Economia

  • La disarmante semplificazione di articolate complessità

    Da oltre vent’anni si continuano a definire la nostra società e l’economia globale come espressione di un mondo complesso ed articolato in continua evoluzione. Al fine di intervenire all’interno di questa complessità per modificarne gli aspetti controversi è evidente come le soluzioni semplici possano risultare, a cominciare dalle distonia della definizione, ormai fuori tempo massimo assicurando per di più effetti assolutamente minimali.

    La stessa teoria economica della concorrenza si dimostra valida molto più in ambito scolastico che in un mercato globalizzato (privo di regole base comuni come l’attuale) e si riduce a poco più di un postulato accademico molto lontano dalla complessa realtà. Constatare come il decreto concorrenza del governo in carica si basi sulla sua elementare applicazione lascia quantomeno perplessi. Nessuno contesta che porre dei soggetti in concorrenza l’uno con l’altro all’interno di un libero (di accesso) mercato dovrebbe portare ad un miglioramento del servizio con un relativo abbassamento del prezzo. Le delocalizzazioni produttive espressione del medesimo principio della concorrenza sui costi di produzione, solo per proporre un esempio, hanno prodotto una desertificazione industriale oltre ad un danno culturale e finanziario a causa dell’annullamento del vantaggio tecnologico espressione di decenni di investimenti in ricerca e formazione. Partendo da questa elementare analisi economico strategica al di là dell’Oceano Atlantico per la amministrazione statunitense Biden è centrale  l’applicazione delle strategie di onsharing e nearsharing dimostrando come la gestione di una filiera interna ai confini dello Stato o nella immediate vicinanze rappresenti la condicio sine qua non per avviare una strategia di crescita economica e contemporaneamente diminuire la dipendenza del proprio sistema economico dalla importazioni  (https://www.ilpattosociale.it/attualita/le-lacune-lessicali/).

    Di questi concetti strategici Made in Usa NON esiste traccia negli elaborati dei ministri del governo Draghi con la responsabilità di elaborare le strategie di sviluppo post-pandemiche. Viceversa, il tanto osannato principio della concorrenza che tanti sostenitori trova in Europa ed Italia diventa centrale ma si dimostra inapplicabile a determinati settori economici e dei servizi in regime di monopolio spesso “erogati” (termine estraneo ad una economia di mercato) sia da soggetti pubblici che privati.

    Qualsiasi servizio in regime di monopolio gestito da un’unica società pubblica o da consorzi  privati in seguito ad una gara diventa automaticamente un generatore ed un moltiplicatore di costi nel caso di un gestore  pubblico, viceversa nel caso di un erogatore privato con l’obiettivo di conseguire marginalità maggiori e Roe (Return On Equity) legate all’investimento si trasforma in generatori di aumento delle soglia economica di accesso al servizio e contemporaneamente porta uno  scadimento del servizio stesso. Basti ricordare come l’ultimo decennio sia stato contrassegnato da un aumento dell’inflazione al +14,9% mentre la fornitura di acqua potabile segna una crescita del +90%, i trasporti ferroviari del +46,4%, i servizi postale del + 45%, la raccolta rifiuti del +40%, pedaggi e sosta a pagamento +40%, trasporti urbani del +36%.

    Solo ai governi italiani precedenti di quello in carica la privatizzazione del complesso sistema autostradale poteva sembrare una operazione finalizzata ad un ipotetico miglioramento del servizio in rapporto ai costi. Solo alla politica italiana ed al mondo accademico al suo servile fianco sfuggiva come un monopolio pubblico se offerto ad un gestore privato si sarebbe trasformato in una volgare speculazione a favore di pochi gruppi (tutti finanziatori dei partiti) la cui conclusione è stata solo successiva alla morte di 43 persone come risultante del taglio del 98% degli investimenti in sicurezza che tanto faceva sorridere l’azionista di maggioranza Benetton. Risulta perciò evidente che se negli ultimi anni buona parte dei servizi erogati in sistemi di monopolio assoluto o parziale si siano tradotti in crescite vertiginose della tariffe di erogazione ben oltre l’aumento del costo della vita media, indipendentemente dal gestore pubblico o privato, significa che qualsivoglia regime di erogazione si traduce in maggiori costi e scadimento del servizio ovviamente, il tutto a scapito del consumatore.

    Tornando quindi dalla definizione del principio di concorrenza applicato in modo scolaresco al settore dei servizi in regime di monopolio assoluto o parziale risulta quantomeno infantile sperare o addirittura credere nella semplice discesa in campo di diversi soggetti in concorrenza tra loro come volano di un miglioramento del servizio ed un abbassamento del prezzo erogato alla clientela.

    A conferma del ritardo culturale complessivo del nostro Paese,  anche quindi della compagine autodefinitasi liberale, a tutti è assolutamente sfuggita la recente operazione del governo conservatore di Boris Johnson il quale ha nazionalizzato le ferrovie inglesi (esempio accademico  di tutte  le privatizzazioni) in quanto una ricerca aveva ampiamente dimostrato come fosse scaduto il servizio complessivo a fronte di un aumento dei prezzi pagati dai viaggiatori (https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-ritorno-di-british-railway-ed-il-silenzio-liberale/).

    Dispiace constatare come anche il governo Draghi si affidi alla semplice ed infantile applicazione del principio della concorrenza tra soggetti privati all’interno di un monopolio come soluzione di una problematica viceversa molto complessa. In altre parole, non si vuole affrontare la crisi culturale che emerge evidente dai risultati dell’intera classe dirigente e manageriale responsabili della riduzione, negli ultimi trent’anni, del reddito medio dei lavoratori italiani (-3,7%) e contemporaneamente della situazione delle aziende municipalizzate e partecipate dei vari enti locali diventate vere generatrici di debiti e di rendite di posizione inaccettabile per una economia occidentale. Ma veramente si crede che dalla liberalizzazione del servizio taxi o delle concessioni demaniali (entrambe corrette ma da gestire in funzione anche dei capitali già investiti per l’avviamento dell’attività) possa scaturire la crescita economica del nostro Paese? Se così fosse allora qui siamo di fronte ad una vera e propria banalizzazione delle strategie economiche per non affrontare i veri gangli che ci assicurano da decenni margini di crescita risibili al confronto dei nostri concorrenti europei.

    Ancora una volta il governo Draghi non si dimostra in grado di produrre quello scatto culturale da porlo nella condizione di affrontare la vera problematica relativa ad un management di nomina comunale o regionale o statale il quale sicuro e libero da ogni responsabilità relativa al proprio operato saccheggia queste società lasciandole nelle condizioni peggiori di quanto l’avesse trovate. Basti pensare all’operazione Ita costata un miliardo 350 milioni (ancora di finanziamenti pubblici) con dei vettori aerei che pesano 210 kg in più rispetto alla concorrenza a causa della livrea azzurra mentre i restanti dipendenti esclusi dalla nuova società andranno a carico dello Stato in una Bad Company. La “nuova compagnia di bandiera” parte quindi grazie alla scellerata scelta della livrea azzurra con già tre posti occupati (210 kg) legati al maggior peso della vernice, quindi con maggiori consumi, a dimostrazione di una assoluta irresponsabilità del management esattamente in linea come quelli precedenti.

    Il declino e la metastasi culturale di un paese si dimostrano anche attraverso Il saccheggio delle risorse pubbliche da parte di ridicoli personaggi scelti sulla base di vicinanze politiche, ideologiche, amicali o parentali, sicuri della propria assoluta impunità ai quali gli effetti delle semplici e scolastiche applicazioni dei principi delle concorrenza non possono suscitare alcuna preoccupazione. Sarebbe sicuramente opportuno, invece, individuare finalmente degli obiettivi da perseguire con le gestioni professionali di questi monopoli indivisibili, questo passaggio rappresenterebbe già una svolta epocale per il nostro Paese o perlomeno per chi ancora lo ama.

  • Fondi speculativi e sanità Usa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 28 ottobre 2021.

    Negli Usa, com’è noto, l’assistenza sanitaria è privata e coperta da polizze assicurative. Da qualche tempo, però, i fondi di private equity stanno comprando pezzi importanti del sistema sanitario americano e anche le reti sanitarie di base. Un fenomeno da tenere sotto la lente, perché «merce di esportazione». Soprattutto in Europa.

    I fondi equity sono poco regolati e puntano al massimo profitto in tempi brevi. Solitamente operano attraverso dei manager che gestiscono capitali di un numero limitato di partner privati e istituzionali. Spesso le loro operazioni di acquisizioni sono fatte attraverso il cosiddetto «leveraged buyout», cioè mediante lo sfruttamento della capacità d’indebitamento della società acquisita. Il che rende indispensabile un ritorno veloce di dimensioni rilevanti.

    La spesa sanitaria negli Usa è una parte notevole del pil. È passata dal 5% del 1960 al 18% del 2020. Dovrebbe arrivare al 20% nel 2024. I costi ospedalieri sono cresciuti del 42% nel periodo 2007-2014 e si ritiene che, in futuro, le spese per la sanità assorbiranno il 25-50% del salario della cosiddetta classe media americana. Fino alla legge Affordable Care Act (ACA) del 2010, meglio conosciuta come Obamacare, una parte del sistema sanitario era regolata e sostenuta con fondi pubblici da due strutture, Medicare per gli over 65 e Medicaid, per le famiglie a basso reddito.

    Pur con i suoi limiti, l’Obamacare ha dimezzato il numero delle famiglie americane ancora senza una copertura assicurativa sanitaria. All’interno dell’Obamacare era stato introdotto il concetto di Accountable Care Organizations (ACOs) per rendere la sanità più efficiente e meno costosa per i pazienti. Invece, si è avuto una maggiore concentrazione del settore sanitario con la formazione di veri e propri cartelli di ospedali, di cliniche e di centri diagnostici.

    Nel 2021 il processo di acquisizioni e di concentrazioni è cresciuto enormemente. Nel secondo trimestre del 2021, rispetto a quello del 2020, gli investimenti per gli acquisti di studi medici sarebbero cresciuti di 10 volte. La società di consulenza Solic Capital Mangement, sostiene che gli investimenti per acquisizioni nella sanità sarebbero stati ben 126,1 miliardi di dollari nel periodo menzionato rispetto ai 12,1 miliardi del 2020.

    Gli istituti di lunga degenza, gli ospedali e la medicina telematica sarebbero i settori più interessati.

    Oggi gli investitori nel sistema sanitario sono principalmente i fondi di private equity e certi enti finanziari specialmente creati per acquisizioni mirate. Il loro appetito è cresciuto anche in relazione all’American Family Bill, di circa 3.500 miliardi di dollari, proposta dal presidente Joe Biden.

    Ovviamente, tra i fondi equity e le assicurazioni è scoppiata una «guerra» per il controllo del settore sanitario americano. Secondo un articolo del New York Times del 2019, un’organizzazione di medici, che fortemente si oppose alla proposta di legge per disciplinare il fenomeno delle «fatturazioni a sorpresa», fatte attraverso la maggiorazione dei costi e la pratica delle prestazioni mediche più costose e, a volte, non indispensabili, aveva avuto un consistente appoggio di due grandi ditte fornitrici dei settori dell’emergenza sanitaria, la Envision, controllata dal fondo equity KKR, e la TeamHealth, controllata dal fondo Blackstone. Essi sono i fondi equity più attivi nella sanità mondiale con parecchie decine di miliardi di dollari di asset.

    Oltre ai fondi leader americani, vi sono quelli con base a Londra e in Francia, che operano soprattutto in Europa e in Italia. La privatizzazione della sanità, se non è regolata, può diventare il problema sociale ed economico più serio per le famiglie e per i governi.

    Lo abbiamo visto durante la pandemia, quando la debolezza delle strutture sanitarie pubbliche, soppiantate da quelle private, e la mancanza di imprese farmaceutiche funzionanti nell’interesse generale, hanno messo i governi e le sanità pubbliche in grande affanno nell’affrontare l’emergenza Covid.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Boom di passeggeri in vista per le crociere del 2022

    Civitavecchia, Genova e Palermo primi tre porti italiani. Italia ancora leader nel Mediterraneo nonostante numeri nel 2020 crollati a quelli di 30 anni prima. E una crescita prevista nel 2022 del 118%, a sfiorare i livelli pre-pandemia. Sono questi i dati emersi dall’Italian Cruise Watch, il rapporto di ricerca realizzato da Risposte Turismo sui dati aggiornati del comparto crocieristico e sulle previsioni per il 2022. Con l’occasione dal ministro del turismo Massimo Garavaglia è giunto un importante riconoscimento all’intero comparto: “Lo scorso anno, vedere che nonostante la situazione le navi da crociera giravano ha dato fiducia – ha detto -. Vedere protocolli che funzionavano ha consentito di accelerare alcune ripartenze. Dimostrare nei fatti che ‘si poteva fare’ ha consentito di avere un’estate che è ripartita subito: non era così scontato”.

    Tornando al rapporto Italian Cruise Watch, “nel 2020 prevedevamo una crescita di ulteriori 13 milioni di passeggeri rispetto ai numeri già da record del 2019, il comparto era quindi in salute – ha spiegato Francesco Di Cesare”. L’inizio del 2020 ha confermato le previsioni, poi è scoppiata la pandemia e le compagnie di crociera nel 2020 hanno avuto circa 6 milioni di passeggeri, con un crollo ai dati di 30 anni fa. “Il 2021 è iniziato ancora peggio, poi la ripartenza ci ha permesso di migliorare e a fine 2021 dovremmo arrivare a 14. Numeri ancora distanti da quelli pre-pandemia, quando erano 30 milioni”, ha sottolineato.

    I primi 10 porti in classifica sono Civitavecchia, Genova, Palermo, Bari, Napoli, Savona, Trieste, Monfalcone, La Spezia e Taranto: ci sono novità come Monfalcone e porti che sono calati molto come Venezia. La Liguria è la prima per passeggeri, la Sicilia invece per toccate nave. “L’Italia è leader nel Mediterraneo, da molti punti di vista – ha spiegato Di Cesare – negli anni abbiamo calcolato anche tutta una serie di indici e percentuali che confermano questa leadership. Nella cantieristica (con Fincantieri a costruire 4 navi su 10), nel traffico e nella reattività. E nella top20 del Mediterraneo ci sono sempre dai 9 agli 11 scali italiani”.

    Il mancato contributo della crocieristica all’economia turistica italiana nel biennio 2020-21 è stato di 1,7 miliardi, quanto alle spese dei passeggeri e non al resto dell’economia prodotta e movimentata dall’intera industria. Una ricaduta che ha toccato soprattutto shopping, escursioni e attività ricreative, culturali e sportive. La ripartenza 2021 ha già riattivato 3,6 milioni di ore lavoro rispetto al crollo del 2020. Per il 2022 “prevediamo 5,98 milioni di passeggeri movimentati (+118% rispetto al 2021), con 2.900 toccate nave in più. Ipotizziamo che Civitavecchia rimarrà il primo porto in classifica in Italia e nel Mediterraneo, con Napoli in forte recupero a superare Genova”, ha spiegato. E’ poi atteso un aumento di investimenti nei porti di 829 milioni tra 2022e il 2024 su infrastrutture, interventi di dragaggio e terminal. Saranno 77 i vari di nuove navi, il 60% delle quali di piccole dimensioni con meno di 1.000 passeggeri.

  • Che altro aggiungere?

    2021. Il governo si accinge a varare gli ennesimi bonus fiscali il cui effetto sulla ripresa economica risulta quantomeno dubbio, specie per il settore delle auto elettriche, e soprattutto lascia invariato il potere di acquisto della cittadinanza.

    Ancora dentro la crisi pandemica e con una possibile quarta ondata in prospettiva, all’interno della maggioranza parlamentare la compagine in delirio per la “vittoria” elettorale (Pd) rilancia il decreto Zan mentre l’altro “alleato” (Lega) replica con la volontà del sistema pensionistico premiante, come se tutto questo fosse prioritario per la crescita del Paese.

    Il presidente di Confindustria critica aspramente, e finalmente, l’azione di governo sia in relazione ai mancati finanziamenti per la riduzione del cuneo fiscale quanto alla derubricazione del patent box declassato da una detassazione del reddito ad una deduzione dei costi.

    Questa potrebbe comunque rappresentare la legittima fotografia di una normale dialettica tra soggetti istituzionali i quali, fedeli al proprio ruolo istituzionale, si preoccupano essenzialmente del mantenimento dell’equilibrio del quadro nazionale economico finanziario (governo) e dell’affermazione della propria ideologia politica (i partiti della maggioranza e dell’opposizione) oppure del miglioramento delle condizioni di competitività dei propri associati (Confindustria).

    Un quadro tutto sommato “normale” da trent’anni a questa parte ma solo per un paese con un debito pubblico ragionevole unito ad una consolidata crescita e che magari non stesse uscendo da una crisi pandemica con un tracollo dell’economia quasi doppio rispetto a quanto subito dai paesi concorrenti.

    Va ricordato come il nostro Paese si trovi nel secondo contesto quindi di una reale emergenza all’interno del quale i fattori negativi contemporanei pandemici esaltano e aumentano a livello esponenziale le criticità espressione delle sciagurate politiche economiche dei governi precedenti negli ultimi decenni.

    Risulta, quindi, assai difficile esprimere un giudizio completo ed esaustivo in relazione alla politica economica ed istituzionale contemporanea quando emergono evidenti anche gli effetti attribuibili alle politiche governative delle passate legislature.

    Da poco, tuttavia, risulta disponibile un dato oggettivo quanto indiscutibile pubblicato dall’Ocse (*) che avrebbe dovuto guadagnare le prime pagine di tutti i giornali mentre tutto sommato è passato decisamente sottotraccia forse anche per una forma di imbarazzo. Come riporta il grafico (sempre fonte Ocse) dal 1993 ad oggi le retribuzioni in Italia si sono ridotte del -3,7% mentre in Germania si assiste ad un’importante crescita del +33,7%. La forchetta tra i due sistemi politico-economici ed espressione delle due maggiori economie manifatturiere nella retribuzione media a parità di mansioni tra Germania ed Italia risulta quindi del +37,4% a favore dei lavoratori germanici. Leggermente inferiore il gap con la Francia, ma comunque notevole, come indicatore della “povertà acquisita” dai cittadini italiani con una forchetta nelle retribuzioni del -33,3% di quelle italiane rispetto a quelle transalpine.

    Un dato tanto imbarazzante quanto incontrovertibile ed indicatore di come la fauna politica, attraverso le diverse coalizioni di governo, in associazione con il mondo accademico e degli economisti dal 1993 ad oggi abbia sempre varato delle politiche finalizzate alla creazioni di condizioni economiche favorevoli per i vari gruppi di interesse, in modo lecito si spera, ponendo in secondo piano il sostegno alla domanda interna.

    Il grafico non è in grado di evidenziare se tali scelte strategiche e gestionali dei diversi governi emergano come espressione di una imperizia ed impreparazione della classe politica nella sua articolata complessità (1), oppure esprimano un chiaro disegno all’interno del quale si è scelto razionalmente di utilizzare parte delle risorse pubbliche con l’obiettivo  di  “favorire” determinate categorie imprenditoriali (Concessionari autostradali?) e soggetti privati il cui costo inevitabilmente sarebbe stato l’impoverimento di cittadini italiani (2).

    Si pensi alla scelta di privatizzare a costi irrisori il sistema autostradale che hanno reso imprenditori con aziende in difficoltà veri e propri esattori fiscali i quali, attraverso la riduzione del 98% delle spese di manutenzione, sono riusciti in soli vent’anni a provocare la morte di 43 persone sul ponte di Genova ed a continuare a godere della stima dello stesso mondo imprenditoriale e politico e con un risultato netto di quindici (15) miliardi di attivo.

    Lo stesso continuo aumento della pressione fiscale con oltre 116 miliardi di nuove tasse nel terzo millennio ha determinato solo l’esplosione della spesa pubblica ma ha reso paradossalmente ancora più poveri i cittadini.

    Solo per fornire un termine di paragone il mercato immobiliare risulta in crescita di oltre l’85% dal 2000 ad oggi estromettendo così ogni anno una quota di popolazione dalla possibilità di acquistare la prima casa.

    A tutto questo va aggiunto l’effetto drenante di liquidità disponibile per i consumi nazionali in quanto da anni emerge evidente come la redistribuzione della ricchezza attraverso lo strumento della politica fiscale rappresenti un fallimento clamoroso e i dati presentati dall’Ocse lo dimostrano ancora una volta quanto quelli pubblicati dalla Cgia di Mestre che quantifica in oltre duecento (200) miliardi gli sprechi della spesa pubblica.

    In questo contesto, poi, i tagli orizzontali per settori fondamentali, come la sanità, operati da tutti i governi a partire da Monti in poi, confermano il trend supportato da aggiuntivi aumenti di accise Iva etc. Così a nulla sono serviti tutti gli aumenti di produttività del sistema privato dal 1999 cresciuta di 29 punti ma contemporaneamente diminuita nella pubblica amministrazione di 12,5 punti. Una spesa pubblica che rappresentava allora come oggi la prima forma di potere di un sistema politico ormai distaccato dai reali bisogni e legittime aspettative dei cittadini (26.11.2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/). Una distanza resa tale anche dalla assoluta certezza della irresponsabilità relativa alle proprie azioni che ha garantito libertà di azione a tutti i governi dal 1993 ad oggi. Solo per fare un esempio banale si pensi come gli ultimi dati indichino il prezzo del gasolio in Germania ad 1,5 euro mentre in Italia segna oltre 1,68 euro. Sintonizzando però il prezzo dello stesso gasolio alla reale disponibilità economica dei consumatori italiani dovrebbe avere oggi un prezzo alla pompa attorno a 1.08 euro/litro.

    Nonostante questo extra gettito fiscale pagato da decenni dal mondo degli automobilisti e del trasporto merci l’attuale ministro della “transizione ecologica”, completamente “ignaro” dell’extracosto a carico dei contribuenti italiani, ha persino l’ardire di volere aumentare il carico fiscale sul prezzo del gasolio alla pompa ignorando anche solo le terribili conseguenze a livello inflattivo e di drenaggio di risorse a sostegno della domanda interna. Allora ecco come ogni disquisizione o ricetta relativa alla competitività necessaria alla nostra economia per vincere la concorrenza all’interno del mercato globale diventa offensiva per chi la deve ascoltare e imbarazzante per chi la propone. Basti pensare ad un tragitto tra Stoccarda e Monaco di Baviera pari a circa 235 km: la medesima distanza tra Padova e Milano. Saliti a bordo dell’auto in Germania si consumeranno circa 15/20 litri di gasolio a seconda della velocità. Costo complessivo per 15 litri 22,5 euro. Lo stesso percorso lungo l’autostrada A4: ai 24 euro del costo del gasolio vanno aggiunti oltre 21 euro del costo del pedaggio, totale solo andata 45 euro rispetto ai 22.5 spesi in Germania. Quindi l’extracosto diventa di 45 euro rispetto al consumatore tedesco considerando anche il ritorno.

    Si pensi questo confronto di costi inserito nel trasporto merci quanto possa incidere sul prezzo finale delle merci e poi qualcuno ha pure il coraggio di parlare dell’importanza di un aumento della produttività quando la partita risulta compromessa dalle politiche ottuse dei responsabile della assurda tassazione.

    Il grafico fa emergere in modo inequivocabile quanto la politica abbia adottato il principio caro gli operatori finanziari per i quali i risparmiatori rappresentano “il parco buoi”. Negli ultimi trent’anni non una sola voce si è alzata a tutela della domanda interna o per ridurre la famelica voracità dello Stato.

    E’ aumentata quindi la tassazione diretta ed indiretta con l’inevitabile effetto drenante sulla potenzialità di acquisto e consumo dei cittadini, medesima sorte riservata a tutte le attività legate al suo valore ma non tutelata in quanto considerata espressione di un parco buoi indegno di una qualsiasi tutela o attenzione.

    L’Ocse finalmente chiarisce i nefasti effetti di questa negazione delle tutele individuali opposte nel delirio ideologico a quelle “sociali”.

    Quando, poi, all’aumento del Pil non corrisponda una crescita della ricchezza disponibile per la popolazione allora la stessa crescita risulta espressione di una NON equa ripartizione delle risorse quanto delle opportunità e dei vantaggi. In altre parole il fallimento di una classe politica e dirigente.

    Ora il nostro Paese si trova laconicamente più povero pur avendo però destinato risorse immense alla spesa pubblica. Di fronte a questi risultati in un paese normale l’intera classe dirigente e politica ne dovrebbe rispondere in solido e successivamente farsi da parte. Invece, interpretando in modo estensivo il proprio mandato elettorale, si considera al di sopra della parti. Le parti sarebbero poi i cittadini.

    (*) OCSE Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Organizzazione internazionale di studi economici dei paesi sviluppati aventi in comune un’economia di mercato.

  • Le lacune lessicali

    Nel forbito lessico della classe politica e dirigente italiana, sempre infarcito di inglesismi (nonostante la Brexit), sono due i termini mai uditi, anche solo per una timida apparizione. Contemporaneamente si resta nella sostanziale assenza di una vera politica industriale in quanto la digitalizzazione interviene all’interno di asset esistenti migliorandone le performance, mentre altri dovrebbero essere gli atti di una politica economica anche in tema di fiscalità di vantaggio con l’obiettivo di favorire gli investimenti industriali, specialmente se provenienti da soggetti esteri.

    In questo contesto, invece, addirittura si propongono progetti di legge contenenti norme espressione di una ideologia che penalizzerebbe (il condizionale viene usato auspicando un ripensamento di tali dotti politici) con sanzioni quelle aziende (molto spesso espressione di gruppi esteri) che delocalizzassero all’estero le produzioni allocate ora nel nostro territorio.

    In questo modo, allora, il nostro Paese verrebbe reso ancora meno attrattivo (di quanto ora già non lo sia) per gli investimenti esteri ma anche nazionali: ancora una volta, infatti, emerge l’intenzione di intervenire allestendo un quadro normativo a valle della stessa  complessa organizzazione  (attraverso una penalizzazione) e non invece a monte della stessa (attraverso diverse forme di  incentivi), dimostrando così  lacune in termini di politica economica ed industriale decisamente  imbarazzanti (https://www.ticinolive.ch/2021/08/22/italia-prevenzione-delle-catastrofi-naturali-un-approccio-suicida/).

    In un contesto nel quale, ancora oggi, il nostro Paese si trova all’interno di una difficile ripresa economica con spunti problematici di inflazione.

    Quindi, invece di fornire mezzi e strumenti per riportare il sistema economico ad un livello occupazionale con valori pre-covid (forse l’unico vero indicatore di benessere complessivo) ci si dimostra distratti da una ideologia di transizione ecologica che esclude ogni analisi approfondita sulle reali motivazioni dei cambiamenti  climatici, specialmente per quelli attribuiti alle attività dell’uomo e dei vettori (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linquinamento-ideologico/).

    Tornando, allora, alle lacune lessicali della nostra classe governativa ed accademica si rileva che termini come onsharing e nearsharing applicati al settore produttivo non abbiano mai fatto capolino nelle dotte discussioni riportate dai verbali del parlamento e negli innumerevoli interventi televisivi di esponenti governativi o della maggioranza parlamentare, ad ulteriore conferma del deserto progettuale e strategico italiano ma anche europeo.

    Questi due termini, invece, rappresentano una parte importante del programma di ripresa economica dell’amministrazione statunitense del Presidente Biden (Joe Biden si ricorda del partito democratico). All’interno, infatti, della complessa strategia statunitense con il termine ONSHORING si intende una politica di sostegno economico e fiscale alle aziende che investano in siti di produzione all’interno del territorio nazionale (On), in Italia si direbbe ‘investire e tutelare la complessa filiera espressione del  Made in Italy’ (05.03.2020 https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Viceversa con il termine NEARSHORING viene indicato l’obiettivo strategico di favorire gli investimenti produttivi in territori vicini e magari confinanti (Near) al vasto territorio degli Stati Uniti. All’interno di una italica trasposizione si parlerebbe di politiche a sostegno di investimenti produttivi all’interno dei paesi dell’Unione Europea, come le riallocazioni di produzioni ora nel Far East.

    Alle lacune lessicali dimostrate dall’intera classe politica ed accademica ovviamente si aggiunge anche quella relativa agli obiettivi da conseguire con questa strategia dell’amministrazione statunitense.

    Il primo è rappresentato sia dalla volontà di ottenere una veloce e progressiva riduzione della dipendenza di filiere industriali statunitensi dalle importazioni cinesi quanto di riorganizzare la supply chain abbreviandone il perimetro d’azione e di conseguenza i tempi (1). Un traguardo economico ma soprattutto strategico finalizzato anche a sostenere la politica estera Made in Usa, specialmente all’interno di un sistema di relazioni internazionali in forte tensione e con una crescente contrapposizione tra i due blocchi Stati Uniti- Inghilterra-Australia (AUKUS) ed il colosso cinese.

    Ovviamente last but not least si intende ottenere un altrettanto importante obiettivo, cioè di aumentare le occasioni di occupazione stabile che solo il settore industriale sa assicurare: ed ecco chiaro anche il secondo traguardo dell’amministrazione Biden.

    Mai come ora, tornando alle nostre latitudini, queste lacune lessicali della nostra classe politica e governativa si dimostrano come espressione di veri e propri vuoti concettuali privi di contenuti strategici ed operativi molto preoccupanti per le sorti della nostra economia e del nostro Paese.

  • I predoni della finanza italiana e l’inflazione

    In un’ottica di un mercato globale ogni scelta del singolo attore comporta degli effetti anche per gli altri soggetti di questo complesso scenario internazionale in continua evoluzione. Partendo da questa considerazione andrebbe finalmente preso in considerazione il nesso tra le strategie finanziarie del mondo degli istituti di credito italiani in accordo con i diversi governi succedutisi alla guida del Paese e la inevitabile ricaduta di tali operazioni nella vita quotidiana per imprese e lavoratori.

    Mentre l’Italia è ancora oggi all’interno di una crisi economica e sociale il mondo degli istituti di credito si dimostra ancora alla spasmodica ricerca di un baricentro finanziario ed operativo: basti ricordare l’esodo incentivato con il Fondo di Solidarietà (finanziato dal sistema degli istituti di credito) che sta raggiungendo le centomila (100.000) unità.

    In più, in seguito ad innumerevoli crisi sistemiche legate anche a crescite drogate dall’utilizzo senza limiti di derivati (in questo spalleggiati da una compagine governativa probabilmente complice) il sistema bancario continua ad aumentare le proprie iniziative per conseguire l’obiettivo principale, cioè la creazione di valore da distribuire agli azionisti.

    L’Amministratore delegato di Unicredit, con l’approvazione del presidente Padoan (ex ministro dell’economia nel governo Renzi), durante le prime trattative per l’acquisizione di MpS ha preteso da parte dello Stato, e quindi dai contribuenti, l’impegno ad assumersi l’onere dei costi sociali degli esuberi, oltre tre (3) miliardi, al fine di rendere sostenibile l’operazione. Questa richiesta da parte dell’Istituto UniCredit di scaricare ancora una volta sullo Stato i costi di un’operazione finanziaria si aggiunge alla strategia dello stesso Padoan quando, in qualità di ministro dell’Economia, decise la ricapitalizzazione con 6,5 miliardi di risorse pubbliche fornendo ancora ossigeno alla moribonda Monte dei Paschi (https://www.ticinolive.ch/2021/09/21/istituti-di-credito-il-sistema-italiano/).

    Adesso, senza nessuna vergogna, il medesimo Padoan, in questo caso in qualità di presidente UniCredit, assieme all’amministratore delegato pretendono una nuova ricapitalizzazione di sette (7) miliardi con il medesimo obiettivo di rendere meno onerosa (per l’acquirente Unicredit) e con un maggiore valore aggiunto per gli azionisti l’intera operazione. In altre parole questi nuovi predoni del sistema finanziario italiano pretendono sostanzialmente la creazione di una new company MpS i cui vantaggi andrebbero interamente all’acquirente privato il quale invece di operare, forte del proprio know how, per un risanamento della banca senese acquisterebbe la new Company priva di debiti e personale in esubero interamente scaricati allo Stato (il venditore).

    La bad company, viceversa, gravata di tutti gli oneri economici e sociali, rimarrebbe in carico allo Stato con un ulteriore costo aggiuntivo che già oggi ammonta a quasi 17 miliardi di sole risorse finanziarie dilapidate (*) alle quali aggiungere il costo in termini economici di una inevitabile ricaduta per contribuenti ed imprese dell’operazione in corso.

    I sette (7) miliardi di risorse pubbliche pretesi dall’acquirente minimizzano così il rischio d’impresa rendendo questa operazione finanziaria profittevole a senso unico, cioè a favore del solo operatore privato UniCredit, in quanto lo Stato invece di liberarsi di una capitolo di spesa, come rappresentava da troppo tempo la banca senese, si accollerà l’intero ammontare dei costi economici e sociali per renderli sostenibili e quindi profittevoli per il mercato quando  invece andrebbero contabilizzati all’acquirente.

    In fondo si applica una “sintesi” tra le privatizzazioni delle concessioni della rete autostradale ed il modello Alitalia ora Ita Airways: debito e costi maggiorati solo per lo Stato, e quindi i contribuenti, e sinergie economiche per gli operatori privati.

    Il tutto avviene all’interno di un momento storico nel quale l’economia reale del nostro Paese riesce a segnare una buona crescita ma incerta per la carenza delle materie prime e segnata dall’esplosione dei loro costi come del costo del petrolio

    Sette (7) miliardi dell’operazione new company MpS rappresentano il 26% delle accise annualmente versate dai contribuenti italiani allo Stato. Ridurre ora le accise sui carburanti disinnescherebbe o quantomeno ridurrebbe il Drive inflattivo determinato dalla crescita del prezzo del petrolio e soprattutto allontanerebbe la pericolosa ombre di una stagflazione.

    Si ricorda, Infatti, come lo 82% delle merci viaggi su gomma e, di conseguenza, ogni aumento dei costi della distribuzione si riverserà inevitabilmente sul prezzo finale al banco.

    Una vera sciagura mentre tutti gli esponenti politici straparlano di transizione energetica, si accetta contemporaneamente di ridurre il potere d’acquisto dei cittadini italiani e la competitività per le imprese italiane non intervenendo per ridurre l’impatto inflattivo.

    La stessa discussione in corso in questi giorni sull’utilizzo dei fondi del PNRR e su una giusta riduzione del cuneo fiscale relega la politica a sostegno della domanda interna ai margini dell’attenzione.

    Poi qualcuno si sorprende se dal 1991 le retribuzioni medie in Italia risultino diminuite del –3,4% mentre in Germania segnano un +33,7% ed in Francia un +29,6% (fonte OCSE), la conferma di come negli ultimi ventinove anni (29) la domanda interna sia stata sacrificata ed ogni possibile sostegno dirottato verso la spesa pubblica vero strumento del potere politico aumentata del 46% solo dal 2000 al 2019.

    Sembra incredibile, poi, come tutto questo avvenga alla luce del sole ed a nessun ministro o Presidente del Consiglio vengano chieste chiarificazioni tantomeno da un parlamento ormai affetto da narcolessia ampiamente retribuita.

    In altre parole con questo tipo di operazioni finanziarie, nelle quali lo Stato si libera di un capitolo di spesa, alla fine si creano “dividendi” con risorse pubbliche solo per gli azionisti del gruppo privato, contemporaneamente per il soggetto pubblico invece i capitoli di spesa crescono. Un classico esempio di finanza “argentina” nata dall’alleanza tra predoni della finanza e “rappresentanti dell’interesse pubblico” in virtù di interessi comuni.

    Quando la spirale inflazionistica lasciata libera dal governo e i prezzi continueranno ad aumentare, e magari la benzina assieme al gasolio avranno raggiunto dei prezzi/costi insostenibili per la filiera distributiva e, di conseguenza, i prezzi dei principali generi di consumo saliranno alle stelle non si dovrà guardare solo alle quotazioni del petrolio. Si renderà necessario, invece, comprendere gli effetti di quelle politiche distrattive di risorse di finanza pubblica a favore di gruppi privati ed espressione della complicità tra soggetti pubblici con i nuovi predoni della finanza.

    (*) A.  6.5 mld la prima ricapitalizzazione voluta da Padoan in qualità di ministro dell’economia

    1. 3 mld di costi aggiuntivi per gli oneri sociali del personale in esubero
    2. 7 mld gli ultimi pretesi per un aumento di capitale
    3. incalcolabile il danno reputazionale per l’intero sistema economico italiano
  • Parte la revisione del Patto di stabilità: gli investimenti green in cima alle priorità della Ue

    Regole più semplici, più coinvolgenti rispetto agli Stati membri, più flessibili sugli investimenti green. Comincia su questo binario la consultazione sulla possibile revisione di uno dei capisaldi più divisivi dell’Unione Europea, il Patto di Stabilità e Crescita. Il 19 ottobre, dopo il collegio dei commissari, il vicepresidente della commissione Ue Valdis Dombrovskis e il commissario agli Affari

    Economici Paolo Gentiloni hanno dato il via alla consultazione pubblica, partendo da un documento, di 14 pagine, sull’impatto della crisi Covid sulle economie europee. Un documento che vuole essere la base per discutere su una migliore applicazione delle regole fiscali. La consultazione pubblica, secondo lo schema della Commissione, dovrebbe chiudersi con la fine dell’anno. E, nella primavera del 2022 l’esecutivo europeo punta a mettere in campo una sua proposta.

    L’obiettivo di una modifica dei Trattati, osservano fonti europee a Bruxelles, è poco meno di un’utopia. La revisione potrebbe portare a modifiche regolamentari – che è l’obiettivo più ambizioso e difficile – o ad una diversa interpretazione delle regole oggi in vigore. Il percorso, come prevedibile, è irto di ostacoli già solo nel timing dell’iniziativa. Dal gennaio 2023 il Patto di Stabilità (con i suoi canonici paletti del tetto per il deficit pari al 3% del Pil e di quello dell’iter per arrivare ad un debito pari al 60%) tornerà in vigore e l’obiettivo dei cosiddetti Paesi frugali, messo nero su bianco in un ‘position paper’ dell’inizio di settembre, è quello di tergiversare il più possibile nel superamento delle regole attuali.

    Molto dipenderà anche dal futuro esecutivo tedesco e da chi, a Berlino, rivestirà il ruolo di ministro delle Finanze. Anche se il candidato alla cancelleria Spd, Olaf Scholz, pur sottolineando come l’attuale Patto sia già flessibile ha spiegato che, questo, “non è il momento dell’austerità”.

    Una certa flessibilità l’esecutivo europeo la vorrebbe innanzitutto sugli investimenti green, scorporandoli dal computo del deficit e del debito con quella che, a Bruxelles, già chiamano “golden rule”. Poi c’è il tema del rientro del debito. Il ritorno al limite del 60%, a causa degli effetti della crisi pandemica, per molti Paesi è pressoché irraggiungibile, soprattutto se si vuole evitare di strangolare la ripresa economica con interventi da lacrime e sangue.

    La media del debito dei Paesi dell’eurozona ruota attorno al 100% del Pil. L’obiettivo della consultazione pubblica è quindi trovare un percorso che porti ad una riduzione graduale, ma effettiva del debito. Anche perché, come si evincerà dal documento della Commissione, la crisi del Covid ha portato alla luce la necessità e l’opportunità di più investimenti, pubblici e privati.

  • PMI: strategie per uscire dalla crisi

    Dott. Ielo, lei è stato dirigente di banca ed è attualmente direttore generale di una società di consulenza legale ed economica internazionale specializzata nella gestione delle crisi di impresa, in fondi e bandi pubblici e lo sviluppo di mercati esteri oltre che consigliere economico di importanti imprese ed enti e docente presso diverse realtà di formazione. Alla luce della sua lunga esperienza, quali sono attualmente le principali difficoltà delle imprese?

    La prima difficoltà è certamente quella di “rimanere in vita”. Solo a Roma, giusto per fare un esempio, la Confcommercio stima che saranno 18.000 le imprese che chiuderanno entro la fine del 2021. Immaginatevi quali possano essere le cifre in tutta l’Italia. Si tratta ovviamente di stime, ma comunque purtroppo prossime al vero perché basate su concreti indicatori economici.

    In merito, invece, a tutte quelle imprese che riusciranno a sopravvivere, diversi autorevoli sondaggi su questa crisi riportano che le più citate problematiche che hanno le aziende ed i liberi professionisti riguardano innanzitutto gli attuali molteplici e complessi vincoli normativi (che li costringono ad un regime burocratico asfissiante), una pressione fiscale fra più alte d’Europa (l’osservatorio economico europeo la parametra ad un 64% circa) e la difficoltà a trovare nuovi clienti e mercati.

     Quale sarà, secondo lei, la risposta delle PMI a tutto questo?

    Come detto, per alcune la risposta sarà quella di cercare di “chiudere” nel modo più indolore possibile. Per tutte le altre, o di finire nelle mani degli usurai (si stima che oltre 176 mila imprese italiane sono segnalate come insolventi e pertanto non possono accedere ad alcun prestito bancario) o di lanciarsi in rischiosi investimenti fai da te (come le criptovalute o i sedicenti facili investimenti online) o, per i più prudenti, usare l’antico metodo di tagliare le spese e attendere tempi migliori (azione che, generalmente, comporta licenziamenti e/o pericolosi cali nella qualità produttiva e di sicurezza sul lavoro). Per i pochi più coraggiosi, se così possiamo dire, e lungimiranti, la risposta sarà quella di affidarsi a seri consulenti per vagliare con attenzione tutte le possibili soluzioni future per fare una diagnosi economico-finanziaria della situazione. Solo partendo da questo è possibile valutare seriamente il da farsi. In generale mi chiedo quale sarà la ripercussione sul sistema dei servizi offerti al cittadino dallo stato italiano, visto che la “macchina paese”, formata da una popolazione di circa 60 milioni di cittadini, è stata fino ad oggi alimentata solamente dal 10% di imprenditori che versando i propri contributi hanno provveduto al mantenimento in vita di questo sistema. Un sistema che tuttavia si è rivelato a dir poco perverso, in quanto, ai tagli operati sul sistema sanitario, quello della cultura e dell’istruzione, sono corrisposte ulteriori stringenti normative emanate a discapito della classe imprenditoriale. Di positivo c’è che esistono alcuni strumenti utili da attivare il prima possibile (come fondi, bandi e strategie finanziarie integrate al marketing, etc.) ma troppo spesso non vengono presi in considerazione nonostante possano offrire un grande aiuto per recuperare liquidità e produttività.

    Perché avviene questo?

    Perché, come detto, il volume degli adempimenti normativi e fiscali e, aggiungo, il volume delle informazioni spesso imprecise o false su internet, è tale che spesso gli imprenditori e i loro stessi consulenti non riescono ad avere il tempo ed il giusto distacco per studiare e intraprendere le giuste strategie.

    E cosa può fare un imprenditore per trovare le persone giuste a cui fare affidamento?

    Curriculm e passaparola possono ancora aiutare molto. Ovvero, informarsi sul percorso formativo e lavorativo dei consulenti contattati o chiedere ad amici e conoscenti se hanno avuto modo di conoscere una persona che abbia dimostrato nei fatti di essere stato competente e in grado di migliorare la situazione sono strumenti antichi ma tuttora validi. È un percorso che vuole il suo tempo perché è impegnativo esporre la propria situazione a più persone ma, a mio parere, può sempre valerne la pena.

    È corretto aggiungere che esiste oggi anche la possibilità di fare consulenze online e con costi più bassi (certamente a breve) ma non credo che possa essere una soluzione percorribile quando il problema delle imprese è oggi radicato, diffuso e sistemico. Per agire correttamente e intelligentemente bisogna saper distinguere bene cosa sia possibile fare da cosa sia più opportuno fare. E per fare questo ci vuole tempo ma, più esperto e capace è il consulente e meno tempo si perderà.

     Come vede il bicchiere? Mezzo pieno o mezzo vuoto?

    Nonostante tutto e nonostante l’attuale difficile situazione, il bicchiere lo vedo sempre mezzo pieno. E questo non perché io sia un inguaribile ottimista o contento della situazione attuale, tutt’altro, ma perché l’aver ricoperto nella mia carriera diversi importanti ruoli di responsabilità in contesti differenti ma complementari fra loro (in Italia e all’Estero) mi ha dato modo di poter cambiare il mio punto di osservazione professionale (e personale) sulla società e sui mercati, aiutandomi, di fatto, a vedere soluzioni che spesso altri non vedono. Certamente la situazione economica attuale è difficile e la crisi è strutturale, globale e non passeggera. Un buon consulente può essere di grande aiuto per le aziende italiane ma, oggettivamente, si tratta sempre di dare un buon colpo alla botte e un buon colpo al cerchio. Per trovare soluzioni di più lunga durata, a mio avviso, occorrerebbe lavorare per dedicarsi seriamente a riforme di sistema ormai urgentissime, prima fra le quali quella tributaria e fiscale.

    È di fatto impensabile credere di poter essere competitivi con Paesi appartenenti al nostro stesso continente che applicano una tassazione media del 20% e che agiscono con una metodologia burocratica molto più “snella” della nostra. Tutto ciò negli anni ha portato solamente ad un impoverimento del nostro Paese e ad una perdita di risorse umane ed economiche davvero importante.

    Continuare a “svendere” pezzi di storia imprenditoriale italiana, quali banche, compagnie aeree, società energetiche, ci condurrà definitivamente al tracollo ed è impensabile attrarre investitori esteri a queste condizioni.

    Mi piacerebbe piuttosto pensare ad un Italia partecipata e non colonizzata; il nostro artigianato, le nostre produzioni alimentari ed enologiche, la nostra arte, la nostra cultura, la nostra paesaggistica meritano una focalizzazione economica diversa soprattutto in grado di rivolgersi al lungo periodo.

    Ma di questo, ne parleremo un’altra volta…

  • Le materie prime sono rovinose. Chi vuole svilupparsi deve puntare sulla tecnologia

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 13 ottobre 2021

    Il rapporto «State of Commodity Dependence 2021» recentemente pubblicato dalla Unctad, Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, evidenzia l’aumento nell’ultimo decennio del numero dei paesi dipendenti dalle materie prime: da 93 paesi nel 2008-2009 a 101 nel 2018-2019.

    L’Unctad considera un paese dipendente dalle esportazioni di merci quando più del 60% del totale delle sue esportazioni è composto di materie prime e di prodotti agricoli. Più che una condizione, è una vera trappola, che blocca la crescita di molte economie.

    Il valore nominale delle esportazioni mondiali di materie prime ha raggiunto 4.380 miliardi di dollari nel 2018-2019, con un aumento del 20% rispetto al 2008-2009. La dipendenza rende i paesi più vulnerabili agli shock economici con inevitabili impatti negativi sulle entrate fiscali, sull’indebitamento e sullo sviluppo economico.

    Infatti, nel 2008-2009 la maggior parte dei paesi, il 95%, che dipendeva dalle materie prime, è rimasta tale nel 2018-2019. Naturalmente, la dipendenza tende a colpire principalmente i paesi in via di sviluppo.

    Lo sono ben 87 dei 101 emersi nel 2019. In specifico, dei 101 paesi, 38 facevano affidamento sulle esportazioni di prodotti agricoli, 32 sulle esportazioni minerarie e 31 sui combustibili.

    La dipendenza è particolarmente forte in Africa. Tre quarti dei paesi africani sono dipendenti per oltre il 70% del loro export. In Africa centrale e occidentale essa è mediamente pari al 95%.

    Anche tutti i 12 paesi del Sud America hanno un livello di dipendenza dalle materie prime superiore al 60% e per tre quarti di essi la quota supera l’80%. Nell’Asia centrale, il Kirghizistan, il Kazakistan, il Tagikistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan, hanno registrato una quota media delle esportazioni di materie prime sul totale dell’export di merci superiore all’85.

    Consapevole di ciò, l’Unctad ha esortato i paesi in via di sviluppo a migliorare le proprie capacità tecnologiche per sfuggire alla “trappola”. Un processo non facile in assenza di sostegni e di trasferimenti di tecnologia.

    L’analisi mostra infatti che i livelli di tecnologia sono molto bassi nei paesi succitati. Il Technology Development Index, l’indice di sviluppo tecnologico dei paesi cosiddetti commodity-dependent developing countries, è mediamente dell’1,55 rispetto al 5,17 dei paesi in via di sviluppo che non dipendono dalle materie prime, come Cina, India, Messico, Turchia e Vietnam.

    Il Frontier Technology Readiness, relativo all’utilizzo delle nuove tecnologie, dà un punteggio medio dello 0,25 ai paesi dipendenti rispetto allo 0,47 degli altri.

    Si tenga presente che l’indice dei prezzi delle materie prime, elaborato dall’Unctad, che, a causa della pandemia, nel periodo gennaio 2020 – aprile 2021 era diminuito del 36%, a luglio ha raddoppiato il suo valore e i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 41%.

    L’indice Fao sul cibo ha già raggiunto i 127,4 punti lo scorso agosto, con un aumento del 3,1% in un mese. Si ricordi che alla vigilia dell’esplosione dei prezzi dei beni alimentari del 2011, che portarono alle rivolte del pane in molti paesi, l’indice era di punti 137,1.

    Secondo l’Unctad, la correlazione tra i prezzi delle materie prime e la crescita economica può arrivare al 70%. Milioni di persone, soprattutto nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo, non hanno ancora accesso a cibo, elettricità, acqua e servizi igienico-sanitari. Si prevede che la domanda di cibo aumenterà del 60%, man mano che la popolazione mondiale si avvicinerà ai 10 miliardi entro il 2050.

    La trappola delle materie prime, di fatto, è il proseguimento moderno del vecchio rapporto colonialistico. Sembra di rileggere La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, scritta prima del 1776, che, di là delle teorie economiche, come la divisione del lavoro, invitava le colonie inglesi nel Nord America a limitarsi a produrre cotone perché le manifatture e lo sviluppo industriale erano riservati all’Inghilterra.

    Si ricordi che quell’imposizione coloniale fu una delle cause principali che portarono alla Rivoluzione americana e alla nascita e all’indipendenza degli Stati Uniti.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • Il caso Georgieva scuote il Fmi e gli Usa valutano le dimissioni

    Il ‘caso Georgieva’ scuote e imbarazza il Fondo monetario internazionale a ridosso del tradizionale appuntamento autunnale che a Washington vedrà riuniti tutti i ministri dell’economia e i governatori delle banche centrali mondiali. La posizione della direttrice del Fondo appare sempre più in bilico dopo le gravi accuse secondo cui avrebbe favorito la Cina quando lavorava alla Banca Mondiale, manipolando alcuni dati.

    Così all’indagine interna condotta dal board del Fondo si sarebbe aggiunta quella del Tesoro americano che, secondo fonti dell’amministrazione Biden, starebbe discutendo anche l’ipotesi di clamorose dimissioni. In particolare, nella stanza del segretario al Tesoro Janet Yellen si starebbe valutando se debbano essere gli Stati Uniti, i maggiori azionisti del Fondo monetario internazionale, a chiedere eventualmente il passo indietro della direttrice. Anche se per ora al Tesoro nessuno conferma e ci si limita ad affermare pubblicamente come per gli Usa “l’integrità delle istituzioni internazionali è una priorità assoluta”.

    Intanto Kristalina Georgieva, 68 anni, economista e politica bulgara che è stata anche commissario europeo per la programmazione finanziaria e il bilancio, si difende con forza respingendo ogni addebito. Sentita dal board del Fondo avrebbe affermato – secondo il testo della sua testimonianza ottenuto dal Financial Times – di non aver “mai fatto pressione per alterare dati o analisi solo per far piacere a un particolare governo”, e di non aver “mai fatto pressione su nessuno per manipolare dati”. La direttrice generale del Fondo avrebbe quindi evidenziato “cinque errori fondamentali” commessi secondo lei nel rapporto dello studio legale WilmerHale, quello a cui la Banca Mondiale ha affidato l’inchiesta: “Sono giunti a conclusioni sbagliate sulla base di impressioni e opinioni di persone che non hanno partecipato agli eventi”, ha denunciato la Georgieva.

    Ma in base alle testimonianze di centinaia di ex dipendenti della Banca Mondiale la politica bulgara sarebbe stata “direttamente coinvolta” negli sforzi per migliorare il posizionamento della Cina nel rapporto ‘Doing Business 2018’, mantenendola al 78mo posto invece di certificare lo scivolone all’85ma posizione. Si tratta di un rapporto annuale in cui si misurano i costi sostenuti dalle aziende in base alle leggi e ai regolamenti in 190 Paesi, per stabilire così dove è più conveniente fare impresa. Le presunte pressioni della Georgieva per modificare i dati, aggiunge l’inchiesta, sarebbero state esercitate mentre la Banca mondiale cercava di ottenere l’appoggio di Pechino per un aumento di capitale.

Back to top button