genitori

  • I presidi propongono un codice redatto nelle scuole per le chat di classe

    Non abolirle ma regolamentarle. Utilizzarle sono per le emergenze ma, secondo Antonello Giannelli presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (Anp), sulla base di un codice di autodisciplina redatto direttamente dalle scuole. Le chat di classe in questi giorni sono al centro di un ampio dibattito nel mondo della scuola A scatenarlo sono stati i dirigenti scolastici dell’Anp di Roma favorevoli alla revisione del Codice Deontologico e all’emanazione di un regolamento utile per le scuole di tutta Italia.

    Nei due anni di pandemia le chat sono diventate uno strumento indispensabile soprattutto nel rapporto tra docenti e genitori. Ma in altre situazioni l’uso distorto ha generato situazioni così eclatanti da essere pubblicate sulle pagine delle cronache nazionali. E’ il caso di un bambino di una scuola primaria di Pavia che sarebbe stato bullizzato da tre maestre colleghe della mamma. Vicenda finita con una denuncia ai Carabinieri e un esposto all’ufficio scolastico dopo la scoperta in un computer della scuola delle chat di WhatsApp fra le maestre in cui definivano il bambino ‘sporco’, ‘pirla’ e con altri pessimi appellativi. Ma non è una situazione isolata, un bambino autistico sarebbe stato denigrato a Roma dalle sue maestre sempre su una chat di WhatsApp. E ancora nella Capitale il caso delle presunte chat tra uno studente e la preside del liceo Montale.

    Per il presidente Nazionale dei Presidi (Anp) Antonello Giannelli “la tecnologia in sé non è mai negativa o positiva. Di conseguenza anche l’utilizzo delle chat può apportare vantaggi ma può anche prestarsi ad un uso distorto. È necessario capire che devono essere utilizzate in modo corretto e a questo proposito è fondamentale – puntualizza – la formazione di tutti i soggetti coinvolti”. Per Giannelli “un eventuale codice di autodisciplina” dovrebbe essere redatto direttamente dalle scuole. “Non dimentichiamo che – conclude – queste tecnologie sono di recente introduzione e non c’è ancora un patrimonio comune di comportamenti”.

    Mario Rusconi presidente Anp (Associazione Nazionale Presidi) di Roma è tornato a ribadire che “le chat di classe devo essere usate solo per le emergenze. Altrimenti stravolgono completamente il rapporto che ci deve essere con le famiglie”. A suo giudizio “le chat tra famiglie e insegnanti e tra insegnanti e studenti stanno dilagando e stanno creando una sorta di cortocircuito”. Tanti gli esempi quotidiani citati da Rusconi: “C’è il genitore che dice ‘perchè mio figlio ha preso 7 e non’ 8? oppure ‘perchè avete spiegato con due mesi di ritardo la perifrastica passiva’? ed ancora ‘perchè aveva cambiato posto a mio figlio?'”. “Non siamo abolizionisti – ci tiene a precisare Rusconi – semplicemente vogliamo una regolamentazione che non faccia scadere le chat in una sorta di continuo ping pong aggressivo”.

    Le chat di classe per il presidente Anp di Roma devono essere adoperate “in via solamente emergenziale quando succedono dei fatti molto gravi: la sera precedente alla partenza all’aeroporto una gita viene sospesa. Un ragazzo sta male, una classe ha avuto un incidente e così via”.

  • Achtung, binational babies: il mercato dei diritti

    Nella maggior parte dei paesi europei sono previsti diritti naturali che vengono limitati o cancellati solo se il titolare di tale diritto ha commesso azioni che ne pregiudicano l’esercizio. Per esempio in una separazione si prevede che il bambino mantenga rapporti significativi con entrambi i rami genitoriali. Tutto ciò è considerato un diritto naturale e dunque non un diritto che debba prima essere acquisito. E’ un diritto che viene sempre riconosciuto e solo in presenza di fatti gravi viene limitato o tolto. In Germania, ancora una volta, la situazione è ribaltata. Il nonno non ha diritto ad un rapporto con il nipote per il semplice fatto di essere il nonno, deve invece dimostrare di essere una persona importante di riferimento per il bambino e soprattutto favorire il suo “bene” per poter acquisire tale diritto. A chiunque racconti che il diritto dei nonni ad avere contatti con i nipoti è fissato nel codice tedesco, chiedo di andarsi a rileggere il testo che presuntamente garantisce questo diritto, precisamente il §1685 del Codice civile tedesco che recita: “(1) I nonni e i fratelli hanno diritto al contatto con il bambino se questo corrisponde al bene del bambino [Wohl des Kindes].” Significativamente questo articolo si intitola “Contatto del bambino con altre persone di riferimento”. Non si parla dunque dei nonni in quanto tali, o in quanto persone facenti parte della stessa famiglia, ma solo di altre persone di riferimento. Tra queste potrebbero esserci anche i nonni, ma non necessariamente. Va poi ricordato che il concetto di bene del bambino [Wohl des Kindes, Kindeswohl] non è definito nei codici tedeschi e deve essere sempre interpretato. Di conseguenza, se già la presenza del genitore non-tedesco è nella quasi totalità dei casi considerata negativa o superflua nella vita e nell’educazione del figlio, a maggior ragione lo saranno i nonni non-tedeschi. Inoltre il fatto di vivere in un altro paese, per esempio in Italia, e di non parlare fluentemente la lingua tedesca costituisce un ulteriore fattore pregiudizievole. Tali nonni non sono “i nonni”, bensì “altre persone di riferimento” che non debbono avere nessun ruolo nella vita del nipote in quanto non favoriscono in nessun modo (lingua diversa dal tedesco e paese di residenza che non è la Germania) il suo bene, così come interpretato nei tribunali, nei codici e in una grande parte dell’opinione pubblica tedesca.

    Sarà utile ricordare che la parola famiglia non è praticamente mai evocata nei testi di legge, se non nei titoli delle varie sezioni del codice civile. I testi riportano espressioni come “altre persone di riferimento”, “comunità domestica”, ma non “famiglia”.

  • Achtung, binational babies: il padre, il padre-sociale e il postino

    Riproponiamo un articolo pubblicato nel giugno del 2014, per comprendere la ragione di questa ripetizione, leggete fino alla fine.

    Succede ogni giorno decine di volte, nel cuore dell’Europa teoricamente senza frontiere, ma con una barriera attorno alla Germania, dove i bambini entrano, ma non ne escono mai.

    Ecco una delle tante vicende e dei tanti genitori al fianco dei quali mi sto battendo.

    Una donna tedesca si trasferisce in Italia, dove trova lavoro. Conosce un ragazzo italiano. Dopo un certo periodo di fidanzamento, quando hanno ormai deciso di sposarsi, lei resta incinta. Grande gioia di entrambi, acquisto della casa e progetti per il futuro. Lei dice di voler partorire in Germania, lui cerca di comprendere e asseconda. Il bambino nasce, ma lei ha intanto deciso che il padre di questo bambino non sarà italiano (peccato che è con un italiano che ha procreato) e dunque glielo lascia riconoscere perché così potrà chiedergli gli alimenti, ma non gli dà la possibilità di avere la potestà genitoriale sul figlio (in Germania è la madre tedesca non sposata che decide tutto ciò, dunque lei sta agendo in perfetta legalità). Poi chiede al padre-italiano-senza-diritti che si era recato in Germania per il parto di sparire.

    Preso atto della penosa situazione, dopo essere stato ingannato da diversi avvocati sia italiani che tedeschi, sia in buonafede (gli avvocati italiani non conoscono necessariamente il codice di famiglia tedesco) che in malafede (gli avvocati tedeschi sono sinceramente convinti che crescere senza contatti con l’Italia, un paese “problematico”, sia la soluzione migliore per il bambino), questo padre intraprende la via del tribunale per riuscire almeno ad incontrare ogni tanto suo figlio, per il quale comunque paga gli alimenti.

    Precisiamo che si tratta di una persona educata e pacifica e che non è né violenta, né affetta da disturbi.

    Mentre spende migliaia e migliaia di euro in avvocati, spese processuali e viaggi (ovviamente di far venire il bambino in Italia non se ne parla neanche), riesce a vedere suo figlio, nell’arco di sei anni, solo una manciata di ore, sempre sotto la supervisione di altre persone. Infatti, essendo lui italiano, potrebbe rapire il bambino, quindi meglio tenerlo d’occhio. Forse superfluo aggiungere che la famiglia italiana è completamente esclusa, così come l’utilizzo della lingua italiana è strettamente da evitare.

    Dopo anni di procedimenti, il suo caso è ancora in prima istanza (quindi molto lontano dal poter adire la Corte per i Diritti umani), sia perché ogni volta che la signora tedesca cambia casa, cambia la competenza territoriale del tribunale e si ricomincia daccapo, sia perché quando il giudice stabilisce un calendario di incontri (tipo un’ora ogni due mesi), una volta esaurite le data indicate, quest’uomo deve ricominciare un procedimento in tribunale per ottenere altre date. Per capirci, il giudice non sentenzia mai stabilendo una volta per tutte, o fino all’accadimento di fatti nuovi, l’intervallo degli incontri, ma scrive invece “dalle ore tot alle ore tot del giorno tale, del tal mese e del tal anno”. Passato quel giorno, si ricomincia da zero. Questo padre deve cioè ogni volta tornare a dimostrare di essere eccezionale affinché gli vengano concessi dei contatti con il figlio. In pratica il contrario del buon senso e della legge di natura: non sono eventuali accuse, vere o false, a togliergli la possibilità di vedere suo figlio; si parte dal principio che la possibilità di incontrare suo figlio lui non ce l’ha e solo se dimostra di essere fantastico, forse gentilmente gli concedono qualche ora.

    Poi la signora tedesca si sposa con un tedesco. A questo punto il bambino ha finalmente un padre (!) sociale, un padre tedesco. Allora il vero padre, per di più italiano, diventa del tutto superfluo. Ma lui insiste, dice di voler bene a suo figlio e il bambino, pur incontrandolo raramente, mostra di essergli affezionato. Soluzione: si dispone una perizia psicologica familiare.

    Non mi soffermo sull’impegno di tempo, risorse e denaro necessari allo svolgimento della perizia (siamo nell’ordine di importi a cinque cifre, ovviamente a carico del genitore non-tedesco), né sul fatto che la signora tedesca non ritenga di doversi sempre presentare, né di ottemperare a quanto disposto dal giudice, lei ha tutti i diritti in maniera esclusiva sul bambino e dunque le si perdona tutto. Passo direttamente all’esito di questa perizia di quasi 100 pagine:

    • il bambino percepisce che la madre non approva che lui instauri una relazione con suo padre [ndr. e d’altronde non gli ha mai permesso di chiamarlo papà]
    • per questo il bambino vive un conflitto di lealtà
    • il conflitto di lealtà crea stress nel bambino
    • per eliminare lo stress del bambino si annulla ogni contatto con il papà italiano per almeno un anno

    Il tribunale nomina allora un intermediario, un estraneo che durante questo anno dovrà parlare del padre al bambino e del bambino al padre, consegnando anche lettere, fotografie e regali;

    anche questo intermediario non ottempera e si rifiuta di conoscere il padre, mentre al padre dice di suo figlio banalità del tipo “pare gli piaccia il gelato”, lui stesso si definisce un semplice “postino”[1];

    avvisato il giudice di questo comportamento da parte dell’intermediario e delle sue non ottemperanze, così come di quelle della madre, il giudice ritiene che vada bene così.

    Ora l’anno è passato, il rapporto padre-figlio è stato finalmente reso inesistente; qualsiasi cosa pensi di volere questo genitore italiano deve ricominciare daccapo, con l’aggravante che, essendo il rapporto con il bambino ormai inesistente, sarà impossibile dimostrare che mantenere i contatti con il papà giovi al bambino.

    Ma deve pagare! Deve pagare gli alimenti, le spese processuali, gli psicologi, e tutti gli altri “personaggi” intervenuti ad allontanare suo figlio. Non è più in grado di far fronte a questi costi, così diventerà anche lui un “criminale” –come tutti coloro che hanno tentato di opporsi a queste ingiustizie- contro il quale verrà spiccato un mandato d’arresto?

    Cosa farà l’Italia a difesa di questi suoi due concittadini, un adulto e un minorenne?

    Questo è quello che succede in Germania ogni giorno centinaia di volte, contro i padri e le madri non tedesche, ma soprattutto a discapito dei bambini binazionali.

    Questo è quello che non posso e non possiamo più accettare, è la palese negazione dei diritti fondamentali e naturali, è l’arroganza fatta legge e sistema, è la distruzione dei valori sui quali -ci hanno fatto credere- avrebbe dovuto essere costruita l’Europa della pace.

    Non possiamo cambiare la Germania, ma possiamo tutelare gli Italiani. Chiedo un impegno ed un incontro a breve con i Ministri degli Esteri e della Giustizia. 

    8 marzo 2022 – Dopo otto anni nulla è cambiato. Il sistema tedesco ha affilato ancor più le unghie e quello italiano è sempre più confuso e cieco.

    Membro della European Press Federation
    Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus – Roma
    Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) – Svizzera
    Membro dell’Associazione Enfants Otages – Francia

     

    [1]What you still want to know in detail about your son? What should I ask him or his mother at the next meet? I do not think it makes sense that you come to Germany to talk to me. it would change nothing in the situation. I’m just the mailman”.

  • Achtung, binational babies: i due pesi del sistema familiare tedesco

    Questa settimana cerchiamo di dare ai nostri lettori un paio di esempi pratici di ciò che succede in Germania ai bambini binazionali, per esempio italo-tedeschi (ma non solo), quando i genitori si separano. Le due categorie da prendere in considerazione sono: mamma italiana/papà tedesco, oppure mamma tedesca/papà italiano. Ovviamente non sorge nessun problema se la coppia si separa ma entrambi gli adulti mantengono il dialogo tra loro e la capacità di svolgere e lasciar svolgere all’altro il suo ruolo genitoriale. Purtroppo è sufficiente che uno dei due non si comporti in questo modo per rompere questo difficile equilibrio. Nella quasi totalità dei casi vengono dunque coinvolte le amministrazioni e le autorità tedesche che portano, nel breve o medio termine, alle situazioni che andiamo ad illustrare.

    La mamma italiana, se anche apparentemente ben integrata in Germania, nel momento in cui si separa è l’elemento straniero che continua a vivere con i figli dopo la separazione. Essa non potrà, proprio perché italiana, crescere i bambini nella più pura mentalità tedesca. Il sistema (Jugendamt – Verfahrensbeistand – Umgangspfleger – Sachverständiger – Giudice) cercherà dunque di costruire qualsiasi tipo di sospetto o accusa contro di lei in modo da allontanarne sempre più i bambini. Superfluo ricordare che le prove sono inutili in un paese in cui è mentalità corrente considerare la mamma italiana una madre non equilibrata e sicuramente con moltissimi difetti. Se il papà tedesco non è in grado o non vuole far passare ai bambini dei bei momenti insieme e i piccoli si rifiutano o non sono particolarmente felici di vederlo scatta l’accusa della madre malevola: se i bambini non vogliono vedere il papà è perché la mamma non li ha preparati ed invogliati a stare con il padre o addirittura li ha manipolati contro di lui. E’ dunque una madre alla quale i bambini vanno tolti. Togliere l’affido o anche la responsabilità genitoriale (già chiamata potestà) è qualcosa che succede con estrema facilità e leggerezza nei tribunali tedeschi. A volte i bambini sono invece davvero manipolati, ma in Germania questa accusa viene sistematicamente usata contro e soltanto contro le madri non-tedesche, anche quando il poco entusiasmo dei figli non è dovuto a manipolazione materna, ma a gravi problematiche paterne. Abbiamo fascicoli riguardanti bambini chiusi dal papà per tutto il giorno in bagno, o con papà apertamente e ufficialmente tossicodipendenti e che per questo motivi registrano difficoltà nel rapporto con il genitore tedesco, ma per questa stessa difficoltà vengono tolti alla mamma non-tedesca. Ben diversa, anzi diametralmente opposta, è la condizione della madre tedesca. Lei può fare ciò che vuole e può anche manipolare i bambini poiché il genitore da allontanare è il papà non-tedesco. La manipolazione serve al sistema, pertanto non è identificata come tale. Se i bambini non vogliono incontrare il papà italiano, pur in mancanza di qualsiasi motivazione concreta e dell’incapacità del bambino di giustificare il suo rifiuto, gli incontri non ci saranno. Il sistema si appella al Kindeswille, il voler del bambino. Detto volere diventa legge e su di esso si basa la decisione del giudice che cancellerà, non solo ogni incontro, ma anche qualsiasi tipo di contatto, cioè telefonate e messaggi. Spesso il papà italiano non può neanche inviare un regalo o gli auguri di compleanno e di Natale. Per facilitare l’attuazione di questo sistema finalizzato alla realizzazione di un Kindeswohl, cioè di un bene del bambino che coincide con il “benessere della comunità dei tedeschi attraverso il bambino”, germanizzandolo, dobbiamo ricordare come avvengono le audizioni in Germania. La legge vieta qualsiasi tipo di registrazione. Il bambino viene “ascoltato” senza testimoni e senza che domande e risposte vengano fissate in un protocollo e, come ricordato, neppure registrate. Nelle note relative all’audizione (una sorta di riassunto estremamente conciso) che vengono poi inviate alle parti gli autori della germanizzazione posso scrivere ciò che vogliono e possono omettere, come d’uso, il tenore delle domande sempre suggestive. Lo stesso succede con le cosiddette “perizie psicologiche familiari” che altro non sono se non la maniera di fornire al giudice le motivazioni da indicare in sentenza per la cancellazione dei rapporti con il genitore italiano. Nessuna possibilità di contraddittorio, nessun perito di parte, nessuna controperizia ammessa.

    Fate infine attenzione a chi vi dirà “conosco un bravo avvocato che ha aiutato tante mamme”, oppure ” un “ti posso consigliare ottimo avvocato bilingue”. In Germania l’unica domanda preliminare da fare all’avvocato è: “quanti bambini binazionali ha ricondotto al genitore non-tedesco?”. Se la risposta è sincera, difficilmente sarà di vostro gradimento.

    Purtroppo, come ho già scritto, i bambini binazionali sono bambini senza voce e senza diritti.

    Membro della European Press Federation

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  • Achtung, binational babies: bambini germanizzati, economia e conferenza sul futuro dell’Europa

    Questa rubrica si occupa di bambini binazionali e del sistema tedesco che si appropria di tutti loro per germanizzarli. Purtroppo il problema viene spesso circoscritto a quello delle sottrazioni internazionali, mentre la maggior parte delle sottrazioni avviene in territorio tedesco. In quel Paese il genitore non tedesco, in particolare quando si separa, è sistematicamente privato del suo ruolo genitoriale, gli viene impedito di trasmettere lingua e cultura del suo paese e viene ridotto a mero pagatore. In Europa molte associazioni di diversi Paesi si sono avvicinate e lavorano insieme per sottolineare il fatto che non si tratta di un problema italo-tedesco, o franco-tedesco, o polacco-tedesco, bensì del problema che rappresenta il sistema tedesco stesso e la sua peculiarità di esportare tale prevaricazione ben oltre i suoi confini. La finalità di germanizzare i bambini non è solo culturale, come potrebbe in un primo momento apparire, bensì economica. L’Unione europea, che con le sue istituzioni si erge a modello di democrazia, di uguaglianza e di rispetto dei diritti fondamentali, è fino ad ora rimasta sorda a tutti gli appelli, incapace di riconoscere che le più gravi violazioni dei diritti umani avvengono al suo interno. Togliere ad un bambino parte (o interamente) la sua identità è un crimine gravissimo, togliere futuro e risorse economiche ad altri paesi dell’Unione non è da meno.

    Il 18 gennaio l’Associazione “Alienation free zone” di Marsiglia ha diffuso un contributo alla Conferenza sul futuro dell’Europa. Nel testo si legge: La nostra iniziativa è mossa da una constatazione: la disfunzione istituzionale per cui i meccanismi dell’Unione Europea non sono oggi in grado di preservare la continuità del legame familiare e dunque l’interesse superiore del bambino, che va di pari passo con quello dei genitori. Il legame genitore-figlio è sistematicamente sradicato in alcune giurisdizioni – il bambino è tenuto prigioniero e strumentalizzato per ottenere pagamenti da uno o entrambi i genitori, privati arbitrariamente della loro genitorialità. Un importante tema correlato è quello dell’equità davanti ai tribunali. Riteniamo – continua il comunicato – questo tema centrale e decisivo per la coesione dell’Unione europea, sia nella sua dimensione giuridica che nella sua trasposizione nei campi economico, sociale e/o del mercato del lavoro. Non dimentichiamo che il bambino di oggi sarà la risorsa di domani. Più avanti l’Associazione si chiede anche: La Garanzia europea per l’infanzia sarà, a lungo andare, un’incarnazione dei principi del diritto tedesco che danno alle amministrazioni tutti i poteri di ingerenza nella famiglia e nel rapporto genitori-figli? O sarà in grado di salvaguardare la continuità del legame familiare, così come i diritti dei genitori, quelli di cui godevamo originariamente nelle nostre società non germaniche? I deputati di tutti i partiti vengono poi sollecitati a presentare la seguente interrogazione scritta alla presidenza del Consiglio dell’Unione europea:

    – Quale calendario e quali misure concrete intende adottare il Consiglio dell’UE per porre fine alle discriminazioni perpetrate in nome di una nozione che non può essere assimilata all’interesse superiore del fanciullo: il “Kindeswohl”, in altre parole, “l’interesse superiore della comunità economica tedesca attraverso il bambino“?

    – Come intendono le autorità europee garantire l’esercizio effettivo di una bigenitorialità non discriminatoria a livello dell’Unione europea, mentre oggi questo rimane ancorato al principio di sussidiarietà? Ciò implica la delega dei poteri decisionali a livello federale locale e lascia così libero sfogo all’arbitrio di una rete di organismi istituzionali, politico-amministrativi, ma anche privati e semi-privati che agiscono al di fuori di qualsiasi struttura di controllo; controllo che dovrebbe invece farsi garante anche degli interessi non tedeschi. Sinceramente nutriamo molti dubbi sul fatto che le istituzioni europee e nazionali vogliano davvero riflettere sulle conseguenze di queste germanizzazioni che da decenni non solo non cessano, ma si ampliano in modo sempre più veloce, grazie ad accordi e trattati. Riteniamo però che l’opinione pubblica debba essere informata, che ogni cittadino debba sapere del rischio che corre nel procreare un bambino italo-tedesco e che solo la conoscenza possa aiutarci nell’arginare questa vergognosa deriva.

    Membro della European Press Federation

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  • Achtung, binational babies: “scappa in Germania con il figlio … denuncia alla polizia…”

    Quante volte leggiamo titoli di questo tipo che rimandano ad articoli nei quali si narrano le vicende di genitori italiani la cui compagna/o se ne è andata/o in Germania portando con sé la prole. Si tratta di vicende che sono la premessa a drammi ben più gravi di quelli già tremendi della sottrazione internazionale, perché la Germania tutela così tanto i propri concittadini da arrivare a privare sistematicamente i bambini binazionali della loro identità italiana. In altre parole il genitore italiano – e con lui tutta la sua famiglia – è destinato a perdere ogni contatto con il proprio figlio che dunque finirà per non parlare più neppure la lingua italiana. Peggio ancora, al bambino verrà trasmesso un senso di sospetto e quasi di disprezzo per quel paese e quella cultura che dovrebbero essere invece amati proprio perché parte integrante del proprio essere.

    Ma perché la denuncia alla polizia o ai carabinieri non serve a riportare a casa il bambino e può addirittura essere negativa? Senza entrare in disquisizioni troppo tecniche e giuridiche, basterà ricordare che la denuncia, e dunque il correlato procedimento penale, viene fatta nei confronti dell’altro genitore e dell’illecito commesso, ma non è finalizzata al rimpatrio del bambino. Ed ecco l’errore ulteriore: la legge tedesca non prevede l’estradizione del cittadino tedesco che dichiari di non voler essere estradato! A che pro dunque la denuncia e la successiva richiesta di estradizione se inevitabilmente non produrrà che un diniego? Dovremmo sicuramente chiedere a chi ha firmato a nome del popolo italiano gli accordi sul mandato d’arresto europeo perché lo ha fatto, dato che manca completamente la reciprocità, il cittadino tedesco non viene estradato, quello italiano sì. Ma torniamo al caso concreto. Per il rimpatrio del bambino bisognerà attivare il procedimento civile in Convenzione Aia, o meglio, per i paesi europei, la richiesta di rimpatrio in base al regolamento 2201/2003, al quale hanno aderito sia l’Italia che la Germania. Purtroppo non tutti gli avvocati hanno dimestichezza con questo strumento, ma soprattutto pochissimi sanno come in generale si svolgono le udienze in Germania e in particolare in questo genere di procedimenti. Anche a chi ha contatti con un collega in Germania sarebbe meglio chiedere quanti bambini ha concretamente riportato in Italia.

    A questo proposito, permettetemi di ricordare che, stando alle statistiche ufficiali del Ministero, l’Italia è ai primi posti tra i paesi che inviano i bambini all’estero e tra gli ultimi per bambini riportati in Italia. Tutto ciò al netto del fatto che solo una piccola parte dei casi di sottrazione viene comunicata e registrata dal Ministero. Nei casi che per la statistica si sono conclusi positivamente con un accordo tra le parti è successo in realtà quanto segue. Quando la richiesta di rimpatrio giunge in Germania e il giudice tedesco che deve decidere se rimpatriare il bambino si rende conto che il piccolo – secondo leggi e regolamenti – dovrebbe senz’altro tornare in Italia, si mette allora in moto in maniera più o meno conscia il meccanismo di tutela degli interessi tedeschi e del Kindeswohl, il bene del bambino inteso come sua completa germanizzazione. Tutto il sistema spingerà per una mediazione ed un conseguente accordo. In tale sistema sono inclusi: giudice, Jugendamt, controllore del procedimento (Verfahrensbeistand, falsamente tradotto come avvocato del bambino), avvocati ed eventuale organizzazione di mediazione internazionale. L’accordo prevedrà una autorizzazione al genitore tedesco a rimanere in Germania con il figlio e ampie visite per il genitore italiano. In questo modo la sottrazione viene derubricata e chiusa. Dopo sei mesi la competenza passa ufficialmente al giudice tedesco che, su richiesta del genitore tedesco e con un nuovo procedimento, cancellerà ogni accordo precedente e soprattutto ogni contatto tra il bambino e il suo genitore italiano. Così si concludono moltissimi dei “casi risolti” riportati nelle statistiche ufficiali dei nostri ministeri.

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  • Achtung, binational babies: Perché Hitler influenza ancora oggi l’educazione dei bambini- Parte 1

    Nel 1934, la dottoressa Johanna Haarer pubblicò la sua guida Die deutsche Mutter und ihr erstes Kind (La madre tedesca e il suo primo figlio). Il libro vendette 1,2 milioni di copie e divenne un testo base per l’educazione, utilizzato anche negli asili, negli istituti e nei corsi di formazione alla maternità durante il periodo nazista. Nel suo testo, la Haarer raccomanda alle madri di fare in modo che i figli crescano sviluppando il minor attaccamento possibile. Se il bambino piange, bisogna lasciarlo piangere, evitando a tutti i costi un tenerezza eccessiva. Gli studiosi temono che questo abbia provocato in quei bambini dei disturbi dell’attaccamento. Disturbi che sono stati poi trasmessi di generazione in generazione.

    Proponiamo questa settimana la prima parte di una traduzione di un interessante inchiesta sul tema di Anne Kratzer pubblicata in Germania.

    Per avere una generazione di fedeli seguaci, i nazisti imposero alle madri di ignorare i bisogni dei loro figli. Persino i nipoti soffrono ancora per quelle relazioni spezzate.

    Vorrebbe amare i suoi figli, ma non ci riesce fino in fondo. Renate Flens arriva allo studio della psicoterapeuta Katharina Weiß con una depressione. Ben presto la psicoterapeuta inizia a sospettare che dietro ai problemi della sua paziente si nasconda in fondo la frustrazione di non essere capace di permettere alle persone di avvicinarsi a lei.

    Dopo una lunga ricerca nel passato di Renate Flens, le due donne credono finalmente di aver trovato la colpevole: la dottoressa Johanna Haarer, che all’epoca del nazionalsocialismo scriveva manuali spiegando come crescere i bambini per il Führer. Eppure Renate Flens – nome di fantasia – è nata negli anni ’60 – cioè dopo la guerra. Ma i libri di Haarer erano stati dei bestseller e anche nella Germania del dopoguerra, copie delle sue opere si potevano trovare in quasi tutte le case. Investigando sul tema con la terapeuta, Renate Flens ricordò di aver visto anche dai suoi genitori un libro della Haarer.

    Un aspetto particolarmente perfido della filosofia educativa della Haarer potrebbe anche essere stato tramandato di generazione in generazione: al fine di renderli buoni soldati e fedeli seguaci, il regime nazista esortava le madri a ignorare di proposito i bisogni dei loro bambini che si voleva provassero poche emozioni e senso dell’attaccamento. Se un’intera generazione è stata sistematicamente educata a non stringere legami con gli altri, cosa può insegnare a figli e nipoti?

    “Analisti e ricercatori si sono occupati a lungo di questo argomento, che invece è stato ignorato dal grande pubblico”, afferma Klaus Grossmann, nel suo ultimo studio all’Università di Regensburg, scritto dopo aver condotto studi sull’attaccamento madre-bambino già negli anni ’70. Nelle sue osservazioni aveva osservato ripetutamente scene come questa: un bambino sta piangendo, la madre cammina verso il bambino, ma si ferma poco prima di raggiungerlo. Anche se il suo bambino sta piangendo a pochi metri di distanza, lei non accenna a prenderlo in braccio o a confortarlo. “Quando chiedevamo alle madri perché si comportassero in questo modo, dicevano che era soprattutto per non viziare il bambino”.

    Tali affermazioni e modi di dire come “Un indiano non conosce il dolore” si sentono ripetere spesso ancora oggi. Anche il bestseller Ogni bambino può imparare a dormire di Annette Kast-Zahn e Hartmut Morgenroth indicano una strada che va nella stessa direzione. Il libro consiglia di coricare da soli in una stanza i bambini che hanno difficoltà ad addormentarsi, o a dormire in modo continuativo, di controllarli e parlare con loro a intervalli sempre più lunghi, ma senza mai prenderli in braccio, anche se stanno piangendo.

    “È meglio mettere il bambino in una stanza tutta sua, dove poi rimarrà da solo”, scriveva anche Johanna Haarer nel suo manuale del 1934, La madre tedesca e il suo primo figlio. Se il bambino comincia a piangere o urlare, va ignorato: “Non cominciate a prendere il bambino dal letto, a tenerlo in braccio, a cullarlo, o a tenerlo in grembo, e tantomeno ad allattarlo. Il bambino capisce incredibilmente in fretta che ha solo bisogno di gridare per richiamare un’anima compassionevole e diventare l’oggetto delle sue cure. Dopo poco esigerà questa attenzione come un diritto e non darà più tregua fino a quando non sarà di nuovo preso in braccio e cullato. A questo punto sarà diventato il piccolo ma implacabile tiranno domestico!”.

    Il bambino come un tormentatore la cui volontà deve assolutamente essere spezzata – era questo il modo in cui Johanna Haarer vedeva i bambini. Ancora oggi si percepiscono le conseguenze di un tale approccio. Alcuni ricercatori, medici e psicologi ipotizzano che il basso tasso di natalità, i numerosi divorzi, l’alto numero di persone che vivono sole, i tantissimi casi di burn-out, di depressione e in genere di malattie mentali potrebbero essere la conseguenza della mancanza di emozioni e attaccamento.

    Rigorosamente considerate, le ragioni di queste circostanze sociali sono certamente molteplici. Eppure l’influenza della Haarer può ancora essere rintracciata in alcuni casi clinici, come nel caso della paziente di Katharina Weiß. “Di solito in queste terapie ci sono in primo piano temi molto diversi. Eppure dopo un po’ emergono tratti che rimandano chiaramente alla Haarer: disgusto per il proprio corpo, rigide regole alimentari o incapacità a relazionarsi”, afferma la psicoanalista.

    Anche lo psichiatra e psicoterapeuta Hartmut Radebold racconta di un suo paziente con gravi difficoltà di relazione e di identità. Anche quest’uomo aveva poi trovato a casa un grosso quaderno nel quale sua madre aveva annotato innumerevoli informazioni sul suo primo anno di vita: peso, altezza, o frequenza di defecazione – ma non una sola parola sui sentimenti.

    Seconda parte a seguire nel numero della prossima settimana

    Fonte: https://www.spektrum.de/news/paedagogik-die-folgen-der-ns-erziehung/1555862

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  • La Commissione avvia una consultazione pubblica sul riconoscimento della genitorialità tra gli Stati membri

    La Commissione europea ha avviato una consultazione pubblica sulla sua iniziativa relativa al riconoscimento della genitorialità tra gli Stati membri. Con questa iniziativa la Commissione mira a garantire che la genitorialità, quale stabilita in uno Stato membro, sia riconosciuta in tutta l’UE. L’obiettivo è garantire che i minori mantengano i loro diritti nelle situazioni transfrontaliere.

    Nel suo discorso sullo stato dell’Unione dello scorso anno, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha affrontato la questione del riconoscimento reciproco della genitorialità nell’UE affermando: “Chi è genitore in un paese, è genitore in tutti i paesi.” L’iniziativa è anche una raccomandazione concreta della strategia globale dell’UE sui diritti dei minori.

    La consultazione pubblica raccoglierà dati sugli attuali problemi di riconoscimento transfrontaliero della genitorialità nell’UE e le opinioni delle parti interessate sull’iniziativa. I risultati della consultazione, alla quale tutti gli interessati potranno partecipare fino al 19 agosto 2021, confluiranno in un’iniziativa sul riconoscimento della genitorialità tra gli Stati membri prevista per il 2022.

    Fonte: Commissione europea

  • Detective Stories: uccisioni e sottrazioni di minore, quando il pericolo è il genitore

    Fra tutte le tipologie di crimini esistenti, l’omicidio di un bambino è certamente quello più terribile e che spesso non trova una spiegazione logica immediata. Quando viene ucciso un minore la nostra mente è portata a pensare subito all’intervento di un soggetto esterno, un malintenzionato, un orco…ma non è sempre così.

    Il dato più raccapricciante è che nella maggior parte dei casi ad agire è un familiare. Il più delle volte è la madre, anche se ultimamente le cronache ci restituiscono una immagine che vede coinvolti anche i padri in questi fenomeni patologici.

    Si tratta di casi rari ed isolati dei quali forse si sente parlare fin troppo spesso, casi di difficile comprensione ma che trovano una spiegazione negli angoli più bui dell’animo umano, ove regnano disperazione e disagio esistenziale.

    Statisticamente il fattore scatenante di tali gesti estremi risiede nell’abuso di droghe, anche se in generale possono influire anche gravi episodi depressivi, crisi economiche o dinamiche di violenza familiare. E’ facile che da queste condizioni, la violenza venga trasferita sui figli, ma ovviamente ogni caso è a se.

    È di pochi giorni fa la notizia dell’uccisione da parte di un padre dei due figli minori nella provincia di Lecco. Non aveva accettato la separazione e con molta probabilità ha ucciso per colpire la moglie.  Guardando il suo profilo Instagram sembrava un padre amorevole, con molti post dedicati ai figli e al tempo trascorso con loro, ma evidentemente ad un certo punto qualcosa deve essere scattato nella sua mente. Si poteva prevedere e quindi evitare una simile tragedia?

    I nomi di bambini vittime di stragi familiari sono troppi, ma a volte la forza di alcuni di loro gli consente di sopravvivere.

    Come non dimenticarsi di David Rothenberg, il bimbo americano di 6 anni bruciato vivo nel sonno dal padre dopo avere trascorso una giornata insieme a lui a Disneyland. David sopravvisse ma rimase gravemente sfigurato. Gli dedicarono un film, diventò amico di Michael Jackson e poi un artista da grande. Una magra consolazione.

    David è stato l’esempio vivente di come quando sono i padri ad uccidere, o a tentare di farlo, si tratta perlopiù di eventi caratterizzati da una maggiore violenza, espressione di un malessere interiore dal quale non si può più fare ritorno.

    Ritengo che la violenza sui figli sia legata a quella delle donne da uno stesso denominatore comune, poiché quando è un padre ad uccidere, lo fa quasi esclusivamente per ferire la donna, privandola di ciò che di più caro ha al mondo.

    In altri casi, uno dei genitori decide di privare il partner del figlio “rapendolo” e portandolo a vivere in un altro paese, di fatto senza mai più farlo vedere.

    Non si tratta di uccisioni, ma certamente sono situazioni fortemente logoranti per le famiglie che lo subiscono.

    Spesso mi sono occupato di casi di questo tipo, riuscendo a scoprire la località nella quale il genitore stesse nascondendo il figlio, ma talvolta le difficoltà e le aree geografiche coinvolte non favoriscono il ritrovamento, basti pensare ai quei bambini sottratti e portati in paesi arabi o zone colpite dalla guerra.

    Alcuni anni fa si rivolse a me un uomo la cui figlia di 3 anni era stata portata via dalla madre. Mauro, (nome di fantasia), imprenditore milanese, aveva sposato Ilona (nome di fantasia), una indossatrice ucraina di 28 anni. Dopo la nascita della loro bambina, Ilona ebbe una depressione post parto e cominciò a bere sempre con una maggiore frequenza. I due litigavano spesso ed erano distanti l’uno dall’altro. Mauro chiese il divorzio. Pochi giorno dopo aver ricevuto la comunicazione, Ilona prese la bambina e andò via, spense il telefono e cancellò i propri social network.

    Solitamente in queste situazioni, le donne vanno da genitori o comunque da alcuni parenti, almeno nel primo periodo, nel caso di Ilona invece non fu così.  Non si riusciva a trovare da nessuna parte. Il motivo? Aveva agito con premeditazione e non di impulso, ma commise un errore. Analizzai il profilo social delle sue amiche più care e notai una amicizia in comune a tutte. Si trattava di un profilo privato che non accettava nessuna richiesta di amicizia. Poteva trattarsi di Ilona.

    Trovai un nickname molto simile utilizzato in un vecchio profilo Twitter ormai in disuso, ma era aperto. Analizzai i nomi dei follower e li cercai su Instagram. Avevo sufficienti conferme che si trattasse del network di amicizie di Ilona.

    Tenni sotto controllo le storie dei diversi profili ed un giorno vidi in uno dei video una bambina di circa 3 anni. La storia venne cancellata poco dopo. Avevo scoperto che Ilona si trovava in Ucraina presso un suo ex fidanzato con il quale era rimasta in contatto.

    L’iter legale successivo consentì a Mauro di ottenere l’affidamento della bambina.

    Uccisioni e sottrazioni sono frutto della stessa matrice, la volontà di chi compie tali gesti è quasi sempre quella di ferire il partner attraverso i figli. In alcuni casi è possibile prevedere tali eventi, ma come?

    E’ importante analizzare i cambiamenti dell’umore del partner, monitorare l’abuso di sostanze ed ogni eventuale situazione di insofferenza e disagio, soprattutto nelle dinamiche familiari.

    Non bisogna temere di riconoscere una malattia mentale all’interno della famiglia, spesso si può intervenire in tempo e superare le crisi grazie al supporto di un professionista.

    Infine, il dialogo è sempre utile, anche in situazioni difficili, quando si ha a che fare con soggetti violenti o particolarmente disturbati bisogna essere dei “bravi attori”, mediare il più possibile, assecondare il partner affinché non compia gesti inconsulti e prendere le opportune contromisure con il supporto di un professionista.

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

     

  • Adozioni internazionali in calo anche nel 2019, ma l’Italia rimane la più accogliente d’Europa

    Non si arresta il trend negativo per le adozioni internazionali. Nel 2019, in Italia, è stato toccato il nuovo minimo storico tanto che per la prima volta il numero delle coppie che ha adottato è sceso a 969, -14% rispetto al 2018, circa la metà (-46,7%) rispetto a cinque anni prima quando erano state 1.819. Il numero dei bambini adottati scende a 1.205 (-13,6% rispetto al 2018, -45,6% rispetto al 2015). Il dato è stato fornito dalla Commissione per le adozioni internazionali (Cai) che ha pubblicato il report 2019 cui si conferma anche a livello mondiale il consistente calo: tra il 2004 e il 2018 nei 24 principali Paesi di accoglienza si è passati da 45.483 a 8.299 adozioni, l’81,7% in meno. Tuttavia l’Italia resta il primo Paese in Europa per numero di bambini adottati all’estero e si conferma al secondo posto nel mondo, dopo gli Usa, per numero assoluto.

    In Italia, per adottare un bambino straniero sono necessari, dal momento della domanda, in media 45 mesi. L’attesa varia da Paese a Paese: i tempi più lunghi si rilevano con Haiti (73,2 mesi) e Bulgaria (63,2); i più brevi con Ucraina e Burundi (36). In media, i bambini che arrivano nel nostro Paese hanno 6,6 anni (in linea con il 2018 e in crescita rispetto agli anni precedenti) e sono in maggioranza maschi (53,3%). Il Paese di origine che spicca è la Colombia che registrando 222 (+31,3% rispetto all’anno precedente) nel 2019 ha superato la Federazione Russa che è scesa a 159 da 200 (-20,5%). A seguire, Ungheria (129), Bulgaria e Bielorussia (81). Dei 1.205 bambini autorizzati all’ingresso in Italia, 774 (64,2%; il 70% nel 2018) hanno riguardato portatori di uno o più bisogni speciali.
    Solo cinque Regioni, nel 2019, hanno superano i 100 ingressi: Campania (153), Lombardia (151), Puglia (116), Veneto (110) e Toscana (104). Considerando le coppie, invece, Lombardia (128), Veneto (101) e Campania (104). Registrano un calo di oltre il 30%, Liguria e Sicilia; mentre sono in aumento, ci sono fra le altre, Trentino-Alto Adige, Umbria, Basilicata, Sardegna. I genitori adottivi hanno un’età media che aumenta; la maggiore frequenza, alla data del decreto di idoneità, si ha fra i 40 e 44 anni, il 35,6% per i mariti e il 38,3% per le mogli. Gli over 50 sono il 15% e il 6,5% e solo un marginale 0,1% dei mariti e 0,5% delle mogli ha meno di 30 anni. Mamme e papà adottivi hanno sempre un elevato livello di istruzione; la maggioranza ha la laurea (51,6% dei mariti e 60,7% delle mogli). Rispetto alle professioni, dove nel passato la maggioranza svolgeva attività impiegatizia, nel 2018 e 2019 il lavoro più diffuso ora riguarda professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione.
    Nel panorama mondiale, secondo il Segretariato de l’Aja nel periodo 2004-2018, il calo delle adozioni è significativo, -81,7%. Meno drammatico nell’arco temporale 2009-2018, -71,8%. La Cai sottolinea che il fenomeno delle adozioni non va letto solo dal punto di vista numerico: “Attribuire alla diminuzione dei casi una connotazione negativa assoluta, rischia di inquinare l’analisi del fenomeno”. E ricorda che il costante calo dell’ultimo decennio è dovuto principalmente alle trasformazioni interne nei paesi di origine; in molti casi, modifiche legislative per rendere le adozioni più trasparenti o miglioramenti di politiche per l’infanzia lasciando l’adozione come ultima ratio. Per la Cai, si assiste anche a modiche delle dinamiche interne dei paesi accoglienti, dove si registrano instabilità nelle relazioni di coppia e crisi economica. La Cai, sottolineando di aver promosso un “costante confronto e dialogo con i paesi di provenienza negoziando, stipulando e rinnovando accordi bilaterali o protocolli di intesa con le Autorità Centrali” (attività che ha contenuto il calo), precisa di essere
    impegnata “nell’apertura di nuove frontiere e nel rafforzamento degli accordi bilaterali già in essere”.

     

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