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  • La Commissione istituisce una task force per rafforzare i controlli sulle importazioni in materia di sicurezza alimentare

    La Commissione europea ha istituito una task force con l’obiettivo di mantenere e rafforzare la capacità dell’UE di garantire che le importazioni rispettino gli standard europei, sostenendo al contempo l’occupazione e la crescita dei produttori dell’Unione.

    La task force si concentrerà in particolare sulla sicurezza degli alimenti e dei mangimi, sui residui di pesticidi e sulle azioni di monitoraggio coordinate a livello UE su specifiche categorie di prodotti importati. Riunendo le competenze della Commissione e degli Stati membri, contribuirà a un’ulteriore armonizzazione dei controlli sulle importazioni in tutta l’Unione, elaborando raccomandazioni per azioni congiunte e individuando i casi in cui saranno necessarie ulteriori misure amministrative o normative per rafforzare i controlli.

    Le rigorose norme europee in materia di importazioni — che riguardano l’igiene degli alimenti e dei mangimi, la sicurezza dei consumatori e lo stato sanitario degli animali e delle piante — mirano a garantire che tutti i prodotti importati rispettino gli stessi elevati standard di quelli provenienti dal mercato interno.

  • L’accordo sui dazi tra UE e USA è un suicidio per l’Europa

    La gravità di questo accordo sui dazi per gli interessi dell’Europa si deduce dal comunicato finale della Commissione UE che, a parole, cerca di nascondere la debacle totale della difesa degli interessi del vecchio continente, che invece ne esce fortemente impoverito e umiliato.

    E ciò, in primo luogo, perché l’accordo sui dazi non è una intesa alla pari, ma una serie di imposizioni unilaterali del Presidente Trump, che ha un solo obiettivo e cioè quello di impoverire il mondo e in particolare l’Europa, per arricchire gli USA, senza alcuna motivazione, tranne quella del Marchese del Grillo e cioè “io sono io e voi non siete un c…o”.

    Ma per capire bene la drammatica gravità di queste imposizioni, subite senza reazione alcuna dalla Commissione UE, né dai leader europei, ma anzi con l’impegno di alcuni di assecondare a tutti i costi Trump, a partire dal Premier Meloni, che ha poi dichiarato “E’ andata meglio di quanto mi aspettassi”, occorre analizzare cosa esattamente è stato incredibilmente accettato dalla Commissione UE, per capire l’entità del danno economico e come inciderà sul futuro dell’Europa.

    Chiarito che i dazi per l’Europa non saranno reciproci, ed avranno un peso in generale del 15% del valore dei beni esportati, salvo eccezioni che ancora non si vedono, le esportazioni degli USA all’Europa invece non subiranno nessun dazio, ma anzi l’aggiunta di una miriade di nuovi prodotti, fino ad ora mai accettati dall’UE, in quanto privi degli stessi parametri di tutela della salute dei consumatori adottati dall’Europa da decenni.

    I dazi sono pesanti, sia perché sono unilaterali, sia in considerazione della debolezza del dollaro rispetto all’euro, ma non impossibili da sopportare; tuttavia il vero problema, che è sfuggito alla pubblica opinione, distratta dai dazi minacciati all’inizio al 30%, è il danno esagerato di una serie di estorsioni rovinose per il futuro dell’Europa.

    Ed ecco le estorsioni imposte per impoverirci:

    • Imporre all’Europa l’acquisto di beni energetici, Gas naturale liquefatto, petrolio e nucleare per una spesa di 750 miliardi di dollari in tre anni, con un costo di 216 miliardi in più ogni anno da pagare agli USA, pari al 60% dell’intera spesa totale per l’acquisto dei prodotti energivori dell’UE. Ma questa imposizione, oltre al costo, ha due aspetti inaccettabili e cioè, in primo luogo, che è profondamente sbagliato comprare risorse energivore da un solo Paese, perché significa accettare una dipendenza che è una forma di controllo e di ricatto, come è già accaduto con la Russia; e, in secondo luogo, il fatto che a comprare le risorse energivore non sono gli Stati, ma le imprese che, in un mercato libero, devono essere appunto libere di comprare dove costa di meno, non dove si minaccia di più.
    • Un’altra gravissima imposizione è costituita dall’obbligo delle imprese europee di spendere non meno di 600 miliardi di dollari da investire in vari settori economici negli USA, entro il 2029. Anche in questo caso le imprese sono libere di investire, e non può essere né la Commissione UE, né i singoli stati ad imporre alcunché. Ma appare chiaro che l’obiettivo di Trump, che sia l’obbligo di acquisto dei beni energetici, o gli investimenti, oltre al vantaggio dei danari, sembra alimentare il sospetto di due trappole utili al ricatto nei confronti dell’Europa, pronte a scattare con altre pretese ancora più gravose, in caso di acquisti minori di quelli concordati.
    • L’acquisto di 40 miliardi di chip per l’A.I., ed un impegno in ambito militare, di fare acquisti nel campo della difesa, da parte della Commissione UE, senza quantificazione di spesa (ma comunque per centinaia di miliardi di dollari).
    • L’assoluta assenza di tassazione nei confronti dei BIG Tech, che sono imprese private e che in Europa guadagnano centinaia di miliardi di dollari, per i quali l’UE aveva individuato sistemi di tassazione del tutto accettabili, e che Trump intende cancellare senza alcun diritto, ma con la minaccia di aumentare di nuovo i dazi, a conferma della totale inaffidabilità e dell’assenza di rispetto delle leggi sovrane dell’UE e dei singoli Stati (e silenzio assordante dei sovranisti europei).

    Quindi per riassumere il costo complessivo nei prossimi 3 -4 anni per l’UE di questa condanna dei dazi, partiamo da una spesa di circa 1.390 miliardi per gli acquisti obbligatori negli USA dei punti 1, 2 e 3, altri miliardi da quantificare per  le perdite delle imprese europee per l’aumento dei dazi, e la debolezza del dollaro in costante discesa,  più la perdita di svariati miliardi da quantificare per la eliminazione delle tassazioni per i Big Tech di cui al punto 4, più l’acquisto di armamenti USA, si arriva a  valutare un costo tra spese e mancate entrate di non meno di 2.300-3.000 miliardi di dollari nel triennio, che rivela che l’accordo con gli USA costituisca una condanna alla povertà degli Stati Europei, a beneficio degli USA, e la fine di una prospettiva di crescita economica e di strategia di sicurezza del vecchio continente, senza contare la totale esposizione al rischio quotidiano di subire qualsiasi altra forma di estorsione e minaccia di ulteriori aggravi di qualunque tipo.

    Ma soprattutto l’obiettivo principale sembra quello della sottrazione di risorse all’Europa per impedire l’attuazione del Piano per la competitività con le altre superpotenze, elaborato e presentato da Mario Draghi, che prevede, guarda caso, per il rilancio dell’Europa investimenti aggiuntivi di 750-800 miliardi di euro l’anno, fino al 5% del Pil.

    Questo accordo di dazi per l’Europa è solo uno strumento di cancellazione del ruolo e del sistema di vita Europeo, per consentire agli USA non solo di arricchirsi sul nostro impoverimento, ma anche di dominarci e renderci del tutto ininfluenti, ridurci a merce di scambio tra superpotenze, e trasformarci da popoli alla pari a paria.

    Abbiamo però ancora una via di uscita, ma occorre salda unità, coraggio e schiena dritta, per evitare che si caschi in un baratro di totale sottomissione.

    Infatti l’accordo politico del 27 luglio 2025 non è giuridicamente vincolante, il che vuol dire che può e deve essere ripreso e fortemente modificato in direzione di maggiore riequilibrio tra le due parti.

    La Commissione UE sostiene che ha il bazooka e che lo usi allora contro i prodotti USA, definendo percentuali di dazi quanto meno reciproci; ha le leggi per tassare i BIG TECH plurimiliardari americani e sottoporli a tassazione; e metta in difficoltà le imprese e il governo americano, perché lo scontro dei dazi fa danni a ciascuno dei contendenti, ma soprattutto respinga le imposizioni di migliaia di miliardi di dollari da investire negli USA. E rivendichi l’indipendenza dell’Europa, e la lealtà di 80 anni di alleanza agli USA che da soli bastano per garantire il rispetto reciproco. Draghi di recente ha detto: “E’ evaporata l’illusione di una UE che ha potere nel mondo”, sottolineando di fatto che l’Europa non può accettare di subire l’affronto di una serie di estorsioni, anche perché rimarrebbe per sempre sottomessa, anche dopo Trump, e finirebbe la sua esistenza nell’impoverimento degli stati che la compongono. Invece di una Federazione degli Stati d’Europa, rischiamo addirittura la disintegrazione dell’Unione Europea per pura codardia e incapacità di una guida politica capace di visione e comprensione della propria forza, e la sua scomparsa segnerà anche la fine della democrazia e dello stile di vita dei popoli europei.

  • Stabile il commercio agroalimentare dell’UE

    L’ultima relazione pertinente pubblicata dalla Commissione europea mostra che nell’aprile 2025 il commercio agroalimentare dell’UE è rimasto stabile.

    Nell’aprile 2025 le esportazioni agroalimentari dell’UE hanno raggiunto i 20,1 miliardi di euro. Pur registrando un calo del 4% rispetto a marzo, il valore supera del 2% quello dello stesso mese dello scorso anno. Il Regno Unito è stato il mercato in più forte crescita tra gennaio e aprile, con un aumento delle esportazioni pari a 778 milioni di euro (+4%), dovuto principalmente all’aumento dei prezzi dei prodotti a base di cacao. Le esportazioni verso la Svizzera sono aumentate di 467 milioni di euro (+11%), trainate anch’esse dai prodotti a base di cacao. I prezzi del cacao e del caffè hanno continuato a sostenere i valori delle esportazioni nel loro complesso. Le esportazioni di caffè, tè, cacao e spezie sono cresciute di 1,3 miliardi di euro (+43%), trainate da un raddoppio dei prezzi della pasta di cacao, del burro di cacao e del cacao in polvere e da un aumento del 28% dei prezzi del caffè. Sono aumentate anche le esportazioni di cioccolato e dolciumi (+708 milioni di euro, +21%), con i prezzi del cioccolato in crescita del 31%.

    Nell’aprile 2025 le importazioni agroalimentari dell’UE hanno raggiunto i 16,2 miliardi di euro. Si tratta di un aumento dell’8% rispetto allo scorso anno, nonostante una riduzione del 4% rispetto al mese precedente. Gli aumenti maggiori sono stati registrati dalla Costa d’Avorio (+1,4 miliardi di €, +71%, principalmente per via dell’aumento dei prezzi del cacao), dalla Cina (+806 milioni di euro, +29%, per diverse categorie) e dal Canada (+722 milioni di euro, +90%, principalmente per via dell’aumento delle importazioni di cereali e semi oleosi). Il caffè e il cacao hanno trainato l’aumento del valore delle importazioni, con una crescita di categoria pari a 5,4 miliardi di euro (+63%). I prezzi rimangono il principale fattore trainante, con il raddoppio di quelli del cacao e l’aumento del 67% di quelli del caffè.

  • Esportazioni agroalimentari dell’UE in costante crescita nel primo trimestre del 2024

    L’ultima relazione mensile sul commercio agroalimentare mostra che nel marzo 2024 l’avanzo commerciale del settore agroalimentare dell’UE ha raggiunto i 6,7 miliardi di euro, equivalente a un aumento dell’8% rispetto al mese precedente e del 3% rispetto al marzo 2023.

    Nel marzo 2024 le esportazioni agroalimentari dell’UE hanno raggiunto i 20,1 miliardi di euro, con un aumento su base mensile del 4%. Il Regno Unito è rimasto la principale destinazione delle esportazioni agroalimentari dell’UE, rappresentando il 22% del valore delle esportazioni dell’Unione.

    Nel primo trimestre del 2024 gli Stati Uniti hanno registrato il maggior aumento delle esportazioni dell’UE, con una crescita del 6% (372 milioni di euro), mentre la Cina, nonostante una riduzione di valore del 12%, è rimasta la terza destinazione. In termini di prodotti esportati, le esportazioni dell’UE di olive e olio d’oliva hanno registrato l’aumento più elevato rispetto al 2023 (+615 milioni di €, +51%) a causa dell’aumento dei prezzi, nonostante un lieve calo dei volumi.

  • L’UE aumenta le esportazioni di cereali

    La Commissione ha pubblicato l’ultima relazione mensile sul commercio agroalimentare, secondo la quale nel luglio 2022 le esportazioni e le importazioni agroalimentari dell’UE hanno subito un lieve rallentamento in termini di valore.

    Sebbene sia diminuito del 2% rispetto a giugno e si attesti attualmente a 19,2 miliardi di €, il valore delle esportazioni dell’UE rimane molto più elevato rispetto allo scorso anno. Nello stesso periodo anche le importazioni dell’Unione sono diminuite del 2%, raggiungendo 14,3 miliardi di € nel luglio 2022. La bilancia commerciale dell’UE rimane stabile a 4,9 miliardi di €.

    Nonostante il calo del valore complessivo delle esportazioni, quelle di cereali dell’Unione, in particolare di frumento ma anche di orzo, sono aumentate, in particolare verso il Medio Oriente e il Nord Africa (MENA). Nel luglio 2022 l’UE ha infatti esportato 1,9 milioni di tonnellate di frumento in Medio Oriente e Nord Africa, registrando un aumento del 300% rispetto al luglio dello scorso anno. In luglio le esportazioni totali di frumento verso il mondo hanno raggiunto i 3 milioni di tonnellate, con un aumento del 74% rispetto allo scorso anno.

    Le categorie che hanno registrato un calo delle esportazioni in luglio sono la frutta e la frutta a guscio (-15%) e gli ortaggi (-10%). Le esportazioni di olive e di olio d’oliva sono diminuite del 14% in luglio, principalmente a causa del calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Le importazioni di uve, semi di girasole e banane sono quelle che hanno subito un calo maggiore in luglio rispetto a giugno (rispettivamente del 24%, 20% e 18%).

    Le importazioni dell’UE dall’Ucraina crescono per il quarto mese consecutivo, a seguito della liberalizzazione temporanea degli scambi e del migliore funzionamento dei corridoi di solidarietà. Anche le importazioni dell’Unione dai principali partner commerciali, come il Brasile e gli Stati Uniti, sono aumentate, in particolare per il granturco e la soia.

    La relazione mette l’accento anche sui flussi commerciali tra l’UE e il Regno Unito, che è diventato il principale partner commerciale dell’UE per i prodotti agroalimentari, raggiungendo 53,8 miliardi di € nel 2021.

  • Le materie prime sono rovinose. Chi vuole svilupparsi deve puntare sulla tecnologia

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 13 ottobre 2021

    Il rapporto «State of Commodity Dependence 2021» recentemente pubblicato dalla Unctad, Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, evidenzia l’aumento nell’ultimo decennio del numero dei paesi dipendenti dalle materie prime: da 93 paesi nel 2008-2009 a 101 nel 2018-2019.

    L’Unctad considera un paese dipendente dalle esportazioni di merci quando più del 60% del totale delle sue esportazioni è composto di materie prime e di prodotti agricoli. Più che una condizione, è una vera trappola, che blocca la crescita di molte economie.

    Il valore nominale delle esportazioni mondiali di materie prime ha raggiunto 4.380 miliardi di dollari nel 2018-2019, con un aumento del 20% rispetto al 2008-2009. La dipendenza rende i paesi più vulnerabili agli shock economici con inevitabili impatti negativi sulle entrate fiscali, sull’indebitamento e sullo sviluppo economico.

    Infatti, nel 2008-2009 la maggior parte dei paesi, il 95%, che dipendeva dalle materie prime, è rimasta tale nel 2018-2019. Naturalmente, la dipendenza tende a colpire principalmente i paesi in via di sviluppo.

    Lo sono ben 87 dei 101 emersi nel 2019. In specifico, dei 101 paesi, 38 facevano affidamento sulle esportazioni di prodotti agricoli, 32 sulle esportazioni minerarie e 31 sui combustibili.

    La dipendenza è particolarmente forte in Africa. Tre quarti dei paesi africani sono dipendenti per oltre il 70% del loro export. In Africa centrale e occidentale essa è mediamente pari al 95%.

    Anche tutti i 12 paesi del Sud America hanno un livello di dipendenza dalle materie prime superiore al 60% e per tre quarti di essi la quota supera l’80%. Nell’Asia centrale, il Kirghizistan, il Kazakistan, il Tagikistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan, hanno registrato una quota media delle esportazioni di materie prime sul totale dell’export di merci superiore all’85.

    Consapevole di ciò, l’Unctad ha esortato i paesi in via di sviluppo a migliorare le proprie capacità tecnologiche per sfuggire alla “trappola”. Un processo non facile in assenza di sostegni e di trasferimenti di tecnologia.

    L’analisi mostra infatti che i livelli di tecnologia sono molto bassi nei paesi succitati. Il Technology Development Index, l’indice di sviluppo tecnologico dei paesi cosiddetti commodity-dependent developing countries, è mediamente dell’1,55 rispetto al 5,17 dei paesi in via di sviluppo che non dipendono dalle materie prime, come Cina, India, Messico, Turchia e Vietnam.

    Il Frontier Technology Readiness, relativo all’utilizzo delle nuove tecnologie, dà un punteggio medio dello 0,25 ai paesi dipendenti rispetto allo 0,47 degli altri.

    Si tenga presente che l’indice dei prezzi delle materie prime, elaborato dall’Unctad, che, a causa della pandemia, nel periodo gennaio 2020 – aprile 2021 era diminuito del 36%, a luglio ha raddoppiato il suo valore e i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 41%.

    L’indice Fao sul cibo ha già raggiunto i 127,4 punti lo scorso agosto, con un aumento del 3,1% in un mese. Si ricordi che alla vigilia dell’esplosione dei prezzi dei beni alimentari del 2011, che portarono alle rivolte del pane in molti paesi, l’indice era di punti 137,1.

    Secondo l’Unctad, la correlazione tra i prezzi delle materie prime e la crescita economica può arrivare al 70%. Milioni di persone, soprattutto nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo, non hanno ancora accesso a cibo, elettricità, acqua e servizi igienico-sanitari. Si prevede che la domanda di cibo aumenterà del 60%, man mano che la popolazione mondiale si avvicinerà ai 10 miliardi entro il 2050.

    La trappola delle materie prime, di fatto, è il proseguimento moderno del vecchio rapporto colonialistico. Sembra di rileggere La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, scritta prima del 1776, che, di là delle teorie economiche, come la divisione del lavoro, invitava le colonie inglesi nel Nord America a limitarsi a produrre cotone perché le manifatture e lo sviluppo industriale erano riservati all’Inghilterra.

    Si ricordi che quell’imposizione coloniale fu una delle cause principali che portarono alla Rivoluzione americana e alla nascita e all’indipendenza degli Stati Uniti.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • Covid-19 toglie la carne dalla tavola, le macellazioni calano del 19%

    La pandemia ha tolto la carne dalla tavola degli italiani e ridotto di circa un quinto le macellazioni, mandando sottosopra il sistema allevatoriale italiano. Secondo l’Istat, nel primo semestre 2020 le macellazioni di bovini diminuiscono del 17,8%, quelle dei suini del 20,2% rispetto allo stesso semestre del 2019. Nel mese di giugno, a fine lockdown, si registra un recupero del numero dei capi macellati per entrambe le categorie. Come dire, qualche bistecca alla fiorentina e grigliata mista nei ristoranti sono stati ordinati.

    Anche sull’import di carni la crisi economica dovuta alla pandemia causata dal CoV-19 ha avuto e sta avendo ancora impatto: nel primo semestre del 2020, rende noto l’Istituto di statistica, diminuisce l’importazione di bovini e bufalini (-1,2%) e, più marcatamente, quella dei suini (-21,6) sullo stesso periodo dell’anno precedente. Aumenta invece l’export sia dei capi bovini e bufalini (+15,1%) che dei suini (+2,2%).

    Sul fronte dei listini, rileva ancora l’Istat, le aziende registrano una marcata riduzione dei prezzi di vendita (-63,4%). La diminuzione dei prezzi riguarda soprattutto le aziende del Nord Italia (più del 70% delle aziende) mentre è inferiore al Centro-Sud (meno del 50%). A rivedere al ribasso i listini, precisa ancora l’Istat, circa l’87% dei grandi allevatori.

    Per il 63,6% delle aziende, evidenzia il report Istat, la pandemia ha avuto e avrà un impatto sulla propria azienda agricola (per il 64,0% gli effetti sono”sostanziali”). L’impatto è più rilevante al Nord-Ovest (68,6%delle aziende), meno importante al Centro 53,7%).La principale ripercussione subita dagli allevatori è la riduzione dei prezzi di vendita (-63,4 %); segue la riduzione della domanda (-55,3%). Ad aver risentito della diminuzione dei prezzi sembra essere soprattutto il Nord Italia, con un dato che supera il 70% delle aziende, mentre nel Centro-Sud è inferiore al 50%. Esattamente l’opposto, sottolinea l’analisi dell’Istituto di statistica, si registra per la riduzione della domanda, il cui dato nazionale del 45,9% è fortemente condizionato da Sud e Isole che si attestano a circa il 70%; cioè dovuto anche alla difficoltà del trasporto merci in questo periodo, specialmente nelle Isole: quasi il 25% delle aziende del Sud, contro un 15% nazionale, indica la consegna tra le difficoltà avute

    Per le prospettive future, le preoccupazioni principali riguardano sempre la riduzione dei prezzi di vendita (51,7% delle aziende) e la riduzione della domanda (47,2%). Anche in questo caso la riduzione dei prezzi è temuta dalle aziende ubicate nel settentrione (oltre il 55%) mentre la riduzione della domanda preoccupa quelle del Centro-Sud (circa il 60%); altra preoccupazione è la mancanza di liquidità, che viene paventata principalmente dalle aziende del Centro-Sud (37%).

  • Pil ed inflazione: chi paga il differenziale

    Sembra incredibile come ancora oggi troppi esponenti, diretta espressione della linea politica economica dei partiti, continuino imperterriti a parlare di crescita economica italiana unita al raggiungimento degli obiettivi prefissati dagli ultimi governi successivi al 2013 (quindi dal governo Monti), quando i dati consuntivi, soprattutto i numeri negativi uniti alle prospettive di crescita, delineano un quadro assolutamente diverso. Uno scenario talmente fosco da assumere le tinte di una vera e propria recessione.

    I dati relativi alla crescita economica per il 2018 parlano di una crescita del PIL pari a 1,5 % (a tal proposito si ricorda che, come sempre da oltre vent’anni,a settembre si assiste ad un ritocco decimale al ribasso). Assolombarda prevede invece la crescita dell’inflazione, sempre per l’anno 2018, pari al 1,7%. Il differenziale, cioè lo 0,2%, indica chiaramente ed inequivocabilmente la decrescita reale del potere d’acquisto dei cittadini, quindi da una vera e propria recessione del valore nominale nella capacità di acquisto, espressione forse impropria ma reale di una recessione economica. Il tutto frutto di una crescita inferiore persino al tasso di inflazione, quindi essa stessa espressione di una domanda interna e conseguentemente di una frenata anche dell’export.

    La risultante dell’incrocio di questi dati delinea una situazione paradossale se confrontata con le  teorie economiche che negli ultimi anni hanno assunto la centralità della discussione economica e politica italiana.

    Il risultato di tale aumento dell’inflazione superiore al PIL viene determinato dall’importazione dell’inflazione stessa attraverso l’aumento delle materie prime, in particolare i prodotti petroliferi, come delle tariffe pubbliche, soprattutto quelle legate ai servizi offerti dalle aziende partecipate e dagli enti locali, espressione della mancanza di concorrenza ed ancora oggi di rendite di posizione. Come non ricordare la posizione favorevole all’aumento dell’IVA dei ministri Padoan e Calenda i quali si illudevano, attraverso l’impostazione dell’IVA, di ottenere l’obiettivo di ridurre il peso del debito pubblico.

    Un’opinione questa condivisa anche dal presidente della BCE Draghi il quale, nonostante la politica monetaria fortemente espansiva, non riuscì a ottenere un sostanziale aumento dell’inflazione, addirittura dirottando  la speranza nell’aumento del prezzo del greggio e dimostrando, ancora una volta, come tanto i politici italiani quanto i presidenti europei non si siano mai posti il problema di chi avrebbe pagato differenziale tra un aumento del PIL inferiore al tasso di inflazione.

    Dall’altra parte di questa contesa politica ed economica ci sono i sostenitori dell’inflazione legata magari  ad una moneta debole la quale darebbe impulso all’esportazione rendendo competitivi i prodotti italiani. In questo senso ecco allora i sostenitori del ritorno alla liretta, visionari ma soprattutto pericolosi in quanto l’inflazione provoca una sostanziale perdita del potere d’acquisto dei cittadini a reddito fisso e, di conseguenza, la nuova competitività andrebbe tutta a carico dei cittadini stessi. Agli smemorati sostenitori di questa dottrina si ricorda come negli anni ‘70 venne introdotta la scala mobile la quale a sua volta generò  nuova inflazione tanto da dover essere abolita all’inizio degli anni ‘80 per fermare la spirale inflattiva che in pratica impoveriva il ceto medio. Senza dimenticare la problematica relativa al Fiscal Drag, cioè all’aumento del prelievo fiscale allegato all’aumento dei valori nominali delle retribuzioni.

    Per quanto riguarda invece le previsioni del 2019, il grafico nella foto riporta come la nostra decrescita economica risulterà ancora maggiore in quanto il PIL crescerà solo del +1.2% (quindi con un – 0,3% di crescita economica) al quale contemporaneamente seguirà un aumento dell’inflazione pari al +1,4%.

    Il terribile combinato di frenata della crescita del PIL, unito comunque ad una infrazione che risulta superiore dello 0,2% al PIL stesso, determinerà ancora, una volta, una perdita del potere d’acquisto dei cittadini, quindi una ulteriore flessione della domanda interna che rappresenta una delle motivazioni per la quale non si riesce a trovare una crescita stabile dell’economia del nostro Paese.

    Un quadro a dir poco allarmante per non dire disastroso che evidentemente non riesce a suscitare alcuna reazione nel mondo politico come in quello economico, entrambi rivolti verso teorie  e strategie economiche  espressione di un asset economico ormai superato dal mercato globale. Si guarda al passato per non dimostrare l’incapacità di comprendere il presente e di delineare uno scenario futuro.

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