grano

  • Il governo istituisce la Commissione Unica Nazionale sul grano

    Istituita la Commissione Unica Nazionale sul grano che il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha avviato nell’ambito della piattaforma di proposte condivisa con il mondo degli agricoltori per arginare il crollo dei prezzi del grano, assieme alla pubblicazione dei costi medi di produzione Ismea per Sud e Centro-Nord.

    La Cun dovrà individuare il prezzo indicativo del grano duro di produzione nazionale e le sue relative tendenze di mercato. Si tratta di uno strumento importante per combattere il fenomeno del crollo periodico delle quotazioni pagate agli agricoltori, alimentato ad arte grazie agli arrivi di prodotto dall’estero e all’azione delle borse merci. Una situazione che minaccia la sopravvivenza di quasi 140.000 aziende, spesso localizzate in zone interne prive di alternative produttive e quindi particolarmente esposte al rischio di desertificazione, soprattutto nel Sud Italia. La superficie coltivata a grano duro in Italia ammonta a quasi 1,2 milioni di ettari.

    Produrre un quintale di grano duro per la pasta costa in media agli agricoltori 31,8 euro al Sud e 30,3 al Centro-Nord, secondo Ismea. Numeri che evidenziano l’effetto delle manovre dei trafficanti di grano, con le quotazioni pagate agli agricoltori siano calate negli ultimi quattro anni tra il 35% e il 40%. In questo modo – conclude Coldiretti – i ricavi non coprono più le spese, mettendo a rischio le semina future e la tenuta economica delle aziende agricole.

    L’obiettivo è ora di rafforzare la Cun, rispetto alle possibili manovre di chi vorrebbe non farla funzionare, ma anche puntare sui contratti di filiera, lo strumento più efficace per assicurare redditività e prospettive di lungo periodo gli agricoltori, tutelandoli dalle speculazioni attraverso la garanzia di un giusto prezzo, ma anche promuovere investimenti in innovazione ambientale, tecnologica e nella gestione dei dati. Sull’onda della mobilitazione di Coldiretti il governo ha assunto l’impegno a destinare 40 milioni di euro in tale direzione.

    Il grano duro è la materia prima essenziale per la pasta, prodotto simbolo dell’agroalimentare italiano e pilastro dell’export. Eppure, da anni, la filiera vive una contraddizione strutturale. L’Italia è leader mondiale nella trasformazione (molini e pastifici), ma non è autosufficiente nella produzione di grano duro e importa una quota rilevante del fabbisogno. Questa dipendenza dall’estero, combinata con la volatilità dei mercati internazionali e con pratiche di importazione spesso contestate dagli agricoltori, ha generato forti tensioni. I produttori lamentano prezzi troppo bassi e scollegati dai costi di produzione. L’industria, dal canto suo, rivendica la necessità di approvvigionarsi a condizioni competitive per restare sul mercato globale. La Cun non promette prezzi alti per decreto, ma prova a costruire un terreno comune di riferimento. Il prezzo indicativo che emergerà dalla Cun non sarà obbligatorio, ma diventerà il benchmark attorno a cui ruoteranno i contratti di filiera, gli accordi quadro e le trattative private.

    Per gli agricoltori, questo significa maggiore prevedibilità delle dinamiche di mercato, un riferimento nazionale che limita il peso di trattative locali penalizzanti, ma anche uno strumento utile per programmare le semine e valutare la redditività. Per l’industria molitoria e pastaria, invece, implica maggiore chiarezza sui trend di prezzo, una riduzione del rischio informativo e la possibilità di costruire politiche di acquisto più stabili e coerenti nel medio periodo.

  • Pasta di semola sempre regina sulla tavola degli italiani, ma cresce il consumo di pasta vegetale

    Tra i beni di largo consumo probabilmente nessuno rappresenta i gusti degli italiani meglio della pasta di semola. Anche i dati confermano come la categoria sia tra le più rilevanti del panorama alimentare del food & beverage del nostro paese, con il 96,8% delle famiglie che acquista almeno una volta all’anno questo vero e proprio pilastro della dieta mediterranea. In coerenza con i principali atteggiamenti anti-inflazionistici e con la frammentazione della spesa conseguente, la frequenza media ha fatto registrare nell’ultimo anno 21,9 atti d’acquisto (+3,5%) che contribuisce a contenere a circa 49 euro la spesa media annuale per famiglia (-5,8% rispetto al 2024). Barilla guida la classifica dei brand grazie a una penetrazione del 61,3% e una frequenza di acquisto di 6,4 volte mentre i principali marchi noti che inseguono mostrano performance variabili tipiche di un mercato competitivo e dinamico.

    La specializzazione del prodotto è, tra quelle in corso, la tendenza più rilevante: è quanto emerge dallo shopper panel di quasi 17.000 famiglie rappresentative della totalità delle famiglie italiane (26 milioni) di YouGov Shopper, leader del mercato nelle ricerche sul mondo del largo consumo che consente un monitoraggio continuo delle abitudini e dei comportamenti d’acquisto.

    Gli ampi margini di crescita consentono infatti performance migliori in termini di penetrazione per le varianti della pasta come i formati speciali (che raggiunge il 76% dal 74,8% del 2024) e quelle realizzate con farine integrali, di farro e kamut. Sebbene ancora relativamente circoscritto, il numero dei consumatori di pasta vegetale – cioè a base di legumi e cereali – è in forte crescita (+23%) così come il numero di consumatori di pasta senza glutine (+7,2%) o integrali (+5%).

    Queste tipologie rispondono a nuove esigenze nutrizionali e di varietà, grazie alla diversificazione dell’offerta che stimola il consumo. Ma chi sono i consumatori di queste proposte che si stanno lentamente imponendo? E quali sono le ragioni che trainano gli acquisti? L’analisi degli alti acquirenti (che corrispondono al 50% più alto rappresentando 4,8 milioni di famiglie per la pasta integrale e 1,4 milioni per quella salutistica) dei due segmenti della pasta integrale e di quella vegetale o salutistica che non rientra nella categoria integrale o gluten free evidenzia la preferenza dei senior (over 55, con figli adulti) per i prodotti del primo, mentre i decisori d’acquisto maturi (45-54 anni, con figli adolescenti) si orientano verso quelli del secondo.

    Entrambi i target si distinguono chiaramente per l’attenzione sopra la media dedicata alle informazioni sulle certificazioni (112%), alle proprietà dei prodotti (130% per il target salutista, 119% per quello integrale) e al biologico (rispettivamente 125% e 117%). Gli alti acquirenti di pasta salutistica risultano inoltre più aperti ai cibi esteri (116%) e alle novità (108%) mentre i brand più noti risultano relativamente poco attrattivi; tra le caratteristiche preferite, il basso contenuto di zucchero e l’assenza totale di OGM riscuotono un apprezzamento diffuso.

    La cura della linea e della forma fisica, anche grazie a un regolare esercizio, spiccano tra le principali preoccupazioni di questi consumatori. In particolare, entrando nello specifico delle abitudini alimentari, sono soprattutto le famiglie acquirenti di pasta salutistica a spiccare per le caratteristiche fortemente connotate: se confrontati con il riferimento nazionale, spicca nelle famiglie la presenza di vegani (185%), vegetariani (161%), persone intolleranti o allergiche (152%) o con alto livello di colesterolo (135%).

  • Contrordine della comunità scientifica: il Glifosato è davvero pericoloso

    La rivista scientifica internazionale Regulatory Toxicology and Pharmacology ha ritrattato dopo 25 anni lo studio che affermava la sicurezza dell’erbicida Glifosato, evidenziando “serie criticità etiche legate all’indipendenza degli autori e all’integrità accademica dei dati sulla cancerogenicità presentati”. L’accusa, in pratica, è che a scrivere lo studio sia stata la stessa Monsanto, avvalendosi della complicità dei tre ricercatori.

    L’articolo, dal titolo “Safety Evaluation and Risk Assessment of the Herbicide Roundup and Its Active Ingredient, Glyphosate, for Humans”, è stato pubblicato nel 2000 a firma di tre ricercatori – Gary Williams (New York Medical College), Robert Kroes (Università di Utrecht) e Ian Munro (società di consulenza Cantox, oggi Intertek) – e si presentava come una valutazione indipendente della sicurezza del glifosate, principio attivo dell’erbicida Roundup di Monsanto, giudicato non dannoso per la salute umana. Dal 2000 ad oggi le autorità di regolamentazione di molti Paesi hanno utilizzato proprio questo studio come tassello chiave a sostegno della presunta sicurezza degli erbicidi a base di glifosate, inclusa l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (Epa).

    La revoca (retraction) di uno studio rappresenta la sanzione più grave per un lavoro scientifico: interviene quando emergono errori sostanziali o quando si configurano veri e propri casi di frode.

    Peraltro nel corso degli anni molte sentenze hanno condannato la Monsanto (acquisita nel 2028 dalla Bayer) versare risarcimenti milionari in seguito a cause civili promosse da agricoltori e giardinieri colpiti da tumore legato all’uso del glifosato.

    E non sono mancati studi che hanno lanciato l’allarme. Diversi studi hanno rilevato residui di glifosato nel latte materno, sollevando preoccupazioni per gli effetti sulla crescita infantile, data la vulnerabilità dei neonati e il ruolo cruciale del latte come nutriente e prima difesa immunitaria. La prima analisi del 2014, commissionata da “Moms Across America” e “Sustainable Pulse”, ha trovato residui elevati in 3 su 10 campioni di latte materno di donne americane. Nel 2017, uno studio sul Journal of Agromedicine ha confermato la presenza di glifosato e paraquat nel siero materno e nel cordone ombelicale di 82 donne thailandesi in gravidanza, chiedendo maggiore regolamentazione. Anche lo studio dell’Università di Paranà sul Brazilian Journal of Medical and Biological Research, ha rilevato glifosato in tutti i 67 campioni di latte materno analizzati, oltre che in acqua potabile e di pozzo della zona, con stime significative di ingestione nei primi 6 mesi di allattamento che amplificano i rischi ambientali e per la salute neonatale.

  • Allarme di Coldiretti: Italia invasa da grano duro canadese di bassa qualità

    Coldiretti lamenta che due dei simboli della dieta mediterranea come grano e olio d’oliva sono sotto attacco, con gli arrivi di prodotto di bassa qualità dall’estero che mettono a rischio il lavoro degli agricoltori italiani facendo crollare le quotazioni all’origine. Secondo Coldiretti, infatti, oltre la metà del grano duro canadese è quest’anno di qualità pessima con chicchi fortemente germogliati, danni da insetti e funghi, secondo i risultati delle analisi delle autorità del Canada sul raccolto nazionale. Si tratta di una vera e propria beffa per i nostri agricoltori – afferma ancora Coldiretti – considerato che gli arrivi di prodotto canadese nei porti tricolori nel 2025 sono praticamente raddoppiati, con un effetto dirompente sulle quotazioni del prodotto nazionale.

    Ricordando di essere stata l’unica a opporsi alla ratifica dell’intesa che ha portato oggi ad un aumento esponenziale delle importazioni di grano canadese mettendo a rischio la sicurezza e la qualità delle nostre produzioni e danneggiando gli agricoltori italiani che garantiscono invece standard di eccellenza e di qualità unici al mondo, Coldiretti addebita la penetrazione del grano canadese sul mercato italiano al dazio zero che l’Unione Europea ha concesso ai cereali del Paese dell’acero per via dell’accordo commerciale Ceta.

    Contro questo scandalo – ricorda un comunicato stampa – sono scesi in piazza ventimila agricoltori della Coldiretti con un’imponente mobilitazione che ha portato il governo ad accogliere la piattaforma di proposte elaborata dall’organizzazione agricola per fermare le speculazioni e l’azione dei trafficanti di grano. Grazie a questa azione, non solo è stata invertita la tendenza del mercato nazionale, ma è stata bloccata la corsa al ribasso dei prezzi che altrimenti sarebbero ulteriormente peggiorati.

    Quotazioni che restano però ancora su livelli inferiori rispetto ai costi di produzione definiti da Ismea. A rendere ancora più inaccettabile la situazione è il fatto che il grano canadese viene trattato con il glifosato, il cui utilizzo nel nostro Paese è vietato nella fase di pre raccolta a causa dei timori per i possibili effetti cancerogeni. Un fenomeno che mette a rischio la salute dei cittadini oltre a rappresentare una forma di concorrenza sleale verso gli agricoltori italiani, visto che nei Paesi extra Ue si continuano ad usare sostanze e pesticidi che in Europa sono vietati da decenni, grazie alla mancata applicazione del principio di reciprocità Una situazione che minaccia la sopravvivenza di quasi 140.000 aziende, spesso localizzate in zone interne prive di alternative produttive e quindi particolarmente esposte al rischio di desertificazione, soprattutto nel Sud Italia. La superficie coltivata a grano duro in Italia ammonta a quasi 1,2 milioni di ettari.

    Difficile anche la situazione dell’Uliveto Italia. Le importazioni di olio straniero sono quasi raddoppiate nel 2025 con un’accelerazione che alimenta le speculazioni ai danni dell’extravergine italiano, le cui quotazioni sono crollate del 20% nel giro di poche settimane, piombando sotto i costi di produzione. Nei primi otto mesi dell’anno gli arrivi di olio d’oliva straniero sono saliti a 427 milioni di chili, il 67% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un’impennata nel mese di agosto (+93%), alla vigilia della campagna di raccolta. Una vera e propria invasione che ha impattato sulle quotazioni del prodotto nazionale, sotto la spinta di contratti al ribasso. Da inizio ottobre il prezzo dell’extravergine è passato da 9,4 euro al chilo a 7,74 euro, con un calo di quasi il 20%, secondo l’analisi Coldiretti su dati Ismea. Una situazione inaccettabile che danneggia gravemente le imprese, poiché la remunerazione dell’olio evo tricolore sta scendendo sotto i costi di produzione. Si tratta peraltro di un’anomalia evidente, soprattutto se si considera la situazione del Frantoio Italia. Secondo l’ultimo rapporto dell’Icqrf le giacenze di olio al 31 ottobre 2025 risultano del 32,7% superiori rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, grazie soprattutto all’aumento della disponibilità di extravergine (+37,5%).

    Se si va però a guardare alla provenienza del prodotto, l’olio evo italiano è cresciuto di appena l’8,7%, mentre quello straniero è esattamente raddoppiato (+100%). Secondo Coldiretti non può essere dunque spiegabile un simile crollo delle quotazioni anche alla luce dell’arrivo dell’extravergine “nuovo” che normalmente dovrebbe portare a un incremento dei prezzi. Coldiretti e Unaprol chiedono all’Ispettorato Centrale Controllo Qualità l’istituzione di una Cabina di Regia straordinaria per coordinare le operazioni di contrasto alle irregolarità nel settore olivicolo. Sollecitano inoltre un piano straordinario di controlli nei porti e nei punti di ingresso delle merci per verificare l’origine dei prodotti e il rispetto dei limiti sui residui fitosanitari. Infine, propongono di monitorare i contratti “futures” sulle principali Borse Merci per prevenire fenomeni speculativi e frodi sull’origine. Secondo analisi settoriali pubblicate negli ultimi giorni, la produzione potrebbe attestarsi nella parte alta della forchetta e portare la Tunisia al secondo posto mondiale nella stagione in corso, dietro la Spagna. La stima più ottimistica fissa l’output a circa 500 mila tonnellate. A livello territoriale, primi dati regionali confermano il trend positivo: a Monastir si prevedono 90 mila tonnellate di olive, equivalenti a poco più di 18 mila tonnellate di olio. L’avvio della raccolta è indicato fra metà ottobre e inizio novembre a seconda delle regioni. Il quadro tunisino si inserisce in un contesto mediterraneo in normalizzazione dopo due annate siccitose: le previsioni del settore segnalano un aumento dell’offerta nell’Ue e una domanda internazionale in graduale recupero. Gli indicatori del Consiglio oleicolo internazionale mostrano inoltre prezzi alla produzione in calo rispetto ai picchi del 2023-2024, con il baricentro dei listini ancora legato all’evoluzione delle rese autunnali. Sul fronte interno, le autorità finanziarie e di settore hanno avviato riunioni operative per sostenere la campagna, con il coinvolgimento del sistema bancario e richiami alla valorizzazione del prodotto tunisino tramite etichettatura e confezionamento. L’obiettivo dichiarato è accrescere il peso dell’olio imbottigliato rispetto allo sfuso, migliorando margini e notorietà sui mercati terzi. Resta, tuttavia, un nodo di mercato: il calo dei prezzi internazionali ha già compresso il valore medio all’export nell’ultima stagione, nonostante i volumi in aumento. Gli operatori segnalano l’esigenza di liquidità per l’acquisto della materia prima, una logistica più snella e una maggiore promozione del brand Tunisia per assorbire l’offerta attesa e difendere i listini. Se le rese di ottobre e novembre confermeranno le attese, la Tunisia si avvia verso una stagione di svolta, con la possibilità di scalare le gerarchie globali già nel 2025-2026. La tenuta dei prezzi e la capacità di spingere l’olio confezionato sui mercati extraeuropei saranno i fattori decisivi per tradurre il potenziale produttivo in maggiori entrate in valuta e in un rafforzamento strutturale della filiera.

  • I produttori di grano italiani lavorano in perdita, secondo Coldiretti

    Produrre un quintale di grano duro per la pasta costa agli agricoltori del Sud 31,8 euro (30,3 al Centro Nord) ma al momento di venderlo se ne vedono pagare appena 28, finendo di fatto per lavorare in perdita. Ad affermarlo è la Coldiretti a commento della pubblicazione da parte di Ismea del monitoraggio dei costi medi per il frumento. Un risultato della grande mobilitazione che ha visto ventimila produttori della più grande organizzazione agricola d’Italia e d’Europa scendere in piazza in tutto il Paese.

    Si tratta, infatti, di un passo avanti fondamentale perché da oggi non si potrà più prescindere dai costi di produzione come riferimento minimo per garantire un prezzo equo e fermare le speculazioni che stanno strozzando le imprese agricole, a salvaguardia dei consumatori e del loro diritto a prodotti sani e locali. Costi di produzione che – sottolinea Coldiretti – non possono essere però il prezzo: serve garantire un margine adeguato all’agricoltore, perché produrre sottocosto come sta avvenendo ora mette a rischio il futuro del Made in Italy.

    Sotto l’effetto delle manovre dei trafficanti di grano le quotazioni pagate agli agricoltori sono calate negli ultimi quattro anni tra il 35% e il 40%, mettendo a repentaglio le prossime semine e la tenuta economica delle aziende agricole, perché i ricavi non coprono più i costi di produzione.

    L’andamento delle campagne di commercializzazione dal 2015/2016 al 2025 (luglio-settembre) evidenzia come dal picco dei listini nel 2021/2022 (470,7 euro a tonnellata) si sia passati a 274,1 negli ultimi tre mesi di quest’anno. I costi medi, sempre per il grano duro, rilevati dall’Ismea si sono attestati nell’Italia centro-settentrionale a circa 302 euro a tonnellata, saliti nel Centro-Sud e in Sicilia a 318 euro. Per il grano tenero il costo medio è di poco superiore ai 230 euro a tonnellata. Ismea spiega che a determinare il costo sono concimi, fitosanitari, sementi, prodotti energetici e acqua, manodopera e costi fissi. Dai grafici elaborati da Ismea spicca dal 2022/2023 un ribaltamento del rapporto prezzi-costi.

    Se nel 2021-2022 la variazione del prezzo del prodotto aveva segnato +73,4% a fronte di +21,4% dei costi, nel 2022+14,9% i costi e -10,8% i prezzi riconosciuti ai produttori, nel 2023/2024 si abbassano i costi (-2,5%), ma molto di più i prezzi (-20,1%) per arrivare alla campagna 2024/2025(costi stabili, ma listini giù del 14,6%). Un altro elemento che avvalora la denuncia di Coldiretti relativamente alla salubrità del grano duro importato è l’exploit degli acquisti dal Canada, dove il prodotto viene trattato con il glifosato in modalità vietate in Italia. Nel 2024 le importazioni sono infatti aumentate del 60,2% per un valore che ha raggiunto 290 milioni di euro.

    Mentre gli acquisti si sono ridotti sia dalla Ue (-8,4%) che dal mondo (-22%). L’Ismea ha anche calcolato il costo medio per area. Nel Sud e cioè Puglia, Sicilia e Basilicata il costo medio a ettaro nel 2025 è stato di 1,170 euro con un differenziale prezzo-costo di -7%. Nel Centro (Toscana e Marche) costo medio a 1,390 a ettaro con un differenziale di -2%. Nel Centro Nord (Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Toscana) 1,427 euro (+2%).

    Da qui il piano di misure presentato da Coldiretti in occasione della mobilitazione e subito condiviso dal Governo con il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, a partire dall’impegno a istituire la Commissione Unica Nazionale (CUN) sul grano duro, per superare le borse merci locali, fermare le speculazioni e costruire un meccanismo trasparente e partecipato per garantire il corretto formarsi del futuro prezzo di mercato. Una misura finalizzata a costruire armonia che ora diventa ancora più urgente tenendo conto dell’atteggiamento degli industriali che non hanno partecipato alla Commissione sperimentale per il grano duro, una presa di posizione che evidenza un atteggiamento ostile alla istituzione della CUN.

    Bene anche l’annuncio di 40 milioni da destinare ai contratti di filiera con aiuto de minimis di almeno 100 euro all’ettaro, che rappresentano oggi lo strumento più concreto per dare stabilità e reddito agli agricoltori, coinvolgendo anche il mondo dei pastai a cui viene garantito un credito d’imposta da 10 milioni di euro. Grazie a questo strumento i produttori di grano potranno avere un ricavo di 40 euro al quintale, tra prezzo riconosciuto all’interno del contratto di filiera e contributi pubblici. Il piano di Coldiretti chiede anche il blocco delle importazioni sleali di grano trattato con sostanze vietate in Europa, come il glifosate presente nel grano canadese “veleno” per le nostre tavole, garantendo la reciprocità delle regole e imponendo agli alimenti provenienti da Paesi terzi gli stessi standard richiesti agli agricoltori italiani ed europei. È fondamentale poi estendere a tutta l’Ue l’obbligo di indicare l’origine del grano sulla pasta, già in vigore in Italia, per garantire ai consumatori il diritto a una informazione trasparente su ciò che consumano. Al tempo stesso serve investire in ricerca, innovazione e transizione tecnologica anche con il supporto del Crea. Occorre poi un piano nazionale per stoccaggi e infine serve triplicare la resa ad ettaro attraverso le nuove tecniche di irrigazione così da assicurare riserve strategiche, forniture sicure e difendere la sovranità alimentare.

  • Mossa salviniana di Coldiretti: blocca fuori da un porto una nave che trasporta grano canadese

    Trump usa i dazi per forzare il consumo autoctono, gli agricoltori della Coldiretti provano a bloccare una nave, la Rooster (dicono partita dal Quebec), per bloccare gli arrivi di grano dal Canada al Belpaese. Se l’Ucraina entra nella Ue, forse daranno l’assalto anche all’Ucraina sul suo versante occidentale, ciò che a Putin tornerebbe gran comodo. Chissà.

    Intanto le cronache registrano che il timore della concorrenza del grano canadese, nel solo mese di gennaio 2025 ne è arrivato l’82% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, hanno indotto gli agricoltori ad allestire un presidio nel porto di Manfredonia, su gommoni e motoscafi, per impedire che il natante sbarcasse le quasi 28mila tonnellate di grano che trasportava. Salvini da ministro degli Interni bloccò l’accesso di navi che portavano migranti in Italia e per tale decisione finì sotto inchiesta (assolto).

    Con lo slogan ‘Mamma è ora di dare battaglia’, ‘Mamma sei sicura che quello che mangiano i tuoi figli non contenga schifezze’, i partecipanti alla protesta hanno rimarcato che il grano canadese viene trattato in preraccolta con il glifosato, una modalità vietata in Italia.

    La diversificazione dell’approvvigionamento ha portato il grano pugliese a costare 40 euro in meno in un anno e i produttori dello Stivale sono in allarme per gli 87,4 milioni di chili giunti da oltreoceano a gennaio. Ribadendo di essere favorevole agli scambi commerciali, Coldiretti invoca un’armonizzazione delle regole basate sul principio di reciprocità e di trasparenza, vale a dire che le regole sul piano produttivo, sanitario e del lavoro che valgono per i produttori italiani vengano rispettate anche per le importazioni. Questo, lamenta l’associazione di categoria, non accade con il Canada, dove il grano viene fatto seccare secondo modalità vietate in Italia, appunto con il glifosato, sul quale gravano pesanti accuse per i rischi per la salute.

  • Crollano del 10% le semine di grano duro

    Crollano le semine di grano duro in Italia dove si stimano per il 2024 appena 1.134.742 ettari coltivati in calo del 10% a livello nazionale, con punte del 17% nel centro Italia e di oltre l’11% nel sud Italia e nelle isole rispetto all’anno precedente secondo l’incontro sulle previsioni di semina che si è svolto al Ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare il 22 febbraio scorso.

    Si tratta di un calo significativo con le superfici coltivate che sono scese mai così basse negli ultimi 6 anni. Un andamento spinto secondo l’analisi della Coldiretti dalle basse quotazioni favorite da un incremento record delle importazioni proveniente da Paesi extra europei nel 2023 (+130% su base tendenziale) secondo le analisi del centro studi Divulga che evidenzia che Turchia e Russia, sono divenute rispettivamente secondo e terzo fornitore italiano, seguite da Canada, che ha registrato un +83% e resta comunque il primo fornitore.

    L’Italia è stata invasa nel 2023 da un’ondata di grano duro russo (+1164%) e turco (+798%), mai registrata prima, che ha fatto calare le quotazioni del prodotto nazionale del 15%. Stazionarie invece sono le superfici seminate a grano tenero pari a 606.653 ettari (+1,4%) mentre in calo dell’8% la superficie dedicata alla semina dell’orzo per un totale di 267.078 ettari.

  • Scorte europee di gas già ok da agosto

    Le riserve di gas dell’Unione europea sono arrivate ad essere piene al 90%, due mesi e mezzo prima della scadenza prevista il primo novembre. Lo ha riferito la Commissione europea, specificando che tali dati mostrano come il blocco comunitario sia “ben preparato” in vista della stagione invernale. A seguito dell’invasione russa dell’Ucraina e della drastica riduzione delle forniture russe, i Paesi membri dell’Ue hanno adottato a giugno del 2022 un quadro legislativo che obbliga a raggiungere collettivamente un tasso di riempimento dei loro depositi di gas del 90% il primo novembre di ogni anno. Secondo i dati aggregati di Gas Infrastructure Europe (Gie), un’associazione che riunisce gli operatori europei delle infrastrutture del gas, oggi in media gli impianti di stoccaggio europei erano pieni al 90,12%, circa 93 miliardi di metri cubi in totale.

    I livelli variano a seconda del Paese, dal 77% in Lettonia a oltre il 99% in Spagna, con la Francia che mostra un tasso dell’84% mentre l’Italia si attesta sopra la media: il 13 agosto è stata superata la quota 90%, mentre secondo l’ultimo rilevamento il riempimento degli stoccaggi di gas nazionali è salito ora al 90,62%.

    “L’Ue è ben preparata per l’inverno, questo contribuirà a stabilizzare ulteriormente i mercati (dell’energia) nei prossimi mesi”, ha affermato la Commissario europea per l’Energia Kadri Simson commentando gli ultimi dati. “La Commissione continuerà a monitorare la situazione per garantire che i livelli di stoccaggio rimangano sufficientemente alti con l’avvicinarsi dell’inverno”, ha affermato Simson.

  • Togliamo a Putin l’arma del grano

    Fino a qualche anno fa chi deteneva il petrolio aveva in mano il futuro di altre nazioni, poi è venuto il tempo delle terre rare, senza le quali il nostro moderno sistema di vita si inceppa, e del nucleare, che da minaccia reciproca, ma controllata, impediva alle grandi potenze di annientarsi vicendevolmente e consentiva alle altre di avere l’energia necessaria, anche se spesso rischiosa.

    Nessuno si era reso conto che la vera potenza è detenere le materie alimentari, le strutture per coltivare, produrre, conservare ed esportare quegli alimenti primari senza i quali molte popolazioni sono destinate alla carestia ed alla morte per fame.

    Anche negli anni scorsi si sapeva quanta disperazione stringeva d’assedio paesi più poveri: la mancanza di acqua e, conseguentemente, di cibo è stata causa anche di varie sommosse e rivoluzioni oltre che una ovvia spinta inarrestabile all’immigrazione.

    La guerra che Putin ha portato e continua, con immutata ferocia, a portare in Ucraina si è tramutata in una guerra a tutto campo con la nuova decisione di sospendere l’accordo sul grano che porta la conseguenza, a lui ben nota, di provocare altra fame e disperazione in molti paesi i quali necessitano di quel grano, russo od ucraino che sia, per continuare a sopravvivere.

    La sospensione dell’accordo, oltre a portare nuova fame e disperazione, avrà l’ovvia conseguenza di moltiplicare l’esodo di massa, che già avviene dai paesi più poveri, verso l’Europa: un’immigrazione sempre più massiccia e incontrollabile è la potente arma di Putin contro l’Occidente, specie europeo.

    La sospensione dell’accordo sul grano è l’arma di ricatto e di pressione che potrebbe spingere, in breve, paesi non occidentali, ma che sono stati favorevoli a sostenere la resistenza Ucraina, a cambiare posizione e a fare pressioni, nelle sedi internazionali, per una soluzione al conflitto anche accettando le imposizioni russe.

    Non dimentichiamoci che a Bruxelles paesi dell’America Latina hanno già manifestato, nei giorni scorsi, il loro pensiero in merito al proseguimento di aiuti all’Ucraina.

    Il cibo è un arma spaventosa e non può essere lasciata alla Russia, noi stessi non siamo in grado, come non lo eravamo per l’energia, di essere autosufficienti.

    È urgente che, mentre si useranno tutti i mezzi possibili per tornare a fare rispettare l’accordo sul grano, si comprenda la necessità, in sede nazionale ed europea, di una nuova politica agricola che metta a regime tutta la terra possibile per le coltivazioni di interesse europeo ed extra europeo e che si trovino nuovi modi di cooperazione con quei paesi che potrebbero coltivare meglio se avessero l’acqua e maggiori strumenti di produzione.

  • Grano italiano sottopagato

    “L’industria confessa di pagare il grano italiano il 10% in meno rispetto a quello straniero che spesso proviene da Paesi come il Canada dove viene coltivato usando il glifosate nella fase di preraccolta secondo modalità vietate in Italia”. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare negativamente le dichiarazioni di Unione Italiana Food che di fatto confermano le speculazioni in atto sul grano italiano destinato alla produzione di pasta. E’ necessario adeguare da subito le quotazioni per sostenere la produzione nazionale in un momento difficile per l’economia e l’occupazione.

    Non è accettabile che di fronte all’aumento del 18% del prezzo della pasta al consumo rilevato dall’Istat nell’ultimo anno, il grano duro nazionale necessario per produrla venga invece sottopagato agli agricoltori il 30% in meno, nello stesso periodo.

    La pasta è ottenuta direttamente dalla lavorazione del grano con l’aggiunta della sola acqua e non trovano dunque alcuna giustificazione le divergenze registrate nelle quotazioni, con la forbice dei prezzi che si allarga e mette a rischio i bilanci dei consumatori e quelli degli agricoltori.

    Occorre lavorare da subito per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali.

    Fonte: Il Punto Coldiretti del 19 aprile 2023

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