Economia

  • Per l’indicatore Buffet è di nuovo allarme bolle finanziarie

    Le Borse mondiali rischiano di crollare nei prossimi mesi. Lo indica “l’indicatore Buffett”, che con il 123% ha superato il precedente record del 121% prima dello scoppio della bolla delle dot-com all’inizio degli anni 2000. L’indicatore, dal nome dal suo ideatore, il finanziere americano Warren Buffett, a capo della Berkshire Hathaway, prende in considerazione la capitalizzazione di mercato combinata delle azioni quotate in borsa in tutto il mondo e le divide per il prodotto interno lordo globale. Come riporta Wall Street Italia “il livello elevato raggiunto dall’indicatore riflette anche il fatto che i lockdown legati alla pandemia, le chiusure di attività e le restrizioni sui viaggi hanno depresso la crescita economica. Tutto questo mentre gli interventi dei governi (vedi soprattutto gli Stati Uniti) hanno pompato artificialmente i prezzi delle azioni”.

    Nel 2001, quando lo presentò per la prima volta, Buffet definì l’indicatore, “la migliore misura in grado di valutare dove si trovano i mercati azionari in un dato momento”.

    Secondo alcuni osservatori, l’indice avrebbe però alcuni difetti tra i quali il confronto tra le valutazioni attuali delle azioni con i dati del PIL degli anni precedenti.

    Secondo Goldman Sachs, invece, il rischio non sarebbe imminente, anzi, in un nuovo report intitolato “Bubble Puzzle”, stilato proprio dalla banca americana, e che analizza alcuni esempi storici di bolle finanziarie, da quella dei tulipani del XVII secolo alla crisi dei mutui subprime del 2007, sembra addirittura che i rischi di una bolla imminente sono relativamente bassi.

  • Alitalia: la storia infinita

    Nel 2021 il nuovo governo Draghi si è insediato alla guida del nostro Paese con l’importante funzione di segnare un importante e definitivo punto di svolta rispetto alla disastrosa gestione pandemica ed economica dei governi Conte 1 e Conte 2. Le sfide da affrontare erano e sono tutt’oggi molteplici, articolate e di difficile soluzione.

    Molto spesso, inoltre, le diverse problematiche da affrontare rappresentano la infelice risultante di politiche gestionali le cui proprie origini, come le responsabilità, devono venire individuate in un arco temporale che comprenda gli ultimi vent’anni.

    In questa situazione la compagnia di bandiera Alitalia sicuramente rappresenta l’emblema di una struttura mantenuta in vita da tutti i governi e costata fino ad oggi oltre 12 miliardi per ritrovarsi immancabilmente ogni sei mesi in crisi di liquidità. Dai capitani coraggiosi passando per Cimoli, condannato a 8 anni per la propria gestione di Alitalia, fino all’attuale dirigenza nulla è cambiato e soprattutto, in considerazione delle professionalità e delle strategie presentate dai responsabili del nuovo governo Draghi, nulla cambierà. Alla nuova Alitalia, infatti, verranno assegnati, ancora una volta, altri tre (3) miliardi di aiuti di Stato per una compagnia che conta 45 velivoli e 4.500 dipendenti. Questa scelta è interamente attribuibile alla competenza del nuovo ministro delle Infrastrutture e della movimentazione sostenibile Giovannini unita a quella espressa dal ministro dello Sviluppo economico Giorgetti.

    Anche la tedesca Lufthansa, come tutte le grandi compagnie aeree, ha subito sostanzialmente quasi un azzeramento del proprio fatturato. A fronte di questa situazione insostenibile sotto il profilo finanziario il governo di Angela Merkel ha assegnato alla compagnia tedesca aiuti di finanza straordinaria per nove (9) miliardi. In considerazione del profilo dimensionale dell’azienda va ricordato come Lufthansa abbia nel proprio organico 135.000 dipendenti (30 volte quelli di Alitalia) e 265 velivoli. A fronte di questi aiuti statali straordinari la compagnia tedesca sarà comunque costretta a cedere il 20% delle proprie azioni al governo, così come alcuni slot, per aumentare la concorrenza sui cieli germanici.

    La sostanziale “cilindrata” tra la struttura di Alitalia e di Lufthansa risulta evidente in modo imbarazzante ma non evidentemente al pluriaccademico Giovannini e, ovviamente, neppure al ministro dello Sviluppo economico Giorgetti.

    Il ministro Giovannini, in pieno delirio gestionale, sempre all’interno di una visione di compatibilità e di una maggiore sostenibilità della quale si considera un sostenitore, avrebbe addirittura in previsione di avviare un accordo tra l’Italia e Trenitalia (l’unica vera concorrente nelle tratte brevi nazionali della compagnia di bandiera). Una strategia finalizzata alla creazione di un cartello nel settore dei servizi trasporto che l’Unione Europea non boccerebbe sicuramente.

    Sembra incredibile come, ancora una volta, si stia assistendo al salvataggio di un’azienda decotta come la compagnia di bandiera italiana incapace da due decenni di trovare il proprio posizionamento all’interno di un mercato molto concorrenziale. Un’operazione che vede impegnato, per di più, un sostenitore della mobilità sostenibile dimostrando per l’ennesima volta come questo concetto si traduca sostanzialmente, sotto il profilo gestionale, in un ennesimo maggiore esborso per i contribuenti italiani. Il semplice ed imbarazzante confronto, infatti, tra le risorse destinate ad Alitalia dimostra come queste siano circa 666.666 euro per dipendente e rappresentano una cifra pari a dieci (10) volte rispetto all’aiuto finanziario del governo di Angela Merkel che ha destinato a Lufthansa pari a 66.666 euro per singolo dipendente: 1/10 appunto di quanto riconosciuto per Alitalia.

    Il mondo accademico rappresentato da Giovannini unito a quello professionale rappresentato da Giorgetti, colui che ci portò a 24 ore dalla squalifica dalle Olimpiadi di Tokyo con la complicità dell’ex ministro Spadafora per la creazione con il governo Conte 1 di Sport&Salute, hanno perso un’altra occasione per dimostrare la propria competenza all’interno di una problematica gestionale. In particolare la credibilità stessa del mondo accademico si dimostra, alla verifica dei fatti, una semplice sintesi di competenze teoriche unite a concetti prettamente di convenienza politica completamente svincolati dall’economia reale.

    La “innovativa” strategia della compagnia di bandiera Alitalia mette ancora una volta a nudo il declino culturale del nostro Paese con un universo accademico incapace di convertire delle competenze teoriche in scelte di economia reale. La nuova Alitalia rappresenta un ulteriore esempio della mala gestione governativa di allora come oggi. Il nuovo che avanza assomiglia sempre più al peggiore passato ed il concetto di sostenibilità tanto caro al neo Ministro Giovannini si traduce come sempre in un maggior onere per i contribuenti.

  • Snam più forte negli Emirati Arabi grazie a un accordo con Mubadala

    Snam si rafforza negli Emirati Arabi Uniti grazie ad un accordo con Mubadala per sviluppare progetti sull’idrogeno. L’intesa consente alla società guidata da Marco Alverà di rafforzare la posizione negli Emirati Arabi e di potenziare il ruolo svolto nell’ambito della transizione energetica.

    L’obiettivo principale dell’accordo è quello di realizzare attività di valutazione, compresi studi tecnici e di fattibilità economica, per progetti finalizzati a promuovere lo sviluppo dell’idrogeno negli Emirati Arabi Uniti ed in altri Paesi a livello globale. L’accordo, siglato ad Abu Dhabi da Marco Alverà, amministratore delegato di Snam, e da Musabbeh Al Kaabi, amministratore delegato di Mubadala, rafforza la fiducia nel potenziale tecnologico dell’idrogeno e nella sua capacità di accelerare la transizione energetica.

    L’intesa con Mubadala arriva dopo l’operazione che ha portato Snam, in consorzio con altri fondi, ad entrare nelle reti di Abu Dhabi attraverso l’acquisizione del 49% di Adnoc Gas Pipeline. Una operazione da 10 miliardi di dollari perfezionata a luglio dello scorso anno.  Snam rafforza ulteriormente la “propria presenza nelle aree degli Emirati Arabi Uniti e del Golfo, entrambe strategiche per il loro ruolo cruciale nella transizione energetica”, afferma Alverà. “Lavoreremo insieme a Mubadala – aggiunge – mettendo a fattor comune le rispettive competenze e capacità di investimento, per progetti di mutuo interesse negli Emirati”.

    Snam è stata la prima società in Europa a sperimentare l’immissione di idrogeno misto a gas naturale nella propria rete ed è impegnata a rendere la propria infrastruttura pronta a trasportare quantitativi sempre più crescenti di idrogeno. La società ha anche dato vita a una business unit impegnata nello scouting di nuove tecnologie e nello sviluppo di progetti, insieme ad altri partner, per l’adozione dell’idrogeno in vari settori industriali, dal trasporto ferroviario alla siderurgia.

    Mubadala Investment Company ha invece anche aderito all’Investor Group dell’Hydrogen Council, rafforzando l’impegno in questo settore emergente.  Recentemente ha anche creato la Abu Dhabi Hydrogen Alliance, insieme ad Adnoc e Adq, con l’obiettivo di creare una vera economia dell’idrogeno verde negli Emirati.

    La firma di questo accordo con Snam rappresenta una “prova ulteriore dei nostri sforzi congiunti per sviluppare un’economia alimentata a idrogeno negli Emirati, e dell’impegno a sostenere il ruolo che l’idrogeno può avere nel far fronte alla domanda energetica mondiale”, afferma Musabbeh Al Kaabi, amministratore delegato di Mubadala.

  • La Dash economy

    Nel lontano 1977 l’attore teatrale Paolo Ferrari si aggirava per i supermercati ed entrava nelle abitazioni delle casalinghe cercando di convincerle a cambiare il proprio Dash con due fustini. La risposta che trovava però era sempre negativa in virtù della prova “Dash lava più bianco che più bianco non si può” che il detersivo “di marca “sapeva offrire. In questo modo si affermava, forse in modo un po’ semplicistico, il sostanziale principio della prevalenza del parametro della qualità anche se ad un prezzo superiore rispetto a quello della quantità, disponibile ovviamente ad un prezzo inferiore.

    A distanza di 44 anni questo scambio trova finalmente un suo estimatore e quindi viene finalmente accettato dal nuova Ministro della Pubblica Amministrazione invertendo di fatto il principio stesso della prevalenza del parametro delle qualità sulla quantità.

    L’apparato statale, nella sua complessità, ha perso circa 12,5 punti di produttività, 87,5 dal 1999 (base 100 come valore), fino all’inizio della pandemia quando, viceversa, il settore privato lo aveva aumentato al 127. Con l’introduzione dello smart working, inevitabile risposta alla ondata pandemica, si è assistito ad una ulteriore caduta della produttività nella P.A., con picchi anche del -40%, all’interno di alcuni comuni particolarmente congestionati. E’ quindi evidente come il primo problema possa venire individuato nella qualità del servizio prodotto dalla pubblica amministrazione aggiunto alla tempistica e alla sua aderenza alle necessità dell’utenza professionale così come del normale cittadino.

    A fronte di tale situazione ormai insostenibile, specialmente all’interno di un mercato competitivo, il concetto di time-to-market dovrebbe essere assolutamente applicato anche alla pubblica amministrazione invece il neo Ministro della Pubblica Amministrazione preferisce utilizzare il parametro quantitativo rispetto a quello qualitativo e professionale.

    Sembra incredibile, infatti, come nella “rivoluzione” proposta dal neo ministro (così viene definita dallo stesso) nella pubblica amministrazione vengano individuati per il conseguimento dei duplici obiettivi, cioè il ringiovanimento dei funzionari della struttura amministrativa unito ad una lotta concreta alla disoccupazione, avvenga attraverso un percorso singolare.

    Il primo passo (1) viene individuato nell’accompagnare attraverso uno scivolo pensionistico di cinque (5) anni un funzionario verso il raggiungimento dei requisiti pensionistici (con un costo aggiuntivo a carico dello Stato) per scaricarlo infine nei costi della sempre statale INPS.

    All’interno di questa operazione “strategica” la pubblica amministrazione dovrebbe assumere due giovani “ricercatori”, ed ecco chiaro il secondo passo (2), che dovrebbero sostituire il funzionario in uscita: entrambi con uno stipendio pari al 50% del prossimo pensionato. L’imbarazzante sintesi tra il punto 1 e 2 porterebbe ad un aumento della spesa pubblica ma anche ad un progressivo svilimento dell’intera struttura come emerge ai punti A B C.  A) Scivolo di 5 anni da finanziare con risorse pubbliche, B) Aumento della spesa pensionistica, C) Svalutazione dell’incarico amministrativo dei neo assunti determinato attraverso un imbarazzante riduzione retributiva del 50%.

    In questo contesto, ovviamente, la produttività e il riconoscimento delle nuove professionalità all’interno delle stessa pubblica amministrazione subirebbero un ulteriore insopportabile declino.

    Tutto questo sarebbe imputabile non solo alle qualità dei nuovi funzionari, la cui retribuzione indica il valore che viene attribuito alle loro mansioni, ma anche alla dispersione di cinque anni delle capacità dei profili professionali dello stesso funzionario avviato alla pensione.

    A differenza della proposta dell’attore Paolo Ferrari il Ministro della Pubblica Amministrazione non solo accetterebbe lo scambio tra il Dash con i due fustini ma aggiungerebbe un ulteriore onere aggiuntivo. Dopo avere acquistato il fustino Dash questo verrebbe lasciato inutilizzato, a disposizione per poi usare i due fustini acquistati a loro volta: dallo scambio di uno fustino per due si passerebbe all’acquisto dei tre fustini con un onere aggiuntivo per il bilancio dello Stato.

    La sommatoria di questa brillante strategia andrà ancora una volta interamente a carico dello Stato e contemporaneamente risulterà disastrosa sia in termini economici e produttivi che professionali.

    La pubblica amministrazione dovrebbe innanzitutto regolarizzare i propri rapporti professionali con l’esercito di precari che ha relegato ai margini delle politiche del lavoro diventando la prima responsabile del precariato in Italia. Solo successivamente, sanata questa ferita sociale, si potrebbe anche pensare di adottare la Dash Economy tanto cara al nuovo Ministro della Pubblica Amministrazione.

  • Il disprezzo

    La forma più insopportabile di disprezzo viene rappresentata dalla inequivocabile incapacità di leggere e comprendere quali possano essere le reali condizioni attuali del popolo che si intende governare e le sue reali aspettative.

    Dopo un anno dall’inizio della pandemia con oltre 100.000 morti ed a sole poche ore da un ennesimo lockdown totale, che lascerà sul campo altre decine di migliaia di piccole e medie imprese (danni stimati solo per le perdite legate al periodo pasquale oltre 15 miliardi), alle quali si aggiungerà la perdita di ulteriori posti di lavoro, dopo averne cancellati  già  456.000 in un solo anno, il nuovo segretario del Pd ha presentato il suo discorso di insediamento che si è rivelato come la peggiore forma di disprezzo  proponendo, per caratterizzare la propria nuova figura istituzionale di segretario del partito, una serie argomenti e di tematiche che nulla hanno a che fare con questa emergenza che ci ha riportati, dopo un anno, al punto di partenza. Con questi argomenti vengono indicate chiaramente quali strategie politiche potrebbero rappresentare la soluzione di questi problemi emergenziali, quasi la stessa emergenza economico-sanitaria e sociale non risultasse così importante da non rappresentare l’argomento fondamentale delle prossime politiche strategiche del partito stesso, eludendo, invece, e forse anche ignorando la reale drammatica congiuntura economica e sociale del popolo italiano come elementi caratterizzanti.

    Il neo segretario ha proposto come fattori fondamentali del suo programma 1) il voto ai sedicenni e 2) lo ius soli.

    Il voto ai sedicenni (1) rappresenta l’ennesimo tentativo di depotenziare il valore del voto all’interno di un sistema democratico svincolandolo dal conseguimento della maggiore età. Una persona, viceversa, che avesse a cuore le sorti del nostro Paese avrebbe proposto come elemento innovativo l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni, rendendo quindi più consapevole l’esercizio stesso del diritto di voto. L’introduzione dello ius soli (2) invece viene giustificata dal neo segretario come la soluzione “all’inverno demografico” che caratterizza il nostro Paese, non tenendo in alcun modo in considerazione come la provincia autonoma di Bolzano sia l’unica in Italia ad avere un tasso demografico positivo grazie ai servizi di supporto alla famiglia favoriti ovviamente dalla disponibilità di risorse legate al regime fiscale autonomo. Il calo demografico è imputabile allora innanzitutto alla mancanza di una politica nazionale la quale dovrebbe offrire in termini di servizi alla famiglia esattamente quanto realizzato nella provincia autonoma di Bolzano.

    A questa manifestazione di assoluta superficialità giustificativa se ne aggiunge un’altra forse ancora più grave. Sembra incredibile come un ex Presidente del Consiglio, un ex ministro ed ora segretario del Partito Democratico non prenda in considerazione l’esodo di oltre 100.000 giovani diplomati e laureati che si recano ogni anno all’estero per trovare un’occupazione ed una retribuzione adeguata. Una dimenticanza o, peggio ancora, una negligenza (non oso pensare sia una sottovalutazione del fenomeno) che risulta insultante nei confronti delle famiglie che hanno sacrificato risorse per il conseguimento dei titoli di studio dei propri figli. Un fenomeno peraltro economicamente insostenibile per la stessa pubblica amministrazione a causa degli investimenti di risorse finanziarie nel sistema scolastico per la formazione degli studenti i cui effetti vanno ad alimentare gli stati e soprattutto l’economia mete di questa emigrazione giovanile italiana.

    Questi due semplici argomenti politici dimostrano il disprezzo del neo segretario nei confronti del popolo italiano: in primis, come segretario di un partito al governo da due decenni, non assumendosi nessuna responsabilità relativa al calo demografico, ancor peggio, però, omettendo ma soprattutto non dimostrando alcuna intenzione di elaborare una  strategia per creare le condizioni finalizzate ad attenuare questa migrazione biblica dei giovani italiani che rappresentano l’ossatura delle future  famiglie.

    Si dimostra così, ancora una volta, l’assoluta mancanza di sensibilità e vicinanza nei confronti del popolo italiano e soprattutto dei suoi giovani.

    Se venisse dedicato anche solo il 10% delle attenzioni che invece vengono interamente dirottate verso tematiche che non vedono al centro i giovani e i cittadini italiani lo stato di crisi demografico del nostro Paese avrebbe un esito decisamente diverso e si avvierebbe verso una primavera demografica.

    La sintesi della centralità, secondo il neo segretario del Pd Letta, di queste due tematiche in questo momento storico rappresenta senza dubbio alcuno la massima forma di disprezzo per il popolo italiano e soprattutto verso chi sta soffrendo da oltre un anno a causa della pandemia le sue ripercussioni economiche e sociali e subendo anche dei lutti familiari.

    Si dimostri un maggiore rispetto per il popolo italiano, ora in estrema difficoltà.

  • Amazon investe ancora su Italia: 900 posti in arrivo

    Amazon rilancia sull’Italia e annuncia l’apertura del primo polo logistico in Lombardia, in provincia di Bergamo. Solo lo scorso 18 gennaio aveva svelato le aperture di Novara e a Spilamberto (Modena) entro l’anno, a cui si affiancherà il centro di Cividate al Piano, a 22 chilometri dalla Città dei Mille e a pochi passi dalla provincia di Brescia. Sul piatto un investimento di 120 milioni di euro e la creazione di 900 posti di lavoro in 3 anni, un incremento di quasi il 10% dei 9.500 dipendenti italiani del Gruppo, che porterà il totale sopra la soglia delle 10mila unità.

    Il centro di Cividate al Piano sarà operativo a partire dal prossimo autunno, con lavoratori assunti a tempo indeterminato a “salari competitivi” sottolinea Amazon, che promette “numerosi benefit sin dal primo giorno”. Le selezioni inizieranno in primavera con inquadramento di 5/o livello del Contratto Nazionale del Trasporto e della Logistica, che prevede un salario di 1.550 euro lordi, tra “i più alti del settore” secondo Amazon. Il cerchio si chiude con la sostenibilità ambientale. L’edifico sarà alimentato con pannelli solari e sistemi ad alto risparmio energetico in linea con il ‘Climate Pledge’ con cui Amazon si è impegnata a raggiungere zero emissioni di Co2 entro il 2040, con 10 anni di anticipo rispetto agli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi.  A Cividate al Piano Amazon adotterà la tecnologia ‘Amazon Robotics’, per sostenere il lavoro dei magazzinieri, che vengono raggiunti dagli scaffali nella loro postazione operativa.

    Dal suo arrivo in Italia nel 2010 il Colosso delle vendite online ha investito oltre 5,8 miliardi di euro. Nel 2020, anno della pandemia, ha assunto 2.600 persone negli oltre 40 siti sparsi in tutto il Paese e ha inaugurato 2 nuovi centri di distribuzione a Castelguglielmo/San Bellino (Rovigo) e Colleferro (Roma), che si aggiungono ai centri e depositi sparsi ormai per tutta la Penisola. Per servire i clienti di Amazon Prime Now e Fresh sono attivi 2 centri di distribuzione urbani a Milano e Roma. Sono stati aperti nel 2013 il Customer Service di Cagliari e gli uffici di Milano, che nel 2017 sono stati trasferiti in un edificio di 17.500 metri quadri nel quartiere di Porta Nuova. L’azienda ha inoltre aperto a Torino un centro di sviluppo per la ricerca sul riconoscimento vocale e la comprensione del linguaggio naturale che supporterà la tecnologia utilizzata per l’assistente vocale Alexa.

  • Cina più produttiva: produzione industriale su del 35% mentre l’impiego di lavoratori frena

    La produzione industriale e le vendite al dettaglio hanno avuto in Cina un’impennata a gennaio-febbraio, rispettivamente del 35,1% e del 33,8%, aggiungendo note di ottimismo a una ripresa economica che non è “ancora consolidata”.

    La prudenza mostrata dall’Ufficio nazionale di statistica poggia su diversi fattori, a partire dalla disoccupazione che nelle aree urbane, quelle di fatto attentamente monitorate, è risalita nello stesso periodo al 5,50%, a fronte del 5,20% di dicembre. A distanza di un anno dall’esplosione della pandemia del Covid.19, l’occupazione giovanile stenta a decollare: i senza lavoro di età compresa tra i 16 e i 24 anni è pari al 13,1%, allo stesso livello del primo trimestre del 2020, nel pieno della crisi del nuovo coronavirus. Il premier Li Keqiang ha ribadito l’ambizioso obiettivo di nuovi posti di lavoro creati nell’ esercizio in corso oltre quota 11 milioni, parlando la scorsa settimana in conferenza stampa alla fine della sessione annuale del parlamento cinese.

    L’accorpamento bimestrale delle statistiche, in più, amplifica il balzo del 2021 visto che sullo stesso periodo del 2020 hanno pesato sia il fermo delle attività per il Capodanno lunare, spalmato su gennaio, sia l’emergenza sanitaria.

    La produzione industriale, tuttavia, continua il percorso positivo dopo il +7,3% di dicembre, a fronte di un consensus degli analisti a +30%. In forte avanzata le attività minerarie (+17,5% da +4,9% di dicembre), le utility (+19,8% da +6,1%) e manifatturiero (+39,5% da +7,7%), ancora grazie alla spinta del comparto medicale legato al Covid-19 destinato all’export.

    Le vendite al dettaglio, invece, accelerano sul +4,6% di dicembre e il +32% atteso dai mercati, grazie ai consumi legati allo scorso Capodanno lunare. E’ ancora presto per dire se i consumi sono ai livelli sperati per attuare la ‘doppia circolazione’, il nuovo modello di sviluppo appena ratificato dal nuovo piano quinquennale 2021-25: la grande circolazione domestica è il pilastro dell’economia e con quella internazionale c’è una promozione reciproca.

    Gli investimenti fissi, inoltre, salgono del 35%, a 4.520 miliardi di yuan (circa 700 miliardi di dollari), a gennaio-febbraio 2021, a fronte del +2,9% del 2020 e del 40% stimato dagli analisti. Il trend è sostenuto dalla componente pubblica in aumento del 32,9% (+5,3% nel 2020), mentre quella privata vede una accelerazione del 36,4% (da +1%).

    Altro capitolo delicato è quello dei prezzi delle nuove case: il monitoraggio nelle 70 principali città del Paese segnala a febbraio una crescita del 4,3% annuo, più ampia del 3,9% di gennaio e al passo più rapido da ottobre 2020, malgrado i tentativi del governo centrale e delle autorità monetarie di raffreddare il settore. Con un’inflazione a -0,2% e un tasso sui depositi allo 0,35%, la temperatura immobiliare è alta e resta un fattore di instabilità.

  • Il 2020 è stato d’oro per la grande distribuzione, Conad s’aggiudica la maggior fetta di mercato

    Il 2020 della distribuzione moderna è atteso chiudere con un progresso del 5%, di cui l’1% attribuibile all’esplosione del canale on-line. Incrementi molto marcati per i discount (+8,7%), i super (+6,8%) e i drugstore (+6,6%). L’intero sistema dovrebbe ripiegare dell’1,6% nel 2021, cumulando nel biennio un aumento del 3,3%. Continua la crisi delle grandi superfici che si prevede perderanno il 4,8% nel biennio 2020-21. L’e-commerce (+60% nel 2021) potrebbe arrivare al 3% del mercato già nel 2021, due anni in anticipo rispetto al 2023 previsto prima della pandemia. Si tratta tuttavia di un segmento che continua a registrare margini negativi per oltre il 10%.  E’ quanto emerge dai dati dell’Osservatorio sulla Gdo italiana e internazionale a prevalenza alimentare dell’Area studi di Mediobanca.

    Nel 2020 la concentrazione del mercato italiano è in aumento: la market share dei primi 5 retailer è del 57,5% dal 52,8% del 2019. Il mercato italiano supera così quello della Spagna (50%), ma resta frammentato rispetto a Francia (78,1%), Gran Bretagna (75,3%) e Germania (75,2%). Nel 2020 Conad detiene la maggiore quota di mercato con il 14,8%, seguita da Selex al 13,7% e dalle Coop al 12,9%. Il Roi del sistema è calato al 4,9% del 2019 dal 5,6% medio del 2015-2017. Il trend discendente interessa tutti i segmenti che pure segnano livelli molto diversi: i discount dal 20,1% al 16,6%, la distribuzione organizzata dall’8,8% al 7,8% e la grande distribuzione dal 6,7% al 4%. Dinamica analoga per l’ebit margin: dal 2,5% del 2015-2017 al 2,1% del 2019, con i discount in questo caso in lieve crescita dal 4,7% al 4,9%, la distribuzione organizzata in calo dal 2,8% al 2,4% e la grande distribuzione in flessione dal 2,9% all’1,9%. Per Conad la traiettoria è’ dal 2,5% all’1,8%, mentre le Coop segnano sull’intero quinquennio un margine negativo che si fissa al -1,4% nel 2019. Crescono i 32 drugstore italiani che hanno realizzato nel 2019 vendite per 3,6 miliardi +5,1% sull’anno precedente. L’ebit margin è al 4,6%, il Roi al 12,3%. La forza lavoro complessiva sfiora le 13mila unità.

    Lidl Italia è campione di crescita delle vendite tra il 2015 e il 2019: +8,7% medio annuo, seguita da Eurospin e Agorà appaiate al +7,6%. Segue il trio Lillo-MD (+6,9%), Ve’Ge’ (+5,3%) e Crai (+5,2%). In termini di redditività del capitale investito (Roi) primeggia Eurospin (20,2%), seguita da Lillo-MD (16,5%), Agorà e Lidl Italia al 12,9% e Crai all’11,9%. Tutti i restanti operatori sono sotto la doppia cifra, capeggiati da Ve’Ge’ al 9,1%.

    Supermarkets Italiani si conferma regina di utili cumulati tra il 2015 e il 2019: 1.340 milioni, seguita da Eurospin a 1.016 milioni, Conad a 879 milioni e Ve’Ge’ a 839 milioni. Carrefour ha cumulato perdite per 603 milioni, Coop per 252 milioni. Coop Alleanza 3.0 è la maggiore cooperativa italiana con vendite nel 2019 pari a 4.043 milioni, seguita da PAC 2000 A (Gruppo Conad) a 2.851 milioni e Conad Nord Ovest a 2.586 milioni che precede Unicoop Firenze a 2.320 milioni. Il prestito soci del sistema Coop appare in costante declino dagli 11,1 miliardi del 2014 agli 8 miliardi del 2019. Negli ultimi 5 anni le Coop hanno realizzato proventi finanziari netti per 1.233 milioni e subito svalutazioni finanziarie per 845 milioni.

  • L’Opec conferma il taglio delle quote di estrazione del petrolio

    L’ Opec+ lascia invariato il taglio delle quote di produzione di petrolio anche per il mese di aprile. La situazione di incertezza del mercato persiste nonostante la campagna vaccinale e gli stimoli dei governi e non consente ancora un aumento produttivo. Una mossa che innesca il rally delle quotazioni del greggio Wti e del Brent con rialzi superiori al 5% fino a sfiorare rispettivamente i 65 e i 67 dollari al barile. Ha vinto la linea del rigore dell’Arabia Saudita al vertice dell’Opec e dei suoi alleati che ha visto ancora una volta muro contro muro i 2 leader, Mosca e Riad. Anche se, per far fronte alle modeste concessioni accordate a Russia e Kazakistan, l’Arabia Saudita si fa nuovamente carico di un sacrificio extra prorogando a tutto il mese prossimo la stretta sulla propria produzione di un milione di barili/giorno.

    “I Ministri hanno approvato il proseguimento dei livelli di produzione di marzo per il mese di aprile, ad eccezione di Russia e Kazakistan, che potranno aumentare la produzione rispettivamente di 130 e 20mila barili al giorno, a causa dei trend stagionali di consumo” recita il comunicato finale spiegando che ” il Meeting ha riconosciuto il recente miglioramento del sentiment del mercato attraverso l’accettazione e il lancio di programmi di vaccinazione e pacchetti di stimoli aggiuntivi nelle economie chiave, ma ha avvertito tutti i paesi partecipanti di rimanere vigili e flessibili date le condizioni di mercato incerte, e di rimanere sulla rotta”.  Il Cartello ha discusso del possibile aumento della produzione di 1,5 milioni di barili al giorno. Ma fin da subito Riad ha invitato alla “cautela” in contrapposizione all’interventismo di Mosca che premeva per un allentamento dei tagli alle quote produttive varati l’anno scorso per scongiurare un accumulo delle scorte e il crollo delle quotazioni di greggio.

    Con la campagna vaccinale anti-Covid e la prospettiva di una ripresa dell’attività economica, il mercato aveva messo in conto un aumento della produzione di almeno 500mila barili al giorno a partire da aprile. E la decisione di oggi fa temere che l’azione dell’Opec possa rivelarsi tardiva rispetto alle reali esigenze del mercato globale. “L’Opec+ rischia decisamente di stringere in modo eccessivo il mercato petrolifero”, ha commentato Amrita Sen, capo analista di Energy Aspects e già si calcola che sul mercato si potrebbe registrare un deficit di offerta di oltre 2 milioni di barili col rischio di impennate delle quotazioni e surriscaldamento dell’inflazione. Negli ultimi tempi il mercato obbligazionario ha già reagito ai segnali di ripresa dell’inflazione e la mossa aggressiva dell’Opec+, con quotazioni del greggio ben oltre i 60 dollari al barile, potrebbe diventare un problema secondo la Federal Reserve e la Bce.

  • La Francia spinge per cambiare il Patto di Stabilità europeo

    C’è un'”opportunità storica” di modificare le regole del Patto di stabilità che per lungo tempo hanno stretto l’Europa nella morsa del rigore: a circa un anno dall’avvio della lotta anti-Covid e all’indomani dell’annuncio della Commissione Ue di prorogare, almeno per tutto il 2022, la sospensione dei vincoli di bilancio fissati dai trattati di Maastricht, la Francia si appella ai partner dell’Unione affinché avviino al più presto le discussioni per cambiare le regole del gioco.

    Dall’Europarlamento, il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, afferma che la revisione delle regole del Patto di Stabilità dovrebbe abbandonare il deficit strutturale. Per lui bisogna andare verso variabili “ancorate alla spesa”, o al “debito buono”. E non esclude una ‘golden rule’ limitata. “Nella trasformazione delle nostre economie ci potrebbe essere margine per discutere se ci possa essere una ‘clausola verde’ per gli investimenti in regola con il green deal”. “Bisogna cogliere l’opportunità storica di cambiare le regole di bilancio dell’Europa”, dice da parte sua il segretario di Stato francese agli Affari europei, Clément Beaune, intervistato da Les Echos, all’indomani degli annunci di Paolo Gentiloni sulla prorogata sospensione dei vincoli di bilancio. Tornare al Patto in vigore prima del Covid, “sarebbe rischiare di fare gli stessi errori del 2011-2012”, avverte il francese, riprendendo le stesse argomentazioni del commissario italiano responsabile dell’Economia. Quindi l’appello di Parigi ad avviare una “riflessione” il “più presto possibile”. Per Beaune, in questo dibattito che plasmerà l’Europa futura, “dobbiamo evitare un doppio scoglio: quello del lassismo e della faciloneria, il che equivale a volersi sbarazzare di ogni cornice di bilancio, e inversamente, quello che consiste a ripristinare le stesse regole di prima, come se la crisi non ci fosse stata”. Nella zona euro il livello del debito sarà superiore al 100% del Pil e le regole di prima non saranno più adatte”. Un “tema molto sensibile”, prosegue il fedelissimo del presidente Emmanuel Macron, su cui bisogna darsi “il tempo di discutere collettivamente”, incluso con la Germania. Obiettivo? Riuscire a “costruire la nuova strategia di crescita dell’Europa post-crisi, nel quadro di nuove regole di bilancio”, entro la presidenza di turno francese dell’Ue, a inizio 2022. Per Beaune, “il principale tema di discussione sarà quello del debito”. La “soglia del 60% del Pil è oggi sconnessa dalle attuali realtà economiche”, avverte, aggiungendo: “In altri termini, se vogliamo ridurre il debito, bisognerà fissare traiettorie credibili”.

    Intervenendo su radio Classique, anche l’ex premier e presidente dell’Institut Jacques Delors-Notre Europe, Enrico Letta, ha invocato una riforma radicale del Patto di Stabilità, che non sia più soltanto basato su vincoli di bilancio, ma agganciato a “nuovi criteri di sostenibilità verde e sociale”. In un intervento pubblicato a febbraio sulla rivista Il Grand Continent, l’ex capoeconomista del Fmi, Olivier Blanchard, suggeriva addirittura di sostituire i vincoli con semplici standard comuni. Una proposta da molti ritenuta eccessiva ma che ha indubbiamente contribuito a rilanciare il dibattito attraverso l’Unione.

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