Francia

  • ZTL vive la France

    Una timida brezza democratica sembra alzarsi finalmente con l’approvazione da parte del parlamento francese di una legge che mette finalmente fine ad uno strumento di discriminazione come le ZTL dei centri cittadini.

    Attraverso queste impostazioni, espressione di una delega legislativa agli enti locali, viene limitato o addirittura vietato l’accesso alle città sulla base di parametri assolutamente elitari e non certo sulla base di parametri ambientalistici.

    Infatti, quando l’accesso al centro cittadino, come nella attuale normativa, viene determinato dall’anno di produzione dell’auto e non sulle base delle reali emissioni, come naturale conseguenza risulta evidente come il diritto alla mobilità venga negato alla popolazione meno abbiente, che paga una tassazione che invece non prevede limitazioni, in quanto titolare di mezzi più obsoleti rispetto a chi può acquistare mezzi recenti appartenenti a classe di emissioni formalmente meno impattanti. A conferma di questa deriva puramente ideologica giova ricordare come in Italia l’età media delle auto sia di 12 anni e otto mesi e con una cilindrata di 1.553 cc.

    In considerazione quindi di questo asset automobilistico e tornando ai parametri adottati per selezionare “le élite privilegiate che possano accedere al centro storico”, quelli adottati dalle varie amministrazioni comunali nella gestione del traffico cittadino risultano assolutamente antidemocratici.

    Basti ricordare, a conferma, come una Golf del 2010 euro 5 non solo non può in qualsiasi caso accedere al centro per esempio di Milano, ma dovrebbe restare in garage dall’ottobre 2025 pur emettendo 105mg/Km. Mentre un qualsiasi Suv immatricolato nel 2025 gode di libero accesso con 320mg/km di emissioni (quindi emissioni tre volte superiori).

    Questa consolidata selezione dei privilegi è ormai consolidata e viola il principio della non retroattività di una norma giuridica, come il legittimo affidamento che rappresenta un principio che tutela il privato il quale, in buona fede, ha confidato nella correttezza di un atto e comportamento della Pubblica Amministrazione, e che tale situazione si sia consolidata nel tempo.

    Finalmente, e va sottolineato finalmente, viene azzerata una delle forme più vergognose dell’esercizio del potere esecutivo da parte dei sindaci sulla base di una delega legislativa assolutamente arbitraria.

    In questo modo sono state pensate ed applicate le diverse ZTL con interventi discriminatori ed espressione di una anticultura ambientalista e di una mediocrità intellettuale senza precedenti.

    Attraverso questo nuovo ciclo politico espresso in Francia si può interrompere il percorso avviato dall’Unione Europea verso uno stato etico, nel quale i diritti vengono riconosciuti sempre e solo come espressione di comportamenti aderenti ai protocolli dello Stato i quali possono derogare persino dal rispetto dei principi democratici.

    Finalmente viene sottratto ai sindaci quel sottile ed intimo piacere rappresentato dal dispensare privilegi al proprio elettorato, come a Milano o in tutte le città europee.

    Vive la France.

  • La Francia scopre che la laicità è stata debellata dalla Sharia

    Un paese che si pensava laico, razionale, europeo, sta oggi misurando l’avanzata di un progetto di islamizzazione che non ha bisogno di bombe per detonare, scrive Il Secolo dItalia. I Fratelli musulmani — nati nel 1928 a Ismailia, sobborgo egiziano sulle rive del canale di Suez — non si sono mai nascosti: «Noi siamo come una grande sala nella quale ogni musulmano può entrare da qualsiasi porta per cercarvi ciò che desidera. Desiderasse il sufismo, lo troverebbe. Desiderasse il combattimento e la lotta armata, le troverebbe. Siete venuti a noi con la preoccupazione per la “Nazione”. Dunque vi do il benvenuto», diceva Hassan al-Banna, il fondatore del gruppo islamista.

    Un rapporto di 73 pagine, pubblicato in esclusiva da Le Figaro e redatto da un prefetto e da un ambasciatore su incarico del ministro dell’Interno Bruno Retailleau, ha consegnato al governo francese la diagnosi di una malattia avanzata. Quello che l’on Cristiana Muscardini aveva preconizzato nel suo saggio Politeisti & Assassini (Ulisse Edizioni) è ora realtà, documentata in un atto ufficiale d’Oltralpe.

    Non si tratta più di cellule isolate, ma di un ecosistema: 139 luoghi di culto direttamente riconducibili ai Musulmani di Francia — la maschera legale della “Fratellanza” — frequentati ogni venerdì da 91mila fedeli. Altri 68 luoghi «vicini». In totale, il 7% del totale nazionale. La vera forza non è nei numeri, ma nella strategia. Un progetto a doppio binario: islamizzazione dal basso, ispirata ai salafiti, e conquista dall’alto, come nelle università d’élite — Sciences Po in testa. Gli autori del rapporto parlano senza timori: «L’obiettivo finale è far inginocchiare l’intera società francese alla legge della sharia».

    Nel settembre 2023, 21 istituti scolastici erano identificati come parte dell’universo frériste, a cui si aggiungono 815 scuole coraniche per 66.050 minori. Le bambine iniziano a portare il velo a cinque anni. Lezione di religione, ginnastica separata, ramadan obbligatorio: si «incornicia la vita del musulmano dalla nascita alla morte». A Lille, il liceo Averroès — punta di diamante dell’insegnamento confessionale — è oggetto di una richiesta di revoca del contratto statale: tra i testi didattici si ritrovano gli Hadith che legittimano la pena di morte per apostasia.

    Nel mondo parallelo costruito dalla Fratellanza, c’è tutto: carità (Humani’Terre è sotto inchiesta per presunto finanziamento a Hamas), istruzione, impresa halal, finanza islamica, associazionismo. L’«entrismo» passa anche da lì. Non serve imporsi con la violenza se si può offrire assistenza sociale dove lo Stato è assente. «Radicandosi nei quartieri a maggioranza musulmana generalmente poveri, rispondono ai bisogni della popolazione», si legge. E in cambio ottengono consenso, adesione: rafforzano l’identità.

    Il concetto stesso di «islamofobia» viene impiegato come clava, in chiave difensiva e offensiva. Il Collectif contre l’islamophobie en France, sciolto nel 2020, è risorto come Collectif contre l’islamophobie en Europe (Ccie) a Bruxelles. Lo stesso Marwan Muhammad — ex direttore, oggi in Canada — viene indicato come uno degli influencer di punta della nuova «predicazione 2.0».

    L’ideologia è nota: l’islam è totalità. Non solo religione, ma politica, legge, costume, finanza, educazione. Già negli anni ’50, la Fratellanza cominciava a costruire le sue fondamenta in Francia, grazie a intellettuali come Mohammed Hamidullah, erudito indiano e primo predicatore della moschea Daawa di Parigi, e Saïd Ramadan, genero di Hassan al-Banna e fondatore del Centro islamico di Ginevra. Oggi la rete europea è consolidata. Il Consiglio dei musulmani europei è il pilastro, attorno al quale ruotano enti di fatwa, ong come Islamic relief, e circuiti finanziari. Bruxelles, Parigi, Berlino, Londra, Sarajevo, Milano: l’Europa è la nuova Mecca politica della Fratellanza. Il Medio Oriente — scrive il rapporto — è in ritirata, l’Europa è la L’Austria è oggi l’unico paese europeo ad aver bandito i Fratelli musulmani. La Francia, malgrado il rapporto, non ha ancora preso una decisione. La Svezia ha giusto ieri annunciato una mappatura del fenomeno. Gli altri tacciono. In nome della tolleranza, si tollera tutto. Fino a trasformare la laicità in neutralità passiva.

  • Macron lancia l’opa sui cervelli in fuga da Trump

    Una “forte irritazione” trapela dal ministero dell’Università e della Ricerca per quanto riguarda la ‘Conferenza internazionale su Scienza e ricerca’, il cui primo titolo era “Choose Europe, Choose France”, organizzata dal presidente francese Emmanuel Macron. Al fianco della presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, Macron ha annunciato lo stanziamento di cento milioni di euro per attrarre ricercatori stranieri Oltralpe, in primo luogo americani dopo i tagli annunciati dall’amministrazione Trump per la ricerca scientifica. Intervenendo alla conferenza internazionale, Macron ha detto che ”di fronte alle minacce” serve che ”l’Europa debba diventare un rifugio” per i ricercatori.

    La ministra Bernini: “Gli altri annunciano, l’Italia lo ha già fatto”. “Gli altri annunciano, l’Italia lo ha già fatto”, il commento della ministra Anna Maria Bernini, che era stata invitata alla conferenza, cui ha partecipato, però, l’ambasciatrice italiana a Parigi Emanuela D’Alessandro: “L’ambasciatrice – spiegano fonti diplomatiche – in coordinamento con il Ministero dell’Università e della Ricerca, guidato da Anna Maria Bernini, esprimerà la posizione dell’Italia, che considera la libertà della ricerca un principio irrinunciabile e fondamento imprescindibile di ogni avanzamento scientifico e culturale”.

    “Sul tema specifico della Conferenza – proseguono le fonti – verrà evidenziato che il nostro Paese è già attivamente impegnato nel favorire non solo il rientro dei talenti italiani, attualmente coinvolti in progetti di ricerca all’estero, ma anche nell’aumentare l’attrattività del Paese nei confronti di ricercatori stranieri. Oltre ai generosi incentivi fiscali in vigore da tempo per chi sceglie di tornare o trasferirsi in Italia e l’implementazione di un sistema di infrastrutture di ricerca all’avanguardia, è stato recentemente aperto un bando da 50 milioni di euro, destinato a ricercatori attualmente all’estero che hanno ottenuto uno Starting Grant o un Consolidator Grant dell’Erc”. Già lo scorso 15 aprile infatti, il Mur aveva annunciato e aperto questo bando, indirizzato ai ricercatori interessati a tornare, o a trasferirsi, nel nostro Paese.

    “Come richiesto dalla commissaria europea Zaharieva, l’Italia sta fornendo alla Commissione europea l’insieme delle misure nazionali adottate per attrarre scienziati e ricercatori da ogni parte del mondo, una misura utile per un eventuale coordinamento e armonizzazione delle iniziative a livello europeo. Proprio in quest’ottica – concludono – l’Italia considera il Consiglio Competitività e Ricerca, in programma il 23 maggio a Bruxelles, l’occasione ideale e il formato istituzionale più appropriato per un confronto efficace tra Stati membri e per definire insieme, e non solo in ottica prevalentemente nazionale, politiche comuni concrete, sostenibili e lungimiranti”.

  • Gli Emirati Arabi costruiranno un mega data center in Francia

    Gli Emirati Arabi Uniti costruiranno un maxi data center in Francia. Lo ha reso noto l’Eliseo, spiegando che è stato firmato a Parigi un partenariato in presenza del presidente francese Emmanuel Macron e dell’omologo emiratino Mohamed Bin Zayed Al Nahyan. Il progetto prevede un investimento fra i 30 e i 50 miliardi di euro e, al momento, deve ancora essere deciso il sito in cui sorgerà la struttura. Il data center avrà una capacità di calcolo che potrà arrivare fino a un gigawatt e sorgerà all’interno di un campus dedicato all’Intelligenza artificiale (IA), che sarà sviluppato dal fondo di investimento emiratino Mgx coadiuvato da un consorzio di investitori francesi e del Paese del Golfo. Macron e Mohamed Bin Zayed “hanno espresso la volontà di creare una partnership strategica nel campo dell’Intelligenza artificiale e si sono impegnati a esplorare collaborazioni su progetti e investimenti a sostegno dello sviluppo della filiera dell’intelligenza artificiale”, si legge in una dichiarazione congiunta franco-emiratina.

    Un annuncio sulla prima parte dei finanziamenti arriverà a maggio durante il Summit Choose France 2025, appuntamento annuale che riunisce a Parigi aziende mondiali di diversi settori. Secondo quanto riferito dalla presidenza francese, Abu Dhabi si è impegnata anche a “esplorare delle collaborazioni su progetti di investimento che sostengono lo sviluppo della catena di valore dell’Intelligenza artificiale”. In particolare, questi dossier riguarderanno altri data center, i microchip e una collaborazione accademica tra la Francia e gli Emirati Arabi Uniti. Poco prima dell’annuncio dell’accordo, la ministra francese responsabile dell’Intelligenza artificiale, Clara Chappaz, ha annunciato che ben 35 siti in Francia sono pronti per la creazione di nuovi data center. Una spinta verso l’innovazione, quella francese, che giunge proprio in vista del vertice sull’Intelligenza artificiale che si terrà a Parigi i prossimi 10 e 11 febbraio, a cui è prevista la partecipazione di oltre cento Paesi. Fra i partecipanti più attesi al vertice figurano il vicepresidente degli Stati Uniti James David Vance, il vicepremier cinese Zhang Guoqing, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il cancelliere tedesco Olaf Scholz.

    Gli Emirati Arabi Uniti, tra i maggiori paesi produttori di petrolio, sono partner di lunga data degli Stati Uniti in materia di sicurezza e puntano a occupare un ruolo sempre più importante nel campo dell’Intelligenza artificiale, in un contesto di crescente concorrenza con i vicini Qatar e Arabia Saudita. Non a caso il tema dell’IA, nel quadro della cooperazione tecnologica, è stato al centro dell’agenda del presidente emiratino Mohamed bin Zayed Al Nahyan durante una visita a Washington lo scorso dicembre. La spinta di Abu Dhabi verso l’Intelligenza artificiale è guidata dalla holding G42 e da Mgx, di cui è partner il fondo sovrano da 330 miliardi di dollari Mubadala. Il mese scorso, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha presentato una joint venture denominata Stargate, che coinvolge gli investitori azionari OpenAI, SoftBank e Oracle, alla quale partecipa anche Mgx. I partner di Stargate hanno promesso di investire inizialmente 100 miliardi di dollari per costruire i server che forniranno potenza di calcolo all’Intelligenza artificiale.

    Lo scorso settembre, Mgx, BlackRock, Global Infrastructure Partners (Gip), Microsoft hanno annunciato la Global IA Infrastructure Investment Partnership (Gaiip), con l’obiettivo di effettuare investimenti in nuovi data center per soddisfare la crescente domanda di potenza di calcolo, nonché in infrastrutture energetiche per creare nuove fonti di energia per queste strutture. Questa partnership contribuisce a sostenere un ampio ecosistema IA, fornendo pieno accesso su base non esclusiva a una vasta gamma di partner e aziende. Per esempio, Nvidia supporterà Gaiip offrendo la sua competenza nei data center, a beneficio dell’ecosistema dell’Intelligenza artificiale. La Gaiip si impegnerà attivamente anche con i leader del settore per aiutare a migliorare le catene di fornitura IA e l’approvvigionamento energetico a vantaggio dei suoi clienti e del settore.

    Fonti informate citate dalla stampa internazionale hanno riferito che Sam Altman, l’amministratore delegato di OpenAI (nota per lo sviluppo del popolare modello di linguaggio IA ChatGpt), ha programmato per questa settimana una visita negli Emirati Arabi Uniti per discutere con il gruppo di investimento Mgx della raccolta fondi da 40 miliardi di dollari lanciata per sostenere la prossima fase di crescita ed espansione. La tappa di Altman ad Abu Dhabi assume particolare rilievo alla luce della sfida statunitense rappresentata dalla cinese DeepSeek, modello di Intelligenza artificiale generativa più economica rispetto a OpenAI. L’obiettivo di Altman è quello di ottenere garanzie sui finanziamenti per i progetti in corso, tra cui Stargate.

  • Il ritiro delle forze francesi dal Senegal sarà completato entro l’estate del 2025

    La Francia prevede di ritirare i suoi militari dal Senegal e da altri Paesi dell’Africa occidentale e centrale entro l’estate del 2025. È quanto riferiscono fonti militari francesi citate dall’agenzia di stampa senegalese “Aps”, secondo cui sarebbero in corso delle trattative per organizzare il ritiro. “Entro l’estate del 2025 non ci saranno più basi militari francesi permanenti in Senegal”, ha affermato la fonte, aggiungendo che Parigi favorirà la cooperazione con le autorità senegalesi in base alle loro esigenze. “La presenza militare francese è oggi percepita come un affronto alla sovranità. Ne siamo consapevoli”, ha aggiunto. La decisione, se confermata, rientra in un cambiamento strategico volto a rispondere alle aspirazioni di sovranità di recente espresse da diversi Paesi africani. Già lo scorso 31 dicembre il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye aveva già annunciato la fine di ogni presenza militare straniera sul territorio senegalese a partire dal 2025, propugnando una nuova dottrina di cooperazione militare.

    In base all’attuale accordo di cooperazione militare tra Francia e Senegal, siglato nel 2012, le forze francesi hanno libero accesso a diverse infrastrutture strategiche, come il sito di Camp Ouakam e la base navale senegalese, nonché esenzioni fiscali per le attrezzature e i servizi necessari alle loro operazioni, oltre a beneficiare della libertà di movimento e dell’organizzazione di esercitazioni militari. In cambio, il Senegal beneficia di un sostegno rafforzato, in particolare attraverso l’accesso prioritario del suo personale militare alle scuole francesi, l’assistenza tecnica e il trasferimento di equipaggiamento militare. Sono agevolati anche gli scali marittimi e aerei senegalesi in Francia. In base a quanto prevede l’accordo, il contratto può essere risolto mediante comunicazione scritta con preavviso di sei mesi, con conseguente restituzione delle strutture senza indennizzo, salvo specifico accordo. L’eventuale ritiro delle forze francesi dal Senegal rientra in una più ampia riorganizzazione della presenza militare di Parigi nell’area del Sahel, iniziata nell’estate del 2023 con le partenze da Mali, Burkina Faso, Niger e, più recentemente, dal Ciad.

    Le autorità di N’Djamena hanno denunciato l’accordo di cooperazione militare con la Francia lo scorso 28 novembre e all’inizio di dicembre Parigi ha iniziato a rimpatriare la sua flotta aerea e a lasciare gradualmente le sue basi, in particolare quelle di Faya-Largeau e Abeché. La base Adji Kossey di N’Djamena, la più grande, sarà invece restituita entro il 31 gennaio 2025, termine ultimo fissato dal governo ciadiano. Il graduale ritiro militare francese avviene in un clima di forte tensione, reso incandescente dopo che il presidente Emmanuel Macron, nel suo discorso recente agli ambasciatori, ha accusato i Paesi africani di “irriconoscenza” nei confronti di Parigi. In risposta alle dichiarazioni di Macron, il primo ministro senegalese Ousmane Sonko ha contestato in particolare l’affermazione del capo dell’Eliseo secondo cui la partenza delle forze francesi è il risultato di precedenti negoziati con le autorità di Dakar, sostenendo al contrario che “la decisione del Senegal deriva dalla sua volontà, in quanto Paese libero e sovrano”. Anche il governo ciadiano ha esortato la Francia e i suoi partner a rispettare le aspirazioni all’autonomia dei popoli africani. “Invece di attaccare l’Africa, il presidente Macron dovrebbe concentrare i suoi sforzi sulla risoluzione dei problemi che preoccupano il popolo francese”, ha affermato un comunicato del governo di N’Djamena, definendo non più negoziabile il termine del 31 gennaio per il completo ritiro dei militari francesi.

  • Africa sempre più lontana dall’Occidente: il Ciad si riprende un’altra base militare della Francia

    Prosegue il ritiro delle forze armate francesi in Ciad, dove la base militare di Abeché sarà riconsegnata alle Forze armate locali. Lo riferiscono i media francesi, sottolineando che la cerimonia ufficiale per il passaggio di consegne segue la decisione delle autorità al potere a N’Djamena di interrompere la cooperazione con Parigi in materia di difesa e sicurezza.

    La presiederà il ministro ciadiano delle Forze armate e dei veterani, Issakha Maloua Djamous, che ha raggiunto la base dalla capitale N’Djamena. Ad Abeché, decine di persone si sono radunate nei pressi della base militare, salutando con urla e grida di gioia il passaggio del ministro ciadiano. La partenza delle truppe francesi da Abeché è vista con particolare favore, commenta “Rfi”, ricordando che questa città nell’est del Paese, che costituisce un crocevia tra il nord e il sud del Ciad, è stata segnata da diversi massacri durante la colonizzazione francese.

    Quella di Abeché è la seconda delle tre basi francesi che Parigi sta riconsegnando all’esercito ciadiano dopo la richiesta di ritiro formulata dalle autorità di N’Djamena a fine novembre. Il 26 dicembre, le truppe francesi di stanza in Ciad hanno riconsegnato all’esercito ciadiano la base militare di Faya-Largeau, principale città del nord del Paese. Secondo fonti di “Rfi”, i circa 30 uomini che gestivano l’aerodromo di Faya-Largeau hanno lasciato la base al termine di una cerimonia ufficiale, per raggiungere la capitale N’Djamena. Il trasferimento, su una distanza di quasi 800 chilometri, richiede diversi giorni di cammino. Per quanto riguarda le attrezzature, che rappresentano diverse decine di tonnellate, sono state rimpatriate direttamente in Francia tramite aereo cargo. In generale, hanno confermato fonti francesi, tutti i veicoli militari provenienti dalle basi di Faya-Largeau, Abéché e N’Djamena dovranno essere rimpatriati in Francia attraverso il porto di Douala entro il 31 gennaio. Lo Stato maggiore delle Forze armate francesi ha definito l’operazione “conforme al calendario stabilito con il partner ciadiano”. In precedenza, una prima unità di 120 militari francesi è partita da N’Djamena per la Francia, dieci giorni dopo la partenza di due aerei da combattimento.

    La Francia ha avviato il ritiro delle sue forze armate dal Ciad lo scorso 10 dicembre, con il decollo di due aerei da guerra Mirage di base nella capitale N’Djamena. “(La partenza) segna l’inizio del rientro delle attrezzature francesi di stanza a N’Djamena”, ha affermato in quel frangente il portavoce dell’esercito, il colonnello Guillaume Vernet, aggiungendo tuttavia che un calendario per il ritiro delle operazioni avrebbe richiesto ancora diverse settimane per essere finalizzato dai entrambi i governi. Lo scorso 20 dicembre, tuttavia, il governo del Ciad ha chiesto di accelerare le operazioni, affermando che Parigi dovrà terminare il ritiro di tutte le sue forze militari presenti nel Paese – circa mille uomini – entro il prossimo 31 gennaio. La data limite è stata confermata di recente dalle autorità ciadiane come “non negoziabile” in seguito alle dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron, che nel suo discorso agli ambasciatori, lo scorso 6 gennaio, ha accusato i leader africani di “ingratitudine” rispetto agli sforzi effettuati dalle truppe francesi nel Sahel per contrastare il terrorismo.

  • Importanti insegnamenti

    Ci sono principi che non ammettono compromessi e per la

    cui pratica occorre essere pronti a sacrificare anche la vita.

    Mohandas Gandhi

    La primavera del 1789 segnò anche l’inizio di quella che ormai è nota a tutti come la Rivoluzione francese. La maggior parte della popolazione, quella che veniva riconosciuta come ‘il terzo stato’, ma anche i nobili, non potevano e non volevano sottomettersi a quello che allora veniva chiamato l’Ancien régime, il regime monarchico assoluto. Consapevole di una tale situazione Luigi XVI cercò di convocare gli Stati generali, ossia le tre principali classi sociali che rappresentavano la società francese. Si trattava della classe del clero, della nobiltà e del ‘terzo stato’. Il giorno stabilito dal Re per quella convocazione era il 5 maggio 1789. I rappresentanti del ‘terzo stato’, del popolo, sono stati riuniti separatamente, definendo delle richieste da presentare al Re, mentre il 17 giugno 1789 hanno proclamato l’Assemblea nazionale. Ai rappresentati del ‘terzo stato’ si unirono molti altri rappresentanti del clero e dei nobili. E tutti insieme il 9 luglio 1789 hanno istituito l’Assemblea generale costituente. Solo cinque giorni dopo, in seguito ad una massiccia ribellione, il 14 luglio 1789 fu presa la Bastiglia, la fortezza prigione, nel pieno centro di Parigi, che rappresentava uno dei simboli del dispotismo della monarchia assoluta. La Rivoluzione francese era cominciata.

    L’Assemblea generale costituente il 4 agosto 1789 approvò delle leggi che sopprimevano alcuni diritti della nobiltà francese e liberavano i contadini da determinati vincoli e obblighi nei confronti dei feudatari. Mentre tre settimane dopo, il 26 agosto, l’Assemblea approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e dei cittadini (Déclaration des droits de l’homme et du citoyen; n.d.a.). Con quella Dichiarazione veniva finalmente abolita la monarchia assoluta in Francia. Un testo quello che insieme con la Carta dei diritti (Bill of Rights), approvata il 15 dicembre 1791 dal primo congresso degli appena costituiti Stati Uniti d’America, sono stati alla base di un altro documento: la Dichiarazione universale dei diritti umani, approvata a Parigi durante la terza sezione dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948.

    Il 1793 è stato un altro anno pieno di avvenimenti importanti in Francia che hanno segnato anche la storia del Paese. Era l’anno dell’approvazione della Costituzione del 1793 che in seguito è stata ignorata con un decreto entrato in vigore il 10  ottobre 1793. Un decreto con il quale si sanciva che il governo doveva essere “rivoluzionario fino alla pace”. Un decreto firmato da Maximilien de Robespierre, che era il presidente della Convenzione nazionale. Cominciò così quello che è noto come il Regime del Terrore (Régime de la Terreur; n.d.a.). Quello che nel 1789 cominciò come un movimento rivoluzionario che doveva rispettare la libertà, l’uguaglianza e la fraternità (Liberté, Égalité, Fraternité; n.d.a.), in seguito degenerò in un nuovo regime.

    Quanto accadeva durante il periodo del Terrore in Francia è stato maestosamente presentato dal noto scrittore francese Victor Hugo, che viene riconosciuto anche come il padre del romanticismo francese. E, guarda caso, lo ha fatto con il suo ultimo romanzo, intitolato “Novantatré” e pubblicato nel 1874. L’autore del romanzo tratta proprio quanto accadeva allora in Francia e soprattutto nella regione della Vandea. Una regione in cui i monarchici si scontravano con i tre battaglioni repubblicani lì mandati da Parigi. L’autore affermava: “In tutta questa parte della Vandea la repubblica ebbe il sopravvento, questo lasciò molti dubbi. Ma quale repubblica? Nel trionfo emergente erano presenti due forme di repubblica; la repubblica del terrore e la repubblica della clemenza, l’una che vuole vincere con il rigore e l’altra con la dolcezza. Quale prevarrebbe?” (Terza parte; Libro II/VII). In più l’autore del romanzo ci ricorda che ai repubblicani è stato ordinato: “Nessun perdono; nessuna pietà!” (Prima parte; Libro I/I). Mentre ai monarchici è stato chiesto “Insorgetevi; nessuna pietà!” (Prima parte; Libro III/II). L’autore ci ricorda, altresì, che “…93 è la guerra dell’Europa contro la Francia e della Francia contro Parigi”. Invece la rivoluzione “…è la vittoria della Francia contro l’Europa e di Parigi contro la Francia. Da lì l’immensità di questo terribile minuto. 93, più grande di tutto il resto del secolo” (Seconda parte; Libro I/II).

    Sono diversi i personaggi del romanzo “Novantatré” di Victor Hugo. Ma tra i tanti personaggi del romanzo tre sono quelli che attirano di più l’attenzione del lettore. Tutti e tre sono legati tra di loro, nonostante siano rappresentanti di ideologie, di credenze e di raggruppamenti antagonisti. E tutti e tre si distinguono per la loro forte moralità, per la loro determinazione, per la loro forza di carattere e per la loro disponibilità a sacrificare la propria vita in difesa dei principi. Di quei principi che tutti e tre ne sono convinti sostenitori.

    Il più giovane di loro è Gauvain, il comandate dei volontari repubblicani arrivati in Vandea per combattere e reprimere i contadini ribellati contro la Convenzione. Nato in una famiglia aristocratica e rimasto da molto piccolo orfano del padre, era l’unico pronipote del marchese di Lantenac, il comandante della ribellione di Vandea. Lantenac era, invece, un convinto sostenitore della monarchia. Mentre il terzo personaggio era Cimourdain. Proprio colui che era stato il maestro del piccolo Gauvain. E tra loro due c’era stato sempre un legame profondo, anche se avevano delle convinzioni diverse. Cimordain era stato prima un prete, ma dopo aveva avuto una piccola eredità che lo ha reso libero dal dogma. Nel ’93 lui era l’alto rappresentante dei repubblicani in Vandea. E lì incontrò di nuovo il suo benamato Gauvain e gli salvo, per la seconda volta, la vita.

    L’autore del romanzo ha descritto molte scene dove si sono incrociati diversi personaggi del romanzo. Egli ha maestosamente messo in evidenza anche le diversità e quello che univa i suoi personaggi. E nell’ultima parte del romanzo il lettore conosce anche le ultime azioni dei tre personaggi principali. Lantenac, per salvare tre orfani bambini che si stavano bruciando nella Torre della Tourgue, proprietà della sua famiglia, è ritornato ed ha affrontato il fuoco. Proprio lui che poco prima era riuscito miracolosamente a liberarsi proprio dall’assedio dei repubblicani, comandati dal Gauvain. Lantenac è riuscito a portare in salvo i bambini, ma è stato catturato dai repubblicani. Gauvain, invece, presente durante l’arresto di Lantenac, ha avuto in seguito delle ore difficili, durante le quali le sue idee e i suoi principi si confrontavano. Alla fine però Gauvain entrò nella cella dove avevano chiuso Lantenac, mise addosso a lui il suo lungo mantello di comandate, gli coprì la testa con il grande cappuccio del mantello e lo spinse fuori, dandoli la libertà. E quando i soldati, l’indomani andarono a prendere Lantenac per giudicarlo e condannarlo alla ghigliottina invece hanno portato davanti alla corte, capeggiata da Cimordain, proprio il comandate Gauvain. La corte decise di ghigliottinare Gauvain. E mentre la lama della ghigliottina tagliava la testa del suo amato Gauvain, si senti un colpo di pistola. Cimopurdain si era suicidato.

    Chi scrive queste righe, nel suo piccolo, ha molto imparato dai romanzi di Victor Hugo e anche dal “Novantatré”. Egli auspica che gli importanti insegnamenti del romanzo possano servire anche a coloro che hanno delle responsabilità pubbliche ed istituzionali a livello internazionale, in Europa, negli Stati Uniti d’America ed altrove. Ma purtroppo, fatti accaduti alla mano, molti di loro parlano di principi e poi, con le proprie azioni, decisioni ed alleanze, calpestano proprio quei principi. Fino al punto che diventano incredibili. Mentre come ci insegna Mahatma Gandhi ci sono principi che non ammettono compromessi e per la cui pratica occorre essere pronti a sacrificare anche la vita.

  • France backs Morocco in dispute over Western Sahara

    France’s President Emmanuel Macron has told Morocco’s parliament that he believes Western Sahara should be under Moroccan sovereignty, and has pledged to invest French money there.

    Western Sahara is a territory on the north-western coast of Africa that has been the subject of a decades-long dispute.

    It was once a Spanish colony, and is now mostly controlled by Morocco and partly by the Algerian-backed Polisario Front – which says it represents the indigenous Sahrawi people and wants an independent state.

    France was the former colonial power in both Morocco and Algeria. It joins other nations including Spain, the US and Israel in backing Morocco’s plan.

    Lawmakers rose to their feet and applauded Macron on Tuesday when he said, “for France, this territory’s present and future fall under Morocco’s sovereignty”.

    His comments on Tuesday in Rabat echo surprise remarks he first made in July.

    Signalling a change in France’s long-held stance on Morocco’s plan to grant Western Sahara autonomy under Moroccan sovereignty, the French president said it was the “only basis” for a just and lasting political settlement.

    France’s backing of Morocco’s territorial claim angered Algeria, which responded to the news by withdrawing its ambassador to Paris.

    Algiers regards Morocco’s presence there as an illegal occupation.

    Analysts say France’s decision to back Morocco’s claim is an attempt to repair relations between the two nations, which had soured after Rabat was accused of attempting to spy on President Macron and France tightened visa restrictions for visiting Moroccan nationals.

    Relations between Morocco and Algeria have become especially tense in recent years, with Algiers announcing in 2021 that it had severed diplomatic ties with its neighbour to the west.

    On Tuesday, Macron also addressed colonialism but stopped short of an apology.

    “Our common history also has dark parts. The time came for unequal treaties, when hubris and the mechanical force of European countries imposed themselves around the world, and when, even disguised as a protectorate, Morocco did not escape the ambitions and the violence of colonial history,” he said.

    In a sign of closening ties, France and Morocco are reported to have struck deals on energy and infrastructure among other things.

    The AFP news agency says they have a total value of “up to €10bn”, equivalent to $10.8bn or £8.3bn.

    On Tuesday, Macron also pledged an unspecified sum of “investments and sustainable support initiatives to benefit local populations” in Western Sahara.

    ‘Significant’ development

    Macron’s invitation to Morocco came from King Mohammed VI, two months after his royal court hailed France’s change of heart on Western Sahara as a “significant” development.

    But Algeria has expressed its deep disapproval, saying France is denying Sahrawi people their right to self-determination.

    The Polisario Front, meanwhile, has hit out at France for supporting what it says is a “violent and illegal occupation” by Morocco.

    Western Sahara was annexed by Morocco in 1975.

    A 16-year-long insurgency ended with a UN-brokered truce in 1991 and the promise of a referendum on independence, which has yet to take place because of disagreements over how it should be conducted and who should be eligible to take part.

    Today, the African Union is the only international organisation to recognise Western Sahara as a state in its own right.

    Additional reporting by Danny Aeberhard

  • Luci spente a Notre-Dame di Strasburgo per risparmio energetico

    Un nostro lettore ci segnala un articolo tratto dalla rivista ‘Tempi’ che pubblichiamo di seguito

    L’ultima deriva delle iniziative degli pseudo ambientalisti è stata registrata a Strasburgo, dove la sindaca ecologista, Jeanne Barseghian, ha deciso, a partire dalle 23, di spegnere l’illuminazione della cattedrale della città alsaziana in nome della “politica di sobrietà energetica” del suo Comune. «Questo spegnimento anticipato non è semplicemente un risparmio economico. Per la città di Strasburgo si tratta di dare l’esempio in un momento in cui si chiede a tutti i cittadini di impegnarsi per risparmiare energia», si è difesa la giunta ecologista.

    Prima di settembre, le luci di Notre-Dame de Strasbourg, gioiello dell’arte gotica con il suo meraviglioso “Pilastro degli Angeli” che Victor Hugo descrisse come un “prodigio di grandezza e leggiadria”, venivano spente all’una di notte. Il costo del risparmio energetico per il Comune? 4,80 euro al giorno di elettricità.

    «23.04, una tristezza inaudita», ha scritto pochi giorni fa su X il fotografo Olivier Hannauer, che per primo ha lanciato l’allarme sulla follia green della sindaca. Da quando al Comune c’è Eelv, «la città è piombata progressivamente nell’oscurità. Le chiese, i musei, i ponti», ha denunciato Hannauer. La sua battaglia estetica per restituire agli abitanti di Strasburgo il loro “faro”, come ama definire Notre-Dame, ha spinto Barseghian a fare retromarcia e a ripristinare momentaneamente “l’illuminazione abituale della cattedrale”. Ma quanto durerà?

    Jean-Philippe Vetter, capogruppo dell’opposizione gollista, ha parlato di una vittoria «di tutti quelli che amano Strasburgo», sottolineando tuttavia che la battaglia contro le derive dell’ecologismo deve essere combattuta ogni giorno.

  • Macron torna al lavoro, per ingaggiare il nuovo primo ministro

    Il presidente francese Emmanuel Macron ha dato il via il 23 agosto alle consultazioni con i partiti politici con rappresentanza parlamentare per identificare un nuovo primo ministro. A più di un mese dalle elezioni legislative risultanti dallo scioglimento dell’Assemblea nazionale, il capo dello Stato riceverà questa mattina i leader della coalizione di sinistra Nuovo fronte popolare e la loro candidata all’incarico di prima ministra, Lucie Castets. Anche i rappresentanti del campo presidenziale (Renaissance, Horizons, MoDem, Parti radical), dell’Unione dei democratici e degli indipendenti, dei Repubblicani e del gruppo centrista Libertés, indépendants, outre-mer et territoires saranno ricevuti venerdì, prima del Rassemblement national e del partito di Eric Ciotti, i cui incontri avverranno lunedì. In una nota pubblicata ieri, l’Eliseo ha fatto sapere che la nomina del primo ministro avverrà al termine delle consultazioni e che, tenendo conto dell’obiettivo di cercare la “maggioranza più ampia e stabile” fissato da Macron a luglio, lo scopo di queste consultazioni è “scoprire a quali condizioni le forze politiche possono raggiungere questo obiettivo”. “La decisione di nominare il primo ministro o i primi ministri sarà presa in considerazione di questi due criteri”, ha spiegato l’Eliseo.

    “Il presidente è dalla parte del popolo francese, garante delle istituzioni e soprattutto dell’espressione del suo voto del 7 luglio”, ed è “sulla forza di questo ruolo costituzionale che incontrerà i partiti”, si legge nella nota. La persona che si insedierà a Matignon – sede del primo ministro – avrà comunque un lavoro difficile sin dai primi mesi: a settembre, infatti, inizieranno i lavori parlamentari volti ad approvare la legge di bilancio e ciò in una fase in cui la Francia è sotto pressione da parte della Commissione europea e dei mercati alla luce del deficit elevato. Per Macron la decisione di convocare elezioni parlamentari anticipate dopo il pessimo risultato elettorale delle europee del 9 giugno scorso non si è rivelata certamente positiva. L’esito delle consultazioni del 30 giugno e del 7 luglio ha visto la coalizione del presidente perdere decine di seggi e un’ulteriore frammentazione del Parlamento.

    Il titolare dell’Eliseo sembra intenzionato, per il momento, a non prendere in considerazione la nomina di Lucie Castets, candidata del Nuovo fronte popolare. E questo perché i partiti di destra e il Rassemblement National minacciano una mozione di sfiducia nel caso di un governo guidato dal Nuovo fronte popolare che includa anche ministri di La France Insoumise, la forza politica guidata da Jean-Luc Melenchon. La “stabilità” che cerca il presidente sta nella “capacità di un governo di non cadere alla prima mozione di sfiducia presentata”, conclude la nota diramata ieri dall’Eliseo. Tuttavia, anche Castets non sembra intenzionata a cedere. “Ricorderemo al presidente il suo obbligo di rispettare la scelta dei cittadini francesi”, ha detto ieri sera la 37enne durante un comizio nella città di Tours, nella Francia occidentale. “Abbiamo vinto le elezioni, che a Emmanuel Macron piaccia o no”, ha aggiunto la leader dei Verdi, Marine Tondelier, durante lo stesso comizio, appoggiando quindi la nomina di Castets. Secondo il leader del Partito comunista, Fabien Roussel, la mancata nomina della candidata del Nuovo fronte popolare scatenerebbe una grave crisi.

    Al momento, tuttavia, le possibilità che Macron opti per la nomina di Castets sembrano veramente minime. In precedenza diverse fonti hanno riferito che il titolare dell’Eliseo voglia puntare ancora sul “suo” centro o su un orientamento di centrodestra. Non a caso, uno dei nomi più gettonati è quello di Xavier Bertrand, repubblicano e presidente della regione dell’Alta Francia: lo scorso 6 agosto “Le Figaro” riferiva che Bertrand, tramite delle persone a lui vicine, avrebbe manifestato il suo interesse all’incarico. Non mancherebbero, peraltro, gli esponenti del governo uscente, figure vicine al presidente Emmanuel Macron, favorevoli a una nomina di Bertrand: fra questi il ministro dell’Interno, Gerald Darmanin, secondo il quale l’esponente repubblicano può vantare “una solida esperienza di governo, in Parlamento e capacità di compromesso”. Un ostacolo non trascurabile, tuttavia, secondo “Le Figaro”, risiede nel fatto che Emmanuel Macron e Xavier Bertrand non si sopporterebbero.

    Altre fonti indicano come possibili nomi quello del socialista Bernard Cazeneuve che, per circa sei mesi fra il 2016 e il 2017 ha già occupato l’incarico di primo ministro durante la presidenza di Francois Hollande. Altro nome apparso sulla stampa francese è quello di Karim Bouamrane, anch’egli socialista e sindaco di Saint-Ouen-sur-Seine. Bouamrane vanta anche un passato nel settore informatico dove ha lavorato con ruoli dirigenziali in aziende con Xirrus, Bitglass e Aruba. Resta valida, tuttavia, la possibilità che Macron indichi un nome totalmente fuori dai radar, come già accaduto in passato con la nomina di Elizabeth Borne e dello stesso Gabriel Attal, che tutt’ora detiene l’incarico di primo ministro facente funzione nonostante le dimissioni presentate in seguito al pessimo risultato delle elezioni parlamentari. La Costituzione francese, d’altronde, consente al titolare dell’Eliseo di nominare chi più gli aggrada anche se logica vuole che sia una figura – soprattutto con un Parlamento così frammentato – in grado di sopravvivere alle inevitabili mozioni di sfiducia che verranno presentate dall’opposizione.

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