Finanziamenti

  • Lombardia: finanziamenti per ricerca e sviluppo alle PMI

    La Lombardia è da sempre in prima linea quando si parla di finanziamenti per l’innovazione e l’internazionalizzazione delle Pmi. In questi giorni si stanno discutendo due provvedimenti che puntano a promuovere l’attività delle imprese piccole e medie: queste valgono complessivamente 37 milioni.

    Il primo, atteso a breve in pubblicazione, è il nuovo bando Frim Fesr 2020 «Ricerca e Sviluppo», gestito da Finlombarda, che vale 30 milioni: finanzia ricerca e innovazione delle Pmi e dei liberi professionisti. A disposizione ci sono risorse regionali, statali e del Por Fesr 2014-2020 per i progetti collegati alle aree di specializzazione della «Strategia regionale di specializzazione intelligente per la ricerca e l’innovazione-S3» (settore aerospaziale, agroalimentare, industrie creative) e alle tematiche delle «smart cities» (infrastrutture, costruzioni intelligenti, sicurezza). I finanziamenti sono a medio-lungo termine, di durata da tre a sette anni (di cui massimo due di preammortamento) con tasso fisso nominale dello 0,5% e importo tra 100mila euro e un milione. È finanziabile fino al 100% degli investimenti di almeno 100mila euro in attività di ricerca industriale, sviluppo sperimentale e innovazione, realizzati entro 18 mesi (più sei di possibile proroga) dal decreto di concessione. Sono ammissibili nel finanziamento spese per tecnici e ricercatori, costi di ammortamento o canoni per l’acquisto in leasing di impianti e attrezzature nuovi o usati, i costi della ricerca contrattuale, delle competenze tecniche e dei brevetti, la consulenza per l’attività di ricerca, i materiali necessari alla realizzazione del progetto, le spese generali forfettarie, i costi per il deposito e la convalida dei brevetti durante il periodo di realizzazione del progetto. Sarà possibile presentare domanda online dal 6 giugno fino a esaurimento delle risorse.

    Si apre invece il 22 maggio lo sportello della «linea internazionalizzazione» di Regione Lombardia, gestita da Finlombarda, che finanzia i progetti integrati di internazionalizzazione e sviluppo internazionale delle Pmi lombarde attive da almeno due anni. Lo stanziamento iniziale è di 7 milioni a valere su risorse del Por Fesr 2014-2020 con il cofinanziamento regionale e statale. Sono previsti finanziamenti di medio-lungo termine a tasso zero, di importo compreso tra 50 e 500mila euro e durata da tre a sei anni (di cui massimo due di preammortamento). I finanziamenti coprono fino all’80% degli investimenti in programmi di internazionalizzazione, che siano realizzati entro 18 mesi dalla concessione dell’agevolazione e di importo minimo di 62.500 euro. Sono finanziabili le spese sostenute per la partecipazione a fiere internazionali, per la promozione dei prodotti in showroom o spazi espositivi temporanei all’estero, per servizi di consulenza, per l’ottenimento di certificazioni estere e per il personale impiegato nel progetto di internazionalizzazione. Le imprese potranno fare domanda online, fino a esaurimento delle risorse.

    Resterà aperto fino al 17 giugno, invece, il bando Fashiontech della Regione Lombardia per la sostenibilità delle piccole e medie imprese del settore moda. In base al bando, aperto il 30 aprile, sarà possibile presentare progetti “di ricerca e sviluppo finalizzati all’innovazione del settore Tessile, moda e accessorio, secondo il principio della sostenibilità, dal punto di vista ambientale, economico e sociale”. Il budget del bando è di 10 milioni di euro. Possono partecipare al partenariato pmi, grandi imprese, organismi di ricerca pubblici e privati o Università. Le imprese devono avere sede operativa attiva in Lombardia alla data della prima richiesta di contributo. Vengono comunque solo riconosciute le spese sostenute presso la sede in Lombardia.

  • I soldi del Qatar ai centri islamici in Italia e in Europa

    Il settimanale TEMPI, nel suo numero del 3 aprile scorso, annuncia che in Francia esce Qatar Papers con la presentazione di 45 progetti finanziati con 22 milioni di euro dall’emirato islamico in Italia. Nel 2014, inoltre, il Qatar – annuncia la pubblicazione francese – ha finanziato con 71 milioni di euro 113 moschee e centri islamici in tutta Europa, di cui l’Italia è la maggiore beneficiaria con il sovvenzionamento dei 45 progetti sopra indicati. Gli autori dei Papers sono due giornalisti francesi che hanno avuto accesso a migliaia di documenti interni della “Qatar Charity”, la fondazione controllata dall’emiro del Qatar. TEMPI cita inoltre l’esperto internazionale di terrorismo, Lorenzo Vidino, che su La Stampa scrive che “analizzare cosa fa il Qatar è fondamentale perché l’emirato, pur non essendo l’unico del Golfo Arabo a farlo, negli ultimi anni è diventato il principale finanziatore di moschee e centri islamici in Europa, perlopiù istituzioni legate ai Fratelli Musulmani”, che sono una delle più importanti organizzazioni islamiste internazionali con un approccio di tipo politico all’Islam. Furono fondati nel 1928 da al-Ḥasan al-Bannāʾ a Ismailia, poco più d’un decennio dopo il collasso dell’Impero Ottomano. Sono stati dichiarati fuorilegge, in quanto considerati un’organizzazione terroristica, da parte dei governi dei seguenti paesi: Bahrain, Egitto, Russia, Siria, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Tagikistan e Uzbekistan. Godono invece di cospicui finanziamenti e protezione più o meno esplicita da parte dei governi di Turchia e Qatar.

    Dove sono finiti in Italia tutti questi soldi arabi? Soprattutto al Nord (Saronno, Piacenza, Brescia, Alessandria), anche se la Regione dove il Qatar ha finanziato più progetti è la Sicilia (ben 11). Vidino riferisce che i beneficiari sono in larga misura organizzazioni legate all’Ucoi (Unione delle comunità islamiche d’Italia). Tra i documenti originali pubblicati nel libro, però, si trova anche una lettera di raccomandazione del 27 gennaio 2015 e firmata da Yussuf al Qaradawi, in cui lo sceicco elogia il Coordinamento delle Associazioni islamiche di Milano, Monza e Brianza (Caim) ed esorta i destinatari a donare generosamente ai suoi rappresentanti Yassine Baradei e Davide Piccardo, noti esponenti dell’islam lombardo, per sostenere il loro progetto di costruire “un nuovo grande centro islamico a Milano, con una moschea e vari centri educativi, un progetto che ha bisogna di sostegno”.

    Al Qaradawi – scrive TEMPI – non è un religioso islamico qualunque. Egiziano di nascita, voce onnipresente sull’emittente del Qatar Al Jazeera, è il leader spirituale dei Fratelli Musulmani e si è distinto per le sue posizioni altamente controverse. Approva la pena di morte per gli apostati che abbandonano l’islam, ha elogiato Hitler ed esaltato l’uccisione degli israeliani da parte dei palestinesi, è convinto che i musulmani conquisteranno Roma e l’Europa attraverso il proselitismo.

    Queste identiche idee estremiste, anticamera del terrorismo islamico, vengono insegnate in molti centri islamici in tutta Europa e – continua Vidino – “vengono regolarmente promosse dai network legati ai Fratelli Musulmani e amplificate attraverso i massicci finanziamenti del Qatar”. Ecco perché – secondo l’esperto di terrorismo – bisogna cominciare a riflettere se approvare una legge che vieti “ogni finanziamento estero” delle moschee, soprattutto se proveniente dal Qatar. “Visto il flusso di fondi del Qatar diretto nella nostra penisola, sarebbe opportuno che anche la nostra classe politica affrontasse la questione”.

    Già, la nostra classe politica! Nel mese d’ottobre dell’anno scorso il nostro ministro degli Interni e vice presidente del Consiglio si è recato nel Qatar per firmare alcuni importanti accordi di collaborazione tra l’Italia e l’emirato del golfo Persico. Da un punto di vista economico, le cose stanno andando molto bene tra noi e il Qatar. Come ricorda La Verità, i dati sull’interscambio commerciale sono molto interessanti e il volume d’affari ha raggiunto 2,35 miliardi di euro nel 2017, “con un aumento dell’ 8,7% rispetto all’anno precedente e che nuove partnership tra aziende italiane e realtà qatariote si sono sviluppate in vista della Coppa del mondo del 2022”. Non va dimenticato il ruolo fondamentale del settore della Difesa: nel 2016, il Qatar ha firmato un accordo con Fincantieri per la consegna di sette unità navali per un costo complessivo di cinque miliardi di euro. E anche i nostri produttori agricoli hanno registrato un aumento dell’export, con un volume di esportazioni quadruplicato negli ultimi 10 anni e certificato dall’ultimo accordo siglato da Coldiretti con l’emirato per la distribuzione dei prodotti italiani.

    Su che cosa dovrebbe riflettere la classe politica italiana? Sugli affari o sui finanziamenti del Qatar agli islamisti italiani? Voi lettori che risposta date? Io l’ho già data, dentro di me, e sono certo che non coincide con quella della classe politica. Di fronte al proselitismo dei musulmani in Italia,  finanziato in abbondanza dal Qatar, nessuno muoverà un dito. Non potendo contare sulle riflessioni dei politici,  prego solo che sia S. Pietro a non permettere l’invasione della sua basilica!

  • Bruxelles muove 116,1 milioni per stimolare investimenti per 3,2 miliardi su clima e ambiente

    Arrivano nuovi finanziamenti nell’ambito del programma LIFE per ambiente e clima, che consentiranno di sbloccare più di 3,2 miliardi di euro di sovvenzioni supplementari a favore di 12 progetti su vasta scala in 10 Stati membri dell’Ue al fine di sostenere la transizione dell’Europa a un’economia circolare, a basse emissioni di carbonio. La Commissione europea ha annunciato un investimento di 116,1 milioni di euro che sosterranno progetti in Austria, Bulgaria, Repubblica ceca, Estonia, Finlandia, Grecia, Ungheria, Italia, Portogallo e Slovenia.

    Karmenu Vella, Commissario responsabile per l’Ambiente, gli affari marittimi e la pesca, ha dichiarato: “I progetti integrati del programma LIFE sono un ottimo esempio di fondi dell’UE che fanno veramente la differenza sul campo, migliorando la qualità di vita di milioni di cittadini europei. I nuovi investimenti aiuteranno gli Stati membri ad attingere alle risorse per rispondere alle preoccupazioni dei cittadini per quanto riguarda la qualità dell’aria e dell’acqua e per arrestare la perdita di biodiversità”. Miguel Arias Cañete, commissario responsabile per l’Azione per il clima e l’energia, ha dichiarato: La Commissione ha proposto di basarsi sull’esperienza positiva dell’integrazione in altre politiche delle azioni per il clima e di rafforzare ulteriormente l’azione per il clima nel prossimo bilancio a lungo termine dell’UE. Porsi obiettivi più ambiziosi porterà a un potenziamento dell’azione per il clima in settori chiave come quello dell’agricoltura, dello sviluppo rurale e dell’azione esterna e a un incremento dei finanziamenti destinati all’azione per il clima nell’ambito del programma LIFE.

    I progetti finanziati sono volti a portare gli Stati a conformarsi alla legislazione dell’Ue in 5 settori (natura, acqua, aria, attenuazione dei cambiamenti climatici e adattamento ai cambiamenti climatici) e avranno una dotazione di bilancio complessiva di 215,5 milioni di euro, 116,1 milioni dei quali – appunto – cofinanziati dall’Ue. Il finanziamento dell’UE mobiliterà investimenti per un importo supplementare di 3,2 miliardi, in quanto gli Stati membri possono utilizzare anche altre fonti di finanziamento dell’Ue, tra cui i fondi agricoli, regionali e strutturali e Orizzonte 2020, nonché fondi nazionali e investimenti del settore privato.

  • La Bei finanzia con 150 milioni lo sviluppo dell’aeroporto di Venezia

    La Banca europea per gli investimenti (BEI) ha concesso un finanziamento di 150 milioni di euro per lo sviluppo dell’Aeroporto di Venezia, terzo scalo internazionale in Italia per traffico passeggeri, gestito da Save. Il finanziamento ha la garanzia del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS), il pilastro del Piano europeo per gli investimenti, il cosiddetto Piano Juncker.

    L’aeroporto di Venezia Marco Polo, che raggiungerà quest’anno gli 11 milioni di passeggeri, è caratterizzato da una forte connotazione internazionale: l’87% del traffico è stato da/per paesi esteri (a fronte di una media italiana del 64%). Grazie al piano di investimenti in corso l’aeroporto potrà sostenere un volume di traffico fino a 16 milioni di passeggeri al 2025. Si stima che i progetti finanziati genereranno circa 2.700 posti di lavoro durante la fase di costruzione e, una volta terminati, circa 500 nuovi posti di lavoro collegati all’operatività dello scalo. Il progetto contribuirà all’Iniziativa europea sulla sicurezza (Esi-European safety initiative) rispettando i nuovi standard comunitari fissati della Commissione UE sulla sicurezza dell’aviazione.

    Il finanziamento BEI coprirà quasi un terzo del volume totale degli investimenti, che riguarderanno l’espansione del terminal passeggeri, il rifacimento delle piste di volo, il prolungamento della pista secondaria e l’ampliamento delle aree di manovra degli aeromobili.

    “Per un’area come il Veneto, caratterizzata da una forte vocazione turistica e da un ricco e dinamico tessuto imprenditoriale, un’operazione di queste dimensioni sul principale aeroporto è garanzia del fatto che si investe sul futuro, perché la mobilità di persone e merci è condizione essenziale per lo sviluppo economico e sociale”, ha commentato Dario Scannapieco, vicepresidente della BEI. “Il finanziamento da parte di una Istituzione finanziaria così rilevante finalizzato a progetti infrastrutturali dell’aeroporto di Venezia, rappresenta un riconoscimento importante del ruolo del Marco Polo quale infrastruttura di riferimento per la mobilità e lo sviluppo economico-sociale del territorio”, ha dichiarato Enrico Marchi, Presidente di Save.  Violeta Bulc, Commissaria europea ai Trasporti, ha dichiarato: “Con questo nuovo progetto, il piano Juncker si conferma ulteriormente come importante sostenitore delle infrastrutture di trasporto strategico in Europa. L’espansione dell’aeroporto Marco Polo di Venezia stimolerà lo sviluppo regionale e creerà posti di lavoro per la comunità locale. Sono molto soddisfatta che l’UE sostenga questo progetto».

  • Italia prima beneficiaria dei prestiti Bei, ma i finanziamenti contro le calamità naturali sono stati rifiutati

    A disastro compiuto il governo è corso ad annunciare stanziamenti e programmi di prevenzione, ma l’Italia ha rifiutato i prestiti che l’Europa offriva per interventi di messa in sicurezza del territorio.

    La Banca europea per gli investimenti era pronta a concedere 1,150 miliardi e con cui finanziare progetti contro frane e alluvioni. Il finanziamento era stato discusso nel 2014, all’epoca del governo Renzi, ma non fu poi sottoscritto (da dicembre 2017 era pronta una tranche di 800 milioni) né da Matteo Renzi né da Paolo Gentiloni, che lasciò la questione al governo entrante vista l’imminenza delle elezioni del 4 marzo scorso. Il governo Conte ha poi deciso di chiudere la task force Italia Sicura tramite cui i fondi dovevano essere ricevuti e utilizzati.

    Il prestito avrebbe dovuto essere restituito pagando interessi dello 0,7% in 20 anni e il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha spiegato (a Matrix, via Facebook e su La Stampa) di non aver sottoscritto quel finanziamento perché mancavano progetti specifici cui destinarli e perché appariva pertanto inopportuno gravare i contribuenti del costo di restituzione di tale prestito.

    L’Italia nel 2017 è stato il primo Paese dell’Ue per finanziamenti ricevuti dalla Bei, con oltre 11 miliardi di euro (il 16% del totale delle erogazioni della Bei stessa) attraverso i quali sono stati attivati 119 progetti (nel 2016, con quasi 10 miliardi, era ancora seconda dietro alla Spagna). Poiché la Banca europea degli investimenti è un’istituzione dell’Unione europea, l’Italia ne è a anche azionista (con una quota di capitale sottoscritto pari a 37 milioni 578.019 euro, è tra i primi 4 azionisti al pari di Germania, Francia e Regno Unito).

  • Italian Digital Challenge: una due giorni per conoscere i finanziamenti europei dedicati all’industria high tech

    Il 12 e 13 novembre si svolgerà a Bruxelles l’Italian Digital Challenge, dedicata ad una selezione di aziende italiane di high tech. L’iniziativa si prefigge di Favorire l’accesso ai finanziamenti europei per l’industria digitale, anche da parte di Pmi e Startup; Creare incontri con possibili partner industriali e finanziari internazionali; Aprire nuovi mercati, entrare nelle reti internazionali dell’high tech.

    Il primo giorno è previsto un incontro presso la Commissione Europea con i Dirigenti delle DG Connect, della DG Growth, della DG Research e dell’Easme, preposti ai Programmi di finanziamento (H2020 e oltre) per Ict, Iot, Digital Manufacturing, Greentech. Il secondo giorno prevede un’Open Session con Aziende, Investitori, Istituzioni Finanziarie, Reti Internazionali, per scambiare esperienze e creare nuove partnership

    L’Italian Digital Challenge, realizzato con la Collaborazione della Commissione Europea e della Rappresentanza Italiana, permette ai partecipanti di sviluppare conoscenze approfondite sui temi dei finanziamenti europei per l’industria digitale; strategie vincenti per i Programmi europei; un’azione di networking internazionale verso Istituzioni, Aziende, Investitori.

    Informazioni sull’agenda dei lavori e sulle modalità di adesione sono presenti sul sito www.italiandigitalchallenge.it. Le adesioni devono pervenire entro il 2 novembre.

  • Ue troppo generosa con l’Italia, secondo la Corte dei conti europea

    La flessibilità concessa dalla Commissione Ue, di cui l’Italia è la maggior beneficiaria, non si è limitata al periodo di crisi e si è rivelata “eccessiva”: è quanto sostiene la Corte dei Conti Ue nel rapporto che analizza la ‘discrezionalità’ che Bruxelles ha rivendicato nel giudizio dei conti pubblici, e che molto ha aiutato l’Italia a restare in linea con le regole Ue. Secondo la Corte, servirebbero “norme più rigide per i Paesi fortemente indebitati” perché tutte le concessioni non hanno fatto calare il debito.

    “Le disposizioni in materia di flessibilità introdotte dalla Commissione non sono limitate al periodo di crisi e nella pratica si sono rivelate eccessive”, ha detto Neven Mates, membro della Corte dei conti europea responsabile del rapporto. “Di conseguenza, nel periodo di ripresa ed espansione (2014-2018), i saldi strutturali in diversi Paesi fortemente indebitati hanno deviato rispetto agli obiettivi di medio termine oppure vi si sono avvicinati a un ritmo talmente lento che non garantisce un miglioramento sostanziale prima della prossima contrazione economica”, ha aggiunto. In particolare Italia e Spagna preoccupano la Corte: “Hanno registrato un consistente deterioramento del saldo strutturale”, sono “lontane dall’obiettivo di medio termine”, cioè il pareggio strutturale di bilancio, e “non hanno realizzato progressi nella riduzione del debito, nonostante l’espansione delle rispettive economie”. Inoltre, gli esperti spiegano che l’eccessiva discrezionalità mina tutto l’impianto del Patto.

    La Corte ha rilevato, ad esempio, che i margini concessi per le riforme strutturali non sono collegati ai costi effettivi di tali riforme, ma sono usati dalla Commissione come “strumento incentivante”. Un utilizzo che “non è contemplato dal regolamento”. Inoltre, alcune spese preventive erano state autorizzate ex ante (come il piano Casa Italia per mettere in sicurezza gli edifici pubblici nel 2017), nonostante ciò fosse in contrasto con il principio sancito nel Vademecum del Patto di Stabilità che le spese debbano essere direttamente connesse all’evento. Per la Corte, le spese di Casa Italia “avrebbero dovuto essere considerate non ammissibili in quanto non direttamente collegate all’effettivo evento”. Inoltre, quando Bruxelles nelle raccomandazioni di maggio 2017 dichiarava che avrebbe valutato i conti italiani usando la sua “discrezionalità” e “alla luce della situazione del ciclo”, ha “ridotto la credibilità” dei requisiti fissati dalle regole. E quando, sempre nel maggio 2017, ha autorizzato la deviazione, “non ha valutato in modo trasparente se tutte le riforme presentate dal programma nazionale di riforma (Pnr) del 2015 dell’Italia, e per le quali era stata richiesta la flessibilità, fossero state pienamente attuate”. Anzi, nella relazione per Paese 2017, alcune riforme sono indicate come “non attuate” (come il disegno di legge del 2015 in materia di concorrenza).

    Come conseguenza di queste concessioni, in Italia, Francia e Spagna gli aggiustamenti strutturali sono stati notevolmente al di sotto dei requisiti della ‘matrice’ (ovvero le regole della flessibilità scritte nella comunicazione della Commissione). E “questo ritmo di progressione non faciliterà il conseguimento degli obiettivi in un tempo ragionevole”. La Corte quindi chiede alla Commissione di “risolvere il problema delle continue deviazioni dal percorso di aggiustamento richiesto nel corso di più anni”, e di “prevedere norme più rigide per gli Stati membri fortemente indebitati”. Inoltre, nelle raccomandazioni specifiche per Paese dovrebbe inserire “richieste esplicite, con una spiegazione chiara delle motivazioni e dei rischi in caso di inadempienza”.

     

  • E se tutto fosse vero?

    La verità fa male una volta sola. La bugia fa male sempre

    Potrebbero non essere semplicemente dei “rumors”, come dicono gli inglesi e gli statunitensi. E cioè potrebbero non essere semplicemente dei pettegolezzi alcune accuse degli ultimi giorni. In attesa che la verità venga fuori definitivamente, dopo la verifica, il giudizio e le decisioni prese nelle apposite sedi ufficiali, l’autore di queste righe sostiene sia doveroso che alcune riflessioni si potrebbero comunque fare. Ciascuno tragga poi le proprie conclusioni.

    A dire il vero, in Albania da alcuni anni se ne è scritto e parlato non poco di quello che ultimamente è stato reso pubblico negli Stati Uniti d’America. Per poi essere ripreso, in seguito, dai media albanesi, soprattutto quelli in rete. Si tratterebbe, in sostanza, di una strategia per sostenere alcuni “movimenti”, nella maggior parte di sinistra, o che dalle ideologie della sinistra ne traggono vantaggio, per poi facilitare il controllo del potere politico in diversi paesi del mondo. Tale strategia prevede anche la selezione e il supporto di determinate persone, per farle, in seguito, avere ruoli di primo piano nella vita politica attiva dei rispettivi paesi. Questa strategia da anni viene finanziata da un ben noto speculatore di borsa e multimiliardario statunitense. Strategia che punterebbe anche su alcuni Paesi ex-comunisti dell’Europa dell’est. Strategia che risulterebbe sia stata estesa e adottata con successo anche in Albania, dove il multimiliardario statunitense (o chi per lui) è venuto, non certo per turismo e a più riprese, dagli anni ’90 in poi.

    L’Albania è un Paese tra i più poveri dell’Europa, con una democrazia molto fragile che ufficialmente viene classificata come “ibrida”. Il che rende l’Albania molto vulnerabile di fronte a detereminati interventi e influenze. Quanto è accaduto dal 1991 in poi, ne è un’eloquente testimonianza. Compresa anche la nascita e lo sviluppo di quelle che vengono considerate come organizzazioni non governative della società civile. Ebbene, la prima simile organizzazione, costituita subito dopo il crollo della dittatura in Albania come parte integrante di una vasta rete di simili organizzazioni nel mondo, è stata finanziata proprio dallo stesso multimiliardario staunitense. Attualmente molte organizzazioni non governative albanesi, nate in seguito, risulterebbe abbiano diversi “rapporti di parentela” con la “primogenita”. Risulterebbe che generalmente usufruiscono di finanziamenti “diversificati”, provenienti da determinate strutture statunitense e/o dal governo locale. Da sottolineare anche che l’attuale primo ministro albanese risulterebbe essere una delle persone che hanno attivamente contribuito alla costituzione della sopracitata prima organizzazione. Non solo, ma da anni il suo rapporto con il multimiliardario statunitense semrerebbe essere un rapporto di amicizia personale, testimoniato anche dalle presenze reciproche in determinate occasioni importanti, ufficiali e/o private.

    Tornando a tutto ciò che potrebbero non essere semplicemente dei “rumors”, come dicono gli inglesi e gli statunitensi, si farà riferimento in seguito a quello che è stato reso pubblico negli Stati Uniti d’America all’inizio di questo mese. Si tratterebbe di un fascicolo di 32 pagine, consegnato alle autorità statunitense dall’organizzazione “Judicial Watch”. Il fascicolo, parte integrante di una denuncia del 26 maggio 2017 contro il Dipartimento di Stato e l’USAID (United States Agency for International Development), è stato redatto riferendosi ai dati avuti in base e nel rispetto dell’Atto sulla Libertà d’Informazione (Freedom of Information Act – FOIA), che prevede il diritto del pubblico di avere accesso ai dati di ogni agenzia federale. Le richieste per avere determinate informazioni, fatte più di un anno fa al Dipartimento di Stato e all’USAID, sono rimaste senza risposta fino al 31 marzo 2017, in violazione dell’obbligo previsto dall’Atto sulla Libertà d’Informazione. Ragion per cui è stata fatta anche la sopracitata denuncia.

    Dai dati acquisiti risulterebbe che alcuni fondi dell’USAID, in totale 9 milioni di dollari, sono stati orientati per finanziare la campagna “Giustizia per Tutti”, organizzata in Albania dalla fondazione “East West Management Institute”, che farebbe capo a George Soros. Nel marzo 2017 un gruppo di sei senatori staunitensi ha mandato una lettera all’allora Segretario di Stato Tillerson chiedendoli di indagare sulle accuse secondo le quali il governo americano stava usando soldi dei contribuenti per sostenere gli interventi di Soros in Albania. Nella lettera, tra l’altro, si specificava che “la Fondazione Società Aperta per l’Albania (che fa capo a George Soros; n.d.a.) e i suoi esperti, con finanziamenti dell’USAID, hanno redatto il discutibile Documento Strategico per la Riforma della Giustizia Albanese”. Sottolineando anche l’opinione diffusa in Albania che la Riforma della Giustizia avrebbe come obiettivo “…di dare al primo ministro e al governo di centro sinistra un pieno controllo sul sistema della giustizia”. Nella sopracitata lettera si suggerisce al Dipartimento di Stato di indagare sui stretti rapporti tra l’attuale ambasciatore statunitense in Albania e il primo ministro albanese. Nella lettera si evidenzia anche il fatto che “l’ambasciatore statunitense in Albania […] nominato dall’amministrazione Obama è stato strettamente legato con Soros e il governo socialista albanese”. Nella lettera si evidenzia, altresì, un altro fatto importante. E cioè che “l’amministrazione Obama ha passato in silenzio almeno 9 milioni di dollari statunitensi […] sostenendo direttamente il supporto di Soros per un governo di sinistra in Albania”. Finanziamento che sarebbe stato fatto tramite l’ambasciata degli Stati Uniti a Tirana e l’USAID. Rimanendo sullo stesso tema, all’inizio di questo mese un noto giornalista della statunitense Fox News, commentando lo scandalo del finanziamento dei 9 milioni di dollari e di “finanziamenti occulti della politica”, ha detto “Qual’è la differenza tra la filantropia e l’attività politica? Non c’è nessuna differenza se il tuo nome è George Soros”.

    A tempo debito e a più riprese, il lettore de “Il Patto Sociale” è stato informato del progetto strategico del primo ministro albanese e dei suoi sostenitori oltreoceano per controllare il sistema della giustizia. Chi scrive queste righe afferma che sono tanti i fatti accaduti che proverebbero questo controllo, diventato ormai, purtroppo, un’allarmante realtà. Afferma anche che sono tante le prove dello “specifico supporto”, da parte della Fondazione Società Aperta per l’Albania, nella riuscita di questo progetto. Una tra tutte, la dichiarazione del direttore esecutivo della Fondazione alla fine del 2016. Lui era “orgoglioso che gli esperti della Fondazione” avessero “contribuito alla realizzazione della Riforma della Giustizia in Albania”. Sono veramente tanti i fatti e le prove che ci vorrebbero molte pagine per elencare e descrivere tutto. Nel frattempo l’autore di queste righe domanda semplicemente: E se tutto fosse vero? Non gli rimane altro, per il momento, che ricordare una nota frase, secondo la quale a pensare male si fa peccato, ma spesso si azzecca!

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