IVA

  • Iva: il fallimento progettuale ed operativo della fatturazione elettronica

    Il semplice incrocio di due dati, come quelli espressi dal grafico, con quello disastroso della chiusura di oltre seimilacinquecento (6.500) aziende artigiane nei primi sei mesi del 2019 incrociati con la diminuzione del gettito d’Iva legato alla fatturazione elettronica dimostrano essenzialmente il fallimento dell’ennesima gogna fiscale ideata dal PD ma posta in essere dalla Lega e dai 5 Stelle quando appartenevano alla medesima maggioranza del governo Conte 1.

    Questa nuova normativa fiscale, espressione della “professionalità” governativa risulta per di più inserita ed applicata nella sua complessità totalitaria come l’ideologia che ha determinato la scelta.  Nel resto dell’Europa, infatti,  è applicata ed alternativamente “indicata o suggerita” esclusivamente per i rapporti B2g (quindi tra operatori del mercato e pubblica amministrazione) come in Finlandia, Norvegia e Svezia o in una versione parziale come in Francia, Belgio fino alla volontaria Germania la quale, per altro,  non fissa alcun limite ai pagamenti in contanti (ogni riferimento a decisioni governative risulta intenzionale).

    In Italia viceversa si è scelto di  applicare la versione complessiva ed articolata, quindi sia la  B2g che la B2b (tra tutti gli operatori economici). Gli ideatori della fatturazione elettronica assicuravano che questa innovazione digitale avrebbe aumentato le risorse finanziarie a disposizione della comunità diminuendo da una parte l’evasione fiscale dall’altra le differenze reddituali attraverso la distribuzione dei servizi in carico e scopo della spesa pubblica.

    Ancora il semplice incrocio di questi due dati  dimostra invece l’assoluta inconsistenza ed incapacità dei vari ministri economici che si sono succeduti alla guida del Paese, candida espressione delle competenze dei partiti di appartenenza. Basti ricordare come l’Iva risulti ad oggi ancora la tassa più evasa (37 miliardi) e come questo  avvenga non certo per la mancata o parziale applicazione della fatturazione elettronica ma come sempre attraverso le società cartiere (truffa carosello). In questo contesto, poi, risulta legittimo, ripeto legittimo, ma quantomeno insultante per le aziende che hanno chiuso a causa di questa oppressione fiscale la continua emigrazione fiscale ottenuta attraverso il  trasferimento di sedi legali e fiscali non in paradisi fiscali ma in semplici realtà nazionali della stessa Unione Europea.

    Non esiste limite al declino culturale ed economico del nostro Paese neppure di fronte alle 6500 imprese che hanno chiuso con il relativo bagaglio culturale ed occupazionale che queste assicuravano. Non ancora soddisfatti di questo disastro economico e culturale elaborano un documento di programmazione economica e finanziaria privo di ogni riferimento con il contesto drammatico che questi dati dimostrano. In più anche l’innovazione tecnologica può risultare uno strumento devastante se inserito in un contesto normativo non tanto come fattore innovativo, e quindi sostitutivo, ma semplicemente aggiuntivo al già impossibile labirinto normativo fiscale italiano.

  • Risultati dubbi per la mini-flat tax introdotta da quest’anno

    La mini flat tax al 15% in vigore dall’1 gennaio ha portato a un incremento limitato di partite Iva individuali: 18.538 in più nel primo trimestre del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018 (per un totale di 150.934 contro 132.396). Di contro, ha prodotto una diminuzione del 17% delle partite Iva di società di persone e associazioni professionali (il dubbio, che i dati del Mef non chiariscano, è che molti abbiano convertito una partita Iva non individuale in una individuale, mentre la misura era volta a far mettere in regola, con partita Iva, chi prima svolgeva attività in nero). Ad aprire partite Iva individuali sono soprattutto gli over 65: 39,2% dei casi contro l’8,51% degli under 35 e anche questo suona sospetto: si teme che persone con attività da cui ricava oltre 65mila euro passi  (fittiziamente) parte dell’attività stessa ad anziani, così da poter godere in 2 della mini flat tax.

  • Politica fiscale ed Iva: il paradosso democratico

    L’incertezza relativa alle dinamiche economiche di un mercato globale sempre più articolato e  complesso investono anche la Cina. L’esito stesso delle trattative relative ad un accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina rappresentano di per sé un fattore di incertezza non indifferente.

    Il colosso asiatico, infatti, a fronte di una riduzione delle previsioni di crescita per il 2019 che passano da un +7.5% ad un “modesto” +6/6.5% (l’Italia invece da un +1,2% ad un disastroso -0,2%!), ha avviato una sostanziale modifica della strategia economica ma soprattutto della politica  fiscale. A  conferma di questo cambiamento strategico l’IVA nel settore manifatturiero passa dal 16% al 13% (nove [9] punti in meno della attuale aliquota italiana) mentre quella applicata al settore trasporti e costruzioni dal 10% al 9%. Nel settore dei servizi rimane invece invariata al 6% ma vengono aumentate alle deduzioni. Quindi, uno stato come quello cinese, che certamente non rappresenta un esempio classico di “applicazione del principio democratico” e che per tale propria strutturazione non è vincolato dalla ricerca di un consenso elettorale, vara una politica che tende a privilegiare i consumi ed incrementa gli stessi come volano della ripresa della corsa economica che ha subito un minimo rallentamento attraverso una riduzione della pressione fiscale.

    Viceversa nella ‘democratica’ Italia l’IVA rappresenta una spada di Damocle introdotta dal governo Berlusconi ed applicata da tutti i governi successivi come elemento di “finanza creativa” sostenuta  da Tremonti e successivamente utilizzata da tutti i titolari del dicastero economico. Al di là dell’aspetto funzionale di “clausola di salvaguardia” va infatti ricordato come l’aumento dell’Iva fosse tutto sommato appoggiato anche dai ministro Padoan e vice ministro Calenda. Questo infatti confidavano attraverso l’aumento dell’IVA in una spirale inflattiva che avrebbe ridotto il peso del debito pubblico (secondo la loro visione monetaristica ormai ridicola all’interno di una valuta come l’euro). Il fatto poi che questo ulteriore aumento della pressione fiscale avrebbe diminuito ancora di più i consumi riducendo la capacità di acquisto dei cittadini italiani non era un problema preso in alcuna considerazione dai dotti esponenti del governo Renzi. La vicenda dell’ IVA italiana, in altre parole, dimostra ancora una volta come l’intera compagine politica dell’intero arco costituzionale utilizzi la leva fiscale solo ed esclusivamente al fine di incrementare la spesa pubblica corrente ed improduttiva in modo da ottenere strumenti finanziari per il proprio giardino elettorale (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/).

    Il paradosso dell’IVA dimostra in modo brutale ma inequivocabile come uno stato democratico che dovrebbe perseguire il raggiungimento del massimo benessere per i propri cittadini, dai quali  è democraticamente eletto, come propri rappresentanti si dimostri invece, attraverso una gestione della leva fiscale, assolutamente autoreferenziale (anche a confronto di uno Stato autoritario come la Cina) finalizzata solo al mantenimento del potere attraverso la gestione della spesa pubblica.

    Viceversa uno stato certamente molto meno democratico come la Repubblica cinese per perseguire gli obiettivi di crescita economica che sono fondamentali per mantenere il potere all’interno delle diverse espressioni dell’unico partito al potere attraverso delle politiche fiscali espansive determina  l’aumento del potere d’acquisto dei propri cittadini che ne risultano i primi beneficiari.

    Un paradosso talmente stridente che dovrebbe finalmente aprire una seria riflessione relativamente al peso dello Stato ma soprattutto della propria classe politica e dirigente all’interno della democrazia italiana. Se non per rivedere la sempre maggiore ingerenza dello stato nell’economia quantomeno nella individuazione degli obiettivi da conseguire attraverso le politiche fiscali i cui risultati ed effetti ormai si dimostrano paradossali.

  • L’Ue dà l’ok all’Iva ridotta per gli ebook

    E’ arrivato martedì 2 ottobre l’ok finale all’Iva ridotta per gli ebook da parte dell’Ecofin, dopo oltre un anno di stallo nel quale si trova un provvedimento avviato a dicembre 2016, secondo quanto si apprende da fonti Ue. I 28 avevano già dato un ok di principio nel marzo 2017 ma questo doveva essere formalizzato a metà giugno, dopo il via libera del Parlamento Ue arrivato all’inizio del mese. Tutto si è però bloccato a causa all’ostruzionismo fatto da Praga con l’obiettivo di strappare l’ok su un altro provvedimento – non connesso -, relativo alle frodi Iva. Serve infatti l’unanimità degli stati membri per le decisioni in materia fiscale.

    La Francia in particolare, ma anche la Slovenia, avevano finora bloccato questa misura sostenuta dall’allora ministro delle finanze ceco e oggi premier Andrej Babis. La riforma della direttiva Ue sull’Iva per le pubblicazioni digitali dà facoltà di scelta ai singoli stati membri se applicarvi un tasso ridotto o meno. Italia e Francia già lo applicano, anche se le regole attuali – che verranno superate con l’adozione di queste nuove misure – non lo consentirebbero.

  • Italia prima in Europa per Iva evasa

    Anche nel 2016 l’Italia si conferma prima in Ue per la più grande evasione dell’Iva in valore nominale, con perdite per le casse dello Stato di 35,9 miliardi, mentre è terza per il maggior divario tra gettito previsto e riscosso con il 25,9%, dietro solo a Romania (35,88%) e Grecia (29,2%). E’ quanto emerge dal rapporto annuale sull’Iva della Commissione Ue. Rispetto al 2015 c’è stato un lieve miglioramento in termini, in quanto l’evasione si è ridotta dello 0,23% scendendo dal 26,13%, anche se in termini nominali (35,7 miliardi) c’è stato un piccolo aumento dovuto al maggior gettito previsto nel 2016.

    Nel complesso, dal 2012 al 2016 l’Italia è riuscita a ridurre l’evasione del 3%, con un divario calato dal 29% a poco meno del 26%. Nel suo insieme, l’Ue ha registrato perdite di introiti sull’Iva per 147,1 miliardi di euro, in calo di 10,5 miliardi rispetto all’anno precedente con una riduzione del gap dello 0,9%, scendendo al 12,3% dal 13,2%. I Paesi Ue in cui l’evasione dell’Iva è la più bassa sono Lussemburgo (0,85%), Svezia (1,08%) e Croazia (1,15%).

    Fitch ha tagliato le stime di crescita per l’Italia, portandole all’1,2% per quest’anno (da 1,3% di giugno) e confermando +1,2% per il 2019 e +0,9% per il 2020. Lo si legge in un breve documento, un aggiornamento del Global Economic Outlook dell’agenzia di rating, dopo una crescita italiana che nel secondo trimestre è stata “la metà di quanto prevedevamo nel GEO di giugno”.

  • L’eredità

    In un periodo di transizione come quello attuale nel quale l’intera compagine politica per un proprio tornaconto elettorale spara a zero previsioni e promesse senza alcuna copertura finanziaria, e spesso neppure normativa, guardare ed analizzare i fattori più importanti nel medio e nel lungo periodo, anche con uno sguardo rivolto al passato, può fornire degli elementi utili per analizzare il presente e soprattutto il medio/lungo termine futuro.
    L’eredità che ci lascia questo governo, che a parole afferma, come da sempre i governi precedenti, di avere favorito l’attività delle PMI lascia veramente esterrefatti se non basiti. Risultano infatti 871 gli adempimenti burocratici per l’anno in corso ai quali le PMI risultano costrette ad adempiere. Mentre sono 215 le imposte che sempre le imprese si vedono costrette a pagare, frutto di una creatività applicata al mondo fiscale unica nel suo genere in tutto il mondo.

    Un dato tuttavia lascia veramente perplessi soprattutto in prospettiva futura. Dal 1996 al 2016, quindi in circa vent’anni, la pressione fiscale complessiva risulta aumentata del 80,3% mentre l’inflazione manifesta un aumento del 43%. Due dati importanti e indicativi i quali quindi dipingono, al di là delle dichiarazioni degli ultimi governi, la situazione passata e la sua evoluzione fino ai giorni nostri. Di qui l’importanza risulta fondamentale soprattutto in prospettiva futura. Emerge chiaro ed evidente infatti come a fronte di un aumento della pressione fiscale dell’80% sostanzialmente i servizi resi dalla pubblica amministrazione ai cittadini come alle imprese ed alle aziende nel loro complesso risultino scaduti a livelli assolutamente insopportabili e deprimenti per lo sviluppo economico e la stessa qualità della vita. In questo senso basti ricordare che nell’ultima classifica del World Economic Forum l’Italia non sia compresa per qualità di vita neppure tra le prime venti nazioni del mondo.
    In più basta ricordare come la spesa per il welfare italiano risulti di venti punti superiore a quella scandinava che rappresenta il modello più efficiente e sicuramente più costoso all’interno dell’Unione Europea. Logica conseguenza è che se sono aumentate le spese per un sistema complesso dei servizi contrariamente questi diventano sempre più scadenti. La problematica risulta perciò relativa all’erogazione di questi servizi.
    In altre parole emerge assolutamente evidente come non sia più sostenibile né politicamente e tanto meno economicamente una organizzazione della pubblica amministrazione che tra sistema centrale regionale, provinciale e comunale ha preso le sembianze ormai di una piovra assolutamente impenetrabile.

    Al tempo stesso è evidente come il diverso andamento dell’inflazione all’aumento della pressione fiscale rispetto all’inflazione di fatto dimostra che oltre ad essere folle il piano economico degli attuali ministri Padoan e Calenda, che si dichiarano favorevoli all’aumento dell’IVA in modo da far aumentare l’inflazione, questo fosse anche sostanzialmente errato nella sua applicazione reale. Negli ultimi vent’anni, infatti, l’inflazione è aumenta di poco più del 50% (+43% rispetto al +80%) rispetto all’aumento della pressione fiscale dimostrando l’effetto (ormai disconosciuto a questi “economisti”) deflattivo per i consumi nazionali e quindi in un secondo momento sul calcolo dell’inflazione stessa. Perché se è vero che una maggiore inflazione determina sotto il profilo semplicemente nominale un miglior rapporto tra debito e PIL, un effetto tanto ricercato dall’attuale governo in quanto relativo al breve termine, al tempo stesso emerge come l’inflazione abbia un effetto deprimente relativamente i consumi. In particolar modo se tale inflazione risulta un’infezione in fiscale, cioè legata ad una maggiore pressione fiscale, non si manifesta con un miglioramento dei servizi e di conseguenza deprime i consumi in quanto, lo si ricorda, l’inflazione stessa determina una diminuzione del potere d’acquisto da parte dei consumatori.

    Tornando quindi al presente, ma ragionando in prospettiva di medio e lungo termine, emerge paradossale come ancora oggi nessuno si esponga su come coprire finanziariamente le clausole di salvaguardia che ci attendono a fine anno. Al tempo stesso non si percepisce nessun riferimento al molto probabile aumento dei tassi di interessi nell’arco di 12 mesi unito ad una diminuzione della fiducia degli investitori finanziari internazionali che farà aumentare lo spread. Ancora una volta l’Italia e soprattutto la classe politica si sta dimostrando assolutamente inadeguata alle sfide che la stanno aspettando senza per di più il benevolo patrocinio del presidente della BCE Mario Draghi.
    Comprendere i contenuti presenti nell’eredità degli ultimi vent’anni dovrebbe rappresentare la base per avviare una politica di rinnovamento economico e sviluppo per il futuro.

  • Lo Stato è una metastasi: sempre più norme fiscali

    Secondo i dati della Cgia di Mestre, nel 2016 sono stati approvati 11 provvedimenti fiscali, tra leggi e decreti legge, che a cascata, hanno modificato 110 normative esistenti. Nello stesso anno sono stati emanati ben 36 decreti ministeriali – 3 al mese – composti complessivamente da 138 articoli. E non è tutto: il direttore dell’Agenzia delle entrate ha firmato 72 provvedimenti mentre gli uffici competenti del ministero delle Finanze e della stessa Agenzia delle entrate hanno pubblicato 50 circolari e 122 risoluzioni (messe tutte assieme, equivalgono quasi a 2 mila pagine di testo). Di fronte a tanta ipertrofia dello Stato, le sezioni provinciali della Confartigianato veneta hanno lanciato lo scorso autunno l’ipotesi di un’azione di disobbedienza tributaria, presentandola come «autodifesa del contribuente». Gli artigiani devono dedicare buona parte del tempo dei propri lunedì lavorativi proprio a cercare di dipanare la matassa degli adempimenti e gli addetti ai Caf e i fiscalisti sono «disorientati», come dice la Cgia facendo presente che nel 2016 ventuno milioni di contribuenti (!) avevano una pendenza economica con la vecchia Equitalia inferiore ai mille euro. Solo in Italia esiste lo spesometro (che ufficialmente si chiama «comunicazione polivalente» e serve a combattere l’evasione dell’Iva) che da annuale quale era un tempo è divenuto poi trimestrale.
    Mentre lo Stato si fa sempre più tronfio, invadente e occhiuto, in Italia chiudono quasi tante parte Iva quante se ne aprono: a fronte di circa 500 mila aperture (nel 2016 sono state 502 mila) le chiusure oscillano tra le 350 mila e le 400 mila l’anno.

  • Detrazione IVA: l’Agenzia delle Entrate sposa i principi comunitari

    Giunti in data 17 gennaio gli attesi chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate circa le modifiche introdotte dal DL 50/2017 all’art. 19 del DPR 633/1972 concernente le modalità per esercitare il diritto alla detrazione IVA e all’art. 25 del medesimo DPR che disciplina le modalità di registrazione.

    Pochi giorni fa avevamo scritto un breve commento sulle nuove modalità di esercizio della detrazione, al quale si rimanda, nel quale avevamo evidenziato come ci fossero sostanzialmente due scuole di pensiero: l’una più aderente al testo normativo che prevede che l’esercizio del diritto alla detrazione debba essere esercitato al più tardi entro il termine per presentare la dichiarazione IVA dell’anno in cui l’imposta sia divenuta esigibile e con riferimento al medesimo anno (in breve: l’IVA delle fatture datate 2017 avrebbe dovuto essere recepita nella dichiarazione IVA annuale del 2017, con scadenza 30 aprile 2018, ancorchè il documento fiscale fosse stato ricevuto nel 2018), l’altra più aderente ai principi comunitari secondo cui il diritto alla detrazione IVA, fatto salvo il rispetto di tutti gli altri presupposti, vada esercitato nell’anno di ricezione della fattura (secondo tale impostazione le fatture ricevute nel 2018, ancorchè datate 2017, verranno registrate nel 2018 e la relativa imposta concorrerà alle liquidazioni del 2018 e non a quelle del 2017.
    Coordinando le disposizioni normative italiane di cui all’art. 19 e 25 del DPR 633/1972 con i principi sanciti dalla Corte di Giustizia nella famosa sentenza “Terra” (C- 152/02) l’Agenzia, come auspicato, ha sposato la seconda tesi sull’assunto che “il diritto alla detrazione deve essere esercitato con riguardo al periodo di imposta nel corso del quale ricorrono i due requisiti prescritti da tale disposizione, vale a dire che la cessione dei beni o la prestazione dei servizi abbia avuto luogo e che il soggetto d’imposta sia in possesso della fattura o del documento che possa considerarsi equivalente secondo i criteri fissati dallo Stato membro interessato”.
    Pertanto, secondo tale interpretazione, il diritto alla detrazione dell’imposta può essere esercitato, secondo il nuovo dettame legislativo, entro la data di presentazione della dichiarazione relativa all’anno in cui si sono verificati entrambi i suddetti presupposti: esigibilità dell’imposta e possesso della fattura. Così, una fattura datata 2017 ricevuta formalmente nel 2018 dovrà essere registrata nel 2018 (o al più tardi entro il 30 aprile 2019 in appositi registri sezionali) e concorrerà alle liquidazioni del 2018 e confluirà nella dichiarazione IVA annuale del medesimo anno.
    Tuttavia non è tutto oro ciò che luccica: i) attenzione alla necessità della dimostrabilità del momento di ricezione della fattura, che l’Agenzia individua in modalità idonee a garantire la data certa (pec o sistemi analoghi) o, in mancanza, nella correttezza delle scritture contabili, ii) nonchè all’obbligo, in capo al cessionario/committente di procedere alla regolarizzazione della fattura di acquisto non emessa nei termini entro quattro mesi dall’effettuazione dell’operazione.
    Quanto sopra per sgombrare il campo da comportamenti discrezionali dei cessionari / committenti che non possono arbitrariamente scegliere l’anno in cui far concorrere la detraibilità dell’imposta delle fatture ricevute né, tanto meno, possono tenersi nel cassetto fatture per poi registrarle in anni successivi sostenendo di averle ricevute in ritardo.
    A tale proposito, nonostante sia apprezzabile lo sforzo profuso dall’Agenzia delle Entrate per interpretare la normativa nazionale nel rispetto dei principi unionali, non è da escludersi che in fase di accertamento vengano effettuati rilievi connessi all’anno di esercizio della detrazione per quelle fatture cui sia difficile dimostrare il ritardo di ricezione con un presumibile proliferare del contenzioso.

    In attesa di interventi legislativi che, nel rispetto della necessità di contrastare i comportamenti fraudolenti volti all’evasione dell’imposta, arginino e risolvano questo tipo di problematiche, si ricorda a tutti gli attori di rispettare i principi di una corretta tenuta delle scritture contabili che si estrinsecano anche nel tempestivo sollecito dei documenti fiscali non pervenuti in modo da ridurre al minimo i problemi connessi con la ricezione nell’anno successivo di documenti emessi nell’anno precedente.

Back to top button
Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.