Groenlandia

  • Il freddo più freddo

    C’è un freddo più freddo di quello che avvolge il popolo ucraino, bersagliato da missili supersonici, droni, bombe a grappolo, mentre le centrali energetiche, ormai distrutte, non sono più in grado di portare luce e caldo nelle case.

    C’è un freddo più freddo di quello nel quale sono abituati a viveri gli abitanti della Groenlandia mentre non hanno più certezza del loro futuro, i ghiacci nascondono troppe terre rare che fanno gola a Trump come ai cinesi ed ai russi.

    C’è il freddo dell’anima, il freddo che accompagna i coltelli di imberbi assassini, muove terroristi in erba che, per cambiare il sistema da loro odiato, non temono di ferire, colpire e distruggere cose e persone, il freddo di quei criminali incalliti che vendono la vita dei migranti e le droghe più letali, ci sono molti tipi di freddo nel nostro mondo.

    Il freddo nell’anima nei singoli e il freddo nell’anima collettiva di una società sempre più incapace di ragionare e comprendere quello che le sta accadendo intorno e il freddo di chi, morso al proprio interesse, dal desiderio spasmodico di potere e denaro, sempre più potere e denaro, ignora il dolore e la morte altrui.

    In questo freddo uomini come Putin e Trump sono così immersi da non rendersi conto che una nuova era glaciale è vicina e nessun potere e denaro li salverà dal disastro comune.

    Noi intanto continuiamo ad accendere una fiamma di speranza per l’Ucraina e per tutti coloro che devono essere difesi da ingiustizie e prevaricazioni.

  • Le terre rare della Groenlandia valgono più della vita degli iraniani

    Dopo aver dichiarato, durante le violenze del regime iraniano contro il suo popolo sceso nelle strade per cercare libertà, che non avrebbe tollerato ulteriori massacri o esecuzioni, Trump si è fidato della parola degli aguzzini, così sono stati inutilmente trucidate migliaia e migliaia di persone inermi, si sono tornate a programmare le impiccagioni e le famiglie degli uccisi sono ora controllate, ricattate e costrette a pagare per avere indietro le salme dei loro cari.

    Trump pensa alla Groenlandia e perciò non vuole infastidire su altri fronti, Ucraina ed Iran, i colleghi Putin e Xi-Jinping.

    Il regime degli ayatollah sembra aver ripreso il controllo e che una volta ancora il popolo sia stato schiacciato dalla repressione cruenta e crudele.

    Comprendendo la difficoltà di una situazione complessa  come quella di quell’area geografica, è già un passo avanti se diversi i paesi arabi riconoscono Israele mentre ancora si attende se e come saranno demilitarizzati i terroristi di Hamas, non riusciamo però a giustificare la mancanza di alcuni interventi americani che avrebbero aiutato la popolazione a raggiungere lo scopo per il quale tante persone, si parla di trentamila, si sono sacrificate accettando di morire affinché milioni di altri loro concittadini potessero vivere in  libertà, giustizia, democrazia.

    Agli Stati Uniti non mancavano e non mancano certo gli strumenti tecnologici ed informatici che, se utilizzati subito, avrebbero messo in ginocchio il sistema, bastava bloccare le comunicazioni delle televisioni e radio del regime, i sistemi di comunicazione, interne al regime stesso, tra forze armate, guardiani della rivoluzione, centrali elettriche, centri nevralgici e tutto quanto consentiva al potere di organizzare la sanguinaria repressione.

    La guerra si fa anche così, lo sa bene Putin che con i suoi hacker, giusto per dare un saggio di quello che sarebbe in grado di fare, da tempo mette in tilt aeroporti e strutture sensibili europee creando danni apparentemente per ora solo marginali ma che, se usati su larga scala, porterebbero alla paralisi del nostro sistema.

    Non si chiedeva a Trump di rapire la guida suprema iraniana, come ha fatto con Maduro, o di mandare missili o corpi speciali ma di usare la tecnologia americana per dare un aiuto concreto a chi, sfidando, e spesso trovando, la morte si batteva contro uno dei regimi più pericolosi sia verso il suo popolo che verso il contesto internazionale.

    Ancora una volta, per il presidente americano, gli affari hanno prevalso, infatti la Groenlandia si può benissimo difendere da attacchi russi o cinesi attraverso la NATO, della quale gli Stati Uniti fanno ancora parte, e alla quale Trump avrebbe potuto offrire, anche in parte a pagamento, lo scudo dorato che gli Stati Uniti stanno preparando per difendere i cieli da qualunque attacco.

    Prendersela con i paesi europei, minacciando o applicando dazi, oltre che dannoso è ridicolo e tragico nello stesso tempo, gli europei hanno il dovere di difendere la Groenlandia anche per difendere se stessi e quel poco di diritto internazionale che ancora sta in piedi, ma Trump, come Putin e Xi Jinping, vuole le terre rare delle quali la Groenlandia è ricca e che servono a tutti gli Stati per fare funzionare la tecnologia di oggi e di domani.

    Di fronte agli interessi conta veramente poco che siano morti, e moriranno ancora, migliaia di iraniani e di ucraini, le terre rare del Donbass o sepolte sotto i ghiacciai valgono più della vita e della libertà degli esseri umani.

  • Groenlandia al voto. Stavolta più di Copenhagen preoccupa Washington

    L’11 marzo gli abitanti della Groenlandia sono stati chiamati alle urne per eleggere il governo locale, in quello che potrebbe essere un voto cruciale per il futuro dell’isola, la più grande al mondo. Negli ultimi tempi, la Groenlandia si è infatti trovata oggetto di attenzioni inusuali per un territorio così isolato e marginale nella politica internazionale. L’isola, che gode di una semi-autonomia dalla Danimarca, è stata infatti definita dal presidente statunitense Donald Trump come “indispensabile per la sicurezza nazionale e internazionale”, in virtù della sua posizione strategica, tra l’Oceano Atlantico e il Circolo polare artico, e per via delle ingenti ricchezze del suo sottosuolo. Per queste ragioni, il titolare della Casa Bianca ha promesso di fare il possibile affinché la Groenlandia passi sotto il controllo statunitense, nonostante ciò voglia dire scontrarsi con una nazione alleata all’interno della Nato, la Danimarca. I toni usati da Trump negli ultimi mesi non sembrano tenere in particolare conto nemmeno la volontà della popolazione locale dell’isola, che da decenni vive un complesso dilemma tra la volontà di una maggiore autonomia politica da Copenaghen, se non una totale indipendenza, e la realtà di non avere strumenti economici alla portata per assicurare la sostenibilità di tale progetto.

    I groenlandesi sono infatti dipendenti dal sostegno finanziario che il governo danese fornisce loro ogni anno (oltre 500 milioni di euro), necessario a coprire i limiti di un’economia basata prevalentemente sulla pesca e sul turismo. La grande ricchezza della Groenlandia, costituita dalle risorse naturali e minerarie, rappresenta un capitolo a parte: il timore di vedere il proprio territorio profondamente alterato dall’attività estrattiva ha fatto prevalere tra gli elettori un sentimento di diffidenza verso quelle iniziative economiche che potrebbero senz’altro assicurare grandi rendite e quindi favorire il processo di indipendenza. Tale approccio “conservatore”, motivato da considerazioni ecologiste e politiche, ha consegnato la vittoria al partito Inuit Ataqatigiit nelle ultime elezioni locali nel 2021. All’epoca lo sfruttamento minerario era stato al centro del dibattito tra le varie formazioni groenlandesi, in particolare per quanto concerneva il giacimento di terre rare di Kvanefjeld. A distanza di quattro anni, la posta in ballo non è più limitata alle scelte economiche ma coinvolge anche il futuro della Groenlandia e la sovranità del territorio, a fronte delle ambizioni rivendicate da Trump. Allo stato attuale l’isola gode di una grande autonomia dalla Danimarca, eccetto per gli affari esteri, la difesa e la politica monetaria, che spettano a Copenaghen – nel cui Parlamento sono comunque assicurati dei seggi ai rappresentanti groenlandesi. Sebbene i sondaggi confermino la predominanza del sentimento indipendentista tra i cittadini, non c’è uniformità di giudizio sulle tempistiche dell’effettivo distacco dalla Danimarca e il potenziale impatto di tale decisione sulle finanze pubbliche e sugli standard di vita.

    Le proposte dei principali partiti groenlandesi rispecchiano questa dinamica. Il già citato Inuit Ataqatigiit, formazione socialista e ambientalista attualmente al governo con il suo leader Mute Bourup Egede, si dice formalmente indipendentista ma non ha presentato piani concreti per questo obiettivo, sottolineando le difficili condizioni economiche in cui la Groenlandia potrebbe trovarsi una volta ottenuta una piena sovranità. Linea similare è quella del partner di maggioranza, il partito di impostazione socialdemocratica Siumut, che sostiene una secessione graduale dalla Danimarca e che in passato ha lanciato l’idea di un referendum da tenersi a breve termine, salvo poi ritirare tale iniziativa. Naleraq, la principale forza di opposizione, ritiene invece che una rapida transizione verso l’indipendenza sia possibile e che gli abitanti della Groenlandia ne trarrebbero beneficio economicamente grazie a un rilancio dell’industria della pesca e in generale delle esportazioni. Un tema su cui Naleraq ha insistito in campagna elettorale è anche quello relativo a un accordo di difesa con gli Stati Uniti, che già operano alcune basi sull’isola. Contrari all’indipendenza sono invece gli esponenti di Atassut, partito conservatore che promuove invece il proseguimento del rapporto con la corona danese nel contesto del Commonwealth con Copenaghen.

    I desideri di Trump non sembrano dunque sposarsi con quelli delle formazioni politiche groenlandesi, in particolare per quel che riguarda il controllo dei giacimenti minerari e in generale delle risorse naturali del territorio artico. Recenti sondaggi condotti in Groenlandia per testate locali e danesi hanno evidenziato come solo il 6% dei cittadini sia favorevole a un passaggio sotto la sovranità Usa, a fronte dell’85% di contrari a qualsiasi prospettiva del genere. Gli elettori chiamati domani a rinnovare i 31 seggi dell’Inatsisartut, il Parlamento di Nuuk, dovranno dunque decidere in che direzione condurre la Groenlandia, in un complicato equilibrio tra istanze di indipendenza e un gioco politico di dimensioni transatlantiche.

  • La premier danese chiede supporto ai partner europei contro le mire di Trump sulla Groenlandia

    La Danimarca cerca sponde in Europa e presso la Nato per scongiurare ogni possibile sviluppo “non desiderato” in Groenlandia. Questo il senso del tour diplomatico fatto dalla premier danese, Mette Frederiksen, che è stata a Berlino, Parigi e Bruxelles per perorare la causa di Copenaghen e inviare al contempo un messaggio a Washington. Le parole del presidente statunitense Donald Trump sulla “necessità” di assumere il controllo della Groenlandia hanno infatti creato una situazione di profondo disagio per le autorità danesi, preoccupate per eventuali insistenze della Casa Bianca sul tema. Già durante il suo primo mandato, Trump aveva parlato apertamente di “acquistare” la Groenlandia, cercando di intavolare un negoziato con la Danimarca che è stato prontamente respinto da Copenaghen. Il rilancio della questione da parte del presidente Usa ha tuttavia costretto Frederiksen e il suo governo ad agire con maggiore solerzia, escludendo ancora una volta l’eventualità di cedere il proprio territorio nell’Artico ad altri Paesi. Al contempo, la Danimarca ha aumentato gli stanziamenti finanziari per garantire la sicurezza della Groenlandia, con l’annuncio di ieri sera dell’acquisto di tre nuove navi e droni a lungo raggio da schierare nella regione artica, per circa due miliardi di euro.

    Copenaghen cerca inoltre di mostrare agli Stati Uniti e a Trump che l’Europa può fare fronte comune e parlare con una sola voce. Parlando a Parigi dopo l’incontro con il presidente francese Emmanuel Macron, Frederiksen ha sottolineato che “non esiste un Paese abbastanza grande da gestire tutte le sfide del mondo” in un’epoca di profonda instabilità. “Siamo cresciuti in un’Europa molto pacifica e in una Danimarca ricca e ben funzionante”, ha osservato la prima ministra, secondo cui “ora ci troviamo in una situazione diversa, dove le minacce sono aumentate, così come le tensioni e il disordine in molte regioni”. “Ecco perché le nostre alleanze e amicizie e la nostra cooperazione politica, anche transatlantica, sono cruciali”, ha sottolineato la leader danese. Con Macron e con il cancelliere tedesco Olaf Scholz “abbiamo parlato di molte cose diverse, ovviamente abbiamo parlato anche del Regno di Danimarca”, ha aggiunto Frederiksen. Per la Danimarca “è assolutamente cruciale” che a fronte della potenziale minaccia verso la Groenlandia “restiamo uniti in Europa”, anche rispetto alla guerra in Ucraina e ai sabotaggi delle infrastrutture nel Mar Baltico, ha aggiunto Frederiksen. Per la premier “deve esserci rispetto per il territorio e la sovranità degli Stati. Si tratta di un tassello assolutamente cruciale nella comunità globale internazionale che abbiamo costruito dopo la Seconda guerra mondiale”.

    Una volta a Bruxelles per l’incontro con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, Frederiksen ha evidenziato come allo stato attuale non sussista una minaccia militare verso la Groenlandia o la Danimarca. In ogni caso, solo “una più stretta cooperazione a livello europeo” può consentire alla Danimarca e agli altri Paesi Ue di affrontare l’attuale situazione geopolitica, ha proseguito la premier. Le autorità di Copenaghen continuano a vedere gli Usa come il loro più stretto alleato, ha detto ancora Frederiksen. “La cooperazione transatlantica è assolutamente cruciale per la sicurezza e l’incolumità di tutti noi, e farò di tutto per sostenere l’alleanza che ha dato non solo alla Danimarca, all’Europa e agli Stati Uniti, ma all’intero mondo pace e stabilità dalla Seconda guerra mondiale”, ha spiegato. La Nato e i Paesi nordici sono in ogni caso intenzionati a fare la loro parte per assicurare la stabilità della regione artica, come ha ribadito Frederiksen, che ha manifestato preoccupazione “per le crescenti attività della Russia e della Cina”. Per quanto riguarda l’impegno della Danimarca, la premier ha voluto ricordare l’aumento delle spese per la difesa sostenuto dal suo governo. “Non sappiamo ancora dove arriveremo esattamente con la percentuale” del Pil destinata alla difesa, ma “siamo più vicini al 5 che al 2 per cento”, ha concluso.

    Una serie di messaggi a Trump, dunque, dal momento che Copenaghen si dice interessata al dialogo con Washington ma propone allo stesso tempo di contribuire maggiormente per la sicurezza dell’Artico. In questo contesto va segnalata anche la proposta formulata oggi dal ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, che ha aperto all’invio di truppe europee nell’Artico per assicurare la sicurezza della Groenlandia. Barrot ha definito tale scenario come “una possibilità” che però al momento “non rientra” nei piani dell’esecutivo danese. “Se la Danimarca chiama per essere aiutata, la Francia ci sarà”, ha detto il ministro. “I confini europei sono sovrani, che siano a nord, a sud, ad est ed ovest”, ha detto il titolare della diplomazia francese, sottolineando che “nessuno può permettersi di interferire con i nostri confini”

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