Economia

  • Le proposte economiche del Papa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 31 luglio 2020

    È sorprendente constatare che papa Francesco sembra essere l’unico statista ed economista con una visione globale e con delle idee concrete per le sfide future relative all’economia e agli assetti socioeconomici.

    Recentemente, in piena pandemia, nel corso di un seminario della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, ha evidenziato la necessità di trovare le giuste «modalità di alleggerimento, di dilazione o anche di estinzione del debito dei paesi poveri».

    Circa la povertà e l’emarginazione ha affermato: «Si tratta di problemi risolvibili e non di mancanza di risorse. Non esiste un determinismo che ci condanni all’iniquità universale. Se esiste la povertà estrema in mezzo alla ricchezza – a sua volta estrema – è perché abbiamo permesso che il divario si ampliasse fino a diventare il più grande della storia». I dati gli danno ragione: le cinquanta persone più ricche del mondo hanno un patrimonio equivalente a 1.872 miliardi di euro!

    Ha denunciato la «globalizzazione dell’indifferenza», che si manifesta come inazione e come vere e proprie «strutture del peccato». Tra queste include il taglio delle tasse per i più abbienti, la corruzione e i paradisi fiscali. Infatti, ricorda che oltre 85 miliardi di euro circa si accumulano ogni anno in conti di paradisi fiscali, «impedendo così la possibilità dello sviluppo degno e sostenuto di tutti gli attori sociali». I suoi giudizi si collocano nel solco del documento «Oeconomicae et pecuniariae quaestiones» della Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicato il 6 gennaio 2018. Il tema riguarda la finanza e i suoi giochi che ignorano le regole e il bene comune.

    Potrebbero sembrare i normali appelli morali destinati a cadere nel vuoto. Oggi, però, lo choc sociale, esistenziale ed economico provocato dalla pandemia impone risposte concrete. A livello globale gli Stati si trovano tutti nella straordinaria situazione di aver messo migliaia di miliardi nel ciclo economico che potrebbero consentire loro di determinare non solo le condizioni rigorose per i salvataggi di talune attività economiche ma anche di incidere sullo sviluppo.

    Riteniamo perciò che la lettura del succitato documento potrebbe essere molto istruttiva per tutti. Si chiede finanche che le autorità pubbliche forniscano una certificazione per i prodotti generati dall’innovazione finanziaria, al fine di prevenire effetti negativi. E «un coordinamento sovranazionale tra le diverse strutture dei sistemi finanziari locali». In altre parole, una nuova architettura finanziaria globale con regole condivise.

    Nelle «Questioni», tra l’altro, si evidenzia che «la crisi finanziaria degli anni scorsi poteva essere l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria». Ma, nonostante «sforzi positivi a vari livelli», non c’è stata «una reazione che abbia portato a ripensare quei criteri obsoleti che continuano a governare il mondo».

    Il documento, infine, declina in modo chiaro quali comportamenti non dovrebbero essere più permessi. Inaccettabile dovrebbe essere «lucrare sfruttando la propria posizione dominante con ingiusto svantaggio altrui o arricchirsi generando nocumento o turbative al benessere collettivo». Ancora di più «quando il mero intento di guadagno da parte di pochi – magari di importanti fondi di investimento – mediante l’azzardo di una speculazione volta a provocare artificiosi ribassi dei prezzi di titoli del debito pubblico, non si cura di influenzare negativamente o di aggravare la situazione economica di interi Paesi».

    Il papa fornisce proposte concrete relative alla tassazione di certe operazioni finanziarie. «È stato calcolato», si legge, «che basterebbe una minima tassa sulle transazioni compiute offshore per risolvere buona parte del problema della fame nel mondo». «Profitto e solidarietà non sono più antagonisti», ma al centro dell’economia deve esserci l’uomo e il suo lavoro. In questo senso l’azione imprenditoriale assume una grande importanza per contrastare quello che il Papa chiama «la cultura dello scarto».

    Francesco invita a tendere la mano ai poveri del mondo denunciando, però, «quelle mani tese per sfiorare velocemente la tastiera di un computer e spostare somme di denaro da una parte all’altra del mondo, decretando la ricchezza di ristrette oligarchie e la miseria di moltitudini o il fallimento di intere nazioni».

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La scellerata politica fiscale del governo Conte

    La Germania nell’ultimo trimestre ha registrato una riduzione del PIL di oltre -10%: un valore decisamente preoccupante per l’economia tedesca ma anche per quella europea in quanto, da sempre, la Germania rappresenta la locomotiva continentale. Basti ricordare quante filiere complesse dell’industria tedesca utilizzino prodotti intermedi e strumentali, espressione delle eccellenze delle PMI italiane.

    Tornando, quindi, alla situazione contingente tedesca, il governo, di fronte a  questa nuova emergenza economica conseguente alla diffusione del covid-19, ha posto in atto una serie di iniziative economiche e fiscali finalizzate sostanzialmente alla creazione di stimoli economici ed ammortizzatori sociali per aziende e lavoratori. La strategia espressa dal governo germanico ha preso forma attraverso una serie di iniziative ed anche attraverso la riduzione del peso fiscale in determinati settori considerati fondamentali o particolarmente colpiti dalla crisi economica in modo da abbassare la soglia economica di accesso a determinati beni o servizi.

    In questa ottica va inserita l’ottima scelta di ridurre l’IVA (dal 19 al 16%) per sei  mesi anche sui carburanti, espressione di un tessuto connettivo per l’economia industriale e nella distribuzione e nel turismo. Un minor costo degli spostamenti*, infatti, grazie alla riduzione dei carburanti rappresenta, soprattutto nella movimentazione delle merci, un incentivo importante fino ad assumere la forma e la sostanza di un vero e proprio fattore competitivo in  una ripresa economica stabile (https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-fattore-competitivo/).

    Tornando alla situazione italiana la rilevazione statistica del sistema economico ha individuato invece una discesa del Pil del -12,4%. Il crollo italiano, quindi, viene rappresentato da un +20% rispetto al nostro principale concorrente industriale.

    In questo contesto comparativo una minima comprensione dei principi ispiratori delle scelte della prima economia europea avrebbe dovuto portare il governo italiano a varare delle misure simili se non addirittura  uguali a quella adottate dal nostro concorrente tedesco.

    Sembra incredibile, se non addirittura agghiacciante, apprendere invece l’intenzione da parte del ministro Costa, esponente di punta di questo governo, di togliere le agevolazioni fiscali per il gasolio accrescendo il carico fiscale di oltre cinque (5) miliardi. In un paese nel quale oltre l’80% della merce viaggia su gomma l’aggravio fiscale determinerebbe un aumento dei costi di trasporto e quindi dei prezzi finali innescando una pericolosa spirale inflazionistica. Quest’ultima, sposata alla stagnazione dell’economia, potrebbe innescare le condizioni per una stagflazione causata da fattori endogeni, cioè da una becera ed immonda politica fiscale.

    Il cigno nero (covid 19) rappresenta una situazione assolutamente imprevedibile che richiede competenze ed azioni articolate e complesse per mitigarne gli effetti straordinari.

    L’azione del governo in carica, e del ministro Costa in particolare, risponde invece a  decrepite fissazioni pseudo ambientaliste, espressione di una mancanza di conoscenza della economicità dei motori diesel e che contemporaneamente confermano, ancora una volta, l’arretratezza culturale di questa compagine governativa .

    Ignorare gli effetti delle proprie azioni rappresenta la peggiore forma di ignoranza che diventa dolosa quando diventa espressione del comportamento di una carica pubblica espressione del potere esecutivo.

    (*) Al 3 di agosto il gasolio in Italia alla pompa era a 1.34 €/litro, in Germania 1.13 €/lt, circa -20%

  • Fca: la beffa oltre la garanzia eco

    La fusione tra Fca e Peugeot comporterà l’azzeramento dei rapporti con le aziende subfornitrici e di sviluppo italiane per le city car le quali verranno destinate alle filiere francesi. Questa legittima scelta della dirigenza della futura società (Stellantis, frutto della fusione tra il gruppo “italiano” (con sede fiscale in Olanda e legale a Londra) e quello francese, assume i connotati della beffa oltre che quelli del danno.

    In questo senso infatti va ricordato come pochi mesi fa la proprietà della Fca avesse chiesto ed ottenuto la garanzia di cassa depositi e prestiti per 5,6 miliardi. Questa operazione aveva permesso di riaprire i flussi finanziari con i subfornitori della filiera produttiva italiana. Ora, invece, proprio dopo avere ottenuto la garanzia dalla CDP, la medesima dirigenza sceglie di mettere sul lastrico aziende e decine di migliaia di posti di lavoro in Italia in nome della “fusione a freddo applicata al settore industriale”.

    Nessuno mette in dubbio come le aggregazioni industriali rappresentino sicuramente una sfida e possano determinare anche degli inevitabili costi sociali non secondari. Contemporaneamente si rimane quantomeno scioccati dalla dimostrazione ulteriore di lontananza e di mancanza di sensibilità in relazione agli effetti per il territorio italiano delle proprie azioni da parte della direzione e della proprietà di Fca. Paradossale quando, invece, le consociate statunitensi risultino sempre più collegate al territorio e alla città di Detroit e con le cui autorità politiche vengono siglati piani di sviluppo industriale coniugati  a concessioni di agevolazioni fiscali. Una ulteriore dimostrazione di come si possa creare un’economia industriale in stretto collegamento con il  territorio e, di conseguenza, con ricadute occupazionali positive ed una crescita stabile.

    Molto probabilmente la differenza tra la gestione delle aziende statunitensi ed italiane all’interno della Fca nasce anche dalla diversa attenzione delle autorità politiche dei due paesi (Stati Uniti ed Italia) nei confronti  delle imprese industriali ed automobilistiche nello specifico.

    La risultante di queste due diverse attenzioni nei due paesi si manifesta nella progressiva deindustrializzazione del Paese con la classe politica sempre meno preparata ed attenta al valore economico del sistema industriale. L’Italia.

  • Effetto Covid sui saldi, i commercianti si attendono un calo di oltre il 40% per lo shopping

    Sulla ‘voglia’ di saldi estivi degli italiani, con l’effetto Covid, pesano in modo particolare lo smart working che con gli uffici in parte deserti svuota anche il centro delle città, dove mancano soprattutto i turisti. Ma incidono negativamente anche la cassa integrazione che pesa sui redditi delle famiglia ed i timori per la crisi economica innescata che spingono a risparmiare piuttosto che a spendere.

    Così, secondo le stime dell’ufficio studi di Confcommercio, “quest’anno per l’acquisto di capi scontati ogni famiglia spenderà oltre il 40% in meno ovvero in media 135 euro, meno di 60 euro pro capite, per un valore complessivo intorno ai 2,1 miliardi di euro”. Mentre Confedilizia sottolinea ‘l’emergenza negozi: “I dati di Confcommercio sui saldi – spiega l’associazione – confermano la crisi in atto nei negozi in generale, oltre che nella ristorazione e nel turismo”. Così Confedilizia commenta: “Due misure possono aiutare a salvare le attività e l’occupazione: il potenziamento del credito di imposta per gli affitti e la cedolare secca”. Si tratta, a suo avviso di una vera e propria “emergenza”.

    A partire con i saldi, ricorda Confcommercio, “le primissime Regioni sono state Sicilia e Calabria, seguite qualche giorno fa dalla Campania e, con un cambio di data in corsa, anticipano il via tre altre Regioni, Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Piemonte. Il resto d’Italia tiene duro e attende l’1 agosto. Sono i saldi ‘impazziti’ al tempo del Covid”. La scelta delle date non piace infatti ai commercianti: “È un peccato che la Conferenza delle Regioni, invece di confermare la data unica al primo agosto, abbia lasciato alle Regioni la libertà di scegliere se anticipare di una settimana o meno, creando di fatto inopportune concorrenze tra territori limitrofi”, commenta il presidente della Federazione Moda Italia-Confcommercio, Renato Borghi. “I saldi, seppur imbrigliati dalle restrizioni economiche e dalle mascherine – mette in evidenza -, rappresentano sempre un rito collettivo che, anche in tempi di Covid-19, risponde alle attese dei consumatori se non altro per trovare il piacere dell’affare e della soddisfazione di un desiderio o per semplice gratificazione dopo un lungo periodo di rinunce”. “I consumi post lockdown non sono, al momento, ripartiti soprattutto nei centri delle grandi città che stanno vivendo un momento estremamente complicato”, avverte Confcommercio: “Per far ripartire il settore – conclude Borghi – dobbiamo trovare sinergie e collaborazioni anche per permettere ai nostri centri di rivivere e dare maggior fiducia ai nostri connazionali verso l’acquisto nei negozi di prossimità. I saldi di fine stagione potrebbero così rappresentare una risposta, con un momentaneo picco euforico dei consumi, alle pesanti perdite registrate da oltre il 60% delle imprese dalla riapertura del 18 maggio”, quella che ha consentito anche ai negozi di ripartire.

    Ma i primi dati, da una delle grandi città coinvolte, Napoli, nei primi giorni non sono stati incoraggianti. Negozi vuoti nelle strade in avvio di saldi, una situazione che i commercianti definiscono “nera”, nonostante l’anticipo. Secondo i commercianti partenopei i saldi sarebbero dovuti partire ugualmente il primo sabato di luglio, come ogni anno, nella speranza di rimpinguare le casse rimaste chiuse per mesi.

  • 2020: la fiscalità digitale di svantaggio

    Uno dei più giganteschi errori che siano stati commessi nelle analisi politiche ed economiche relative al terzo millennio è quello che indicava nella scomparsa delle ideologie il tratto caratterizzante. I due blocchi contrapposti di Occidente e Oriente, che hanno caratterizzato sostanzialmente il confronto politico all’interno di tutti i paesi occidentali, sono evidentemente venuti meno con la caduta del Muro di Berlino.

    La contrapposizione ideologica, tuttavia, si è trasferita dal terreno politico a quello economico con effetti ancora più devastanti. Risulta evidente, infatti, come la contrapposizione e la stessa applicazione di una ideologia politica possano determinare degli effetti per la vita reale e quotidiana tutto sommato relativi. Uno stato democratico assicura per sua stessa natura la mancanza di un partito dominante ed egemone.

    Risulta quindi evidente come anche la più integralista visione politica espressa da un partito, anche se di maggioranza relativa, debba scendere a dei compromessi rispetto al proprio impianto ideologico al fine di comporre una maggioranza governativa.

    Viceversa, questo atteggiamento fortemente ideologizzato, quando viene trasferito all’interno del potere esecutivo e quindi governativo, determina immediatamente, attraverso le proprie strategie e conseguenti scelte operative, degli effetti che si riverberano nella vita quotidiana dei cittadini con degli esiti immediati.

    Sono passati solo cinque giorni dall’accordo sul Recovery Fund il quale sembrerebbe aver ridato centralità ed autorevolezza all’Unione Europea con una forte enfasi del governo italiano in carica.

    In questo nuovo scenario politico il governo Conte si dimostra, invece, ancora una volta, in rotta di collisione con le indicazioni della massima autorità economica europea (Bce), dimostrando una intransigenza politica ed ideologica molto simile a quella dei “sovranisti” dai quali invece afferma di volersi distinguere. Ancora una volta, infatti, il governo nella manovra aggiuntiva del prossimo agosto intende penalizzare l’utilizzo dei contanti nonostante il parere fortemente negativo della Bce (https://www.italiaoggi.it/news/la-bce-boccia-il-governo-conte-sulla-limitazione-del-contante-non-e-affatto-dimostrato-che-serva-a combattere-2416294). Il massimo organismo europeo afferma come nella lotta all’evasione il paradigma della guerra al contante risulti assolutamente inutile ma anche dannoso specialmente per le fasce più povere della popolazione. Quindi la massima autorità finanziaria europea, dalla quale si pretende il quantitative easing, umilia ancora una volta la scelta ideologica più che economica del nostro governo. Rasenta infatti ormai il ridicolo questo nuovo furore “sessantottino” applicato all’economia ed in più in un periodo di grandissima difficoltà, sempre incurante degli effetti per le fasce di popolazione più povere, come sottolineato dalla Bce.

    La fiscalità di vantaggio ha ragione di esistere con il fine di attrarre investimenti dall’estero creando comunque una diseguaglianza rispetto agli investitori nazionali. Quando questa, poi, viene invece applicata solo in rapporto ad una modalità di pagamento attraverso la moneta digitale rappresenta una violazione dei principi di uguaglianza di fronte alle norme anche fiscali diventando una fiscalità di svantaggio per le fasce meno attrezzate digitalmente. Una sordità ed una incompetenza che non hanno riscontri precedenti relative ad una simile contrapposizione tra i cosiddetti filo-europeisti, come ama definirsi la maggioranza di Governo, e la massima autorità monetaria europea.

    Il terzo millennio risulta quindi caratterizzato dal trasferimento del confronto ideologico dalla politica all’economia i cui effetti, come ampiamente anticipato, risulteranno sempre a carico delle fasce più deboli della popolazione.

    In economia quando l’ideologia prende il posto della competenza viene a determinarsi un quadro economico e sociale con effetti molto pesanti in termini di sostenibilità economica in particolar modo per le fasce di popolazione più esposte. Nel terzo millennio quindi si può tranquillamente affermare come il pragmatismo economico venga sacrificato alla ideologia dominante anche se questo determinasse un costo aggiuntivo per i propri cittadini.

  • Autostrade: l’incompiuta

    Il paradosso italiano della vicenda della società Autostrade è che francamente non è ancora chiaro come si svolgerà l’operazione varata nella notte dal governo Conte e che tanto entusiasmo ha suscitato tra i sostenitori della maggioranza.  Più che ad una operazione finanziaria, economica e politica siamo di fronte ad una semplice dichiarazione di intenti. Gli obiettivi dichiarati sono sostanzialmente riconducibili all’esclusione della famiglia Benetton dalla gestione della rete di Autostrade ed ancora oggi rappresenta un semplice desiderio e comunque precedente a qualsiasi sentenza di un tribunale.

    In questo senso la credibilità italiana, che dovrebbe attirare investimenti dall’estero, subirà un effetto disastroso in quanto questa tragica vicenda, ancor prima della vicenda giudiziaria, dimostra come in Italia un governo possa annullare i contenuti di un contratto invece di portarlo alla normale conclusione o, al limite, ringraziarne i contenuti con un accordo tra le parti.

    Le ipotesi quindi “della rivoluzione autostradale” non sono più relative ad una revoca della concessione, che rappresentava l’obiettivo del governo, ma alla diluizione della quota della famiglia Benetton al 10% in Aspi. Un obiettivo dichiarato dal governo Conte e dei suoi ministri ma ancora non chiaro nelle modalità di attuazione.

    Comunque sia le vie maestre rimangono due per ridurre in minoranza il principale azionista attuale. La prima si può ottenere attraverso una cessione di quote di Aspi dei Benetton a Cassa depositi e prestiti ad un valore che ancora oggi non è stato stabilito che, presumibilmente, potrebbe quasi certamente prevedere l’impiego di qualche miliardo. La seconda mediante un aumento di capitale con l’obiettivo di diluire la quota dell’80% ora in mano alla famiglia di Ponzano Veneto.

    Nel primo caso Benetton, di fatto, otterrebbe un indennizzo probabilmente inferiore ai 23 miliardi stabiliti nel contratto (del cui contenuto nessuno oggi sembra risponderne) ma comunque pari alla valutazione delle quote oggetto di cessione di Aspi.

    Nel secondo la riduzione in quota minoritaria per Benetton sarebbe ancora comunque interamente a spese dello Stato attraverso un aumento di capitale, ed il danno economico per l’azionista Benetton verrebbe rappresentato dalla diluizione della propria quota azionaria. In questo caso, inoltre, si ipotizza l’interessamento, e probabilmente, l’ingresso del fondo americano Blackrock che potrebbe sottoscrivere l’aumento di capitale finalizzato alla messa in minoranza dei Benetton. Un ingresso che nelle aspettative del governo, e di un suo qualche ministro, assumerebbe i connotati del cavaliere bianco che opera pro bono, nel senso che dovrebbe dimostrarsi anche disposto a rinunciare alla remunerazione del capitale per due anni oltre ad accollarsi una quota dei debiti. Una tipologia di operazione finanziaria impossibile da realizzare per un fondo privato il quale ricerca remunerazione del capitale a meno che non si possa assicurare all’investitore successivamente ai due anni un Roe assolutamente superiore anche a quello scandaloso assicurato dai governi D’Alema e Berlusconi all’ Aspi. In entrambi i casi la situazione, tuttavia, appare paradossale.

    Cassa depositi e prestiti sostanzialmente opera con risparmi postali dei cittadini italiani. Lo Stato, sia nel caso nella prima che della seconda opzione, utilizza parte di questi risparmi per acquistare una società che trova la propria ragione d’essere in una concessione pubblica. Lo Stato quindi, in questa occasione, si trova ad essere concessionante e concessionario, in più, per il secondo ruolo di concessionario, deve pure procedere all’esborso di risorse pubbliche di CdP per acquisire quote di una società gravata di pure di debito.

    Nella infantile visione finanziaria, poi, si aggiunge la figura dei fondi privati i quali sottoscriverebbero quote della società di gestione di Autostrade attraverso aumenti di capitale e successivamente quotata probabilmente in borsa (“ma non soggetta alle sue regole”, come affermato da tale Di Maio).

    Una situazione così complessa la cui responsabilità non può essere attribuita al solo governo Conte ma all’intera classe politica degli ultimi vent’anni la quale ha adottato il modello argentino della cessione di monopoli pubblici per renderli privati. Va ricordato infatti come solo in Italia la classe governativa di fine millennio abbia provveduto a vendere i monopoli prima di avviare delle reali politiche di liberalizzazioni (https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-modello-argentino-da-un-monopolio-pubblico-ad-uno-privato/).

    Ora con questa operazione sostanzialmente priva di basi finanziarie ed economiche si torna al punto di partenza, nel 1998, creando dei nuovi monopoli statali, magari partecipati da Fondi privati (il cui volume d’affari risulta quattro volte il Pil italiano) che acquisiranno anche attraverso questa operazione un potere invasivo il quale inevitabilmente si tradurrà in maggiori oneri per i consumatori.

    Mai come oggi risulta tristemente evidente come il termine ‘liberalizzazioni’ sia stato utilizzato a sproposito dall’intera classe politica con l’unico fine di gestire la distribuzione dei monopoli pubblici ai privati non avendo operato precedentemente alcuna politica di reale liberalizzazione.

    Si torna così allo Stato imprenditore che nei decenni passati ha ampiamente dimostrato di essere incapace di gestire nell’interesse pubblico un servizio, esattamente come il settore privato il quale, nel caso specifico, attraverso la riduzione del 50% delle spese di manutenzione dell’ultimo decennio, ha viceversa dimostrato di non essere in grado gestire la propria “bulimia da dividendi”. La sintesi evidente di un declino culturale inarrestabile.

  • Il Pil cinese è già guarito dalla pandemia

    Prima a finire nelle secche del coronavirus e adesso prima a uscirne tra i principali Paesi: la Cina ha visto la sua economia risollevarsi nel secondo trimestre con un rimbalzo del Pil del 3,2% su base annua e dell’11,5% sul periodo gennaio-marzo, battendo con margine le previsioni degli analisti pari,

    rispettivamente, a +2,5% e a +9,6%. Il messaggio, con gran parte del pianeta stretto ancora dalla pandemia del Covid-19, è che Pechino grazie alla sua gestione della crisi ha centrato l’inversione di rotta sul tonfo del 6,8% del primo trimestre (-9,8% congiunturale), la prima contrazione dal 1992, anno d’inizio dei dati statistici trimestrali. A rimarcare la svolta c’è stata la contestuale, rispetto ai dati sul Pil, e inconsueta diffusione della lettera di risposta del presidente Xi Jinping a quella ricevuta dai 18 capi azienda del Global CEO Council che riunisce 39 multinazionali leader nei rispettivi settori di attività. “I fondamentali di lungo termine di solida crescita dell’economia non sono cambiati e non cambieranno” e la Cina continuerà ad approfondire le riforme e ad aprire i mercati, fornendo “un migliore ambiente business per gli investimenti e lo sviluppo delle imprese cinesi e straniere”, ha scritto Xi nel mezzo dello scontro con gli Stati Uniti.

    Malgrado l’exploit del Pil, le Borse cinesi sono affondate: i listini, tradizionali anticipatori degli umori degli investitori, hanno visto su Shanghai il peggior calo da febbraio (-4,50%) e Shenzhen chiudere a -5,20%. L’analisi del Pil ha fatto emergere una produzione industriale in crescita del 4,4% nel trimestre, non sostenuto da un adeguato aumento della domanda. Le vendite al dettaglio, in frenata per il sesto mese di fila, sono scese a giugno dell’1,8% su attese a +0,5%, mentre il calo semestrale è dell’11,4%. Gli investimenti fissi hanno avuto una frenata annua del 3,1%, a 28.160 miliardi di yuan

    (4.000 miliardi di dollari circa), nella prima metà del 2020, ma avendo la parte privata in sofferenza (-7,3%) e quella pubblica a +2,1%. “L’economia nazionale ha superato progressivamente l’impatto avverso della pandemia nella prima metà del 2020 e ha dimostrato un momento di crescita tonica e di graduale ripresa”, ha notato l’Ufficio nazionale di statistica, non nascondendo “gli evidenti e crescenti rischi e sfide future interne ed esterne”, a partire dalla pressione Usa, quando “la ripresa non è consolidata”. L’interscambio commerciale in dollari è ritornato positivo a giugno su maggio: l’export è salito dello 0,5% con la domanda di materiale medico anticoronavirus e prodotti farmaceutici, mentre l’import è andato a +2,7% con elettronica e materie prime. “Il recupero è stato ottenuto grazie alle politiche fiscali e sociali a supporto delle attività economiche. Nuovi incentivi hanno consentito alle imprese di ridurre i costi operativi, ottenere liquidità e favorire l’occupazione, la cui stabilità è da sempre uno dei temi chiave per il governo cinese”, ha notato Lorenzo Riccardi della Shanghai Jiaotong University.

    La disoccupazione di giugno è scesa al 5,7% dal 5,9 di maggio, mentre sono stati 5,64 milioni di posti di lavoro nel semestre: il dato considera l’occupazione urbana e non la forza lavoro migrante che pesa per un terzo circa di quella totale. Stime indipendenti parlano di 20 milioni di posti di lavoro persi a causa del Covid-19 e a luglio ci saranno circa 9 milioni di nuovi diplomati e laureati in cerca della prima occupazione. Dopo il 2019 con un Pil in crescita del 6,1%, ai minimi degli ultimi 29 anni, il Fmi ha stimato una Cina in crescita dell’1% nel 2020, con un’economia mondiale in contrazione del 4,9%. “Siamo entrati in una nuova fase della crisi, una fase che richiederà ulteriore agilità politica e azione per assicurare una ripresa durevole e condivisa”, ha messo in guardia il direttore generale del Fmi, Kristalina Georgieva, rilevando che l’attività economica globale “ha iniziato gradualmente a rafforzarsi. Ma non siamo ancora fuori dai guai”. L’incertezza resta alta, ha marcato il documento del Fondo preparato per il G20 dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali, che si terrà virtualmente il 18 luglio. Al G20 il Fmi ha chiesto gli “sforzi collettivi” che “sono essenziali per mettere fine alla crisi finanziaria e rilanciare la crescita”.

  • Mercato europeo dell’auto ancora fermo a giugno, tranne che in Francia

    Nuova pesante frenata del mercato delle quattro ruote in Europa. Secondo i dati diffusi da Acea (European Automobile Manufacturers Association), a giugno sono state immatricolate 1.131.843 auto, con una flessione del 24,1% rispetto allo stesso mese del 2019. Pesa ancora – nella fase post lockdown – l’effetto Covid. Arrivano però anche i primi segnali di ripartenza: la flessione infatti è inferiore a quella di maggio, quando si era registrato un crollo del 56,8%. I risultati di giugno del mercato europeo dell’auto – che include l’area Ue, più il Regno Unito e i Paesi Efta – non riescono però a invertire la tendenza. “Il mercato europeo dell’auto in giugno è ripartito, ma una vera ripresa è ancora lontana e per colmare il divario con il 2019 il percorso è lungo e accidentato”, ha commentato Gian Primo Quagliano, presidente del centro studi promotor. Tutti i principali mercati europei hanno messo a segno un declino, ad accezione della Francia che incassa un incremento dell’1,2% su base annua. Si tratta del primo effetto del massiccio piano di incentivi varato dal governo del presidente Emmanuel Macron che ha destinato al sostegno dell’auto 8 miliardi. Guardando agli altri Paesi, riportano tutti una contrazione delle immatricolazioni a doppia cifra: la Spagna perde il 36,7%, la Germania il 32,3% e l’Italia il 23,1%. Per Fca – che mercoledì ha svelato il nome del gruppo che nascerà dalla fusione con Psa, cioè ‘Stellantis’ e ha confermato che l’operazione sarà ultimata entro la fine del primo trimestre 2021 – la quota di mercato in Europa si è ristretta passando dal 6,1 al 5,7 per cento in un anno. Per quanto riguarda i brand, le registrazioni di Fiat sono 47 mila per una quota del 4,2%, quelle di Lancia 3.500 con una quota stabile allo 0,3%, le vendite di Alfa Romeo sono oltre 3.200 e la quota è dello 0,3% mentre Jeep, infine, immatricola quasi 10.800 vetture ottenendo una quota dell’1%. Dopo il lungo periodo di forte rallentamento di vendite a causa dalla pandemia da coronavirus, a giugno la situazione è iniziata a tornare alla normalità. Ma lo scenario è ben diverso rispetto al 2019. La chiusura a partire dall’11 marzo di concessionarie e punti vendita di automobili ha influito molto negativamente sulle vendite. La progressiva e parziale riapertura da metà di maggio delle attività commerciali non ha ancora permesso di raggiungere i livelli precedenti alla pandemia. Allargando lo sguardo ai primi sei mesi del 2020, il bilancio del mercato auto Ue si chiude con un calo che sfiora il 40% – per la precisione -39,5% – e riflette ribassi storici registrati in quattro mesi consecutivi. Nel consuntivo anche il mercato della Francia è ancora in profondo rosso, come d’altra parte quelli degli altri quattro paesi che insieme allo Stato d’Oltralpe si aggiudicano il 68,7% delle immatricolazioni dell’area. Il bilancio di metà anno vede infatti cali del 50,9% in Spagna, del 48,5% nel Regno Unito, del 46,1% in Italia, del 38,6% in Francia e del 34,5% in Germania.

  • Anche i ricchi risparmiano, trimestrale deludente per Richemont

    Il mercato cinese è in ripresa, rialzata la testa dalla pandemia del coronavirus, ma se i bilanci si fanno a livello internazionale anche per i colossi del lusso può andare peggio del previsto. È il caso di Richemont, la holding di Ginevra dell’alta gioielleria e orologeria, che raggruppa marchi da Cartier a Baume & Mercier, Panerai e Montblanc. I conti del trimestre aprile-giugno, sono andati male oltre le attese degli analisti, con vendite in calo del 47% a 1,993 miliardi, a fronte dei 2,13 miliardi previsti. Ciononostante l’attesa e realizzata previsione che la Cina, peraltro già confermata con Swatch e Burberry, abbia tirato sui numeri, con un incremento quasi del 50%. Fatto è che altrove le perdite sono state a due cifre: in Europa -59% a 436 milioni, in Asia-Pacifico -29% a 1,013 miliardi, con un declino di tutti i mercati, tranne appunto la Cina, che ha visto crescite a tre cifre sull’on-line e ha concentrato tutti gli acquisti al dettaglio sul territorio, praticamente azzerandoli all’estero. Le Americhe hanno perso il 61% a 277 milioni, il Giappone il 64% a 112 milioni, coi negozi chiusi per la maggior parte del trimestre in questione. Medio Oriente e Africa il 38% a 155 milioni. Il titolo così a Zurigo ha perso il 4,6% a 61,3 franchi svizzeri, ben distante dai minimi di 49,4 franchi di marzo, ma anche dagli 80,9 di gennaio. Scontata la ragione di questa debacle, “un forte impatto del Covid-19”, con le chiusure temporanee dei canali di distribuzione, ora tutti riaperti, ad eccezione delle Americhe, il sostanziale stop del turismo e in un sentiment cauto dei consumatori in molti mercati. Il retail ha perso il 43% l’ingrosso il 65%, con una maggiore resilienza delle vendite al dettaglio on-line (-22%), scese comunque per le chiusure dei magazzini di distribuzione. Gli stessi distributori di e-commerce hanno registrato per questo e per i prezzi definiti competitivi, un calo del 42%.

    Il comparto che ha sofferto meno, come previsto, sono stati i gioielli (-41%), con Cartier a contare per il 40% delle vendite, rispetto agli orologi (-56%) e anche qui la Cina ha avuto il suo ruolo: i preziosi sono cresciuti del 68%, soprattutto nell’e-commerce, un mezzo meno utilizzato per comprare orologi, un comparto, questo, che ha un’esposizione relativamente bassa nel Paese asiatico. C’è d’altra parte tra gli analisti chi sostiene che la gestione dell’on-line non sia il forte di Richemont, che comunque non è certo in crisi di liquidità e mostra la sua solidità con gli 1,8 miliardi di posizione finanziaria netta.

  • Il modello argentino: da un monopolio pubblico ad uno privato

    In una situazione nella quale il Presidente del Consiglio annuncia il ritiro di una concessione ad un’azienda quotata in borsa durante l’apertura delle contrattazioni dimostra una neppur minima considerazione per gli effetti delle proprie dichiarazioni. Dall’altra parte solo ora il concessionario della rete autostradale, identificato nella famiglia Benetton, dimostra la volontà di trattare per una riduzione delle tariffe ed un aumento delle risorse finanziarie destinate alla manutenzione.

    In questo contesto surreale, ancora oggi, nessuno prende nella dovuta considerazione le evidenti colpe del governo D’Alema e del ministro Letta (Enrico) i quali, di fatto, diedero le concessioni delle reti autostradali a dei gruppi privati con la possibilità di aumentare i pedaggi non solo in rapporto agli investimenti (e manutenzioni straordinarie) ma semplicemente all’ipotesi di realizzazione di queste opere.

    Per quanto riguarda la gestione delle reti autostradali in Europa, erano noti alla fine degli anni 90 i modelli gestionali tedesco e svizzero. La prima presenta una rete autostradale di 13.000 km gestita con risorse pubbliche che si trasformano in un servizio agli automobilisti grazie alla quasi completa gratuità.

    Nella Confederazione Elvetica, secondo modello di riferimento, per una rete autostradale di 1.382 chilometri ed una semiautostradale di 271 viene richiesto a chiunque intenda transitare il pagamento di una “vignetta” valida dal primo dicembre dell’anno precedente a quello stampato sulla vignetta fino al 31 gennaio dell’anno successivo.  Il costo della vignetta è di 40 franchi, circa 37 euro (per 14 mesi di libera circolazione).

    In tal senso si ricorda come la semplice andata e ritorno Milano-Venezia (532 km con costo pedaggio complessivo A/R di 52,20 euro) risulti ampiamente superiore al costo della vignetta svizzera per 1.382 chilometri ed una durata di 14 mesi.

    Ricordando, inoltre, come anche in Belgio ed Olanda le autostrade siano sostanzialmente gratuite, i due esempi della Germania della Svizzera certamente non possono assolutamente venire considerate come espressione di un regime socialista. Viceversa, la loro gestione assicura, attraverso la rete autostradale, un servizio all’utenza diventando le stesse reti fattori competitivi nella costituzione dei costi di trasporto.

    Alla fine del secondo millennio, invece, la classe politica italiana nella sua interezza, coadiuvata dalla complicità del mondo degli economisti e di quello accademico, ha preferito adottare il modello Argentina in nome di un fantomatico “efficientamento” del sistema. Come se il passaggio da un monopolio pubblico ad uno privato garantisse per gli utenti un qualche vantaggio competitivo.

    Per offrire una valutazione complessiva della mancanza di competitività del nostro Paese sarebbe opportuno partire anche dai modelli adottati nella semplice gestione dei servizi, come la rete autostradale, e di conseguenza dalle responsabilità di questo disastro che il passaggio da un monopolio pubblico ad uno privato ha determinato.

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