fondamentalisti

  • Mali in bilico tra estremismo islamico e sostegno della Russia ai militari golpisti

    Non c’è solo la Nigeria dove sono intervenuti gli Usa a Natale tra i Paesi africani afflitti dall’estremismo islamico. Il Mali è teatro da anni di un’insurrezione jihadista giunta a minacciare direttamente la capitale Bamako. Per settimane il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim), affiliato ad Al Qaeda, ha bloccato l’afflusso di cisterne di carburante a Kayes e Nioro, due località al confine con il Senegal, come risposta alla decisione della giunta militare di tagliare i rifornimenti nelle aree più remote del Paese, dove trovano rifugio i jihadisti stessi. Il blocco è stato imposto inizialmente lungo la fascia che dal Mali prosegue lungo il confine con Mauritania e Senegal fino a Sikasso, località a sud del Paese, vicino al confine con Guinea e Costa d’Avorio. All’origine dell’embargo jihadista c’è la convinzione che alcune aziende collaborino con le Forze armate maliane (Fama) del generale Assimi Goita, il leader della giunta militare che regge il Paese dal doppio colpo di Stato del 2020 e 2021, a danno dei jihadisti.

    La carenza di carburante ha obbligato a ridurre i trasporti pubblici fino al 70% e ha reso complicato raggiungere il posto di lavoro. Il ministero dell’Istruzione ha chiuso le scuole per due settimane e il ministro della Sicurezza, generale Daoud Aly Mohammedine, ha annunciato “misure forti” per garantire l’approvvigionamento del Paese. La giunta golpista di Bamako fa affidamento sulla Russia, che ha promesso la consegna di 160-200mila tonnellate di carburante al mese ma il blocco del carburante è solo una delle strategie messe in atto dai jihadisti nel tentativo di far collassare le strutture statali del Paese. Lo scorso 23 settembre gli jihadisti hanno anche sequestrato alcuni ostaggi, due emiratini e un iraniano che hanno rilasciato il 29 ottobre in cambio di un riscatto compreso tra i 50 e i 70 milioni di euro e di equipaggiamento militare. I tre uomini erano stati catturati lo scorso 23 settembre in un aeroporto privato nel comune di Sanankoroba, a circa 30 chilometri da Bamako. Secondo il giornalista Wassim Nasr, che collabora con “France 24”, in cambio del rilascio le autorità maliane hanno consegnato ai jihadisti diverse tonnellate di equipaggiamento militare, tra cui veicoli e armi. Secondo diverse fonti, si sarebbe anche verificato uno scambio di prigionieri. Lo Jnim ha rivendicato inoltre il sequestro di due ostaggi egiziani sospettati di collaborare con la giunta al potere a Bamako, per il cui rilascio ha chiesto un riscatto di 5 milioni di dollari, mentre ha negato il sequestro di un pilota statunitense.

    Dal luglio scorso, inoltre, diversi attacchi hanno preso di mira siti industriali e minerari, in particolare nella regione di Kayes, che rappresenta l’80% della produzione aurifera del Mali, la sua principale fonte di ricchezza. Tra gli esempi figurano la Diamond Cement Factory, dove sono stati rapiti tre ingegneri indiani, e diverse miniere nella regione di Kayes, dove sono stati rapiti una decina di dipendenti cinesi. Anche la miniera di litio di Bougouni, gestita dalla società britannica Kodal Minerals, è stata oggetto di diversi raid. Una strategia, quella jihadista, che rischia di contagiare l’intera area del Sahel, da tempo finita nell’orbita russa dopo la serie di colpi di Stato che – oltre al Mali – hanno interessato anche i vicini Burkina Faso e Niger.  Il rischio, ora, è che la crisi in Mali si allarghi ai vicini Niger e Burkina Faso. Secondo quanto riferito dal centro di ricerca e monitoraggio sul jihadismo Menastream, i vertici del Jnim stanno infatti invitando – tramite i loro media affiliati – i suoi sostenitori in Niger e Burkina Faso ad aderire al loro jihad, mentre nel vicino Mali si rafforza l’azione islamista contro la giunta al potere a Bamako. Viene segnalato, in particolare, un appello rivolto dal comandante dello Jnim, Cheikh al Bani, ai leader musulmani in Niger e quello di due riferimenti del gruppo per le comunità etniche Gourmantché e Kurumba, che con messaggi nelle rispettive lingue hanno esortato i combattenti delle regioni orientali e settentrionali del Burkina Faso ad unirsi ai miliziani. L’insurrezione jihadista in Mali è una crisi complessa e prolungata iniziata nel 2012, quando un gruppo di ribelli tuareg riuniti nel Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla) – si sollevò contro il governo centrale chiedendo l’indipendenza dell’Azawad, la regione desertica settentrionale. Ben presto, tuttavia, l’insurrezione fu guidata da gruppi jihadisti affiliati ad Al Qaeda, che riuscirono a occupare le principali città del nord: Timbuctù, Gao e Kidal. Dopo gli accordi di pace Algeri, siglati nel 2015 dal governo e i gruppi ribelli tuareg, la crisi ha assunto una dimensione prevalentemente etnica e comunitaria, che ha finito per alimentare un ciclo di vendette, massacri e sfollamenti di massa.

    Dopo i due colpi di Stato del 2020 e del 2021, che hanno portato al potere una giunta guidata da Assimi Goita, il nuovo governo militare ha interrotto la cooperazione militare con la Francia e ha espulso l’operazione a guida francese Barkhane e la Missione delle Nazioni Unite in Mali (Minusma), sostituendole con l’aiuto del gruppo mercenario russo ex Wagner (oggi Africa Corps). In seguito ai colpi di Stato, la coalizione tuareg ha sospeso, e poi abbandonato, gli accordi di Algeri del 2015, facendo tornare il Paese a una vera e propria guerra aperta tra le ex forze ribelli e il governo militare di Bamako. Il risultato è stato un riavvicinamento tra i ribelli tuareg – nel frattempo riorganizzatisi sotto il Coordinamento dei movimenti dell’Azawad (Cma) – e i jihadisti, che ha reso la situazione ancor più esplosiva. Le forze maliane, assistite dai russi, hanno lanciato una serie operazioni militari contro i ribelli tuareg, tra cui l’occupazione delle basi Onu (molte delle quali si trovavano in territori controllati dalla Cama) e, soprattutto, la riconquista della città di Kidal, nel nord del Paese, che per anni era rimasta sotto il controllo della coalizione tuareg. La violenza si è estesa ai Paesi vicini, in particolare Burkina Faso e Niger, creando una crisi regionale che rischia ora di sfuggire di mano.

  • Il Parlamento europeo chiede all’UE una risposta efficace contro le minacce terroristiche

    Approccio concreto e misure rafforzate contro le minacce terroristiche. E’ quanto ha chiesto all’UE la commissione per le libertà civili del Parlamento europeo sulla scia di numerosi attacchi in tutta Europa. La proposta è stata fatta in occasione dell’incontro tra il commissario per gli affari interni, Ylva Johansson, e Christian Klos, il ministero dell’Interno tedesco, il cui paese detiene attualmente la presidenza semestrale del Consiglio, alla luce dei recenti eventi terroristici a Parigi, Nizza e Vienna.

    Durante la sessione plenaria della scorsa settimana, i deputati hanno sottolineato la necessità di sviluppare ulteriormente la strategia antiterrorismo dell’UE, insieme ad ulteriori sforzi per promuovere le libertà fondamentali e l’integrazione. A tal fine, la commissione per le libertà civili sta preparando una risoluzione sulla strategia dell’Unione europea per la sicurezza, che rifletterà le priorità del Parlamento nei prossimi cinque anni.

    All’inizio di novembre il Partito popolare europeo (PPE) aveva chiesto un’azione legislativa per contrastare la propaganda estremista su Internet, sottolineando la necessità di rompere lo “stallo politico” sul regolamento sulla prevenzione della diffusione di contenuti terroristici online. La questione è stata ampiamente sviluppata dal commissario Johansson, che ha sottolineato l’importanza dello scambio di informazioni e della cooperazione di polizia, con i deputati che chiedono di rafforzare i controlli di sicurezza alle frontiere esterne dell’UE. Pur riconoscendo la necessità di uno scambio di informazioni, alcuni legislatori hanno espresso preoccupazione per l’ampia raccolta di dati personali e l’intercettazione delle comunicazioni, avvertendo che ciò potrebbe avere un impatto significativo sui diritti e sulle libertà fondamentali.

  • $280 mln ‘dark money’ spent by American fundamentalist Christian groups globally

    American fundamentalist Christian groups have spent at least $280 million in “dark money” fuelling campaigns against the rights of women and LGBTIQ people across five continents, the UK-based media platform openDemocracy has revealed on Tuesday.

    Many of these Evangelical Protestant fundamentalist groups were found to have close links to the administration of president Donald Trump. Human rights advocates across the world have called the latest data “alarming”.

    According to openDemocracy, organisations led by some of Trump’s closest allies have spent major amounts of money globally to influence foreign laws and public opinion, aiming “to stir a backlash” against sexual and reproductive rights.

    Even though each of the organisations is a tax-exempt non-profit and is barred from participating in political activities, it has been revealed that several of them have vocally supported Trump’s administration. According to the latest data, the groups reportedly spent almost $90 million in Europe.

    Such a group is the American Center for Law and Justice, which is run by Trump’s personal lawyer Jay Sekulow. Its European branch has defended Italy’s position against gay marriage, as well as Poland’s controversial policies against divorce and abortion.

    Earlier this year, US media revealed that Sekulow’s groups, including the ACLJ, had paid more than $65 million in charitable funds to Sekulow, his family members and corporations they own. In 2018, the ACLJ spent $6 million on legal services provided by the CLA Group, a law firm in which Sekulow holds a 50% stake.

    Alliance Defending Freedom is another group that is closely linked to the Trump administration through former staffers. Last year, it went to the US Supreme Court to defend non-profit donor secrecy. Its few known funders include major Republican party donors.

    Another such group is Family Watch International. OpenDemocracy has pointed out that the group has been training African leaders for years to oppose comprehensive sexuality education and LGBT rights across Africa.

    Neither of the groups responded to openDemocracy requests for comment.

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