Famiglie

  • Il carrello della spesa in Italia vale in media 81,49 euro

    Circana, azienda specializzata in dati relativi al largo consumo, rileva che il totale di un classico carrello della spesa composto da 35 articoli alimentari e per la casa acquistati regolarmente nei principali mercati europei dei beni di largo consumo (EU6), è di 95,35 euro, quasi 5 euro in più rispetto a tre anni fa.

    Ovviamente, il valore di questo carrello varia in modo significativo in Europa. La Germania resta il mercato più conveniente, con soli 71,20 euro, circa 24 euro in meno rispetto alla media EU6. All’estremo opposto, lo stesso carrello costa 104,43 euro in Francia, 100,13 euro nel Regno Unito e 98,58 euro nei Paesi Bassi, rendendoli i mercati più costosi tra quelli analizzati. In Italia il carrello costa 81,49 euro, il 5,2% in più rispetto ad aprile 2023

    Sebbene la Germania abbia registrato un aumento del 6,5% dei prezzi del carrello negli ultimi tre anni, continua a beneficiare di uno dei settori alimentari più competitivi d’Europa, dove la forte presenza dei discount e l’intensa concorrenza sui prezzi contribuiscono a mantenere i costi della spesa quotidiana ben al di sotto della media europea.

    Anche se l’inflazione si è attenuata rispetto ai picchi, i consumatori continuano a percepire l’impatto cumulativo dei prezzi più alti alla cassa, con il carrello medio aumentato di 4,86 euro (+5,4%) da aprile 2023 nell’EU6. In un contesto di calo della fiducia dei consumatori e di aumento dei costi delle materie prime agricole e dell’energia, i clienti restano cauti nella spesa, esercitando una pressione continua sulla domanda retail e sui volumi acquistati.

    Rispetto a ciò, i consumatori del Regno Unito hanno registrato il maggiore aumento del costo del carrello tra i principali mercati europei, con il carrello tipico aumentato di 9,07 euro (+10%) da aprile 2023, a fronte di un incremento medio EU6 di 4,86 euro (+5,4%).

    Ananda Roy, SVP Consumer Goods Industry Advisor, Circana, ha commentato: «Sebbene l’inflazione abbia rallentato, i consumatori stanno ancora pagando molto di più per i beni di uso quotidiano rispetto a pochi anni fa. Poiché i bilanci delle famiglie rimangono sotto una certa pressione, la clientela continua a dare priorità al valore, cercando promozioni, cambiando negozio e gestendo con attenzione ciò che inserisce nel proprio carrello».

    Guardando avanti, si prevede che i prezzi degli alimentari resteranno sotto pressione, poiché la volatilità dei mercati dell’energia e delle materie prime agricole continua a spingere i costi verso l’alto. Ananda Roy ha aggiunto: «L’inflazione alimentare dovrebbe superare l’inflazione generale per il resto del 2026, con le tensioni geopolitiche e le perturbazioni della supply chain che pesano sulla fiducia dei consumatori. Di conseguenza, è probabile che i clienti restino molto attenti al valore, dando priorità agli acquisti essenziali, cercando promozioni e gestendo con attenzione i budget familiari sia nelle categorie alimentari sia in quelle non alimentari».

  • Minori, genitori, tribunali

    In Italia, a seguito di provvedimenti dei tribunali dei minori, vivono fuori dal contesto familiare, in strutture protette o comunità più di 30mila bambini e adolescenti.

    A Milano, la città ormai è diventata punto di riferimento non solo di manifestazioni internazionali ma anche di persone particolarmente abbienti che l’hanno scelta come città più favorevole ai loro interessi, ci sono circa 800 minori sottratti alle loro famiglie.

    Situazioni di disagio familiare o sociale, marginalità e vulnerabilità sono ovunque più frequenti di quanto si pensi. A volte i bambini sono affidati al Comune e inseriti in una struttura socio-educativa, altre volte vengono affidati temporaneamente a famiglie, altri ancora vivono in comunità con le madri.

    Vi sono situazioni difficilmente reversibili, come quando i genitori sono dipendenti da droga o alcol oppure sono incapaci di svolgere la loro funzione genitoriale.

    In Italia il tribunale per i minorenni interviene in presenza di una segnalazione, di un pregiudizio concreto per il minore, le segnalazioni dei servizi sociali portano a provvedimenti dell’autorità giudiziaria, in genere, in caso di maltrattamenti, significativa trascuratezza, incapacità genitoriale, ovviamente con particolare attenzione allo stato igienico-sanitario, alla scolarizzazione e alla socializzazione.

    L’Autorità nazionale garante per i minori sottolinea però la necessità di fare maggior chiarezza sugli allontanamenti, infatti l’allontanamento dovrebbe essere una misura eccezionale da adottare solo in caso di grande pericolo, come ad esempio quando i bambini siano in stato di totale abbandono morale o materiale.

    Salvo casi di emergenza la legge non prevede che sia compito delle forze dell’ordine intervenire nei prelevamenti dei minori e inoltre se questi oppongono resistenza al trasferimento bisogna sospenderlo e va data comunicazione al magistrato che lo ha disposto.

    Proprio quest’anno la Garante Marina Terragni ha preparato, col supporto di avvocati, un documento che sottolinea come il minore debba essere ascoltato da parte del giudice, a differenza di quando abitualmente accade, e che il ricorso a strutture di accoglienza non dovrebbe essere la prassi ma l’extrema ratio.

    Se si tiene conto che un minore in una struttura costa 150 euro al giorno si comprende bene come in molti casi le situazioni di indigenza di certe famiglie potrebbero essere eliminate attraverso un supporto economico che sarebbe di gran lunga meno traumatizzante per i bambini e meno oneroso per lo Stato.

    Si attende un disegno di legge proprio in materia di affido anche per avere un censimento sistematico delle strutture di accoglienza e delle famiglie affidatarie, infatti al momento non vi sono dati certi che consentano, secondo la Garante, di distinguere in modo attendibile quanti collocamenti di urgenza siano stati disposti e mancano le valutazioni sugli impatti traumatici sui bambini e connessi agli allontanamenti.

    Per esperienza di molti rimangono assolutamente carenti i mezzi a supporto del lavoro degli assistenti sociali e non tutti gli assistenti sociali sono dotati delle competenze e delle sensibilità idonee ad affrontare i problemi legati a situazioni minorili difficili. Spesse volte i Comuni, per problemi economici più o meno reali, non gestiscono direttamente i servizi sociali ma si affidano a cooperative o organizzazioni esterne. Anche i magistrati hanno responsabilità quando non ascoltano i minori prima di decidere e non hanno una valutazione diretta della situazione familiare.

    Come già detto, alcune situazioni di indigenza potrebbero essere risolte tramite sussidi ad hoc; in molti casi non occorrerebbe sottrarre i bambini alle famiglie che avrebbero solo bisogno del sostegno di tutor e di migliori condizioni abitative e lavorative per ritrovare un corretto equilibrio.

    Questi sono solo alcuni dei tanti punti che abbiamo voluto evidenziare sul tema portato alla ribalta dalle vicende della casa nel bosco, che ha fatto poi scoprire che esistono altri nuclei familiari che hanno scelto questo tipo di vita.

    Come domanda finale, in attesa del disegno di legge di cui sopra, chiediamo: a un bambino, che ha genitori amorevoli, porta più danno vivere nel bosco coi suoi genitori, a contatto con alcune regole e principi e confortato dalla conoscenza da ciò che natura e animali gli possono insegnare o piuttosto porta più danno avere in mano, dai primissimi anni di vita, uno smartphone sul quale impara presto a vedere le tante oscenità presentati dai vari TikTok e che portano alle violenze in scuole e strade che tutti vediamo?

  • Italiani sensibili alla sostenibilità, ma anche ai suoi costi

    La sostenibilità non è una moda né un tema di principio: per giovani e famiglie italiane, è una priorità concreta, con un valore medio di 8,7 su 10 tra i giovani e 8,5 tra le famiglie svantaggiate. Ma tra attenzione dichiarata e comportamenti strutturati resta un divario, dovuto soprattutto a costi elevati, scarsa chiarezza delle informazioni e difficoltà di accesso agli strumenti. È quanto emerge dall’ultima indagine realizzata dall’Istituto Piepoli per Udicon nell’ambito del progetto nazionale “5R – Evolution: un futuro verde”, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e promosso in collaborazione tra Udicon Nazionale, Udicon Regionali e Road to green.

    Secondo la ricerca, la sostenibilità è un tema sentito dal 94% dei giovani e dal 92% delle famiglie svantaggiate, ma la conoscenza delle 5R – Riduci, Riusa, Ricicla, Ripara, Recupera – resta limitata: se tra i giovani tre su quattro dichiarano di conoscerle, il 42% delle famiglie non ne ha mai sentito parlare. Un dato che segnala una disuguaglianza informativa ancora marcata. “L’interesse è forte, soprattutto tra i giovani, ma va trasformato in azioni concrete. La scarsa conoscenza delle 5R conferma quanto formazione e informazione siano fondamentali per il cambiamento quotidiano”, afferma Martina Donini, presidente nazionale di Udicon.
    Sul piano dei comportamenti, l’indagine fotografa una sostenibilità praticata soprattutto nelle azioni più immediate: oltre il 90% degli intervistati limita lo spreco alimentare e pratica la raccolta differenziata, mentre diventano più complessi i cambiamenti strutturati, come la mobilità sostenibile, adottata solo dal 57% di giovani e famiglie. Cresce invece l’attenzione nelle scelte di acquisto: negli ultimi sei mesi oltre il 90% dei giovani e più dell’80% delle famiglie svantaggiate ha acquistato prodotti locali o biologici, privilegiando qualità, prezzo e origine rispetto alla marca, che risulta il criterio meno rilevante. Guardando al futuro, oltre l’80% degli intervistati dichiara di voler aumentare i comportamenti sostenibili, riducendo i consumi energetici e orientando maggiormente gli acquisti. A frenare il cambiamento, tuttavia, non è la mancanza di volontà. Il principale ostacolo indicato è il costo (32%), seguito dalla scarsa chiarezza delle informazioni (28%) e dalle abitudini consolidate (23%).

    “Non possiamo chiedere alle persone di essere più sostenibili senza offrire strumenti concreti e accessibili. Oggi, molti cittadini si trovano a dover affrontare scelte complicate, tra etichette poco chiare e prezzi non sempre alla portata. Con il progetto 5R–Evolution vogliamo accompagnare concretamente i cittadini verso comportamenti più responsabili, attraverso attività gratuite e accessibili come swap party, workshop, corsi edutainment e sportelli di supporto”, conclude Donini.

  • Aumentano gli italiani che chiedono un finanziamento, calano gli importi richiesti

    Nonostante un contesto economico che risente del clima di incertezza globale, le famiglie italiane non hanno smesso di rivolgersi agli istituti di credito per sostenere i propri consumi e gli investimenti sulla casa.

    Per fotografare la dinamica in atto, Mister Credit – l’area di Crif che si occupa dello sviluppo di soluzioni e strumenti educational per i consumatori – ha presentato l’aggiornamento relativo al I semestre 2025 della Mappa del Credito, lo studio sull’utilizzo del credito rateale da parte degli italiani. Dall’analisi dei dati disponibili in Eurisc, il sistema di informazioni creditizie gestito da CRIF emerge come nei primi sei mesi dell’anno si sia ulteriormente allargata la platea di italiani che risulta avere almeno un contratto di credito rateale attivo, pari al 59,6% della popolazione maggiorenne (+13,1% rispetto al 2024). La dinamica in atto riflette la ripresa dei consumi e degli acquisti sostenuti da un finanziamento e anche dello sviluppo dei prestiti small ticket.

    A livello pro-capite, nel primo semestre dell’anno in corso la rata media rimborsata ogni mese è pari a 278 euro (stabile rispetto a un anno fa), mentre l’esposizione residua – intesa come somma degli importi pro-capite ancora da rimborsare in futuro per estinguere i contratti in essere – è pari a 31.637 euro (in calo del -10,0% rispetto al primo semestre del 2024).

    Osservando in particolare i mutui, notiamo una sostanziale stabilità della rata media, di poco inferiore ai 600 euro, mentre risulta in calo l’esposizione residua, che supera di poco i 97.000 euro. Per quanto riguarda i prestiti finalizzati, cresce leggermente la rata mensile, che si attesta a 135 euro, mentre cala l’esposizione residua (-7,5%), che rimane comunque contenuta e di poco superiore a 5.500 euro. In leggera crescita (+1,5%) la rata media dei prestiti personali, che si attesta a 254 euro, con un’esposizione residua intorno ai 16.200 euro, in calo del -7,9%.

    “In questa prima parte dell’anno, risulta in crescita del +13,1% la quota di soggetti che ricorrono al credito, probabilmente a causa del calo graduale dei tassi che lo ha reso più accessibile e conveniente sia per le famiglie che per le imprese, ma con un’attenzione all’esposizione residua, che infatti cala del -10%” – commenta Beatrice Rubini, Direttrice della linea Mister Credit di Crif. “Nel complesso, l’incidenza dei mutui oggi rappresenta il 23,6% del totale dei finanziamenti attivi, mentre la quota di prestiti personali arriva al 29,3%. Sono però i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi quali auto, moto, elettronica ed elettrodomestici, articoli di arredamento, viaggi, ecc. a risultare la forma di finanziamento più diffusa, con una quota del 47,1% del totale. Volendo fare una classifica delle tipologie di beni e servizi per cui si ricorre maggiormente al credito, al primo posto troviamo le spese relative alla casa (34,9%), seguite dai mezzi di trasporto (30,2%) e da elettronica ed elettrodomestici (20%)”.

    Dall’ultima rilevazione prodotta da Assofin, Crif e Prometeia, il rischio di credito relativo al totale dei prestiti alle famiglie è stabile all’1,4% a marzo 2025. Si tratta di livelli di rischiosità contenuti, che non sembrano destare allarmi. Le politiche di concessione dei prestiti rimangono prudenti, riflettendo anche l’incertezza legata alle tensioni geopolitiche e commerciali e il loro impatto sulla capacità di rimborso dei richiedenti.

    La fotografia che si ricava dall’ultimo aggiornamento della Mappa del Credito mostra una situazione estremamente composita a livello territoriale, che rispecchia i fattori economici e sociali quali, ad esempio, la propensione a fare ricorso al credito per finanziare l’acquisto di un’abitazione o le proprie spese correnti, la capacità reddituale e di risparmio delle famiglie, il diverso costo degli immobili o la tendenza ad allungare la permanenza nell’abitazione di famiglia, la diversa intensità della ripresa dei consumi e del mercato immobiliare, la maggiore abitudine a rivolgersi alla cerchia familiare o amicale per pianificare gli acquisti rispetto agli istituti di credito, ecc..

    Nel complesso, la regione con la quota più elevata di popolazione maggiorenne con almeno un rapporto di credito attivo è la Toscana, con il 67,8% del totale, seguita dalla Valle d’Aosta (con il 67,2%) e dal Lazio (con il 66,4%).

    All’estremo opposto del ranking si colloca il Trentino-Alto Adige, regione in cui solamente il 32,5% della popolazione risulta avere almeno un rapporto di credito attivo, preceduto dalla Basilicata (con il 47,8%) e dalla Campania (con il 52,7%).

    Nel primo semestre 2025, le regioni in cui i cittadini ogni mese sostengono la rata più elevata sono il Trentino-Alto Adige, con 405 euro di media, la Lombardia (317 euro) e il Veneto (305 euro). Seguono l’Emilia-Romagna e il Friuli-Venezia Giulia, rispettivamente con 299 e 295 euro.

    Per interpretare questa dinamica va però considerato che in queste regioni si rileva una elevata incidenza dei mutui, che presentano un importo da rimborsare più alto rispetto alle altre forme tecniche considerate, senza considerare il valore degli immobili che potrebbe risultare superiore alla media. Inoltre, in queste regioni il reddito disponibile risulta tendenzialmente più elevato della media e, di conseguenza, i consumatori possono permettersi di rimborsare una rata più elevata senza intaccare la sostenibilità degli impegni finanziari.

    Nel complesso, è al Sud e nelle Isole che troviamo le rate mensili più leggere, soprattutto in Calabria, in Sardegna e in Sicilia, dove si attestano a 237 euro di media in virtù di una maggiore incidenza dei prestiti finalizzati, che hanno un importo più contenuto rispetto alle altre forme tecniche.

    Per quanto riguarda l’esposizione residua ancora da rimborsare, per estinguere i finanziamenti in corso, troviamo il Trentino-Alto Adige in vetta al ranking nazionale, con 49.226 euro (in calo rispetto ai 52.059 euro del 2024), seguito dalla Lombardia, che si colloca al 2° posto della graduatoria con 40.294 euro. Seguono l’Emilia-Romagna, che con 38.274 euro supera di poco il Veneto, con 38.232 euro, e il Friuli-Venezia Giulia, con 36.602 euro.

    All’estremo opposto della classifica, con 19.292 euro, i cittadini della Calabria risultano avere un debito residuo pari a meno della metà di quello dei Trentini, in virtù di un peso dei mutui casa inferiore alla media. Insieme alla Sicilia e al Molise, sono le sole 3 regioni in cui il valore che rimane ancora da rimborsare risulta inferiore ai 22.000 euro.

    Sono soprattutto gli appartenenti alle fasce di età dai 30 ai 60 anni ad avere finanziamenti in corso. Infatti, sono oltre 4 persone su 5 nella fascia dai 41 ai 50 anni, mentre solo il 30,2% nella fascia dai 18 ai 30 anni. Nelle fasce di età “centrali” si concentra chiaramente la maggior parte della popolazione attiva, che potendo contare su un reddito da lavoro può avere maggior propensione ad accendere finanziamenti.

    Per quanto riguarda il genere, sono in maggioranza gli uomini (59,1%) ad essere attivi nel mondo del credito, mentre per il 40,9% sono donne. Gli uomini hanno la tendenza ad utilizzare più frequentemente il credito rispetto alle donne, con una media di contratti attivi pari a 1,1.

    La quota delle donne si alza però se guardiamo ai mutui, arrivando al 45,7%, anche perché probabilmente per poter sostenere le rate più elevate (tipiche di questa tipologia di finanziamenti rispetto alle altre) è preferibile suddividerle tra più soggetti. In tutte le tipologie, gli importi medi delle rate sono più bassi per le donne rispetto agli uomini.

    I giovani dai 18 ai 30 anni sono più attivi sui prestiti finalizzati, che rappresentano una possibilità meno impegnativa di approcciare il mondo del credito rispetto ai mutui o ai prestiti personali; mentre gli over 60, in generale, utilizzano meno il credito rispetto alla media della popolazione – con una percentuale di utilizzatori pari al 41,9% – ed hanno una maggior propensione all’utilizzo dei prestiti personali.

  • Le famiglie del Belpaese hanno patrimonio alto e debiti contenuti

    Nel 2024 il valore della ricchezza netta detenuta dalle famiglie europee ha raggiunto i 70.200 miliardi di euro, in crescita del 4,4 per cento rispetto all’anno precedente. Lo evidenzia uno studio dell’Associazione bancaria italiana (Abi) sui più recenti dati pubblicati dalla Banca centrale europea. Il 29 per cento di tale ricchezza è delle famiglie tedesche, il 20 per cento di quelle francesi, il 16 per cento di quelle italiane e il 13 per cento di quelle spagnole; la quota restante (22 per cento) è distribuita tra gli altri paesi dell’area. Le famiglie italiane si confermano tra le più solide dal punto di vista patrimoniale. In Italia la ricchezza netta delle famiglie è di 8 volte il reddito disponibile, superiore alla media dell’area dell’euro (7,5 volte), ai dati francesi (7,4) e a quelli tedeschi (7,2), mentre è 8,6 volte per gli spagnoli. L’indebitamento delle famiglie italiane si mantiene tra i più bassi nell’area dell’euro. Le passività finanziarie rappresentano in Italia l’8,4 per cento del totale, a fronte dell’11,3 per cento nell’area dell’euro, del 9,7 per cento in Germania e del 12,8 per cento in Francia e con il 7,9 per cento in Spagna.

    La composizione della ricchezza delle famiglie evidenzia che gli immobili residenziali risultano la componente principale. In Italia la quota delle abitazioni, sebbene maggioritaria, risulta contenuta nel confronto europeo (43,9 per cento in Italia contro 51,6 per cento della media di area) e rispetto ai dati degli altri principali paesi (52,2 per cento in Francia, 53,2 per cento in Germania e 60,6 per cento in Spagna), anche a motivo del forte aumento dei prezzi degli immobili negli altri paesi dell’area dell’euro. I depositi in Italia rappresentano l’11,2 per cento del totale delle attività delle famiglie mentre nell’area dell’euro tale quota sale al 12,4 per cento. In Italia, risulta più elevata della media europea la liquidità (1,6 per cento contro una media di area dell’1,1 per cento). Le attività delle famiglie produttrici – tra cui le partecipazioni in imprese non quotate e i beni non finanziari ad uso produttivo – costituiscono il 20,2 per cento del portafoglio complessivo delle famiglie italiane, quasi 6 punti percentuali in più rispetto alla media dell’area.

  • Italiani pronti a indebitarsi pur di mettersi al sole

    L’Italia è una Repubblica fondata sulle ferie e pur di mettersi in mutande sotto il sole gli italiani sono disposti anche a restare in mutande. L’estate 2025 conferma una tendenza in costante crescita: quando non hanno la liquidità per permettersela sempre più italiani scelgono di finanziare le vacanze a rate, anche quando le condizioni economiche personali non lo permetterebbero.

    Secondo gli ultimi dati disponibili, solo nel primo trimestre dell’anno sono stati richiesti oltre 100 milioni di euro in prestiti personali destinati esclusivamente ai viaggi, con un incremento del +18% rispetto al 2024. I più esposti sono i giovani: l’età media dei richiedenti è 37 anni, con un picco tra gli under 30. Il prestito medio richiesto è di circa 5.900 euro e riguarda principalmente viaggi in Italia, con un aumento della domanda soprattutto tra gli uomini.

    La vacanza a rate è diventata una soluzione sempre più diffusa, spinta da promozioni, pubblicità mirate e dalla pressione sociale. Ma dietro l’apparente leggerezza di una settimana al mare o in montagna, si nasconde spesso una trappola pericolosa: rate che durano anni, bilanci familiari già fragili, e un indebitamento che si accumula silenziosamente. Tra gennaio e maggio, i prestiti per vacanze hanno raggiunto oltre 220 milioni di euro, con durata media di circa 4 anni. Un prestito per vacanze può sembrare una soluzione innocua ma può trasformarsi in un problema serio quando si tratta di saldarlo e non si è in grado.

    Nel frattempo, oltre 8 milioni di italiani rinunceranno alle vacanze per motivi economici. Il 69% di chi resta a casa lo fa per l’impossibilità di sostenere i costi, mentre una parte crescente cerca comunque di partire, anche a costo di indebitarsi. Il credito al consumo diventa così una scorciatoia che, in molti casi, porta dritto al sovraindebitamento.

    «Riceviamo sempre più richieste di aiuto da persone che hanno iniziato con piccoli prestiti, spesso per spese non essenziali, e che oggi non riescono più a uscire dal tunnel del debito» – spiegano i professionisti di Legge3.it, ai quali si devono i dati sopra riportati. «Il problema non è fare le vacanze, ma farle senza una reale sostenibilità economica. La serenità non si compra a rate. E non può essere il prezzo della libertà finanziaria» ha dichiarato Gianmario Bertollo di Legge3.it.

  • L’Istat prevede un rallentamento della crescita nel 2025 e famiglie sempre più piccole

    Le previsioni più recenti per il 2025 sono di un rallentamento della crescita rispetto all’andamento già moderato del 2024, come conseguenza principalmente degli effetti dell’evoluzione delle politiche commerciali globale, e sono comprese tra +0,4% (Fondo monetario internazionale) e +0,6% (Banca d’Italia e ministero dell’Economia). È quanto riferisce l’Istat nel suo rapporto annuale 2025. Le prospettive per l’anno in corso sono tuttavia condizionate dalle possibili evoluzioni delle tensioni geopolitiche internazionali che rendono ogni previsione soggetta ad ampi margini di incertezza. Nel 2024 l’economia italiana ha continuato a crescere a un ritmo moderato, inferiore rispetto alla Francia e soprattutto alla Spagna, mentre la Germania è in recessione per il secondo anno di seguito. L’occupazione ha continuato a espandersi ed è stato conseguito un parziale recupero nel potere d’acquisto dei salari. D’altra parte, l’aumento dell’occupazione, anche per la sua composizione settoriale, si è tradotto in una riduzione della produttività del lavoro. È proseguito il rientro dall’inflazione, riflettendo il forte calo nelle quotazioni dell’energia, la cui crescita ne era stata all’origine. L’inflazione al consumo si è mantenuta più bassa che nelle altre maggiori economie europee, tornando però a salire nei primi mesi del 2025.

    Nel 2024 sono migliorati in misura consistente i saldi del bilancio pubblico, soprattutto grazie alla riduzione degli oneri del superbonus. Il debito pubblico è cresciuto lievemente, per effetto della ridotta crescita del Pil nominale e dell’aumento della spesa per interessi. Nell’ultimo decennio la crescita dell’economia ha risentito sia di condizioni macroeconomiche in prevalenza sfavorevoli, sia di caratteristiche del sistema produttivo associate all’efficienza e all’incremento della produttività che ne hanno frenato l’espansione, quali le ridotte dimensioni d’impresa, la specializzazione, il contenuto innovativo relativamente modesto delle produzioni. Negli anni più recenti lo sviluppo delle attività ad alta tecnologia ha contribuito a mitigare questi effetti. Tuttavia, l’Italia continua a scontare un ritardo nella dotazione di capitale umano qualificato, che si riflette anche in una minor capacità di adozione delle tecnologie digitali che richiedono competenze specializzate. Le previsioni demografiche indicano che l’Italia continuerà ad affrontare un calo delle nascite e un aumento della mortalità, con un saldo naturale sempre più negativo. L’incertezza sulle dinamiche migratorie, che potrebbero contribuire a contrastare la crisi demografica, rimane alta, legata a fattori economici e geopolitici. La popolazione residente in Italia, secondo lo scenario mediano, è destinata a diminuire, passando da circa 59 milioni al primo gennaio 2023 a 58,6 milioni nel 2030 e a 54,8 milioni nel 2050.

    Le famiglie diventano sempre più piccole: cresce il numero di persone che vivono da sole, aumentano le libere unioni, le famiglie monogenitore e quelle ricostituite, mentre si riduce la presenza dei nuclei familiari con figli. Nel biennio 2023-2024 le persone sole costituiscono il 36,2 per cento delle famiglie, mentre le coppie con figli scendono al 28,2%. L’aumento delle persone sole interessa tutte le età, ma soprattutto gli anziani. Quasi il 40% delle persone di almeno 75 anni vive da solo, in prevalenza donne. Famiglie ricostituite, coppie non coniugate, genitori soli non vedovi e persone sole non vedove rappresentano oggi il 41,1% delle famiglie, segnando una trasformazione strutturale nella geografia familiare del Paese. Il 63,3% dei giovani tra 18 e 34 anni vive con i genitori, un valore tornato al livello del 2019 ma in crescita rispetto al 2010. Sul fronte dell’istruzione si registra un miglioramento dei livelli medi, ma persistono ampi divari rispetto alla media dell’Ue27. Le competenze digitali, sempre più centrali nel mondo del lavoro e nella vita quotidiana, mostrano livelli ancora insufficienti soprattutto se confrontati con l’obiettivo fissato dal programma strategico Ue per il decennio digitale. Nel 2024, oltre un quinto della popolazione residente in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale: il 23,1%, un dato sostanzialmente stabile rispetto al 2023. Le condizioni economiche delle famiglie restano quindi fragili.

    La povertà assoluta è stabile rispetto all’anno precedente ma in aumento nel confronto con il 2014. Anche tra chi lavora si diffonde la vulnerabilità economica con l’aumento delle persone i cui redditi non sono sufficienti a garantire un livello di vita adeguato. Nel mercato del lavoro, nonostante l’occupazione abbia raggiunto il massimo storico, l’Italia presenta ancora tassi di partecipazione tra i più bassi d’Europa, in particolare per giovani e donne. La qualità dell’occupazione è migliorata in termini di stabilità, ma persistono forti vulnerabilità. Nel 2024 il reddito reale da lavoro per occupato è più elevato rispetto al 2014, l’anno di minimo dopo la Grande recessione degli anni precedenti, ma più basso del 7,3% rispetto al 2004, per la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione, con riduzioni in tutte le classi d’età. Nello stesso periodo, l’aumento della partecipazione al lavoro, la riduzione della dimensione delle famiglie e la maggiore diffusione della proprietà della casa d’abitazione hanno più che compensato tale riduzione in termini di reddito familiare equivalente. Le disuguaglianze territoriali restano forti, con incrementi ampi di occupazione nelle grandi città metropolitane del Centro-nord, dove anche la popolazione ha continuato ad aumentare, e minori o negativi in parte del Mezzogiorno e alcune aree del Centro-nord in declino industriale. Nel 2024 circa una persona su dieci (9,9%) ha rinunciato a visite o esami specialistici, principalmente a causa delle lunghe liste di attesa (6,8%) e per le difficoltà nel pagare le prestazioni sanitarie (5,3%).

    La rinuncia alle prestazioni sanitarie è in crescita sia rispetto al 2023 (7,5%), sia rispetto al periodo pre-pandemico (6,3% nel 2019), soprattutto per l’aggravarsi delle difficoltà di prenotazione. Le condizioni di salute mostrano segnali contrastanti: la speranza di vita alla nascita ha superato i livelli pre-pandemici, ma gli anni vissuti in buona salute si riducono, soprattutto tra le donne e nel Mezzogiorno. Il disagio psicologico cresce e le condizioni di salute soggettive dichiarate dalle persone con disabilità restano critiche. Per loro la prevalenza di malattie croniche è molto elevata, colpendo in particolare gli anziani, con un impatto più marcato sulle donne. L’uscita dalla famiglia avviene sempre più spesso per andare a convivere; il matrimonio e la genitorialità sono posticipati, o talvolta evitati del tutto; crescono le unioni libere e le famiglie ricostituite. La crescente instabilità coniugale completa il quadro di una transizione demografica in cui i legami familiari si ridefiniscono nel tempo. Considerando la dimensione della sostenibilità, tra il 2005 e il 2024 è triplicata la produzione di energia da fonti rinnovabili. In quest’ambito l’Italia resta indietro rispetto alle altre maggiori economie europee, anche se negli ultimi anni si è avuta un’accelerazione. Parallelamente, si sono ridotte le pressioni generate dal sistema economico sull’ambiente. Permangono tuttavia elevati i rischi naturali, associati anche alla maggior frequenza di eventi climatici estremi.

    “Nell’ultimo biennio, le retribuzioni contrattuali hanno iniziato a recuperare in termini reali ma in misura insufficiente a coprire il ritardo maturato negli anni precedenti: rispetto a gennaio 2019, la perdita di potere d’acquisto per dipendente era superiore al 15% a fine 2022 ed è ancora pari al 10% a marzo 2025”, ha detto il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, in occasione della presentazione del rapporto annuale 2025, alla Camera dei deputati. “Nel confronto europeo, tra il 2019 e il 2024, le retribuzioni lorde di fatto per dipendente in termini reali sono diminuite del 4,4% in Italia, del 2,6% in Francia e dell’1,3% in Germania, mentre in Spagna si è registrato un aumento del 3,9”, ha aggiunto. “Preoccupante è l’aumento dell’espatrio tra i giovani 25-34enni con una laurea: 21 mila nel 2023, un record storico; il risultato è una perdita netta di 97mila giovani laureati in dieci anni”, ha sottolineato Chelli, che ha proseguito: “Al primo gennaio 2025, la popolazione residente in Italia è ormai sotto i 59 milioni. Come più volte ricordato, la diminuzione – in atto dal 2014 – è dovuta a una dinamica naturale fortemente negativa; la natalità continua a calare – nel 2024 si sono registrate solo 370mila nascite – e la fecondità ha toccato il minimo storico di 1,18 figli per donna, sfavorita dalla riduzione del numero di donne in età fertile e dal crescente rinvio della genitorialità”.

    “Resta elevata la quota di 18-34enni che continuano a vivere nella famiglia di origine, circa due terzi, contro una media europea del 49,6%. La difficoltà di raggiungere l’indipendenza economica ostacola l’autonomia e ritarda tutte le tappe dei giovani verso l’età adulta, genitorialità compresa”, ha evidenziato il presidente Istat, che ha concluso: “Nel passaggio dalla generazione delle madri a quella delle attuali quarantenni, raddoppia la quota di donne senza figli – dal 13% al 26% –, con un picco di circa tre donne su dieci nel Mezzogiorno. Parallelamente, si riscontra un’accentuata posticipazione dell’età alla nascita del primo figlio, che aumenta la probabilità di avere un numero di figli inferiore alle attese o di non averne affatto. L’età media alla nascita del primo figlio è salita da 25,9 anni per le nate del 1960 a 29,1 per quelle del 1970, con un rinvio ancora maggiore nelle generazioni più recenti”.

  • Panem et circenses

    Evidentemente la percezione della realtà economica e politica si dimostra spesso espressione di sensibilità contrapposte in particolare modo sulle posizioni sociali.

    A livello governativo le venticinque flessioni consecutive della produzione industriale non suscitano ancora oggi alcuna reazione politica, tantomeno strategica o fiscale, come se venisse considerata fisiologica di un periodo di difficoltà più generale. Prova ne sia che il governo già alle prime indicazioni negative relative all’andamento industriale ha comunque aumentato di 17 punti l’Iva, riportandola da 5% a 22%, oltre ad avere annullato gli sconti sulle accise dei carburanti introdotte dal governo Draghi.

    Successivamente, di fronte all’esplosione dei costi energetici che nel 2024 hanno costretto 1,2 milioni di famiglie a vedersi aumentata del +80% la bolletta energetica, il governo ha stanziato 3 miliardi come bonus energetico ma destinato a dei precisi profili sociali (reddito/composizione familiare), di fatto una implicita ammissione di mancanza di determinazione nell’adozione di una politica anticiclica.

    Viceversa si sono mantenuti tutti quei bonus “ad omnibus” (elettrodomestici, psicologo etc) i quali hanno solo il vantaggio di favorire un singolo settore a discapito di tutti gli altri, non presi in alcuna considerazione.

    Le aziende, intanto, hanno visto esplodere i costi energetici nel 2024 del +40% e di un ulteriore +15% per il primo trimestre 2025.

    In questo contesto Arera (Autorità di regolazione energia e reti) ha già anticipato come per il 2026 ci sarà un ulteriore aumento del costo energetico per famiglie ed imprese (+1,2%) oltre l’andamento delle quotazioni alla borsa di Amsterdam. Un fattore che determinerà una ulteriore perdita di competitività per le imprese italiane ed una caduta ulteriore della qualità di vita delle famiglie.

    Quindi, in oltre due anni, la insostenibilità dei costi energetici ha determinato ed amplificato il crollo della produzione industriale nel settore autoveicoli tornata a livello del 1956 (456.000 auto in ulteriore diminuzione nel primo trimestre 2025). Contemporaneamente in Spagna risulta raddoppiato fino ad un milione il numero di auto prodotte proprio grazie ad un corso energetico inferiore del -53% rispetto a quello italiano.

    In altre parole, la politica energetica si dimostra un fattore moltiplicatore aggiuntivo delle continue flessioni di produzione industriale, determinate anche dalla situazione internazionale problematica.

    In un simile contesto andrebbero completamente riviste le priorità della spesa pubblica il cui primo obiettivo dovrebbe essere quello di assicurare le migliori condizioni di competitività alle imprese e di serenità alle famiglie attraverso una riduzione sostanziale dei costi energetici. Una considerazione che non sembra interessare il governo in carica, tanto è vero che in piena crisi energetica destina cinque miliardi per la realizzazione di nuovi stadi. Miliardi i quali, uniti ai tre miliardi già stanziati per i bonus energetici, raggiungerebbero la cifra di 8 miliardi che vennero utilizzati dal governo Draghi per ridurre l’Iva di 17 punti applicata ai costi energetici, delineando in questo modo un orizzonte di speranza per le imprese e le famiglie.

    Quindi, se, come diceva Einstein, “non è possibile risolvere un problema con lo stesso livello di pensiero che sta creando il problema”, mai come ora sarebbe necessario, per non dire vitale, cambiare appunto gli obiettivi dell’azione governativa. Tralasciando, se non altro nell’immediato, faraonici progetti (ponte sullo Stretto) le cui ricadute economiche ed occupazionali risultano poco chiare allo stesso ministro, e viceversa privilegiare la destinazione di risorse economiche al perseguimento di una politica energetica che assicuri un futuro di competitività alle imprese e di serenità alle famiglie.

  • La deriva etica fiscale

    Non è un segreto per nessuno che il 50% della popolazione italiana sia rappresentata da single e che le famiglie esprimano una bassa natalità. Delle analisi, nel passato, avevano indicato nella natura “bambocciona” degli italiani le cause di questa preoccupante deriva demografica. Per fortuna la crescita culturale ci ha permesso di dimostrare come la sola qualità dei servizi a disposizione delle nuove famiglie permetta un maggiore incremento del tasso di crescita demografica, come la provincia di Bolzano ampiamente dimostra.

    Tornando al quadro nazionale, questa importante metà della complessa società italiana, esattamente come le famiglie, dovrebbe venire considerata degna di rispetto e di ogni tutela, anche fiscale, in quanto cittadini dello Stato italiano.

    Come spesso si è detto in passato ad una singola persona, quindi ad ogni cittadino italiano, dovrebbero venire assicurati dallo Stato le medesime tutele, indipendentemente dal proprio stato civile, sociale, estrazione politica o situazione economica.

    Questo principio risponde alla sublimazione del pensiero liberale, il quale non utilizza  alcun principio etico come fattore distintivo, e quindi discriminante, nell’individuazione delle persone a cui assicurare le  tutele previste.

    Una possibile diminuzione del carico fiscale e quindi l’introduzione di una tutela aggiuntiva da assicurare alle famiglie dimostra, invece, ancora una volta, come il pensiero socialista, e quindi promotore ed utilizzatore di fattori e parametri di natura etica e politica nell’individuazione dei fruitori di determinati diritti, sia ancora presente anche tra quelle compagini governative che si considerano liberali in ragione solo di una opinabile e soggettiva impreparazione politica..

    La famiglia rappresenta, certamente, il nucleo fondamentale di ogni  società e solo attraverso questa la stessa civiltà può pensare di progredire e quindi di assicurarsi un futuro.

    La sua tutela, tuttavia, e soprattutto una politica che voglia supportare le problematiche specialmente per i giovani nuclei familiari, non può assolutamente ridursi ad una risibile esenzione fiscale il cui costo andrà a danno di un 50% restante della  popolazione single.

    Viceversa, il sostegno alla famiglia, e quindi al progredire della stessa società, va individuato nella rimodulazione della spesa pubblica, la quale deve essere indirizzata ed utilizzata per la creazione di asili nido e di servizi alle nuove famiglie, piuttosto che alla continua ricerca di escamotage normativi per nuovi pensionati.

    Questa discriminazione fiscale e la conseguente individuazione delle categorie meritevoli di una maggiore tutela nasconde in buona sostanza un ancora ben radicato pensiero etico e politico (quindi di natura socialista) che anima anche questo governo come quelli precedenti (1).

    Negli ultimi trent’anni ogni governo ha sostanzialmente negato il principio di uguaglianza anche di fronte al fisco e privilegiato, esclusivamente per una propria convenienza politica o peggio ideologica, determinate categorie e con loro solo alcune classi di cittadini come meritevoli di agevolazioni di qualsiasi tipo, anche fiscali.

    Mai come ora l’uguaglianza anche di fronte al fisco viene messa in discussione a favore della solita applicazione di un pensiero politico ed ideologico assolutamente discriminante i cui risultati economici sono ormai evidenti a tutti.

    La scarsa crescita economica del nostro Paese nasce anche da una deriva ideologica ed etica nella stessa gestione e nella scelta dei privilegiati fruitori della spesa pubblica. Di fatto si entra all’interno di un sistema normativa basato sulla applicazione di un’etica fiscale molto lontana da un sempre perfettibile quadro normativo basato sul principio liberale di uguaglianza.

    (1) La stessa Iva maggiorata per i beni di “lusso” risultava discriminante nei confronti delle professionalità e dei lavoratori che intervenivano all’interno della complessa filiera produttiva.

  • I costi energetici della “democrazia”

    Non passa giorno nel quale le più alte cariche istituzionali nazionali ed europee non intervengano sul pericolo derivante dalle fake news considerate in grado, attraverso la forza dei social media, di condizionare l’opinione pubblica e, di conseguenza, sembrerebbe addirittura le elezioni.

    A questo appello comune tanto alla maggioranza che all’opposizione ovviamente fa riscontro una volontà di creare una sorta di controllo dell’universo mediatico attraverso istituti che applicherebbero un protocollo creando un controllo molto simile ad una sorta di censura.

    All’interno di questo contesto, quindi, con un presunto attacco alla democrazia, l’Italia si sta dilaniando a causa della contrapposizione squisitamente ideologica sulla riforma del Premierato e dell’Autonomia differenziata. Due involucri ancora vuoti al loro interno in quanto la prima non indica neppure il sistema elettorale attraverso il quale i cittadini potrebbero esprimere il proprio eventuale consenso, mentre la seconda rappresenta solo una cornice all’interno della quale non sono ancora chiaramente definiti non solo gli attori che dipingeranno la tela ma neppure i colori.

    Facendo un passo indietro rispetto all’attuale confusione istituzionale, nel maggio 2023 feci presente i pericoli ai quali sarebbe andato incontro il nostro Paese in relazione alla politica energetica adottata dal governo in carica, confrontandola con quella francese (*).

    Dopo poco più di un solo anno, nel giugno 2024, emergono evidenti gli effetti di quella disastrosa strategia energetica, confermata ancora oggi dall’intenzione di cedere altre quota delle principali società energetiche partecipate dal governo (**).

    In buona sostanza, dal 2023 al 2024 il differenziale pagato in più per l’energia elettrica dalle imprese quanto dalle famiglie italiane è passato, rispetto alla Francia, da un +27% (2023) ad un +71% (2024). Contemporaneamente lo stesso differenziale con la Spagna si è innalzato da un + 30% (2023) ad un +68% (2024) e con la Germania si passa da un +23% ad un +29% tra il 2023/24.

    Andrebbe, poi, ricordato come nel medesimo anno il costo dell’energia elettrica sia scesa in Italia del -10%, mentre in Germania si è ridotta del -18%, in Spagna del -59%, infine in Francia del -69%.

    All’interno di un contesto internazionale difficile e articolato, caratterizzato ancora dagli effetti della pandemia e da due conflitti in corso, questi numeri dimostrano come il futuro del nostro Paese sia fortemente compromesso da una scellerata politica energetica, basata sul principio speculativo nel quale i fondi privati esercitano un ruolo attivo acquisendo sempre maggiori quote delle principali società energetiche italiane.

    Risulta inevitabile e giustificata, allora, la flessione di 15 mesi consecutivi della produzione industriale e soprattutto la mancanza di uno scenario futuro proprio a causa di simili costi energetici rispetto alla stessa concorrenza europea.

    Mentre la politica si fronteggia su embrionali riforme costituzionali, contemporaneamente dimostra il proprio disinteresse rispetto ai disastrosi effetti causati dalla propria politica energetica, perfettamente in linea con quella dei governi precedenti, dimostrando, ancora una volta, di operare per il solo  rafforzamento del proprio potere i cui oneri ricadranno sulle spalle dei cittadini come costi aggiuntivi nelle bollette, i quali indeboliranno ancora di più il potere d’acquisto e, di conseguenza, la domanda interna, diventando così  la stessa politica energetica un elemento di stagnazione economica. Mentre le imprese italiane dovranno subire un ulteriore indebolimento della propria capacità competitiva all’interno di un mercato globale ed ovviamente una minore attrattività per gli investimenti esteri nel territorio italiano.

    Questo è il modello di “fake democracy”, intesa come una sorta di moto perpetuo, all’interno della quale la classe politica opera solo ed esclusivamente per il mantenimento delle proprie posizioni con costi sempre più insostenibili.

    (*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-diverso-destino-di-italia-e-francia/

    (**) https://www.ilnordestquotidiano.it/2024/06/19/energia-elettrica-il-costo-italiano-tra-i-piu-alti-deuropa/

Pulsante per tornare all'inizio