Fake news

  • Il negazionismo dei principi democratici 4.0

    Il concetto di negazionismo ci riporta immediatamente ai drammi legati alla Seconda Guerra Mondiale e più precisamente ad esponenti privi di ogni collegamento con la realtà e mossi da motivazioni volgarmente politiche ed ideologiche i quali  intendevano, allora come oggi, con le proprie tesi negare il dramma dell’Olocausto e delle  Foibe.

    Un sistema Democratico il quale, per definizione, deve assicurare  la libertà di opinione presenta spesso dei costi impliciti e con difficoltà sostenibili, in più irritanti per il contenuto di queste tesi antistoriche ed antidemocratiche. Espressioni queste di un vero e proprio approccio ideologico alla storia se si considera come siano stati necessari oltre cinquant’anni  per ottenere il riconoscimento del dramma delle Foibe, fino a pochi anni fa indicate anche nei libri di storia come semplici cavità carsiche.

    La grandezza del sistema Democratico permette, per sua stessa definizione ed applicazione, ancora oggi che associazioni come l’Anpi (la quale in più percepisce anche fondi pubblici dallo Stato) offrano il proprio supporto logistico e finanziario ai divulgatori della dottrina negazionista delle Foibe. In altre parole il concetto Democratico di libertà di opinione presenta anche delle aberrazioni che non ne inficiano assolutamente il valore e significato ma soprattutto non ne autorizzano alcuna deroga nella propria applicazione.

    Nell’era della comunicazione totale, come quella contemporanea, si affermano nuove  forme di negazionismo nonostante un  maggior livello di conoscenza che “la rete”, con le proprie diverse fonti di informazioni, assicura all’utenza. In questo senso, solo come semplice esempio, assumono i caratteri del grottesco le affermazioni del presidente del Consiglio il quale si ostina ad affermare di aver ridotto il carico fiscale complessivo  quando si possono tranquillamente ridicolizzare queste affermazioni anche attraverso un semplice accesso in rete ed una  visione delle analisi ricche di dati ed accessibili a chiunque senza fornire alcun documento di identità (https://www.ilpattosociale.it/2019/10/24/la-vera-insostenibilita-quella-fiscale/).

    Questo risibile negazionismo relativo agli effetti della finanziaria del presidente Conte, tuttavia, se contribuisce a svilire il valore quanto lo spessore istituzionale riconosciuto alla carica istituzionale trae origine dall’evidente  distacco dalla realtà del protagonista dalla impossibilità di contestare l’affermazione il presidente mente alla divulgazione della rete internet e quindi ora evidenziato facilmente dai contenuti disponibili democraticamente in rete.

    Contemporaneamente il tentativo da parte della attuale maggioranza  di richiedere un accesso alla rete “controllato” rappresenta un aspetto molto più pericoloso di quanto venga ancora oggi percepito. La motivazione di questa modifica di utilizzo della rete viene indicata nella ricerca di una individuazione certa nel caso di una  responsabilità individuale relativamente ai contenuti  in rete indicati come impropri. Una definizione ma soprattutto un parametro assolutamente arbitrario e soggettivo che nulla ha in comune con le tesi negazioniste che la storia ha ampiamente e soprattutto oggettivamente annullato. In più le normative attuali del nostro ordinamento giudiziario già permettono  un ampio controllo e una eventuale capacità repressiva nell’avvio di una azione di responsabilità. In considerazione, in più, del fatto che buona parte delle persone oneste utilizzano il proprio computer o il proprio cellulare al fine di usufruire dei contenuti presenti in rete o per inserirne di propri.

    Viceversa, la volontà di questa maggioranza parlamentare, che aveva già intrapreso questa iniziativa politica tempo addietro con la richiesta di una commissione di valutazione relativa alle fake news ed ai divulgatori d’odio, esprime implicitamente una volontà di controllo dei contenuti basandosi solo su parametri soggettivi legati ad una ideologia e ad una posizione politica del governo alternativamente in carica.

    In altre parole, mentre il dramma dell’Olocausto così come quello come delle Foibe, pur essendo oggetto di teorie negazioniste, risultano ridicolizzate dai riscontri oggettivi storici, viceversa il controllo dell’accesso alla rete e l’istituzione di una commissione per le fake news rappresentano invece il malcelato desiderio da parte della classe politica di vigilare non solo la rete ma soprattutto l’intenzione di porre un controllo relativo ai contenuti influendo sulla loro divulgazione. Attraverso il controllo della rete e del suo accesso si offrono gli strumenti ad una classe politica particolarmente antidemocratica di diminuire il livello di democraticità che la rete stessa  assicura come propria caratteristica istituzionale.

    Siamo di fronte, di conseguenza, ad un negazionismo “dei Principi Democratici 4.0” imputabile ad un gruppo di  parlamentari i quali intendono eliminare o quantomeno ridurre e successivamente controllare tutti i contenuti che risultano lontani dal proprio gradimento.In considerazione poi anche del fatto che avendo perso molto valore, e quindi peso ed influenza, i contenuti dei media tradizionali come tv e giornali, spesso espressione di lobby, automaticamente diventa strategico  un controllo della rete.

    Una sempre migliorabile democrazia imperfetta per definizione rappresenta una forma di governo superiore  a qualsiasi “sistema di controllo perfetto” nel quale ad un sovrano, un dittatore come ad un governo democraticamente eletto vengano riconosciuti e concessi i poteri di valutazione  dei contenuti quanto della forma presenti in  rete. In questo sostanzialmente consiste il vero obbiettivo da raggiungere attraverso l’istituzione della commissioni relativa alle fake news, o divulgatori di odio, o anche al controllo di identità nell’accesso alla rete.

    E’evidente, quindi, e logica conseguenza, come la motivazione politica da cui trae la propria origine questo “negazionismo dei Principi Democratici 4.0” sia espressione di una volontà che non ha nulla da invidiare alla ideologia negazionista dei drammi dell’Olocausto e delle Foibe. Qualsiasi volontà di  controllo declinata poi in censura risulta nata sempre con i migliori presupposti e le migliori intenzioni per salvaguardare qualcuno o qualcosa…

    Sempre.

  • La Commissione si attrezza per combattere le fake news in vista delle elezioni europee

    Mentre alcuni Stati membri sollecitano la Ue a imporre divieti di visto e congelamento dei beni a carico di persone colpevoli di attacchi informatici, il commissario Ue all’Economia digitale, Mariya Gabriel ha annunciato una «serie di azioni» per contrastare le fake news in vista delle elezioni europee, basate su «piani individuali» presentati a Bruxelles dalle piattaforme digitali che hanno aderito al codice di condotta per la trasparenza su web, tra cui Google, Facebook, Mozilla e Twitter. «Non è che l’inizio, ora parte la fase di attuazione del codice», ha avvertito Gabriel, che «dovrà contribuire a una riduzione rapida e misurabile alla disinformazione online». Le piattaforme si impegnano anche a intensificare la cooperazione con i fact-checkers.

    La Commissione farà il punto sull’efficacia delle misure intraprese entro la fine dell’anno. «Faremo una valutazione a dicembre. Vogliamo vedere dei risultati tangibili e misurabili – ha spiegato il commissario Ue – che aiutino a ridurre l’impatto negativo della disinformazione online sulla nostra democrazia, sui nostri valori, sulla fiducia dei cittadini». La Commissione non esclude di mettere sul tavolo altre proposte in futuro, «anche di natura regolamentare» e cioè non su base volontaria.

    Ad aderire all’iniziativa anche diverse associazioni del settore della comunicazione e della pubblicità, tra cui l’Associazione europea delle agenzie di comunicazione (Eaca).

  • Tutte le fake news portano a Mosca

    La stampa europea si è oramai innamorata del caso delle notizie false (fake news), naturalmente attribuendole soltanto alla perfidia del nemico di turno: la Russia. C’è però anche un’altra categoria di “informazioni” che servono ancora di più all’efficacia della propaganda e sono quelle volutamente taciute. Cioè quelle che potrebbero vanificare, alla luce della loro esposizione, l’effetto propagandistico di quanto scritto (o detto) in precedenza. Esempi di questo genere ce ne sono in grande abbondanza e, ahimè, non fanno onore a certa stampa e a certi giornalisti. Pescando nel mucchio di quanto accade nel mondo ne ho identificate almeno tre (ma ciascun lettore potrebbe trovarne a decine).

    Una riguarda il famigerato caso Skripal. Si ricorderà come, ancor prima di alcuna analisi chimica, si urlò al tentativo russo di eliminare una sua ex spia doppiogiochista tramite un particolare gas. Questo fu identificato come un prodotto della “famiglia” Novichok, detenuto “esclusivamente” in Russia e trasportato dentro una valigia dalle mani inconsapevoli della stessa figlia dello Skripal o da altre spie appositamente incaricate. A nulla valsero le smentite dei russi che ricordavano che tutte le armi chimiche accumulate durante il periodo sovietico (e dopo) fossero state distrutte, così come confermato dall’ente internazionale OPCW appositamente creato a seguito della Convenzione Internazionale sulle Armi Chimiche. Ciò che la stampa ha minimizzato è stata la dichiarata e pronta disponibilità di Mosca a collaborare alle indagini per scoprire di quale sostanza realmente si trattasse e chi avrebbe potuto usarla.  Nemmeno fu considerato che, se proprio Novichok fosse l’agente avvelenatore, sarebbe potuto provenire da Svezia, Repubblica Ceca, Slovacchia o dalla stessa Gran Bretagna, tutti Paesi supposti esserne ancora in possesso. Le notizie più o meno taciute riguardano invece il fatto che la figlia di Skripal, guarita, fu dimessa dall’ospedale in aprile e lo stesso Serghei Skripal è uscito in buona salute dall’ospedale lo scorso 18 maggio (che inefficienza questi assassini russi!). Le autorità di Mosca, saputa la notizia, hanno subito reiterato la loro disponibilità a collaborare alle indagini e a incontrare le due vittime per raccoglierne la testimonianza ma la loro offerta è stata, ancora una volta, rifiutata dal governo inglese che ha pure annunciato il trasferimento del signor Skripal in una località segreta.  Qualcuno teme forse che possa parlare e, magari, raccontare una verità diversa da quella britannica ufficiale?

    Una seconda notizia “sottovalutata” da tutti i giornali occidentali è stata la dichiarazione di Harlem Desir, rappresentante OSCE per la libertà dei media. Costui il 15 maggio scorso, da Vienna, ha espresso “una forte preoccupazione per quanto sta accadendo” nella “democratica” e “amica dell’occidente” Ucraina. La mattina di quello stesso giorno, infatti, un gruppo di appartenenti ai servizi di sicurezza locali è entrata con la forza a Kiev nell’ufficio dell’agenzia di stampa russa Ria Novosti e negli uffici della televisione, sempre russa, RT. Dopo aver messo a soqquadro le redazioni, ha arrestato tutti i giornalisti delle due testate tra cui il capo ufficio di Ria Novosti Kirill Vyshinsky, cittadino ucraino. L’accusa delle autorità di Kiev contro le due testate è stata quella di svolgere un’attività antipatriottica e cioè di non obbedire al potere. Perché le Federazioni della Stampa europee, giustamente preoccupate per quanto avviene in Turchia e in Egitto, non sono insorte contro la libertà di stampa violata? Forse perché quanto accaduto, congiuntamente alle ronde antisemite e al frequente pestaggio pubblico dei filorussi, non corrisponde all’idea che si vuol far passare in occidente di un’Ucraina “democratica”?

    La terza notizia non data non è nemmeno recente. Tutte le pagine dei nostri giornali erano state riempite delle accuse lanciate contro gli atleti e le autorità sportive russe in merito a un presunto sistema regolarmente utilizzato di dopaggio. La conseguenza di quelle accuse, basate soltanto sulle dichiarazioni di un ex atleta inviperito, hanno portato all’esclusione di tutti gli atleti russi dalle Olimpiadi coreane. Peccato che la Commissione incaricata di indagare (e di confermare la veridicità di quanto in precedenza sostenuto) è arrivata invece al risultato che non esisteva alcun “sistema” di dopaggio e che, ove avvenuto, riguardasse soltanto singoli atleti. Il risultato del lavoro della Commissione arrivò pochi giorni prima dell’inizio dei Giochi ma il CIO, indispettito, disse che occorrevano nuove indagini e l’esclusione dei russi fu mantenuta.

    Cos’altro si scriverà (o non si scriverà) sulla nostra stampa da qui all’inizio del Campionato Mondiale di calcio? Visti i precedenti e considerato il rischio di un’immagine positiva per la Russia che organizza l’evento, non ci sarà da stupirsi se si parlerà non di calcio ma di possibili disordini, certamente attribuibili alle occulte azioni dello FSB.

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