Italia

  • Vendite di olio di oliva italiano negli Usa crollate del 40%

    L’export di olio d’oliva italiano verso gli Stati Uniti è crollato del 40% in valore nei primi mesi del 2026, passando da 370 a 223 milioni di dollari, con i volumi in calo del 33%. È quanto emerge dalle rilevazioni dell’US Census Bureau (gennaio-aprile) elaborate dall’Osservatorio sul mercato oleario di Certified Origins, che indica nei dazi statunitensi sull’agroalimentare premium del Made in Italy il principale fattore della frenata.

    Le contrazioni registrate nel primo quadrimestre riflettono l’impatto delle barriere tariffarie sui consumi americani di prodotto d’importazione. A giugno l’ente americano per il commercio (USTR) ha pubblicato i risultati di un’indagine sul lavoro forzato estesa a 60 Paesi, prospettando nuovi dazi del 10% o del 12,5%. Nello scenario delineato, la Tunisia si attesterebbe allo 0% e l’olio di cocco risulterebbe esentato, mentre l’olio d’oliva europeo resterebbe escluso dalle tutele. Sul fronte del dialogo, la NAOOA (North American Olive Oil Association) continua a sollecitare un’esenzione specifica per l’olio d’oliva, sostenendo che il mercato statunitense dipende strutturalmente dalle importazioni. Il quadro tariffario resta quindi un elemento di forte incertezza, che gli operatori seguono con attenzione in vista delle prossime settimane.

    Sul mercato interno italiano, il segmento dell’extravergine italiano registra una netta inversione rispetto ai picchi degli ultimi anni. Le quotazioni, intorno agli 8 €/kg tra novembre e dicembre scorsi, si sono stabilizzate tra maggio e giugno in una fascia compresa tra 5,80 e 6,00 €/kg a seconda di qualità e origine, con una flessione superiore al 30% su base annua. A spingere i prezzi al ribasso concorre il livello elevato delle scorte lungo tutta la filiera. Al 31 maggio 2026 le giacenze totali di olio d’oliva in Italia hanno raggiunto circa 277.000 tonnellate, in aumento di circa il 45% rispetto allo stesso periodo del 2025. Di queste, circa 221.800 tonnellate sono extravergine, e tra queste 132.700 tonnellate di extravergine di origine strettamente nazionale. L’eccesso di offerta interna, unito alla pressione competitiva degli oli d’importazione da Paesi a minor costo, è oggi al centro delle preoccupazioni delle associazioni di categoria.

    In Spagna, primo produttore mondiale, le aspettative sul prossimo raccolto restano ottimistiche. I rilievi fitosanitari condotti su 13 uliveti pilota nelle aree chiave di Jaén e Córdoba indicano uno stato delle piante generalmente ottimo. Il carico è omogeneo a Jaén (70-75%) e più frammentato a Córdoba (dal 20% all’80%, con la maggioranza dei lotti tra il 75 e l’80%). Rispetto alla campagna precedente si stima un incremento produttivo del 50% a Jaén e del 30% a Córdoba, con previsioni preliminari per il raccolto spagnolo orientate tra 1,7 e 1,8 milioni di tonnellate. Un outlook che continua a sostenere la tendenza dei prezzi al ribasso, pur con la cautela legata al superamento della finestra estiva.

    Se il breve termine è segnato da frizioni geopolitiche e da uno scollamento tra prezzi e costi, l’orizzonte di lungo periodo offre importanti segnali di sviluppo. Secondo uno studio dell’analista ed economista agrario Juan Vilar, i consumi mondiali di olio d’oliva sono attesi in crescita tra il 14% e il 20% entro il 2050, pari a una domanda aggiuntiva tra 500.000 e 700.000 tonnellate annue. L’aumento sarà trainato soprattutto dai grandi mercati importatori e non produttori (o a produzione limitata) come Stati Uniti, Brasile e Canada. I mercati tradizionali del bacino del Mediterraneo (Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Marocco e Turchia), che oggi concentrano circa metà del consumo mondiale, potrebbero invece registrare una lieve flessione.

    “Ci troviamo di fronte a un mercato a due velocità, in cui le tensioni contingenti sui prezzi e l’inasprimento tariffario negli Stati Uniti non devono offuscare la traiettoria di sviluppo di lungo periodo del settore – commenta Giovanni Quaratesi, Head of Corporate Global Affairs di Certified Origins – I dazi penalizzano l’origine europea sul mercato nordamericano, ma non arrestano un trend di crescita strutturale dei consumi. Proprio i mercati oggi sotto pressione sono quelli destinati ad ampliarsi di più: presidiarli adesso con promozione coordinata, filiere certificate e diversificazione commerciale significa costruire la stabilità del settore olivicolo italiano ed europeo dei prossimi anni.

  • Dubbi sulle mascherine anti-Covid made in China comprate da Conte

    L’abbiamo capito tutti, Giuseppe Conte premier ha comprato coi soldi dei contribuenti il consenso da un lato delle classi subalterne, dando loro il reddito di cittadinanza, e dall’altro delle classi agiate, dando loro il rimborso integrale (anzi maggiorato del 10%) delle spese per rimettere a posto casa. Scambio legale (cioè, perseguito attraverso apposite leggi) di utilità, utilizzo discrezionale del bilancio dello Stato come giustamente è consentito a chi governa.

    Dubbio è invece l’utilità conseguita attraverso l’approvvigionamento di mascherine anti-Covid dalla Cina quando il virus flagellava la popolazione amministrata dallo statista di Volturara Appula.

    Il Giornale ha rilevato anomalie riguardo a tre fatture: anzitutto il Commercial Invoice MR20CA30 del 21 aprile 2020 da 660mila euro, per 300mila mascherine inservibili, pagate 2,2 euro l’una, partite da Shangai e non Wenzhou, sede del fornitore, in direzione Malpensa, poi di altri due documenti per importi più alti. L’intestazione delle fatture, indirizzate alla presidenza del Consiglio dei ministri — Commissario straordinario Covid-19 nelle persone di Domenico Arcuri e Antonio Fabbrocini, è errata: non risultano svariati diversi tra cui il sigillo aziendale rotondo, obbligatorio e giuridicamente vincolante negli atti cinesi.

    Secondo Il Giornale la Wenzhou Moon-ray import & export co. ltd a cui è intestata la fattura non è la «vera» (wzmoonray.com) Moon-Ray che ha una ragione sociale diversa e si scrive in un altro modo. In sostanza, lo Stato ha speso 1,2 miliardi di euro, pagando almeno una società fantasma cinese, per comprare mascherine inutili e dannose? Come è potuto succedere? La differenza sta in un ideogramma: al posto di Wen, cioè cultura, ce n’è un altro che si legge Meng, cioè sogno. Tra l’altro mancherebbe il codice fiscale cinese, la sigla USCC che sta per Codice unificato di credito sociale ed è obbligatorio dal 2015. Per la «vera» Moon-Ray è 91330302MA27YNMK2H, basta guardare su internet nel portale gsxt.gov.cn. Qui il codice USCC è vuoto. Il riferimento doganale tipo partita Iva è cruciale per capire se la società è affidabile, chi è il rappresentante legale e la sua esistenza giuridica (che infatti non c’è). A quanto pare nessuno se n’è accorto durante il controllo della merce, sostiene il quotidiano.

    Come ha spiegato più volte Il Giornale, un’interpretazione più che letterale di un articolo del Dl Aiuti ha consentito di sdoganare mascherine fasulle (anziché distruggerle) in deroga per la situazione emergenziale. Qui però l’errore è più grave, anche perché espone questa operazione al pericolo di riciclaggio per il mancato rispetto delle norme Anti-money laundering. Per la legge sugli appalti pubblici, gli operatori esteri Ue ed extra-Ue hanno il dovere di indicare l’identificativo fiscale del proprio Paese. Altrimenti c’è un codice generico (due volte la lettera O e undici volte il numero 9). In caso contrario, i contratti sono nulli, con responsabilità erariale diretta di chi li ha stipulati. Anche il contenuto di una spedizione merita un’analisi. Parliamo di 300mila mascherine FFP2 (for civil use only) senza indicazione degli standard europei. A decidere se le mascherine sono buone è la norma EN 149:2001 +A1:2009. Eppure non c’è la dichiarazione di conformità CE, manca nome e indirizzo del fabbricante cinese, mancano lotto, codice prodotto e filiera. Persino la dicitura «solo per uso civile» sembra escludere questi Dpi dall’uso professionale ad alto rischio, come medici e infermieri, a cui sarebbero stati invece destinati. Anzi, l’unica specifica tecnica è l’assenza della valvola.

    Il pagamento era avvenuto con modalità 100% payment against Bill of Lading (in gergo contestualmente alla polizza di carico ndr), che stabilisce il pagamento integrale dei 660mila euro per materiale non certificato e non idoneo a scatola chiusa, escluso dunque l’inadempimento e il recupero immediato. Anche perché l’Iban fornito, 3636 7780 9765, assieme al nome scritto in modo errato, conserva il mismatch tra la Moon ray originale e farlocca. Nonostante la compliance antiriciclaggio non c’è neanche l’Iban europeo, con la tracciabilità del denaro ridotta a zero. Le indagini della procura romana sulla vicenda sono terminate con il patteggiamento a 1 anno e 8 mesi per frode in pubbliche forniture e falso per induzione del Cts, peggiorati dall’essere forniture destinate a ovviare al pericolo comune. A beneficiarne è stato Cai Zhongkai, nato a Zhejiang il 25 dicembre 1976 e identificato come dominus dei tre consorzi.

  • Trump incontinente nei pensieri e nelle parole

    Diciamolo con tutta la serenità possibile, Trump ci ha veramente stancato e siamo dispiaciuti per gli abitanti degli Stati Uniti che devono tenersi, per ora e speriamo per poco, un presidente che scredita l’America ogni volta che apre bocca o scrive uno dei suoi deliranti, ma continuamente contraddittori, messaggi.

    Che gli Stati Uniti non siano quel modello di democrazia che, da ragazzi, avevamo creduto, che sia uno stato sempre pronto a fare guerre lunghe, difficili, e a perderle, a danno dei suoi stessi cittadini e di coloro che avrebbero dovuto aiutare, l’abbiamo imparato negli anni ma, nonostante tutto, non avremmo mai immaginato che avrebbero avuto un presidente incontinente nei ragionamenti e nelle esternazioni.

    La guerra in Iran ha dimostrato una volta di più quanto, a livello mondiale, sia scesa la forza ed il potere contrattuale della, apparentemente, più grande potenza al mondo, il tradimento perpetrato ai danni dell’Ucraina, per biechi interessi con Putin, la difficile e ridicola stagione dei dazi al resto del mondo, l’indifferenza con la quale il presidente cinese prosegue per la sua strada sono alcun dei tanti esempi di una politica dissennata di Trump che rischia di scardinare la stabilità di tutti.

    L’unico aspetto positivo è che la rivoltante politica di Trump, ogni sua critica, insulto rivolto agli storici alleati occidentali, all’Europa, sembra che, finalmente, facciano comprendere agli europei l’immediata necessità di migliore la coesione e collaborazione perché senza una politica estera comune, senza un comune esercito europeo il nostro futuro è a rischio.

    Certo gli Stati Uniti restano il nostro alleato e al popolo americano auguriamo ogni bene, altrettanto certamente Trump è sempre più pericoloso per noi e per i suoi cittadini.

  • Nel primo quarto del 2026 business per oltre due miliardi tra Italia e Tunisia

    Dall’1 gennaio a fine aprile 2026 gli scambi commerciali tra Italia e Tunisia hanno toccato i 7,413 miliardi di dinari, pari a 2,18 miliardi di euro al cambio attuale. È ciò che emerge dai dati sull’interscambio pubblicati dall’Istituto nazionale di statistica (Ins) tunisino. Nel primo quadrimestre del 2026, le esportazioni italiane verso la Tunisia hanno raggiunto i 3,869 miliardi di dinari (circa 1,15 miliardi di euro), in aumento di circa il 5,24 per cento rispetto ai 3,677 miliardi di dinari (1,08 miliardi di euro) dei primi quattro mesi dell’anno scorso. Le importazioni dalla Tunisia verso l’Italia, invece, si attestano a 3,543 miliardi di dinari (1,042 miliardi di euro), in aumento del 10,7 per cento rispetto ai 3,201 miliardi di dinari (941 milioni di euro) del primo quadrimestre 2025. L’Italia si conferma il secondo fornitore europeo della Tunisia, e il terzo al mondo, preceduta solamente dalla Francia – che nei primi quattro mesi ha esportato verso Tunisi beni e merci per un valore di 3,775 miliardi di dinari (1,11 miliardi di euro) – e dalla Cina (con 3,805 miliardi di dinari, ossia circa 1,119 miliardi di euro). Il saldo della bilancia commerciale tra Italia e Tunisia pende a favore di Tunisi di 326,6 milioni di dinari (circa 96 milioni di euro).

    Tra i principali prodotti esportati dall’Italia verso la Tunisia vi sono materie prime energetiche (petrolio raffinato), metalli, tessuti, cuoio e pellami, apparecchi di cablaggio, materie plastiche e prodotti in plastica, motori generatori e trasformatori, prodotti chimici e farmaceutici, impianti e macchinari. Tra i principali prodotti che l’Italia invece importa figurano gli articoli di abbigliamento e calzature, parti e accessori per veicoli, oli e grassi, motori generatori e trasformatori, articoli in plastica, prodotti chimici e fertilizzanti, prodotti della siderurgia, petrolio greggio. Risulta evidente, pertanto, un consistente traffico di perfezionamento-trasformazione di materie prime o semilavorati in prodotti dall’Italia alla Tunisia.

    In generale, nei primi quattro mesi del 2026, il commercio estero tunisino ha registrato una crescita sia delle esportazioni sia delle importazioni, confermando la ripresa di alcuni comparti strategici dell’economia nazionale, ma senza riuscire a contenere il persistente squilibrio della bilancia commerciale, fortemente appesantita dalla componente energetica. Secondo gli ultimi dati Ins, le esportazioni hanno raggiunto i 22,69 miliardi di dinari tunisini (circa 6,78 miliardi di euro), in aumento del 9,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre le importazioni sono salite a 30,22 miliardi di dinari (circa 9,03 miliardi di euro), con una crescita del 7,9 per cento. Il deficit commerciale si è così attestato a 7,53 miliardi di dinari (2,25 miliardi di euro), contro i 7,29 miliardi di dinari (2,18 miliardi di euro) registrati nei primi quattro mesi del 2025. Nonostante l’aggravarsi del saldo negativo, il tasso di copertura delle importazioni da parte delle esportazioni è migliorato, passando dal 74 al 75,1 per cento.

    A sostenere l’export tunisino sono stati soprattutto i settori delle industrie meccaniche ed elettriche, cresciute del 12,2 per cento, e dell’agroalimentare, che ha segnato un aumento del 24,3 per cento grazie in particolare al forte incremento delle vendite di olio d’oliva. Le esportazioni del prodotto simbolo dell’agricoltura tunisina sono infatti passate da 1,76 miliardi di dinari (circa 526 milioni di euro) a 2,63 miliardi di dinari (circa 786 milioni di euro). In crescita anche il settore energetico (+13 per cento), trainato dalle esportazioni di prodotti raffinati, salite a 449,3 milioni di dinari (134 milioni di euro) contro i 105,8 milioni (31,6 milioni di euro) dello stesso periodo del 2025. Più contenuta la performance del comparto tessile, abbigliamento e cuoio, che ha registrato un modesto +0,3 per cento, mentre continua la fase negativa del settore minerario e dei fosfati, con una contrazione del 23,6 per cento. Quest’ultimo rappresenta storicamente uno dei pilastri delle esportazioni tunisine, ma continua a soffrire problemi strutturali, rallentamenti produttivi e difficoltà logistiche.

    Sul fronte delle importazioni, la crescita ha riguardato tutte le principali categorie merceologiche. Gli aumenti più marcati hanno interessato i prodotti alimentari (+18,3 per cento), i prodotti energetici (+13,7 per cento) e i beni di equipaggiamento (+8,9 per cento). In rialzo anche le importazioni di beni di consumo (+7,7 per cento) e di materie prime e semilavorati (+2,2 per cento), segnale di una domanda interna ancora sostenuta e della dipendenza dell’apparato produttivo tunisino dalle forniture estere.

    L’Unione europea (Ue) si conferma il principale partner commerciale della Tunisia. Nei primi quattro mesi del 2026 le esportazioni verso il mercato europeo, che assorbe il 71,3 per cento dell’export tunisino, sono aumentate a 16,18 miliardi di dinari (4,83 miliardi di euro), rispetto ai 14,52 miliardi (4,34 miliardi di euro) dello stesso periodo del 2025. In crescita soprattutto le vendite verso la Francia (+13,8 per cento), l’Italia (+5,2 per cento) e la Germania (+4,7 per cento). In calo invece le esportazioni verso i Paesi Bassi (-7,5 per cento) e la Grecia (-38,9 per cento). Per quanto riguarda i paesi arabi, spicca il forte incremento delle esportazioni verso l’Egitto (+99,9 per cento) e l’Arabia Saudita (+71,7 per cento). In flessione invece gli scambi con il Marocco (-40,1 per cento), l’Algeria (-20,3 per cento) e la Libia (-19,6 per cento).

    Anche sul lato delle importazioni, l’Europa mantiene un ruolo centrale: gli acquisti dalla Ue, pari al 45,5 per cento del totale, sono cresciuti a 13,75 miliardi di dinari (4,11 miliardi di euro), contro i 12,14 miliardi (3,63 miliardi di euro) dei primi quattro mesi del 2025. Gli aumenti più significativi riguardano la Francia (+24,7 per cento) e l’Italia (+10,7 per cento), mentre risultano in calo le importazioni dalla Bulgaria (-19,3 per cento) e dalla Grecia (-6,4 per cento). Fuori dall’Ue, la Tunisia ha aumentato le importazioni dalla Turchia (+8,1 per cento) e dall’India (+32,1 per cento), mentre si registra una netta riduzione degli acquisti dalla Russia (-57 per cento) e una lieve flessione dalla Cina (-3,7 per cento).

    L’analisi della bilancia commerciale per gruppi di prodotti mostra che il principale fattore di squilibrio resta il settore energetico, con un deficit di 4,19 miliardi di dinari (1,25 miliardi di euro), in aumento rispetto ai 3,68 miliardi (1,10 miliardi di euro) dello stesso periodo dell’anno precedente. Il saldo negativo riguarda anche le materie prime e i semilavorati (-1,98 miliardi di dinari, pari a 592 milioni di euro), i beni di equipaggiamento (-1,46 miliardi, pari a 436 milioni di euro) e i beni di consumo (-859 milioni, pari a 257 milioni di euro). Solo il comparto alimentare registra un avanzo, pari a 963,5 milioni di dinari (288 milioni di euro). Secondo i dati dell’Ins, escludendo il settore energetico il deficit commerciale tunisino si riduce a 3,34 miliardi di dinari (circa 998 milioni di euro), evidenziando come la dipendenza energetica continui a rappresentare uno dei principali elementi di vulnerabilità macroeconomica del Paese nordafricano.

  • Opportunità nell’Unione economica eurasiatica, Kazakhstan e Kirghizistan aprono alle imprese italiane

    La Camera di commercio di Roma ha ospitato il 15 maggio la conferenza internazionale “Unione economica eurasiatica: condizioni e opportunità per le imprese straniere”, organizzata con la Fondazione di studi internazionali e geopolitica e l’Unione economica eurasiatica (Uee). L’evento, davanti a una platea di imprenditori, è stato un invito al dialogo e alla ricostruzione di rapporti perché, come ha sottolineato il moderatore Giulio Andreotti, giurista dell’Università Parthenope di Napoli, “al di là dei conflitti esiste una comunità di operatori economici” e “la speranza è far sì che rapporti possano svilupparsi”. Anche Lorenzo Tagliavanti, presidente della Camera di commercio di Roma, ha fatto presente che “bisogna ritrovare gli elementi per il dialogo”, osservando che “non cominciamo dall’anno 0” e che “siamo forti nell’economia tradizionale ma significativi anche nei settori innovativi”. Giancarlo Elia Valori, presidente della Fondazione di studi internazionali e geopolitica, ha invocato “apertura”, per “riscrivere insieme la risposta del nostro tempo”, per “costruire, fare, realizzare” ora che “si riapre il grande gioco delle relazioni internazionali”.

    Tra i relatori sono intervenuti anche l’ambasciatore della Russia in Italia, Aleksej Paramonov, e il rappresentante della Bielorussia presso la Fao, Jurij Ambrazevic. Il primo, dopo aver ripercorso la storia dell’Uee, ha invocato uno “sguardo rivolto al futuro” e sottolineato i “molti punti di convergenza”, gli interessi e le opportunità che uniscono i Paesi dell’organizzazione e i loro partner. Il secondo ha osservato che c’è ancora un “interscambio attivo” nonostante le sanzioni legate alla guerra in Ucraina.

    Tra gli interventi di spicco quelli degli ambasciatori del Kazakhstan, Yerbolat Sembayev, e del Kirghizistan, Ermek Omuraliev, che hanno entrambi assicurato la massima disponibilità dei loro Paesi a collaborare con le imprese italiane. Sembayev, in particolare, ha ricordato che tra i partner europei, l’Italia è al primo posto per volume di interscambio, pari a circa 15 miliardi di dollari, trainato soprattutto dagli idrocarburi, ma che ci sono ampi margini di crescita e diversificazione. Il diplomatico ha anche espresso apprezzamento per il format “Made in Kazakhstan with Italy”, importante per favorire il trasferimento di tecnologie italiane. Omuraliev ha parlato di “un grande potenziale inesplorato” nella cooperazione economica e ha espresso la volontà di rafforzare la cooperazione in termini di investimenti e localizzazione delle imprese, ricordando le agevolazioni fiscali e le altre misure di sostegno alle imprese e agli investitori.

  • Per l’Istat assegno unico e Irpef hanno difeso i redditi

    L’assegno unico e le riforme dell’IRPEF degli ultimi cinque anni hanno salvato i redditi dall’aumento automatico di tassazione legato a una forte inflazione. La conferma l’Istat. Grazie alle leggi finanziarie del governo, con misure quali il taglio del cuneo fiscale e delle aliquote Irpef, i vari interventi sul lavoro e sulla riforma fiscale stanno dando benefici. L’Istat mette a confronto il conto fiscale dei redditi nel 2021 e nel 2026 e tiene conto quindi di due capitoli di misure, ovvero l’assegno unico universale entrato in campo nel marzo 2022, che ha potuto contrastare l’inflazione e da solo ha realizzato il 26% della compensazione complessiva. L’altro 74% è stato prodotto dalle evoluzioni dell’Irpef che ha visto le aliquote ridursi da cinque a quattro nel 2022 e poi tre con la delega fiscale del Governo che ha anche incorporato il taglio strutturale al cuneo fiscale.

  • E se Luxottica fosse uno strumento?

    E se il vero obiettivo finale non fosse tanto Luxottica ma potesse rappresentare uno strumento o il mezzo per raggiungere un altro e molto più ambizioso obiettivo? L’operazione Luxottica ormai può venire definita e conclusa con la disponibilità confermata dalle banche di finanziarla.

    Tuttavia ad un’analisi un po’ più attenta, e forse anche maliziosa, sembra che dietro alle banche (Bnp Paribas, Credit agricole UniCredit), ci potrebbero essere degli operatori francesi non direttamente interessati alla gestione del Colosso dell’occhialeria Agordina (1).

    Un altro particolare interessante emerge da un’analisi comparativa con la vicenda Safilo, altra azienda dell’occhialeria dalla provincia di Belluno, in quanto sembra si stia ripetendo quello che è stato il copione con l’acquisizione di Safilo da parte di uno dei tre fratelli con gli esiti noti (2).

    A questi primi due punti di analisi andrebbe aggiunta un terzo in considerazione del fatto che questa operazione finanziaria non possa essere definita come una scalata ostile.

    Viceversa è una classica operazione di mercato che illude il protagonista della scalata di essere il più forte (all’interno della holding che controlla l’industria Luxottica) ma contemporaneamente lo rende più debole e vulnerabile proprio per il peso dei debiti (3) nei diversi scenari con i quali si confronta. In altre parole le banche fornirebbero gli strumenti per indebolire la Holding impegnata in altri scenari finanziari.

    Questa perdita di peso specifico della Holding rappresenta allora un aspetto fondamentale all’interno di un’altra vicenda finanziaria, ben più pesante, rappresentata dall’assalto all’ultima fortezza finanziaria italiana.

    All’interno, infatti, della complicata disputa per il controllo delle Generali di Trieste (con un fatturato pari a tre volte quello della Luxottica), l’alleanza tra Delfin e Caltagirone ha rappresentato un argine italiano contro i soci francesi che volevano impadronirsi del controllo gestionale dei Risparmi del Colosso triestino (4).

    Da questo confronto ed unendo i quattro punti lo scenario che ne segue risulta decisamente diverso perché Luxottica da preda di una scalata diventa uno strumento per indebolire la Holding Delfin.

    Infatti pur mantenendo l’alleanza con Caltagirone, anche attraverso partecipazioni ed acquisizioni bancarie (*), in rapporto allo scontro di potere per il controllo di Generali i due protagonisti italiani sono destinati a perdere potenza e credibilità proprio a causa della situazione debitoria della holding Delfin che controlla Luxottica, a tutto vantaggio degli antagonisti francesi.

    (*) Quote di Generali sono detenute da Delfin (Gruppo Del Vecchio, circa il 10%) e dal Gruppo Caltagirone (circa 7%), che esercitano con la loro Alleanza una forte influenza.

    Nel 2025, si segnala l’ingresso rilevante del Monte dei Paschi di Siena (MPS) come azionista nel quale a loro volta hanno una importante quota Delfin e Caltagirone, attraverso questo hanno anche acquisito Mediobanca che detiene il circa il 13,1% di Generali.

  • Gli italiani continuano a spendere soldi che ancora non hanno in tasca

    In Italia, rileva l’ultimo Market Outlook relativo al BNPL realizzato da CRIF, nel secondo semestre del 2025 i finanziamenti Buy Now Pay Later (BNPL) hanno continuato a registrare un tasso di crescita sostenuto e a doppia cifra. L’erogato ha infatti evidenziato un incremento del 23% rispetto allo stesso periodo del 2024 (+220% rispetto al I semestre 2022). Parallelamente, il segmento Small Ticket tradizionale (prestiti sotto i 1.500 euro) ha mostrato una contrazione del 10% nel secondo semestre 2025, suggerendo un cambiamento nelle preferenze dei consumatori verso soluzioni di credito più flessibili e digitali.

    In questo contesto, la rischiosità del BNPL continua a mantenersi su livelli contenuti, con tassi di default inferiori rispetto al credito finalizzato tradizionale. Il livello di rischio riflette una composizione del target di clientela in parte differente rispetto allo Small Ticket tradizionale, più selezionato e orientato a soluzioni digitali di breve termine, percepite da una parte della clientela come facilitazioni di pagamento più che strumenti creditizi.

    “Anche nel secondo semestre del 2025, il Buy Now Pay Later mostra tassi di crescita a doppia cifra e al contempo un livello medio di rischiosità che rimane contenuto, a fronte di una riduzione del credito finalizzato Small Ticket. Il profilo demografico degli utenti di BNPL si conferma mediamente più giovane rispetto a quello dei clienti del credito finalizzato tradizionale”, commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF. “L’analisi del comportamento degli utenti rivela come il BNPL venga adottato da una clientela orientata a strumenti digitali di breve termine, percepiti principalmente come facilitazioni di pagamento piuttosto che come forme di credito tradizionale. Questa preferenza sottolinea una crescente attenzione alla flessibilità e all’immediatezza delle soluzioni proposte, specie per gli importi di credito più bassi”.

    Nel mercato italiano si conferma progressivamente la dinamica di sostituzione tra il credito finalizzato tradizionale e le soluzioni BNPL relativamente alle fasce di importo più contenute. Infatti, il 60% dei contratti BNPL erogati nel 2025 mostrano ticket inferiori ai 1.000€; mentre nel 24% dei casi i finanziamenti salgono sopra la soglia dei 1.500€.

    Rispetto al finalizzato tradizionale (escludendo però l’acquisto di autoveicoli), i finanziamenti superiori a 1.500€ sono invece più di un terzo delle pratiche erogate.

    In termini di preferenze di acquisto, il prestito finalizzato Small Ticket risulta particolarmente diffuso tra i dealer specializzati in apparecchiature informatiche (43%) e nella grande distribuzione (35%).

    Parallelamente, per il BNPL si evidenzia una diffusione anche in altri segmenti di mercato, quali i prodotti per la persona (31,9%), abbigliamento e turismo (16,9%) e i prodotti per la casa (15,2%).

    L’analisi dei prodotti creditizi posseduti dagli utenti di BNPL evidenzia una forte propensione al “repeat”. Infatti, chi ha già usufruito di questa modalità di finanziamento tende a richiederla nuovamente. Inoltre, il Buy Now Pay Later registra un crescente successo anche all’interno dei possessori di prestiti small ticket tradizionali, confermando una capacità di attrazione trasversale.

    Inoltre, la diffusione crescente dei prodotti BNPL si conferma un fattore chiave per promuovere l’inclusione finanziaria. L’analisi evidenzia come il tasso di ‘new to credit’ — ovvero la quota di individui privi di una storia creditizia che si affaccia per la prima volta al mondo del credito — sia più del doppio (19%) rispetto a quello rilevato per le soluzioni di credito tradizionali (8%).

    Per quanto riguarda l’età, il secondo semestre del 2025 evidenzia come la maggior parte degli utenti appartenga alle generazioni Gen X (34%) e Millennials (29,5%). Seguono Gen Z (18,1%) e la generazione dei Baby Boomers (18%), confermando che il BNPL non è esclusivamente appannaggio dei più giovani. Queste evidenze suggeriscono una progressiva diffusione del BNPL anche tra le fasce d’età più mature della popolazione italiana, a testimonianza della crescente familiarità con le nuove soluzioni digitali di pagamento e una maggiore solidità nelle capacità di spesa.

    Inoltre, nel panorama del credito al consumo, il BNPL si distingue per una composizione di utenza unica nel suo genere. Secondo le ultime analisi, infatti, il prodotto BNPL registra una significativa prevalenza di utenti di genere femminile, con il 55% delle richieste provenienti da donne, rispetto al 45% degli uomini. Questo dato rappresenta un elemento distintivo rispetto alle altre categorie di finanziamento attualmente presenti sul mercato italiano. In particolare, il segmento del credito finalizzato Small Ticket mostra un’evidenza opposta, con una maggiore presenza maschile (55%) rispetto a quella femminile (45%), confermando il posizionamento peculiare del BNPL e la sua capacità di intercettare target demografici differenti.

    A livello geografico, si evidenzia una minore incidenza dell’erogato BNPL nelle regioni del Sud-Italia (31% BNPL vs 40% dello Small Ticket), e Nord-Ovest (31% BNPL vs 23% dello Small Ticket), a fronte di una minore incidenza nel Centro (24% BNPL vs 22% dello Small Ticket). Similari invece le quote nel Nord-Est (15% per entrambe le tipologie).

    “Il BNPL nel nostro Paese si conferma un potente stimolo all’inclusione finanziaria. In aggiunta, si distingue per una significativa prevalenza del genere femminile tra coloro che scelgono questa forma di finanziamento rispetto allo Small Ticket tradizionale. Dal punto di vista demografico, l’utilizzo del BNPL si sta progressivamente diffondendo anche tra le generazioni meno giovani, anche in funzione della semplicità e immediatezza di utilizzo. Invece, guardando da un punto di vista settoriale, se il finalizzato tradizionale risulta particolarmente diffuso tra i dealer specializzati in apparecchiature informatiche e nella Grande Distribuzione Organizzata, di contro per il BNPL si evidenzia una diffusione anche in altri segmenti di mercato, quali i prodotti per la persona, l’abbigliamento e il turismo”, aggiunge Antonio Deledda, Executive Director di CRIF.

  • Milano e Marsicovetere tra le vincitrici del Premio Capitali europee dell’inclusione e della diversità 2026

    Alla vigilia dell’avvio del Mese europeo della diversità, la Commissione europea ha annunciato i vincitori della quinta edizione del Premio Capitali europee dell’inclusione e della diversità. In quanto azione chiave dell’Unione dell’uguaglianza, il premio celebra città, comuni e regioni dell’UE che si distinguono per l’adozione di politiche inclusive e la promozione della diversità.

    I vincitori di quest’anno sono città e comuni di Belgio, Ungheria, Italia, Paesi Bassi e Spagna. Sono stati riconosciuti per il loro impegno nella costruzione di società più eque, promuovendo diversità e inclusione in relazione al genere, all’origine razziale ed etnica, alla religione e alle convinzioni personali, alla disabilità, all’età e alle identità LGBTIQ+.

    Per la categoria ‘Premio specifico per la creazione di mercati del lavoro inclusivi per tutti’ la città metropolita di Milano ha ricevuto il Bronze Award per il suo lavoro verso un ecosistema occupazionale equo, sostenibile e inclusivo, ad esempio attraverso il progetto “Claudia!” che aiuta le organizzazioni e le imprese ad adottare politiche di inclusione e parità di genere.

    Il premio del pubblico, assegnato tramite votazione una settimana prima della cerimonia, è andato a Marsicovetere, piccolo comune in provincia di Potenza.

  • Sventato attentato alle forniture energetiche per l’Italia

    L’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che dall’Azerbaigian attraversa la Georgia e la Turchia trasportando petrolio destinato anche all’Italia, era finito nel mirino di una cellula terroristica legata all’Iran che è stata smantellata all’inizio di marzo dal servizio di sicurezza statale azerbaigiano. È quanto emerge da un comunicato congiunto delle Forze di difesa di Israele (Idf) e delle agenzie d’intelligence Mossad e Shin Bet. La notizia assume particolare rilievo nel contesto attuale della crisi degli approvvigionamenti scoppiata a seguito della guerra in Iran. L’Azerbaigian è il secondo fornitore di petrolio dell’Italia dopo la Libia, con oltre 9.387.736 tonnellate giunte nel 2025. Peraltro, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parteciperà al vertice Ue-Armenia il 4 e 5 maggio a Erevan, e non è escluso che successivamente faccia tappa in Azerbaigian, come preannunciato dalla stessa premier dopo la recente missione nel Golfo.

    La cellula terroristica pianificava attacchi contro diversi obiettivi e istituzioni ebraiche in Azerbaigian, tra cui l’ambasciata israeliana e la sinagoga a Baku. L’oleodotto era considerato un obiettivo strategico in quanto trasporta circa un terzo delle importazioni di petrolio di Israele, secondo quanto riferisce il comunicato. Stando alla dichiarazione israeliana, i membri della cellula avevano introdotto clandestinamente droni esplosivi in Azerbaigian e stavano raccogliendo informazioni sotto le direttive dei loro referenti iraniani. Secondo il comunicato, negli ultimi mesi Israele ha colpito una rete terroristica che prendeva di mira funzionari e obietti israeliani in tutto il mondo, e durante la campagna militare congiunta con gli Stati Uniti, iniziata lo scorso 28 febbraio, sono stati uccisi diversi membri di spicco dell’organizzazione.

    All’inizio di marzo, il Servizio di sicurezza statale dell’Azerbaigian aveva annunciato di aver sventato un piano attribuito ai servizi segreti iraniani per colpire alcuni obiettivi nel Paese, tra cui l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, l’ambasciata israeliana a Baku, un leader della comunità ebraica mizrahi e una sinagoga ashkenazita. Secondo quanto riferito dalle autorità azerbaigiane, “la serie di operazioni terroristiche e di intelligence pianificate è stata orchestrata dal servizio di intelligence del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dell’Iran (i pasdaran), che ha incaricato agenti locali di condurre attività di sorveglianza, procurarsi armi e garantire i trasporti”. Stando alle autorità, esplosivi sarebbero stati introdotti clandestinamente nel Paese da cittadini iraniani con il sostegno di complici azerbaigiani. Nei pressi dell’insediamento di Shikhov, nel distretto di Sabail, era stato trovato un contenitore con oltre 7,7 chilogrammi di esplosivo C-4, mentre nel distretto di Garadagh erano stati scoperti altri ordigni, tra cui una bomba telecomandata con un raggio d’azione di 250-300 metri. In seguito alle operazioni preventive, sono state arrestate diverse persone: quattro sono già state condannate a sei anni e sei mesi di reclusione per il loro coinvolgimento nel complotto, mentre altri sono stati fermati per preparazione di omicidio e possesso illegale di esplosivi e armi da fuoco.

    Secondo il comunicato israeliano, Rahman Moqadam, capo di una divisione per operazioni speciali dell’intelligence dei pasdaran, era a capo della cellula ed è stato ucciso nelle prime fasi dei bombardamenti in Iran. Stando a quanto ricostruito dalle autorità israeliane, Moqadam aveva reclutato e addestrato degli agenti sia all’interno che all’esterno dell’Iran, chiedendo loro di raccogliere informazioni su leader politici israeliani, funzionari della sicurezza, installazioni militari israeliane e occidentali, nonché porti e navi israeliane in tutto il mondo. Secondo quanto riferito da Israele, Moqadam prestava servizio sotto il comando di Majid Khademi, un alto funzionario dell’intelligence del Corpo delle guardie rivoluzionarie, anch’egli ucciso durante la guerra contro l’Iran.

    Un’altra figura centrale nella rete era Mohsen Suri, membro della stessa divisione di Moqadam. Secondo Israele, Suri incontrò cellule terroristiche al di fuori dell’Iran ed è stato ucciso in un attacco israeliano contro un rifugio dei pasdaran. A guidare la rete in Azerbaigian era Mahdi Yekeh-Dehghan, noto anche come “il dottore”. Il suo ruolo è stato scoperto a gennaio, quando le autorità turche hanno arrestato sei persone, tra cui un cittadino iraniano, con l’accusa di spionaggio politico e militare per conto dell’Iran, a seguito di raid coordinati in cinque province. Yekeh-Dehghan dirigeva la cellula, che si occupava di contrabbandare droni esplosivi dall’Iran attraverso la Turchia e fino a Cipro, nonché di raccogliere informazioni sulle forze statunitensi. Come riportato dalle Idf, a seguito dell’inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, i pasdaran hanno intensificato i loro sforzi per creare cellule terroristiche all’estero e compiere attentati.

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