Etiopia

  • Ethiopia PM hits out at Eritrea over atrocities in Tigray

    Ethiopia’s Prime Minister Abiy Ahmed has hit out at Eritrea’s army for committing atrocities during the two-year war in the northern Tigray region, which ended in 2022.

    Eritrean forces fought alongside the Ethiopian army against local Tigrayan fighters for control of Tigray, which borders Eritrea.

    In an address to parliament, Abiy admitted for the first time that Eritrean troops had massacred people in Aksum – allegations Eritrea had previously denied following reports of mass killings that took place in the historic city over two days in November 2020.

    It is the latest twist in a volatile relationship between the two Horn of Africa neighbours, who flip flop from being friends to enemies.

    Abiy won the Nobel Peace Prize in 2019 for ending a 20-year military stalemate with Eritrea over a border dispute.

    Friendly relations were forged further during the Tigray war, but have of late given way to a war of words over the Red Sea – something landlocked Ethiopia wants access to through Eritrea.

    Ethiopia’s foreign ministry has also recently accused Eritrea of changing allegiances in Tigray – leading to fears of a renewed conflict in the region.

    The African Union (AU) brokered a deal between the government and the Tigray People’s Liberation Front (TPLF) to end the brutal Tigray war in November 2022, but Eritrea was not a signatory to the Pretoria Agreement.

    At the time Asmara opposed the truce, arguing it should not have been concluded before the TPLF was fully defeated.

    All sides were accused of committing atrocities during the Tigray war – with some of the worst abuses blamed on Eritrean troops.

    Most communications to the region were cut off during the war – and journalists were not granted access, but the BBC and rights groups like Amnesty International were able to piece together what happened in Aksum.

    Witnesses recounted how hundreds of unarmed civilians were killed by Eritrean soldiers – many of them boys and men – during house-to-house raids on 28 and 29 November 2020.

    Abiy had told parliament on 30 November 2020 that “not a single civilian was killed” during the operation.

    But during his parliamentary address on Tuesday the prime minister admitted that there had been mass killings of young people by Eritrean soldiers.

    He added that during the war when allied forces began taking control of Tigray’s cities, Eritrean troops had demolished homes, looted properties, destroyed industries and seized machinery in places such as Adwa, Aksum, Adigrat and Shire.

    Abiy said he had dispatched envoys to Eritrea during the conflict, urging its government to halt the destruction and killings.

    His comments came as passenger flights between Ethiopia’s capital, Addis Ababa, and cities in Tigray resumed on Tuesday morning after a five-day suspension.

    They had been cancelled because of clashes between the federal army and Tigray fighters in a disputed area of western Tigray – sparking fears of a return to conflict.

    An AU envoy estimated that 600,000 people were killed during the two-year Tigray war.

  • L’Etiopia punta su Mosca e Pechino per svilupparsi

    In un momento di forte instabilità finanziaria interna e di crescente isolamento dai tradizionali partner occidentali, l’Etiopia sembra aver scelto una traiettoria sempre più orientata verso Est. Il Paese del Corno d’Africa, specie dall’avvento al potere del primo ministro Abiy Ahmed, ha infatti rafforzato in modo deciso i suoi legami con due potenze globali: la Cina, da una parte, e la Russia, dall’altra. Se Pechino è diventata il primo interlocutore di Addis Abeba per quanto riguarda le questioni economiche e commerciali, Mosca si propone come partner strategico nel trasferimento tecnologico, sostenendo l’ingresso dell’Etiopia nell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e investendo nel settore energetico ad alto valore aggiunto. Una strategia, quella etiope, che risponde all’esigenza di superare l’attuale crisi economica interna, ma che costituisce anche una precisa scelta geopolitica che potrebbe ridefinire il ruolo dell’Etiopia nel contesto africano e internazionale. È in questo contesto che il governo di Addis Abeba ha avviato negoziati con la Cina per convertire una parte del suo debito di oltre 5,3 miliardi di dollari in prestiti denominati in yuan. Ad annunciarlo è stato il governatore della Banca centrale etiope (Nbe), Eyob Tekalign, che in un’intervista rilasciata a “Bloomberg” ha definito Pechino “un partner molto importante” per il Paese dell’Africa orientale. “Il volume degli scambi e degli investimenti è in crescita”, ha detto Eyob, “quindi ha davvero senso organizzare uno swap (scambio) valutario, anche in termini di conversione”.

    Il governatore ha ammesso che si tratta di una strategia ancora “in fase di elaborazione”, ma ha confermato l’invio di una richiesta ufficiale di colloqui a Pechino su cui le due parti “stanno lavorando”. Il governatore ha inoltre dichiarato che sono in corso trattative con l’Export-Import Bank of China e la People’s Bank of China (Pbc) in tal senso. Dopo la sua nomina a governatore della Nbe, del resto, Eyob Tekalign ha fatto della Cina la sua prima destinazione ufficiale, effettuando una missione a capo di una delegazione di alto livello volta a far avanzare i colloqui sulla ristrutturazione del debito e rafforzare la cooperazione economica. Durante le recenti riunioni annuali della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale (Fmi), Eyob ha avuto anche dei colloqui bilaterali con il governatore della Banca popolare cinese (Pbc), Pan Gongsheng, incentrati sul rafforzamento della cooperazione finanziaria tra Etiopia e Cina. Gli incontri hanno fatto seguito all’accordo di ristrutturazione del debito recentemente concluso con il Comitato ufficiale dei creditori, copresieduto da Cina e Francia, con l’obiettivo di accelerare il processo di ristrutturazione del debito etiope. Se i negoziati dovessero andare in porto, l’Etiopia sarebbe il secondo Paese africano dopo il Kenya a rivolgersi a Pechino per convertire parte del suo debito in prestiti denominati in yuan. Accordi simili sono già stati stipulati da Sri Lanka e Ungheria.

    Nonostante le continue problematiche legate al debito, i titoli di Stato dell’Etiopia hanno recentemente raggiunto il livello più alto dal 2021. La scorsa settimana l’agenzia Fitch ha confermato il rating di default a lungo termine dell’Etiopia a “Restricted Default”, citando il persistente default del suo Eurobond e di altri debiti esteri commerciali. Fitch ha osservato che il governo sta cercando di ristrutturare circa 15 miliardi di dollari di debito estero e ha compiuto “notevoli progressi” nelle riforme macroeconomiche, tra cui la liberalizzazione del tasso di cambio e il controllo dell’inflazione. In questo quadro, nel luglio scorso l’Etiopia ha siglato un memorandum d’intesa con i creditori ufficiali per un alleggerimento del debito di 2,5 miliardi di dollari fino al 2028, con accordi bilaterali – compresi quelli con la Cina – attualmente in fase di finalizzazione. I colloqui sul debito in Etiopia si svolgono tuttavia in un contesto di prolungata incertezza finanziaria per il Paese africano. Il governo etiope ha infatti annunciato la scorsa settimana che i negoziati con gli obbligazionisti si sono arenati a causa di disaccordi su questioni chiave. Nonostante la situazione di stallo, le autorità di Addis Abeba hanno affermato che sono stati compiuti “progressi sostanziali” e si sono espresse ottimiste sulla ripresa dei colloqui “nel prossimo futuro”.

    L’Etiopia è stata dichiarata formalmente in default nel dicembre 2023, diventando nel giro di tre anni il terzo Paese del continente, dopo Zambia e Ghana, a essere insolvente sul suo debito estero. Le autorità di Addis Abeba non hanno allora saldato una cedola da 33 milioni di dollari richiesta per il suo unico titolo di Stato internazionale, un Eurobond da un miliardo di dollari. Già in precedenza le autorità etiopi avevano annunciato l’intenzione di dichiarare il default come conseguenza della crisi generata dalla pandemia di Covid-19 e dalla dispendiosa guerra di due anni condotta nel Tigrè, conclusa nel novembre 2022. La dichiarazione di insolvenza aveva determinato un declassamento da parte delle agenzie di rating del credito, a partire da Fitch, che ha rivisto al ribasso il suo giudizio da “CC” a “C”. A seguire, anche S&P Global Ratings ha declassato il Paese, inserendolo nella categoria “default” in quanto inadempiente sui suoi obblighi di pagamento, provocando il crollo in borsa dell’Eurobond etiope.

    La situazione estremamente delicata in cui versa l’economia etiope, del resto, spinge il governo del primo ministro Abiy Ahmed a cercare nuovi partner economici e commerciali. Così, parallelamente ai colloqui in corso con Pechino, Addis Abeba guarda in maniera crescente all’altra potenza orientale: la Russia. È in questo contesto che rientra la recente visita ufficiale di due giorni effettuata a Mosca dal ministro degli Esteri etiope Gedion Timothewos, che nel suo primo giorno di visita Gedion ha incontrato il ministro dello Sviluppo economico della Federazione Russa, nonché co-presidente della Commissione intergovernativa etiope-russa per la cooperazione economica, scientifica e tecnica e il commercio, Maksim Reshetnikov Gennadievich, con il quale ha discusso dell’importanza di rafforzare ulteriormente le relazioni di lunga data e multiformi tra Etiopia e Russia. Un incontro durante il quale, secondo quanto riferito in una nota del ministero degli Esteri di Addis Abeba, il ministro Reshetnikov ha ribadito il pieno sostegno della Russia all’adesione dell’Etiopia all’Omc. Il capo della diplomazia etiope ha inoltre tenuto colloqui con alti funzionari di Rosatom, la Società statale russa per l’energia atomica, e di altre agenzie competenti per esplorare modalità per migliorare la cooperazione bilaterale nei settori energetico e tecnologico.

    L’Etiopia e la Russia hanno recentemente formalizzato un piano d’azione per promuovere lo sviluppo di un progetto di energia nucleare in Etiopia, nell’ambito di una più ampia tabella di marcia per la cooperazione discussa durante la visita del primo ministro Abiy Ahmed a Mosca, il mese scorso. L’accordo è stato stipulato il 25 settembre scorso tra Alekseij Likhachev, direttore generale di Rosatom, e il ministro Gedion Timothewos, e delinea le misure concrete per la cooperazione tra Rosatom e l’Ethiopian Electric Power Corporation (Eepc) per la realizzazione di una centrale nucleare in Etiopia. In quel frangente, entrambe le parti hanno anche sottolineato la volontà di promuovere la cooperazione in materia di energia e infrastrutture, come già affermato nell’accordo intergovernativo del 2017 sulla cooperazione nell’uso pacifico dell’energia nucleare. È in questo contesto che, lo scorso 14 ottobre, il governo etiope ha approvato l’istituzione di una commissione parlamentare per l’energia nucleare, che sarà guidata dal capo di gabinetto del primo ministro Abiy Ahmed, Sandokan Debbebe.

    La commissione, nelle intenzioni del governo, avrà il compito di “guidare e coordinare l’uso pacifico della tecnologia nucleare” da parte dell’Etiopia, secondo gli standard internazionali. Il mandato prevede la supervisione dell’applicazione della scienza nucleare in settori chiave come la produzione di energia elettrica, lo sviluppo industriale, la sicurezza alimentare, l’assistenza sanitaria, la ricerca scientifica e l’innovazione. L’istituzione della commissione rappresenta un ulteriore segno della volontà del primo ministro Abiy Ahmed di investire sull’energia nucleare. In occasione dell’inaugurazione della Grande diga della rinascita etiope (Gerd), lo scorso 9 settembre, il premier etiope aveva annunciato investimenti per 30 miliardi di dollari in un progetto che prevede la costruzione di due centrali nucleari, da realizzare fra il 2032 e il 2034, entrambe con una capacità di circa 1.200 megawatt (Mw). Oltre al progetto nucleare, l’Etiopia mira a costruire una raffineria di petrolio, un impianto di gas e un nuovo grande aeroporto.

  • Etiopia e Somalia riallacciano le relazioni diplomatiche

    Inizia a prendere corpo lo storico accordo siglato lo scorso 11 dicembre ad Ankara tra Etiopia e Somalia, volto a porre fine alla grave crisi diplomatica innescata dal controverso memorandum d’intesa firmato il primo gennaio 2024 dal governo etiope con le autorità del Somaliland. Nel corso del fine settimana il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud ha infatti effettuato la sua prima visita bilaterale ad Addis Abeba dall’inizio della crisi, incontrando il primo ministro etiope Abiy Ahmed, con il quale ha concordato il pieno ripristino delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi.

    In un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro, avvenuto sabato 11 gennaio, i due leader hanno concordato di migliorare la cooperazione in materia di sicurezza, incaricando le agenzie competenti di collaborare in modo più efficace nella lotta ai gruppi estremisti nella regione, e hanno discusso del rafforzamento delle relazioni commerciali, della costruzione di infrastrutture congiunte e della promozione degli investimenti per promuovere la prosperità di entrambi i Paesi.

    La visita di Mohamud ha fatto seguito a quella effettuata a Mogadiscio lo scorso 2 gennaio dalla ministra della Difesa etiope Aisha Mohamed Mussa, che è servita anche a definire la partecipazione delle truppe etiopi nella nuova Missione di supporto e stabilizzazione dell’Unione africana in Somalia (Aussom) – che dal primo gennaio ha preso il posto della Missione di transizione dell’Unione africana in Somalia (Atmis) – dopo che le continue schermaglie con Addis Abeba avevano spinto il governo di Mogadiscio a minacciare l’esclusione dell’Etiopia dal contingente a beneficio delle unità egiziane, sollevando una certa inquietudine nella regione.

    Non è un caso, del resto, se nello stesso giorno in cui Mohamud e Ahmed s’incontravano ad Addis Abeba, i ministri degli Esteri di Egitto, Eritrea e Somalia – rispettivamente Badr Abdelatty, Osman Saleh e Ahmed Moalim Fiqi – tenevano colloqui trilaterali al Cairo per discutere la sicurezza regionale. Nell’occasione, i tre ministri hanno concordato di tenere riunioni periodiche nel prossimo futuro e hanno discusso dei preparativi per l’organizzazione di un vertice trilaterale a livello presidenziale.

    La visita di Mohamud ad Addis Abeba, preceduta da quella di Mussa a Mogadiscio, s’inserisce nel quadro dell’accordo concluso l’11 dicembre ad Ankara fra Somalia ed Etiopia, con la mediazione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Una riunione al termine della quale era stata firmata la cosiddetta Dichiarazione di Ankara, che aveva aperto la strada a ulteriori negoziati per affrontare questioni ancora irrisolte, tra cui il futuro del Somaliland e le dispute territoriali.

    Tra gli impegni presi, Somalia ed Etiopia hanno concordato di avviare negoziati tecnici per definire accordi commerciali e logistici bilaterali, con particolare attenzione all’accesso sicuro e sostenibile dell’Etiopia al Mar Rosso. La Turchia ha svolto un ruolo centrale nella mediazione tra i due Paesi. Erdogan ha lavorato per garantire un dialogo costruttivo, incontrando separatamente Mohamud e Ahmed prima di facilitare l’accordo congiunto. Ankara negli ultimi anni ha ampliato la sua influenza nel Corno d’Africa. Con investimenti strategici sia in Somalia che in Etiopia, la Turchia ha dimostrato di essere un attore chiave nella regione.

    La Dichiarazione di Ankara ha consentito di porre fine alla disputa sorta con il memorandum d’intesa siglato a gennaio 2024 dall’Etiopia con il Somaliland, Stato separatista somalo non riconosciuto da Mogadiscio. In base all’intesa, le autorità di Hargheisa avrebbero dovuto concedere all’Etiopia un tratto di costa di circa 20 chilometri, consentendole così di avere un accesso al Mar Rosso e di costruire una base navale e un porto commerciale nella città di Berbera, in cambio del possibile riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland.

    Un accordo che Mogadiscio ha ritenuto da subito una palese violazione della sua sovranità territoriale. Dopo mesi di inconcludenti tentativi di mediazione internazionale e ripercussioni sulla stabilità regionale, i due Paesi hanno concordato di lavorare insieme per risolvere la disputa e iniziare i negoziati tecnici entro la fine di febbraio.

  • La Somalia caccia da Mogadiscio un consigliere diplomatico etiope

    Il ministero degli Esteri della Somalia ha dichiarato “persona non grata” il secondo consigliere presso l’ambasciata d’Etiopia a Mogadiscio, Ali Mohamed Adan, accusato di aver intrapreso attività “incompatibili” con il suo ruolo diplomatico. “Il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale della Somalia ha adottato misure ferme per salvaguardare gli interessi nazionali e rispettare gli standard diplomatici internazionali, sottolineando l’impegno della Somalia a proteggere la propria sovranità e a rispettare il diritto internazionale”, si legge in una nota. “(…) Tali azioni costituiscono una violazione della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche (1961), in particolare degli articoli 41 e 42, che impongono ai diplomatici di rispettare le leggi della nazione ospitante e di astenersi dal coinvolgimento nei suoi affari interni. Di conseguenza, il signor Ali Mohamed Adan è stato dichiarato persona non grata e gli è richiesto di lasciare la Somalia entro 72 ore dal ricevimento di questa notifica. Questa azione riafferma la dedizione della Somalia al mantenimento dei protocolli diplomatici internazionali e al mantenimento della sua sovranità nazionale”, conclude la nota.

    L’annuncio rappresenta l’ultimo sviluppo della crisi diplomatica tra i due Paesi, innescata dal controverso memorandum d’intesa siglato lo scorso primo gennaio dal governo dell’Etiopia e le autorità dell’autoproclamata Repubblica del Somaliland, in base al quale Addis Abeba otterrebbe un accesso al Mar Rosso tramite il porto di Berbera, in cambio del riconoscimento dell’indipendenza dello Stato separatista. Alla fine di settembre l’Etiopia ha schierato veicoli blindati e centinaia di uomini al confine con la Somalia, in seguito con il sequestro di alcuni aeroporti chiave nella regione somala di Ghedo, tra cui quelli di Luq, Dolow e Bardere, nel tentativo di impedire il possibile trasporto aereo di truppe egiziane nella zona. Gli scali costituiscono gli unici punti di accesso alle città nella regione di Ghedo, dal momento che le principali arterie stradali sono controllate dal gruppo jihadista Al Shabaab. La mossa è arrivata in risposta all’arrivo a Mogadiscio dei primi militari egiziani che saranno dispiegati negli Stati regionali di Hirshabelle, del Sudovest e di Galmudug, nell’ambito di un accordo di cooperazione militare siglato ad agosto dai governi di Somalia ed Egitto. In base all’accordo, un totale di 10 mila militari egiziani saranno inviati in Somalia: metà di questi (5mila) saranno integrati nella Missione di supporto e stabilizzazione dell’Unione africana in Somalia (Aussom) – che dall’1 gennaio 2025 subentrerà alla Missione di transizione dell’Unione Africana in Somalia (Atmis) – mentre gli altri 5mila saranno dispiegati in modo bilaterale.

  • L’Egitto invia consiglieri militari al governo della Somalia

    Prende corpo l’accordo di cooperazione militare siglato ad agosto dai governi di Somalia ed Egitto per l’invio a Mogadiscio di 10mila unità egiziane, da destinare per metà a iniziative bilaterali di difesa, per l’altra alla nuova Missione di supporto e stabilizzazione dell’Unione africana in Somalia (Aussom), che dal primo gennaio 2025 subentrerà alla Missione di transizione dell’Ua in Somalia (Atmis). Secondo quanto scrive il quotidiano “Somali Guardian”, consiglieri militari egiziani sono stati già dispiegati a sostegno di unità dell’esercito somalo presso linee di rifornimento critiche utilizzate dalle truppe etiopi in Somalia – dove sono impegnate nell’ambito della missione Atmis – per ostacolare qualsiasi ulteriore schieramento di truppe prima del loro ritiro, previsto entro il 31 dicembre. L’invio dei primi consiglieri, dunque, anticipa l’imminente arrivo a Mogadiscio del primo contingente vero e proprio che l’Egitto dovrà dispiegare a Mogadiscio entro la scadenza del 31 dicembre. Gli ultimi sviluppi sono destinati ad acuire ulteriormente le tensioni con l’Etiopia, le cui relazioni con il governo di Mogadiscio sono ai ferri corti per via del controverso memorandum d’intesa siglato lo scorso primo gennaio tra le autorità di Addis Abeba e quelle dell’autoproclamata Repubblica del Somaliland.

    L’invio dei militari egiziani in Somalia è stato approvato di recente dal governo somalo e sancito ufficialmente in occasione della recente visita ad Asmara del presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, che ha partecipato ad un vertice trilaterale con gli omologhi di Egitto ed Eritrea, rispettivamente Abdel Fattah al Sisi e Isaias Afwerki. In quell’occasione, i tre leader hanno inoltre stabilito la nascita di un’alleanza strategica che appare tesa ad arginare l’espansionismo etiope nel Mar Rosso. Nella dichiarazione congiunta diffusa al termine della riunione di Asmara, le tre parti hanno sottolineato “la necessità di rispettare assolutamente la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale dei Paesi della regione e di contrastare le interferenze nei loro affari interni con qualsiasi pretesto o giustificazione”, oltre che di “aderire ai principi e ai pilastri fondamentali del diritto internazionale come base indispensabile per la stabilità e la cooperazione regionale”. Al centro dell’attenzione la sicurezza nel mar Rosso e nello Stretto di Bab el Mandeb, riconosciuto quale “corridoio marittimo vitale”: nel documento i leader hanno “accolto con favore gli sforzi compiuti dall’Eritrea e dall’Egitto per sostenere la stabilità in Somalia e rafforzare le capacità del governo federale somalo”, e hanno espresso parere positivo sull’offerta dell’Egitto “di contribuire con truppe nel quadro degli sforzi di mantenimento della pace in Somalia”.

    I colloqui tra Egitto ed Eritrea sono poi proseguiti in seguito alla visita a sorpresa effettuata ad Asmara dal capo dell’intelligence egiziana Kamal Abbas, molto vicino al presidente Abdel Fattah al Sisi ed accompagnato dal ministro degli Esteri Badr Abdelatty. Gli alti funzionari egiziani, riferisce un comunicato, “hanno anche ascoltato le opinioni del presidente Afwerki sugli sviluppi nel Mar Rosso in merito all’importanza di trovare le circostanze giuste per ripristinare la normale navigazione marittima e il commercio internazionale attraverso lo stretto di Bab el Mandeb”, che collega il Mar Rosso al Mar Arabico. Insieme, i territori di Egitto ed Eritrea coprono circa 5 mila chilometri di costa del Mar Rosso, comprese le coste egiziane dei golfi di Suez e Aqaba, nonché 355 isole sotto la sovranità eritrea. L’Egitto controlla le zone settentrionali del Mar Rosso, compreso il canale di Suez che collega al Mediterraneo, mentre l’Eritrea si trova vicino allo strategico stretto di Bab el Mandeb.

    Al centro delle tensioni tra Somalia ed Etiopia c’è la firma del controverso memorandum d’intesa siglato lo scorso primo gennaio tra il governo etiope e le autorità dell’autoproclamata Repubblica del Somaliland, in base al quale Addis Abeba otterrebbe un accesso al Mar Rosso tramite il porto di Berbera, in cambio del riconoscimento dell’indipendenza dello Stato separatista. Il memorandum, come prevedibile, non è stato riconosciuto dalla Somalia, che lo considera una minaccia alla propria sovranità territoriale. Le tensioni tra Mogadiscio e Addis Abeba sono cresciute nelle ultime settimane e hanno raggiunto l’apice alla fine di settembre, quando il presidente Mohamud ha accusato l’esercito etiope di aver sequestrato aeroporti strategici nella regione somala di Ghedo – dove le truppe etiopi sono schierate nell’ambito della missione Atmis – e di aver iniziato ad armare le milizie dei clan in tutto il Paese, a causa delle tensioni derivanti dal memorandum.

    In un’intervista concessa all’edizione in arabo di “Al Jazeera”, Mohamud ha denunciato che l’Etiopia ha assunto il controllo totale della regione di Ghedo, dove continua ad armare le milizie dei clan per indebolire l’autorità del governo somalo. Interrogato sul memorandum d’intesa tra Etiopia e Somaliland, Mohamud ha ribadito che Addis Abeba non mira soltanto ad ottenere un accesso al Mar Rosso ma sta cercando di annettere parti del territorio somalo. “L’Etiopia non vuole solo un porto; mira a stabilire un potere militare nel Mar Rosso, il che è completamente inaccettabile”, ha dichiarato il presidente somalo, per il quale l’Etiopia punta soprattutto a stabilire una base navale per assicurarsi il dominio marittimo della zona. Nelle scorse settimane l’Etiopia ha schierato veicoli blindati e centinaia di uomini al confine con la Somalia, in seguito con il sequestro di alcuni aeroporti chiave nella regione somala di Ghedo, tra cui quelli di Luq, Dolow e Bardere, nel tentativo di impedire il possibile trasporto aereo di truppe egiziane nella zona. La mossa è arrivata in risposta all’arrivo a Mogadiscio dei primi militari egiziani che saranno dispiegati negli Stati regionali di Hirshabelle, del Sudovest e di Galmudug, nell’ambito di un accordo di cooperazione militare siglato ad agosto dai governi di Somalia ed Egitto.

    Da tempo ai ferri corti con l’Etiopia per via del complicato dossier della Grande diga della Rinascita etiope (Gerd), già dall’inizio del 2023 l’Egitto è un attore chiave per la sicurezza in Somalia, contribuendo all’addestramento delle reclute dell’esercito somalo e alla fornitura di armi e munizioni e alla cura di soldati somali feriti negli ospedali militari egiziani. Sempre lo scorso anno, inoltre, Mogadiscio e Il Cairo hanno avviato colloqui per una più stretta cooperazione strategica, e da tempo circolano indiscrezioni di stampa – finora mai confermate – secondo cui Mogadiscio starebbe pensando di concedere all’Egitto una base militare nel centro-sud del Paese. A riavvicinare le posizioni di Egitto e Somalia, oltre alla comune minaccia etiope, è stato anche il disgelo nelle relazioni tra Il Cairo e lo storico alleato di Mogadiscio: la Turchia. Un disgelo che è stato sancito dalla recente visita effettuata ad Ankara dal presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi (la prima dal 2014). Una visita che ha indicato in modo chiaro e inequivocabile la rinnovata vicinanza tra i due Paesi dopo gli anni di gelo vissuti a partire dal 2013 a causa di posizioni divergenti sull’islam politico, ma anche su questioni geopolitiche regionali. Negli anni successivi al 2013, esattamente nel 2021, il disgelo fra il Qatar – principale punto di riferimento della Fratellanza musulmana – e il blocco di Paesi del Golfo formato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, insieme all’Egitto, ha infatti aperto nuovi spiragli alle relazioni fra Il Cairo e Ankara.

  • Ethiopia hits out at Egypt as Nile dam row escalates

    But for Ethiopia, the huge project, set to be the largest hydroelectric plant in Africa, is an integral part of its efforts to develop the country and get electricity to millions of households.

    The dam is nearing its completion, with the reservoir filling with water since 2020, and has already started generating power.

    Egypt, along with Sudan – through which the Nile also flows, have been raising concerns that their essential water supplies would be under threat, especially if there are successive years of drought.

    Multiple diplomatic efforts to reach a binding deal have not succeeded.

    The most recent efforts ended in December last year with both countries accusing the other of intransigence.

    In its letter to the Security Council, Ethiopia said Egypt was “only interested in perpetuating its self-claimed monopoly” over the river.

    In recent weeks, tensions across the Horn of Africa have grown, especially after a military pact was agreed between Egypt and Ethiopia’s eastern neighbour Somalia.

    Relations between Mogadishu and Addis Ababa deteriorated after landlocked Ethiopia signed a deal in January with the self-declared Republic of Somaliland over access to the sea and possible use of the coastline for a naval base.

    Somalia sees Somaliland as part of its territory and said the agreement was an act of aggression.

    This weekend, Ethiopia’s Prime Minister Abiy Ahmed warned against attacks on his country, saying anyone from “afar and nearby” daring to invade the country would be repelled.

    He did not specify which country he was talking about.

  • Gibuti mediatore per conto della Cina nelle dispute tra Somalia ed Etiopia

    Viene da Gibuti, dopo mesi di tensioni fra Somalia ed Etiopia, il primo concreto tentativo di appianare le tensioni scaturite nel Corno d’Africa in seguito alle rivendicazioni etiopi per l’accesso al mar Rosso. In un’intervista alla “Bbc”, il ministro degli Esteri gibutino Mahamoud Ali Youssouf ha annunciato l’intenzione del suo governo di concedere all’Etiopia la gestione del porto di Tagiura, terminal situato nel punto più settentrionale del Corno d’Africa, di fronte alle coste yemenite. La proposta, ha spiegato, mira a proporre una soluzione alla disputa diplomatica apertasi tra Etiopia e Somalia in seguito al controverso memorandum d’intesa che il governo di Addis Abeba ha firmato lo scorso primo gennaio con le autorità del Somaliland per ottenere l’accesso al mare, attraverso la concessione del porto di Berbera. Youssouf, che è anche un candidato quotato alla presidenza della Commissione dell’Unione africana, ha affermato che l’offerta gibutina rientra negli sforzi per allentare le tensioni nella regione, ormai “fonte di preoccupazione importante”.

    La proposta prevede che l’Etiopia gestisca il porto, situato a circa 100 chilometri dal confine etiope, e utilizzi potenzialmente un corridoio di nuova costruzione fra i due Paesi. Se le autorità etiopi non hanno al momento commentato la notizia, Youssouf ha fatto sapere che la proposta è stata già illustrata al governo di Addis Abeba dal presidente gibutino Ismail Omar Guelleh, e che questa sarà discussa nel dettaglio in occasione del Forum sulla cooperazione Cina-Africa (Focac), che si aprirà domani a Pechino. Operativo dal 2017 e sviluppato con la partecipazione dell’azienda veronese Technital, già coinvolta nel progetto dell’aeroporto di Gibuti, il porto di Tagiura – da cui l’Etiopia già dipende per oltre l’85 per cento delle sue esportazioni – è situato in una posizione ideale per servire l’entroterra e può ospitare navi fino a 65 mila tonnellate di portata lorda. Frutto di investimenti fino a 90 milioni di dollari, i suoi terminal sono stati progettati per gestire fino a quattro milioni di tonnellate di potassio, elemento che l’Etiopia punta ad esportare insieme al calcare ed al minerale di ferro. Il progetto consentirebbe a Gibuti di rafforzare il suo snodo marittimo e di smorzare le ambizioni del vicino Somaliland, offrendo allo stesso tempo un chiaro assist al suo partner principale: la Cina.

    Non a caso, è con l’omologo Xi Jinping che il presidente gibutino Guelleh ha stretto lunedì 2 settembre un accordo significativo, innalzando le relazioni bilaterali al rango di “partenariato strategico onnicomprensivo”. Pechino è disposta a sostenere Gibuti nella costruzione di un polo commerciale e logistico regionale e nella gestione di progetti come la ferrovia che collega Addis Abeba a Gibuti, ha detto Xi al termine di un colloquio bilaterale avvenuto a Pechino alla vigilia del vertice Focac. La Cina, che a Gibuti dispone della sua unica base militare all’estero, desidera infine “contribuire alla pace ed allo sviluppo nel Corno d’Africa”, ha concluso Xi. Un riferimento non troppo velato, forse, al recente dispiegamento in Somalia da parte dell’Egitto delle prime unità – secondo fonti sarebbero in tutto 10 mila – destinate a dare man forte alle esigenze nazionali e regionali di difesa ed antiterrorismo: circa 5 mila uomini saranno integrati nella Missione di supporto e stabilizzazione dell’Unione africana in Somalia (Aussom), la quale subentrerà una volta completato il ritiro dell’attuale Atmis; le altre 5 mila sosterranno il governo somalo in modo indipendente.

    Sullo sfondo delle ambizioni gibutine emerge chiara l’opportunità di integrare il progetto della Nuova via della Seta cinese (Belt and Road Initiative, Bri), di cui Gibuti ambisce a diventare uno snodo fondamentale. L’iniziativa assicura probabili investimenti cinesi tanto a Gibuti quanto all’Etiopia – fino ad oggi tagliata fuori dalla Bri per assenza di uno sbocco al mare – ed offre al governo gibutino la possibilità di ritagliarsi una visibilità internazionale sul sempre più competitivo ambito marittimo. Oltre a disporre di una propria base militare, operativa dal 2017 e situata a pochi chilometri da quella statunitense, Pechino ha infatti siglato nel 2022 con Gibuti un’intesa per la costruzione di una futura base di lancio nello spazio, ormai di fatto il quinto dominio del settore della difesa. Il progetto, da 1 miliardo di dollari, è stato affidato alla società cinese Hong Kong Aerospace Technology e dovrebbe vedere la luce proprio sul golfo di Tagiura entro il 2028.

  • ‘It was terrifying’ – escaping Ethiopia’s armed kidnappers

    Bekele’s sister is one of dozens of students from Ethiopia’s Debark University who have been missing for a week now – she got on a bus to go home at the end of the academic year, but never reached her destination.

    No-one in the family had been able to make contact with her, so when his mobile phone lit up, telling Bekele he had an incoming call from his sister, he swiftly pressed accept. The names of the people the BBC spoke to for this article have been changed for safety reasons.

    He was greeted by the voice he had longed to hear, but then an unfamiliar man’s voice came on, telling him that if he ever wanted to see his sister again, he needed to cough up 700,000 Ethiopian birr ($12,000; £9,400).

    Dozens of bus passengers, mostly students, were kidnapped by gunmen last Wednesday.

    Some managed to escape – and three of those who successfully broke away told the BBC they believe more than 100 people are still being held.

    The kidnappers rang Bekele three times, demanding the 700,000 birr ransom.

    Bekele fears the worst – he says that as a day labourer he can’t even afford to pay the captors 7,000 birr.

    He is far from alone – in recent years, Ethiopia has seen a dramatic surge in kidnapping-for-ransom.

    Oromia, Ethiopia’s largest region which surrounds the capital Addis Ababa, is worst affected.

    The security forces have been stretched thin in an effort to contain numerous conflicts that have broken out in Africa’s second most populous state, and it has led to increasing lawlessness.

    The people kidnapped last Wednesday were travelling in three buses, making their way to Addis Ababa from Debark University in the Simien Mountains, a well-known tourist destination.

    The vehicles came to an unexpected halt near Garba Guracha, a small town in Oromia.

    “There were gunshots and I heard repeated orders to run. I didn’t even know what we were doing,” Mehret, an animal science student travelling on one of the buses told the BBC.

    Law student Petros added: “They told everyone to get off. They started beating everyone [with sticks] and forced us to run to the woods close by. It was terrifying.”

    The gunmen forced their captives on a journey to a remote rural area where the Oromo Liberation Army (OLA) rebel group is believed to operate.

    The OLA says it is fighting for the “self-determination” of the Oromo ethnic group, Ethiopia’s biggest, but it has been classified as a terrorist organisation by the federal parliament.

    Mehret and Petros have said the OLA was behind their abduction, but the rebel group has not commented.

    OLA spokesman Odaa Tarbii has previously denied to local media that it carries out abductions to finance its operations, saying a weak federal government has allowed criminality to flourish.

    After being forced to run and walk for around two kilometres (1.2 miles), Mehret, Petros and some other abductees managed to escape.

    The gunmen were struggling to control the large group “so some of us hid under the bushes and waited until they went far”, Petros said.

    One student, who is still being held by the gunmen, managed to sneak a phone call to her family. She told them she had witnessed her captors killing some of the other students.

    “She has given up on life now,” a relative told the BBC. “She doesn’t think even paying ransom would win freedom.”

    The mass abduction has similarities to other abductions. Just over a year ago, more than 50 passengers travelling from the Amhara region to Addis Ababa were kidnapped.

    A local official said those who were able to pay a ransom were released, but did not specify what happened to those who could not.

    In another high-profile case, 18 university students in Oromia were said to have been kidnapped by armed attackers in late 2019. They have not been found until this day.

    The government faced fierce criticism for failing to secure their release and find the perpetrators.

    A few months after the students went missing, Prime Minister Abiy Ahmed told lawmakers that the kidnappers were “unknown people” and that there was no evidence “to say something bad happened” to the students.

    Although Oromia is a hotspot for abductions, kidnappers also operate elsewhere, such as the war-scarred regions of Tigray and Amhara.

    In March, kidnappers in Tigray captured a 16-year-old schoolgirl and demanded her parents pay a ransom of three million birr. The family reported the abduction to the police, but the schoolgirl’s dead body was found in June, leading to a national outcry.

    The hundreds of abductees across Ethiopia often endure cruel treatment, including torture, the state-affiliated Ethiopian Human Rights Commission (EHRC) says.

    The government has not yet commented on last Wednesday’s abduction and officials have not responded to BBC requests for comment.

    Some of the abductees’ relatives have accused the authorities of not giving the incident enough attention.

    “It is confusing why the authorities are neglecting the issue while our children have been taken away,” said Dalke, a farmer whose daughter was kidnapped.

    Another father said they just wanted their loved ones back.

    “We don’t have any money to offer [the kidnappers]. I sacrificed a lot to send my children to school… now all we do is cry and pray,” he said.

  • L’Eritrea rivendica territori in Etiopia

    Il governo dell’Eritrea sostiene che le sue truppe ancora presenti in Etiopia occupino in realtà “territori sovrani eritrei”, tornando a rivendicare una porzione di territorio contesa con Addis Abeba ai sensi dell’accordo di Algeri del 2000. Lo riferisce “The Reporter Etiopia”, precisando che Asmara fa riferimento in particolare alla città frontaliera di Badem e ad altri territori contesi sulla punta più settentrionale dell’Etiopia, zone che il governo del presidente Isaias Afwerki rivendica come eritrei. “Le truppe eritree si trovano all’interno dei territori sovrani eritrei senza alcuna presenza nella terra sovrana etiope”, si legge in una dichiarazione pubblicata lo scorso 28 febbraio dall’ambasciata eritrea nel Regno Unito ed in Irlanda, nella quale si afferma che le aree di confine sono sotto il controllo delle truppe eritree sin dal conflitto del Tigrè, durato due anni e concluso a novembre del 2022. Si tratta, si legge ancora, di “territori sovrani eritrei che il Tplf (il Fronte di liberazione popolare del Tigrè) ha occupato illegalmente ed impunemente per due decenni”.

    I termini dell’accordo di pace di Pretoria, che ha messo fine al conflitto tigrino, prevedevano il ritiro dal nord etiope delle forze alleate con il governo federale del premier Abiy Ahmed: fra queste le milizie regionali amhara, note come Fano; e le stesse truppe eritree, sebbene né le une né le altre fossero esplicitamente citate nel testo. È da questa assenza dell’Eritrea dalle trattative per l’accordo di pace, siglato a Pretoria il 2 novembre 2021, che il già precario equilibrio esistente fra Etiopia ed Eritrea dopo l’accordo di riconciliazione del 2018 si è sgretolato, portando le truppe eritree a mantenere le loro posizioni al confine ed impedendo agli abitanti di quelle zone di rientrare a casa dopo la fine del conflitto. Durante la guerra il governo etiope ha negato a lungo che le forze eritree fossero implicate nei combattimenti, nonostante ripetute denunce internazionali a questo proposito. I funzionari dell’amministrazione provvisoria del Tigrè e il suo presidente Getachew Reda denunciano da tempo al governo federale etiope quella che di fatto vivono come un’occupazione del loro territorio da parte delle forze eritree, che dopo la guerra non si sono mai ritirate oltre il confine.

    Lo scorso 28 febbraio, nel suo intervento al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite il vicesegretario generale Onu per i diritti umani Ilze Brands Kehris ha dichiarato che il suo ufficio “ha informazioni credibili che la Forza di difesa eritrea (l’esercito) rimane nel Tigrè e continua a commettere violazioni transfrontaliere, vale a dire rapimenti, stupri, saccheggi di proprietà, arresti arbitrari e altre violazioni dell’integrità fisica”. Secondo l’amministrazione tigrina, peraltro, il 52 per cento delle terre della regione etiope non è ad oggi coltivabile proprio a causa della presenza delle forze eritree ed amhara, esponendo la zona ad un altissimo rischio di carestia. Come sottolineato a “Ethiopian Reporter” dal vice capo dell’Ufficio regionale dell’agricoltura del Tigrè, Adolom Berhan Harifyo, il governo federale etiope non ha pienamente attuato l’accordo di Pretoria e la maggior parte delle aree che producono alti rendimenti nella regione sono state catturate dalle forze eritree. L’effetto finale è che su una previsione di raccolto di circa 15 milioni di quintali di grano a metà dell’anno fiscale in corso è stato possibile ottenerne solo 5 milioni, ovvero il 33 per cento del totale. Nella regione tigrina ci sono complessivamente 1,3 milioni di ettari di terreno coltivabile, di cui 640mila sono stati coltivati. In tutto, nel Tigré è coltivabile il 48 per cento del territorio.

  • Somalia turns back Ethiopian plane headed for Somaliland

    Somalia has turned away a plane transporting officials from Ethiopia to the self-declared republic of Somaliland in a major escalation of the diplomatic row between the countries.

    Somalia’s information minister told the BBC the plane did not have permission to be in the country’s airspace.

    The Ethiopian officials were visiting Somaliland to discuss a deal, which has sparked a huge row.

    Somalia considers Somaliland to be part of its territory.

    The agreement, signed on 1 January, would allow Somaliland to lease one of its ports to Ethiopia in exchange for a stake in Ethiopian Airlines and possible recognition of Somaliland as a sovereign state.

    Somalia has reacted angrily to the deal, calling it an act of aggression.

    On Wednesday, the Somali Civil Aviation Authority (SCAA) said flight ET8273 had broken international rules that flights must obtain clearance from countries they are passing through.

    It had attempted to land at Somaliland’s Hargeisa Airport.

    Despite this incident, regular flights between the two countries are operating as usual, the SCAA said.

    Ethiopia’s government has not yet commented, but the head of Ethiopian Airlines confirmed that the plane in question had returned to the nation’s capital, Addis Ababa.

    Somaliland, a former British protectorate which declared independence from Somalia in 1991, has all the trappings of a country, including regular elections, a police force and its own currency.

    But this has not been recognised by any country.

    By ordering the Ethiopian plane out of its airspace, Somalia is sending a strong message that Somaliland is not an independent country.

    Amid the row between Somalia and Ethiopia, both the US and the African Union have backed the territorial integrity of Somalia and urged all parties to cool tensions.

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