Emirati

  • Crescono le tensioni in Sudan intorno al corso del Nilo

    In Sudan il conflitto in corso tra le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf) si è di recente intensificato nello Stato del Nilo Azzurro, un’area che per la sua posizione al confine con Sud Sudan ed Etiopia è particolarmente esposta al rischio di una destabilizzazione regionale. Negli ultimi due mesi, le operazioni militari di entrambe le fazioni si sono intensificate in aree come Al Silk, Boot e Al Kurmok, con attacchi compiuti con droni e l’uso di tecnologie belliche avanzate, allo scopo di conquistare nuove porzioni di territorio. Nel contesto del conflitto e della più ampia gestione regionale nel Corno d’Africa il controllo del Nilo Azzurro rimane del resto un obiettivo militare significativo.

    Nello specifico, lo Stato sud-orientale confina con la regione etiope del Benishangul-Gumuz, dove si trovano tanto la contestata Grande diga della Rinascita etiope (Gerd) quanto il campo di addestramento di combattenti da integrare nelle fila delle Rsf rivelato da “Reuters”. L’inchiesta pubblicata il 10 febbraio ha dato prova del già acclarato coinvolgimento degli Emirati Arabi Uniti nel conflitto sudanese, rendendo di fatto evidente quello etiope e di altre potenze regionali. In seguito alla pubblicazione dell’inchiesta, a tre giornalisti di Reuters ad Addis Abeba è stato revocato l’accredito ed impedito di coprire il vertice dell’Unione africana tenuto nella capitale etiope il 14 e 15 febbraio.

    Un giorno dopo la pubblicazione dell’inchiesta, l’11 febbraio, il primo ministro Abiy Ahmed ha ricevuto ad Addis Abeba il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, prima che una delegazione di Riad guidata dal viceministro degli Esteri Waleed Al Khereiji si recasse l’indomani in Eritrea. La tensione tra Addis Abeba ed Asmara è aumentata di recente in modo esponenziale, con il rischio che un nuovo conflitto esploda fra i due Paesi a soli quattro anni dalla conclusione della guerra del Tigrè (2020-2022). Martedì 17 febbraio, intanto, è stato il turno del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di visitare l’Etiopia: a lui il premier Ahmed ha chiesto sostegno nelle rivendicazioni etiopi di accesso al mar Rosso, ricevendo invece un avvertimento sul fronte del riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland, fascicolo che per Erdogan “non apporterebbe beneficio ad alcuno”.

    In un’intervista rilasciata ad “Agenzia Nova“, l’ex ministro dell’Allevamento del Nilo Azzurro, Moneir Elias, ha da parte sua confermato la grave situazione umanitaria esistente nel Nilo Azzurro, dove continua ad aumentare l’afflusso di sfollati da diverse località della regione. Moneir prevede che la situazione peggiorerà con l’intensificarsi delle attività militari e la debole risposta delle organizzazioni umanitarie. Nelle sue considerazioni, l’ex ministro sudanese ha ricordato l’impatto che l’instabilità politica e la forte polarizzazione del dibattito stanno avendo sull’aumento delle tensioni interne al Sudan, con l’esplodere di nuovi conflitti intercomunitari.

    Da questo punto di vista non appare senza importanza il ruolo che i leader tribali stanno giocando all’interno del conflitto, con il loro schieramento a favore delle Saf o delle Rsf – sostenute dal Movimento di liberazione del Sudan – Nord (Splm-N) – fin dall’inizio della guerra, nell’aprile del 2023. La posizione del Nilo Azzurro tra Etiopia e Sud Sudan lo rende anche una regione contesa per le risorse e l’accesso all’acqua, e dopo la costruzione della diga Gerd – ha osservato Moneir – lo Stato del Nilo Azzurro ha acquisito maggiore importanza nella regione. Da parte loro, le Saf hanno incassato il sostegno del movimento islamista sudanese, influente nella regione etiope di Benishangul-Gumuz attraverso le organizzazioni religiose locali, con un impatto su tutta l’area che si è avverato destabilizzante. Per l’ex ministro, il potere economico giocherà un ruolo cruciale nel determinare chi potrà imporre la propria visione sul territorio. Il Nilo Azzurro vive sotto stato di emergenza dal 2022.

  • La Repubblica Centroafricana batte cassa con gli Emirati Arabi per pagare i mercenari russi

    Il presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadera, si sarebbe rivolto agli Emirati Arabi Uniti per finanziare le operazioni degli Africa Corps, i mercenari russi ex Wagner presenti nel Paese dal 2018. Lo riferiscono fonti di “Africa Intelligence”, secondo cui in cambio Bangui potrebbe fungere da snodo logistico per l’apparato di supporto degli Emirati a sostegno delle Forze di supporto rapido (Rsf) nella guerra in Sudan. Se confermata, la notizia confermerebbe le indiscrezioni di stampa secondo cui Touadera starebbe cercando di rafforzare i legami con Abu Dhabi, consentendo al presidente emiratino, Mohammed bin Zayed, di espandere la sua rete di alleanze militari e partnership strategiche in tutta l’Africa. Al centro di questa ambizione c’è la posizione geografica cruciale della Repubblica Centrafricana, potenziale fulcro del più ampio programma di sicurezza di Abu Dhabi nella regione.

    La mossa di Mohammed bin Zayed è ampiamente vista come un tentativo di spianare la strada alla creazione di avamposti militari negli Emirati, garantendo al contempo l’accesso alle vaste risorse naturali della Repubblica Centrafricana, con l’oro in cima alla lista. Secondo quanto riportato dalla stessa “Africa Intelligence” in un articolo datato 31 marzo 2025, tuttavia, le ambizioni degli Emirati vanno oltre la presenza militare sul territorio e prevedono la creazione di una rete regionale di raccolta ed elaborazione di informazioni di intelligence, il che dimostra un interesse strategico più profondo nel cuore del continente. Gli Emirati puntano, in particolare, ad utilizzare il territorio dell’Africa centrale come trampolino di lancio strategico per lo schieramento di truppe e armi in Sudan, un conflitto in cui Abu Dhabi è emerso come attore chiave, sostenendo le Rsf guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come “Hemeti”.

    Questa diplomazia militare, come sottolinea “Africa Intelligence”, è guidata tanto da calcoli finanziari quanto dal desiderio di trasformare la Repubblica Centrafricana in un polo di sicurezza sub-regionale, un’ambizione che sembra essere in stretta sintonia con l’agenda dello stesso presidente Touadera. Secondo “Africa Intelligence”, la scelta della Repubblica Centrafricana risiede nella geografia del Paese, e in particolare della regione di Vakaga, al confine con il Ciad e il Sudan: una zona remota e instabile, considerata strategicamente vitale per le crescenti ambizioni regionali di Abu Dhabi, essendo stata teatro di operazioni intermittenti da parte delle Rsf negli ultimi due anni, fin dallo scoppio della guerra in Sudan. Gli Emirati, del resto, sono stati accusati sempre più spesso di sostenere le forze di Dagalo, fornendo al gruppo paramilitare finanziamenti, armi e persino cure mediche per i suoi combattenti feriti. Accuse che hanno raggiunto la scena internazionale, tanto che Khartum ha intentato una causa contro Abu Dhabi presso la Corte internazionale di giustizia (Cig).

    Il 15 giugno 2024, inoltre, un rapporto degli esperti delle Nazioni Unite ha rivelato che le Rsf hanno utilizzato la città di confine di Umm Dafuq, adiacente alla Repubblica Centrafricana, come “importante snodo logistico” e “linea di rifornimento” per reclutare nuovi combattenti. Nel frattempo, nella città settentrionale di Birao, capoluogo della prefettura di Vakaga, sarebbero in corso trattative tra gli Emirati e le autorità di Bangui. Al centro dei colloqui ci sarebbe l’accesso a una piccola pista di atterraggio che potrebbe servire a rafforzare la logistica militare di Abu Dhabi vicino al fronte sudanese, una mossa ampiamente considerata volta a sostenere le linee di rifornimento delle Rsf. Negli ultimi mesi sarebbero in corso lavori per rendere la pista di atterraggio adatta a piccoli aerei, in una zona parzialmente controllata dai membri dell’ex gruppo russo Wagner, che si dice supervisionino le attività e le visite degli ingegneri topografici emiratini. Per gli strateghi di Abu Dhabi il sito rappresenta un’opportunità per diversificare la loro presenza regionale e ridurre la dipendenza dalla base aerea di Umm Jarras, nel Ciad nord-orientale, una risorsa militare fondamentale attualmente sotto il controllo degli Emirati.

    Una delle ragioni principali dietro il passaggio degli Emirati Arabi Uniti da Umm Jarras a Vakaga potrebbe risiedere nelle crescenti tensioni interne allo stesso Ciad. L’uso del territorio e delle piste di atterraggio del Ciad da parte di Abu Dhabi ha provocato la reazione negativa di importanti figure politiche e di diversi generali di alto rango dell’influente gruppo etnico Zaghawa, cui appartiene il presidente Mahamat ibn Idriss Deby Itno, che hanno apertamente criticato il capo dello Stato per quello che descrivono come il suo coinvolgimento di fatto nella guerra in Sudan. Nonostante la forte opposizione all’interno della sua tribù, il presidente Deby continua a dipendere fortemente dal sostegno militare e finanziario emiratino. Abu Dhabi, scrive “Africa Intelligence”, intende espandere gradualmente la propria presenza nella Repubblica Centrafricana, utilizzando la piccola pista di atterraggio di Birao come banco di prova per questa nuova partnership militare. L’obiettivo non è semplicemente quello di trasformare la pista di atterraggio in una base militare, ma anche di renderla un polo logistico per il trasporto di equipaggiamenti in Sudan, nonché in un punto di sosta per le Rsf, che di recente hanno riconquistato la città di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, proprio grazie al sostegno decisivo degli Emirati.

    Secondo gli analisti, il coinvolgimento emiratino nella regione è guidato dai propri calcoli strategici e potrebbe essere considerato come un potenziale fattore di infiammabilità in un’area già di per sé instabile. Una mossa del genere rischia di minare l’autorità del presidente ciadiano Deby e potrebbe portare a sviluppi imprevedibili nella guerra per procura degli Emirati in Sudan. Anche considerando le dinamiche interne della Repubblica Centrafricana, nonostante il crescente malcontento tra gli alleati di Touadera e una frattura con diversi alti dirigenti militari e della sicurezza accusati di favorire Dagalo rispetto all’esercito sudanese, il presidente centrafricano è finora riuscito a mantenere i suoi legami con l’esercito sudanese, sebbene con meno intensità rispetto a prima. Mohammed bin Zayed starebbe cercando di sfruttare a suo favore queste fluttuazioni nei rapporti tra Touadera e il presidente del Consiglio sovrano sudanese Abdel Fattah al Burhan. D’altro canto, i legami sempre più stretti tra la Repubblica Centrafricana e gli Emirati stanno suscitando serie preoccupazioni tra i partner del Paese e i donatori europei. Le Nazioni Unite e la loro missione nella Repubblica Centrafricana hanno espresso profonda preoccupazione per la possibilità che il conflitto in Sudan si estenda alla regione su scala molto più ampia, a causa delle politiche espansionistiche degli Emirati e della Russia nell’area. Di qui l’importanza che viene attribuita ai confini della Repubblica Centrafricana, che rivestono un’importanza economica strategica data l’enorme ricchezza mineraria inutilizzata del Paese.

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