Economia

  • Cashback e lotteria degli scontrini: la tempistica scellerata

    Il cashback dovrebbe assicurare il 10% di rimborso della spesa sostenuta con la moneta elettronica ma con un tetto massimo di 15 euro. Quindi, con una spesa di 150 euro effettivamente vengono rimborsati i 15 euro che rappresentano il 10%, come promesso dal governo. Se la spesa, tuttavia, crescesse a 300 euro (un paio di scarponi da sci di medio livello) sarebbe previsto un cashback sempre di 15 euro il quale allora rappresenterebbe solo il 5% dello scontrino emesso. Nel caso in cui, invece, il contribuente effettuasse una spesa da 600 euro (un giubbotto di buona qualità), in considerazione del tetto al rimborso di soli 15 euro, questo rimborso diventerebbe appena il 2,5% del valore dell’acquisto effettuato.

    Questa “megaoperazione economico fiscale “targata ministero dell’economia” avrebbe come obiettivo quello di ridare slancio ai consumi e contemporaneamente combattere l’evasione fiscale. Questa operazione in più si inserisce alla fine dell’anno più terribile dal dopoguerra ad oggi a causa della emergenza sanitaria ed economica. Si conferma, quindi, l’ulteriore dimostrazione dell’assoluto scollamento dalla drammatica realtà economica e sanitaria del Paese attribuibile all’intera compagine governativa.

    Delle persone con una dotazione di intelligenza da minimo sindacale avrebbero fino da febbraio sospeso ogni riforma normativa a favore, viceversa, del sostegno economico e finanziario alle imprese che combattono in prima linea gli effetti di questa pandemia.

    In un periodo di grandissima difficoltà come quello attuale inserire vincoli ulteriori e procedure aggiuntive rappresenta un controsenso evidentemente sottovalutato o addirittura sconosciuto, e comunque si traduce in una ulteriore difficoltà per gli operatori economici in un periodo già estremamente controverso.

    Il tutto ovviamente, sia chiaro, all’interno della sempre brillante strategia di una presunta lotta all’evasione che trarrebbe forza e consistenza dall’abbassamento dello scontrino medio rimborsabile (?) (https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/).

    Si tratta di una espressione sbiadita del principio di una maggiore deducibilità, quindi di una fiscalità concorrente e premiale nella quale si inserisce a buon titolo anche la stupidaggine della lotteria degli scontrini interamente attribuibile al governo Conte 1. Un controsenso che diventa persino un’offesa ed un insulto per le piccole e medie imprese costrette così all’aggiornamento della propria cassa (con un costo aggiuntivo di 80/120 euro).

    Da questo tipo di adeguamento, ovviamente, vengono esentate le grosse società dell’e-commerce che peraltro non pagano molto spesso neppure le tasse nel nostro Paese. Ennesima conferma quindi di come la classe politica nella sua interezza (nessuno escluso sia chiaro), dalle dichiarazioni di attenzione alle piccole imprese commerciali e manifatturiere, fa seguire invece una politica sempre più penalizzante attraverso nuovi e continui oneri fiscali e normativi con inevitabili ulteriori costi adeguamento.

    Contemporaneamente si prodiga nel favorire i grossi gruppi dai quali spesso riceve finanziamenti “indiretti”, magari attraverso le fondazioni personali o di indirizzo politico.

    In estrema sintesi, quindi, quest’ultima operazione al pari della lotteria degli scontrini (stupenda invenzione ma di conio leghista) rappresenta l’ennesima truffa ideata da persone intellettualmente disoneste la cui funzione è, ancora una volta, quella di illudere i contribuenti e contemporaneamente vessare la piccola e media impresa divenuta ormai il nemico da abbattere.

    Una tale disonestà intellettuale rappresenta la perversa manifestazione della forma di governo certamente consolidata da molto tempo ed espressione di una metastasi ormai irreversibile.

  • Conte: Io speriamo che me la cavo

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Michele Rallo.

    Giuseppi se la caverà anche questa volta? Venerdì, quando la rivista sarà uscita, lo sapremo già. Ma adesso, quando scrivo il mio pezzo settimanale, non è dato ancora sapere.

    Certo, questa volta l’Uomo-per-tutte-le-stagioni (dal verde al rosso, passando per il giallo e forse domani per il bianco…), l’Uomo-per-tutte-le-stagioni – dicevo – sembra davvero giunto al capolinea. Il suo governo è il fallimento istituzionalizzato, l’incapacitá eretta a sistema, il buco nero della politica e dell’antipolitica. L’unico campo dove eccelle è quello della mediazione esasperata, del compromesso ad ogni costo, della conciliazione inconciliabile, dell’arte di salvare capre e cavoli.

    Ma – diciamo la verità – forse il personaggino non è bravissimo neanche in quel campo. Semplicemente, approfitta della paura dei partiti governativi di andare a elezioni anticipate e, quindi, della loro disponibilità a trovare sempre un qualsiasi punto d’incontro pur di evitare le urne. Per tacere di altre paure: quelle del Deep State italiano di non potere controllare l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, quelle del Vaticano di non potere mantenere spalancati i porti italiani, quelle dell’Unione Europea di ritrovarsi a Roma un interlocutore sovranista e poco remissivo, quelle dei “mercati” di perdere il monopolio della creazione dal nulla del danaro, e cosí via dicendo.

    Forse sono queste paure, la somma di tutte queste paure a far dichiarare a Giuseppi che no, non ci sono pericoli per il governo nel passaggio parlamentare di mercoledí. O forse è l’involontario aiutino che causalmente gli giunge da non meglio precisate “voci” di ambito quirinalizio. Secondo queste voci, se mercoledì il governo andrà sotto nelle votazioni, Mattarella sarebbe orientato a sciogliere le Camere e a convocare elezioni anticipate. Così i dissenzienti grillini sono avvisati e, con loro, anche i malpancisti forzitalioti ed altri potenziali “responsabili”: chi vuole mantenere in vita la legislatura si regoli di conseguenza.

    Possibile? Possibile, ma non probabile. Se il governo dovesse incassare il “sì” sulla riforma (peggiorativa) del MES, si ritroverebbe subito nei guai sul cosiddetto “MES sanitario”. E, comunque, non credo alle voci che parlano di un Mattarella pronto a sciogliere le Camere.

    No, non penso che le sorti di Giuseppi II possano dipendere dalle votazioni di mercoledì. La qualcosa, però, non significa che possa dormire sonni tranquilli. L’Uomo-per-tutte-le-stagioni é nei guai fino al collo. E non solo per il MES, ma per una sequela infinita di problemi, problemini e problemoni. Innanzitutto, la tenuta dei Cinque Stelle, oramai allo sbando. Poi, per il pressing del PD, che vuole imporre al governo le sue scelte (MES compreso) anche a costo di macellare la componente grillina della maggioranza. E, poi ancora, per i tanti dossier aperti, primo fra tutti quello degli sperati 209 miliardi del Recovery Fund, che né i grillini né i piddini né i renziani vogliono lasciare alla piena disponibilitá di Giuseppi e delle sue fantasmagoriche task forces di “esperti”.

    Senza contare l’emergenza sanitaria: il virus ha rallentato notevolmente la sua corsa, ma gli ospedali italiani sono in affanno, senza personale e non in grado di reggere all’impatto di complicazioni impreviste. Intanto, i vaccini antinfluenzali non si trovano, e tutti si chiedono che cosa succederà dopo le feste, quando milioni di italiani scambieranno i normali malanni di stagione per le avvisaglie di Covid-19. Ciliegina sulla torta: i DPCM di Giuseppi, con i loro provvedimenti che sembrano studiati apposta per concentrare in pochi giorni gli spostamenti degli italiani, con conseguenti assembramenti fuori controllo in stazioni, porti e aeroporti, per tacere dei mezzi di trasporto.

    Ma l’emergenza sanitaria è nulla al confronto dell’emergenza economica: interi comparti economici condannati a morte, aziende chiuse, disoccupazione galoppante. E 200 miliardi di pannicelli caldi europei – nella migliore delle ipotesi – per affrontare una crisi da far tremare le vene ai polsi.

    No, non credo proprio che Giuseppi debba darsi pensiero per il voto di mercoledí. Credo che abbia ben altro di cui preoccuparsi.

     

  • Entrate fiscali da gennaio a ottobre inferiori di 22 miliardi rispetto al 2019

    Covid-19 si abbatte, come previsto, sulle entrate con i primi 10 mesi decisamente più magri per l’Erario: -22 miliardi in tutto rispetto all’anno scorso. E di questi più della metà è legato al calo del gettito Iva per gli slittamenti. Si assottigliano anche le entrate per i controlli che nel frattempo sono stati fermati. Crollo per i giochi (-4.502 milioni di euro, -35,0%). Ma – avverte il Mef – i dati dei due anni sono ‘disomogenei’ e quindi poco significativi. Questo per l’inclusione nei versamenti di quest’anno di quelli dei contribuenti Isa e “minimi o forfettari”. Inoltre – secondo quanto l’Esecutivo spiega nella bozza del Recovery- “il gettito fiscale ha superato le previsioni, grazie alle misure anti-evasione introdotte negli ultimi anni (compresa la fatturazione digitale obbligatoria). I proventi di una migliore conformità fiscale saranno accantonati in un fondo che finanzierà in parte la riforma fiscale e sosterrà in parte i riacquisti di titoli di Stato”.

    Intanto nel periodo gennaio-ottobre 2020, – spiega il Ministero dell’Economia – le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica ammontano a 337.368 milioni di euro, segnando una riduzione di 22.462 milioni di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-6,2%). “La variazione negativa – commenta il ministero – riflette sia il peggioramento congiunturale sia le misure adottate dal governo per fronteggiare l’emergenza sanitaria e, in particolare, quelle che hanno sospeso o hanno ridotto i versamenti di alcuni tributi per specifiche categorie di contribuenti”. Ad esempio per le attività di accertamento e controllo nei primi 10 mesi dell’anno il gettito si è attestato a 6.816 milioni (-3.029 milioni di euro, pari a -30,8%) di cui: 3.097 milioni di euro (-2.186 milioni di euro, -41,4%) sono affluiti dalle imposte dirette e 3.719 milioni di euro (-843 milioni di euro, -18,5%) dalle imposte indirette. I dati – si spiega – risultano influenzati dal decreto “Cura Italia” che aveva già sospeso i termini di versamento delle entrate tributarie e extratributarie derivanti da cartelle di pagamento emesse dagli agenti della riscossione nel periodo dall’8 marzo al 31 maggio 2020, ulteriormente prorogati dal Decreto Rilancio fino al 31 agosto. Il recente D.L. n.104 ha prorogato, dal 31 agosto al 15 ottobre, il termine della sospensione della notifica di nuove cartelle e dell’invio degli atti della riscossione disponendo, inoltre, la sospensione dei pagamenti relativi a cartelle, avvisi di addebito e avvisi di accertamento esecutivi in scadenza dall’8 marzo: il pagamento dovrà essere effettuato entro il 30 novembre 2020. Da ultimo, – ricorda il Mef – il recente decreto legge n.129 dello scorso 20 ottobre ha differito al 31 dicembre 2020 il termine di sospensione del versamento di tutte le entrate derivanti da cartelle di pagamento, avvisi di addebito e avvisi di accertamento affidati all’agente della riscossione.

    Per quanto riguarda le imposte indirette ammontano nei primi 10 mesi dell’anno a 143.013 milioni di euro con una diminuzione di 23.806 milioni di euro (-14,3%). Il notevole calo – spiega il Mef – è imputabile principalmente alla riduzione dell’Iva (-12.333 milioni di euro pari a -12%) e in particolare alla componente scambi interni (-9.020 milioni di euro pari a -9,9%), per effetto del rinvio dei versamenti dell’Iva. Il gettito sulle importazioni registra nel periodo un calo pari a -3.313 milioni di euro (-28,3%).

    Il risultato dei primi 10 mesi del 2020 rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente, presenta comunque elementi di disomogeneità dovuti all’inclusione nei versamenti di quest’anno di quelli dei contribuenti ISA e “minimi o forfettari” che, nell’anno 2019, avevano versato a scadenze differite per effetto della proroga dei versamenti. Per questa ragione – spiega il Mef – il confronto tra i due periodi, in particolare per le imposte autoliquidate Irpef, Ires e imposte sostitutive collegate all’autoliquidazione, risulta poco significativo.

  • Moncler compra Stone Island per 1,15 miliardi

    Moncler fa shopping e acquista la modenese Sportswear Company, società che detiene il marchio Stone Island. La società guidata da Remo Ruffini ha messo sul piatto 1,15 miliardi di euro pari al valore del 100% del capitale di Stone Island. L’operazione è stata accolta positivamente dalla Borsa con il titolo Moncler che ha guadagnato l’1,85% a 44 euro.

    All’acquisizione si è giunti attraverso un accordo tra Moncler e Rivetex, società riconducibile a Carlo Rivetti titolare di una partecipazione pari al 50,10% del capitale di Sportswear Company, e gli altri soci dell’azienda modenese tutti riconducibili alla famiglia Rivetti (e, in particolare, Alessandro Gilberti, Mattia Riccardi Rivetti, Ginevra Alexandra Shapiro e Pietro Brando Shapiro), titolari complessivamente del 19,90% del capitale. L’obiettivo di Moncler, comunque, è quello di acquisire alla data del closing dell’operazione, previsto nel primo semestre del 2021, l’intero capitale di Sportswear Company. Per questo motivo è stato previsto anche un percorso per consentire l’adesione all’operazione anche da parte di Temasek Holdings, la società internazionale di investimenti di Singapore che detiene il residuo 30% del capitale. Temasek dal canto suo ha già espresso “apprezzamento per l’operazione di aggregazione e sul razionale che l’ha ispirata”.

    Stone Island nell’esercizio 2020 (Novembre 2019 -Ottobre 2020) ha registrato un fatturato pari a 240 milioni, in crescita dell’1%, rispetto ai 237 milioni del 2019. Il valore proposto per Stone Island corrisponde a un multiplo di 16,6 volte l’Ebitda 2020 (pari a 68 milioni con un margine del 28%) e a un multiplo di 13,5 volte l’Ebitda 2021.

    Il corrispettivo per l’acquisto delle azioni verrà versato per cassa da Moncler, fermo restando che al closing i soci di Sportswear Company si sono impegnati a sottoscrivere, per un controvalore pari al 50% del corrispettivo, 10,7 milioni di azioni di nuova emissione Moncler valorizzate in base agli accordi raggiunti a 37,51 euro per azione. È inoltre previsto che Carlo Rivetti, attuale presidente e amministratore delegato di Stone Island, entri a far parte del consiglio di amministrazione di Moncler. La sede di Ravarino (Modena) continuerà a rimanere il cuore pulsante del brand e un centro di eccellenza che verrà ulteriormente valorizzato.

    Positivi i commenti della comunità finanziaria che guarda all’operazione come una opportunità di crescita per entrambe le realtà. In particolare Moncler metterà a disposizione di Stone Island “conoscenze ed esperienze per valorizzarne il grande potenziale di crescita in particolare nei mercati americano ed asiatico e nel canale digitale, oltre a condividere la cultura della sostenibilità”, spiega Moncler.

    La condivisione di una stessa visione ci “porta oggi a unirci a Stone Island per disegnare insieme il nostro futuro”, ha spiegato Remo Ruffini, presidente e amministratore delegato di Moncler. Questa operazione è un “bel messaggio per l’Italia. Uniamo – ha aggiunto – due brand italiani, nonostante il momento di incertezza che stiamo vivendo”. Carlo Rivetti, dal canto suo, non esita a sottolineare l’importanza di unire le forze per “affrontare insieme e più forti le sfide che ci aspettano”. Inizia così un nuovo capitolo per Stone Island, l’inizio di un “cammino che aiuterà il nostro marchio ad esprimere pienamente tutte le sue potenzialità, mantenendo al tempo stesso intatta la sua forte identità di marca e continuando ad alimentare la sua cultura per la ricerca e la sperimentazione”.

  • 2020 ottimo anno, per la produzione di miele italiano

    Dopo molti anni di crisi nera l’Italia nel 2020 produrrà più miele, mettendo a segno una crescita del 13% per un totale di 17mila tonnellate. Si tratta comunque di un livello inferiore del 26% rispetto alla capacità produttiva nazionale che conta oltre 1,66 milione di alveari in aumento del 7,5%. Un mondo messo a dura prova da tempo non solo dai cambiamenti climatici e dai prodotti fitosanitari, ma anche dai parassiti killer che da anni attentano alla vita delle api. Ultimo, ma solo in ordine di tempo, è la Vespa velutina che da pochi giorni ha iniziato ad attaccare gli alveari in Liguria e Toscana causando danni ancora non quantificabili. Per non parlare poi della Varroa, l’acaro che tanto spaventa gli apicoltori costretti ad ‘ingabbiare’ la regina per salvare la famiglia o ancora del coleottero Aethina tumida che danneggia i favi, porta alla perdita di miele e polline.

    Ad inquadrare il settore a 360 gradi sono le stime dell’Osservatorio Ismea contenute nel rapporto ‘Tendenze’, dedicato al miele, un comparto che ha sofferto di una flessione degli acquisti negli ultimi due anni. Ma anche dal mercato arriva un dato a sorpresa, perché il Covid nei primi 9 mesi dell’anno ha fatto crescere i consumi di miele in valore del 13%. Complici la maggiore attenzione alla salute in un’epoca di emergenza sanitaria e la più lunga permanenza tra le mura di casa, le famiglie italiane hanno riscoperto questo alimento, mettendo a segno una vera e propria inversione di tendenza. Appena lo scorso anno solo una famiglia su tre consumava miele, ricorda l’Ismea e se l’incremento delle vendite dovesse mantenersi nei prossimi tre mesi si raggiungerebbe a fine 2020 il livello più alto degli ultimi 5 anni. Una pandemia che ha cambiato anche il profilo del consumatore: la fascia giovane, nuove famiglie comprese, diventa la più dinamica con un aumento del 56% nei primi 9 mesi, dopo che per anni a trainare gli acquisti con il 70% sono gli over 50 di reddito medio alto. Vendite più robuste con prezzi medi al consumo previsti in graduale ascesa con +1,4% rispetto al 2019, un’annata in cui il 60% di prodotto disponibile sugli scaffali era di provenienza estera. Da qui la raccomandazione della Coldiretti di leggere sempre con attenzione l’etichetta che deve riportare l’obbligo di origine, per non cadere nell’inganno di falsi prodotti italiani. Qualche buona notizia arriva però anche dalla bilancia commerciale, dove l’Ismea segnala importazioni in flessione del 12% in valore nel 2019 e del 12,4% nei primi mesi 2020, con le esportazioni anch’esse in calo di oltre il 25%. Una scarsa competitività per il miele italiano dovuto al prezzo, visto che quello cinese arriva a 1,25 euro/Kg, mentre quello dai paesi dell’Est a 3 euro/kg.

  • Recovery Fund: quindi aveva ragione l’Olanda

    Grande disapprovazione aveva ottenuto in Italia la sostanziale contrarietà del governo olandese all’istituzione dei Recovery Fund ponendo seri dubbi in relazione alla nostra capacità di utilizzare queste risorse europee in modo appropriato. Poco tempo dopo, già in agosto, di fronte alle prime sconcertanti dichiarazioni dei ministri relative all’applicazione di un fattore “geografico” per la distribuzione dei finanziamenti europei, confermava tutti i legittimi dubbi espressi dalla compagine governativa olandese (https://www.ilpattosociale.it/politica/e-se-avesse-ragione-lolanda/).

    L’orgoglio italiano riuscì ad unire tutte le forze politiche le quali si sentirono offese nella loro intimità ed autonomia individuando nell’Olanda il nemico comune, anche a causa della politica fiscale dei Paesi Bassi che attira le multinazionali sottraendole ad aliquote maggiori dei paesi di origine. Un principio (fiscalità di vantaggio) condannato a più riprese proprio dalla nostra classe politica ma quasi contemporaneamente adottato dal governo italiano per sostenere le imprese allocate nel meridione italiano con la riduzione del 30% degli oneri contributivi. Un’ipocrisia espressione di questa classe politica governativa senza precedenti.

    E mentre la Francia già alla metà del mese di settembre ha presentato il proprio piano per ottenere i finanziamenti europei, il governo italiano in carica sta appena adesso allestendo un gruppo di trecento (300!!) “esperti” incaricati di elaborare e successivamente presentare i nostri progetti ai vertici europei per l’approvazione e la successiva erogazione dei finanziamenti.

    Contemporaneamente sono state rese note le linee guida e soprattutto i settori verso i quali questi finanziamenti verranno destinati con l’indicazione dell’ammontare complessivo.

    Da oltre un anno, giova ricordarlo, il nostro Paese rimane bloccato da una vergognosa polemica politica relativa al Mes in termini generali e ancor più al Mes sanitario. Il Presidente del Consiglio ha sempre affermato come il nostro Paese non avesse bisogno dei 39 miliardi assicurati dal Mes sanitario. Analizzando i settori, ma soprattutto l’ammontare complessivo delle finanze a loro destinati, emerge un quadro inquietante. Al nostro sistema sanitario nazionale verranno destinati nove (9) miliardi: trenta (30) in meno di quanti avrebbe assicurato il Mes sanitario che il Presidente del Consiglio non considerava necessario. Come se il nostro SSN risultasse dall’inizio della pandemia sempre in perfetto equilibrio e non necessitasse di alcun finanziamento straordinario per potenziarne la propria efficienza e servizio alla cittadinanza.

    Viceversa nei capitolati di spese vengono destinati 17,1 miliardi (+90% rispetto alla destinazione per la spesa sanitaria!!!) per la “parità di genere” che rappresenta sicuramente una delle maggiori priorità dei cittadini italiani in questo momento di profonda crisi economica legata alla seconda ondata di contagi. Ribadisco: un +90% rispetto alla spesa sanitaria per il raggiungimento di un obiettivo che sicuramente non verrà approvato dall’Unione Europea in quanto attraverso i Recovery Fund vengono finanziate opere e progetti che abbiano una valenza economica e non politica od etica.

    Sempre scorrendo i capitolati di spesa emerge come circa 27 miliardi verranno destinati agli investimenti infrastrutturali mentre alla digitalizzazione oltre 47. Un settore, quello della digitalizzazione, nel quale il governo ha dimostrato una professionalità risibile con i blackout dei propri siti dell’INPS e cashback odierno, dimostrando, ancora una volta, come la digitalizzazione venga interpretata dallo Stato come il semplice trasferimento di qualsiasi onere dalla amministrazione all’utenza finale. Quando, invece, per attrarre investimenti e rendere maggiormente competitive le nostre imprese nel mercato globale sarebbe necessario una profonda e sostanziale riforma del sistema giudiziario col doppio obiettivo di ridurne i tempi e di introdurre, come da referendum, la responsabilità civile dei magistrati.

    A completamento di questo disastroso quadro vengono indicati in circa 74 i miliardi per una non meglio definita “transizione ecologica”, un termine talmente generico quanto presuntuoso.

    Nessuna risorsa economica viene destinata, invece, ad una eccellenza italiana come il turismo. Questa omissione rappresenta l’ennesima ed evidente dimostrazione della incapacità dell’intera compagine governativa di comprendere i settori economici a valore aggiunto. In più emerge una presunzione sposata ad una ignoranza che si estrinseca nella volontà di rivoluzionare il sistema economico italiano quando, viceversa, sarebbe fondamentale un supporto finanziario unito ad un miglioramento dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione per rimettere in moto un sistema complesso ma comunque competitivo (https://www.ilpattosociale.it/attualita/i-trend-di-crescita-del-pil-netto/).

    A questo successivamente dovrebbe seguire una semplificazione normativa delle attività economiche seguita da una maggiore tutela normativa dei prodotti espressione delle diverse filiere del made in Italy.

    E’ evidente, quindi, che più di una riconversione ecologica sarebbe necessario un aggiornamento culturale, magari finanziato anche con i fondi europei, per offrire finalmente gli strumenti idonei alla comprensione del processo di creazione del valore aggiunto nel nostro Paese ancora sconosciuto alla maggior parte della compagine governativa. In questo senso si potrebbe anche finanziare un corso di formazione relativo all’importanza del turismo nell’economia italiana evidentemente sconosciuta al governo in carica.

    In altre parole, magari una minima parte delle risorse finanziarie assicurate dai Recovery Fund dovrebbero venire utilizzati per un ormai imprescindibile aggiornamento culturale che andasse a colmare il ritardo ormai insostenibile di questa classe dirigente e politica al governo. Le scelte strategiche relative ai settori da finanziare con i Recovery Fund di questo governo, infatti, dimostrano, per l’ennesima volta, come avesse ragione l’Olanda.

  • President Biden: 1.2.3…7

    Da anni sostengo la necessità di rivedere le regole del commercio internazionale in modo da creare un mercato realmente concorrenziale e non basato sul  mero sfruttamento del costo minore di manodopera e con un minimo comune denominatore normativo. Ovviamente questa visione  viene snobbata ed indicata dalla nomenclatura politica ed economica come veteroindustrialista espressione della Old Economy da abbandonare a favore  della new/app/gig/sharing Economy o della economia monotematica turistica  definita come il “petrolio italiano”.

    Il 2020 ma soprattutto l’amministrazione Trump hanno dimostrato una volta per tutte come l’unico valore aggiunto reale e stabile che assicuri benessere diffuso sia rappresentato dalla complessa ed articolata  filiera industriale. L’amministrazione statunitense, negli ultimi quattro anni, ma anche prima con l’amministrazione Obama, aveva adottato una strategia politica nella quale venivano previsti forti incentivi  al reshoring produttivo riportando il settore industriale al centro dello sviluppo strategico. Tanto è vero che l’economia statunitense prima della pandemia registrava la piena occupazione e contemporaneamente operava  una forte pressione politica con la Cina in relazione alle politiche commerciali. Una scelta, o meglio, una strategia che partiva anche dal conseguimento della indipendenza energetica che lo shale oil ha garantito all’economia statunitense. Specialmente ora, in un periodo di crisi come quello attuale, è fondamentale rivalutare le filiere produttive per ridare slancio all’economia e quindi all’occupazione nazionale (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/), molto più dei soliti voli pindarici relativi ad una economia più Green (la nostra economia industriale risulta la più ecocompatibile in Europa già dal 2018) che tanti sostenitori, ancora oggi, trovano tra le forze che si definiscono  “progressiste” ma sempre più scollegate dalla economia reale (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/).

    Gli Stati Uniti probabilmente continueranno anche nei prossimi quattro anni  a  basare  la propria strategia partendo da questi fattori caratteristici della amministrazione  Trump. Il neo eletto presidente Biden conferma questa impostazione fondamentale per assicurare lo sviluppo economico ed occupazionale al proprio paese in particolar modo ora dopo una crisi così grave legata alla pandemia. Una visione ancora oggi sconosciuta a buona  parte  di politici economisti ed accademici che lo hanno appoggiato sicuri di un “ritorno ai voli pindarici”. Questi stessi adesso abbracciano il concetto di eco sostenibilità e digitalizzazione, concetti utilizzati privi di ogni contenuto reale, esattamente come un’autostrada priva delle auto e camion risulta inutile.

    Con grande piacere, ripeto grandissimo piacere, rilevo come il nuovo presidente degli Stati Uniti seguirà le medesime linee guida della precedente amministrazione in relazione alle strategie economiche e politiche commerciali. Le linee guida di Biden da nuovo presidente degli Stati Uniti, infatti, possono venire sintetizzate  in questi sette principali  punti: 1. compra americano,  2. producilo in America, 3. innova in America, 4. investi in tutta l’America, 5. Difendi l’America,  6. rifornisci l’America, 7. riduzione della dipendenza da fornitori esteri.

    In altre parole, gli Stati Uniti sono passati da “American First “(slogan dell’amministrazione Trump) ad “American at the center”, versione edulcorata ma sostanzialmente uguale della nuova amministrazione Biden.

    Con malizioso e compiaciuto piacere rilevo come, in relazione alla politica economica e commerciale, il neo presidente Biden assomigli molto a Trump, solo un po’ più elegante.

  • Lo sci alpino… quantomeno

    E’ evidente che l’aspettativa di tutti gli operatori del settore e degli appassionati sia stata per l’apertura degli impianti durante il periodo delle vacanze di Natale. I secondi per appagare una legittima passione ma i primi perché il sistema neve rappresenta la principale fonte di sostentamento per centinaia di migliaia di famiglie.

    Entrambe queste legittime aspirazioni non esprimono disprezzo, lontananza o mancanza di sensibilità per tutte le persone ammalate e tanto meno per gli operatori sanitari nel loro complesso i quali, a costo anche della propria vita, assistono i malati.

    La domanda, tuttavia, da porsi veramente non è tanto relativa alle modalità o ai protocolli da seguire e da adottare quanto alle scelte generali operate dal governo Conte. Mentre in Italia ancora non è disponibile il vaccino antinfluenzale, la Germania entro la metà di dicembre organizzerà la distribuzione del vaccino anti covid e la Gran Bretagna da lunedì prossimo comincerà la vaccinazione. E’ a evidente come anche lo sci alpino tedesco beneficerà della ritrovata immunità grazie alla distribuzione del vaccino per cui anche se non dovesse aprire ai primi di dicembre ha la sicurezza di aprire entro breve tempo, già magari a gennaio 2021.

    Tornando all’Italia, allora, è evidente come la situazione dello sci alpino dipenda non tanto dai protocolli da adottare quanto dall’incapacità totale dimostrata da questo governo nella gestione di questa pandemia. Del resto il ministro Speranza per giustificare l’adozione dei protocolli ad ottobre affermava la loro necessità per assicurare un Natale sereno.

    Lo sci alpino, inoltre, sconta esattamente come tutti gli altri settori economici il ritardo nella strategia di gestione ma soprattutto di uscita di questo governo dalla pandemia. Si può, quindi, chiedere l’apertura degli impianti ma mentre gli altri Stati hanno già attivato persino la catena del freddo per il mantenimento ad una determinata temperatura del vaccino gli operatori economici tutti i settori (sci compreso) sono ancora costretti ad attendere una elemosina (ristori o cassa integrazione in deroga) ad un governo sordo ed espressione dell’incompetenza più assoluta.

    Tra l’altro, si aggiunga come sia veramente insopportabile il parallelismo che spesso viene proposto tra il mondo del turismo estivo e quello dello sci alpino invernale. Solo una pletora di incompetenti non possiede il minimo sindacale di competenze per comprendere come l’articolato mondo economico legato alla neve si articoli in: 1. aziende produttrici di scarponi sci attacchi,  2. professionalità come maestri di sci snowboard, 3. aziende di gestione degli impianti di risalita/il personale addetto agli stessi  impianti*, 4. Tutta la hotellerie e  la ristorazione anche ad alta quota con il proprio personale qualificato, 5. produttori di impianti di risalita, 6. società informatiche della gestione degli stessi impianti di risalita, 7. produttori di cannoni per la neve programmata e dei gatti da neve, 8. Aziende di accessori, 9. Aziende di abbigliamento tecnico, 10. Laboratori e noleggio sci*.

    Per valutare qualsiasi strategia di contenimento della pandemia emerge evidente come precondizione comprendere la complessità e l’interconnessione del settore che sarà oggetto di una specifica normativa attraverso un Dpcm.

    La consapevolezza che avrebbe certamente evitato di coniare l’idea di lasciare i negozi aperti fino alle 21 con ristoranti e bar chiusi alle 18 con la conseguente desertificazione cittadina già alle 17 .

    La chiusura del mondo della neve avrà effetti disastrosi specialmente per quelle comunità montane per le quali il periodo natalizio rappresenta la principale fonte di sostentamento della stagione invernale in un periodo in cui già queste pagano una migrazione preoccupante.

    Prima di intervenire sul ciclo economico di un settore potrebbe essere indicato conoscerlo. Quantomeno.

    (*) tra le categorie meno considerate e tutelate.

  • Il buon senso dov’è?

    C’è in molti una certa rassegnazione non solo per un virus che ci ha fatto precipitare in un film di fantascienza, proprio quando ci eravamo convinti che la nostra società, allontanate le guerre che per secoli avevano insanguinato l’Europa, fosse immune da tragedie di massa, ma anche per le dichiarazioni di alcuni rappresentati del governo.

    La Ministro dei Trasporti ha inopinatamente proposto di lasciare aperte le scuole il sabato e la domenica, suscitando evidentemente un coro di no, ma si è guardata bene dall’occuparsi del suo dicastero e cioè dell’organizzazione di quei trasporti che, proprio con l’apertura delle scuole, sono diventati ancora più veicolo di infezione. Non si scusa per non aver fatto nulla da maggio a settembre ma discetta di altri dicasteri. La Ministro dell’Istruzione, che si affanna a dichiarare che le scuole sono in se sicure e possiamo anche crederle, non interviene per garantire agli studenti, agli insegnanti ed alle reciproche famiglie, quella sicurezza sui mezzi pubblici necessaria per evitare ulteriori contagi e per scongiurare la temuta fase tre, ammesso che la prima e la seconda siano finite. Mancano soldi per tutti gli insegnanti che sarebbero effettivamente necessari ma sono stati spesi milioni di euro per i banchi con le ruote, che non sono quasi mai arrivati! Scelta che rappresenta un’ennesima idiozia perchè se i ragazzi devono stare distanziati e rimanere dove il banco è collocato fornire loro un banco con le ruote è un pericoloso controsenso. Se poi le ruote servivano ad alleviare l’eventuale fatica di bidelli o operatori scolastici si poteva anche far collaborare, a tempo determinato, un po’ delle tante persone che prendono il reddito di cittadinanza e magari anche qualche tutor, quelli che dovrebbero trovare lavoro agli altri e che nella quasi totalità non hanno fatto nulla anche perché risulta non partito il sistema informatico che avrebbero dovuto usare. Se è stata una buona notizia sgravare dai costi dei giga gli studenti delle scuole ci si interroga ancora a chi sia attribuibile la dimenticanza, nel provvedimento, degli studenti universitari!

    Mentre ci comunicano nuovi ristori molti, troppi, lamentano di non aver ricevuto le prime tranche e lo stesso vale per molte casse integrazione mentre i professionisti sono tutt’ora impossibilitati a chiedere la cassa per il personale del loro studio.

    Si chiudono gli impianti sciistici, senza neppur provare a mettere allo studio un sistema a prenotazione, ma si aprono, anche di domenica, i centri commerciali dove troppa gente si accalcherà al chiuso creando nuovo pericolo di contagi, quegli assembramenti giustamente impediti nei mercati all’aperto li troveremo invece al chiuso nei centri commerciali. Per non parlare dell’inerzia con la quale sono stati affrontati gli assembramenti per Maradona o per acquistare le scarpe di un grande magazzino!

    Continuando a lasciare chiusi ristoranti e tavole calde, ovviamente parliamo di quelli in regola con le misure anti covid, anche se i controlli non li ha mai fatti nessuno, si condannano non solo quelle categorie e il loro indotto al disastro economico ma si lasciano centinaia di migliaia di lavoratori, che non hanno un ufficio, senza un pasto da poter consumare al caldo e senza poter usufruire di un bagno.

    Intanto non partono né le piccole né le medie opere pubbliche, per non parlare delle grandi, che sarebbero l’unico sistema per dare un vero aiuto all’economia e per risistemare tanti gravi problemi italiani. Basterebbe pensare alle strade dissestate, alle scuole che crollano, alle troppe barriere architettoniche negli uffici pubblici, ai tanti ponti e cavalcavia a rischio e al disastro della rete idrica che perde acqua, bene prezioso e non rinnovabile, per le tubazioni obsolete e spesso con piombo ed amianto così pericolosi per la salute pubblica.

    Non occorrono geni per reggere la cosa pubblica ma occorrono persone che conoscano i problemi, che non promettano a vuoto, che abbiano la capacità e la volontà di ascoltare, studiare e poi concretamente agire per dare il via ad una politica di buon senso. Buon senso che purtroppo manca anche ad una parte della popolazione, pensiamo ai negazionisti ma anche a coloro che ancora girano senza mascherina e si credono invincibili condannando se e gli altri. Già ma il buon senso dov’è? E’ stato anche lui colpito dal covid o, speriamo, è solo in esilio ma pronto a ritornare? Chi lo chiamerà?

  • La patrimoniale ovvero il Mes degli “stupidi”

    Valutare le diverse forme di finanziamento della spesa pubblica risulta abbastanza complesso ed articolato.

    I parametri di riferimento, per esempio, del costo al servizio del debito pubblico sono in continuo cambiamento in considerazione del fatto che gli ultimi finanziamenti di titoli hanno raggiunto rendimenti bassissimi se non addirittura negativi.

    Relativamente al Mes sanitario ed ora ad una ipotetica tassa patrimoniale si è aperta una battaglia tra scuole di pensiero articolate in base alle quali risulta difficile individuarne completamente le strategie. Chi si oppone al Mes sostanzialmente afferma come sia più conveniente stampare denaro e quindi aumentare la base monetaria. In alternativa la medesima scuola economica indica nel monetizzare il debito pubblico attraverso l’emissione di titoli che vengono completamente ed interamente acquistati dalla BCE. Due strategie della medesima dottrina economica che non tiene in alcuna considerazione gli effetti depatrimonializzanti per esempio del risparmio.

    In antitesi la posizione favorevole al Mes a sua volta afferma come le risorse ottenute presentano un costo del debito sostanzialmente basso (anche se forse superiore all’andamento delle ultime emissioni di titoli pubblici) ma soprattutto una destinazione certa: quella di finanziarie il sistema sanitario nazionale. Di conseguenza queste risorse sarebbero disponibili subito e con un vincolo di spesa ben preciso che obbligherebbe il governo ad utilizzarle semplicemente per il SSN.

    A queste due posizioni si è aggiunta una a terza, sicuramente quella più imbarazzante, che individua in una tassa patrimoniale la possibilità di reperire risorse finanziarie aggiuntive rispetto al Mes stesso o alla monetizzazione del debito pubblico. Una posizione prettamente ideologica la quale, esattamente come l’addizionale IRPEF oltre un determinato livello di reddito introdotta dal governo Monti, violerebbe il principio di uguaglianza e molto probabilmente verrebbe annullata in seguito dagli organi competenti.

    Queste sono le due macro posizioni che si contrappongono nell’utilizzo del Mes alle quali si aggiunge quella sciagurata dell’introduzione di una patrimoniale che rimane una questione di fondo relativa alle modalità di utilizzo delle risorse finanziarie a debito.

    In questo contesto va invece ricordato come senza una riforma sostanziale del metodo di spesa ed un profondo cambiamento della pubblica amministrazione e della propria struttura burocratica queste risorse aggiuntive, dalla stampa di moneta o dalla monetizzazione del debito pubblico o da una patrimoniale, risulteranno assolutamente inutili in quanto gli effetti che sortirebbero, come in passato, sarebbero minimali.

    Si aggiunga, poi, come sia oltremodo manieristico opporsi al Mes ed ai suoi “costi aggiuntivi” relativi al differenziale del costo degli interessi di 38 miliardi quando l’Italia ha già raggiunto i 2600 miliardi di debito pubblico.

    Di certo non si può pensare di stampare moneta come se fossimo al Monopoli, come qualche economista non solo italiano propone, perché verrebbero meno i fondamenti economici e patrimoniali sui quali si basa il valore di una valuta. Giova ricordare, infatti, come il valore reale di una valuta non venga determinato dalla Nazione o Unione emittente ma dal mondo finanziario sulla base di parametri ben conosciuti come: 1. sostenibilità del debito, 2. potenzialità di crescita economica del paese, 3. affidabilità della classe politica, 4. funzionamento della macchina giudiziaria, 5. valore della formazione ed istruzione universitaria in aggiunta ad altri.

    Per le medesime considerazioni risultano ridicole le considerazioni relative ad un possibile cancellamento del debito pubblico avanzata da una delle massime autorità dell’Unione Europea che conferma come il declino culturale sia un male comune e non solo italiano.

    Da oltre un anno si parla dell’utilizzo Del Mes e l’effetto di questa polemica è quello di avere un sistema sanitario nazionale inadeguato anche alla seconda ondata perché non sono state investite risorse finanziarie che il Mes, invece, avrebbe messo a disposizione.

    In questo quadro demoralizzante si inserisce la questione di una patrimoniale che dà l’idea della metastasi culturale che investe la nostra classe politica e dirigente. Nel caso in cui, poi, qualcuno obbiettasse e chiedesse per quale motivo gli altri Stati non abbiamo utilizzato il Mes la risposta è molto semplice. La Germania da oltre un anno emette titoli del debito pubblico a tassi negativi ed ha un rapporto debito pubblico/Pil al 69% mentre il nostro Paese viaggia al 160%, la Francia (98%) e la Spagna (97%) hanno rapporti tutti sotto il 100%.

    In relazione invece alla terza opzione relativa alla tassa patrimoniale si ricorda che il Total Tax rate italiano si attesta attorno al 64%, quindi ogni aumento della pressione fiscale risulta insostenibile. Valori della pressione fiscale che meriterebbe la messa sotto accusa di tutti i titolari dei dicasteri economici e fiscali degli ultimi 30 anni per manifesta vessazione del contribuente italiano. Solo degli irresponsabili trascorrono un anno discutendo della validità finanziaria del Mes in attesa di una possibile seconda ondata (ma già si parla di una possibile terza) di contagi per poi ritrovarci privi di risorse finanziarie per fronteggiarla. Per poi magari proporre una tassa patrimoniale espressione della massima stupidità in relazione al balletto politico durato un anno. I costi di questo temporeggiare ricadono ovviamente sulla comunità e non certamente sui veri responsabili di questo vergognoso e stupido attendismo politico.

    P.S. Si ricorda inoltre che, a differenza della matematica, l’economia rappresenta un sistema complesso ed articolato che tende ad un equilibrio senza mai raggiungerlo. Risulta una contraddizione in termini la ricerca di questo equilibrio attraverso delle ricette matematiche che non lascino margini alla flessibilità.

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