XIV, scrivendo alla Lipu che chiedeva un suo intervento sul disegno di legge, ha assicurato che non mancherà di promuovere ‘il rispetto e la tutela del creato’», Tamaro promuove «un appello alle alte cariche dello Stato, al presidente Mattarella, sempre sensibile e attento nei riguardi delle nuove generazioni, sicuramente turbate da queste inutili crudeltà, e alla premier Giorgia Meloni che ha ripristinato a livello istituzionale la figura di San Francesco come fondamento dell’identità nazionale, indicandolo come modello di vita e di rispetto per tutto il vivente. Che grande tristezza e che pericolo diventare la maglia nera dell’Europa! Siamo il Paese di San Francesco, siamo il Paese del Cantico delle Creature. Approvare una legge così lontana dalle disposizioni europee e fuori dalla sensibilità dei tempi non sarebbe molto diverso che vendere la nostra primogenitura per un piatto di lenticchie.