incarichi

  • In attesa di Giustizia: intelligenza con il nemico

    Confidando di non annoiare i lettori – che, peraltro, saranno chiamati ad esprimere il voto al referendum sulla separazione delle carriere e devono essere informati – è del tutto opportuno ritornare in argomento confutando con termini nuovi la inesistente paura del controllo politico sul Pubblico Ministero impiegata per suggestionare l’elettorato: quello che non ci dicono e di cui non si dolgono i sostenitori del NO è in proposito ad un’anomalia che  si rinviene già ora in quella che può definirsi intelligenza col “nemico politico”. Poiché nessuno neppure vi allude, vediamo di cosa si tratti utilizzando dati empirici per illustrarla e ferma restando l’inesistenza dei diversi timori paventati in virtù dello scudo rappresentato da una Costituzione non toccata dalla riforma sotto il profilo di garanzie di indipendenza della Magistratura.

    Se il Governo, in particolare quello in carica, fosse così ostile e pericoloso da aver osato, attraverso il Ministro della Giustizia, attentare all’autonomia dell’Ordine Giudiziario si dovrebbe dedurre che chi ne fa parte dovrebbe tenersi alla larga da politica ed Esecutivo per non contaminarsi e non dovere un giorno rispondere di collaborazionismo.

    A tacere di analoghe situazioni relative ad altri Dicasteri, il sito istituzionale del Ministero della Giustizia offre la possibilità di verificare il gran numero di magistrati collocati fuori ruolo dal C.S.M. per assumere incarichi alle dipendenze proprio del Potere Esecutivo: molti di questi provengono da Procure della Repubblica. L’elenco – per brevità – sarà incompleto ma sufficientemente esaustivo:

    Dr.ssa Giusi Bartolozzi, Capo di Gabinetto del Ministro, Dr. Vittorio Corasaniti, Vicecapo vicario; Dr.ssa Monica Sarti, Ispettore Capo, Dr. Giancarlo Cirielli Vicecapo; Dr. Antonio Mura, Capo dell’Ufficio Legislativo, Dr.ssa Linda Vaccarella, Vicecapo; Dr. Federico Carrai: Capo dell’Ufficio di Segreteria del Sottosegretario Del Mastro; Dr.ssa Antonia Giammaria: Capo del Dipartimento Affari di Giustizia; Dr.ssa Lina Di Domenico: Capo del Dipartimento Organizzazione Giudiziaria, Dr.ssa Rosa Patrizia Sinisi, Vicecapo; Dr.ssa Antonella Ciriello, Capo del Dipartimento Innovazione Tecnologica; Dr. Stefano Carmine De Michele, Capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria; Dr. Antonio Sangermano, Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile, Dr.ssa Cristina Rotunno, Vicecapo…e si potrebbe continuare anche con gli apicali delle Direzioni generali ed i semplici addetti ai vari uffici e dipartimenti e può concludersi che l’apparato burocratico del Ministero della Giustizia è in grandissima parte affidato a magistrati e non solo per le postazioni che richiedono competenze specialistiche proprie dei magistrati ma per tutte le altre che potrebbero essere affidate (fors’anche con migliori risultati: pensiamo  a mo’ di esempio, al dipartimento per la innovazione tecnologica) a soggetti di diversa appartenenza e formazione. A ciò si aggiunga che, tra tutti quelli nominati, sono in maggioranza i magistrati impegnati a livello associativo con l’A.N.M. e le correnti contro qualsiasi Esecutivo che ne metta a repentaglio il potere: basti pensare che Romano Prodi ebbe il veto alla nomina di Giuliano Pisapia come Guardasigilli poiché favorevole alla separazione delle carriere e, quindi, temibile nemico delle Toghe e la Giustizia fu affidata a Mastella.

    Come possono, dunque, conciliarsi le proteste contro la riforma a fronte di una disponibilità ed un attaccamento alla mission nemica, quale che sia il colore della coalizione di Governo? Prospettive di carriera, trattamento economico, soddisfazione dell’ego? Poco importa.

    Certo è che tra i tanti gesti simbolici ostentati dei Comitati del NO: dallo sfoggio di coccarde tricolori e copie della Costituzione (forse mai neppure aperta), frasi di Calamandrei, tra una maratona oratoria e l’altra dei tanti oratori che, con variabile efficacia, si stanno spendendo nella campagna referendaria, come mai non si sono mai immaginate come segnale le dimissioni in massa dei magistrati allocati fuori ruolo presso i diversi Ministeri e Authority? Questo sì, costituirebbe una inequivocabile presa di distanza dai luoghi del male.

  • In attesa di Giustizia: in nome del popolo italiano

    C’era una volta un giudice civile del Tribunale di Salerno che – forse mosso ad umana pietà dalla crisi economica che affligge chi non ha la fortuna di un impiego pubblico lautamente pagato – nominava commercialisti suoi amici come consulenti tecnici in materie che non c’entravano nulla con il loro settore: ingegneria, chimica, architettura, smaltimento di rifiuti e scarichi, gestione e manutenzione di impianti…e liquidava loro compensi molto generosi, fino a 230.000 euro. Per questo e altri motivi Corrado D’Ambrosio è stato rimosso dall’ordine giudiziario dalla Sezione Disciplinare del C.S.M. che lo ha giudicato responsabile di una lunghissima serie di illeciti deontologici.

    Giustizia, dunque è fatta? Insomma…  non del tutto perché la decisione – arrivata a 15 anni dai fatti –  non è definitiva e D’Ambrosio continua a restare al suo posto: il processo disciplinare, infatti, fu sospeso obbligatoriamente nel 2010 in attesa dell’esito di quello penale, in cui il giudice è stato assolto in Tribunale da accuse di corruzione ed ha evitato il carcere per altri reati che gli erano stati attribuiti poiché si erano prescritti nel tempo intercorrente tra Primo Grado di Giudizio ed Appello: del resto che motivo c’era di accelerare la celebrazione delle udienze proprio contro un collega? Così, almeno, con i ruoli della magistratura perennemente sotto organico, D’Ambrosio ha potuto continuare a fare il magistrato pronunciando sentenze in nome del Popolo Italiano e pontificando in pubblico su temi della giustizia rilasciando interviste senza nascondere, per esempio, il suo personale favore rivolto ai referendum della Lega e del Partito radicale sulla separazione delle carriere: “il ruolo della pubblica accusa è assolutamente sproporzionato rispetto alle esigenze del sistema. Il P.M. è diventato un potere irresponsabile, ed è pericoloso per la democrazia”, diceva.

    Nei capi d’incolpazione redatti dalla Procura generale della Cassazione – che è l’organo d’accusa nel processo disciplinare – si legge che “con grave inosservanza dei doveri di correttezza e diligenza e agendo con negligenza grave e inescusabile, nominava, nelle cause da lui trattate, consulenti privi del profilo professionale e della competenza compatibili con i quesiti posti”, cioè, come si è detto, i commercialisti suoi amici. A causa della loro inadeguatezza, però, la consulenza “vera” era affidata ad ausiliari, nominati nello stesso momento o in un momento successivo: a loro veniva liquidato autonomamente l’onorario (facendolo rientrare nelle spese vive del consulente) ed in taluni casi senza neppure l’applicazione dei criteri di legge bensì a forfait. Ad esempio, nella causa nr. 1508/2010 D’Ambrosio nominava consulente tecnico d’ufficio il dottor Vittorio Marone, commercialista, per un incarico di natura ingegneristica-architettonica, liquidandogli un compenso finale pari a 130.000 euro non senza averlo autorizzato “ad avvalersi di un ausiliario con competenza specifica, l’ingegnere Luigi Iaquinta” al quale, pure, veniva liquidato un compenso nella misura di 65.569,56 euro.

    Sempre Marone veniva nominato, nella causa nr. 34809/2010, “per un incarico relativo alla valutazione sul corretto adempimento di contratto in materia di gestione e manutenzione di impianti, autorizzandolo ad avvalersi dell’ausiliario ingegner Luigi Panico: a quest’ultimo venivano liquidati 73.663 euro ed al commercialista 230.589,74.

    Il giudice radiato, a tacer del resto ha illegittimamente ed ingiustamente aggravato le spese del processo – che nel giudizio civile sono poste a carico delle parti – che avrebbero ledendone gravemente i diritti patrimoniali. Il tutto in nome del Popolo Italiano.

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