Elezioni europee

  • La Brexit e le elezioni europee

    Paradossale e stravagante il risultato del voto europeo nel Regno Unito, voto che ha ulteriormente influito sulla Brexit e che si aggiunge alla crisi politica che ha travolto Theresa May, dimissionaria dal 7 giugno. Le elezioni infatti sono sopraggiunte dopo il referendum del 2016 che ha visto vincitori coloro che sostengono l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Da allora la politica inglese è stata centrata sulle modalità dell’uscita, ma il parlamento non ha mai approvato le proposte negoziate con l’UE dalla Premier May. Per ben tre volte la Camera dei Comuni ha respinto gli accordi raggiunti dalla May con i negoziatori dell’UE. La posta in gioco era un’uscita “morbida”, regolata con l’Europa, contro un’uscita “dura”, senza regole. Fino ad ora questa è la prospettiva che si presenta ed il paradosso è rappresentato da un Regno Unito che per uscire dell’UE partecipa alle elezioni del suo Parlamento, per abbandonarlo subito dopo, quando – e se – l’uscita  avverrà veramente. Già dai primi risultati, i media europei gridavano al successo travolgente di Nigel Farage, che con il suo partito, nuovo di due mesi, è riuscito a raggiungere il 31,6% dei voti (29 deputati), una percentuale  di tutto rispetto che pone il Brexit Party al primo posto, superiore di ben undici punti dal secondo partito, il Lib-Dem dei Liberali con il 20,3% (16 deputati). Al terzo posto risultano i Laburisti con il 14,1% (10 deputati) e subito dopo i Verdi con il 12,1% e 7 deputati. I Conservatori, cioè il partito di Theresa May e di David Cameron, il promotore dell’infausto referendum del 2016 sulla Brexit, si collocano al quinto posto con il 9,1% di voti e solo 4 deputati. Una clamorosa sconfitta, dalla quale sarà difficile che possano risorgere in tempi brevi, a meno che le sorti della Brexit non prendano altre pieghe dopo queste elezioni europee. Farage ha vinto, dunque, ma in Europa, nel nuovo Parlamento appena eletto, sarà una degna, ma esigua minoranza. Un po’ come Salvini: vincitore in patria, ma perdente in Europa. Infatti, comunque si guardino i risultati del Regno Unito, una netta maggioranza di elettori, il 55,3%, è andata per i partiti orientati a rimanere nell’Unione europea, mentre quelli favorevoli all’uscita hanno raggiunto solo il 44,7%. Una differenza di 10 punti è notevole e sta a significare che se Nigel Farage è in testa ai risultati di voto, la maggioranza degli inglesi è saldamente a favore del rimanere in Europa. Nei prossimi mesi c’è da aspettarsi dunque una forte contrapposizione tra chi propugna la Brexit e chi proporrà un secondo referendum, che sarà tenacemente avversato con tutti i mezzi, proprio perché è ormai chiaro che i favorevoli alla Brexit, soprattutto ad una Brexit senza accordi (no deal) sono una minoranza. Le elezioni hanno anche dimostrato che una posizione pro Brexit è costata una secca perdita di voti per i Laburisti. Le titubanze del loro leader, Jeremy Corbyn, e la sua indecisione verso una presa di posizioni chiara e netta ha favorito i Verdi, che ora si distanziano dai Laburisti da soli 2 punti. I Conservatori, più che con gli elettori, sono ora impegnati nella scelta di un leader che sostituisca la May. Le candidature sono diverse e per ora la più pregnante sembra quella dell’ex ministro degli Esteri Boris Johnson, già sindaco di Londra ed ex ministro degli Esteri, personaggio ingombrante e rumoroso, avversario tenace della May. I giochi non sono ancora fatti e molto dipenderà dai membri che sono contro la Brexit.

  • Siamo alla vigilia delle Elezioni europee

    Mancano 13 giorni alle elezioni del Parlamento europeo e non si ha l’impressione d’essere in campagna elettorale. E’ vero che rispetto al passato i metodi propagandistici sono cambiati. Niente più comizi, o quasi. Niente manifesti appiccicati da tutte le parti. Niente volantini nelle buche delle lettere, casa per casa. Nemmeno la televisione pubblica, che poi è una televisione dei partiti al governo, riserva programmi speciali ogni sera per presentare i candidati delle varie liste. Sono nate, invece, molte iniziative sul web. Richiami continui ad andare a votare si succedono a immagini che ricordano fatti significativi del passato. Ma non si pubblicizzano programmi e temi in particolare, che potrebbero rappresentare altrettanti capitoli d’impegno per il futuro. I partiti sono restii ad impegnarsi su questo terreno. Quasi tutti invece parlano di cambiamento. Bisogna cambiare questa Europa, vogliamo un’Europa diversa. Nessuno però dice che cosa deve cambiare e quali proposte i partiti presentano. L’Europa diversa che auspicano, in che cosa deve diversificarsi. Lo immaginiamo: nella gestione dell’immigrazione, nella modifica dell’austerità, nel lasciare più spazio agli Stati che spendono oltre il dovuto, ecc. Sono lamentele che sentiamo da anni. Ma in che cosa deve consistere la diversità? Nel lasciare maggiore autonomia agli Stati in ordine alla politica di bilancio?  Perché allora non presentare proposte concrete per modificare gli articoli dei trattati che si riferiscono a questo argomento, o per cambiare le direttive o i regolamenti che impongono queste norme restrittive? Dire che bisogna cambiare è semplice e facile. Troppo facile! Dire invece come e che cosa, richiede una maggiore conoscenza della questione e una capacità politica che riesca ad aggregare altri Paesi alle proposte che si formulano. Già è difficile emendare le norme esistenti. Ancor più difficile, per non dire impossibile, immaginare che l’attuale governo italiano riesca ad aggregare consensi tra i 27 Paesi membri per delle riforme che non sono ancora concertate e che forse non esistono ancora nemmeno nelle menti dei partiti che parlano di Europa diversa o da cambiare. Sono penosi i discorsi che ogni tanto si sentono sull’Europa. Quelli che sono contrari, non hanno il coraggio di dichiararlo apertamente, dato che i sondaggi indicherebbero una maggioranza a favore del rimanere nell’Unione europea e del mantenimento dell’euro. Quelli che sono a favore non dicono quali sono i vantaggi dello stare insieme e quelli ottenuti con l’uso della moneta comune. C’è una certa reticenza da entrambe le parti. Da un lato, nel non dire tutto il male che si pensa dell’Europa, anche quando questo male esiste (la mancanza di una politica estera, per es.); dall’altro nel non dichiarare esplicitamente che l’UE si deve trasformare in Unione politica, in modo da essere in grado di gestire una politica estera comune, insieme ad una politica di difesa e di sicurezza. Il che presuppone un finanziamento europeo della politica di difesa e una riduzione del finanziamento della protezione americana. Quindi maggiori spese a carico dell’Europa in questo settore, dato per scontato che le alleanze militari nell’ambito della Nato rimarrebbero agibili. Un’Europa con una sua voce autonoma e sovrana nell’ambito della politica internazionale presuppone una sua capacità autonoma di difesa, sia pure nel rispetto delle alleanze e dei trattati sottoscritti. E’ già difficile da raggiungere una sovranità europea. Immaginiamo un attimo quali potrebbero essere le difficoltà oggettive di una sovranità nazionale. Siamo sovranisti, ma per una sovranità europea da raggiungere il più rapidamente possibile. Quella nazionale renderebbe impossibile quella europea e con la sua eventuale realizzazione dalla padella si cascherebbe nella brace. Il futuro dell’Europa passa da questi traguardi ambiziosi. Ma bisogna essere ambiziosi per immaginarli e per volerli. Temiamo che i capi dei nostri partiti in competizione per le europee di ambizione di questo tipo, invece, ne abbiano poca. Ne hanno molta, moltissima per il potere, che purtroppo, all’Europa serve ben poco. Non ci rimane che sperare nella saggezza del popolo elettore, il quale non andrà certamente a votare nella proporzione dell’85,6 per cento, come nelle prime elezioni europee del 1979, ma che potrebbe non fare sfigurare l’Italia e votare per quei partiti favorevoli al sovranismo europeo. Avrà questa legittima ambizione l’elettore italiano?

  • Facebook adotta precauzioni per evitare manipolazioni degli elettori in vista delle europee

    Facebook ha annunciato l’adozione da marzo di nuovi strumenti volti a contrastare le interferenze esterne nei processi elettorali nell’Unione europea in vista delle elezioni europee del 26 maggio, per le quali la Commissione europea, alla luce del caso Cambridge Analytica, aveva espresso preoccupazioni. “A fine marzo lanceremo dei nuovi tool per aiutare a evitare l’interferenza esterna nelle prossime elezioni e per rendere più trasparenti le inserzioni politiche su Facebook”, ha scritto in un post la responsabile del gruppo per le elezioni in Europa, Anika Geisel.

    Nel post della Geisel si legge che “per pubblicare annunci politici o relativi a tematiche di rilievo e molto dibattute legate alle elezioni del Parlamento Europeo, gli inserzionisti dovranno confermare la loro identità e includere informazioni aggiuntive su chi sia il responsabile dei loro annunci”. Gli strumenti che verranno lanciati a marzo riguarderanno non solo gli annunci delle campagne politiche, ma anche gli annunci relativi a “temi di interesse pubblico”, ossia “che non menzionano un candidato o un partito, ma che riguardano tematiche molto discusse e di rilievo”. “Continua a migliorare” anche “il nostro lavoro per combattere le notizie false”, scrive la manager, in parallelo al programma di fact checking, che “stiamo continuando ad ampliare” e che attualmente copre contenuti in 16 lingue. “Per coordinare meglio le nostre attività nelle ultime settimane prima” delle elezioni Ue, “basandoci sul lavoro svolto nei mesi scorsi – ha annunciato quindi Geisel – abbiamo in programma l’apertura di nuovi centri operativi specializzati” per “l’integrità delle elezioni”, compreso uno a Dublino.

    A Bruxelles il responsabile per gli affari globali di Facebook, Nick Clegg, che si trova nella capitale belga per un giro d’incontri in Commissione europea, ha reso noto che saranno inoltre rese accessibili molte più informazioni alle persone sulle inserzioni politiche e ha precisato tra l’altro che chi vorrà pubblicare le inserzioni politiche su Facebook dovrà prima essere autorizzato dal gruppo per farlo.

    Intanto il Parlamento Ue ha lanciato un nuovo portale per spiegare come votare in ogni Stato membro o dall’estero, disponibile in ventiquattro lingue (www.elezioni-europee.eu). Il portale, che include anche una sezione che spiega come votare dall’estero, contiene informazioni sull’Eurocamera e sui candidati per le europee, ed illustra le regole di voto nazionali per ciascun Paese, incluse le informazioni sulla data delle elezioni, i requisiti di età richiesti per votare, i termini di registrazione, i documenti necessari per iscriversi al voto, le soglie di sbarramento per i partiti politici e il numero totale di deputati da eleggere per Paese.

    La Commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo, in una risoluzione adottata con 49 voti a favore, 7 contrari e 2 astensioni, ha invece chiesto una risposta forte” alla propaganda ostile contro l’Ue, sanzioni contro i responsabili delle campagne di disinformazione e un maggiore coinvolgimento dei colossi hi-tech nella lotta alle fake news e ha condannato le azioni di Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, che puntano a minare “i principi fondanti della delle democrazie europee”, oltre che a influenzare le elezioni politiche.

    Gli eurodeputati chiedono che l’Ue e gli Stati membri adottino una “risposta ferma” per far fronte ai mezzi sempre più sofisticati utilizzati dagli opinion leader e dalle istituzioni controllate da Paesi terzi per diffondere la disinformazione, ad esempio verso app di messaggistica privata, l’ottimizzazione dei motori di ricerca, l’intelligenza artificiale, i portali online e le stazioni Tv. La risoluzione invita inoltre gli Stati membri che continuano a negare l’esistenza della disinformazione e della propaganda ostile, a riconoscerla e a mettere in atto misure per contrastarla. Tra le proposte contenute nella risoluzione, che sarà votata nella plenaria di febbraio, anche quella di introdurre sanzioni mirate contro quanti orchestrano o mettono in atto le campagne di disinformazione, oltre che la messa a punto di regole per la trasparenza online, inclusi i social media.

  • Verhofstadt propone un’alleanza a Macron per le Europee del 26 maggio

    I deputati liberali del Parlamento europeo vogliono formare un “movimento” antinazionalista con il leader francese Emmanuel Macron per contestare l’estrema destra delle elezioni europee del prossimo anno e Guy Verhofstadt, leader del gruppo liberale al Parlamento europeo, ha presentato l’offerta: «Siamo pronti a creare questa alternativa con Macron», ha detto Verhofstadt, ex primo ministro belga, al quotidiano francese Ouest-France. «Sarà qualcosa di nuovo – ha proseguito – un movimento, un’alternativa pro-europea ai nazionalisti. Il nostro gruppo è pronto a partecipare ora, senza aspettare. L’obiettivo è creare un gruppo decisivo nel futuro parlamento, uno strumento per fermare l’ondata nazionalista».

    Resta da vedere se la festa di Macron, La Republique en Marche, riprende l’offerta. «Non siamo pronti per un’alleanza», ha detto all’agenzia di stampa Reuters Christophe Castaner, il capo del partito. Ma Macron e Castaner stanno attualmente girando l’Europa per reclutare politici dalla mentalità simile a formare una nuova piattaforma pro-europea entro la fine dell’anno. L’iniziativa arriva dopo che Macron si è dichiarato «l’avversario principale» di un’asse nazionalista-populista guidata da Ungheria e Italia.

    Il gruppo liberale Alde ha 68 deputati al PE. Quella cifra potrebbe gonfiarsi a oltre 100 nella nuova formazione proposta con il partito di Macron. Il progetto di Macron ha anche attirato politici di centro-sinistra in Danimarca e Svezia. La piattaforma potrebbe diventare ancora più grande se attirasse deputati del gruppo Ppe di centro-destra, alle prese con un conflitto interno sul fatto che il leader ungherese Viktor Orban sia idoneo a restare un membro delle sue fila.

    «Queste soluzioni progressive che portiamo sono le più rispettose dei valori della nostra Europa, ma anche i più efficienti per affrontare le sue sfide», ha detto Macron dopo aver incontrato i leader di Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi.«Consideriamo questo come una cooperazione tra le forze progressiste che combatteranno l’estrema destra: dobbiamo formare una massa critica», ha detto Pieyre-Alexandre Anglade, parlamentare del partito Macron.

    Nel frattempo, le forze di estrema destra si sono unite ulteriormente, quando i populisti italiani e olandesi si sono incontrati a Cernobbio. Matteo Salvini, leader della Lega, ha anche collaborato con Steve Bannon, un capo dei media hard-right americano, che sta aprendo una consulenza a Bruxelles per aiutare la parte populista a vincere seggi nel prossimo maggio Voto dell’Ue. La collaborazione di Salvini con Bannon ha dimostrato che «questo è il posto giusto per l’unificazione del movimento populista in Europa», ha detto Mischael Modrikamen, l’uomo di Bannon a Bruxelles. Il partito italiano, che spera di conquistare un terzo dei seggi nel voto dell’UE, intende creare un “potere di blocco” nel Parlamento europeo che potrebbe paralizzare la legislazione dell’Ue, ha affermato Modrikamen.

  • Stavolta voto! Il Parlamento europeo lancia una piattaforma di partecipazione per tutti i cittadini dell’Unione

    In vista delle prossime elezioni europee del 26 maggio 2019 il Parlamento europeo lancia la campagna istituzionale per condividere informazioni ed opinioni sull’Europa. Stavolta voto! è una piattaforma che chiunque può far conoscere ad amici e conoscenti per partecipare tutti, in maniera attiva e consapevole, al processo democratico in vista delle elezioni. Si può aderire alla campagna attraverso il link https://www.thistimeimvoting.eu/it?recruiter_id=14441.  I sostenitori più attivi potranno essere coinvolti, sulla base della loro disponibilità, nella promozione di eventi a livello locale.

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