Euro

  • L’irlandese Donohoe eletto presidente dell’Eurogruppo

    Paschal Donohoe, ministro delle finanze irlandese, sarà il prossimo presidente dell’Eurogruppo. Il suo nome, un po’ a sorpresa, è scaturito dalla votazione segreta svoltasi on line.

    Donohoe succede al presidente portoghese, Mario Centeno, che ha rassegnato le dimissioni a giugno, dopo aver annunciato che non si sarebbe candidato per un secondo mandato. La scadenza naturale del suo incarico era prevista per il 13 luglio.

    Il ministro irlandese ha prevalso sul candidato spagnolo, Nadia Calviño, e sul lussemburghese Pierre Gramegna che ha abbandonato al primo turno.

    Sebbene le decisioni dell’Eurogruppo non siano giuridicamente vincolanti, l’organismo informale dell’UE è estremamente influente. Il nuovo Presidente, il cui incarico durerà due anni e mezzo, dovrà occuparsi dei principali negoziati di carattere fiscale dei 27 Paesi in seguito alla pandemia di Coronavirus e del bilancio dell’UE per il 2021-2027.

    Parlando in conferenza stampa, Donohoe ha affermato di essere fiducioso che l’Eurogruppo possa svolgere un “ruolo essenziale nel creare un consenso” sulle decisioni politiche dell’UE.

     

  • Coronavirus: per la Germania necessaria l’unione economica, per la Grecia no a supervisioni da parte dell’UE

    Il presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble, in un articolo pubblicato sul quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), ha invitato gli Stati membri dell’UE a trovare il “coraggio” di trasformare la zona euro in ‘unione economica’, per rispondere ai bisogni della crisi senza precedenti che si è venuta a creare per gli effetti del Coronavirus. Il presidente del parlamento tedesco ha sostenuto che se l’UE avesse istituito un fondo monetario “prevalente” durante la crisi greca del 2010 oggi sicuramente si sarebbe stati tutti un passo avanti. L’UE infatti ha competenza sulla politica monetaria ma la politica economica è invece una responsabilità nazionale.

    E mentre Schäuble si appella ad un rafforzamento dell’unione economica c’è chi, come il primo ministro greco Mitsotakis, rifiuta il monitoraggio dell’UE nelle operazioni economiche di aiuto per il coronavirus. In un’intervista rilasciata al Financial Times affermato che dopo la crisi “i greci sono maturati molto” e che il paese vuole fare le sue riforme. Non sosterrà perciò il ritorno della supervisione rigorosa e impopolare imposta al suo paese dalla “troika” di funzionari dell’UE, della Banca centrale europea (BCE) e del Fondo monetario internazionale (FMI) come avvenne durante la crisi del debito nazionale. La Grecia farà le sue riforme, una revisione semestrale della performance economica condotta dalla Commissione europea è stata sufficiente e non sono ste necessarie ulteriori rigide condizioni.

  • Il Parlamento europeo chiede un pacchetto di recupero di 2000 miliardi di euro per il coronavirus

    I legislatori europei hanno appoggiato una risoluzione che chiede un pacchetto da 2 trilioni di euro per finanziare la ripresa dell’economia del blocco che è stata colpita dalla pandemia di Coronavirus. Invita la Commissione europea a istituire il fondo di “recupero e trasformazione” che dovrebbe essere finanziato attraverso l’emissione di obbligazioni di recupero a lungo termine e dovrebbe essere erogato attraverso prestiti e sovvenzioni “principalmente”, nonché attraverso pagamenti diretti per investimento ed equità.

    Gli eurodeputati hanno avvertito che useranno il loro potere di veto se le loro proposte non saranno ascoltate, e in particolare se il bilancio a lungo termine del blocco, vale a dire il quadro finanziario pluriennale (QFP) per il 2021-2027, non sarà aumentato, e hanno chiesto che il massiccio pacchetto economico sia in cima al QFP. “Non staremo seduti ad aspettare o semplicemente timbrare qualsiasi accordo”, ha dichiarato David Sassoli, presidente del Parlamento europeo.

    Nel loro progetto di testo, i membri del Parlamento dell’UE hanno anche sottolineato che la Commissione dovrebbe astenersi dall’utilizzare “moltiplicatori dubbiosi per pubblicizzare cifre ambiziose”, poiché è già in gioco la credibilità dell’UE. Hanno inoltre richiesto un ruolo inclusivo per il Parlamento nella definizione, nell’adozione e nell’attuazione del fondo di risanamento.

    La pandemia di Coronavirus ha costretto la Commissione europea a rinviare la presentazione della sua proposta di QFP aggiornata, che dovrebbe essere presentata alla fine il 27 maggio.

  • L’economia dell’Eurozona non tornerà ai livelli pre-crisi almeno fino al 2021, il presagio di Lane della BCE

    Philip Lane, capo economista della Banca centrale europea (BCE) ha avvertito, in una intervista rilasciata al quotidiano spagnolo El Pais, che è improbabile che l’economia dei paesi dell’area dell’euro torni ai livelli precedenti la crisi del Coronavirus, almeno fino al 2021. Lane ha osservato che la BCE monitora costantemente la situazione e che potrebbe adeguare tutti i suoi strumenti se ciò si rivelasse necessario, compreso il programma di acquisti di emergenza Pandemic da 750 miliardi di euro (PEPP). “Se vediamo che le condizioni finanziarie sono troppo rigide o la pressione sui singoli mercati obbligazionari non riflette i fondamentali economici, possiamo adattare le dimensioni o la durata dei nostri acquisti, che possiamo comunque allocare in modo flessibile nel tempo e nei segmenti di mercato”, ha detto Lane in vista della riunione di giugno della BCE.

  • Corte Costituzionale tedesca

    La sentenza della Corte Costituzionale tedesca del 5 maggio scorso è di particolare importanza nonostante alcuni commentatori l’abbiano sottostimata. Qualcuno è arrivato a sostenere che il giudizio dei magistrati tedeschi non cambi nulla per la Banca Centrale Europea ma si sbaglia di molto perché il suo effetto sarà come quello di una bomba a grappolo che colpirà in più direzioni.

    Vediamo di cosa si tratta esattamente.

    Il procedimento è cominciato a seguito della denuncia presentata da alcuni politici tedeschi dell’AFD e della CDU che accusavano la Banca Centrale europea di fare operazioni che eccedevano i propri compiti statutari. I ricorrenti sostenevano che anziché limitarsi a svolgere una politica monetaria come previsto dal suo Statuto, la BCE aveva dato vita ad un’azione vera e propria di politica economica per aiutare Stati che si trovavano in difficoltà finanziaria (vedi Italia, Spagna e similari). La questione riguardava le operazioni di acquisto dei Titoli di Stato effettuati da Mario Draghi a partire dal 2015, quando era Presidente. La sentenza del 5 maggio non riguarda quindi gli acquisti effettuati recentemente ma strettamente solo quelli del passato. Ovviamente, però, finirà con l’influire anche sul futuro. Interpellata dalla stessa Corte Costituzionale tedesca, la Corte di Giustizia Europea aveva dichiarato nel 2018 che in quelle operazioni non vi era nulla di illegale che eccedesse i compiti della stessa BCE e che il tutto andava considerato come perfettamente regolare. La sentenza emessa dai giudici di Karlsruhe statuisce che potrebbe realmente trattarsi di una attività corretta, purché tuttavia fossero rispettate tutte le condizioni previste dallo Statuto della Banca Centrale stessa. Cioè che i Titoli di Stato di ogni Paese acquistati non siano superiori come entità alla percentuale di capitale che ogni stato possiede all’interno della banca stessa. Poiché l’Italia partecipa alla BCE con il 13,8%, i Buoni del Tesoro italiani comperati da Francoforte, in proporzione al totale degli acquisti di buoni del tesoro della zona euro, non dovrebbe aver superato tale percentuale. Inoltre, la Corte sospetta che acquisti di volume così importante come quelli avviati da Draghi nel 2015 possono aver causato “effetti economici sproporzionati” rispetto al mandato di pura politica monetaria.

    In realtà, l’acquisto ordinato da Draghi e continuato dalla Lagarde fu effettuato sulla base di un programma chiamato PSPP (Public Sector Purchase Programme). Fino al febbraio scorso, per ogni 100 milioni di euro in titoli statali, la BCE ne comperava 27 milioni in Bund tedeschi, 19 milioni in OAT francesi e 14 milioni in BTP italiani. La proporzione era quindi rispettata. Già nel marzo scorso, tenuto conto degli attacchi speculativi contro il debito pubblico italiano, la BCE ha investito invece 12 miliardi in BTP e soltanto 2 miliardi in Bund. Oggettivamente, questi ultimi acquisti hanno ecceduto la proporzionalità prevista. Qualora si dovessero ora seguire le indicazioni della Corte Costituzionale tedesca, la BCE sarebbe obbligata o a ridurre l’acquisto di titoli di stato italiani o ad aumentare quelli degli altri Paesi. La naturale conseguenza sarebbe che lo spread tra l’interesse pagato dai tedeschi e quello a carico dei nostri BTP non potrebbe che aumentare.

    Per quanto riguarda gli “effetti economici” i giudici tedeschi chiedono alla Banca di Francoforte di dimostrare in un tempo massimo di tre mesi e in modo comprensibile e comprovato che gli obiettivi di politica monetaria perseguiti dal PSPP non siano sproporzionati rispetto ai compiti statutari di carattere puramente monetario. Qualora le spiegazioni della BCE non fossero considerate soddisfacenti, la Banca Centrale Tedesca dovrebbe ritirarsi dal capitale della stessa e non contribuire più al suo finanziamento. Impongono inoltre sia al governo di Berlino che alla Banca Centrale di sorvegliare (rimproverandoli di non averlo fatto nel passato) l’operato della BCE per assicurare che tutti i dovuti requisiti siano costantemente rispettati.

    Attualmente, a causa della pandemia da coronavirus, al PSPP si è affiancato un altro programma considerato di emergenza, il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme) che però non è preso in considerazione dalla sentenza (salvo nuove denunce di qualche tedesco – od olandese).

    Se osserviamo il tutto dal punto di vista strettamente giuridico e formale, quanto deciso a Karlsruhe non fa una piega.  Purtroppo, il risultato di questa sentenza porta molte conseguenze (una l’abbiamo vista) e invita ad alcune considerazioni.

    Innanzitutto la Corte tedesca cita due articoli della Costituzione della Repubblica Federale ed esattamente l’articolo 20 e l’articolo 79. L’articolo 20 prevede che le leggi tedesche siano sempre superiori a qualunque possibile decisione del governo. L’articolo 79 obbliga Berlino a considerare assolutamente prioritario l’obbedire alla Costituzione della Repubblica rispetto a qualunque Trattato o accordo internazionale. Per meglio capire cosa ciò significhi è bene ricordare che nella Costituzione italiana l’articolo 117 prevede che il nostro Stato debba sottostare ai vincoli che derivano dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali sottoscritti e ratificati dal Parlamento. In altre parole mentre noi, partecipando all’Unione Europea ci sottomettiamo alle decisioni che ne derivano, la Germania considera ogni impegno europeo sempre subordinato alle proprie leggi interne.  Ancora più chiaramente: ogni accordo firmato con Bruxelles potrà non essere rispettato se, in qualche modo, dovesse intaccare gli interessi immediati della Germania.

    È evidente, a questo punto, che la stessa Unione Europea, checché se ne dica enfatizzando il termine “Unione” non resta che un calderone di Stati che la riconoscono sovrannazionale soltanto e fino a quando ciò fa loro comodo. Così almeno per quanto riguarda l’interpretazione che la Corte Costituzionale tedesca dà della cosa.

    Un secondo aspetto a conferma di quanto sopra è che la Corte tedesca smentendo, almeno in parte, la precedente sentenza della Corte di Giustizia Europea se ne considera oggettivamente superiore. Quanto alla BCE di cui si è sempre vantata l’“indipendenza”, scopriamo ora che dovrebbe rispondere del proprio operato ad un organo interno della Germania, cui dovrebbe fornire “spiegazioni”. Davanti a una sentenza di tal genere poco potrà fare perfino il più europeista dei politici tedeschi poiché se contraddicesse all’imposizione della Corte di Karlsruhe si metterebbe automaticamente fuori delle sue proprie leggi.

    Così stando le cose, occorre prendere atto che se non cambia la Costituzione tedesca, non sarà mai possibile procedere verso quella maggiore integrazione da tanti auspicata e prevista addirittura dai padri fondatori.

    Che fare? Le scelte sono due.

    La prima: prendiamo atto che fino ad ora abbiamo scherzato e cioè che l’Europa non esiste e mai esisterà. La seconda (che il sottoscritto auspica da sempre): i politici del continente, quelli convinti che in un mondo di grandi potenze l’unico modo per garantire il nostro attuale benessere è quello di “unificarci “per davvero, prendono il coraggio di rimettere mano a tutti i Trattati e di trasformare la nostra fittizia “unione” in una vera Federazione. Tertium non datur.

  • L’indignazione e la vergogna

    Era veramente arrabbiato nero. Così almeno sembrava nell’immagine televisiva: gli occhi sbarrati, il petto in fuori pronto alla sfida, la voce stentorea che urlava d’essere indignato e pieno di vergogna per dovere vivere in un Paese che fa parte di questa Europa, per lui indegna di rappresentare più di mezzo miliardo di cittadini. Non posso viverci con questa vergogna. E questo turbamento e disagio che lo sconvolgeva da dove arrivava? Da una dichiarazione improvvida della presidente della BCE, Christine Lagarde, che rimandava misure finanziarie a copertura dei danni economici e sociali provocati dal diffondersi del coronavirus. Doveva provare una vergogna immensa a pensare che non poteva farci niente. E non servì a niente che il giorno dopo la presidente della Commissione europea dichiarasse ufficialmente che l’Italia avrebbe avuto tutto quello di cui abbisognava, miliardi e attrezzature sanitarie. La vergogna rimase probabilmente, perché il nostro stette zitto. Questa visione del nazionalismo identitario e sovranista pensa all’uscita sul serio, o la minaccia per ottenere contropartite? Alcuni autorevoli rappresentanti della Lega (due almeno) sembra che ne siano convinti, tanto ne parlano e spesso. Al turbamento dell’indignazione s’aggiunge la lamentela: non ci ascoltano, non accettano mai le nostre proposte, proposte che in verità non esistono in modo articolato ed organico, perché si riducono a dire che le cose devono cambiare. Ma come, nessuno lo dice. Uscire! Ma hanno un’idea di quel che potrebbe succedere all’Italia che navigasse sola nel mare magno della globalizzazione, sconvolta dai talvolta feroci venti della geopolitica e dalle tempestose onde della geo economia? Povera Italia! Sarebbe soffiata via in un amen, come accadde nel 1992 quando in una notte un solo finanziere speculatore, George Soros, fece perdere alla lira il 25% del suo valore. L’Italia si impoverì di un quarto, pur appartenendo alle Comunità europee. E l’anno dopo, incredibilmente, il nostro capo del governo gli assegnò la più alta decorazione italiana. In segno di ringraziamento? Sono molti i misteri della politica! Ora da sola, come potrebbe l’Italia far fronte ragionevolmente a questi rischi e a queste insidie? Altro mistero. Ma allora, perché questi politici dall’indignazione facile si vergognano soltanto per ragioni esterne all’Italia e non si indignano mai per i danni che essi stessi provocano alle nostre finanze, al bene comune della nostra comunità nazionale? Il caso dell’istituzione del reddito di cittadinanza ne è l’esempio più riprovevole. Miliardi gettati nel pozzo nero dell’assistenza senza nessun riscontro positivo. Perché non escono loro dall’Italia, anziché volerci fare uscire tutti dall’Europa? Già, ma dove andrebbero? Forse da Putin che ha già sovvenzionato il loro partito? L’avrà fatto con i rubli, con gli euro? Se l’avesse fatto in euro, come potrebbero continuare a dire che questa moneta, che li ha sovvenzionati, è la causa di tutti i nostri mali? Li accetterebbe Putin per continuare insieme la lotta all’Europa? Temiamo di no. Siamo tra coloro che ritengono che siano opportuni regolari rapporti dell’UE con la Russia imperiale di Putin; rapporti regolari politici e commerciali, che non permettano al nuovo Zar di inviare assassini a Londra ad avvelenare in albergo i suoi avversari. Relazioni responsabili ed affidabili gioverebbero ad entrambe le parti in causa e favorirebbero la creazione di una zona producente, tranquilla ed equilibratrice.

    Non ci ascoltano – si lamentano, e lo urlano alla televisione e non nelle istituzioni dove si decide. Voglio ricordare un avvenimento al quale partecipai tanti anni fa nel corso del quale le istituzioni europee accettarono, non senza polemiche, una importante proposta presentata da un politico italiano, Mario Scelba, già presidente del Consiglio dei Ministri italiano (10 febbraio 1954 – 6 luglio 1955), allora presidente del Parlamento europeo. Era il 1969. Come da sempre, il presidente del Parlamento europeo doveva recarsi ogni anno ad una riunione con il Consiglio delle Comunità europee per presentare, discutere e definire il bilancio annuale del parlamento. Quando avvertimmo il presidente Scelba che avrebbe dovuto prepararsi a questo incontro egli andò su tutte le furie. Non poteva accettare che il Parlamento, l’espressione della volontà popolare, potesse dipendere dall’Esecutivo. Ce lo disse chiaro e tondo e minacciò di denunciare pubblicamente la situazione, creando uno scandalo tra istituzioni. I suoi collaboratori, tra i quali modestamente mi trovavo anch’io per le funzioni di segretario generale che esercitavo in quel momento, gli dissero che non conveniva provocare rotture con il Consiglio e alzare inutilmente la voce. Conveniva invece andare alla riunione e spiegare le solide ragioni del Parlamento. Scelba, uomo di Stato, rispettoso delle regole diplomatiche e consapevole delle inutili chiacchiere che si sarebbero diffuse con la rottura, accettò di andare sereno e tranquillo (portò lui sotto il braccio il dossier del bilancio) alla riunione del Consiglio. Quando entrò s’accorse subito che i presenti al tavolo di fronte a lui non erano ministri, salvo il presidente. Erano ambasciatori o direttori generali delle finanze. Prese subito la parola e disse che ringraziava il presidente per l’invito, ma che la sua presenza era un atto di pura cortesia nei suoi confronti, ma non la partecipazione ad un dialogo, che tra l’altro rifiutava di fare con funzionari e non con ministri. Aggiunse che depositava il progetto di bilancio per permettere al presidente di conoscerlo personalmente, se lo desiderava, ma che non avrebbe detto una parola su di esso perché condivideva il principio della divisione dei poteri, che è uno dei principi giuridici fondamentale dello Stato di diritto e della democrazia liberale di montesquiana memoria. Affermò che quello sarebbe stato l’ultimo incontro con il Consiglio sul bilancio e che l’anno prossimo il Parlamento avrebbe rifiutato l’invito. Si alzò, andò a stringere la mano al presidente di seduta e se ne usci tranquillo e deciso come un giovanotto. Vi lascio immaginare lo sconcerto. In aula scesero altri alti funzionari. Tutti avevano la loro da dire: contravviene ai trattati, non rispetta l’articolo tal dei tali, non si può permettere di venir meno ad una procedura ormai consolidata, il tal comma dice che, ricorreremo alla Corte, siamo noi nel giusto, ecc.ecc. Tutto vero, ma il principio della divisione dei poteri era sacrosanto e l’anno dopo, senza riunione con il Consiglio, il Parlamento approvò autonomamente il suo bilancio, che divenne legale perché furono cambiate le regole. Nessuna rottura, nessun urlo alla televisione, nessuna minaccia di uscita, nessuno si indignò o provò vergogna. Ma la proposta del presidente italiano passò senza scandali, tranquilla e normale.

    Altri tempi, si dirà. Certo, erano altri tempi, un po’ più difficili di quelli di oggi. Altri uomini: è vero. La loro statura politica è diversa, la loro credibilità pure. Ma il peso politico di un Paese, nelle istituzioni internazionali dipende sì anche dalla statura dei politici, ma soprattutto dalla loro serietà, dalla fondatezza delle loro opinioni, dal lavoro che hanno svolto al governo nell’interesse vero del loro Paese e non nel rispondere a richiami ideologici che hanno fatto il loro tempo.

  • US could follow the EU into negative interest rate territory

    President Donald Trump is calling for zero or negative rates in the US, in line with EU and Japanese monetary policy. That policy shift is the combination of economic reality and electoral calculation.

    In 2016 Trump accused the US Federal Reserve of getting savers “absolutely creamed” with an ultra-low rate policy but three years following his election he has become a major advocate for cheap liquidity. In September he explicitly asked the US Fed to slash rates to zero or even into negative territory.

    “Go across the world and you’ll see either very low-interest rates, or negative rates. The President wants to be competitive with these other countries on this, but I don’t think he’ll fire Jay Powell (even if I should!),” Trump Tweeted.

    But US growth has come to a halt.

    The economy slowed further in the third quarter, as consumer spending is declining. Retail accounts for two-thirds of the US economy and it is losing ground as tariffs to Chinese and European products are taking their toll.

    On Wednesday the Commerce Department will provide a GDP snapshot, which is not likely to confirm a decelerating momentum towards recession. The effect of the $1.5 trillion tax cut package is wearing off and second-quarter growth was 1,6%, compared to 2% in the first quarter. Third-quarter is likely to show further decline.

    The economy is hamstrung largely because of the Sino-American trade war, ending an 11-year continuous growth streak. Inflation is projected to be below the 2% target, closer to 1,7%, despite rising prices on a range of products. In fact, the declining trade deficit shows subdued consumption, which in the US heralds bad news for the economy.

    While unemployment is at a 50-year low, consumer confidence is falling and business investment has contracted to three-year lows, including in the oil sector. The disaster of the 737 Max is also taking weighing heavily on manufacturing. Industries were building a stock in anticipation of increased Chinese tariffs but this positive effect on the GDP is now wearing off.

    As the US enters an election year Trump is eager to maintain growth and avoid the kind of economic slowdown the economy experienced in 2008/9. Now, a growing number of economists are looking for a domestic jolt to the economy, espousing bold expansionary monetary policy, including the conservative Fed Chair Alan Greenspan.

    Negative rates penalize financial institutions for saving money rather than lending to the real economy. However, they also penalize private savings, fixed-income funds – mostly pension scheme – and thus can have a detrimental political effect in mature and ageing societies. In addition, cheap liquidity in full employment conditions can inflate housing prices, leading to further inequality as homeownership becomes more expensive.

     

  • Von der Leyen lavora alla revisione del patto di stabilità

    La Commissione europea che Ursula von der Leyen guiderà da novembre sta iniziando a lavorare sulla riscrittura del Patto di stabilità e crescita (SGP) per semplificarlo e far sì che la sua applicazione sia più chiara e semplice. Secondo quanto scoperto dal Financial Times, il piano, noto informalmente come “SGP 2.1”, è progettato per aumentare la fiducia tra le capitali della zona euro nell’applicazione delle regole di bilancio tramite una “sostanziale semplificazione” delle regole.

    I sostenitori della riforma del Patto ritengono che le tensioni commerciali globali, la minaccia di una Brexit senza accordo e una politica monetaria vincolata obbligano l’Unione Europea ad avere regole chiare che aiutino la politica fiscale. Per questo tra le principali riforme a cui si lavora c’è un ripensamento degli obiettivi di debito per consentire “una riduzione del debito ragionevole e sostenibile per le economie più vulnerabili» (attualmente i Paesi con un debito superiore al 60% del Pil dovrebbero ridurlo di 1/20 all’anno per raggiungere il target).

    Il documento rileva che la commissione dovrà procedere con cautela dato “l’alto livello di polarizzazione e sfiducia tra i sostenitori di una rigorosa applicazione automatica delle regole e coloro che sostengono un approccio più basato sul giudizio”.

  • Da BNP Paribas ad Epstein, un mare di guai per Deutsche Bank

    Deutsche Bank ha pubblicato i dati del secondo trimestre, dai quali risulta una perdita netta di 3,15 miliardi di euro (2,94 solo nel settore investment). La banca ha annunciato 18.000 licenziamenti in tutto il mondo, equivalenti al 20% del personale. Benché il portafoglio derivati dell’isituto di credito sia di 48.000 miliardi di euro, il più alto al mondo e pari a 24 volte il debito pubblico tedesco, tra gli azionisti del fondo speculativo Cerberus (che ha una quota del 3% delle azioni) c’è chi sostiene che le perdite siano state causate da una attività troppo modesta nel settore derivati.

    Deutsche Bank intende cedere a BNP Paribas 150 miliardi di euro di attività legate agli hedge funds ma neanche questo convince chi, non pochi, ritiene che la banca francese non stia molto meglio di quella tedesca. L’economista francese Jean Pierre Chevallier sostiene che il rapporto tra capitale sociale e debito di Deutsche Bank è del 36%, mentre quello di BNP Paribas, che dovrebbe salvare la banca tedesca, è del 41%.

    Deutsche Bank dovrà affrontare inoltre gravi problemi legali negli Stati Uniti. Il ruolo della sua filiale americana viene scrutinato e si parla di operazioni di riciclaggio del denaro fino a 230 miliardi di euro in Estonia. Il Dipartimento della Giustizia americano indaga anche sul fatto che la Deutsche Bank possa aver violato le leggi anti-riciclaggio per attività svolte per conto del fondo statale 1Malaysia Development Berhad (1MDB). In questo caso gli inquirenti stanno indagando sul ruolo di Tan Boon-Kee, a capo del settore di DB per clienti e istituzioni finanziarie per l’Asia e il Pacifico, in contatto con il finanziere malese Jho Low, che ha svolto un ruolo centrale nello scandalo 1MDB.

    Infine Deutsche Bank è implicata anche nel caso di Jeffrey Epstein: il finanziere di Wall Street accusato di traffico e sesso con minori e di cospirazione deteneva infatti decine di conti nella banca tedesca dal 2012 e potrebbe averli usati per finanziare un giro di prostituzione a livello internazionale. La banca ha promesso di cooperare con gli inquirenti americani.

  • La politica monetaria e la depatrimonializzazione del risparmio

    Prima della creazione di un mercato globale successivo all’ingresso della Cina all’interno del Wto le politiche monetarie portate avanti dalle singole banche centrali nazionali, in concerto con la direzione politica governativa, potevano sortire degli effetti nel breve e forse nel medio termine.

    In questo senso basti pensare, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, alla svalutazione competitiva tanto richiesta dalla classe politica e dirigente che assicurava un “plus” all’export come semplice applicazione della svalutazione della lira. Nessuno allora, come del resto oggi tra i sostenitori del ritorno alla Lira, e di conseguenza ad una politica di svalutazione, prese in considerazione la depatrimonializzazione dei beni mobili ed immobili che venivano ovviamente espressi nella valuta soggetta alla perdita di valore (svalutazione).

    All’interno di un mercato globale, viceversa, le politiche monetarie che vengono portate avanti dalla Bce e dalla statunitense Fed si pongono l’ambizioso obiettivo di giungere ad un punto di equilibrio tra il sostegno alla crescita (quantitative easing, Ttlro e Tassi minimi) e, soprattutto in Europa, ad una copertura finanziaria e quindi alla sostenibilità del crescente debito in particolare dei paesi del Sud Europa.

    Il diverso esito di queste politiche monetarie sostenute dalla BCE e dalla Fed, riscontrabile tra Europa, dove la crescita continua a rimanere troppo bassa in rapporto all’immissione di nuove risorse finanziarie, e Stati Uniti risulta molto semplicemente in buona parte legato al raggiungimento dell’indipendenza energetica dell’economia statunitense.

    In Europa, tuttavia, questa politica monetaria fortemente espansiva della quale hanno beneficiato soprattutto gli stati a forte debito, come l’Italia, sta riportando ad una situazione paradossale relativa al risparmio, e di conseguenza per i risparmiatori, già evidenziata e simile ai tempi della svalutazione competitiva.

    I tassi negativi attraverso i quali determinati stati e aziende riescono a finanziarsi, se rappresentano un reale sostegno alla sostenibilità del debito sovrano per i primi e allo sviluppo per i secondi, tuttavia creano un danno patrimoniale per il risparmio privato. In altre parole, il valore nominale espresso in euro o altra valuta risulta sempre stabile ma all’interno di un eccesso di liquidità perde progressivamente valore in rapporto e come diretta conseguenza della immissione di nuove risorse finanziarie nel mercato. Prova ne siano le bassissime marginalità che le gestioni del risparmio privato riescono ad assicurare ai propri sottoscrittori.

    Quindi ogni politica monetaria presenta dei costi che non vengono mai valutati al momento della  propria introduzione, come negli anni ottanta e novanta avvenne per la svalutazione competitiva.

    Non  fu valutata la perdita di ricchezza complessiva legata alla depatrimonializzazione dei beni immobiliari e mobiliari espressi nella valuta oggetto della perdita di valore: la lira. Allo stesso modo ora la politica monetaria fortemente espansiva offre uno scenario, nel breve termine, di sostenibilità tanto al debito degli Stati quanto un minimo sostegno alla crescita economica finanziando le imprese, non tiene, tuttavia, in alcuna considerazione la perdita del valore del risparmio privato e soprattutto della propria redditività.

    Due esempi a distanza di quasi quarant’anni che dimostrano ancora una volta come la politica monetaria possa assicurare un approccio finanziario con un orizzonte vantaggioso solo ed esclusivamente nel brevissimo termine. I costi tuttavia di tale strategia monetaria si riverberano completamente all’interno del variegato settore del risparmio privato. La politica monetaria, in altre parole, rappresenta una scelta di minimo respiro i cui costi vengono scaricati interamente nel medio lungo termine sulle spalle dei risparmiatori. O ci si illude ancora che “stampare moneta” non presenti alcun costo come taluni ancora oggi affermano?

     

Back to top button
Close

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker