genitori

  • Il cyberbullismo colpisce quasi la metà degli adolescenti

    Episodi di cyberbullismo, incitamento all’odio (hate speech), condivisione di immagini intime senza consenso e altre forme di abuso e/o violenza riguardano il 47,1% dei 15-19enni. L’Istat ha rilevato che quasi il 20% dei 14-19enni ha dichiarato di aver subito più volte al mese un qualche episodio offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione sia online che offline (l’1,5% aveva subito minacce e aggressioni fisiche continue).

    Secondo un’indagine di Save the Children realizzata da CSA Research, il 92,5% degli adolescenti intervistati utilizza strumenti di intelligenza artificiale. Tra chi utilizza l’IA, i motivi principali sono la ricerca di informazioni (35,7%) e l’aiuto nello studio e nei compiti (35,2%), traduzioni (19,8%), scrittura di testi (18,7%), ma è rilevante la percentuale anche di chi la usa prevalentemente per scopo ludico (21,4%) o per consigli utili per la vita quotidiana (15%). Il 7,1% degli utilizzatori di IA lo fa per aumentare il proprio benessere e il 4,2% per trovare compagnia. Poco più di due adolescenti su 5 (41,8%) affermano di avere chiesto aiuto a strumenti di IA nei momenti in cui si sentivano tristi/soli/ansiosi. Una percentuale simile (42,8%), lo ha fatto per chiedere consigli su scelte importanti (relazioni, sentimenti, scuola o lavoro). L’uso di questi strumenti è considerato fondamentale da circa la metà degli adolescenti intervistati (49,1%) e il 47,1% pensa che un uso maggiore lo/la aiuterebbe molto nella sua vita personale. La caratteristica più apprezzata dell’IA tra gli adolescenti è il fatto che ‘è sempre disponibile’ (28,8%) e ‘sa moltissime cose’ (24,5%), ma anche (14,5%) che ‘mi capisce e mi tratta bene’ e ‘che non mi giudica’ (12,4%). Tra i giovani che utilizzano strumenti di IA, più della metà (58,1%) ha chiesto consigli su qualcosa di serio e di importante per la propria vita (il 14,3% spesso, il 43,8% qualche volta), e ha trovato più soddisfacente (63,5%) confrontarsi con uno strumento dell’IA che con una persona reale (il 20,8% spesso, il 42,7% qualche volta), mentre circa uno su due (48,4%) ha condiviso informazioni della sua vita reale.

    L’accesso alla rete da parte di bambini, bambine e adolescenti costituisce al tempo stesso un’opportunità per esercitare il diritto all’informazione, all’esplorazione e alla partecipazione, nonchè uno spazio di relazione con famigliari e coetanei. Sono infatti più di 8 su 10 (82,2%) i preadolescenti (11-13 anni) che usano internet per scambiare messaggi, quasi uno su tre (il 31,3%) è connesso online con i suoi amici attraverso chat, chiamate e videochiamate più volte al giorno e il 5% lo è continuamente. Ma questo non sembra andare a discapito delle relazioni dirette. Infatti, tra gli 11-19enni che sono continuamente online, circa 3 su 10 (il 29%) vede gli amici tutti i giorni, 10 punti percentuali in più rispetto a chi non è mai online. Sempre tra i preadolescenti, poi, internet è usato anche per informarsi (18,5%), esprimere le proprie opinioni (11,3%) o seguire corsi online (9,6%).

    Il ruolo dei genitori, degli insegnanti e degli altri adulti di riferimento è determinante per un utilizzo sicuro e critico degli strumenti digitali e per la prevenzione dei rischi (come ad esempio il cyberbullismo, l’adescamento on line o l’esposizione a contenuti inappropriati). Per questo, Save the Children ha elaborato una guida per genitori e altri adulti di riferimento affinché possano accompagnare bambine, bambini e adolescenti, aiutandoli a vivere la dimensione online con un adeguato livello di autonomia e protezione. La guida contiene suggerimenti divisi per le diverse fasce d’età – 5-8 anni, 9-11 anni e 12-14 anni – su come stare accanto a bambine, bambini e adolescenti nelle loro esperienze sulla rete, quali regole e buone pratiche introdurre, come consigliarli nell’impostare i propri account social e proteggere le identità online. Si aggiungono a questi suggerimenti altri approfondimenti e informazioni importanti sulle responsabilità per le grandi piattaforme dettate dal Digital Services Act e sul ruolo della scuola e dell’alleanza scuola-famiglia, centrali anche per lo sviluppo delle competenze digitali. La sicurezza dei minori online è infatti una responsabilità collettiva che richiede una solida alleanza tra famiglie, scuola, istituzioni, e piattaforme digitali.

    Il Programma sulla Tutela Online di Save the Children mira, inoltre, a contrastare lo sfruttamento e l’abuso sessuale delle persone minorenni online, sostenendo attività per un’ambiente digitale più sicuro, promuovendo i diritti di bambini, bambine e adolescenti nello sviluppo delle tecnologie e assicurando la formazione di professionisti dell’infanzia e dell’adolescenza sui temi dei rischi online. Fin dal 2001 Save the Children ha attivato Stop-It, un servizio che consente di segnalare, anche anonimamente, la presenza di materiale pedopornografico online, tramite la piattaforma dedicata (https://stop-it.savethechildren.it/), in collaborazione con il Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia On-line (C.N.C.P.O) del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni della Polizia di Stato.

  • Minori, genitori, tribunali

    In Italia, a seguito di provvedimenti dei tribunali dei minori, vivono fuori dal contesto familiare, in strutture protette o comunità più di 30mila bambini e adolescenti.

    A Milano, la città ormai è diventata punto di riferimento non solo di manifestazioni internazionali ma anche di persone particolarmente abbienti che l’hanno scelta come città più favorevole ai loro interessi, ci sono circa 800 minori sottratti alle loro famiglie.

    Situazioni di disagio familiare o sociale, marginalità e vulnerabilità sono ovunque più frequenti di quanto si pensi. A volte i bambini sono affidati al Comune e inseriti in una struttura socio-educativa, altre volte vengono affidati temporaneamente a famiglie, altri ancora vivono in comunità con le madri.

    Vi sono situazioni difficilmente reversibili, come quando i genitori sono dipendenti da droga o alcol oppure sono incapaci di svolgere la loro funzione genitoriale.

    In Italia il tribunale per i minorenni interviene in presenza di una segnalazione, di un pregiudizio concreto per il minore, le segnalazioni dei servizi sociali portano a provvedimenti dell’autorità giudiziaria, in genere, in caso di maltrattamenti, significativa trascuratezza, incapacità genitoriale, ovviamente con particolare attenzione allo stato igienico-sanitario, alla scolarizzazione e alla socializzazione.

    L’Autorità nazionale garante per i minori sottolinea però la necessità di fare maggior chiarezza sugli allontanamenti, infatti l’allontanamento dovrebbe essere una misura eccezionale da adottare solo in caso di grande pericolo, come ad esempio quando i bambini siano in stato di totale abbandono morale o materiale.

    Salvo casi di emergenza la legge non prevede che sia compito delle forze dell’ordine intervenire nei prelevamenti dei minori e inoltre se questi oppongono resistenza al trasferimento bisogna sospenderlo e va data comunicazione al magistrato che lo ha disposto.

    Proprio quest’anno la Garante Marina Terragni ha preparato, col supporto di avvocati, un documento che sottolinea come il minore debba essere ascoltato da parte del giudice, a differenza di quando abitualmente accade, e che il ricorso a strutture di accoglienza non dovrebbe essere la prassi ma l’extrema ratio.

    Se si tiene conto che un minore in una struttura costa 150 euro al giorno si comprende bene come in molti casi le situazioni di indigenza di certe famiglie potrebbero essere eliminate attraverso un supporto economico che sarebbe di gran lunga meno traumatizzante per i bambini e meno oneroso per lo Stato.

    Si attende un disegno di legge proprio in materia di affido anche per avere un censimento sistematico delle strutture di accoglienza e delle famiglie affidatarie, infatti al momento non vi sono dati certi che consentano, secondo la Garante, di distinguere in modo attendibile quanti collocamenti di urgenza siano stati disposti e mancano le valutazioni sugli impatti traumatici sui bambini e connessi agli allontanamenti.

    Per esperienza di molti rimangono assolutamente carenti i mezzi a supporto del lavoro degli assistenti sociali e non tutti gli assistenti sociali sono dotati delle competenze e delle sensibilità idonee ad affrontare i problemi legati a situazioni minorili difficili. Spesse volte i Comuni, per problemi economici più o meno reali, non gestiscono direttamente i servizi sociali ma si affidano a cooperative o organizzazioni esterne. Anche i magistrati hanno responsabilità quando non ascoltano i minori prima di decidere e non hanno una valutazione diretta della situazione familiare.

    Come già detto, alcune situazioni di indigenza potrebbero essere risolte tramite sussidi ad hoc; in molti casi non occorrerebbe sottrarre i bambini alle famiglie che avrebbero solo bisogno del sostegno di tutor e di migliori condizioni abitative e lavorative per ritrovare un corretto equilibrio.

    Questi sono solo alcuni dei tanti punti che abbiamo voluto evidenziare sul tema portato alla ribalta dalle vicende della casa nel bosco, che ha fatto poi scoprire che esistono altri nuclei familiari che hanno scelto questo tipo di vita.

    Come domanda finale, in attesa del disegno di legge di cui sopra, chiediamo: a un bambino, che ha genitori amorevoli, porta più danno vivere nel bosco coi suoi genitori, a contatto con alcune regole e principi e confortato dalla conoscenza da ciò che natura e animali gli possono insegnare o piuttosto porta più danno avere in mano, dai primissimi anni di vita, uno smartphone sul quale impara presto a vedere le tante oscenità presentati dai vari TikTok e che portano alle violenze in scuole e strade che tutti vediamo?

  • Avviare una nuova politica per la tutela dei minori, in Italia e in Europa

    Puntualmente, sprezzanti delle celebrazioni del 20 novembre, la Giornata Universale dei Bambini, i giudici, forse nel tentativo di imitare lo Jugendamt tedesco, hanno portato via i bambini che vivevano nel bosco con i loro genitori.

    Siamo purtroppo abituati a vedere bambini semi abbandonati, dai campi rom a certe estreme periferie, senza che alcuno intervenga e vorremmo che il governo trovasse la formula per provvedere a questa emergenza, ma non avremmo mai immaginato che si potessero sottrarre i bambini ai genitori, con i quali vivono, accuditi pur nella totale semplicità.

    I motivi per togliere un minore ai propri genitori sono ben chiari: genitori drogati od alcolizzati, situazioni ambientali di grave degrado (violenze, immondizie, sporcizia), mancanza di cure sanitarie, mancanza di istruzione, mancanza di rapporti sociali, costrizione al lavoro, pratiche sessuali etc.

    Nessuno di questi motivi era presente nella vita dei bambini del bosco e non può essere certo la mancanza di elettricità una motivazione altrimenti per la mancanza d’acqua, in decine e decine di paesi in Sicilia, e non solo, i giudici dovrebbero sottrarre, alle famiglie, centinaia di bambini.

    Fortunatamente sembra, poi vedremo i risultati, che anche il governo abbia manifestato stupore e intenzione di indagare su quanto accaduto e che, da diverse parti politiche e mediatiche, si voglia andare a fondo per ripristinare il diritto, alla famiglia del bosco, di vivere in pace.

    Auguriamo ai bambini ed ai loro genitori di tornare presto, tutti insieme, nella loro casa, con i loro amici animali, in sicurezza e libertà.

    Speriamo vivamente che la vicenda non si trasformi nel solito contenzioso tra governo e magistratura o in una squallida operazione di contrapposizione politica.

    La vicenda potrebbe dare finalmente l’avvio ad una nuova politica per la tutela dei minori, in Italia e in Europa, cominciando anche a capire meglio l’incongruenza, specie nel terzo millennio, di un organismo come lo Jugendamt in Germania, con conseguenze anche per i cittadini di altri stati, e occupandosi, con nuove adeguate norme, di più e meglio dei bambini di famiglie povere e di quelli che vivono nei campi rom.

  • A Radio Radicale, oggi pomeriggio alle ore 18, Niccolò Rinaldi ricorderà Marinella Colombo

    Oggi pomeriggio, alle ore 18, l’On. Niccolò Rinaldi, già eurodeputato, interverrà a Radio Radicale per parlare della vicenda di Marinella Colombo, di minori, diritti, Jugendamt,  Germania e ricordare una donna donna ed una madre che ha lottato per la giustizia sua e di tanti genitori.

  • Non basta una canzone

    Qualsiasi coppia, che sia etero o gay, può andare incontro a delle separazioni anche dolorose, le cui conseguenze, molto spesso, vengono pagate dai piccoli nati da questa unione. Tuttavia, mentre nel primo caso esistono una madre ed un padre legittimi che si possono contendere l’affidamento dei figli, nel caso di una coppia gay, la quale abbia non adottato un figlio precedente alla relazione di uno dei due coniugi, la disputa avviene per un bimbo “acquistato” attraverso l’utero in affitto, cioè pagando ad una madre una cospicua somma la quale dopo il parto cadesse loro il figlio. In questo contesto il problema diventa molto più complesso in relazione al futuro del bimbo nato attraverso una transazione commerciale.

    Viene allora da chiedersi chi, all’interno di questo triangolo tra la madre naturale e i due coniugi in via di separazione, abbia il maggior diritto di vedersi riconosciuto l’affidamento del figlio il quale, senza colpe, si trova all’interno di questo triangolo di origine mercenaria.

    Sotto il profilo della logica, se la nascita del bimbo ha come presupposto il soddisfare un desiderio di genitorialità della coppia gay, il solo venir meno della coppia indurrebbe a chiedersi se il bimbo possa venire affidato ad uno dei due componenti la coppia o a alla madre che lo ha generato dietro compenso.

    In più, non bastando lo scrivere una canzone d’amore per dimostrare di avere sentimenti e affetto verso un bambino, l’amore di un genitore non dovrebbe criticare le conseguenze della propria scelta.

    Lamentarsi ora del fatto di non poter portare il bimbo nel nostro Paese, in quanto frutto di una transizione commerciale espressamente vietata dal nostro ordinamento, non fa che dimostrare come l’amore verso un bimbo sia ben altra cosa.

    Se questo sentimento genitoriale fosse realmente sincero si sopporterebbero in silenzio le conseguenze della propria scelta, senza esporre ancora il bimbo ad una polemica politica ed etica.

    Nel momento in cui si è accettato di andare oltre il diritto italiano è evidente che se ne sarebbero pagate anche le conseguenze invece di criticarle.

    In questo contesto l’unica creatura che pagherà l’esito infausto del presupposto al proprio stesso concepimento, appunto il solo desiderio di genitorialità, rimane il povero incolpevole bimbo.

  • I diritti dei bambini

    In teoria siamo tutti d’accordo: bisogna difendere i bambini e i loro diritti.

    Poi in pratica non siamo capaci di trovare un accordo nell’identificare questi diritti che, al di là delle diversità partitiche ed ideologiche, dovrebbero invece essere ben chiari.

    Proviamoci insieme: ogni bambino ha diritto ad una vita dignitosa e il più serena possibile.

    Purtroppo tantissimi bambini non hanno questo diritto, fame, guerre, siccità (solo in Somalia l’anno scorso ne sono morti più di 20.000), pedofili, predatori di organi, prostituzione, sfruttamento, mille sono le insidie che i bambini devono affrontare.

    Vi sono molti bambini che non hanno una famiglia capace di occuparsi di loro e sono portati in istituto per sottrarli a situazioni di degrado, i più fortunati vengono dati in affido e in certi casi in adozione. Quando i bambini adottati diventano adulti cercano caparbiamente di arrivare a conoscere la madre naturale, vogliono sapere perché sono stati abbandonati, quali sono le loro vere origini, le cronache ci hanno raccontato molti di questi casi e delle fatiche e sofferenze che hanno dovuto affrontare.

    Ora, nella nostra società, ci sono e ci saranno bambini che si chiederanno, diventati più grandi, come è possibile essere figli di genitori dello stesso sesso, vorranno sapere come sono stati concepiti, come sono nati, di chi sono naturalmente figli.

    Uno dei due genitori potrebbe essere veramente la madre biologica o il padre biologico ma in molti altri casi la loro nascita è stata il prodotto di ovociti, di una donna sconosciuta, fecondati dagli spermatozoi di un uomo sconosciuto, immessi per la gestazione nell’utero di un’altra donna sconosciuta, un utero in affitto.

    Siamo tutti così certi che questi bambini diventati adolescenti non sentiranno la diversità tra loro e chi è nato da un genitore certo? Che non cercheranno di andare a identificare le persone che hanno venduto i loro ovuli e il loro seme, la donna che li ha partoriti? Che accetteranno di non poterle trovare perché sono nati da una serie di atti commerciali? Si sentiranno usati per rispondere al desiderio di un adulto di avere un figlio a prescindere dalla capacità di generarlo, a prescindere dalle conseguenze che il bambino potrà avere?

    Forse a qualcuno di questi bambini, figli dell’utero in affitto, importerà poco ma a molti altri importerà talmente tanto da poter sconvolgere la loro vita, il loro futuro.

    In un mondo così pieno di angosce, di incapacità ad accettarsi, di paure ed insicurezze non dovrebbe essere lecito, per appagare un pur legittimo desiderio, ledere a priori il diritto di un altro essere umano, che non aveva chiesto di venire al mondo e che, da adulto, dovrà confrontarsi con il proprio concepimento frutto di azioni lontane dalla naturalità e molto simile al risultato di accordi commerciali.

    A tanti bambini la scoperta di come sono nati creerà tormento perchè si sentiranno diversi e, come succede in molti casi, daranno la responsabilità dei loro futuri problemi proprio a coloro che hanno imposto questa diversità di nascita.

    Gli adulti hanno diritti ma hanno prima specifici doveri verso i bambini, doveri che non si esauriscono nell’essere premurosi, nel garantire la sicurezza economica, anche l’amore, da solo, non basta perchè se l’amore è frutto di egoismo non è amore ma desiderio di possesso.

    Quel possesso che ha portato Putin a deportare in Russia i bambini ucraini.

    Se una persona pensa che un figlio può dare uno scopo alla sua vita ed è disposto a far pagare ad un altro, al bambino, il prezzo del suo desiderio è una persona che del senso della vita ha capito ben poco.

    Si ha il diritto ad avere un figlio se si è in grado di avere un figlio, anche utilizzando  quegli aiuti che la scienza mette oggi a disposizione di chi ha difficoltà fisiche al concepimento o a portare a termine la gravidanza, ma non si ha diritto ad avere un figlio, generato in tutti i sensi su commissione, a prescindere dal bene futuro del bambino, dai risvolti sulla società, dallo stravolgimento delle leggi di natura, un figlio non è un investimento per noi stessi, per l’appagamento di un nostro anche più che legittimo desiderio.

    Ogni giorno sentiamo appelli per aiutare le centinaia di migliaia di bambini che stanno morendo di fame e di sete, bambini rimasti orfani, bambini abbandonati nei posti più disparati del mondo.

    Questi bambini avrebbero bisogno di genitori ed in molti paesi è consentita l’adozione per i single e per le coppie dello stesso sesso ma si preferisce l’utero in affitto perché vogliamo il bambino del nostro colore di pelle, magari anche programmato per essere fisicamente come lo vogliamo. E’ questo l’amore che alcuni hanno verso i bambini!

    In verità sui bambini si sta combattendo una guerra ideologica che vuole che alcune categorie di persone abbiano non maggiori diritti individuali ma il diritto, tramite i bambini, di modificare la società, di modificare anche le leggi di natura

    La scienza ha fatto molto e potrà fare ancora tanto, forse un domani metteremo spermatozoi ed ovuli dentro un robot e questo si occuperà della gestazione, forse un domani sarà possibile concepire dall’ano, forse potremo clonare i figli, come la pecora Dolly, così saremo sicuri di averli a nostra immagine.

    Forse questa sarà scienza ma non coscienza e tutti, se continueremo a credere di avere solo diritti ne pagheremo le conseguenze.

    Forse tra guerre, riscaldamento globale, disperate corse alla disumanizzazione, abuso di droghe, rincorsa ai diritti negando ogni dovere, perdita di identità, non avremo più questi problemi perché questa volta non sarà il diluvio universale ma l’umana scelleratezza, il diffuso egoismo a scrivere la parola fine, a prezzo di troppo inutile dolore.

    Poi non ditemi che l’essere umano è la creatura più intelligente del pianeta.

  • Entrati in vigore i nuovi diritti per migliorare l’equilibrio tra vita professionale e vita privata nell’UE

    A partire dal 2 agosto, tutti gli Stati membri devono applicare norme stabilite a livello dell’UE per migliorare l’equilibrio tra vita professionale e vita privata di genitori e prestatori di assistenza. Le norme, adottate nel 2019, fissano norme minime per il congedo di paternità, il congedo parentale e il congedo per prestatori di assistenza. Istituiscono anche diritti aggiuntivi, come il diritto di richiedere formule di lavoro flessibili, che aiuteranno chi ne ha bisogno a portare avanti la propria carriera e la propria vita familiare senza dover sacrificare né l’una né l’altra. Questi diritti, che vengono ad aggiungersi a quelli già esistenti in materia di congedo di maternità, si inquadrano nel pilastro europeo dei diritti sociali e la loro istituzione costituisce un passo essenziale verso la costruzione di un’Unione dell’uguaglianza. La direttiva sull’equilibrio tra vita professionale e vita privata mira ad aumentare i) la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e ii) il ricorso al congedo familiare e a modalità di lavoro flessibili. Nel complesso, il tasso di occupazione delle donne nell’UE è inferiore del 10,8% rispetto a quello degli uomini. Inoltre, solo il 68% delle donne con responsabilità familiari lavora, rispetto all’81% degli uomini con responsabilità analoghe. La direttiva concede ai lavoratori dei periodi di congedo per prendersi cura di familiari che hanno bisogno di aiuto e, nel complesso, garantisce che i genitori e i prestatori di assistenza siano in grado di conciliare lavoro e vita privata. 

    Fonte: Commissione europea

  • I presidi propongono un codice redatto nelle scuole per le chat di classe

    Non abolirle ma regolamentarle. Utilizzarle sono per le emergenze ma, secondo Antonello Giannelli presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (Anp), sulla base di un codice di autodisciplina redatto direttamente dalle scuole. Le chat di classe in questi giorni sono al centro di un ampio dibattito nel mondo della scuola A scatenarlo sono stati i dirigenti scolastici dell’Anp di Roma favorevoli alla revisione del Codice Deontologico e all’emanazione di un regolamento utile per le scuole di tutta Italia.

    Nei due anni di pandemia le chat sono diventate uno strumento indispensabile soprattutto nel rapporto tra docenti e genitori. Ma in altre situazioni l’uso distorto ha generato situazioni così eclatanti da essere pubblicate sulle pagine delle cronache nazionali. E’ il caso di un bambino di una scuola primaria di Pavia che sarebbe stato bullizzato da tre maestre colleghe della mamma. Vicenda finita con una denuncia ai Carabinieri e un esposto all’ufficio scolastico dopo la scoperta in un computer della scuola delle chat di WhatsApp fra le maestre in cui definivano il bambino ‘sporco’, ‘pirla’ e con altri pessimi appellativi. Ma non è una situazione isolata, un bambino autistico sarebbe stato denigrato a Roma dalle sue maestre sempre su una chat di WhatsApp. E ancora nella Capitale il caso delle presunte chat tra uno studente e la preside del liceo Montale.

    Per il presidente Nazionale dei Presidi (Anp) Antonello Giannelli “la tecnologia in sé non è mai negativa o positiva. Di conseguenza anche l’utilizzo delle chat può apportare vantaggi ma può anche prestarsi ad un uso distorto. È necessario capire che devono essere utilizzate in modo corretto e a questo proposito è fondamentale – puntualizza – la formazione di tutti i soggetti coinvolti”. Per Giannelli “un eventuale codice di autodisciplina” dovrebbe essere redatto direttamente dalle scuole. “Non dimentichiamo che – conclude – queste tecnologie sono di recente introduzione e non c’è ancora un patrimonio comune di comportamenti”.

    Mario Rusconi presidente Anp (Associazione Nazionale Presidi) di Roma è tornato a ribadire che “le chat di classe devo essere usate solo per le emergenze. Altrimenti stravolgono completamente il rapporto che ci deve essere con le famiglie”. A suo giudizio “le chat tra famiglie e insegnanti e tra insegnanti e studenti stanno dilagando e stanno creando una sorta di cortocircuito”. Tanti gli esempi quotidiani citati da Rusconi: “C’è il genitore che dice ‘perchè mio figlio ha preso 7 e non’ 8? oppure ‘perchè avete spiegato con due mesi di ritardo la perifrastica passiva’? ed ancora ‘perchè aveva cambiato posto a mio figlio?'”. “Non siamo abolizionisti – ci tiene a precisare Rusconi – semplicemente vogliamo una regolamentazione che non faccia scadere le chat in una sorta di continuo ping pong aggressivo”.

    Le chat di classe per il presidente Anp di Roma devono essere adoperate “in via solamente emergenziale quando succedono dei fatti molto gravi: la sera precedente alla partenza all’aeroporto una gita viene sospesa. Un ragazzo sta male, una classe ha avuto un incidente e così via”.

  • Achtung, binational babies: il mercato dei diritti

    Nella maggior parte dei paesi europei sono previsti diritti naturali che vengono limitati o cancellati solo se il titolare di tale diritto ha commesso azioni che ne pregiudicano l’esercizio. Per esempio in una separazione si prevede che il bambino mantenga rapporti significativi con entrambi i rami genitoriali. Tutto ciò è considerato un diritto naturale e dunque non un diritto che debba prima essere acquisito. E’ un diritto che viene sempre riconosciuto e solo in presenza di fatti gravi viene limitato o tolto. In Germania, ancora una volta, la situazione è ribaltata. Il nonno non ha diritto ad un rapporto con il nipote per il semplice fatto di essere il nonno, deve invece dimostrare di essere una persona importante di riferimento per il bambino e soprattutto favorire il suo “bene” per poter acquisire tale diritto. A chiunque racconti che il diritto dei nonni ad avere contatti con i nipoti è fissato nel codice tedesco, chiedo di andarsi a rileggere il testo che presuntamente garantisce questo diritto, precisamente il §1685 del Codice civile tedesco che recita: “(1) I nonni e i fratelli hanno diritto al contatto con il bambino se questo corrisponde al bene del bambino [Wohl des Kindes].” Significativamente questo articolo si intitola “Contatto del bambino con altre persone di riferimento”. Non si parla dunque dei nonni in quanto tali, o in quanto persone facenti parte della stessa famiglia, ma solo di altre persone di riferimento. Tra queste potrebbero esserci anche i nonni, ma non necessariamente. Va poi ricordato che il concetto di bene del bambino [Wohl des Kindes, Kindeswohl] non è definito nei codici tedeschi e deve essere sempre interpretato. Di conseguenza, se già la presenza del genitore non-tedesco è nella quasi totalità dei casi considerata negativa o superflua nella vita e nell’educazione del figlio, a maggior ragione lo saranno i nonni non-tedeschi. Inoltre il fatto di vivere in un altro paese, per esempio in Italia, e di non parlare fluentemente la lingua tedesca costituisce un ulteriore fattore pregiudizievole. Tali nonni non sono “i nonni”, bensì “altre persone di riferimento” che non debbono avere nessun ruolo nella vita del nipote in quanto non favoriscono in nessun modo (lingua diversa dal tedesco e paese di residenza che non è la Germania) il suo bene, così come interpretato nei tribunali, nei codici e in una grande parte dell’opinione pubblica tedesca.

    Sarà utile ricordare che la parola famiglia non è praticamente mai evocata nei testi di legge, se non nei titoli delle varie sezioni del codice civile. I testi riportano espressioni come “altre persone di riferimento”, “comunità domestica”, ma non “famiglia”.

  • Achtung, binational babies: il padre, il padre-sociale e il postino

    Riproponiamo un articolo pubblicato nel giugno del 2014, per comprendere la ragione di questa ripetizione, leggete fino alla fine.

    Succede ogni giorno decine di volte, nel cuore dell’Europa teoricamente senza frontiere, ma con una barriera attorno alla Germania, dove i bambini entrano, ma non ne escono mai.

    Ecco una delle tante vicende e dei tanti genitori al fianco dei quali mi sto battendo.

    Una donna tedesca si trasferisce in Italia, dove trova lavoro. Conosce un ragazzo italiano. Dopo un certo periodo di fidanzamento, quando hanno ormai deciso di sposarsi, lei resta incinta. Grande gioia di entrambi, acquisto della casa e progetti per il futuro. Lei dice di voler partorire in Germania, lui cerca di comprendere e asseconda. Il bambino nasce, ma lei ha intanto deciso che il padre di questo bambino non sarà italiano (peccato che è con un italiano che ha procreato) e dunque glielo lascia riconoscere perché così potrà chiedergli gli alimenti, ma non gli dà la possibilità di avere la potestà genitoriale sul figlio (in Germania è la madre tedesca non sposata che decide tutto ciò, dunque lei sta agendo in perfetta legalità). Poi chiede al padre-italiano-senza-diritti che si era recato in Germania per il parto di sparire.

    Preso atto della penosa situazione, dopo essere stato ingannato da diversi avvocati sia italiani che tedeschi, sia in buonafede (gli avvocati italiani non conoscono necessariamente il codice di famiglia tedesco) che in malafede (gli avvocati tedeschi sono sinceramente convinti che crescere senza contatti con l’Italia, un paese “problematico”, sia la soluzione migliore per il bambino), questo padre intraprende la via del tribunale per riuscire almeno ad incontrare ogni tanto suo figlio, per il quale comunque paga gli alimenti.

    Precisiamo che si tratta di una persona educata e pacifica e che non è né violenta, né affetta da disturbi.

    Mentre spende migliaia e migliaia di euro in avvocati, spese processuali e viaggi (ovviamente di far venire il bambino in Italia non se ne parla neanche), riesce a vedere suo figlio, nell’arco di sei anni, solo una manciata di ore, sempre sotto la supervisione di altre persone. Infatti, essendo lui italiano, potrebbe rapire il bambino, quindi meglio tenerlo d’occhio. Forse superfluo aggiungere che la famiglia italiana è completamente esclusa, così come l’utilizzo della lingua italiana è strettamente da evitare.

    Dopo anni di procedimenti, il suo caso è ancora in prima istanza (quindi molto lontano dal poter adire la Corte per i Diritti umani), sia perché ogni volta che la signora tedesca cambia casa, cambia la competenza territoriale del tribunale e si ricomincia daccapo, sia perché quando il giudice stabilisce un calendario di incontri (tipo un’ora ogni due mesi), una volta esaurite le data indicate, quest’uomo deve ricominciare un procedimento in tribunale per ottenere altre date. Per capirci, il giudice non sentenzia mai stabilendo una volta per tutte, o fino all’accadimento di fatti nuovi, l’intervallo degli incontri, ma scrive invece “dalle ore tot alle ore tot del giorno tale, del tal mese e del tal anno”. Passato quel giorno, si ricomincia da zero. Questo padre deve cioè ogni volta tornare a dimostrare di essere eccezionale affinché gli vengano concessi dei contatti con il figlio. In pratica il contrario del buon senso e della legge di natura: non sono eventuali accuse, vere o false, a togliergli la possibilità di vedere suo figlio; si parte dal principio che la possibilità di incontrare suo figlio lui non ce l’ha e solo se dimostra di essere fantastico, forse gentilmente gli concedono qualche ora.

    Poi la signora tedesca si sposa con un tedesco. A questo punto il bambino ha finalmente un padre (!) sociale, un padre tedesco. Allora il vero padre, per di più italiano, diventa del tutto superfluo. Ma lui insiste, dice di voler bene a suo figlio e il bambino, pur incontrandolo raramente, mostra di essergli affezionato. Soluzione: si dispone una perizia psicologica familiare.

    Non mi soffermo sull’impegno di tempo, risorse e denaro necessari allo svolgimento della perizia (siamo nell’ordine di importi a cinque cifre, ovviamente a carico del genitore non-tedesco), né sul fatto che la signora tedesca non ritenga di doversi sempre presentare, né di ottemperare a quanto disposto dal giudice, lei ha tutti i diritti in maniera esclusiva sul bambino e dunque le si perdona tutto. Passo direttamente all’esito di questa perizia di quasi 100 pagine:

    • il bambino percepisce che la madre non approva che lui instauri una relazione con suo padre [ndr. e d’altronde non gli ha mai permesso di chiamarlo papà]
    • per questo il bambino vive un conflitto di lealtà
    • il conflitto di lealtà crea stress nel bambino
    • per eliminare lo stress del bambino si annulla ogni contatto con il papà italiano per almeno un anno

    Il tribunale nomina allora un intermediario, un estraneo che durante questo anno dovrà parlare del padre al bambino e del bambino al padre, consegnando anche lettere, fotografie e regali;

    anche questo intermediario non ottempera e si rifiuta di conoscere il padre, mentre al padre dice di suo figlio banalità del tipo “pare gli piaccia il gelato”, lui stesso si definisce un semplice “postino”[1];

    avvisato il giudice di questo comportamento da parte dell’intermediario e delle sue non ottemperanze, così come di quelle della madre, il giudice ritiene che vada bene così.

    Ora l’anno è passato, il rapporto padre-figlio è stato finalmente reso inesistente; qualsiasi cosa pensi di volere questo genitore italiano deve ricominciare daccapo, con l’aggravante che, essendo il rapporto con il bambino ormai inesistente, sarà impossibile dimostrare che mantenere i contatti con il papà giovi al bambino.

    Ma deve pagare! Deve pagare gli alimenti, le spese processuali, gli psicologi, e tutti gli altri “personaggi” intervenuti ad allontanare suo figlio. Non è più in grado di far fronte a questi costi, così diventerà anche lui un “criminale” –come tutti coloro che hanno tentato di opporsi a queste ingiustizie- contro il quale verrà spiccato un mandato d’arresto?

    Cosa farà l’Italia a difesa di questi suoi due concittadini, un adulto e un minorenne?

    Questo è quello che succede in Germania ogni giorno centinaia di volte, contro i padri e le madri non tedesche, ma soprattutto a discapito dei bambini binazionali.

    Questo è quello che non posso e non possiamo più accettare, è la palese negazione dei diritti fondamentali e naturali, è l’arroganza fatta legge e sistema, è la distruzione dei valori sui quali -ci hanno fatto credere- avrebbe dovuto essere costruita l’Europa della pace.

    Non possiamo cambiare la Germania, ma possiamo tutelare gli Italiani. Chiedo un impegno ed un incontro a breve con i Ministri degli Esteri e della Giustizia. 

    8 marzo 2022 – Dopo otto anni nulla è cambiato. Il sistema tedesco ha affilato ancor più le unghie e quello italiano è sempre più confuso e cieco.

    Membro della European Press Federation
    Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus – Roma
    Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) – Svizzera
    Membro dell’Associazione Enfants Otages – Francia

     

    [1]What you still want to know in detail about your son? What should I ask him or his mother at the next meet? I do not think it makes sense that you come to Germany to talk to me. it would change nothing in the situation. I’m just the mailman”.

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