Gaza

  • Board of Peace

    Nessuno credo possa avere dei dubbi sulla urgente necessità di riportare Gaza a livelli di vita umani, di ridare ai palestinesi tutto quanto è necessario per vivere dignitosamente e costruirsi un futuro di pace in dignità e, ci auguriamo, prosperità.

    Nessuno, in buona fede, può negare il diritto di Israele di essere riconosciuto dagli Stati che insistono nella stessa area geografica e di poter vivere in totale sicurezza.

    Nessuno può immaginare che possano esserci pace e prosperità per gli israeliani ed i palestinesi se gruppi terroristi come Hamas rimarranno armati o se Stati come l’Iran continueranno ad appoggiare ed a finanziare il terrorismo.

    Nello stesso tempo crediamo, e non siamo i soli, che un’associazione internazionale che parta con una organizzazione che sancisce che il presidente, autoproclamato, sia a vita e dotato dei pieni poteri, magari anche con la facoltà di nominare il proprio successore, sia la soluzione idonea a garantire pace, democrazia, rispetto di quel minimo di regole necessarie alla civile convivenza ed ad impedire che finalità affaristiche prevalgono sulle necessità oggettive dei popoli.

    Se partecipare come osservatori al Board of Peace significa dare sinceri suggerimenti per evitare errori che possono essere fatali va bene.

    Se invece partecipare, anche come osservatori, significa avallare organismi ed organizzazioni che possono portare ad ulteriori spaccature tra Stati, ad ignoranza dei legittimi diritti dei popoli, ad imprese economiche di interesse personale, a cooptazioni di famigliari e sodali, all’interno di strutture che devono essere trasparenti, è evidente che l’Italia e l’Europa devono restare al di fuori di un percorso che al momento si presenta poco chiaro.

  • Gaza: chi dovrebbe essere riconosciuto?

    Anche l’ultimo tentativo per trovare le condizioni per una pace a Gaza è finito con un fallimento. Israele e Stati Uniti hanno abbandonato Doha e l’inviato americano Witkoff ha accusato Hamas di esserne il responsabile. L’accusa si basava sul fatto che, fino a poche ore prima, l’accordo sembrava possibile salvo che Hamas ha preteso che in cambio di una parte degli ostaggi ancora detenuti i palestinesi incarcerati nelle carceri israeliane che dovevano essere liberati fossero qualche centinaio in più del concordato.

    Witkoff e gli stessi negoziatori di Hamas hanno entrambi ragione e torto, contemporaneamente. Il problema vero, quello che impedisce il raggiungimento della pace temporanea o definitiva, è che sia Hamas sia Israele pretendono di raggiungere un obiettivo che non dichiarano ma che sanno inaccettabile per la controparte. L’attuale governo di Israele punta non solo ad eliminare Hamas ma a creare le condizioni per cui il maggior numero possibile di Gaziani si senta costretto a emigrare. Da parte sua, Hamas vuole ottenere non una tregua, bensì una pace definitiva (almeno sulla carta) che le consenta di sopravvivere come organizzazione e consentirle di urlare alla vittoria. È bene sapere che Hamas, un gruppo integralista religioso e nazionalista, nel suo atto costitutivo ha scritto che l’obiettivo era la “distruzione di Israele come Stato” (La richiesta della “sparizione di Israele” è esplicitamente presente nella Carta del 1988 e implicita nel documento del 2017 che continua a negare la legittimità dello Stato di Israele). Se le cose stanno così ogni atto, anche la morte di qualche (sic!) palestinese, è giustificata pur di raggiungere il risultato finale.

    Se vogliamo cercare di essere obiettivi, pur in una situazione umanamente tragica, dobbiamo ammettere che il governo di Netanyahu e Hamas si stanno comportando quotidianamente in un modo che può essere definito con due semplici aggettivi: cinico e spregevole.

    Come tutti sanno, il problema della convivenza tra arabi ed ebrei nel territorio che fu un protettorato britannico non è mai stato totalmente pacifico ma è molto peggiorato subito dopo che l’ONU autorizzò la costituzione dello Stato di Israele (soprattutto con l’avvallo di Gran Bretagna e Unione Sovietica mentre gli USA lo riconobbero solo in seguito). Se volessimo andare più lontano nel tempo dobbiamo ricordare che quelli che si autodefiniscono ebrei non furono la popolazione originaria di quell’area ma vi arrivarono circa 1800-1500 anni avanti Cristo occupando, con la forza, terre che erano già abitate da altri popoli quali, ad esempio, i filistei, i cananei, gli amorrei e gli ittiti. Nei libri sacri ebraici (il Pentateuco = Torah) è scritto che quella terra fu loro promessa da Dio in persona e che avrebbero dovuto distruggere ogni essere vivente che ci abitava prima: «Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita nulla che respiri, ma li voterai allo sterminio… come ti ha comandato il Signore tuo Dio, perché non vi insegnino a imitare tutte le abominazioni che fanno per i loro dèi.» (Deuteronomio 20:16–18). Questo pensiero che noi troviamo oggi abominevole non va dimenticato perché è proprio a quella ipotetica “promessa” e l’idea di essere il “popolo eletto da Dio” che si rifanno gli attuali fanatici religiosi ebrei che hanno i numeri indispensabili per garantire a Netanyahu la maggioranza, il Governo e la conseguente garanzia di evitare di essere processato per corruzione. Molte famiglie ebraiche erano arrivate in Palestina diversi anni prima che l’ONU autorizzasse la nascita di Israele e vi si erano stabilite generalmente in modo pacifico. Lo avevano fatto in gran parte per fuggire all’intolleranza e ai vari pogrom cui erano sottoposti dagli Stati e dalle popolazioni cristiane e avevano scelto proprio la Palestina non solo perché ricordava loro la “terra promessa” ma soprattutto perché nei territori controllati dall’impero ottomano non ci sarebbero stati problemi, salvo pagare tasse a carico di chiunque non fosse musulmano.  Altri vi arrivarono più tardi dall’Europa a causa dell’aumentare dell’anti-semitismo, sentimento in crescita fino a manifestare il peggio durante il nazismo.

    Conoscere queste premesse è importante per avere maggiori elementi di comprensione dell’Israele odierna e allo stesso tempo, però, non si deve dimenticare che il mondo ebraico ha sempre avuto forti dibattiti al proprio interno tanto che perfino della Torah esistono varie versioni. Anche tra gli attuali abitanti ebrei di Israele il dibattito politico è sempre stato piuttosto vivace e non è mai esistito un pensiero unico. La risicata maggioranza su cui si regge l’attuale governo e le forti contestazioni che lo accompagnano ne sono la dimostrazione. In merito al comportamento attualmente tenuto a Gaza e all’abusiva occupazione di terre palestinesi in Cisgiordania, una gran parte degli israeliani si oppongono a ciò che il Governo e i coloni abusivi dicono e fanno.

    Dopo l’atroce carneficina del 7 ottobre 2023 (su cui per motivi politici non è stato possibile aprire una inchiesta) gli iniziali obiettivi della necessaria reazione israeliana apparvero diversi tra chi puntava soltanto a rimuovere del tutto la futura minaccia terroristica da Gaza perseguendo i capi di Hamas e chi invece nutriva obiettivi ideologici massimalistici quali una occupazione israeliana permanente, la ricostruzione degli insediamenti ebraici e l’instaurazione della piena sovranità israeliana sulla Striscia.

    Chi pensava che lo scopo dovesse essere solo quello di distruggere le capacità militari di Hamas puntava a creare zone cuscinetto dentro e intorno al territorio e ottenere, allo stesso tempo, il ritorno di tutti gli ostaggi. Rientrava in questo piano il progetto di causare dei danni significativi, fino allo smantellamento, delle infrastrutture militari dei terroristi. Mentre l’esercito partì con questo obiettivo, i partiti della destra radicale molto influenti nel governo già pensavano che non solo Hamas ma tutta la popolazione civile palestinese andasse rimossa, anche a costo di sacrificare gli ostaggi rimasti. I rappresentanti di questi partiti estremisti si sono anche sempre dichiarati contrari agli scambi con ex prigionieri palestinesi poiché, e su questo hanno avuto spesso ragione, la maggior parte di loro sarebbe tornata al terrorismo immediatamente dopo il rilascio. La dimostrazione che su ciò avevano ragione è stato Yahya Sinwar, il leader di Hamas che fu la testa dell’operazione del 7 ottobre.

    Quando IDF cominciò la campagna di guerra il 27 ottobre 2023procedette come previsto attaccando un’area alla volta per poter concentrare gli sforzi e consentire alla popolazione civile di evacuare. Li però cominciò a manifestarsi l’atroce cinismo di Hamas che ha evitato assolutamente ogni scontro diretto per usare come campo di battaglia tutte le zone urbane e fare scudo umano di tutti i civili di Gaza.    Nella loro guerriglia, i miliziani hanno usato anche le centinaia di chilometri di tunnel che avevano costruito sotto il territorio per trasformare ospedali, scuole e siti delle Nazioni Unite in rifugi militari. Per evitare una molto probabile ostilità presente in alcune parti della popolazione palestinese, i guerriglieri terroristi hanno accentuato una repressione violenta contro la popolazione e utilizzato gli aiuti umanitari dell’ONU come arma per mantenere un consenso forzato. Con questo ricatto alimentare Hamas ha anche potuto rimpiazzare le perdite di miliziani combattenti con nuove reclute “obbligate”. Come previsto sin dall’inizio dell’operazione del 7 ottobre, Hamas ha usato gli ostaggi come merce di scambio e ogni volta che un accordo è stato raggiunto ne ha approfittato per far circolare internazionalmente filmati in cui si celebrava la vittoria e si costringevano all’umiliazione gli ostaggi in via di scambio. Ogni volta che, dopo aver “bonificato” l’area l’IDF se ne andava, Hamas ne riprendeva il controllo continuando a trattare i propri civili come scudi e a controllare l’ingresso e la distribuzione dei vari tipi di aiuti, alimentari e non, che arrivavano dall’esterno. L’idea di far gestire gli aiuti umanitari ad una organizzazione americana aveva l’obiettivo di separare Hamas dalla popolazione e di consentire la nascita di una opposizione interna contro il dominio violento di Hamas. Contrariamente alle intenzioni, di questa iniziativa si è visto il risultato fallimentare anche se non si può nemmeno escludere che i disordini e alcuni dei morti in fila per ritirare quegli aiuti siano imputabili alla stessa organizzazione terroristica. L’infiltrazione dei miliziani tra la popolazione inerme e il continuo aumento delle vittime, dà la prospettiva che la lotta contro i fanatici terroristi possa continuare per anni o decenni e ogni giorno che passa rende più probabile la morte dei prigionieri israeliani, tanto è vero che alcuni di loro sembrano essere stati giustiziati proprio mentre l’IDF si avvicinava alle loro posizione.

    È indubbio che il comportamento di Hamas sia riuscito a creare problemi anche all’interno di Israele poiché le forze politiche israeliane che avrebbero voluto un atteggiamento diverso nei confronti della popolazione inerme sono stati messi sotto accusa come “sostenitori del nemico”.

    Quanto sta accadendo può anche far comodo alla destra religiosa fanatica poiché la continuazione dei bombardamenti non può che spingere sempre di più, chi può farlo, ad emigrare. Secondo il Ministro delle Finanze Smotrich la campagna “distruggerà ciò che resta della Striscia di Gaza…… i residenti di Gaza raggiungeranno il sud della Striscia e da lì, a Dio piacendo (se ne andranno) verso paesi terzi come parte del piano del presidente Trump”. Sempre che lo vogliano, verso dove potrebbero andare non è chiaro a nessuno, anche perché, per ragioni della loro sicurezza interna, tutti i paesi arabi confinanti hanno già dichiarato di non essere disposti a riceverli.

    Nonostante la repressione interna, in alcune zone del sud della Striscia sembra si stia organizzando un fronte armato anti Hamas. A capeggiarlo sarebbe Mohamed Dahlan che era, fino al 2007, il referente dell’ANP nella Striscia. Ne fu cacciato manu militari ma, per completare il suo percorso, fu anche incriminato dai sodali di Ramallah per una presunta corruzione. Ora sembra che stia preparando il suo ritorno proprio puntando sul malcontento dei Gaziani verso Hamas e degli abitanti dei Territori verso Abu Mazen e i suoi sodali tutti sospettati di malgoverno e di corruzione.

    Come la questione potrà risolversi per ora è ancora una totale incognita. L’idea di una occupazione perenne di Gaza, progetto che piace tanto agli estremisti israeliani, è difficilmente gestibile perché il costo del mantenimento in loco di migliaia di militari in perenne stato di guerra costerebbe miliardi di dollari e sarebbero costantemente soggetti ad attentati. L’investimento necessario per tenere occupata la Striscia diventerebbe economicamente così importante da influenzare le priorità sociali di Israele, lo stato dell’economia e dell’esercito per qualche futuro decennio. Tuttavia, se Israele si ritirasse senza che siano nate le basi per un governo alternativo o la Striscia cadrebbe nell’anarchia o Hamas ritornerebbe a ricostituirsi e a dominare. Anche l’idea di assegnarne il governo all’ANP è praticamente impossibile, visto l’assoluto discredito di cui oramai gode sia a Gaza sia nella stessa Cisgiordania.

    Sempre che si riesca a mettere fuori gioco l’estrema destra israeliana (e quindi lo stesso Netanyahu) l’unica soluzione teoricamente praticabile nel prossimo futuro è quella di una insurrezione interna alla Striscia che renda possibile la nascita di un governo alternativo, magari controllato da Dahlan, che trovi l’appoggio di importanti Paesi arabi quali Arabia Saudita, Egitto e Giordania e che sia considerato accettabile da un nuovo governo israeliano. Riconoscere oggi lo Stato Palestinese, come vorrebbe fare Macron, potrebbe sembrare una buona mossa per sbloccare la situazione, salvo che ciò che manca è il soggetto: se non può essere Hamas e l’ANP è totalmente discreditata, chi dovrebbe essere riconosciuto?

    Per intanto, con l’aumentare delle distruzioni in atto e delle sofferenze dei civili palestinesi, Israele ha perso molto del consenso umano e politico che aveva raccolto in vari Paesi del mondo dopo il 7 ottobre ed è oggetto di condanne formali e di minacce di rottura di aiuti e rapporti diplomatici. Il Paese si trova oggi in una crisi morale, politica e sociale da cui ha difficoltà ad uscire e, oltre al problema di Gaza, avrà al più presto da affrontare anche la questione delle centinaia di migliaia di coloni che si sono illegalmente installati nell’attuale Cisgiordania e che per qualunque nuovo governo sarà ben difficile far sloggiare.

  • Parlare di pace è facile, costruirla mentre infuriano guerre e stragi è complesso

    Marciare, radunarsi, chiedere che i civili di Gaza abbiano cibo, acqua, medicine, è giusto e va fatto ed è stato fatto.

    Marciare, radunarsi in decine di migliaia per chiedere che Hamas si ritiri dal potere che esercita contro i civili di Gaza, usandoli come scudi umani, sottraendo il loro cibo, esponendoli ad ogni tragedia di morte e riconsegni ad Israele gli ostaggi che ancora detiene, sarebbe giusto fosse fatto e non è stato fatto.

    Ai pacifisti non sempre pacifici, e quasi sempre lontani dalla realtà ed immersi nelle loro utopie ed ideologie, non viene in mente, neppure dopo più di tre anni di morte e distruzione in Ucraina, di sfilare e chiedere alla Russia, a Putin di cessare il fuoco, di sedersi ad un tavolo di trattative serie, senza le ridicole telefonate con Trump nelle quali, probabilmente, parlano più di possibili affari che di decisioni necessarie a salvare la vita e la libertà di milioni di persone, russi compresi.

    Parlare di pace è facile, costruire la pace mentre infuriano guerre e stragi è complesso e richiede un impegno costante ed una conoscenza profonda delle realtà antiche e presenti e delle psicologie di coloro che per scelta o per destino sono diventati i protagonisti di questi anni sciagurati, doti che al momento non appaiono.

    Costruire la pace significa anche sapere quali sono i presupposti e necessari per poterla mantenere una volta raggiunta ed è certo che senza il rispetto del diritto internazionale, della libertà dei popoli, della sicurezza territoriale, dell’integrità nazionale qualunque pace diventa effimera.

    Certo non vi sarà nessuna pace tra Russia ed Ucraina fino a che Trump continuerà a porsi come mediatore e a comportarsi come un ondivago, inconcludente, supporter di Putin, quando il presidente degli Stati Uniti paragona  Putin  e Zelensky a due ragazzini che litigano nel parco mentre continua la strage di civili in Ucraina è ormai evidente quanto sia scoordinato dalla realtà e costretto ad accettare che non è in grado di imporre la pace promessa ed è incapace di aiutare l’Ucraina come sarebbe suo dovere.

  • 550 chilometri di tunnel sotto Gaza

    Una rete di tunnel impressionante con una galleria capace di far passare un’auto o un’altra estesa quanto tre campi di calcio e collocata sotto un ospedale. La maestria di Hamas nel costruire la sua difesa sotterranea ha impressionato l’esercito israeliano che ha documentato con video e fotografie lo straordinario dedalo che da tempo era considerato una grave minaccia per loro a Gaza anche prima della guerra in corso. A lasciare esterrefatti i funzionari israeliani sono state la quantità, la qualità e la profondità dei tunnel scavati da Hamas. E se fino a dicembre si stimava che la rete si estendesse per circa 400 chilometri, gli alti funzionari della difesa israeliana, interpellati dal New York Times, parlano adesso di uno spazio compreso tra i 550 e i 700 chilometri con 5700 pozzi di accesso. Il tutto costruito sotto un territorio che nel suo punto più lungo misura appena 40 chilometri.

    Hamas usa i tunnel come basi militari e arsenali, per spostamenti delle forze e per proteggere i comandanti. Un documento del 2022 mostrava che Hamas aveva stanziato un milione di dollari per le porte dei tunnel, i laboratori sotterranei e altre spese nel solo territorio di Khan Younis, dove, stando a fonti dell’intelligence israeliana, i tunnel si estendono per circa 160 chilometri.

    In un rapporto del 2015 si parla di una spesa di più di 3 milioni di dollari che Hamas aveva affrontato per realizzare tunnel in tutta la Striscia di Gaza, molti dei quali edificati sotto infrastrutture civili e luoghi sensibili come scuole e ospedali. I tunnel sarebbero stati costruiti con modalità diverse: quelli per i comandanti sarebbero più profondi e confortevoli perché sono ipotizzati periodi di soggiorno più lunghi, e gli altri, utilizzati dagli agenti, meno profondi e più essenziali.

  • Adesso è tutto chiaro

    Dopo le dichiarazioni del segretario delle Nazioni Unite Guterres è chiaro il motivo per il quale le Nazioni Unite da tempo non contano più nulla e non ottengono risultati, anzi aggravano i problemi.

    Se da un lato è giusto e doveroso preoccuparsi per i civili palestinesi, quelli che non sono complici e correi di Hamas, è improvvido, sbagliato, pericoloso, è una negazione di quanto Israele ha subito, pronunciare le parole che Guterres ha detto alle Nazioni Unite, parole che di fatto giustificano gli eccidi, le torture, le violenze perpetrate da Hamas il 7 ottobre.

    La richiesta di dimissioni di un uomo che di fatto ha reso le Nazioni Unite un organismo inutile ed imbelle e che, con le ultime dichiarazioni, fa da sponda al terrorismo non solo è legittima ma necessaria.

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