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  • A Prato c’è la cupola della mafia cinese che gestisce il traffico di merci diretto nella Ue

    La mafia sta a Prato ed è cinese. Lo ha segnalato, fin da poco dopo il suo insediamento, nel luglio del 2024, il procuratore di Prato, Luca Tescaroli. E lo conferma Francesco Michelotti, deputato di Fratelli d’Italia e membro della Commissione parlamentare antimafia: «Ci sono delle zone di Prato che sono proprio occupate militarmente, fisicamente dalla mafia (cinese). A Prato sembra che si sia radicata una sorta di cupola che poi si propaga a livello nazionale e internazionale». Salvatore Calleri, consulente della Commissione parlamentare antimafia, restringe il quadro e parla di due fazioni contrapposte: è una guerra tra «un gruppo che era molto forte sul territorio e un altro gruppo che non si conosce».

    Nessuno lo dice espressamente, ma il gruppo un tempo «molto forte» e ora sotto attacco è quello guidato da Naizhong. La procura di Prato parla di un «salto di qualità» compiuto dalla criminalità cinese, i cui gangli hanno ormai raggiunto anche la politica e gli enti pubblici. I membri della mafia cinese, infatti, «hanno una vocazione ad aprirsi per cercare di allacciare legami con esponenti delle forze dell’ordine, con esponenti delle pubbliche amministrazioni, perché hanno capito che in questo modo possono raggiungere risultati qualitativamente più significativi», sostiene il procuratore Tescaroli, avvertendo: «Cercano di giocare un ruolo nelle campagne per le elezioni».

    Di certo c’è che Prato è il centro della criminalità organizzata sinica in Europa, come attestano i numerosi incendi avvenuti a Prato ai danni di aziende della logistica che la magistratura ha collegato almeno in parte a incendi avvenuti nello stesso periodo a Parigi e Madrid. «Le strutture imprenditoriali pratesi hanno filiali e dislocazioni a Roma, in Spagna, in Francia e gestiscono affari con diverse capitali dell’Europa» e «il centro è Prato», afferma Tescaroli.

    La logistica suscita ancora di più i violenti appetiti dei gruppi criminali dal momento in cui esiste un vulnus nel sistema doganale europeo talmente profondo da permettere l’ingresso di merci nell’Ue in evasione dell’Iva per miliardi di euro: il regime doganale 42. Questo strumento prevede la possibilità di sospendere il pagamento dell’Iva su merci dichiarate come destinate a un Paese dell’Unione diverso da quello di importazione. Il suo uso lecito consente di favorire e velocizzare gli scambi commerciali. Il suo uso illecito garantisce alla malavita l’opportunità di importare ingenti quantità di merci con destinatari fittizi e farne sparire le tracce, rendendone pressoché impossibile la riscossione delle imposte evase. «Il regime 42 fa saltare il punto di controllo», commenta Davide Bellosi, direttore territoriale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli per Toscana e Umbria. «Se il punto di controllo fosse effettivamente il punto in cui tu introduci la merce sul territorio comunitario – spiega il direttore –  problemi non ce ne sarebbero, perché in quel punto lì tu dovresti assolvere integralmente la fiscalità per avere la disponibilità della merce. Il regime 42 fa saltare questo punto naturale di controllo e poi, una volta saltato, devi inseguire». Immessa nel mercato unico, la merce circola liberamente all’interno dell’Ue ed è onere di chi la riceve contabilizzare e pagare l’Iva. Questo impone alle autorità di mettere in piedi dei sistemi di verifica a posteriori e di conseguenza, in caso di frode, risalire la filiera criminale diventa molto più complicato. La situazione è aggravata dall’assenza di una legislazione armonizzata fra i vari Stati membri, che non assicura uno stesso livello di controllo, e dalla mancanza di un obbligo di condivisione delle informazioni fra i vari enti nazionali competenti.

    Questo aspetto potrebbe essere superato dalla proposta della Commissione europea di istituire un “centro dati doganali dell’Ue” (EU Customs Data Hub), ovvero una piattaforma digitale che dovrebbe centralizzare e integrare dati fiscali, doganali e logistici. Tuttavia, se approvata, la sua piena implementazione è prevista al momento solo per il 2038.

    Anche la Corte dei conti europea nella sua ultima relazione speciale afferma che «le misure esistenti non sono adeguate né per prevenire o rilevare in modo efficace le frodi Iva sulle importazioni nell’ambito di dette procedure (regime doganale 42 e sportello unico per le importazioni), né per mantenere l’equilibrio tra agevolazione degli scambi e tutela degli interessi finanziari dell’Ue». L’abuso di questa procedura non solo castra in maniera significativa il gettito fiscale, ma alimenta una concorrenza sleale che impatta negativamente sul tessuto industriale europeo sano. È evidente che poter rivendere sul mercato merci a un prezzo estremamente più basso grazie all’evasione delle imposte dia un vantaggio schiacciante. La conseguenza è una ferita profonda al bilancio dell’Ue e degli Stati membri, in un momento in cui si parla con tanta insistenza di reperire nuove risorse.

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