Italia

  • Mantenere alta la guardia sul terrorismo in Rete

    Mentre la guerra della Russia contro l’Ucraina continua a radere al suolo case, ospedali, fabbriche e uomini, donne, bambini muoiono, restano gravemente feriti, subiscono violenze e paure dalle quali sarà difficile riprendersi ed è sempre più lento l’aiuto dell’Occidente, si ha la sensazione che il mondo politico sia più attento all’inflazione che a tenere alta la guardia sul terrorismo.

    Certo rispetto ai momenti tragici degli attentati sul suolo europeo, con molte vittime, da qualche tempo sembra vi sia un miglior coordinamento tra le intelligence e fatti così gravi non sono più avvenuti in Europa ma sappiamo che in altre parti del mondo, in Africa specialmente, nuove e vecchie formazioni continuano ad organizzarsi e ad uccidere.

    Altrettanto bene sappiamo che il terrorismo continua a fare proseliti usando i vari sistemi che la rete consente di rendere, troppo spesso, anonimi o criptati. sono nati  così i lupi solitari di ieri e di oggi e controllarli, prevenire le loro azioni, sarà sempre più difficile se la rete continuerà ad essere l’unica realtà che non ha regole.

    L’Unione Europea dovrebbe riprendere, confrontandosi anche con gli altri stati, un percorso che porti ad impedire che la Rete, da strumento di progresso, diventi il veicolo  sicuro e costante per tenere raccordati criminali di varie specie e pericolosi e sanguinari agenti del terrore.

    L’Europa dovrebbe vigilare sui progressi dell’intelligenza artificiale prima che, anche in questo campo, il progresso sfugga di mano all’uomo e alle regole della convivenza, i segnali stanno già diventando preoccupanti.

  • La ricreazione è finita

    Tutto cominciò quando Mario Draghi comprese perfettamente che solo attraverso il proprio intervento sul mercato secondario, con l’acquisto dei titoli del debito pubblico italiani invenduti, avrebbe potuto riportare lo spread a livelli accettabili con le conseguenti riduzioni dei costi della gestione del debito pubblico.

    La sua decisione di Presidente della Bce fu aspramente criticata dalla Germania tanto da renderla addirittura  oggetto di un  dibattito presso il Bundestag, ma  alla fine, nonostante il governo Monti, gli effetti di questa politica di finanza straordinaria diventarono duraturi e la nostra credibilità internazionale espressa attraverso lo spread non tornò a livelli accettabili ma semplicemente si avvalse del salvagente finanziario della Bce.

    Da allora, quindi fino al 2020 con l’esplosione della inaspettata pandemia e successivamente della guerra in Ucraina, ed in considerazione della stagnazione economica complessiva che riguardava l’intero continente europeo la stessa  Bce si rese protagonista di una serie di ulteriori interventi di finanza straordinaria fino a renderla “istituzionale” nel 2016 con l’adozione del Quantitative Easing, il quale se da una parte forniva strumenti finanziari alla ripresa economica dall’altra prorogava la sospensione dalla realtà oggettiva di ogni valutazione dei fondamentali economici del nostro Paese.

    La straordinarietà di questa situazione politico-finanziaria risulta bruscamente finita dall’8 giugno 2022 a causa delle avventate dichiarazioni del  nuovo presidente della Bce Christine Lagarde.

    Durante questi lunghissimi  undici anni uno degli effetti collaterali si rivelò sicuramente la discesa dei tassi di interessi ridotti prima allo zero ed addirittura negativi proprio per questa politica monetaria fortemente espansiva.

    Un’occasione, quindi,  più unica che rara in considerazione dei conseguenti minori costi di servizio al debito proprio grazie alla riduzione dei tassi di interesse offrendo la possibilità ai governi di attuare anche solo  una parziale e minima ma comunque politicamente  fondamentale riduzione del  debito utilizzando quelle risorse prima destinate al semplice pagamento degli interessi.

    Nessun governo, invece, da Monti al Conte 1, quindi dal 2011 al 2019, fino alla pandemia, ha mai dimostrato la responsabilità di adottare una politica economica e finanziaria finalizzata a  riportare in equilibrio il nostro debito anche in rapporto con il Pil (*) in considerazione dell’eccezionale situazione favorevole legata all’attività della BCE. Basti pensare come  nel 2011 il debito pubblico risultasse di 1.987 miliardi e alla fine del 2019 la sua cifra monstre segnava i  2400 miliardi.

    L’assoluta sconsideratezza ed irresponsabilità delle forze governative succedutesi alla guida del nostro Paese partiva dalla presunzione che la sospensione della valutazione dei fondamentali economici, quindi  in buona sostanza uno degli aspetti di questa   politica monetaria straordinaria,  potesse durare sine die grazie all’attività della Bce.

    Il nuovo presidente della BCE in carica, il quale avrebbe potuto attendere e ripensare le tempistiche per una dichiarazione di arresto di tale politica monetaria espansiva, non ha neppure considerato il contesto internazionale e neppure tenuto nella debita considerazione  l’esempio della  politica monetaria della Cina, ora  in una fase di rallentamento dell’economia, la quale ha preferito diminuire i tassi di interesse.

    Si è scelto, invece,  di adottare il  modello di politica monetaria  degli Stati Uniti i quali si trovano alle prese con un’esplosione dell’inflazione (8,6%),  espressione di un’economia di piena occupazione ma con un peso sempre maggiore dei mutui immobiliari passati dal 22% sul reddito medio ad oltre il 33% legato alla crescita delle retribuzioni del +6/8% non certo  in grado di sostenere quella degli immobili che segnano un +20%.

    Il presidente della Bce, al di là delle tempistiche,  ha ora  definitivamente suonato la campanella chiudendo dopo undici anni la ricreazione dell’italico ceto politico di irresponsabili, sicuri di non dovere mai un giorno rispondere della propria leggerezza ed irresponsabilità.

    Risulta, poi. decisamente paradossale come questa illusione monetaria fosse cominciata con Mario Draghi Presidente della BCE e finisca ora con lo stesso Draghi ma alla guida del Paese chiamato a fronteggiare le conseguenze delle proprie politiche finanziarie.

    (*) addirittura il ministro dell’economia Padoan ed il suo vice Calenda del Governo Renzi spingevano per l’aumento dell’iva e elemento inflattivo considerato positivo per un aumento della base statistica del Pil e così migliorare il rapporto debito/PIl

  • Italia-Libia: dalla centralità perduta ai nuovi venti di guerra

    Martedì 14 giugno dalle ore 18:30 alle ore 20:00 si terrà su Zoom il CLIII Talk Resiliente: “Italia-Libia: dalla centralità perduta ai nuovi venti di guerra”.

    La guerra civile che ha comportato la fine del regime di Gheddafi – scoppiata tra febbraio e ottobre del 2011 – ha spinto la Libia in una situazione di drammatica incertezza sia dal punto di vista umanitario sia politico, modificando considerevolmente i rapporti politici e i legami internazionali consolidati, destabilizzata ulteriormente dagli interventi militari di Russia e Turchia.

    Oggi è indispensabile capire il ruolo che il nostro Paese può svolgere nel processo di pacificazione per riprendere saldamente in mano un legame strategico e politico di primaria importanza. Ma è chiaro che le note rivalità tribali, le frammentazioni interne e il “braccio di ferro” tra Cirenaica, Tripolitania e Fezzan frenino i tentativi di ricostruzione di un’autorità centrale che dia ordine al Paese e che hanno trasformato l’Italia, da alleato privilegiato, a attore marginale.

    La Libia è stata ulteriormente destabilizzata dal conflitto russo-ucraino e dalla pandemia di Covid-19 che hanno esacerbato la crisi alimentare che ha colpito circa 1,3 mln di libici – secondo dati del WFP – dipesa dalle ampie importazioni di grano e farina dall’Ucraina e dalla Russia. Contestualmente è emersa la questione dell’accesso ai servizi critici e delle potenziali emergenze in ambito sanitario ed umanitario che potranno coinvolgere anche gli operatori stessi.

    Ne parla Mario Benotti, giornalista, inviato speciale e caporedattore RAI, già DG RAI World, editore de “Il Faro di Roma” con Paolo Chirafisi, giornalista e analista di geopolitica per “La Voce Repubblicana”; Stefano Marcuzzi, Senior Analyst per l’agenzia di consultancy Libya Analysis LLC e Fellow alla school of Politics and International Relations dell’University College di Dublino; Salvatore Santangelo, Docente di Geografia Politica presso Università di Roma Tor Vergata; Anna Solini, professore associato di medicina interna presso l’Università di Pisa e membro del Committee on Steno Research Collaboration della Novo Nordisk Foundation.

  • Pensiero della sera

    Una volta, quando nei film perdevano i cattivi e vincevano i buoni, l’Italia aveva prodotto Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più.
    Oggi, in una realtà nella quale sembra che in troppi tengano per il cattivo, almeno per non essere coinvolti in iniziative di solidarietà che potrebbero comportare qualche sacrificio, i film potrebbero avere come titolo “Per un pugno di voti” e “Per qualche  voto in più”. I voti che i pacifici Conte e Salvini, ma non solo, pensano di poter ottenere con le loro dichiarazioni specie delle ultime settimane.
    No vax, no pass fino a no armi all’Ucraina come se la pace, tanto spesso invocata, potesse essere imposta a Putin, che ha iniziato la guerra e continua a dire no anche ad un provvisorio cessate il fuoco, o come se fosse normale che gli ucraini si dovessero immolare lasciandosi colonizzare dai russi e dai ceceni.
    Torna in mente un vecchio detto dei tempi nei quali gli stranieri andavano e venivano conquistando parti della nostra penisola: viva la Franza, viva la Spagna basta che si mangi.
    Così nell’epoca del pensiero debole, liquido, o meglio del non pensiero, meglio Putin che ci dà il gas o meglio gli ucraini che dovremmo aiutare per salvare quel po’di libertà e democrazia che resta nella nostra società sempre più egoista, distratta, ignorante?

    Non possiamo dire, come nella poesia dedicata alla morte di Napoleone “ai posteri l’ardua sentenza”, noi dobbiamo decidere ora se vogliamo salvare vite umane. Diamo armi all’Ucraina, giochiamo tutte le carte per portare il grano ucraino alle popolazioni che lo stanno aspettando, abbiamo il coraggio di impegnarci e rischiare perché adesso è adesso.

  • La Commissione approva un regime italiano da 33,6 milioni di € a sostegno delle imprese di alcune regioni colpite dalla pandemia di coronavirus

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano da 33,6 milioni di € a sostegno delle imprese attive nelle regioni colpite dai terremoti del 2016 e del 2017 nel contesto della pandemia di coronavirus. Il regime è stato approvato nell’ambito del quadro temporaneo per le misure di aiuti di Stato.

    Il regime sarà accessibile alle imprese di tutte le dimensioni che hanno realizzato investimenti produttivi nei 140 comuni delle regioni di Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo nel periodo compreso tra il 1º gennaio e il 31 dicembre 2021.

    Obiettivo della misura è far fronte al fabbisogno di liquidità dei beneficiari ammissibili stimolando gli investimenti nelle zone interessate e aiutare tali imprese a proseguire le loro attività durante e dopo la pandemia. Nell’ambito del regime, il sostegno pubblico assumerà la forma di un credito d’imposta.

    La Commissione ha constatato che il regime italiano è in linea con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo. In particolare, l’aiuto i) non supererà i 2,3 milioni di € per beneficiario; e ii) sarà concesso entro il 30 giugno 2022.

    La Commissione ha concluso che la misura è necessaria, adeguata e proporzionata per porre rimedio al grave turbamento dell’economia di uno Stato membro, in linea con l’articolo 107, paragrafo 3, lettera b), del TFUE e con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo. Su queste basi la Commissione ha approvato le misure in conformità delle norme dell’Unione sugli aiuti di Stato.

    Fonte: Commissione europea

  • Il Sud crescerà più dell’Italia ma ha sempre meno residenti

    Quest’anno il Pil del Mezzogiorno crescerà più del resto del Paese ma il Mezzogiorno continua a perdere abitanti: dal 2007 ad oggi il calo è stato pari a 800mila residenti. Sono i dati contenuti nell’analisi dell’ufficio studi di Confcommercio sull’economia del Sud presentata a Bari ad un convegno sul Pnrr.

    Nel 2022 il Prodotto interno lordo del Mezzogiorno dovrebbe attestarsi al 2,8% contro una media italiana del 2,5%, alla pari con il Nord-Est e superiore alle altre aree del Paese. Ma non è sufficiente, basti pensare che, osservando il tasso di variazione del Pil nel periodo 1996-2019 delle macro-ripartizioni Nord e Sud, lo scarto è di quasi 17 punti percentuali: il Nord è cresciuto del 20,1%, il Sud del 3,3%.

    Ma da cosa dipende? Da tre fattori: produttività del lavoro, che varia di quasi il 10% al Nord contro il 6,2% nel Mezzogiorno; il tasso di occupazione (+0,3% al Nord e -0,8% al Sud); e, infine, la popolazione residente, il Nord cresce del 9,3% come abitanti, quelli del Sud scendono del 2%. “Se non riparte il Mezzogiorno non riparte il Paese e il Pnrr rischia di rimanere una lista di desiderata”, ha avvertito il presidente di Confcommercio-Imprese per l’Italia, Carlo Sangalli. La ministra per il Sud, Mara Carfagna, ha però assicurato: “Il lavoro che stiamo portando avanti per favorire lo sviluppo e la crescita del Mezzogiorno si fonda” sull’impegno di “fare in modo che le ingenti risorse che ci arrivano dall’Ue servano a ridurre i divari nelle infrastrutture, nei servizi, nei diritti, nelle opportunità, nel tessuto economico e produttivo. E la scelta di destinare alle regioni del Mezzogiorno almeno il 40% delle risorse allocabili territorialmente è indicativa di come il governo intenda utilizzare questi fondi per favorire la ripresa di un processo di convergenza”. E ha aggiunto: “faremo del Sud una piattaforma logistica grazie alle Zsr”. Però, i sindacati incalzano e chiedono rispetto dei tempi: “Per sfruttare questa occasione serve intanto investire nella pubblica amministrazione per garantire il rispetto dei tempi, serve però avere anche un cronoprogramma degli impegni”, ha sostenuto il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri. Tesi condivisa da Andrea Cuccello, segretario confederale della Cisl: “Bisogna lavorare bene sui progetti e i bandi perché sono i luoghi dove si costruisce il futuro del Paese. Occorre costruire lavoro sicuro, più stabile possibile”. Per il vicesegretario della Cgil, Gianna Fracassi, “l’ottimismo è fondamentale, soprattutto quando dobbiamo spendere 230 miliardi. Il problema è saperli spendere e farlo per ciò che serve. In questo senso, qualche problema c’è: serve rafforzare la capacità amministrativa”.

  • L’Italia revoca le onorificenze al premier di Mosca e ad altri tre cittadini russi

    Un gesto dal forte valore simbolico che ben dipinge l’atteggiamento del governo rispetto alla dirigenza russa. L’Italia ha infatti revocato quattro importanti onorificenze assegnate negli anni scorsi ai vertici del potere russo e le ha annullate – si legge nella Gazzetta ufficiale – per “indegnità”.

    Non si tratta di onorificenze qualsiasi, peraltro assegnate a illustri sconosciuti. La misura va infatti a colpire soprattutto Mikhail Vladimirovich Mishustin, attuale primo ministro di Vladimir Putin. Gli è stata tolta l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Stella d’Italia. Insieme a lui sono stati colpiti Denis Manturov, Ministro dell’industria e del commercio della Federazione Russa, Viktor Leonidovich Evtukhov, Segretario di Stato e Andrey Leonidovich Kostin, Presidente della Banca russa VTB, uno dei più grandi istituti della Federazione.

    La decisione è stata ufficializzata con la pubblicazione in Gazzetta  nella data dello scorso 25 maggio. Si tratta di una revoca che riguarda la Farnesina e che è stata naturalmente firmata dal presidente Mattarella. Il mondo delle onorificenze è particolarmente complesso e ne esistono di diversi tipi. Alcune onorificenze sono regolate per legge, spesso risalenti a diversi decenni fa. In questi casi risulta particolarmente lungo e laborioso il processo di revoca che è dettagliatamente indicato dalle norme.

    I radicali da tempo chiedono di annullare una serie di onorificenze che sarebbero state assegnate in passato con una certa leggerezza: per questo anche oggi, pur rallegrandosi delle quattro revoche, tornano a chiedere “con forza che anche le altre 26 onorificenze rimanenti vengano revocate”. “Vi deve essere – osservano i radicali – una completa e inequivocabile cesura con un passato di vergognosa connivenza con Putin”.

  • Aiuti di Stato: la Commissione approva un regime italiano di sostegno agli investimenti da 677 milioni di € per una ripresa sostenibile nel contesto della pandemia di coronavirus

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano di sostegno agli investimenti da 677 milioni di euro per una ripresa sostenibile nel contesto della pandemia di coronavirus. Il regime è stato approvato nell’ambito del quadro temporaneo per le misure di aiuti di Stato.

    Nell’ambito del regime, l’aiuto assumerà la forma di sovvenzioni dirette. Il regime mira a sostenere gli investimenti privati in immobilizzazioni materiali e immateriali come stimolo per superare la carenza di investimenti accumulata nell’economia a causa della pandemia di coronavirus e ad accelerare la transizione verde e quella digitale.

    La misura sarà accessibile alle piccole e medie imprese (PMI) attive in determinati settori, come la fabbricazione di prodotti farmaceutici, la ricerca scientifica e lo sviluppo. Si prevede che la misura sosterrà tra 600 e 800 imprese.

    La Commissione ha constatato che il regime italiano è in linea con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo. In particolare, l’aiuto i) non supererà l’1% della dotazione complessiva del regime per beneficiario; ii) sosterrà investimenti in immobilizzazioni materiali e immateriali, ma non investimenti finanziari; e iii) sarà concesso entro il 31 dicembre 2022.

    La Commissione ha pertanto concluso che la misura è necessaria, adeguata e proporzionata per agevolare lo sviluppo di determinate attività economiche, che sono importanti per una ripresa sostenibile dell’economia.

    Fonte: Commissione europea

  • Ciriaco De Mita, disincantata ironia e inesauribile passione politica

    Nel bene e nel male nella storia della prima Repubblica Ciriaco de Mita ha avuto ruoli di grande rilievo e nella seconda ha sempre continuato, in modi e ruoli diversi, ad occuparsi di politica in una realtà che, anno dopo anno, ha visto sparire tanti mostri sacri del passato sostituiti, in troppe occasioni, da improvvisati azzeccagarbugli, velleitari apprendisti, spregiudicati cacciatori di voti.

    Mentre il pressappochismo e l’arroganza, l’impreparazione e l’ignoranza della più elementare cognizione di politica, geopolitica, economia e coscienza sociale sono diventati sempre più dilaganti rispetto a coloro che continuano a credere nella politica come impegno per realizzare il meglio a vantaggio dei cittadini. La cultura, la storia passata, lo studio preventivo delle conseguenze che ogni decisione comporta sono imprescindibili per difendere libertà, democrazia, giustizia ma questi concetti sembrano chiari a pochi.

    Nelle complesse vicende di questi anni Ciriaco de Mita  ha saputo conservare una disincantata ironia e una inesauribile passione per la politica e voglio ricordarlo nel suo ufficio al Parlamento europeo, a pochi passi dal mio mentre, come tanti, continuo a sperare che prima o poi la Politica tornerà.

     

  • Il mercato della moda in Italia vale 53 miliardi e il 2022 appare promettente

    Il 2022 si apre in crescita per il mondo del tessile e abbigliamento Made in Italy ma la ripresa è resa fragile e incerta dallo scenario geopolitico internazionale. Dopo aver chiuso il 2021 con un fatturato che sfiora i 53 miliardi (+18,4% sul 2020) e un export in crescita del 18% a 32,4 miliardi, nei primi due mesi dell’anno il comparto ha messo a segno esportazioni per 5,3 miliardi con un aumento del 15,9% rispetto a gennaio-febbraio 2021 (ancora caratterizzato da pesanti contrazioni). Ma rispetto ai livelli pre-Covid del 2019 le vendite complessive restano ancora al di sotto del -5,4%. Il sentiment degli imprenditori della moda è positivo: nel primo trimestre 2022, l’83% registra una dinamica positiva delle vendite con una crescita media del fatturato del 22,7%. Anche tra aprile e giugno è atteso un incremento, nell’ordine del 16,3%. E’ la fotografia che emerge dai dati di Smi-Sistema Moda Italia, secondo cui, il trend “si mantiene positivo ma sperimenta un’attenuazione”, anche alla luce “delle incertezze legate al deterioramento dello scenario internazionale gravato dal conflitto russo-ucraino”. Se il 57% delle aziende confida in una stabilità delle condizioni di mercato, da qui a giugno, aumentano quelle che temono un peggioramento (sono il 32%).

    “Nel 2021 il settore si è ripreso, guadagnando la maggior parte di quanto si era perso nel 2020”, ma mancano all’appello “circa 3 miliardi per ritornare ai valori pre-covid”, commenta il presidente di Smi, Sergio Tamborini evidenziando che “i risultati del primo bimestre 2022 confermano il trend di ripresa, ma ci sono complessità da gestire”, a partire dalla guerra e dalle materie prime. La parola d’ordine è “coesione” per non cedere terreno ai competitor europei. Anche il presidente di Confindustria Moda richiama alla collaborazione sottolineando che il settore della moda “è in forte ripresa e torna a trainare il Paese”.

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