Euro

  • La distopia europea: dalla chat control all’euro digitale

    C’è un sottile filo conduttore che unisce i corridoi di Bruxelles, le torri di Francoforte e gli schermi dei nostri smartphone. Passo dopo passo, sotto la bandiera della sicurezza collettiva e della modernizzazione tecnologica, si sta delineando un’architettura sociale e digitale che fino a pochi anni fa non si sarebbe neppure potuta immaginare. Sono due le scelte politiche adottate dall’Unione Europea in particolare, apparentemente distanti ma profondamente sinergiche, che stanno ridisegnando i confini delle nostre libertà fondamentali: il cosiddetto “Chat Control” e l’introduzione dell’Euro Digitale.

    ​Il dibattito europeo è stato scosso dal voto del Parlamento Europeo sul rinnovo e l’estensione delle deroghe alla direttiva ePrivacy, tassello fondamentale di quella macro-normativa nota come “Chat Control”. Dietro al nobile e indiscutibile obiettivo di combattere la pedopornografia e proteggere i minori online, la proposta originaria della Commissione Europea nasconde un meccanismo senza precedenti: obbligare (o spingere fortemente) i fornitori di servizi di messaggistica — come WhatsApp, Signal, Telegram e i client di posta elettronica — a scansionare in modo automatico e preventivo i messaggi, le immagini e le comunicazioni private di tutti i cittadini.

    ​La vera criticità, quindi, risiede nell’aggiramento della crittografia end-to-end, la tecnologia che garantisce che solo il mittente e il destinatario possano leggere un messaggio. Per attuare il controllo ipotizzato i software dovrebbero analizzare i contenuti direttamente sui dispositivi degli utenti prima che vengano cifrati, oppure forzare i gestori a creare delle “backdoor” (porte sul retro).

    In questo nuovo contesto di controllo digitale molti giuristi hanno lanciato l’allarme: si tratta dell’equivalente digitale di uno Stato che apre e legge ogni singola lettera cartacea prima che venga imbucata, violando gli articoli 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE. In quanto il rischio non è solamente rappresentato da un possibile errore degli algoritmi (i cosiddetti “falsi positivi” che potrebbero criminalizzare utenti innocenti), ma la creazione di un’infrastruttura permanente di sorveglianza di massa, pronta a essere convertita per qualsiasi altro scopo di controllo politico o sociale a seconda dell’indirizzo politico espresso dalla maggioranza europea.​Parallelamente, la Banca Centrale Europea (BCE) procede spedita verso l’introduzione dell’Euro Digitale, la valuta digitale della Banca Centrale (CBDC). Presentato come una comoda alternativa al contante e uno strumento di sovranità monetaria contro i giganti americani del tech, l’Euro Digitale porta con sé interrogativi inquietanti.

    ​A differenza del contante, che per sua natura garantisce l’anonimato e la totale libertà di utilizzo, una valuta emessa direttamente in forma digitale dalla banca centrale è, per definizione, tracciabile e potenzialmente “azzerabile”. Questo significa che l’autorità centrale possiede, teoricamente, la capacità tecnica non solo di registrare ogni singola transazione economica del cittadino, ma anche di porre limiti di spesa, stabilire scadenze per l’utilizzo del denaro o bloccare i fondi in base a criteri politici, fiscali o peggio di una mancata aderenza ai “precetti e comportamento sociali” stabiliti dallo stato in nome di un interesse comune.

    ​Anche se le istituzioni rassicurano sul rispetto della privacy, la concentrazione di un tale potere nelle mani di un unico organo tecnocratico rappresenta un punto di non ritorno per le libertà economiche, politiche ed individuali.

    ​Se analizzati separatamente, questi provvedimenti appaiono come riforme tecniche, ma se considerati nel loro insieme dimostrano il disegno di una distopia continentale: ​una società in cui lo Stato (o un’entità sovranazionale) ha il potere di monitorare in tempo reale cosa diciamo nelle nostre chat private e, contemporaneamente, possiede le chiavi di accesso e di controllo del nostro portafoglio digitale. In uno scenario simile, il dissenso politico, la critica editoriale o semplicemente lo stile di vita non allineato potrebbero essere sanzionati o disincentivati con un semplice clic limitando la capacità di spesa o segnalando automaticamente comunicazioni ritenute “inappropriate” dai filtri algoritmici.

    ​L’Europa, storicamente culla dei diritti dell’individuo, della privacy e delle libertà civili, rischia di trasformarsi nel laboratorio di un inedito modello di controllo centralizzato. La transizione ecologica e digitale non può avvenire al prezzo del baratto dei diritti inalienabili sia individuali che collettivi.

    Questa deriva digitale si sta trasformando in una partita decisiva per il futuro della democrazia stessa.

  • (N) euro digitale: conversazione con l’AI

    Secondo la Banca Centrale Europea (BCE), l’obiettivo principale dell’euro digitale è affiancarsi al contante per offrire ai cittadini una moneta pubblica elettronica sicura, gratuita e accettata ovunque nell’area euro. La “motivazione” di fondo, sempre addotta dalla BCE, è rappresentata dalla “necessità di adeguare la moneta pubblica all’era digitale”, così proteggendo l’autonomia economica dell’Europa dall’avanzata di grandi società tecnologiche estere e criptovalute private, in particolare statunitensi.

    Personalmente come “economista indipendente” (così vengo definito dalla AI), quindi senza nessun riferimento politico da servire, rimango molto scettico rispetto a queste argomentazioni formali. Ho avviato quindi una conversazione relativa all’Euro digitale proprio con Gemini AI in quanto il dibattito rimane sempre condizionato da posizioni politiche ed ideologiche. Riporto di seguito alcuni brani maggiormente importanti della conversazione.

    FP: “Quali sono le motivazioni dell’Euro digitale …”

    Gemini: “Evitare che il sistema dei pagamenti europeo diventi dipendente da operatori privati extra-europei o da colossi tecnologici (Big Tech), garantendo l’autonomia strategica dell’UE”.

    FP: “Tuttavia avendo un limite di 3.500 è evidente che non può sostituire i servizi delle carte di credito statunitense…”

    Gemini: “Hai perfettamente ragione. Con un limite massimo consigliato (che gli esperti stimano intorno ai 3.000 o 3.500 euro per cittadino), l’euro digitale non nasce per fare la guerra alle carte di credito tradizionali sui grandi acquisti. Questo limite di 3.500 euro ha la funzione di salvare le banche. Se non ci fosse un limite, le persone potrebbero svuotare i propri conti correnti bancari per mettere tutti i risparmi nell’euro digitale (che è molto più sicuro, essendo garantito dallo Stato). Questo causerebbe una fuga di depositi dalle banche normali, che si ritroverebbero senza soldi da prestare a famiglie e imprese per mutui e finanziamenti”.

    FP: “Questo limite allora definisce automaticamente un diverso obiettivo”

    Gemini: “Il suo scopo è un altro: sostituire l’uso quotidiano del contante, non i servizi finanziari complessi”.

    Dopo questa conversazione, sempre da Gemini: “L’economista Francesco Pontelli definisce la “guerra al contante” come uno strumento puramente ideologico e politico, sostenendo che le limitazioni al denaro fisico non servano davvero a fermare neppure la grande evasione fiscale. Secondo la sua visione, si tratta di una strategia fallimentare che toglie libertà ai cittadini e favorisce unicamente il sistema bancario. Ecco i punti principali che riassumono la netta posizione di Francesco Pontelli su questo tema:

    Lo “strumento ideologico”, falsa bandiera: per Pontelli, la lotta al denaro fisico è diventata una bandiera politica sbandierata da partiti ed economisti distanti dalla realtà.

    Nessun legame con la vera evasione: L’economista evidenzia come la grande evasione non avvenga con le mazzette di banconote, ma tramite complessi meccanismi finanziari e societari internazionali, portando ad esempio i grandi gruppi che patteggiano cifre milionarie con il fisco per la sede legale all’estero.

    Il favore fatto alle banche – Più potere ai banchieri: Limitare il denaro contante costringe i cittadini a far transitare ogni singola risorsa economica dentro i circuiti elettronici.

    I guadagni del sistema: In questo modo, le banche ottengono enorme liquidità nei conti correnti a interessi minimi o nulli e guadagnano cifre colossali grazie alle commissioni sulle transazioni digitali.

    Tornando quindi alla realtà non digitale, in buona sostanza anche se la giustificazione attuale addotta dalla BCE come dall’Unione Europea per l’introduzione dell’euro digitale sembrerebbe quella di preservare l’unità monetaria europea, ancora una volta la realtà ci dimostra che la motivazione principale rimane quella della guerra contante come forma di libertà ma soprattutto come espressione di pluralità politica anche nei pagamenti (https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-vero-obiettivo-della-guerra-al-contante/; https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-vero-obiettivo-della-guerra-al-contante/ – 2018)

    La libertà dell’individuo dovrebbe essere tutta nata anche nella scelta delle forme di pagamento evitando in questo modo un controllo sempre più oppressivo (https://www.ilpattosociale.it/attualita/gli-strumenti-ideologici-il-contante/ – 2022)

    In buona sostanza l’euro digitale diventa lo strumento di controllo perfetto quando invece bisognerebbe spostare il controllo dalle forme di pagamento alle forme di accumulo di determinate ricchezze e disponibilità finanziarie. In più rimane assolutamente invariato il monopolio dei servizi finanziari alle Major finanziarie statunitensi il cui potere non viene minimamente intaccato da questa invenzione digitale della BCE.

  • 1935: l’oro per la Patria di Mussolini, 2026: il risparmio per Ursula von der Leyen e Blackrock

    Nel 1935 (dicembre) i cittadini italiani vennero chiamati a portare il proprio “oro alla Patria” per sostenere le spese della guerra in Etiopia e contrastare le sanzioni economiche.

    Nel 2026 la Commissione Europea, sotto la guida di Ursula von der Leyen, ha lanciato l’iniziativa “Savings & Investments Union” (SIU), volta a canalizzare parte dei circa 10.000 miliardi di euro di risparmi privati europei “fermi” nei conti correnti per sostenere gli investimenti in economia reale. L’obiettivo dichiarato dovrebbe essere quello di trasformare la liquidità “parcheggiata” presso gli Istituti bancari in investimenti produttivi, startup e progetti strategici ma molto probabilmente soprattutto nel settore della Difesa

    Il progetto prevede la creazione di un patto tra il settore finanziario, investitori istituzionali, i cittadini finalizzato a creare degli strumenti finanziari dedicati, come anticipato prima, anche al settore della Difesa.

    Sembra incredibile come per giustificare una necessità di risorse finanziarie l’Unione Europea, nella persona di Ursula Von del Leyen, arrivi a definire i depositi del risparmio dei cittadini sui conti correnti come risorse “inattive”.

    Andrebbe ricordato ai vertici europei come quasi il 50% della liquidità depositata presso gli Istituti bancari venga utilizzata come finanziamento alle imprese mentre un’altra forte percentuale sia destinata all’acquisto di titoli di stato e prestiti alle famiglie sotto forma di credito al consumo e mutui e solo una minima parte rimanga presso l’Istituto bancario come coefficienti di riserva obbligatoria (1% fissato dalla BCE).

    In più desta qualche sospetto la contemporaneità della iniziativa europea con quella, solo di qualche settimana addietro, del CEO di Blackrock (la più grande società di gestione patrimoniale del mondo con un patrimonio gestito che ha superato i 14.000 miliardi di dollari) il quale ha lanciato un medesimo appello sull’utilizzo sempre dei depositi presso i conti correnti degli Istituti bancari.

    Larry Fink, Ceo di Blackrock, ha infatto invitato i risparmiatori a spostare i propri risparmi dai conti correnti ai fondi di investimento gestito con l’obiettivo di finanziare la ripresa economica e magari appunto gli investimenti in difesa. La contemporaneità della strategia finanziaria dei vertici istituzionali europei con il più grande fondo di gestione privata risulta assolutamente imbarazzante. E certifica, ancora una volta, come l’obiettivo rimanga quello del risparmio privato come ultima risorsa per accrescere ulteriormente i finanziamenti ad obiettivi altrimenti difficilmente giustificabili e soprattutto condivisibili con i cittadini e gli elettori europei.

    Certamente i termini e le stesse modalità della richiesta di risorse finanziarie da parte delle istituzioni europee come dei vertici finanziari potranno risultare molto lontani da quelli di Mussolini del 1935. Nella sostanza, tuttavia, le differenze svaniscono in quanto nulla è cambiato da quella richiesta di oro per la Patria che l’Unione Europea adesso si appresta a chiedere in forma di gestione dei risparmi.

    Certamente rimane la speranza che questi due iniziative, tra loro molto simili, non siano anche nel secondo caso, come avvenne nel primo, propedeutica ad una guerra mondiale.

  • Una grave e preoccupante realtà economica

    Una crisi si trasforma in un disastro quando la si affronta con giudizi preconfezionati.

    Hannah Arendt, da “The crisis in Education”, 1954

    Per valutare e conoscere meglio la grave, preoccupante e pericolosa realtà albanese, basta sapere tutto ciò che da diversi anni ormai sta accadendo con l’economia del Paese. In questo ambito basta analizzare la significativa svalutazione dell’Euro rispetto alla moneta locale. Una preoccupante svalutazione, di circa 20% in questi ultimi anni, priva di ogni giustificazione finanziaria, poiché l’economia albanese non è per niente competitiva. Risulta perciò che una simile e significativa svalutazione sia legata unicamente al riciclaggio del denaro proveniente da vari traffici illeciti.

    Per “bloccare” una simile svalutazione la Banca d’Albania, dal 2024, ha cominciato ad intervenire sul mercato, comprando Euro, sia per far fronte al crescente rafforzamento della moneta locale nei confronti di quella europea e di altre monete straniere, sia per incrementare le riserve valutarie del Paese. Un simile intervento è stato fortemente sconsigliato dal Fondo Monetario Internazionale, in seguito alla decisione presa dal Consiglio di Sorveglianza della Banca.

    Nonostante ciò la Banca d’Albania continua però a comprare l’Euro. Dai dati ufficiali risulta che durante il 2024, per “bloccare” il rafforzamento della moneta locale, sono stati acquistati 649 milioni di Euro. La Banca d’Albania ha inoltre acquistato anche 283,8 milioni di Euro per incrementare le riserve valutarie. Perciò nel 2024 sono stati acquistati in totale 932.8 milioni di Euro. Un intervento quello che però non è riuscito a “bloccare” la svalutazione del Euro.

    La Banca d’Albania, ha continuato, anche durante il 2025, ad intervenire sul mercato valutario con una somma di denaro ancora più consistente. Sempre secondo i dati ufficiali, la Banca ha comprato 729.1 milioni di Euro per “bloccare” il rafforzamento della moneta locale, mentre è intervenuta ed ha comprato anche 297.9 milioni di Euro per incrementare le riserve valutarie del Paese. Perciò nel 2025 la Banca d’Albania ha acquistato, in totale, 1 miliardo e 27 milioni di Euro, pari al 3,8% ­del Prodotto Interno Lordo del Paese. Sono dati ormai resi pubblici e molto significativi.

    Secondo gli specialisti economici e finanziari, un simile intervento d’acquisizione, da parte della Banca d’Albania, avrebbe dovuto generare anche una “svalutazione interna” della moneta locale, cioè una verificata inflazione. Però, sempre secondo i dati ufficiali delle istituzioni specializzate del Paese, chissà perché non risulta una simile inflazione!

    Ma, nonostante tutti questi importanti interventi sul mercato valutario, la moneta locale continua a rafforzarsi. Per il 2025, paragonata con l’anno precedente, la svalutazione del Euro è stata di 1.5%. Una svalutazione che continua anche in questi mesi, raggiungendo un livello del cambio di circa 1% in meno rispetto a quello del gennaio 2026.

    Bisogna sottolineare però che il rafforzamento della moneta albanese nei confronti dell’Euro e di altre importanti monete straniere è cominciato già dal 2018. E risulta essere un rafforzamento continuo, dati ufficiali alla mano. Allora viene naturale la domanda: cosa ha generato un simile rafforzamento? L’economia albanese si è sviluppata fino a simili livelli, per giustificare e garantire questo rafforzamento? In base a delle serie e professionali analisi fatte, ai dati ufficiali ed alla realtà pubblicamente nota, la risposta è no!

    Si tratta perciò di interventi finanziari fuori dal sistema economico e finanziario. In Albania i settori che incidono sullo sviluppo dell’economia sono l’industria e l’agricoltura. Secondo i dati ufficiali la produzione agricola da anni sta diminuendo. Le ragioni di una simile diminuzione sono la crescente mancanza della mano d’opera locale, causata dal problematico e continuo spopolamento, la concorrenza dei prodotti provenienti da altri Paesi, la mancanza delle sovvenzioni statali, l’abuso dei fondi IPARD dell’Unione europea per sostenere l’agricoltura e lo sviluppo rurale nei Paesi candidati all’adesione ecc. Dai dati ufficiali risulta che la diminuzione dei prodotti agricoli locali, dal terzo trimestre del 2020, è diventata continua e si sta sempre più aggravando, con tutte le derivate conseguenze, compreso anche l’impatto sull’economia.

    Le due componenti base dell’industria albanese sono quella pesante ed il settore manifatturiero. L’industria pesante comprende gli impianti per la generazione dell’energia elettrica, nella maggior parte idrica, e l’industria dell’estrazione del petrolio e del gas naturale. Nel settore manifatturiero in Albania contribuiscono principalmente la produzione dell’abbigliamento e delle calzature. Si tratta di prodotti che comunemente sono fatti su commissione per delle imprese straniere. Sempre dai dati ufficiali risulta che la produzione di questi settori industriali in Albania ha cominciato una continua diminuzione dal 2023, influenzando negativamente anche la crescita economica.

    Sempre in base ai dati ufficiali legati alla vera realtà economica e alle analisi fatte, soprattutto da alcune strutture specializzate internazionali, risulterebbe che la continua svalutazione dell’Euro nei confronti della moneta albanese sia causata da attività illecite della criminalità organizzata locale ed internazionale. Attività legate ai traffici illeciti delle sostanze stupefacenti che generano ingenti quantità di denaro, moneta europea compresa, che entrano in Albania per essere riciclate e poi anche investite soprattutto nel settore dell’edilizia. E proprio una simile presenza di enormi somme di denaro, soprattutto in Euro, causano la continua e preoccupante svalutazione della moneta europea. Si tratta di una realtà di cui, in seguito alle indagini fatte da giornalisti specializzati, ultimamente si stanno occupando anche noti media, europei e di oltreoceano.  Il nostro lettore è stato informato, da anni ormai, di una simile, grave e molto preoccupante realtà.

    Di fronte ad una simile situazione, che ormai sta preoccupando anche le istituzioni internazionali, comprese quelle dell’Unione europea, il primo ministro albanese e la propaganda governativa, da lui e/o da chi per lui gestita, stanno cercando di offrire un’altra realtà. Si tratta di una realtà fasulla, che niente ha a che vedere con quella vera, vissuta e spesso sofferta. Il primo ministro ed i suoi ubbidienti collaboratori cercano di ingannare l’opinione pubblica. Loro negano sfacciatamente le vere ragioni della continua e pericolosa svalutazione dell’Euro. E sempre sfacciatamente affermano che il livello del cambio tra la moneta europea e quella albanese sia legato al “successo economico” di questi ultimi anni in Albania (Sic!).

    Il primo ministro albanese ed i suoi subordinati si sforzano, sempre di più ogni anno che passa, di convincere che l’eccesso della moneta europea in Albania sia dovuto agli investimenti stranieri. Una di quelle bugie che hanno le gambe corte, come dice il proverbio. Sì, perché da anni ormai non ci sono importanti investimenti stranieri da generare un simile eccesso della moneta europea. Non solo, ma risulta che, fatti documentati alla mano, alcuni tali investitori non solo non hanno inserito denaro nell’economia albanese, ma hanno addirittura ottenuto e portato fuori milioni dagli impoveriti fondi statali, in seguito a degli accordi corruttivi. Questa è la vera e testimoniata realtà, denunciata dalle istituzioni internazionali, nota pubblicamente sia in Albania che ormai anche nelle cancellerie europee e di altri Paesi. In quanto al turismo che cita spesso il primo ministro, si tratta, nella maggior parte, semplicemente di un turismo mordi e fuggi che genera guadagni minimi.

    Chi scrive queste righe condivide quanto affermava Hannah Arendt. Sì, una crisi si trasforma in un disastro quando la si affronta con giudizi preconfezionati. Proprio così. Lo conferma quanto sta succedendo da alcuni anni in Albania, sotto la diretta responsabilità istituzionale e personale del primo ministro che, parafrasando Hannah Arendt, opera in base a “valutazioni preconfezionate”.

  • La medesima radice politica di gas ed euro digitale

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    La strategia della Bce e della Commissione Europea esplicitata nella volontà di avanzare ed addirittura accelerare la creazione di un euro digitale suscita dei legittimi dubbi, se non altro in relazione alle priorità che dovrebbero invece determinare l’azione politica ed istituzionale dei due istituti europei.

    Si dimostra veramente paradossale come, di fronte ad una crisi industriale nel continente europeo senza precedenti che interessa tanto l’industria pesante quanto l’automotive e la sua intera filiera, sono già stati azzerati oltre 50.000 posti di lavoro, l’istituzione europea continui a operare per la creazione dell’Euro digitale e persegua l’obiettivo dichiarato di “rafforzare l’euro” anche con una sua transizione verso il digitale. Non viene adottata quindi una politica che abbia come obiettivo quello di tutelare i lavoratori attraverso l’adozione di una politica energetica, la vera prima forma di politica industriale, che abbassi i costi, specialmente in Italia assolutamente insostenibili, tanto per le imprese quanto per le famiglie, dando quindi una nuova competitività alle imprese ed un minimo di serenità alle famiglie.

    Le priorità dimostrate e confermate dal vertice europeo continuano a dimostrarsi così di natura finanziaria e decisamente autoreferenziale.

    Anche strategicamente parlando una scelta di questo genere, la quale portasse quindi ad un reale rafforzamento della valuta europea, come inevitabile conseguenza tenderebbe a favorire i flussi di importazioni tanto di beni intermedi quanto di prodotti finiti e penalizzerebbe l’export. In più verrebbe appesantito il costo del servizio ad ogni forma di debito espresso in euro, anche se europeo, viceversa ridando valore alla tesi di una crescita basata sulla semplice svalutazione competitiva.

    Esiste, poi, una profonda analogia tra l’attuale motivazione ispiratrice della transizione verso l’euro digitale, cioè il “rafforzamento dell’Euro per un nuovo ruolo nell’economia finanziaria internazionale”.

    La medesima motivazione, infatti, rappresentò la volontà politica dei vertici europei e determinò la scelta scellerata della quotazione del gas alla borsa di Amsterdam, offrendo quindi un ulteriore strumento finanziario speculativo al mercato, la cui azione riesce addirittura ad incidere notevolmente nelle quotazioni della materia prima attraverso i futures.

    Molto probabilmente anche gli esiti determinati da una simile strategia di politica monetaria si dimostreranno per aziende e famiglie ancora una volta disastrosi.

    Da europeista emerge evidente come questa classe dirigente in perfetta sintonia con chi rappresenta l’istituzione Europea si dimostri, proprio in rapporto alle priorità espresse, ampiamente compromessa con gli interessi finanziari speculativi che nulla hanno a che fare con la crescita economica ed occupazionale dell’Unione Europea.

  • Crisi economica europea, delocalizzazioni ed AI Mode

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. francesco Pontelli che avvalendosi dell’Intelligenza Artificiale ha effettuato un raffronto tra quanto da lui scritto negli anni sulla crisi finanziaria e il risultato della ricerca.

    Per comprendere i drammatici risultati economici dell’ultimo trentennio potrebbe essere interessante rivolgersi ad un “soggetto terzo” come AI Mode, l’intelligenza artificiale di Google, per individuare la complessità delle ragioni che abbiano determinato questo terribile risultato. All’inserimento del mio “cognome/delocalizzazioni produttive/una delle testata con la quale collaboro “AI Mode propone questo risultato: “L’economista F. Pontelli, attraverso i suoi articoli per la rivista Il Patto Sociale, Nuovo Giornale Nazionale, Ticinolive e in altre pubblicazioni, analizza criticamente il fenomeno della delocalizzazione produttiva, inquadrandolo come un processo che ha avuto profonde conseguenze economiche e sociali, in particolare per l’Italia.

    Punti chiave dell’analisi di Pontelli: critica al mondo accademico degli anni ’90. Pontelli sostiene che, a partire dagli anni ’90, la classe accademica (in particolare quella della Bocconi) ha promosso la delocalizzazione come soluzione ideale per le imprese, prevedendo che i paesi occidentali avrebbero mantenuto le professioni ad alto valore aggiunto, mentre la produzione a basso costo si sarebbe spostata altrove.

    Questa teoria viene definita da Pontelli come “delocalizzazione intellettuale”.

    Trasferimento di conoscenze e tecnologia: secondo l’economista, la delocalizzazione produttiva ha comportato un vero e proprio trasferimento del “vantaggio culturale e tecnologico” dei paesi occidentali a quelli con manodopera a basso costo, azzerando in parte il divario di know-how che era considerato un punto di forza.

    Impatti sociali ed economici: la delocalizzazione viene identificata come una delle cause della “desertificazione industriale, economica e sociale” dell’Italia. Questo processo ha portato a una riduzione dei livelli produttivi e occupazionali, danneggiando il tessuto economico locale e sociale.

    Costi di produzione come motivazione: Pontelli sottolinea che la motivazione principale della delocalizzazione è stata un’analisi comparata dei costi di produzione, in particolare quelli legati al lavoro, che hanno reso più attrattivi altri paesi.

    Tradimento e miopia europea: Pontelli esprime una visione molto critica sulla classe dirigente europea, accusandola di aver “tradito” gli interessi del Paese con una gestione economica priva di ragionevolezza e dominata da un’ideologia ambientalista estremista. Questa miopia avrebbe creato le condizioni per l’attuale declino industriale.

    Effetti sulla filiera e sul sistema industriale: altri articoli pubblicati in linea con le tesi di Pontelli, evidenziano come la delocalizzazione non sia solo un trasferimento di attività produttive, ma anche di aspetti fiscali e legali, con effetti significativi sull’intera filiera”.

    A conferma di quanto proposto la medesima AI, ora, in relazione alle delocalizzazioni produttive: ” Le delocalizzazioni produttive, il trasferimento delle attività economiche in paesi con costi di produzione inferiori, generano diversi effetti negativi, sia nei paesi di origine che in quelli di destinazione. Gli effetti per il paese di origine:

    Perdita di posti di lavoro: Le delocalizzazioni comportano la chiusura di stabilimenti o la riduzione della produzione in loco, con conseguente perdita di posti di lavoro, specialmente nel settore manifatturiero. La disoccupazione può generare problemi sociali e un peggioramento delle condizioni economiche locali.

    Riduzione dei salari: La concorrenza con manodopera a basso costo può portare a una pressione al ribasso sui salari anche per i lavoratori che rimangono nel paese di origine, aumentando le disparità salariali (*).

    Impatto negativo sull’economia locale: Il trasferimento delle aziende riduce il gettito fiscale locale e nazionale (**), con una diminuzione degli investimenti pubblici e del sostegno all’economia del territorio. A ciò si aggiunge la perdita di un indotto fondamentale per l’economia di molte aree.

    Perdita di competenze e conoscenze: la chiusura di stabilimenti produttivi provoca una dispersione del capitale umano e delle competenze tecniche accumulate nel tempo, che possono essere difficilmente recuperabili.

    Indebolimento della catena del valore: La perdita di fornitori e di altre aziende collegate al processo produttivo indebolisce l’intera catena del valore interna, rendendo l’economia locale più fragile.

    Maggiore fragilità economica: in più affidarsi a catene di approvvigionamento globali rende le economie dei paesi sviluppati più vulnerabili agli shock esterni, come pandemie o crisi internazionali, che possono interrompere i flussi di produzione.

    Effetti sul paese di destinazione:

    1.Sfruttamento della manodopera: la delocalizzazione spesso sfrutta manodopera a basso costo in paesi con scarse tutele per i lavoratori

    2.Impatti ambientali negativi: in molti casi, le aziende si trasferiscono in paesi con normative ambientali meno restrittive, portando a un aumento dell’inquinamento atmosferico, idrico e del suolo.

    3.Crescita non sostenibile: sebbene possano creare posti di lavoro iniziali, le delocalizzazioni possono promuovere modelli di sviluppo insostenibili, basati sul basso costo della manodopera piuttosto che sull’innovazione e sulle competenze a lungo termine.

    1. Perdita del controllo sulla qualità: la frammentazione della catena di approvvigionamento e la distanza fisica possono rendere più difficile per l’azienda d’origine monitorare la qualità dei prodotti, con il rischio di un calo degli standard.

    Effetti a livello globale (forse più deleterie in assoluto)

    1. Pressione verso il basso su standard sociali e ambientali: la competizione globale per attrarre investimenti spinge spesso i paesi a ridurre gli standard sociali e ambientali, in una “corsa al ribasso” che danneggia i lavoratori e l’ambiente a livello globale.
    2. Perdita di sovranità economica: la globalizzazione spinta dalle delocalizzazioni può limitare l’autonomia e la sovranità nazionale nelle decisioni economiche.

    Quindi i risultati non fanno che certificare la correttezza della mia contrarietà alle delocalizzazioni produttive spinte semplicemente da una ricerca speculativa finalizzata al conseguimento del massimo ROI (Return on Investment) adottando la modalità i finanziaria.

    Questi dati ci dimostrano, purtroppo solo ora, come l’Unione Europea sia di fronte al più completo disastro economico continentale.

    Va poi ricordato come la Ue abbia favorito la più nefasta sintesi tra una economia di rimessa (***) ed una ideologia ambientalista (GreenDeal), non comprendendo il danno economico e strategico del trasferimento di tutti i know-how industriali, frutto di decenni di investimenti economici finanziari ed umani.

    In altre parole l’Istituzione Europea ha offerto la propria sponda istituzionale al mondo finanziario speculativo, favorendo il trasferimento della attività manifatturiere (old economy veniva definita con disprezzo) e conseguentemente l’annullamento della nostra cultura economica.

    (*) Quando tutto il mondo occidentale afferma ancora oggi che il problema dei salari bassi sia legato ad una bassa produttività del lavoro dimostrando quanto anche il mondo liberale sostenitore di questa tesi sia inquinato da un mediocre approccio ideologico.

    (**) Quando invece si afferma come l’aumento della pressione fiscale in corso sia la conseguenza di un ipotetico aumento dei posti di lavoro, dimostrando così un alfabetismo economico senza precedenti.

    (***) Intesa come un’economia che trae la propria forza non da una domanda interna, ma dai trend economici globali perdendo conseguentemente ulteriore capacità di indirizzo.

  • 61,5 milioni di euro dall’UE per sostenere la produzione di tecnologie pulite

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano pari a 61,5 milioni di euro a sostegno di investimenti strategici per incrementare la capacità di produzione in linea con gli obiettivi del patto per l’industria pulita nella regione Emilia Romagna. Questa misura contribuirà alla transizione verso un’economia a zero emissioni nette

    Nell’ambito del regime, l’aiuto assumerà la forma di sovvenzioni dirette, tassi di interesse agevolati e prestiti. Il regime sarà aperto a tutte le imprese che effettuano investimenti in Emilia Romagna aggiungendo capacità per la produzione delle tecnologie a zero emissioni nette nonché per la produzione dei principali componenti specifici di tali tecnologie. Il regime comprende anche aiuti per la produzione di materie prime critiche nuove o recuperate, necessarie per la produzione dei prodotti finali o dei principali componenti specifici. Gli aiuti potranno essere concessi fino al 31 dicembre 2030.

    Per la Commissione il regime è necessario e adeguato ad accelerare la transizione verso un’economia a zero emissioni nette e agevolare lo sviluppo di determinate attività economiche, che sono importanti per l’attuazione del patto per l’industria pulita.

  • Aumentano gli italiani che chiedono un finanziamento, calano gli importi richiesti

    Nonostante un contesto economico che risente del clima di incertezza globale, le famiglie italiane non hanno smesso di rivolgersi agli istituti di credito per sostenere i propri consumi e gli investimenti sulla casa.

    Per fotografare la dinamica in atto, Mister Credit – l’area di Crif che si occupa dello sviluppo di soluzioni e strumenti educational per i consumatori – ha presentato l’aggiornamento relativo al I semestre 2025 della Mappa del Credito, lo studio sull’utilizzo del credito rateale da parte degli italiani. Dall’analisi dei dati disponibili in Eurisc, il sistema di informazioni creditizie gestito da CRIF emerge come nei primi sei mesi dell’anno si sia ulteriormente allargata la platea di italiani che risulta avere almeno un contratto di credito rateale attivo, pari al 59,6% della popolazione maggiorenne (+13,1% rispetto al 2024). La dinamica in atto riflette la ripresa dei consumi e degli acquisti sostenuti da un finanziamento e anche dello sviluppo dei prestiti small ticket.

    A livello pro-capite, nel primo semestre dell’anno in corso la rata media rimborsata ogni mese è pari a 278 euro (stabile rispetto a un anno fa), mentre l’esposizione residua – intesa come somma degli importi pro-capite ancora da rimborsare in futuro per estinguere i contratti in essere – è pari a 31.637 euro (in calo del -10,0% rispetto al primo semestre del 2024).

    Osservando in particolare i mutui, notiamo una sostanziale stabilità della rata media, di poco inferiore ai 600 euro, mentre risulta in calo l’esposizione residua, che supera di poco i 97.000 euro. Per quanto riguarda i prestiti finalizzati, cresce leggermente la rata mensile, che si attesta a 135 euro, mentre cala l’esposizione residua (-7,5%), che rimane comunque contenuta e di poco superiore a 5.500 euro. In leggera crescita (+1,5%) la rata media dei prestiti personali, che si attesta a 254 euro, con un’esposizione residua intorno ai 16.200 euro, in calo del -7,9%.

    “In questa prima parte dell’anno, risulta in crescita del +13,1% la quota di soggetti che ricorrono al credito, probabilmente a causa del calo graduale dei tassi che lo ha reso più accessibile e conveniente sia per le famiglie che per le imprese, ma con un’attenzione all’esposizione residua, che infatti cala del -10%” – commenta Beatrice Rubini, Direttrice della linea Mister Credit di Crif. “Nel complesso, l’incidenza dei mutui oggi rappresenta il 23,6% del totale dei finanziamenti attivi, mentre la quota di prestiti personali arriva al 29,3%. Sono però i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi quali auto, moto, elettronica ed elettrodomestici, articoli di arredamento, viaggi, ecc. a risultare la forma di finanziamento più diffusa, con una quota del 47,1% del totale. Volendo fare una classifica delle tipologie di beni e servizi per cui si ricorre maggiormente al credito, al primo posto troviamo le spese relative alla casa (34,9%), seguite dai mezzi di trasporto (30,2%) e da elettronica ed elettrodomestici (20%)”.

    Dall’ultima rilevazione prodotta da Assofin, Crif e Prometeia, il rischio di credito relativo al totale dei prestiti alle famiglie è stabile all’1,4% a marzo 2025. Si tratta di livelli di rischiosità contenuti, che non sembrano destare allarmi. Le politiche di concessione dei prestiti rimangono prudenti, riflettendo anche l’incertezza legata alle tensioni geopolitiche e commerciali e il loro impatto sulla capacità di rimborso dei richiedenti.

    La fotografia che si ricava dall’ultimo aggiornamento della Mappa del Credito mostra una situazione estremamente composita a livello territoriale, che rispecchia i fattori economici e sociali quali, ad esempio, la propensione a fare ricorso al credito per finanziare l’acquisto di un’abitazione o le proprie spese correnti, la capacità reddituale e di risparmio delle famiglie, il diverso costo degli immobili o la tendenza ad allungare la permanenza nell’abitazione di famiglia, la diversa intensità della ripresa dei consumi e del mercato immobiliare, la maggiore abitudine a rivolgersi alla cerchia familiare o amicale per pianificare gli acquisti rispetto agli istituti di credito, ecc..

    Nel complesso, la regione con la quota più elevata di popolazione maggiorenne con almeno un rapporto di credito attivo è la Toscana, con il 67,8% del totale, seguita dalla Valle d’Aosta (con il 67,2%) e dal Lazio (con il 66,4%).

    All’estremo opposto del ranking si colloca il Trentino-Alto Adige, regione in cui solamente il 32,5% della popolazione risulta avere almeno un rapporto di credito attivo, preceduto dalla Basilicata (con il 47,8%) e dalla Campania (con il 52,7%).

    Nel primo semestre 2025, le regioni in cui i cittadini ogni mese sostengono la rata più elevata sono il Trentino-Alto Adige, con 405 euro di media, la Lombardia (317 euro) e il Veneto (305 euro). Seguono l’Emilia-Romagna e il Friuli-Venezia Giulia, rispettivamente con 299 e 295 euro.

    Per interpretare questa dinamica va però considerato che in queste regioni si rileva una elevata incidenza dei mutui, che presentano un importo da rimborsare più alto rispetto alle altre forme tecniche considerate, senza considerare il valore degli immobili che potrebbe risultare superiore alla media. Inoltre, in queste regioni il reddito disponibile risulta tendenzialmente più elevato della media e, di conseguenza, i consumatori possono permettersi di rimborsare una rata più elevata senza intaccare la sostenibilità degli impegni finanziari.

    Nel complesso, è al Sud e nelle Isole che troviamo le rate mensili più leggere, soprattutto in Calabria, in Sardegna e in Sicilia, dove si attestano a 237 euro di media in virtù di una maggiore incidenza dei prestiti finalizzati, che hanno un importo più contenuto rispetto alle altre forme tecniche.

    Per quanto riguarda l’esposizione residua ancora da rimborsare, per estinguere i finanziamenti in corso, troviamo il Trentino-Alto Adige in vetta al ranking nazionale, con 49.226 euro (in calo rispetto ai 52.059 euro del 2024), seguito dalla Lombardia, che si colloca al 2° posto della graduatoria con 40.294 euro. Seguono l’Emilia-Romagna, che con 38.274 euro supera di poco il Veneto, con 38.232 euro, e il Friuli-Venezia Giulia, con 36.602 euro.

    All’estremo opposto della classifica, con 19.292 euro, i cittadini della Calabria risultano avere un debito residuo pari a meno della metà di quello dei Trentini, in virtù di un peso dei mutui casa inferiore alla media. Insieme alla Sicilia e al Molise, sono le sole 3 regioni in cui il valore che rimane ancora da rimborsare risulta inferiore ai 22.000 euro.

    Sono soprattutto gli appartenenti alle fasce di età dai 30 ai 60 anni ad avere finanziamenti in corso. Infatti, sono oltre 4 persone su 5 nella fascia dai 41 ai 50 anni, mentre solo il 30,2% nella fascia dai 18 ai 30 anni. Nelle fasce di età “centrali” si concentra chiaramente la maggior parte della popolazione attiva, che potendo contare su un reddito da lavoro può avere maggior propensione ad accendere finanziamenti.

    Per quanto riguarda il genere, sono in maggioranza gli uomini (59,1%) ad essere attivi nel mondo del credito, mentre per il 40,9% sono donne. Gli uomini hanno la tendenza ad utilizzare più frequentemente il credito rispetto alle donne, con una media di contratti attivi pari a 1,1.

    La quota delle donne si alza però se guardiamo ai mutui, arrivando al 45,7%, anche perché probabilmente per poter sostenere le rate più elevate (tipiche di questa tipologia di finanziamenti rispetto alle altre) è preferibile suddividerle tra più soggetti. In tutte le tipologie, gli importi medi delle rate sono più bassi per le donne rispetto agli uomini.

    I giovani dai 18 ai 30 anni sono più attivi sui prestiti finalizzati, che rappresentano una possibilità meno impegnativa di approcciare il mondo del credito rispetto ai mutui o ai prestiti personali; mentre gli over 60, in generale, utilizzano meno il credito rispetto alla media della popolazione – con una percentuale di utilizzatori pari al 41,9% – ed hanno una maggior propensione all’utilizzo dei prestiti personali.

  • La Commissione eroga quasi 43 miliardi di euro a cinque Stati membri

    La Commissione europea ha erogato 42,8 miliardi di euro a cinque Stati membri dell’UE – Italia, Portogallo, Cipro, Malta e Spagna – nell’ambito del dispositivo per la ripresa e la resilienza, lo strumento principe di NextGeneration EU.

    Italia: 18,3 miliardi di euro di esborso

    La Commissione ha erogato all’Italia 18,3 miliardi di euro, che rappresentano il settimo pagamento nell’ambito del dispositivo per la ripresa e la resilienza. Tale pagamento comprende 4,6 miliardi di EUR in sovvenzioni e 13,7 miliardi di euro in prestiti e copre 31 traguardi e 33 obiettivi relativi a 10 riforme e 46 investimenti.

    L’Italia ha adottato misure significative per promuovere la concorrenza e la trasparenza, adottando una nuova legge annuale sulla concorrenza 2023 che promuove le procedure di appalto pubblico e una maggiore vigilanza in settori quali le autostrade. Inoltre, il paese ha migliorato l’accessibilità per i passeggeri ferroviari con disabilità e mobilità ridotta ristrutturando 10 stazioni nel Sud Italia. L’Italia ha anche aumentato la sua capacità di distribuzione di energia rinnovabile di 1.848 MW attraverso l’installazione di nuove sottostazioni, l’ammodernamento di quelle esistenti e il rafforzamento delle linee di distribuzione, migliorando la capacità della rete di distribuire energia pulita.

    I fondi totali erogati all’Italia nell’ambito del dispositivo per la ripresa e la resilienza ammontano ora a 140,4 miliardi di euro, pari al 72% della dotazione totale. Il piano generale per la ripresa e la resilienza dell’Italia è finanziato con 194,4 miliardi di euro in sovvenzioni e prestiti.

  • Dalla Commissione due miliardi di euro a sostegno di STMicroelectronics per la creazione di un nuovo impianto di fabbricazione di semiconduttori

    La Commissione europea ha approvato una misura italiana da 2 miliardi di euro a sostegno di STMicroelectronics (“ST”) per la costruzione e il funzionamento di un impianto integrato di produzione di chip per dispositivi elettrici in carburo di silicio a Catania. La misura rafforzerà la sicurezza dell’approvvigionamento, la resilienza e la sovranità digitale dell’Europa nelle tecnologie dei semiconduttori, in linea con gli obiettivi stabiliti nella comunicazione relativa a una normativa sui chip per l’Europa.

    L’Italia ha notificato alla Commissione il suo piano di sostegno al progetto Catania Campus di ST per la costruzione e la gestione di un impianto integrato di produzione di chip per dispositivi elettrici in carburo di silicio. Il carburo di silicio è un materiale composto utilizzato per fabbricare wafer che fungono da base per specifici microchip utilizzati in dispositivi ad alte prestazioni, come i veicoli elettrici, le stazioni di ricarica rapida, le energie rinnovabili e altre applicazioni industriali. L’impianto integrato coprirà tutte le fasi di fabbricazione, dalla materia prima ai dispositivi finiti, vale a dire transistori di potenza e moduli di potenza.

    L’aiuto prenderà la forma di una sovvenzione diretta di circa 2 miliardi di euro a favore di ST a sostegno dell’investimento totale dell’impresa di 5 miliardi di euro. Il progetto consentirà lo sviluppo di un impianto di produzione su larga scala per chip in carburo di silicio ad alte prestazioni utilizzando wafer di 200 mm di diametro che saranno trasformati in moduli e altri dispositivi utilizzati, ad esempio, dall’industria automobilistica, in Europa e nel mondo. L’impianto dovrebbe funzionare a pieno regime nel 2032.

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