Economia

  • Matrimoni e Patrimoni, quando la finanza parla al femminile

    In Italia una donna su due non lavora, le donne sposate non autonome finanziariamente sono sempre più a rischio, la carriera di una donna spesso ha un percorso non regolare e, per non farci mancare nulla, le donne hanno una longevità superiore rispetto agli uomini diventando, loro malgrado, protagoniste del cosiddetto longevity risk, letteralmente il rischio di sopravvivere al proprio patrimonio. Secondo i dati ISTAT, infatti, le anziane sole sarebbero la categoria più soggetta a povertà. A tutto questo va aggiunta una poca, spesso scarsa, competenza in materia finanziaria che le rende più propense a distorsioni cognitive. Di questo scenario e delle sue possibili soluzioni se ne parlerà durante l’aperitivo letterario T-ESSERE La finanza parla al femminile? organizzato da Women&Tech mercoledì 11 settembre a Milano, alle ore 18,30, allo Spazio Open di Viale Montenero 6 in cui verrà presentato il libro “Matrimoni & Patrimoni” (Hoepli Editore) scritto da Debora Rosciani, giornalista di Radio 24 e Roberta Rossi Gaziano, consulente finanziario indipendente. Il volume proverà a fornire una ideale cassetta degli attrezzi per affrontare un contesto sempre più sfidante, soprattutto per le donne. Con le due autrici dialogheranno Barbara Alemanni, affiliate professor of banking and insurance, SDA Bocconi School of Management e Milena Bardoni, senior private banker, Banca Mediolanum, a fare da moderatrice Paola Rota, autrice e conduttrice. Un libro, ed un incontro, per imparare a dotarsi delle basi minime per affrontare il mondo degli investimenti, comprendere l’attuale contesto economico e pianificare il proprio futuro finanziario per non subire una decrescita tutt’altro che felice e non affrontare impreparate le sfide che ci attendono. Per non dover dire un giorno “Ah se ci avessi pensato prima”.

  • In Italia ci sono già patrimoniali per 45,7 miliardi

    In Italia sono già in vigore tasse patrimoniali per 45,7 miliardi di euro, rileva Ferruccio De Bortoli su L’Economia, e se anche il governo Conte2 varerà misure fiscali di quel genere, come appare probabile per tenere a bada i conti, la novità che il premier ha promesso essere rappresentata dal suo governo bis sarà una novità ben poco confortevole per gli italiani. La patrimoniale colpisce infatti beni registrati, che non possono essere occultati proprio perché registrati, ma ne deprime il valore: il valore di un immobile diminuisce nel momento in cui il possibile acquirente teme di dover pagare su di esso tributi prima non in vigore e chi pensi di cambiare auto non è certo incentivato a farlo se teme di veder applicati nuovi balzelli su di essa. Insomma, la novità promessa da Giuseppe Conte rischia di consistere semplicemente nello svilimento del patrimonio degli italiani. E peraltro, se patrimoniale sarà, il Conte2 si muoverà all’insegna di una continuità che risale addirittura all’Italia monarchica. Altro che novità, la patrimoniale comparve nell’Italia repubblicana già un anno prima della Costituzione, nel 1947. Ma la sua prima apparizione risale al 1919, primo governo Nitti. Prima di Mario Monti e Giuliano Amato, gli ultimi premier che vi hanno fatto ricorso, fu utilizzata anche dal Fascismo, nel 1936 e nel 1940.

    La patrimoniale peraltro ha sempre reso meno delle attese, nel 2018 le varie misure di questo tipo (bollo auto, imposta di registro, Imu e Tari) hanno reso l’equivalente dell’1,2% del Pil, 45,7 miliardi appunto. Ma per un governo di sinistra come si preannuncia il Conte2 il rincaro dell’Iva – frutto delle misure del governo Conte1 (reddito di cittadinanza e quota 100) – sarebbe esiziale. Non tanto e non solo perché deprimerebbe i consumi mentre venti di recessione spirano sul mondo intero, quanto perché l’Iva è un’imposta indiretta che tutti pagano in identica misura a prescindere dal loro reddito e dai loro averi. La patrimoniale può essere invece una misura progressiva o classista, tarata solo su alcuni (e infatti a un liberista come Luigi Einaudi non piaceva).

    Certo, c’è sempre la lotta all’evasione per far fronte alle necessità finanziarie dello Stato. Ma un governo la cui componente maggiore ha già dimostrato di amare moltissimo affacciarsi al balcone per dare annunci tonitruanti come la sconfitta della povertà potrà mai rinunciare a misure propagandistiche, di consenso elettorale? Ecco allora che la persistenza dell’evasione elettorale offre l’alibi a quella classe politica per continuare a prendere in giro le masse con promesse da Bengodi. Basta mettere a preventivo entrate per tot euro alla voce recupero dell’evasione per poter dire che interventi dal chiaro intento elettoralistico godono della copertura finanziaria di cui per legge ogni intervento governativo in ambito economico deve godere. Ma certo, se l’evasione fosse davvero debellata, un simile giochetto non si potrebbe più fare. Il partito (movimento) dell’onestà dovrebbe riconoscere i limiti di azione  in cui inevitabilmente il governo incorre. E a quel punto la Casaleggio non potrebbe più vantare l’entusiasmo con cui la gente partecipa alle votazioni sulla piattaforma Rosseau.

  • Gli studi di settore sono stati sostituiti dagli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale (ISA)

    Dopo un ventennio di onorato servizio, gli studi di settore sono stati definitivamente archiviati per essere sostituiti da un nuovo strumento, gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale (ISA).

    Da premettere che gli studi di settore sono stati oggetto di importanti battaglie giuridiche che hanno visto contrapposti i contribuenti, da una parte, all’Agenzia delle entrate, dall’altra, per il riconoscimento dell’attendibilità dello strumento e del suo utilizzo, tout court, quale esclusiva presunzione atta a motivare l’atto accertativo. Nell’anno 2009, una serie di sentenze della suprema corte di cassazione ha derubricato la portata accertativa degli studi, inquadrandoli tra le presunzioni semplici che devono integrare i requisiti di gravità, precisione e concordanza per giustificare l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente.

    Negli anni gli studi sono stati aggiornati e affinati alla realtà economica del Paese Italia migliorando il grado di attendibilità dei risultati proposti.

    Nel frattempo è cresciuto l’impegno per la lotta all’evasione con il Legislatore che ha varato importanti provvedimenti tesi ad aumentare e automatizzare le informazioni in possesso delle autorità: si va dalla comunicazione dei dati dei conti correnti, allo scambio automatico delle informazioni finanziarie con Paesi esteri fino all’istituzione dell’obbligo di fatturazione elettronica.

    In questo clima di esasperato controllo, in cui spesso il diritto alla privacy dei cittadini è stato sacrificato in nome della lotta all’evasione fiscale, vengono varati gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale in sostituzione degli studi di settore considerati non più al passo con i tempi.

    I nuovi Indici, ci dicono non essere più uno strumento accertativo, bensì uno strumento di compliance fiscale che dovrebbe aumentare la propensione del contribuente ad adottare comportamenti sempre più virtuosi.

    Gli indici sono elaborati sulla base di analisi di dati e informazioni relativi a più periodi d’imposta, acquisiti dalle dichiarazioni fiscali, dalle fonti informative disponibili presso l’Anagrafe tributaria, le Agenzie fiscali, l’Istituto nazionale della previdenza sociale, l’Ispettorato nazionale del lavoro e il Corpo della Guardia di Finanza, nonché da altre fonti (art. 9-bis co. 3 del DL 50/2017).

    I dati precompilati dall’Agenzia delle Entrate relativi ai precedenti periodi di imposta e scaricati dal contribuente, o dal suo intermediario, dovranno essere integrati con quelli dell’anno di riferimento per poi essere dati in pasto al programma “il mio ISA” che sentenzierà la promozione o la bocciatura del soggetto sulla base di una pagella con voti che vanno dall’uno al dieci.

    Come abbiamo anticipato, non si tratta di uno strumento accertativo, ma di uno strumento di compliance: con voti superiori all’8 si accederà a benefici premiali crescenti al crescere del voto, con punteggi inferiori al 6 si entrerà in liste selettive per successivi controlli da parte degli enti accertatori. Sarà possibile, per il contribuente, adeguarsi ai maggiori redditi proposti con l’intento di raggiungere un maggior indice di affidabilità.

    Ed è qui che scatta il problema e il grande dibattito che sta animando illustri commentatori, istituzioni, addetti ai lavori e associazioni di categoria: il programma di calcolo è stato reso disponibile troppo a ridosso delle scadenze previste per il pagamento delle imposte, tanto che il Governo ha provveduto a posticipare le scadenze al 30 settembre; sono stati segnalati errori nei dati precompilati che sono stati oggetto di modifiche con decreto del 9 agosto 2019; i programmi di calcolo sono stati più volte aggiornati non ultimo, in data 23 agosto 2019.

    Tutto questo dovrebbe indurre il Legislatore a considerare, almeno per il 2019, solo in via sperimentale il nuovo strumento: come potrebbe ritenersi attendibile la selezione di posizioni anomale, così come l’attribuzione di benefici, effettuata sulla base di un processo di calcolo che ha manifestato così diffuse e pervasive incertezze nonché veri e propri errori?

    Andando oltre nel ragionamento, rispetto a questo minimo assunto logico di partenza, è possibile chiedersi se effettivamente questo strumento sia attuale: è opportuno che, con tutte le informazioni a disposizione delle autorità di controllo (dati bancari, fatturazione elettronica, dati delle liquidazioni iva, ecc.), serva uno strumento statistico di affidabilità con cui decretare il destino dei contribuenti: paradiso per alcuni, inferno per altri?

    Facilmente il meccanismo sembra anacronistico e stridente, come per altro è apparsa l’introduzione della disciplina delle società in perdita sistematica in un momento di crisi economica generalizzata come quello che da alcuni anni contraddistingue il nostro Paese.

    Ancora una volta appare privilegiata la logica del gettito rispetto a quella della razionalità e dell’equità.

    Possibilmente servirebbe una revisione completa del sistema fiscale, in primis a livello nazionale, che preveda semplificazioni, maggiori certezze e limiti all’utilizzo delle presunzioni legali comportanti l’inversione dell’onere della prova cui consegue una grave limitazione del diritto alla difesa di ciascun cittadino, ma anche un’armonizzazione a livello europeo, senza la quale sarà molto arduo raggiungere una vera integrazione che non può prescindere da una politica economica comune e da sistemi fiscali omogenei.

  • La sostenibilità complessiva del Made in Italy e l’esempio biellese

    Ormai il concetto di sostenibilità è diventato così entrale nel dibattito pubblico italiano, sia politico che economico, tanto da assumere un valore iconico più che espressione di valori reali. Alla sua importanza, infatti, non sempre corrisponde un livello adeguato e soprattutto i contenuti proposti per raggiungere questo importante obiettivo troppo spesso si limitano alla semplice elencazione di principi universali.

    Esiste una buona parte di politici ed economisti, così come di accademici e media, assolutamente impreparati ma disponibili ad eleggere una adolescente svedese priva di ogni competenza per dimostrare la propria attenzione all’ambiente. A questi si aggiungono coloro che considerano viceversa la “decrescita felice” (altro concetto espressione di assoluta impreparazione ed ignoranza) come la soluzione ideale per ottenere un’economia globale sostenibile.

    Come sempre queste soluzioni rappresentano l’ennesima conferma del declino culturale e politico italiano ma anche internazionale.

    La sostenibilità non può essere un semplice concetto privo di contenuti operativi ma un processo che deve coinvolgere e partire dalle aziende che gestiscono le filiere produttive. Contemporaneamente non si possono omettere i traguardi già raggiunti per esempio dal  sistema industriale italiano che risulta essere il più eco-compatibile in Europa (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/).

    Negli ultimi trent’anni anni va ricordato come “l’outsourcing” industriale sia stato proposto come l’unico modello vincente in grado di rispondere in modo flessibile alle diverse fasi del mercato con la contemporanea riduzione dei  costi fissi. Un modello di per sé positivo fino a quando il TPP (traffico di perfezionamento passivo) che ne è scaturito ha riguardato il territorio italiano ed eventualmente alcune realtà produttive  dislocate sul territorio europeo e con sistemi sociali e normativi compatibili con il nostro.  Viceversa, quando allettate dai ridicoli costi di produzione, molte aziende hanno delocalizzato fasi  se non l’intera produzione in paesi a  basso costo di manodopera. E’ evidente come contemporaneamente al trasferimento di know-how si sia anche impoverito di risorse e delle loro ricadute economiche il territorio italiano. Nello stesso tempo la applicabilità  della normativa italiana relativa al complesso obiettivo della sostenibilità risulta impossibile  per produzioni provenienti dal Far East.

    Tornando quindi ad una fase propositiva in relazione al futuro prossimo del nostro sistema economico, il concetto di sostenibilità può partire e dovrebbe partire dell’esempio della Zegna Baruffa di Biella, leader mondiale nella produzione di filati. Attraverso le proprie scelte strategiche ed operative  l’azienda biellese ha raggiunto la giusta sintesi tra concetto di sostenibilità ambientale (in quanto tutte le fasi di produzione sono gestite a norma di legge all’interno dei parametri relativi anche per gli scarichi industriali) e sostenibilità economica che si traduce con  il 99% dei 757 dipendenti con contratti a tempo indeterminato.

    Un concetto di sostenibilità complessiva che si sposa perfettamente con una produzione di alto di gamma della quale il distretto biellese risulta ancora oggi il leader mondiale. Questo aspetto della sostenibilità complessiva attraverso i contratti a tempo indeterminato si riverbera a sua volta e determina non solo un arricchimento economico del territorio ma contemporaneamente, come logica conseguenza, predispone i lavoratori (provvisti delle risorse finanziarie) a diventare a loro volta consumatori di prodotti a filiere controllate e quindi sostenibili, creando cosi le condizioni per  una  vera economia circolare espressione di una cultura della salvaguardia del territorio e dei lavoratori.

    Il concetto complessivo di sostenibilità, quindi, non può essere relativo solo ed unicamente a determinati normative “a tutela dell’ambiente” come lo smaltimento oppure l’utilizzo di materie prime espressioni di processi di riciclo di materie prime. Si dovrebbe, viceversa, partire dal concetto di sostenibilità complessiva come sintesi  di qualità produttiva a basso impatto ambientale alla quale venga associato un riconoscimento economico agli operatori che possa assicurare consumi di prodotti a loro volta espressione di filiere ecosostenibili.

  • Verba volant scripta manent

    Tutte le dichiarazioni dei governi precedenti, a partire dal 2001 in poi, e dei titolari dei dicasteri economici assicuravano come i bilanci dello stato e il progredire del debito pubblico fossero sotto controllo ed addirittura in diminuzione sia nel valore assoluto che in quello percentuale.

    Le parole poi passano mentre i numeri testimoniano il valore delle parole stesse.

    La Germania presenta un rapporto di circa il 69% tra il valore del debito con il Pil e si conferma la prima economia manifatturiera in Europa, quindi il nostro termine di riferimento. A fronte di questi dati tedeschi il nostro paese invece colleziona un inquietante 132,…% nel rapporto debito-PIL e rimaniamo la seconda economia manifatturiera in Europa. Quindi i sessantatre (63!!!) punti percentuali di differenza nel rapporto tra questi due fondamentali parametri economici come debito pubblico e PIL (il cui valore economico va calcolato sul Pil nazionale ovviamente) dovrebbero per forza venire attribuiti sostanzialmente a due causali espressione di responsabilità diffuse delle diverse compagini governative alla guida del nostro paese negli ultimi vent’anni. La prima dovrebbe ovviamente risultare semplicemente da un ipotetico migliore livello di servizi a disposizione dei contribuenti e cittadini italiani rispetto a quelli tedeschi come espressione della maggiore spesa pubblica in rapporto al PIL. Un livello di servizi che si misura sia attraverso la disponibilità di infrastrutture che si trasformano in fattori competitivi per le imprese italiane che attraverso un migliore Welfare State per i cittadini. In tal senso si ricorda come in Germania le autostrade vengano finanziate e mantenute gratuite con risorse pubbliche mentre in Italia il costo dell’autostrada risulta uno dei maggiori fattori anticompetitivi unito alle accise sui carburanti.

    Come logica conseguenza di questo squilibrio tra il valore e gli effetti della spesa pubblica il differenziale percentuale tra i due debiti risulta attribuibile in toto alla pessima gestione della pubblica amministrazione e soprattutto della spesa pubblica (la seconda ed unica causale) la cui gestione viene attribuita a tutti i governi negli ultimi vent’anni anni.

    Inoltre, il deficit infrastrutturale italiano pagato dai contribuenti italiani unito al livello di welfare assolutamente inferiore rispetto alle spese in budget dimostrano le vere finalità della spesa pubblica: il conseguimento, cioè, di vantaggi elettorali e soprattutto servitù elettorali che garantiscano la rielezione delle maggioranze parlamentari che sostengono il governo.

    Si pensi, ma è solo un esempio, alle scellerate assunzioni dei quasi tremila Navigator dell’ultimo governo.

    Da questa semplice analisi dei numeri non suscita alcuna sorpresa se l’Italia risulta essere il paese con il maggiore fattore di incertezza politica (https://www.wallstreetitalia.com/app/uploads/2019/08/indice-768×529.png).

    La crescita di questo fattore determina come inevitabile conseguenza la diminuzione di investimenti soprattutto esteri ed una radicale diminuzione dei consumi, come tutte le statistiche oggettive dimostrano da anni. Con la sempre paradossale conseguenza di assistere ad un incremento dei depositi presso i conti personali (ulteriore certificazione dell’incertezza che blocca i consumi (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/)

    all’interno del sistema creditizio che ha perso la propria funzione istituzionale, cioè finanziare le imprese che creano crescita economica.

    Tutto questo emerge da una semplice analisi di questa tabella e dal confronto tra questi dati economici che dimostrano la responsabilità dei passati governi, nessuno escluso.

  • I Giochi olimpici di Cortina 2026 e la Guerra al Cio

    Sono passati pochi mesi dall’assegnazione alla località ampezzana ed al capoluogo lombardo dei prossimi giochi Olimpici invernali del 2026. Ero convinto, a torto, che la decisione del governo in carica di attribuire a Sport & Salute (sostanzialmente una sovrastruttura politica inserita nel Coni) la gestione della spesa complessiva dello stesso CONI avrebbe influito negativamente nell’assegnazione della sede delle Olimpiadi invernali 2026.

    Ora  la Lombardia, ed in minima parte il Veneto, avranno il compito di organizzare questo evento sportivo di respiro assolutamente mondiale mentre il governo non si rende ancora conto dell’errore commesso e soprattutto degli effetti disastrosi che potrebbe causare all’intero movimento sportivo Italiano (https://www.ilpattosociale.it/2019/06/27/olimpiadi-2026-cortina-e-milano-dal-giusto-entusiasmo-allimbarazzante-sedici-a-tre/).

    L’assegnazione delle Olimpiadi 2026 non ha comportato, infatti, alcun ravvedimento del governo il quale procede in questa direzione, quella cioè del controllo da parte dell’esecutivo in carica dell’attività finanziaria del CONI.

    Una scelta scellerata dettata dall’incompetenza più assoluta in quanto i principi fondamentali del Cio  stabiliscono l’assoluta distinzione tra Coni (ente sportivo) e gli organi politici governativi al fine di  garantirne l’indipendenza. Il Cio, infatti, con assoluta puntualità e durezza ha contestato questa riforma in sei punti minacciando non solo la  partecipazione alle olimpiadi di Tokyo, ma anche rimettendo in dubbio, come estrema ratio,  l’assegnazione delle Olimpiadi invernali di Cortina e Milano 2026.

    Ancora una volta gli organi governativi italiani nazionali e regionali hanno dimostrato una arroganza e soprattutto una mancanza di considerazione per le conseguenze di queste scellerate  decisioni politiche. Illudendosi, tra l’altro, che una volta assegnata la sede dei prossimi giochi olimpici invernali l’attenzione del Cio verso questo progetto  potesse in qualche modo diminuire. Questo contesto nel quale l’intero sistema dello sport italiano si viene a trovare è attribuibile alla sostanziale incompetenza e dal desiderio di rivalsa nei confronti del Presidente del CONI Malagò da parte del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio  Giorgetti, il vero ideatore di questa riforma (alla quale ovviamente Zaia si è associato) affiancato dal “prezioso” apporto dell’ on. Valente dei 5 Stelle.

    Quindi, a causa di questa sete di vendetta unita al  desiderio di trovare nuove forme di potere, oltre ai duecento nuovi posti da assegnare ai propri protetti, e attraverso questa sciagurata riforma (assieme alla gestione del credito, le vere due forme di potere in Italia) si  vuole porre la spesa, una volta attribuita al CONI, sotto il controllo del governo e del Ministero dell’Economia.Una riforma  contraria ai principi del Cio i quali stabiliscono la assoluta separazione tra potere politico ed esecutivo con la gestione delle attività sportive.

    Questa volontà e desiderio di controllo politico sul Coni  e sulla sua spesa dimostra solo il delirio di onnipotenza di determinati personaggi politici, espressione e al tempo stesso sintesi dell’incompetenza oltre che della presunzione assoluta tale da non valutare gli effetti delle proprie scelte per il Paese intero.

    Ancora una volta si rischia il totale isolamento nel contesto del movimento sportivo mondiale per aver seguito il delirio di onnipotenza di due incompetenti assetati di potere e visibilità giunti ad una posizione di potere.

    “Sono dei piccoli uomini coloro che utilizzano lo Stato per vendette e piccoli vantaggi personali insensibili ai danni per la collettività…molto piccoli…”

  • E’ esploso nel mondo il credito ai privati

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato sul ‘Italia Oggi’ del 7 agosto 2019.

    La banca delle banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, nel suo Rapporto economico annuale sostiene che «il rallentamento dell’economia mondiale sta peggiorando e si sta allargando». Questo giudizio ovviamente non farà piacere a Donald Trump che, invece, sostiene che l’economia americana non è mai andata così bene. Il presidente, in verità, più che limitarsi a considerare solo alcuni dati statistici favorevoli, dovrebbe soffermarsi su certi preoccupanti andamenti finanziari, quali il debito delle imprese.

    Non è un caso, infatti, se alcuni governatori della Federal Reserve e suoi presidenti regionali, tra cui quelli di New York e di St. Louis, abbiano chiesto che la banca centrale diminuisca il tasso di sconto. Secondo la Bri, «la decelerazione economica è più forte di quanto si aspettasse e sta creando tremori sui mercati finanziari». Sono quattro le ragioni identificate:

    1. le tensioni commerciali internazionali;
    2. il rallentamento della crescita in Cina, con Pechino concentrata sulla necessità non più procrastinabile della riduzione del debito;
    3. le politiche restrittive della Fed che influenzano, in particolare, i paesi emergenti dipendenti dai crediti e dai finanziamenti in dollari;
    4. la contrazione economica di molti paesi occidentali e anche di quelli emergenti.

    Il rallentamento si colloca all’interno di alcune tendenze in atto da più lungo periodo, quali l’inflazione più bassa delle aspettative, il ruolo sempre più imprevedibile della finanza globalizzata, la bassa produttività del lavoro, combinata con salari bloccati da tempo, e l’indebolimento dell’ordine economico del libero mercato a seguito delle misure protezionistiche.

    La preoccupazione della Bri, tuttavia, riguarda la crescita del debito, in particolare quello privato. La vulnerabilità maggiore è rappresentata dal «surriscaldamento del settore corporate, quello delle imprese, in molte economie avanzate».

    Il mercato dei leveraged loan, cioè dei crediti concessi a imprese già pesantemente indebitate e di bassa affidabilità, e, quindi, ad alto rischio, ha raggiunto i 3 mila miliardi di dollari. Ciò è paragonabile a quanto accadde con i crediti immobiliari subprime nella crisi del 2007-8. Sono aumentati i prodotti strutturati, titoli derivati, come i collateralized loan obligation (clo), che per il 60% sono detenuti dalle banche americane, per il 30% da quelle giapponesi e per il 10% da quelle europee.

    Naturalmente la somma citata rappresenta la parte evidente «in sofferenza» rispetto alla complessiva bolla di debiti corporate. Particolarmente interessati sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Non è un caso che anche la Bank of England abbia recentemente condiviso le preoccupazioni della Bri. Si teme che se la situazione dovesse deteriorare, l’impatto economico sarebbe di molto amplificato attraverso il sistema bancario. Del resto la Bri aggiunge che si dovrebbe essere preoccupati dei debiti corporate più che di quelli degli Stati sovrani.

    In questi anni la qualità dei crediti concessi alle imprese è andata sempre più peggiorando. Negli Usa il lowest investment grade rating, cioè la valutazione più bassa applicata agli investimenti, rappresentava il 29% di tutti i crediti concessi nel 2000 mentre oggi è il 36%. La situazione in Europa è peggiore, perché nello stesso periodo questo rating è passato dal 14% al 36%. Per quanto riguarda il settore specifico delle obbligazioni corporate, il rating più basso, che era del 22% in Europa e del 25% negli Usa, è salito al 45% per entrambi.

    Le preoccupazioni menzionate relative alle economie dei paesi emergenti sono confermate anche da un recente studio della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad), secondo il quale la passata politica di tasso zero della Fed li avrebbe indotti a indebitarsi in modo sproporzionato, soprattutto nei settori privati. Infatti, la percentuale del loro debito sul totale mondiale è passata dal 7% del 2007 al 26% del 2017. Nello stesso periodo il debito privato delle imprese e delle famiglie delle economie emergenti in rapporto al loro pil è passato dal 56 al 105%. I dati sono eloquenti.

    Com’è noto, i paesi in questione sono molto dipendenti dal dollaro e dalle sue evoluzioni valutarie per cui le politiche della Fed vi determinano forti ripercussioni. Vedesi l’instabilità dell’Argentina, del Brasile, dell’India, dell’Indonesia, della Turchia e del Sud Africa.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

     

  • La produttività da fattore economico a mito predigitale

    Da oltre vent’anni il  nostro Paese non esprime una politica industriale in quanto ministri, accademici ed economisti periodicamente si sono innamoratoli della New Economy prima e di app, gig and sharing economy successivamente.

    Ora, come d’incanto, dal lessico quotidiano queste “innovative definizione di economie” sono assolutamente sparite.

    Contemporaneamente la domanda internazionale che aveva illuso i governi Renzi e Gentiloni di aver trovato la quadra per lo sviluppo del nostro Paese si ferma portando la nostra crescita allo 0.0%. Ecco, allora, riemergere le convinzioni e soprattutto le dottrine economiche obsolete precedenti la creazione del mercato globale. In questo senso, in considerazione del profilo della politica economica perseguita, l’attuale compagine governativa, dopo aver negato ostinatamente le difficoltà internazionali, si ritrova a gestire l’emergenza senza possedere alcuna competenza. Basti pensare alle previsioni dell’ottobre 2018 con una maggioranza di governo che si ostinava ad affermare la propria sicurezza in una crescita del +2% ed addirittura del + 3% per il 2019 e il 2020.

    L’ultima rilevazione statistica relativa al PIL dell’anno in corso vede amaramente una “crescita” zero, mentre per il 2020 la crescita è stata calcolata probabilmente in un misero +0,3%, “solamente” -2,7 punti percentuali in meno rispetto alle previsioni governative.

    A completare, tuttavia, il quadro disarmante relativo all’analisi economica assistiamo alle dichiarazioni dell’opposizione rispetto a questo governo e alla sua politica economica attraverso anche i  loro economisti “di riferimento” che parlano della diminuzione della produttività come causa della nostra mancata   crescita. Addirittura alcuni analisti si sono spinti persino ad affermare che se fossero stati mantenuti i livelli di produttività espressi nel 2018 oggi assisteremmo ad una crescita del +1%. Una analisi decisamente risibile e che comprende due errori clamorosi relativi al nuovo mercato globale.

    Per evidenziare tali ingiustificabili analisi  basta prendere ad esempio la Brembo. L’azienda lombarda si caratterizza per un alto tasso di produttività, frutto di continui investimenti in produttività e in digitalizzazione tanto da renderla una delle prime aziende al mondo nei sistemi frenanti. Eppure nel primo trimestre 2019 l’azienda di Bergamo ha registrato un calo del fatturato del -1,2%, con una diminuzione degli utili del 11,9% (prima evidenza dell’errore di valutazione).

    Passando ai quattordici distretti industriali del nord-est, come  quello della Calzatura della Riviera del Brenta, si nota che nel primo trimestre ha aumentato la cassa integrazione di oltre il 22% . Contemporaneamente, sempre nei distretti del Nord Est, solamente due, occhialerie e agroalimentare, risultano in crescita mentre tutti gli altri presentano flessioni e comunque arretramenti.

    Tornando alle analisi che si sono lette in questi giorni sia Brembo che i distretti industriali del Nord-Est rappresentano modelli di realtà industriali che più hanno investito nella digitalizzazione e, di conseguenza, nell’aumento della produttività: tuttavia registrano riduzioni di fatturati e soprattutto di ordinativi.

    La ragione di questa pericolosa inversione di tendenza rispetto al 2018 è identificabile nella diminuzione della domanda internazionale e, di conseguenza, le nostre aziende che fanno parte per la loro forte capacità innovativa delle filiere internazionali pagano una diminuzione del fatturato e degli ordini. Una cosa talmente evidente, essendo l’economia italiana Export Oriented ( primo errore di valutazione).

    In questo contesto di difficoltà internazionale, Volkswagen, in controtendenza, aumenta la redditività del 10% grazie al grandissimo successo della T-roc che dimostra, ancora una volta, come l’innovazione per risultare fondamentale e soprattutto vincente fino ad essere decisiva deve diventare innanzitutto espressione di una “innovazione di prodotto” e successivamente” di processo” (ed ecco chiarito il secondo errore di queste analisi  che si dichiarano in contrapposizione con la politica economica del governo).

    In questo contesto globale, anche se i distretti industriali hanno acquisito sempre nuova produttività grazie agli investimenti nell’innovazione tecnologica e di prodotto soffrono le dinamiche internazionali.

    Sembra invece incredibile come, ancora oggi, la produttività, che rappresenta sicuramente un fattore economico importante (espressione semplicemente della innovazione di processo), non sia così determinante in un mercato le cui dinamiche generali vengono  determinato dalla domanda (in quanto i nostri mercati sono saturi) e non certo dall’offerta come qualcuno sembra dimenticare.

    Si rimane basiti e senza parole nell’ascoltare dottrine economiche del governo ma al tempo stesso le posizioni espressione del fronte politico opposto, entrambe dimostrazione inequivocabile di un declino culturale che impedisce a questi soggetti di adattarsi alla nuova realtà ma soprattutto ai nuovi fattori del mercato globale. Sarà sempre troppo tardi quando queste dottrine toglieranno peso ai singoli fattori economici per capire che al mercato globale si reagisce con strategie globali e non attraverso il mantenimento di un parametro economico inteso come il mito predigitale della produttività.

     

     

  • L’inflazione desiderata

    L’annuncio del prossimo quantitative easing alla fine del proprio mandato rappresenta la migliore eredità del presidente della BCE Mario Draghi per legare e condizionare i primi mesi di attività del nuovo presidente Christine Lagarde. Sono invece piuttosto incerti gli obbiettivi e i possibili risultati  della seconda iniezione di liquidità voluta dalla BCE.

    Dal 2015 ad oggi il quantitative easing ha rappresentato sostanzialmente “una sospensione dalla realtà” nella valutazione della sostenibilità del rapporto debito pubblico PIL e la spesa pubblica (in continua progressione) della quale hanno beneficiato soprattutto i governi Renzi e Gentiloni. Questi, infatti, pur usufruendo di continue diminuzioni dello spread, con la conseguente riduzione dei tassi di interesse che hanno presentato una condizione unica dal dopoguerra ad oggi  per la riduzione del debito, hanno continuato, invece, ad aumentare la spesa pubblica in modo dissennato. Ne è prova il fatto che la  crescita del PIL dal 2015 al 2018 è sempre percentualmente inferiore alla crescita del debito e al tasso d’inflazione il cui  differenziale si è manifestato attraverso una riduzione del potere d’acquisto e, di  conseguenza, dei consumi.

    Tornando all’attualità del 2019 e al governo Conte, la Confesercenti ha rilevato come verranno meno  durante l’anno in corso oltre  un miliardo di consumi con una diminuzione del -0,4%, mantenendo quindi lo stato di deflazione. Questo secondo quantitative easing, tuttavia, si pone l’obiettivo di aumentare l’inflazione da sempre desiderato al  2% che rappresenta un livello auspicabile, ma solo e quando questa risulti essere espressione di un aumento della domanda.

    Nonostante ciò si ricerca ancora una volta questa inflazione da parte della BCE (il cui ruolo istituzionale sarebbe quello di combatterla) perché alleggerirebbe il rapporto debito/PIL nel breve periodo grazie ad una crescita nominale del PIL stesso. Una visione esclusivamente monetaristica e utilitaristica e di brevissimo respiro in quanto ad ogni rinegoziazione del debito l’inflazione verrebbe trasferita anche ai costi del servizio al debito stesso. In più questa tipologia di politica monetaria finalizzata all’aumento della semplice liquidità presenta una gravissima mancanza di valutazione relativa alla nuova strutturazione del mercato globale anche sotto il profilo finanziario. Nel mondo globale le politiche monetarie anche se continentali (BCE) sortiscono un brevissimo effetto e per altro molto limitato ma l’eccesso di liquidità porta una depatrimonializzazione degli stessi risparmi privati  (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/17/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).

    A questo si aggiunga come lo stesso aumento dell’inflazione da troppi anni sia espressione in Italia del semplice aumento della pressione fiscale e delle accise (come non ricordare la favorevole posizione all’aumento  dell’IVA finalizzata alla crescita dell’inflazione della ex ministro Padoan). A questa infrazione interna legata alla pressione fiscale si aggiunga quella perversa d’importazione legata alle quotazioni delle materie prime, in particolare del petrolio e  suoi derivati. Nel 2013 ebbi l’ardire di scrivere come il mondo sarebbe cambiato quando gli Stati Uniti avrebbero raggiunto l’indipendenza energetica.

    Da allora ad oggi gli Stati Uniti sono passati da primo importatore di petrolio a rappresentare il primo produttore ed esportatore di petrolio grazie agli investimenti dello Shale oil e shale gas.

    L’alleanza stretta successivamente con l’Arabia Saudita (prima nazione per riserve petrolifere) e con la Russia ha posto le condizioni internazionali perché la quotazione del petrolio si mantenga tra i 60 e i 70 dollari. Una forchetta di quotazione che garantisca alle aziende estrattive statunitensi una buona redditività  e non risulti penalizzante per i consumatori e le imprese. In questo modo risulta neutralizzato il potere dell’Opec che con il  continuo aumento dei prezzi del petrolio per anni ha rappresentato il cappio al collo alle imprese italiane e dello sviluppo mondiale.

    All’interno di un mercato globale nel quale la concorrenza determina un forte livellamento sia del prezzo al consumo quanto dei margini aziendali la politica monetaria consentirebbe di raggiungere un aumento dell’inflazione e di un miglioramento del rapporto debito/Pil della durata massima di sei  mesi. In questo modo viene evitato il problema di affrontare i veri nodi della mancanza di una crescita e di conseguenza di un reale aumento dell’inflazione da domanda la quale può essere ottenuta attraverso una riconversione della spesa pubblica ed un progressivo abbassamento delle aliquote fiscali  e della loro progressività.

    In altre parole, l’ottima eredità lasciata dal presidente Mario Draghi attraverso l’annuncio del prossimo quantitative easing di cui beneficeranno i governi in carica lascerà invariata la dinamica dei problemi italiani che vengono determinati essenzialmente da due fattori responsabili della stagnazione italiana: la spesa pubblica, con la sua costante e progressiva crescita di quella improduttiva, e la gestione del credito, cioè il sistema bancario che da anni ha abbandonato la propria missione istituzionale.

    In un simile contesto la “sospensione dalla realtà” nella valutazione dei parametri fondamentali dell’economia italiana che il Q.E. ci regala per un altro periodo potrebbe dimostrarsi il colpo finale alla nostra credibilità.

  • IMF lowers global growth projections amid Sino-American trade war

    The International Monetary Fund downgraded its growth projection for 2019 amidst a Sino-American trade war and the increasing likelihood of a no-deal Brexit.

    The Washington-based institution now projects 3,2% global growth rather than 3,3% projected in April and 3,6% projected in January. The downgrade is mostly justified by declining investment, as business confidence is collapsing and the market is risk-averse. Consumer confidence is also affected.

    In May 2019 China and the US were embroiled in a spiralling trade was of escalating tariffs. Some US companies are moving their supply chains out of China to avoid tariffs. Global trade volumes are said to have declined by 0,5% since the first quarter of 2019.

    The IMF model still presumes an orderly UK exit, which means the risk to global growth is on the downside. The UK’s projected growth stands at 1,3% for 2019, which is marginally better than the 1,2% earlier this year.

    However, if the UK leaves without a transition arrangement, the economy could suffer a serious shock. For 2020, the IMF projects 1,4% growth, provided there is no disorderly Brexit. As for the US economy, the trade war is expected to cost dearly: from 2,9% growth projected in 2019, growth will drop to 1,9% in 2020.

    Another downside shock for the European economy – particularly Germany – would be the introduction of tariffs on European cars imported to the US.

    Responding to the economic slowdown, the US Federal Reserve is expected to cut interest rates by at least 25 basis points at the end of July. According to Der Spiegel, the European Central Bank is preparing for the second wave of quantitative easing by November. Both the ECB and the Bank of Japan already have their interest rates at zero.

    On Tuesday, American trade negotiators told CNBC that U.S. officials are planning to travel to China sometime between Friday and Thursday, August 1, but a deal is nowhere in sight. The US is willing to discuss easing restrictions on China’s Huawei in exchange for the purchase of U.S. agricultural produce but this will not pave the way to an end to the ongoing trade war.

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