Johnson

  • Clinton calls UK decision to bury Russian election-meddling report “shameful”

    Former U.S. Secretary of State Hillary Clinton called the decision of the Conservative government to bury a parliamentary report on Russian meddling in UK politics “shameful.”

    The report by the parliament’s Intelligence and Security Committee (ISC) on Russian interference in UK democracy has been cleared by the security services. According to the BBC, it includes allegations of espionage, subversion, and election-meddling. It was sent to the British prime minister Boris Johnson on October 17.

    However, prime minister Johnson did not approve its publication and, therefore, it will not be seen before the December 12 vote. That means the publication of the report could be delayed for months or it may never see the light of day. Members of the parliament’s intelligence committee have been highly critical of Johnson’s failure to release the report.

    “I find it inexplicable that your government will not release a government report about Russian influence. Inexplicable and shameful,” Clinton told the BBC.

    “Every person who votes in this country deserves to see that report before your election happens,” Clinton added, going on to compare the US and the UK experiences. Clinton said that the US public should have known Russia’s engagement with the Trump campaign before the election.

    “There is no doubt – we know it in our country, we have seen it in Europe, we have seen it here – that Russia, in particular, is determined to try to shape the politics of Western democracies,” Clinton said.

    The British government claims that the publication of the report is a matter of normal procedure. Chief Secretary to the Treasury Rishi Sunak told the BBC that the report had to be “properly processed” before being made public. The same view was echoed by Chancellor Sajid Javid, who called the timescale of the publication “perfectly normal.”

    That is claim has been rejected by the Chair of the Committee responsible for the report, the Conservative former attorney general Dominic Grieve.

    Britain and the US have accused Russia of meddling in their electoral process. Moscow repeatedly denied any meddling, blaming all allegations to anti-Russian hysteria.

    The British parliament’s report was completed in March 2019 and includes testimonies and evidence from Britain’s main intelligence agencies, MI5, GCHQ and MI6. The CIA has produced similar reports.

    The Labour Party says that the report is not being published to avert any revelations of links between the former campaign manager of the Leave campaign and Johnson’s senior adviser, Dominic Cummings, to Russia.

  • Colpo finale della Corte Suprema britannica a Boris Johnson

    Non gliene va bene una a questo premier britannico fuori dalle righe. Dopo essere stato messo in minoranza su sei votazioni consecutive, ieri ha ricevuto il colpo finale dalla Corte Suprema, che all’unanimità ha giudicato illegale la controversa sospensione del Parlamento da lui decisa lo scorso agosto. La sospensione aveva provocato reazioni insolite da più parti ed aveva provocato anche manifestazioni di piazza. La decisione di Boris Johnson era stata considerata dalle opposizioni un bavaglio per coloro che si opponevano ad un’uscita “no deal” dall’UE, cioè senza un accordo. Johnson aveva evocato questa ipotesi in continuazione, nelle ultime settimane, come se fosse una minaccia verso chi non era d’accordo con la sua politica, che d’altro canto, fino a ieri, non consisteva in nessuna proposta alternativa da presentare a Bruxelles, in sostituzione dell’accordo negoziato da Theresa May ed approvato dal governo.  Ora la Corte Suprema ha sentenziato che “gli effetti sulla nostra democrazia sono stati estremi” ed ha aggiunto che il Parlamento è da considerarsi aperto. John Bercow, lo speaker della Camera dei Comuni, allora, ha immediatamente riconvocato tutti i deputati con una certa difficoltà, perché per esempio, i laburisti sono convocati a Brighton per la convenzione annuale del partito che terminerà oggi. La cosiddetta “prorogation” del Parlamento si è dunque rivelata un boomerang clamoroso per Johnson, che vede traballare la sua posizione. Fino a ieri ha detto di non volersi dimettere, ma dopo la sentenza di oggi, la sua posizione sembra essersi aggravata, poiché in teoria con il suo gesto avrebbe ingannato persino la Regina che ha controfirmato la sospensione. La gravità della cosa è data dal fatto che la Regina ha firmato un provvedimento illegale, cosa mai avvenuta prima. La Regina ha compiuto un atto riprovevole, ma la responsabilità risale al premier che con la sua testarda determinazione ha coinvolto anche l’indiretta responsabilità della Regina nella firma di un atto “illegale, nullo e privo di effetti” – dice la Corte Suprema. A Jeremy Corbyn, leader laburista, non pareva vero! Gli si offriva su di un piatto d’argento l’ennesimo motivo per chiedere le dimissioni di Johnson, assente da Londra perché impegnato a New York per l’Assemblea generale dell’Onu. Ma Johnson non mollerà la presa, nonostante il durissimo colpo ricevuto. Non rischia l’arresto per questo tipo di illegalità. Lo rischierebbe, invece, se ignorasse la legge anti “No Deal” approvata dal Parlamento, anche se a parole Johnson ha più volte affermato che non l’avrebbe rispettata se impediva di uscire alla data prevista del 31 ottobre. Quali carte potrebbe eventualmente giocare ancora? C’è chi dice che a questo punto potrebbe decidere di andare ad elezioni anticipate, dopo la storica decisione presa dalla Corte Suprema in difesa della democrazia britannica. Ma c’è il tempo necessario per l’organizzazione delle elezioni e lo svolgimento della campagna elettorale prima del 31 ottobre? Non abbiamo la risposta corretta, ma abbiamo un convincimento preciso: la premiership di Johnson è stata un disastro e la Brexit non ha ancora terminato d’offrirci il suo ultimo thriller.

  • La Brexit è sempre per aria mentre il giorno del ritiro si avvicina

    La Corte Suprema di Londra è riunita per decidere se la chiusura del Parlamento è legale, viste le incombenze che dovrebbero essere prese entro il 31 ottobre, data concordata tra RU e UE come termine ultimo per l’uscita. Il Parlamento ha votato una legge che vieta un’uscita senza accordo sul dopo.  Johnson continua ad affermare che l’uscita avverrà il 31 ottobre, con o senza “no deal”.  Ci si attendeva che lunedì scorso a Lussemburgo Johnson presentasse a Junker, ancora in carica come presidente della Commissione europea fino al 31 ottobre, le nuove proposte d’accordo che superassero quelle stabilite da Theresa May, sempre respinte dal Parlamento. Ma in realtà l’incontro di Lussemburgo è stato inutile perché Johnson non ha presentato proposte alternative e si è limitato a ripetere le cose che ripete da mesi: il 31 ottobre usciremo, con o senza accordo, la questione della frontiera tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda deve essere risolta senza nuovi agganci con l’unione doganale europea, la responsabilità del non accordo sarà dell’Unione europea, ecc. Una risposta indiretta l’ha espressa il presidente Junker arrivando alla colazione di lavoro con il premier britannico a Lussemburgo, accompagnato dal capo delegazione della Ue per la Brexit Michel Barnier: “L’Europa non perde mai la pazienza”- ha affermato. E a Strasburgo, alla plenaria del Parlamento europeo di oggi  (18 settembre n.d.r.)ha aggiunto: “Il rischio di un “no deal” è reale e permane. “Magari – ha detto – il ‘no deal’ alla fine sarà la scelta del governo britannico, ma non sarà mai la scelta dell’Ue. Un accordo è sempre auspicabile e possibile”. “La scadenza del 31 ottobre si avvicina a grandi passi, e abbiamo di fronte a noi più incertezza, non meno. Questa situazione piuttosto cupa non ci deve distrarre: la nostra priorità resta avere un ritiro ordinato e spero che riusciremo ad averlo”, lo afferma Tytti Tuppurainen, ministro per gli Affari europei della Finlandia, Paese che attualmente ha la presidenza semestrale di turno dell’UE, intervenendo nella seduta plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo. “In Gran Bretagna – continua la Tuppurainen – le opinioni restano divise. Solo il fermo rifiuto di un’uscita senza accordo ha aggregato una maggioranza. Malgrado ciò il governo britannico continua ad insistere sulle sue linee rosse, senza proporre soluzioni chiare alternative, per quanto riguarda le questioni più complicate, come il confine irlandese”. Johnson intanto continua ad aggrapparsi ad un unico ritornello, la promessa di portare a compimento la Brexit il 31 ottobre senza altri rinvii, a dispetto della legge anti “no deal”. Ma insiste anche a dire di volere una nuova intesa di divorzio con Bruxelles, senza “back stop” sul confine irlandese. Ma a giudicare dall’esito del suo deludente incontro a Lussemburgo con Jean-Claude Junker, ci sembra difficile raggiungere questo obiettivo. Johnson comunque sembra sperare in un aiuto di Angela Merkel, cancelliera di una Germania dove il mondo del business teme fortemente lo spettro di una Brexit dura e pesante, quasi come buona parte di quello britannico. Per telefono con la Merkel ha concordato l’impegno ad accelerare lo sforzo negoziale dell’ultimo minuto. Si farà in tempo prima del 31 ottobre, o bisognerà allungare ancora i tempi? Se in tre mesi il governo di Boris Johnson non è riuscito (o non ha voluto)a definire nuove proposte di negoziato, ci riuscirà a (o vorrà)  farlo in tre settimane?

  • Il Parlamento inglese sospende i lavori per cinque settimane

    Come era stato annunciato, il governo inglese ha deciso di sospendere i lavori del Parlamento fino al 15 ottobre, permettendo in questo modo al premier Johnson di avere il più ampio margine di manovra sulla Brexit, senza le interferenze dei parlamentari che dall’inizio del mese erano riusciti a ribellarsi alle sue imposizioni. Prima, togliendogli la maggioranza, sia pure di un voto, poi, votando una legge contro il “no deal”. Infine, impedendogli una maggioranza di due terzi per decidere di giungere ad elezioni anticipate. A tutto ciò si è aggiunta la decisione dello Speaker della Camera dei Comuni, John Bercow, di lasciare l’incarico a fine ottobre, come segno di dissenso nei confronti della politica distruttiva di Johnson. Cosa è possibile fare, dunque, in questa confusa e caotica situazione? Essendoci una legge che impedisce a Johnson di fare un “no deal” (di cui Johnson potrebbe non tenere conto) e non essendoci la maggioranza necessaria per indire nuove elezioni prima della scadenza della proroga per la Brexit, cioè il 31 ottobre, a Johnson non rimangono che due scelte: o negoziare un nuovo accordo con l’Unione europea, o chiedere l’estensione dell’art. 50 per una proroga che vada oltre la fine di ottobre. Johnson è contrario ad entrambe le ipotesi, ma essendo costretto dalla realtà a dover scegliere, egli preferirebbe la prima scelta, cioè l’apertura di un nuovo negoziato con l’UE per il raggiungimento di un accordo che superi quello stabilito con Theresa May e bocciato per ben tre volte dal Parlamento. Non a caso, ieri a Dublino in visita ufficiale, ha dichiarato inaspettatamente che la soluzione “no deal” sarebbe un fallimento. Fino al giorno prima il non accordo era uno sbocco inevitabile, una soluzione da perseguire se si voleva l’uscita dall’UE. I tre rifiuti parlamentari all’accordo raggiunto dalla May non esprimevano, forse, la volontà di una rottura netta con i legami europei? O erano soltanto un no netto al Primo ministro? I lavori del negoziato erano durati tre anni, a testimonianza dell’accuratezza con la quale entrambi i negoziatori avevano affrontato i punti dirimenti causati dall’uscita. Lo stesso punto relativo al confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda era stato affrontato nella preoccupazione di non creare una frontiera rigida. E l’accordo fu concluso proprio sull’accettazione provvisoria di una frontiera leggera, aperta, che non richiedesse il ripristino di una dogana, soluzione che fu respinta sempre dai Brexiteers. Come mai ora, a tempo quasi scaduto, si riparla di rinegoziare e si invia a Bruxelles, con il Parlamento chiuso per ferie, un interlocutore ufficioso per saggiare la possibilità di una riapertura delle trattative? E’ la forza delle cose concrete che spinge Johnson a ritornare sui propri passi, o è un barlume d’intelligenza politica che mostra in modo lampante l’eventuale fallimento del “no deal”? Comunque sia, soltanto a cose avvenute si può comprendere meglio le ragioni della May che non ha esitato a diventare il capro espiatorio di un accordo che probabilmente era il migliore che si potesse ottenere in quei frangenti, senza venir meno ai sacrosanti principi della sovranità e dell’indipendenza, nel rispetto della volontà degli inglesi espressa dai risultati del referendum del 2016.  Ora non si parla più della frontiera tra le due Irlande, ma di quella del canale che divide l’isola irlandese da quella inglese. La May non poteva sostenere questa proposta perché il partito nordirlandese Dup che le garantiva la maggioranza, non era d’accordo. Che ora si riparli della cosa dimostra che la May aveva visto bene e che il dissenso dimostratogli non poggiava su soluzioni alternative. Era un NO e basta. Riuscirà Johnson a evitare tutti gli scogli e a navigare in acque sicure per l’uscita? E’ ancora presto per dirlo, ma la dichiarazione rilasciata dal Premier a Dublino segna una svolta, non risolutiva ma almeno che tiene conto della realtà difficile e controversa della Brexit. Il vero problema – come afferma Paola Peduzzi su Il Foglio del 10 ottobre – non era la May, ma la Brexit stessa. A noi pare una verità sacrosanta.

  • Boris Johnson verso il “no deal”

    Boris Johnson, il nuovo premier del Regno Unito, ne spara una al giorno. Probabilmente sa che le sue sparate non vengono accolte, ma non rinuncia a lanciarle. La stampa ne parla e il suo nome figura in prima pagina dei giornali. Ieri ha ancora attaccato la May, dicendo per l’ennesima volta che l’accordo per l’uscita dall’Unione europea da lei sottoscritto è il peggiore che si potesse immaginare. Sarebbe facile ricordargli che Bruxelles, invece, con il suo capo negoziatore in testa, Mchel Barnier, continua a dichiarare che l’accordo non sarà rivisto e che, dato il contesto ed i problemi ad esso collegati, l’accordo risulta quanto di meglio è stato possibile convenire. E’ la stessa opinione più volte espressa dalla May. Sarebbe veramente un’ironia atroce se, a seguito della politica fallimentare di Johnson, fondata sulle proposte irrealizzabili di un premier che le spara grosse, col tempo si giungesse a riconoscere che effettivamente l’accordo May ora respinto, risultasse il minor male per l’uscita, molto minor male rispetto a quello che potrebbe provocare al Regno Unito un’uscita senza accordo. Nella proposta di ieri Johnson rifiuta per l’ennesima volta il cosiddetto backstop sui confini irlandesi, senza suggerirne un altro. Anche il ritardo del pagamento dei 39 miliardi di sterline dovuti da Londra all’UE contribuisce a creare nervosismo e a rendere il premierato un’occasione di ulteriore contrasto all’interno dei Conservatori e in generale nella politica britannica, perché questi atteggiamenti non meditati e queste proposte che non saranno accettate portano direttamente ad un’uscita “no deal”, non voluta da larga parte dei Conservatori e rifiutata anche dall’opposizione laburista. Il 31 ottobre si avvicina celermente ed è ancor più vicino se si considera che la politica inglese s’arresta un mese per le ferie estive. A ciò si deve aggiungere che sono pochi quelli che credono all’età dell’oro preannunciata da Johnson con l’uscita dall’UE e alla realizzazione di una nuova politica commerciale favorevole al Regno Unito dopo l’uscita dall’Unione doganale con l’Europa. Le sparate, le battute, le promesse dorate del nuovo premier non incantano nessuno, probabilmente nemmeno quelli che lo hanno scelto come leader dei Tory. Ma è brillante, dicono molti osservatori, e la sua estrosità verbale, oltre che comportamentale, riesce ad affascinare molti elettori. Dopo aver annunciato che in caso di nuove elezioni interne riuscirebbe a battere Corbyn, i sondaggi gli hanno conferito dieci punti in più. E un leader che riesce a far risalire i sondaggi in casa Tory, dopo la batosta elettorale delle elezioni europee, non è da disprezzare. Sembra che i voti in più gli siano venuti dal partito Brexit di Nigel Farage, che ha raccolto, non dimentichiamolo, 29 seggi al Parlamento Europeo. Intanto il premier sta preparando una campagna pubblicitaria di 100 milioni di sterline, probabilmente per abituare gli inglesi all’idea del “no deal”. Il ministro degli Esteri pensa che poi sarà più facile trattare con gli europei. Molti conservatori invece ritengono che il caos non potrà portare buoni frutti e che bisognerebbe fare quanto è possibile proprio per evitare il “no deal”. Nessuno però dice in che cosa consisterebbe questo “quanto è possibile”. Mentre gli amici della May ritengono che esso consiste nell’accordo da lei sottoscritto. Andremo incontro a mesi difficili, anche dopo aver risolto definitivamente, entro il 31 ottobre, le procedure previste per l’entrata in funzione ufficiale della nuova Commissione europea. L’Unione non potrà prorogare ulteriormente le sue riforme in attesa che Johnson compia i suoi miracoli. E se Johnson uscirà, come ha promesso, entro il 31 ottobre, i parlamentari europei del Regno unito dovranno abbandonare l’aula di Strasburgo e i loro 73 seggi verranno distribuiti fra gli aventi diritto. Ma sarà così? C’è chi scommette su altri avvenimenti che dovrebbero animare la politica inglese con le elezioni anticipate e con lo scontro definitivo tra Johnson e Corbyn. Ne sapremo di più dopo le vacanze.

  • Johnson e Hunt: i due candidati finali alla leadership del Regno Unito

    Dei dieci candidati che si erano proposti per la leadership nel partito conservatore britannico oggi ne restano due: l’ex sindaco di Londra e hard Brexiter Boris Johnson e l’attuale ministro degli Esteri Jeremy Hunt. La procedura delle elezioni per giungere ai due nomi del ballottaggio finale è terminata venerdì scorso, con un colpo disonesto e sleale che ha messo fuori gioco per un paio di voti Michael Gove, considerato fino a quel momento il candidato numero due. Gli amici di Johnson infatti avrebbero portato qualche voto a Hunt, facendolo prevalere su Gove, ritenendo quest’ultimo poco malleabile e non coincidente con la politica di Johnson. Gove, infatti, che è un ex suo grande amico, ha già fatto capire a tutti che se Boris verrà eletto primo ministro sarà sua compito perseguitarlo. Se questi sono gli obiettivi dei colleghi del futuro primo ministro non c’è da meravigliarsi che il partito conservatore sia sceso alla soglia del 9% dei voti e non ci si dovrà meravigliare neppure se il popolo britannico continuerà a dimenticarsi di lui. Il nome del vincitore si conoscerà soltanto dopo il 22 luglio, quando i 140 mila (alcuni giornali dicono 160 mila) iscritti al partito conservatore avranno votato. Gli osservatori puntano su Boris Johnson, ex sindaco di Londra, ex ministro del Esteri, tra i maggiori oppositori di Theresa May, uno dei personaggi più controversi della politica inglese. Chi lo ammira, apprezza il suo humour dissacrante, il suo carisma e le sue conoscenze ottenute anche studiando nelle migliori scuole dei Regno Unito. Chi lo disprezza, condanna le sue gaffe, il suo atteggiamento elitario, i suoi commenti razzisti e le sue bugie, come quando, durante la campagna elettorale del 2016 ha ripetuto che il Regno Unito inviava ogni settimana all’Unione europea 350 milioni di sterline, un’affermazione falsa per la quale è stato costretto a presentarsi in tribunale con l’accusa di cattiva condotta. Ma per molti ammiratori queste tendenze negative sono bazzecole, se continuano a votarlo, come lo ha votato fino ad ora anche la maggioranza dei parlamentari del suo partito. Non si lasciano impressionare nemmeno dalla notizia circolata sabato, di suoi vicini di casa che hanno chiamato la polizia perché sentivano urla provenire dal suo appartamento e rumore di stoviglie rotte. Un candidato alla guida del governo che malmena la donna con la quale convive non è una notizia di tutti i giorni, così come non è normale che lo stesso candidato non faccia sapere quanti figli ha. Quattro sono nati dal primo matrimonio, ma ne circolano altri due, non confermati dall’interessato, che si giustifica con il diritto alla privacy, nati al di fuori del matrimonio. Diciamo che è un personaggio un po’ chiacchierato, insomma! Nato a New York nel giugno del 1964 da genitori inglesi, trascorre l’infanzia negli Usa e si trasferisce in seguito, prima a Bruxelles e poi in Inghilterra a Eton, uno dei college più rinomati al mondo, frequentato anche dai membri della famiglia reale e dall’aristocrazia. Si laurea a Oxford e inizia a lavorare al Times. Fu licenziato nel 1988 perché redasse una notizia scorretta e assunto al Daily Telegraph, divenendone corrispondente da Bruxelles, dove si face notare per i suoi articoli fortemente euroscettici e critici nei confronti dell’allora presidente della Commissione europea Jacques Delors. Iniziò la carriera politica nel 2001, nel 2008 divenne sindaco di Londra e nel 2016 ministro degli Esteri tra le perplessità degli osservatori e degli stessi suoi colleghi di partito. Si è dimesso nel 2018 in segno di protesta contro il piano della Brexit presentato da Theresa May. Da allora è diventato uno degli esponenti più accaniti della hard Brexit, continuando ad attaccare le premier e collezionando figuracce. L’ultima si riferisce a qualche giorno fa, quando su internet è circolata la foto della sua automobile piena di cartoni di cibo vuoti, abiti sporchi, briciole di cibo e fogli sparsi. Ciò nonostante, nelle votazioni per la leadership ha sempre avuto la maggioranza dei voti rispetto ai suoi colleghi, non chiacchierati, senza scandali.

    Il secondo candidato, Jeremy Hunt, attuale ministro degli Affari Esteri, che ha sostituito il dimissionario Boris Johnson, è nato nel 1966. Sa parlare giapponese, ha una moglie cinese di dieci anni più giovane, una laurea a Oxford e prima di entrare in politica, nel 2005, ha fatto l’imprenditore e l’insegnante di lingua inglese all’estero. Nel 2001 venne nominato ministro della Cultura, dello Sport e dei Media, dopo essere stato ministro ombra per la disabilità. Divenne famoso tra gli sportivi perché raddoppiò il budget per la Olimpiadi di Londra del 2012, passando da 40 a 81 milioni di sterline. Nel settembre dello stesso anno venne nominato ministro della Sanità e rimase in carica fino al 2018, quando successe a Johnson agli Esteri. Non ha mai avuto grandi scandali, ma nel 2009 fu costretto restituire 9500 sterline dopo essere stato accusato di aver violato alcune norme sulle spese e i fondi dei politici. Fu in seguito coinvolto nell’inchiesta sulle pratiche scorrette adottate da alcuni media, per i suoi contatti troppo ravvicinati con la famiglia Murdoch. Infine venne molto criticato quando disse che i turni serali e di sabato dei giovani medici non sarebbero più stati considerati straordinari. E i medici scioperarono contro questa decisione. Hunt è considerato più moderato di Johnson, ma ha avuto una espressione molto infelice quando ha dichiarato che l’UE ha adottato tattiche simili a quelle della Russia sovietica durante i negoziati sulla Brexit. Molti politici si sono infuriati e Hunt fu costretto a ritrattare e a scusarsi. Vorrebbe una soft Brexit, ma importante per lui sarebbe il raggiungimento di un buon accordo, piuttosto che uscire il prima possibile, come invece vorrebbe Johnson, che si dice pronto a un no deal. Sarà che la politica europea è un po’ in crisi dappertutto, sarà che anche la democrazia britannica, madre di tutte le democrazie dopo la Grecia, è in crisi, sarà che l’attualità non offre più leader “come quelli di una volta”, sarà come voi giudicate i politici di oggi, ma a noi sembra che le due candidature suscettibili di offrire una leadership al Regno Unito siano molto al di sotto di ciò che il Regno Unito meriterebbe per il contributo da lui offerto alla civiltà occidentale. Ma forse ciò si spiega anche con il declino di quest’ultima.

  • Si dimette anche il ministro degli Esteri Boris Johnson

    Anche Boris Johnson, ministro degli Esteri del governo May, si dimette a due giorni di distanza dalle dimissioni del ministro per la Brexit David Davis. Al suo posto è stato nominato Jeremy Hunt, 51 anni, al governo ininterrottamente dal 2010, per sei anni ministro della Sanità. E’ stato anche ministro dello Sport e responsabile delle Olimpiadi di Londra del 2012. Già in questa settimana Hunt dovrà occuparsi di un evento molto importante, come la visita di lavoro del presidente americano Donald Trump in programma da giovedì sera. Al suo posto, alla Sanità, la May ha nominato Matt Hancok, 39 anni, che abbandona il ministero della Cultura, al quale è stato designato Jeremy Wright, 45 anni, finora Procuratore generale. Con Steve Baker, suo ex numero due, salgono a tre i ministri dimissionari del governo May e gli ultimi due per dissensi con la linea considerata troppo morbida nei negoziati per la Brexit. L’uscita di Johnson rappresenta il tentativo di mettere in ulteriore difficoltà la May, nell’ipotesi di costringerla a cambiare le linee del suo piano. Ma per ora inutilmente. La premier difende a spada tratta il suo progetto di futura relazione con l’UE e sostiene che esso getta la basi per negoziati “responsabili e credibili” con Bruxelles. Alla Camera dei Comuni ha tuttavia dichiarato che il governo deve essere pronto per ogni possibile evenienza, compresa l’ipotesi che non si trovi nessun accordo. Ed ha aggiunto che il governo ha concordato che la proposta (per la quale i ministri Davis e Johnson si sono dimessi) deve essere migliorata, ricordando che nel frattempo il tempo stringe. Il disaccordo con i ministri dimissionari riguarda il modo di gestire il processo di uscita del RU dall’UE e a questo proposito la May ha commentato: “Siamo in disaccordo sul modo migliore per tener fede all’impegno comune di onorare i risultati del referendum” del giugno 2016, quando il 52% dei cittadini britannici ha votato a favore dell’uscita. La May ha comunque difeso la nuova strategia, che prevede nuove intese doganali con l’UE e un’apertura all’ipotesi di un’area di libero scambio con regole comuni almeno per i prodotti industriali e per l’agricoltura. Questo piano – ha spiegato la May – punta a mantenere rapporti commerciali senza attriti e getta una base responsabile e credibile nei negoziati con Bruxelles. Johnson non usa giri di parole: “Il sogno della Brexit sta morendo, soffocato da dubbi inutili”… “Ci avviamo ad assumere lo status di una colonia dell’UE”. E’ il tono di una chiamata alle armi del fronte Tory euroscettico contro il premier Theresa May. E’ l’annuncio della battaglia per sfidare la linea dell’attuale primo ministro in seno al partito conservatore. Il leader dell’opposizione laburista non si lascia scappare l’occasione e ridicolizza la nuova posizione sulla Brexit della May: Il governo è nel caos, ceda il passo! E’ incapace di raggiungere un accordo con l’UE e deve cedere il passo a chi è capace – evocando un cambio della guardia a favore del suo partito, il Labour. E continua: “Non fa chiarezza su nessuno dei punti chiave, non garantisce un confine aperto in Irlanda e lascia il Paese prigioniero della guerra civile Tory, come confermano le dimissioni recenti”.

    La sterlina intanto effettua una brusca inversione di rotta e la politica è in fermento. Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, si rammarica che l’dea del divorzio tra Regno Unito e UE non vada via con Davis e Johnson: “i politici vanno e vengono, ma i problemi che hanno creato per le persone restano. Posso rammaricarmi che l’dea della Brexit non sia andata via con loro”

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