Economia

  • Boom di occupati, l’America di Biden torna a correre

    L’America torna a correre e spera di tornare presto ad essere la locomotiva dell’economia mondiale. Certo, la pandemia è tutt’altro che superata, come lo stesso presidente Joe Biden ammonisce ogni giorno, ma gli esperti sono convinti che si sia arrivati a punto di svolta, anche sul fronte della ripresa. La dimostrazione arriva dai dati sul mercato del lavoro di marzo: quasi un milione di posti creati in un solo mese. Un boom legato agli enormi progressi nella campagna di vaccinazione che sta portando ad una accelerazione nella riapertura di tutte le attività. Ma a giocare un ruolo determinante è anche l’American Rescue Plan da 1,9 miliardi di dollari con cui la Casa Bianca di Biden ha elargito aiuti diretti a famiglie ed imprese.

    “Help is here”, l’aiuto è arrivato come promesso a tutti gli americani, ha esultato il presidente, sottolineando come in termini di occupazione nessuna amministrazione nella storia ha mai fatto come la sua in appena due mesi. E anche Wall Street sembra crederci, visto che la sessione di contrattazioni prima della pausa pasquale si è chiusa con un nuovo record, con l’indice S&P500 (quello delle società a maggior capitalizzazione) ha chiuso per la prima volta sopra i 4mila punti.

    I nuovi posti creati a marzo in Usa sono stati 916 mila, nettamente al di sopra delle previsioni e del dato di febbraio che era di 375 mila. Il tasso di disoccupazione è quindi sceso al 6% dal 6,2%. E’ il miglior risultato degli ultimi 7 mesi, anche se la Casa Bianca sa che è troppo presto per cantare vittoria. Ci sono ancora 8,4 milioni di americani che hanno perso il lavoro a causa della crisi senza precedenti scatenata dalla pandemia: basti pensare che nel marzo di un anno fa l’economia Usa perdeva d’un colpo 1,7 milioni di posti che diventarono oltre 20 milioni ad aprile, con una disoccupazione schizzata al 15%. Un’ecatombe che ha caratterizzato l’ultima fase dell’amministrazione Trump, e che in definitiva è stata determinante nella sconfitta elettorale dell’ex presidente.

    Ora la situazione sta cambiando, anche se fortissima resta la preoccupazione per una quarta ondata di contagi legata alle varianti del Covid. “Non è il momento di abbassare la guardia, la strada da percorrere è ancora lunga”, ha ripetuto Biden: “Troppi americani si stanno comportando come se questa battaglia fosse finita, ma non è così. Non vanifichiamo i progressi fatti, bisogna ancora combattere per vincere. Dobbiamo finire il lavoro”, è tornato a spronare il presidente, invitando tutti i cittadini a fare il proprio dovere, e lanciando ancora un monito agli stati Usa che stanno revocando tutte le misure anti-Covid, a partire dall’obbligo di indossare le mascherine e del distanziamento sociale”.

    La partita vera, ha spiegato il presidente americano, si gioca ora col Congresso. Perchè se gli aiuti dati a famiglie e imprese assicurano un miglioramento temporaneo all’economia, quello che serve è un cambiamento strutturale, perchè l’economia americana torni davvero ad essere competitiva e vinca la corsa con la Cina. Di qui l’importanza di approvare l’American Jobs Plan, la cui prima gamba da oltre 2 mila miliardi di dollari per ammodernare le infrastrutture del Paese è stata annunciata da Biden nei giorni scorsi. Seguirà un secondo pacchetto di spesa da altrettanti 2 mila miliardi per i settori della sanità, dell’assistenza e dell’istruzione: “Possiamo discutere di tutto, ma non agire non è un’opzione”

    Ma non sarà facile per Biden accontentare tutti, con i repubblicani che hanno già detto a chiare lettere di essere contrari a una spesa così enorme come quella proposta dalla Casa Bianca. Mentre per la sinistra dei democratici quanto proposto non è affatto sufficiente.

  • Obiettivo: il risparmio privato

    La democrazia rappresenta un sistema che esprime e tutela determinati valori e principi all’interno dei quali i sistemi politici cercano di adattarvisi per raggiungere i propri obiettivi ed attuare l’agenda politica. Questi Valori democratici definiscono il perimetro all’interno del quale gli obiettivi programmatici delle diverse forze politiche devono rimanere nell’ arco temporale della evoluzione storica di un paese: ovviamente tanto più risultano radicati questi principi tantomeno possono venire messi in dubbio.

    Il nostro Paese viene considerato una democrazia ormai consolidata, grazie alla separazione dei poteri legislativo, giurisdizionale ed esecutivo. Un consolidamento democratico, ora forse anche politico, caratterizzato quindi anche da un buon livello di alternanza alla sua guida, dopo decenni di “una democrazia bloccata” legata agli effetti della contrapposizione tra il blocco occidentale e quello sovietico, a livello internazionale, i cui effetti si manifestavano nella impossibilità di inserire il PCI come una reale alternativa per la guida dell’Italia. Dopo la caduta del muro di Berlino i due schieramenti di centrodestra e centro-sinistra, entrambi espressione di partiti costituzionalmente democratici, si contendono la guida del Paese nella democratica competizione elettorale.

    In due occasioni, tuttavia, nel novembre del 2011 e nel febbraio del 2021, la politica ha alzato bandiera bianca lasciando la guida nostro Paese prima a Monti ed ora al prof. Draghi. La democrazia italiana al di là delle diverse rotte politiche sostanzialmente si è sempre basata sulla “divisione operativa” dei poteri, una vera e propria diarchia, all’interno della quale la politica gestisce la spesa pubblica mentre il sistema bancario il settore creditizio (26.11.2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    Come logica conseguenza di questa “divisione” dei poteri la storia della politica italiana ci dimostra come mai nessun governo, anche se espressione dei più diversi accordi di coalizione politica, si sia rivelato in grado di ridurre la spesa pubblica. Anzi, nella sua articolata complessità l’intera classe governativa ha sempre inserito nuovi capitoli di spesa per raggiungere quegli obiettivi di consenso politico che in una democrazia permettono il raggiungimento oppure il mantenimento del potere.

    La pandemia da covid-19 ha così visto il nostro Paese presentarsi nel febbraio 2019 con un debito pubblico al 135% sul PIL mentre buona parte delle altre nazioni non raggiungevano il 100% e la Germania il 69%. Numeri che indicano la responsabilità di tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi 20 anni alla guida nostro Paese e che hanno portato ad un aumento del +85% della spesa pubblica. In questo contesto l’emergenza pandemica di fatto ha reso necessario il reperimento di nuovi fondi straordinari distruggendo così questo fragile equilibrio espressione di tale diarchia.

    L’assoluta insufficienza della disponibilità finanziaria dello Stato per far fronte alle emergenze economiche e finanziarie legate alle chiusure forzate delle attività economiche ha offerto l’occasione per avanzare da parte del sistema degli istituti di credito, appoggiato da buona parte della classe politica, ad individuare come ultima chance operativa strategica il risparmio privato. In questo senso va ricordato come l’ammontare totale raggiunto dal risparmio privato attualmente vada oltre i 10.000 miliardi di euro mentre le risorse liquide “giacenti” sui conti correnti risultino di circa 1.740 miliardi, pari sostanzialmente al valore annuale del PIL italiano.

    Con questi valori le strade che si aprono ad una classe politica e dirigente italiana in difficoltà nel reperire nuove risorse finanziarie ed avendo già aumentato dall’inizio della pandemia ad oggi il debito pubblico di 25 punti percentuali (135% al 160%/Pil mentre la Germania dal 69% al 75% sono sostanzialmente due: la prima rappresentata da una patrimoniale (1) ed una seconda più articolata.

    La patrimoniale venne imposta ai contribuenti italiani nel 1992 dal governo Amato sotto forma di prelievo forzoso del 6×1000 sui conti correnti per una crisi di liquidità. Come scelta strategica di finanza straordinaria presenta comunque un orizzonte di breve termine oltre a dovere presentare come contropartita una semplificazione e una riduzione della pressione fiscale (L. Einaudi).

    La seconda opzione, invece, torna a porre al centro dell’attenzione il risparmio privato in continua crescita. Questo fenomeno risulta evidente da oltre 10 anni e si manifesta con una espressione cristallina della insicurezza del contribuente italiano nei confronti degli esiti della gestione pubblica delle risorse, quindi come logica conseguenza della mancanza di fiducia della cittadinanza nei confronti della propria classe politica.

    Con la pandemia questo senso di insicurezza ha trovato nuove motivazioni. In questo contesto la classe politica e dirigente italiana, che rappresentano la principale causa di questa situazione di incertezza, intendono penalizzare gli effetti della propria inadeguatezza in perfetta sintonia con il sistema degli istituti di credito. L’idea individua nella penalizzazione delle “giacenze” di liquidità (superiori a 50.000 euro?) a causa dell’emergenza sanitaria ed economica e conseguentemente finalizzarla verso consumi ed investimenti (2).

    All’interno, invece, di un sistema democratico consumi ed investimenti devono rappresentare la libera scelta di un consumatore e di un risparmiatore ed entrambi possono venire influenzati da sgravi fiscali e non certo penalizzati attraverso penalizzazioni fiscali.

    Anche il solo pensiero progettuale di appropriarsi del risparmio privato rappresenta la limpida espressione di uno Stato che intende sacrificare i principi costitutivi della democrazia per la “banale” ricerca di nuova liquidità straordinaria.

    Le risorse economiche rappresentano, anche nella semplice forma di liquidità depositata presso gli istituti di credito, il frutto legittimo delle attività professionali e dei sacrifici dei contribuenti. Queste già vengono mantenute all’interno del sistema bancario con l’obiettivo di trasformarsi in credito al sistema produttivo e così favorire la crescita economica.

    La pandemia ha evidenziato come tali risorse anche se in forma di liquidità non risultino più sufficienti non tanto alla crescita economica ma quanto al finanziamento complessivo della stessa diarchia. Sostanzialmente questa seconda opzione risulta finalizzata al finanziamento, ancora una volta, della spesa pubblica anche se in un momento di emergenza pandemica e magari contemporaneamente fornire risorse aggiuntive al sistema bancario stesso con l’obiettivo di acquistare anche i titoli del debito pubblico.

    Il frutto quindi di un comportamento virtuoso del quale il risparmio ne presenta l’espressione diventa adesso l’oggetto del desiderio dei soggetti titolari della diarchia i quali non esitano a bypassare senza ritegno anche gli elementari principi democratici a tutela del risparmio e del lavoro.

    L’Italia, e non da oggi, rappresenta un sistema di interessi politici ed economici nel quale la ragione di Stato esprime priorità sempre superiori anche ai principi costitutivi di un vero Stato democratico dal quale passo dopo passo il nostro Paese si sta irrimediabilmente allontanando.

  • Il Libano in crisi getta i fiori: nessuno li compra più

    Nel Libano alle prese con la peggiore crisi economica degli ultimi 30 anni, palesatasi prima della pandemia ma acuita dalle ripercussioni delle misure anti-covid, sono ormai poche le famiglie che possono permettersi di acquistare i fiori, un bene di lusso in un contesto di galoppante impoverimento di ampi settori della popolazione.

    Milioni di fiori sono stati gettati nelle immondizie perché non ci sono più clienti locali, si legge oggi sui media di Beirut. “Solo l’anno scorso abbiamo buttato circa 6 milioni di steli”, ha detto Rania Younes, agronoma e da circa 30 anni a capo di una delle più importanti aziende floricole del Libano.

    “A seguito del brutale lockdown totale del marzo 2020 – ha detto citata dal quotidiano L’Orient-Le Jour – mi sono ritrovata uno stock enorme di fiori che bisognava buttare… non potevamo nemmeno distribuirli né offrirli”, ricorda Younes, che gestisce vivai sul Monte Libano, a nord di Beirut.

    I media ricordano che molte aziende e vivai hanno chiuso i battenti, soprattutto perché la crisi in Libano è cominciata a palesarsi in tutta la sua gravità dall’ottobre del 2019, diversi mesi prima lo scoppio della pandemia.

    La lira locale ha perso nell’ultimo anno e mezzo circa il 90% del suo valore e secondo dati dell’Onu aumenta a dismisura e di continuo il numero di libanesi che sono ora sotto la soglia di povertà.

    Negli ultimi giorni si sono registrati nuovi rincari di beni e servizi essenziali come il pane, la farina, la benzina, il gas per uso domestico utilizzato per cucinare, il combustibile per alimentare i generatori di corrente in un contesto di cronica mancanza di elettricità. In questo contesto, pensare di poter acquistare mazzi di fiori appare un lusso. Ecco perché alcune aziende, come quella guidata da Younes, si sono adattate e quest’anno hanno piantato fiori che possono essere essiccati e venduti all’interno di composizioni floreali. Younes non nasconde però l’amarezza e le difficoltà: “Siamo in un Paese dove non si ha più garanzia di vendere ciò che si coltiva… il Libano non si può più permettere di produrre fiori e questo riflette la desolazione che ci circonda”.

  • Effetto Draghi? Il Fmi alza le stime del Pil dal 3% al 4,25%

    Il Fondo Monetario Internazionale vede rosa per la ripresa globale e si appresta a ritoccare al rialzo le sue stime di crescita per il 2021 e il 2022. In un mondo che corre più veloce, anche l’Italia: pil è atteso crescere quest’anno del 4,25%, decisamente di più del 3% previsto in gennaio.

    Pur sottolineando che la “tempistica e la forma della ripresa restano incerte”, l’istituto di Washington nota come dopo un avvio di anno debole l’economia italiana è attesa accelerare nell’ultima parte dell’anno. Il 4,25% previsto dal Fmi è leggermente superiore al 4,1% tendenziale che il governo potrebbe inserire nel Def. “La risposta alla pandemia è stata in via generale efficace ammortizzando l’impatto della crisi sanitaria sulla popolazione e l’economia”, osserva il Fmi notando, comunque, come alla fine dello scorso anno il Pil dell’Italia risultava circa il 6,5% al di sotto dei livelli della fine del 2019. “L’outlook per l’economia italiana è contingente all’andamento della pandemia e alle politiche di sostegno”, aggiunge il Fondo suggerendo di accompagnare la spesa per affrontare lo shock del Covid con un “piano credibile” di riduzione del debito una volta che la ripresa sarà decollata. E se gli stimoli sono necessari per ridurre le cicatrici sul mercato del lavoro, una spinta agli investimenti – aggiunge il Fmi – può aiutare l’Italia a recuperare il terreno perso in termini di produttività e accelerare una transizione verso un’economia più verde e giusta. Una spinta alla crescita potrebbe arrivare da un ammodernamento della pubblica amministrazione, dal ridurre le barriere alla concorrenza a da “un’ampia riforma” delle tasse.

    L’accelerazione italiana si inserisce in un quadro europeo che dovrebbe migliorare nella seconda parte dell’anno con una ripresa “solida” e in un contesto mondiale più veloce grazie al piano di stimoli da 1.900 miliardi di dollari voluto da Joe Biden e dai vaccini. Restano però “pericoli” e fra questi c’è l’elevata incertezza”, anche sul fronte della stabilità finanziaria. “Siamo a un nuovo punto di svolta – ammonisce il direttore generale Kristalina Georgieva -. Non possiamo abbassare la guardia”.

  • Ricavi delle multinazionali in frenata, tranne che per quelle cinesi

    Le maggiori multinazionali mondiali nel 2020 hanno perso in media il 3,1% dei ricavi, ma ci sono state differenze significative sia per settori che per aree geografiche, esempio fra tutte le cinesi (+11,2%), al contrario di europee (-14,5%) e italiane (-29%), le ultime più colpite per l’assenza di grandi operatori nella new economy e nell’high tech. Il digitale inoltre ha funzionato come spinta o leva di tenuta. Se si guardano i comparti, i ricavi sono cresciuti soprattutto per il websoft (+19,5%), che ha sfruttato digital skill e potenzialità dei big data. Decisa crescita di food delivery, videogame e e-commerce. Forti Gdo (+8,5%) e alimentare (+7,9%), approfittando dell’accelerazione impressa dalla pandemia ai cambiamenti negli stili di vita e nelle abitudini di acquisto, più orientate verso nuove tecnologie, oltre che per la necessità di soddisfare i bisogni primari, ottenendo fatturato in aumento in ciascun trimestre del 2020. L’analisi è dell’Area studi Mediobanca, su quasi 200 grandi multinazionali con fatturato annuale sopra i 3 miliardi di euro e ricavi complessivi di oltre 8.000 miliardi e 21 milioni di occupati.

    Saliti i ricavi anche per elettronica (+5,4%) e farmaci (+3%). Resilienti telecomunicazioni e paytech, con ricavi tendenzialmente stabili (a -0,6% e -0,7%). In sofferenza colossi dell’oil e gas (-32,9%), produttori di aeromobili (-26,8%), automotive (-12,1%) e moda (-17,3%), che peraltro hanno visto un’accelerazione record del fashion online (+50%). Tutti però con cali a due cifre anche di margini, investimenti e occupazione. Telecomunicazioni e automotive sono tornare a crescere nel quarto trimestre dopo tre periodi in calo. Tutti e quattro in rosso i trimestri di bevande e moda, produttori di aeromobili, gli ultimi due col blocco del turismo, e colossi petroliferi, questi anche per fattori contingenti come il crollo delle quotazioni. Primo semestre 2020 a parte, per le multinazionali però è cresciuta la capitalizzazione (+15,4% al 26 marzo 2021 rispetto a fine 2019), soprattutto per elettronica (+41,9%) e websoft (+37,4%), ma anche per automotive (+39%).

    Quanto a occupazione, Asia Pacifico (+8%) e, trainate dalle big tech, le Americhe (+7,1%) hanno contribuito al leggero aumento del 2020 (+1,5%), insieme alle misure per la salvaguardia messe in campo da molti Stati e alla spinta di alcuni settori, come i big del web (+29,6%), col solo personale di Amazon cresciuto del 63%. In calo invece i dipendenti di chi ha sede in Europa (-0,9%), in particolare in Italia (-4%).

  • Anche in Cina rischi finanziari

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘ItaliaOggi’ il 24 marzo 2021

    Anche la Cina sta facendo i conti con le sue bolle finanziarie, create nei passati due decenni con la scadente applicazione del modello finanziario speculativo americano. Perciò è scesa in campo la potentissima China Banking and Insurance Regulatory Commission, l’agenzia governativa di controllo sulle attività bancarie e assicurative, attraverso il suo presidente Guo Shuqing, manager competente e uomo forte del Partito Comunista Cinese.

    Il problema numero uno è il rischio rappresentato dal debito corporate cinese e del crescente stock di non performing loans (npl), i crediti inesigibili delle imprese.

    Secondo l’International Capital Market Association, l’associazione degli investitori nel fixed income, il mercato obbligazionario cinese interno in yuan, è equivalente a circa 15 mila miliardi di dollari, il secondo al mondo dopo quello Usa. La parte strettamente relativa al debito corporate non finanziario sarebbe pari a 3.700 miliardi di dollari. Il mercato obbligazionario cinese offshore è di 752 miliardi di dollari. È in grande crescita e legato soprattutto al settore immobiliare.

    Il 2020 è stato l’anno che ha certamente scioccato la Cina e i mercati internazionali per i debiti corporate interni: circa 40 fallimenti per 30 miliardi di dollari, il 14% in più rispetto al 2019. Anche 12 imprese cinesi offshore sono fallite coinvolgendo obbligazioni per 7 miliardi di dollari. Ciò sta provocando forti preoccupazioni per una possibile crisi del debito nel periodo post Covid. Infatti, nel 2021 bond per 7,1 trilioni di yuan (6,5 yuan sono equivalenti a 1 dollaro) arriveranno a scadenza sul mercato interno. Alcune delle imprese fallite sono controllate dallo Stato e ciò solleva dubbi anche sulla garanzia, finora certa, di salvataggi pubblici.

    Nel recente incontro con la stampa, Guo Shuqing ha dato un quadro preoccupante della situazione: «Nel 2020, il rimborso di 6,6 trilioni di yuan di prestiti è stato differito». Per quanto riguarda gli npl ha detto: «Un numero considerevole di imprese potrebbe dover affrontare una riorganizzazione o liquidazione fallimentare. Pertanto, l’aumento dei crediti in sofferenza è una tendenza inevitabile. Nel 2020, abbiamo ceduto 3,02 trilioni di yuan di attività deteriorate. È possibile che i crediti in sofferenza aumentino nel 2021 e anche nel 2022».

    Guo Shuqing ha annunciato alcuni programmi d’intervento e illustrato i risultati già ottenuti. In primo piano vi è la riduzione dell’elevato effetto leva all’interno del sistema finanziario, che aveva visto una pericolosa crescita nel periodo 2017-19. Sarebbe in atto lo smantellamento del settore bancario ombra, la cui portata è diminuita nel 2020 di circa 20 trilioni di yuan. All’inizio dell’anno il totale era di 85 trilioni di yuan, pari all’86% del pil cinese.

    La Regulatory Commission teme che alcune attività ad alto rischio dello shadow banking possano ripresentarsi sotto forma di pseudo «innovazioni». Perciò, per l’internet private banking, saranno applicate le stesse regole di adeguatezza patrimoniale e di garanzie valide per il settore bancario.

    Guo ha ammesso che «nel settore immobiliare la finanziarizzazione e la tendenza a diventare una bolla sono ancora relativamente forti, anche se nel 2020 il tasso di crescita dei prestiti investiti nel real estate è sceso per la prima volta sotto quello medio dei prestiti».

    È un pericoloso «rinoceronte grigio», perché «molte persone comprano case non per abitarci, ma per investimenti o per speculazioni. Se in futuro il mercato dovesse scendere, potrebbero esserci grandi perdite e i prestiti non sarebbero rimborsati, mandando le banche e l’intera economia in sofferenza». Usa docent.

    Egli, inoltre, ha spostato l’attenzione sui mercati finanziari negli Usa e in Europa che opererebbero «in contraddizione con l’economia reale».

    «Il mercato finanziario dovrebbe riflettere lo stato dell’economia reale, ha detto, altrimenti sorgeranno problemi e sarà costretto alla fine ad adeguarsi. Pertanto, siamo molto preoccupati per il giorno in cui scoppierà il mercato finanziario, in particolare la bolla delle attività finanziarie estere».

    Considerazioni corrette, che valgono anche per i comportamenti finanziari della Cina e per i rischi sistemici che stanno creando. Alla fine, in Cina o negli Usa, in Africa o in Europa, la finanza iperspeculativa è sempre un pericolo per l’economia reale.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Per l’indicatore Buffet è di nuovo allarme bolle finanziarie

    Le Borse mondiali rischiano di crollare nei prossimi mesi. Lo indica “l’indicatore Buffett”, che con il 123% ha superato il precedente record del 121% prima dello scoppio della bolla delle dot-com all’inizio degli anni 2000. L’indicatore, dal nome dal suo ideatore, il finanziere americano Warren Buffett, a capo della Berkshire Hathaway, prende in considerazione la capitalizzazione di mercato combinata delle azioni quotate in borsa in tutto il mondo e le divide per il prodotto interno lordo globale. Come riporta Wall Street Italia “il livello elevato raggiunto dall’indicatore riflette anche il fatto che i lockdown legati alla pandemia, le chiusure di attività e le restrizioni sui viaggi hanno depresso la crescita economica. Tutto questo mentre gli interventi dei governi (vedi soprattutto gli Stati Uniti) hanno pompato artificialmente i prezzi delle azioni”.

    Nel 2001, quando lo presentò per la prima volta, Buffet definì l’indicatore, “la migliore misura in grado di valutare dove si trovano i mercati azionari in un dato momento”.

    Secondo alcuni osservatori, l’indice avrebbe però alcuni difetti tra i quali il confronto tra le valutazioni attuali delle azioni con i dati del PIL degli anni precedenti.

    Secondo Goldman Sachs, invece, il rischio non sarebbe imminente, anzi, in un nuovo report intitolato “Bubble Puzzle”, stilato proprio dalla banca americana, e che analizza alcuni esempi storici di bolle finanziarie, da quella dei tulipani del XVII secolo alla crisi dei mutui subprime del 2007, sembra addirittura che i rischi di una bolla imminente sono relativamente bassi.

  • Alitalia: la storia infinita

    Nel 2021 il nuovo governo Draghi si è insediato alla guida del nostro Paese con l’importante funzione di segnare un importante e definitivo punto di svolta rispetto alla disastrosa gestione pandemica ed economica dei governi Conte 1 e Conte 2. Le sfide da affrontare erano e sono tutt’oggi molteplici, articolate e di difficile soluzione.

    Molto spesso, inoltre, le diverse problematiche da affrontare rappresentano la infelice risultante di politiche gestionali le cui proprie origini, come le responsabilità, devono venire individuate in un arco temporale che comprenda gli ultimi vent’anni.

    In questa situazione la compagnia di bandiera Alitalia sicuramente rappresenta l’emblema di una struttura mantenuta in vita da tutti i governi e costata fino ad oggi oltre 12 miliardi per ritrovarsi immancabilmente ogni sei mesi in crisi di liquidità. Dai capitani coraggiosi passando per Cimoli, condannato a 8 anni per la propria gestione di Alitalia, fino all’attuale dirigenza nulla è cambiato e soprattutto, in considerazione delle professionalità e delle strategie presentate dai responsabili del nuovo governo Draghi, nulla cambierà. Alla nuova Alitalia, infatti, verranno assegnati, ancora una volta, altri tre (3) miliardi di aiuti di Stato per una compagnia che conta 45 velivoli e 4.500 dipendenti. Questa scelta è interamente attribuibile alla competenza del nuovo ministro delle Infrastrutture e della movimentazione sostenibile Giovannini unita a quella espressa dal ministro dello Sviluppo economico Giorgetti.

    Anche la tedesca Lufthansa, come tutte le grandi compagnie aeree, ha subito sostanzialmente quasi un azzeramento del proprio fatturato. A fronte di questa situazione insostenibile sotto il profilo finanziario il governo di Angela Merkel ha assegnato alla compagnia tedesca aiuti di finanza straordinaria per nove (9) miliardi. In considerazione del profilo dimensionale dell’azienda va ricordato come Lufthansa abbia nel proprio organico 135.000 dipendenti (30 volte quelli di Alitalia) e 265 velivoli. A fronte di questi aiuti statali straordinari la compagnia tedesca sarà comunque costretta a cedere il 20% delle proprie azioni al governo, così come alcuni slot, per aumentare la concorrenza sui cieli germanici.

    La sostanziale “cilindrata” tra la struttura di Alitalia e di Lufthansa risulta evidente in modo imbarazzante ma non evidentemente al pluriaccademico Giovannini e, ovviamente, neppure al ministro dello Sviluppo economico Giorgetti.

    Il ministro Giovannini, in pieno delirio gestionale, sempre all’interno di una visione di compatibilità e di una maggiore sostenibilità della quale si considera un sostenitore, avrebbe addirittura in previsione di avviare un accordo tra l’Italia e Trenitalia (l’unica vera concorrente nelle tratte brevi nazionali della compagnia di bandiera). Una strategia finalizzata alla creazione di un cartello nel settore dei servizi trasporto che l’Unione Europea non boccerebbe sicuramente.

    Sembra incredibile come, ancora una volta, si stia assistendo al salvataggio di un’azienda decotta come la compagnia di bandiera italiana incapace da due decenni di trovare il proprio posizionamento all’interno di un mercato molto concorrenziale. Un’operazione che vede impegnato, per di più, un sostenitore della mobilità sostenibile dimostrando per l’ennesima volta come questo concetto si traduca sostanzialmente, sotto il profilo gestionale, in un ennesimo maggiore esborso per i contribuenti italiani. Il semplice ed imbarazzante confronto, infatti, tra le risorse destinate ad Alitalia dimostra come queste siano circa 666.666 euro per dipendente e rappresentano una cifra pari a dieci (10) volte rispetto all’aiuto finanziario del governo di Angela Merkel che ha destinato a Lufthansa pari a 66.666 euro per singolo dipendente: 1/10 appunto di quanto riconosciuto per Alitalia.

    Il mondo accademico rappresentato da Giovannini unito a quello professionale rappresentato da Giorgetti, colui che ci portò a 24 ore dalla squalifica dalle Olimpiadi di Tokyo con la complicità dell’ex ministro Spadafora per la creazione con il governo Conte 1 di Sport&Salute, hanno perso un’altra occasione per dimostrare la propria competenza all’interno di una problematica gestionale. In particolare la credibilità stessa del mondo accademico si dimostra, alla verifica dei fatti, una semplice sintesi di competenze teoriche unite a concetti prettamente di convenienza politica completamente svincolati dall’economia reale.

    La “innovativa” strategia della compagnia di bandiera Alitalia mette ancora una volta a nudo il declino culturale del nostro Paese con un universo accademico incapace di convertire delle competenze teoriche in scelte di economia reale. La nuova Alitalia rappresenta un ulteriore esempio della mala gestione governativa di allora come oggi. Il nuovo che avanza assomiglia sempre più al peggiore passato ed il concetto di sostenibilità tanto caro al neo Ministro Giovannini si traduce come sempre in un maggior onere per i contribuenti.

  • Snam più forte negli Emirati Arabi grazie a un accordo con Mubadala

    Snam si rafforza negli Emirati Arabi Uniti grazie ad un accordo con Mubadala per sviluppare progetti sull’idrogeno. L’intesa consente alla società guidata da Marco Alverà di rafforzare la posizione negli Emirati Arabi e di potenziare il ruolo svolto nell’ambito della transizione energetica.

    L’obiettivo principale dell’accordo è quello di realizzare attività di valutazione, compresi studi tecnici e di fattibilità economica, per progetti finalizzati a promuovere lo sviluppo dell’idrogeno negli Emirati Arabi Uniti ed in altri Paesi a livello globale. L’accordo, siglato ad Abu Dhabi da Marco Alverà, amministratore delegato di Snam, e da Musabbeh Al Kaabi, amministratore delegato di Mubadala, rafforza la fiducia nel potenziale tecnologico dell’idrogeno e nella sua capacità di accelerare la transizione energetica.

    L’intesa con Mubadala arriva dopo l’operazione che ha portato Snam, in consorzio con altri fondi, ad entrare nelle reti di Abu Dhabi attraverso l’acquisizione del 49% di Adnoc Gas Pipeline. Una operazione da 10 miliardi di dollari perfezionata a luglio dello scorso anno.  Snam rafforza ulteriormente la “propria presenza nelle aree degli Emirati Arabi Uniti e del Golfo, entrambe strategiche per il loro ruolo cruciale nella transizione energetica”, afferma Alverà. “Lavoreremo insieme a Mubadala – aggiunge – mettendo a fattor comune le rispettive competenze e capacità di investimento, per progetti di mutuo interesse negli Emirati”.

    Snam è stata la prima società in Europa a sperimentare l’immissione di idrogeno misto a gas naturale nella propria rete ed è impegnata a rendere la propria infrastruttura pronta a trasportare quantitativi sempre più crescenti di idrogeno. La società ha anche dato vita a una business unit impegnata nello scouting di nuove tecnologie e nello sviluppo di progetti, insieme ad altri partner, per l’adozione dell’idrogeno in vari settori industriali, dal trasporto ferroviario alla siderurgia.

    Mubadala Investment Company ha invece anche aderito all’Investor Group dell’Hydrogen Council, rafforzando l’impegno in questo settore emergente.  Recentemente ha anche creato la Abu Dhabi Hydrogen Alliance, insieme ad Adnoc e Adq, con l’obiettivo di creare una vera economia dell’idrogeno verde negli Emirati.

    La firma di questo accordo con Snam rappresenta una “prova ulteriore dei nostri sforzi congiunti per sviluppare un’economia alimentata a idrogeno negli Emirati, e dell’impegno a sostenere il ruolo che l’idrogeno può avere nel far fronte alla domanda energetica mondiale”, afferma Musabbeh Al Kaabi, amministratore delegato di Mubadala.

  • La Dash economy

    Nel lontano 1977 l’attore teatrale Paolo Ferrari si aggirava per i supermercati ed entrava nelle abitazioni delle casalinghe cercando di convincerle a cambiare il proprio Dash con due fustini. La risposta che trovava però era sempre negativa in virtù della prova “Dash lava più bianco che più bianco non si può” che il detersivo “di marca “sapeva offrire. In questo modo si affermava, forse in modo un po’ semplicistico, il sostanziale principio della prevalenza del parametro della qualità anche se ad un prezzo superiore rispetto a quello della quantità, disponibile ovviamente ad un prezzo inferiore.

    A distanza di 44 anni questo scambio trova finalmente un suo estimatore e quindi viene finalmente accettato dal nuova Ministro della Pubblica Amministrazione invertendo di fatto il principio stesso della prevalenza del parametro delle qualità sulla quantità.

    L’apparato statale, nella sua complessità, ha perso circa 12,5 punti di produttività, 87,5 dal 1999 (base 100 come valore), fino all’inizio della pandemia quando, viceversa, il settore privato lo aveva aumentato al 127. Con l’introduzione dello smart working, inevitabile risposta alla ondata pandemica, si è assistito ad una ulteriore caduta della produttività nella P.A., con picchi anche del -40%, all’interno di alcuni comuni particolarmente congestionati. E’ quindi evidente come il primo problema possa venire individuato nella qualità del servizio prodotto dalla pubblica amministrazione aggiunto alla tempistica e alla sua aderenza alle necessità dell’utenza professionale così come del normale cittadino.

    A fronte di tale situazione ormai insostenibile, specialmente all’interno di un mercato competitivo, il concetto di time-to-market dovrebbe essere assolutamente applicato anche alla pubblica amministrazione invece il neo Ministro della Pubblica Amministrazione preferisce utilizzare il parametro quantitativo rispetto a quello qualitativo e professionale.

    Sembra incredibile, infatti, come nella “rivoluzione” proposta dal neo ministro (così viene definita dallo stesso) nella pubblica amministrazione vengano individuati per il conseguimento dei duplici obiettivi, cioè il ringiovanimento dei funzionari della struttura amministrativa unito ad una lotta concreta alla disoccupazione, avvenga attraverso un percorso singolare.

    Il primo passo (1) viene individuato nell’accompagnare attraverso uno scivolo pensionistico di cinque (5) anni un funzionario verso il raggiungimento dei requisiti pensionistici (con un costo aggiuntivo a carico dello Stato) per scaricarlo infine nei costi della sempre statale INPS.

    All’interno di questa operazione “strategica” la pubblica amministrazione dovrebbe assumere due giovani “ricercatori”, ed ecco chiaro il secondo passo (2), che dovrebbero sostituire il funzionario in uscita: entrambi con uno stipendio pari al 50% del prossimo pensionato. L’imbarazzante sintesi tra il punto 1 e 2 porterebbe ad un aumento della spesa pubblica ma anche ad un progressivo svilimento dell’intera struttura come emerge ai punti A B C.  A) Scivolo di 5 anni da finanziare con risorse pubbliche, B) Aumento della spesa pensionistica, C) Svalutazione dell’incarico amministrativo dei neo assunti determinato attraverso un imbarazzante riduzione retributiva del 50%.

    In questo contesto, ovviamente, la produttività e il riconoscimento delle nuove professionalità all’interno delle stessa pubblica amministrazione subirebbero un ulteriore insopportabile declino.

    Tutto questo sarebbe imputabile non solo alle qualità dei nuovi funzionari, la cui retribuzione indica il valore che viene attribuito alle loro mansioni, ma anche alla dispersione di cinque anni delle capacità dei profili professionali dello stesso funzionario avviato alla pensione.

    A differenza della proposta dell’attore Paolo Ferrari il Ministro della Pubblica Amministrazione non solo accetterebbe lo scambio tra il Dash con i due fustini ma aggiungerebbe un ulteriore onere aggiuntivo. Dopo avere acquistato il fustino Dash questo verrebbe lasciato inutilizzato, a disposizione per poi usare i due fustini acquistati a loro volta: dallo scambio di uno fustino per due si passerebbe all’acquisto dei tre fustini con un onere aggiuntivo per il bilancio dello Stato.

    La sommatoria di questa brillante strategia andrà ancora una volta interamente a carico dello Stato e contemporaneamente risulterà disastrosa sia in termini economici e produttivi che professionali.

    La pubblica amministrazione dovrebbe innanzitutto regolarizzare i propri rapporti professionali con l’esercito di precari che ha relegato ai margini delle politiche del lavoro diventando la prima responsabile del precariato in Italia. Solo successivamente, sanata questa ferita sociale, si potrebbe anche pensare di adottare la Dash Economy tanto cara al nuovo Ministro della Pubblica Amministrazione.

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