Euro

  • La parità dollaro/euro

    La sostanziale parità tra euro e dollaro sta scatenando commenti molto spesso favorevoli legati alla conseguente svalutazione  dei nostri prodotti favorendone la loro esportazione.

    L’illusione parte dal convincimento che una semplice maggiore capacità di esportazione (espressione della diminuzione del valore commerciale e non certo di una maggiore capacità produttiva) di un sistema economico possa di per sé rappresentare la soluzione alle problematiche dello stesso.

    Questa linea strategica di sviluppo economico rappresenta il consueto errore che portò alla crisi finanziaria del 1992 alla quale fece seguito un prelievo forzoso del 6×1000 sui conti correnti dei cittadini italiani.

    La similitudine con quel periodo, che decretò la fine della prima repubblica, nasce proprio da questa illusione la quale, oggi come allora, viene utilizzata dalla classe politica e dirigente Italiana per non mettere mano alla spesa pubblica e continuare la sua crescita inarrestabile così come dello stesso debito.

    La discesa dell’euro, invece,  esprime sostanzialmente la  sfiducia, e quindi una sostanziale decrescita degli investimenti e una flessione della domanda di valuta europea del mondo finanziario nei confronti dei paesi dell’Unione europea ed in particolare verso i paesi  maggiormente industrializzati e dipendenti dal gas russo come Germania ed  Italia.

    La crescita del dollaro, poi, si  avvale anche di una politica monetaria della Fed più restrittiva, quindi con tassi di interesse in crescita, il che determina una maggiore remunerazione del capitale rispetto allo scenario europeo.

    Una scelta del massimo organo finanziario statunitense sostanzialmente determinato dalla diversa tipologia di inflazione la  quale, nel mercato statunitense, rappresenta le classica inflazione da domanda  e quindi l’espressione di un’economia in crescita.

    Viceversa, nel caso europeo e nello specifico dell’Unione Europea, l’inflazione rappresenta una origine esogena, cioè viene importata attraverso l’escalation dei costi delle materie prime, in particolare energetiche.

    Tornando, quindi, alla parità tra dollaro ed euro non risulta difficile immaginare uno scenario futuro inflattivo a doppia cifra legato alla totale assenza di una politica fiscale finalizzata ad abbassare le aliquote percentuali calcolate sul  valore nominale dei beni di consumo in costante crescita abbinata ad una continua crescita della spesa pubblica, espressione della assoluta irresponsabilità della classe politica e governativa.

    Paradossalmente solo una recessione economica potrà  impedire il raggiungimento della doppia cifra inflattiva determinata dalla diminuzione sostanziale della domanda.

    A questo si aggiunga l’ultima illusione legata alla percezione di una maggiore competitività del nostro Paese all’interno del mercato del turismo che lascia inalterati tutti i nodi che ne hanno in questi ultimi anni impedito la crescita della nostra economia.

    In questo contesto andrebbe ricordato infatti come l’unica  dimostrazione della crescita complessiva di uno stato e della propria economia venga rappresentata dall’apprezzamento della valuta nella quale l’economia stessa viene rappresentata  e non certo  dalla sua svalutazione. La parità, quindi, tra le due valute, lasciando sostanzialmente inalterati i meccanismi di spesa così come la politica fiscale e le strategie macroeconomiche governative, determinerà semplicemente  un marginale aumento dell’export e solo se verranno affrontati i temi fiscali legati alle politiche energetiche una ricaduta positiva per l’intero sistema economico italiano.

  • L’Ue frena sulla spesa pubblica ed esorta alla prudenza

    Guerra, gas ai massimi e il terrore di un ‘blackout’ con i combustibili russi con conseguente spettro di recessione non convincono Bruxelles ad allargare le maglie. Anzi: serviranno politiche di bilancio “prudenti” nei paesi più indebitati, Italia inclusa dunque, e già dopo il 2023 quando terminerà la sospensione del Patto di Stabilità. Sono le conclusioni dell’Consiglio Ecofin, che ha invitato anche la Commissione a “effettuare regolarmente una valutazione approfondita e globale della sostenibilità delle finanze pubbliche entro l’inizio del 2025”. Nella riunione del 12 luglio si è anche ufficializzato l’ingresso della Croazia nell’euro dal primo gennaio 2023 – ventesimo Paese nella moneta unica – fissando dunque il cambio di conversione (7,53450 kuna per 1 euro). “Uniti siamo più forti”, ha detto la presidente della Bce Christine Lagarde.

    Sulle politiche di bilancio “è importante adottare un approccio più prudente rispetto agli stimoli che hanno guidato la pandemia”, ha chiarito anche il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue Valdis Dombrovskis. Andrà ridotta la dipendenza dai combustibili fossili russi ma “serviranno investimenti supplementari”, anche grazie alle risorse del Repower Eu, il piano dell’esecutivo europeo per rendere l’Unione più indipendente nell’energia. Più investimenti che però “dovranno essere combinati a un controllo più rigoroso sulla spese in altri ambiti. Non possiamo continuare con stimoli di bilancio ampi, ci vogliono interventi più mirati”, ha aggiunto. I ministri economici dell’Ue – tra cui Daniele Franco – hanno anche sbloccato 1 miliardo di euro di nuovi prestiti all’Ucraina, dopo gli 1,2 miliardi già erogati allo scoppio della guerra. La proposta della Commissione è però di altri 8 miliardi, ma resta il nodo delle garanzie aggiuntive che dovranno venir versate da parte degli Stati membri e il confronto proseguirà. Dalla presidenza di turno ceca, intanto, si è chiarito che c’è la volontà di “finalizzare l’attuazione dell’ultima fase della tassa globale del 15% per i gruppi internazionali”, ha spiegato il ministro delle Finanze Zbynek Stanjura, snodo cruciale della minimum tax accanto alla riforma sull’imposizione fiscale in base al luogo di fatturazione e non della sede legale, su cui però a giugno era calato il veto ungherese (si suppone in attesa del via libera al Pnrr, ma ufficialmente per aver entrambe le riforme al via in contemporanea).

    Ancora sulle conclusioni del Consiglio dei ministri economici, le politiche economiche andranno coordinate “in modo stretto e continuo”, è stato poi l’invito dei ministri dell’Ecofin, individuando, prevenendo e correggendo squilibri che ostacolano il corretto funzionamento delle economie degli Stati Ue, dell’Unione economica e monetaria o dell’economia europea. Non ci saranno procedure per squilibri macroeconomici, vista l’emergenza del covid prima, e della guerra in Ucraina poi, ma dall’anno prossimo con la fine della clausola di salvaguardia si dovrà tornare a considerare la procedura sugli squilibri macroeconomici come “centrale” nel semestre Ue. Per ora l’Ecofin si è limitato a dirsi “d’accordo” con la Commissione quando ritiene che Irlanda e Croazia non abbiano più squilibri. Mentre Grecia, Italia e Cipro presentano ancora “squilibri eccessivi”, e Germania, Spagna, Francia, Olanda, Portogallo, Romania e Svezia hanno ancora squilibri.

  • Eurobarometro Flash: ampio sostegno all’introduzione dell’euro negli Stati membri che non l’hanno ancora adottato

    La Commissione il 10 giugno ha pubblicato l’annuale Eurobarometro Flash sull’introduzione dell’euro negli Stati membri che non hanno ancora adottato la moneta comune. Lo studio è stato condotto tra il 20 e il 29 aprile 2022 in Bulgaria, Cechia, Croazia, Polonia, Romania, Svezia e Ungheria.

    La nuova indagine mostra un ampio sostegno all’euro: in media, il 60% degli intervistati è favorevole all’introduzione della moneta unica. I pareri più favorevoli all’adozione dell’euro provengono da Romania (77% a favore) e Ungheria (69%), mentre i meno favorevoli sono stati quelli di Bulgaria, Cechia (44% in entrambi i casi) e Svezia (45%).

    Più della metà degli intervistati ritiene che l’introduzione della moneta comune avrebbe conseguenze positive per il proprio paese (55%). Il 56% di coloro che hanno partecipato all’indagine ritiene tuttavia che l’introduzione dell’euro causerebbe un aumento dei prezzi.

    I risultati dell’indagine mostrano anche che i cittadini degli Stati membri che ancora non appartengono alla zona euro sono più consapevoli della questione rispetto al passato: il 53% degli intervistati si sente informato sull’euro, rispetto al 51% dell’anno scorso e al 44% nel 2015.

    Fonte: Commissione europea

  • 20 anni con l’euro in tasca

    20 anni fa, il 1º gennaio 2002, 12 paesi dell’UE davano l’addio alle proprie banconote e monete nazionali per passare all’euro, dando vita al maggior cambio di valuta di tutti i tempi. In questi due decenni l’euro ha contribuito alla stabilità, alla competitività e alla prosperità delle economie europee. Ma soprattutto ha migliorato la vita delle persone e ha agevolato le attività commerciali in tutta Europa e oltre. Grazie all’euro è diventato molto più facile risparmiare, investire, viaggiare ed esercitare attività imprenditoriali. Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha dichiarato: “Sono ormai 20 anni che noi europei ci portiamo l’Europa in tasca. L’euro non è solo una delle valute più solide al mondo. È soprattutto un simbolo dell’unità europea. Le nostre banconote raffigurano su un lato dei ponti e dall’altro una porta: è proprio quello che l’euro simboleggia. L’euro è la valuta del futuro, e nei prossimi anni diventerà anche una moneta digitale. Inoltre l’euro rispecchia i nostri valori, il mondo in cui vogliamo vivere. È la valuta globale degli investimenti sostenibili. Ne possiamo andare tutti orgogliosi”.

    Fonte: Commissione europea

  • L’inflazione Usa è già al 3,1%

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 14 luglio 2021.    

    Il rischio di una ripresa dell’inflazione c’è oppure no? Non si tratta di una questione accademica che tiene impegnati economisti e giornalisti del settore. E’ in gioco la tenuta del sistema già provato da due pesantissime crisi economiche e finanziarie in poco più di un decennio. La discussione si è aperta anche all’interno del G30, il gruppo di esperti che hanno coperto le più alte cariche delle istituzioni monetarie e finanziarie internazionali.

    L’ex governatore della Bank of England, Mervyn King, senior member del G30, sostiene che «per la prima volta dagli anni Ottanta coesistono due fattori che rendono l’inflazione un rischio serio: un eccessivo stimolo monetario e fiscale e una debole resistenza politica alla minaccia inflattiva». È la stessa analisi espressa anche da Larry Summers, ex segretario al Tesoro americano, per quanto riguarda la situazione negli Usa e non solo.

    I lockdown hanno avuto un forte impatto sulla domanda e sull’offerta. I dati raccolti dal 2019 indicano che in UK la fluttuazione della produzione è stata grande, ma si è mantenuta in linea con l’andamento in calo della domanda. Oggi si stima che il gap di produzione sia dell’1% nel primo trimestre del 2021 e dovrebbe azzerarsi all’inizio del 2022. Sia chiaro.

    Nessuno mette in discussione il fatto che i governi e le banche centrali intervengano a sostegno delle economie, delle imprese e dei lavoratori. Se non fosse stato fatto, il mondo sarebbe sprofondato in una crisi economica e sociale senza precedenti. La questione è come gestire gli interventi futuri senza compromettere lo sforzo fatto finora. Il livello d’inflazione tollerabile è, quindi, cruciale.

    Si ricordi che l’aumento della spesa pubblica è finanziato non da tasse, ma dalla creazione di moneta da parte delle banche centrali, tanto che da marzo 2020 a giugno 2021 il bilancio della Bce è cresciuto da 5.000 a 7.900 miliardi di euro e quello della Fed è raddoppiato, passando da 4.200 a 8.100 miliardi di dollari.

    È vero quanto sostiene Draghi circa la differenza tra il debito buono, che crea nuova ricchezza, e quello cattivo, che copre le spese correnti e i buchi di bilancio. La questione si porrà quando si avranno dei tassi d’interesse più elevati e un’inevitabile contrazione dei bilanci delle banche centrali. Senza un aumento delle tasse, che nessun governo vorrebbe fare, come si finanzieranno i disavanzi? Si rischia una risposta troppo lenta ai segnali di aumento dell’inflazione. Anche un’eventuale brusca correzione del mercato avrebbe effetti preoccupanti per l’economia.

    Negli Usa il tasso d’inflazione di aprile su base annua è stato del 3,1%. I responsabili delle politiche della Fed hanno più volte affermato che considerano qualsiasi picco d’inflazione sopra la gamma accettabile, cioè il cosiddetto target del 2%, come puramente «transitorio». Tenendo presente le valutazioni sbagliate e le negative esperienze passate, «transitorio» è un aggettivo si dovrebbe attentamente evitare.

    Se la Fed si sbaglia nel ritenere che l’attuale aumento dell’inflazione sia transitorio, il resto del mondo non rimarrà incolume. Un rapido aumento dei tassi d’interesse statunitensi si tradurrà in un dollaro attraente rispetto ad altre valute. Le economie emergenti potrebbero sperimentare un rapido deflusso di capitali verso i mercati americani in cerca di rendimenti più elevati, creando una maggiore volatilità nei loro mercati, con tassi più elevati, una crescita più lenta e il rischio di una nuova recessione. I debiti in dollari diventeranno più costosi e cresceranno le difficoltà dei rimborsi.

    C’è anche chi, come l’ex economista capo del Fmi, Kenneth Rogoff della Harvard University, anche lui membro del G30, da anni sostiene che il toccasana per l’economia e per l’abbassamento del debito sarebbe un forte tasso di «inflazione controllata» del 4-6 % annuo per diversi anni per abbreviare il periodo di «doloroso deleveraging (riduzione del debito) e di crescita lenta». Ricette un po’ superficiali ma molto rischiose. Un vecchio proverbio popolare dice che a giocare con il fuoco ci si scotta.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • L’Euro digitale darà il colpo di grazia al sistema bancario?

    Negli ultimi 10 anni solo in Italia sono spariti ben 266 Istituti di Credito, sono state chiuse oltre 10.126 filiali o sportelli bancari, nello stesso periodo di tempo hanno lasciato il sistema 47.121 bancari. E l’arrivo dell’EuroDigitale fa pensare al peggio.

    I dati arrivano direttamente dal report statistico di Banca D’Italia dal titolo “Banche e Istituzioni Finanziarie: Articolazione territoriale”

    Negli ultimi 12 mesi sono stati invitati a lasciare gli sportelli bancari ben 6.900 dipendenti (il 14% della perdita totale nei 10 anni). Sono scomparsi 14 Istituti di Credito e, al tempo stesso, sono state chiuse 831 filiali sul territorio. Tutto questo ha costretto ben 119 comuni italiani ad essere privati di ogni riferimento bancario. In totale sarebbero ormai oltre 500 i comuni italiani privi di Sportelli Bancari. Si tratta soprattutto di piccoli centri, dove l’unico vero riferimento ora resta l’Ufficio Postale

    Ma, a quanto pare, il peggio per il vecchio sistema bancario deve ancora arrivare con l’introduzione dell’Euro Digitale che la BCE sta preparandosi a lanciare. L’euro digitale sarebbe più sicuro e privo di rischi rispetto al contante anche se nessun mezzo di pagamento privato è davvero completamente. Un danno per le Banche Commerciali, soprattutto quelle poco solide e sicure e quelle che non si sono riuscite ad adattare ai ritmi dettati dalla digitalizzazione.

    In Europa vige ancora il Bail-In, cioè la norma che lega i fallimenti bancari al rischio per i depositi dei clienti che hanno scelto quella banca poco solida. Non essendo perciò sicuro al 100% alcun tipo di pagamento privato ed esistendo un sistema alternativo di valuta digitale supportato e regolato dalle banche centrali, è molto probabile che tanta gente cercherà di avvalersi di quel sistema che offrirebbe maggiori garanzie e sicurezza ai loro risparmi.

    Poiché l’Euro Digitale sarà un sostituto completo del denaro fisico il ruolo di intermediario delle banche commerciali o online sarebbe, in teoria, molto limitato. Con il denaro trattenuto direttamente dal cliente (sul suo telefono o altro dispositivo digitale) non ci sarebbe motivo di coinvolgere un intermediario potenzialmente costoso e non garantito.

    La data ipotetica per l’introduzione dell’Euro Digitale potrebbe essere 2026, come preannuncia in un articolo di Wall Street Italia Fabio Panetta, uno dei fautori della valuta digitale.

  • L’irlandese Donohoe eletto presidente dell’Eurogruppo

    Paschal Donohoe, ministro delle finanze irlandese, sarà il prossimo presidente dell’Eurogruppo. Il suo nome, un po’ a sorpresa, è scaturito dalla votazione segreta svoltasi on line.

    Donohoe succede al presidente portoghese, Mario Centeno, che ha rassegnato le dimissioni a giugno, dopo aver annunciato che non si sarebbe candidato per un secondo mandato. La scadenza naturale del suo incarico era prevista per il 13 luglio.

    Il ministro irlandese ha prevalso sul candidato spagnolo, Nadia Calviño, e sul lussemburghese Pierre Gramegna che ha abbandonato al primo turno.

    Sebbene le decisioni dell’Eurogruppo non siano giuridicamente vincolanti, l’organismo informale dell’UE è estremamente influente. Il nuovo Presidente, il cui incarico durerà due anni e mezzo, dovrà occuparsi dei principali negoziati di carattere fiscale dei 27 Paesi in seguito alla pandemia di Coronavirus e del bilancio dell’UE per il 2021-2027.

    Parlando in conferenza stampa, Donohoe ha affermato di essere fiducioso che l’Eurogruppo possa svolgere un “ruolo essenziale nel creare un consenso” sulle decisioni politiche dell’UE.

     

  • Coronavirus: per la Germania necessaria l’unione economica, per la Grecia no a supervisioni da parte dell’UE

    Il presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble, in un articolo pubblicato sul quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), ha invitato gli Stati membri dell’UE a trovare il “coraggio” di trasformare la zona euro in ‘unione economica’, per rispondere ai bisogni della crisi senza precedenti che si è venuta a creare per gli effetti del Coronavirus. Il presidente del parlamento tedesco ha sostenuto che se l’UE avesse istituito un fondo monetario “prevalente” durante la crisi greca del 2010 oggi sicuramente si sarebbe stati tutti un passo avanti. L’UE infatti ha competenza sulla politica monetaria ma la politica economica è invece una responsabilità nazionale.

    E mentre Schäuble si appella ad un rafforzamento dell’unione economica c’è chi, come il primo ministro greco Mitsotakis, rifiuta il monitoraggio dell’UE nelle operazioni economiche di aiuto per il coronavirus. In un’intervista rilasciata al Financial Times affermato che dopo la crisi “i greci sono maturati molto” e che il paese vuole fare le sue riforme. Non sosterrà perciò il ritorno della supervisione rigorosa e impopolare imposta al suo paese dalla “troika” di funzionari dell’UE, della Banca centrale europea (BCE) e del Fondo monetario internazionale (FMI) come avvenne durante la crisi del debito nazionale. La Grecia farà le sue riforme, una revisione semestrale della performance economica condotta dalla Commissione europea è stata sufficiente e non sono ste necessarie ulteriori rigide condizioni.

  • Il Parlamento europeo chiede un pacchetto di recupero di 2000 miliardi di euro per il coronavirus

    I legislatori europei hanno appoggiato una risoluzione che chiede un pacchetto da 2 trilioni di euro per finanziare la ripresa dell’economia del blocco che è stata colpita dalla pandemia di Coronavirus. Invita la Commissione europea a istituire il fondo di “recupero e trasformazione” che dovrebbe essere finanziato attraverso l’emissione di obbligazioni di recupero a lungo termine e dovrebbe essere erogato attraverso prestiti e sovvenzioni “principalmente”, nonché attraverso pagamenti diretti per investimento ed equità.

    Gli eurodeputati hanno avvertito che useranno il loro potere di veto se le loro proposte non saranno ascoltate, e in particolare se il bilancio a lungo termine del blocco, vale a dire il quadro finanziario pluriennale (QFP) per il 2021-2027, non sarà aumentato, e hanno chiesto che il massiccio pacchetto economico sia in cima al QFP. “Non staremo seduti ad aspettare o semplicemente timbrare qualsiasi accordo”, ha dichiarato David Sassoli, presidente del Parlamento europeo.

    Nel loro progetto di testo, i membri del Parlamento dell’UE hanno anche sottolineato che la Commissione dovrebbe astenersi dall’utilizzare “moltiplicatori dubbiosi per pubblicizzare cifre ambiziose”, poiché è già in gioco la credibilità dell’UE. Hanno inoltre richiesto un ruolo inclusivo per il Parlamento nella definizione, nell’adozione e nell’attuazione del fondo di risanamento.

    La pandemia di Coronavirus ha costretto la Commissione europea a rinviare la presentazione della sua proposta di QFP aggiornata, che dovrebbe essere presentata alla fine il 27 maggio.

  • L’economia dell’Eurozona non tornerà ai livelli pre-crisi almeno fino al 2021, il presagio di Lane della BCE

    Philip Lane, capo economista della Banca centrale europea (BCE) ha avvertito, in una intervista rilasciata al quotidiano spagnolo El Pais, che è improbabile che l’economia dei paesi dell’area dell’euro torni ai livelli precedenti la crisi del Coronavirus, almeno fino al 2021. Lane ha osservato che la BCE monitora costantemente la situazione e che potrebbe adeguare tutti i suoi strumenti se ciò si rivelasse necessario, compreso il programma di acquisti di emergenza Pandemic da 750 miliardi di euro (PEPP). “Se vediamo che le condizioni finanziarie sono troppo rigide o la pressione sui singoli mercati obbligazionari non riflette i fondamentali economici, possiamo adattare le dimensioni o la durata dei nostri acquisti, che possiamo comunque allocare in modo flessibile nel tempo e nei segmenti di mercato”, ha detto Lane in vista della riunione di giugno della BCE.

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