Non poteva mancare, nella turbinante campagna referendaria avviata dall’A.N.M. in vista della consultazione popolare sulla separazione delle carriere un intervento di Nicola Gratteri, uomo ormai assurto al ruolo di frontman televisivo del partito dei forcaioli: ad ospitarlo, naturalmente, LA7, emittente che gli ha offerto anche una rubrica tutta per lui.
L’eloquio claudicante sembra non incidere sulla sicumera con cui espone le sue idee evitando, accuratamente che vi sia mai un contraddittore, non diversamente da come era assai gradito ad un Piercamillo Davigo ormai in calo di audience, soprattutto se l’argomento vada a toccare l’elevato numero di indagati di cui lo stesso Gratteri ha chiesto ed ottenuto di far arrestare – dunque sulla base presunti di gravi indizi di colpevolezza – ma, in ultimo, assolti.
L’arte di comunicare, del resto, è un insegnamento che Gratteri non manca di dispensare: come quando, poco più di un mese addietro, si è rivolto ad una platea politica dell’Associazione Nazionale Magistrati lamentando il tentativo di interromperne la fluviale intemerata in cui si era avventurato, senza neppure il conforto dei sottotitoli in italiano, per rispettare i tempi: “Se dovevo parlare solo cinque minuti me ne restavo a casa a raccogliere olive”, spiegò evitando i congiuntivi perché il suo illuminato convincimento è nel senso di non perdere tempo a parlare nei convegni con quei ciarlatani dei giuristi (con cui lui, uomo più di azione che di pensiero, ha poco da dirsi) ma sia indispensabile parlare al “popolo” in un linguaggio semplice e comprensibile. Ma in quell’occasione non c‘era nemmeno il popolo, c’erano magistrati.
Martedì sera della passata settimana – invece – al cospetto di un’adorante Floris, ha mostrato come si fa, propinando una falsa notizia su Falcone, che sarebbe stato contrario alla separazione delle carriere, che provvedeva senza alcun timore a diffondere senza verificare la fonte…salvo poi essere raggiunto dalla smentita che mai Giovanni Falcone ebbe a dire certe cose in un’intervista di cui non si trova alcuna traccia e che qualcuno gli aveva passato sottobanco per farne uno scoop.
Non è mancata la pezza peggiore del buco: la fake new gli era stata inviata da “fonti giornalistiche autorevoli”, purtuttavia senza sapere neppure genericamente quali fossero a prescindere dalla necessità di verificare in ogni caso prima di diffondere una notizia non appresa direttamente ma in forma mediata.
Non fosse lui, della cui insuperabile esperienza e bravura abbiamo avuto ormai amplissime dimostrazioni ci chiederemmo, come Checco Zalone: “ma questo è del mestiere?” (di comunicatore, ovviamente).
Ma come si fa a non controllare una fonte, verificare modalità e tempi di una dichiarazione? Lasciamo perdere i giornalisti professionisti che sanno come gestire simili situazioni ma persino l’ultimo dei TikToker, se dispone di un minimo di buon senso, distingue tra una notizia pubblicata sul Financial Times dal post di un filoputiniano. Gratteri si è fidato ma, a questo punto, farebbe bene a dire chi gli ha passato la “velina” con imbrattata una bufala colossale.
Vale non solo per lui ma anche per tutti quelli che ne fanno uso indiscriminato e travisante con stucchevole quotidianità: basta trincerarsi dietro a Falcone e Borsellino interpretando liberamente – e non sempre in maniera adeguata – l’orientamento su argomenti sensibili di politica e di prospettive di riforma.
Falcone e Borsellino sono stati due servitori dello Stato che hanno sacrificato la vita, consapevoli che sarebbe accaduto, quando lo Stato li avesse lasciati soli o, peggio e come c’è da temere, li avesse traditi per mano di altri servitori infedeli: riposino in pace evitando di farli rivoltare nel sepolcro da costituzionalisti di accatto, portatori d’acqua delle correnti della Magistratura e da una A.N.M. che di sicuro non li rappresenta.