Il Kenya si prepara a un “baby boom” per la fine di quest’anno. Un rapporto del ministero della Salute certifica infatti un incremento nel numero delle donne rimaste incinte a partire da marzo, primo mese delle restrizioni imposte dal governo del presidente Uhuru Kenyatta per contenere la
diffusione del Covid-9. Secondo gli esperti del ministero, citati dal quotidiano
locale The Standard, negli ultimi quattro mesi il numero delle donne e delle ragazze che si sono rivolte alle prime cure prenatali è aumentato di circa un decimo rispetto allo stesso
periodo negli anni precedenti. Il mese record, fino ad adesso, è stato giugno. Un dato in
controtendenza rispetto a quella che è ritenuta la norma: in genere il mese in cui si riscontra un aumento nell’assistenza prenatale è gennaio, con un calo a maggio e giugno.
Rispetto alle cause di questo incremento si è ancora nel campo delle ipotesi. Tra le più accreditate, le varie conseguenze delle restrizioni anti-Covid. Secondo un esperto di salute riproduttiva sentito dallo Standard, Victor Rasugu, un ruolo fondamentale lo ha avuto il calo degli approvvigionamenti e degli acquisti di contraccettivi, nonché di assistenza sanitaria riproduttiva. Un fenomeno, questo, dovuto soprattutto allo stress a cui è stato sottoposto il sistema sanitario nazionale. A preparare il “baby boom”, secondo la stampa keniana, anche i lunghi coprifuoco e i consigli a restare in casa che hanno caratterizzato il periodo di lockdown, con alcune restrizioni peraltro ancora in vigore.
Kenya
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Il lockdown porta a un surplus di natalità in Kenya
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Campo profughi di Dadaab verso la chiusura, tangenti per ottenere lo status di rifugiati
Il campo profughi di Dadaab, il più grande campo profughi del mondo, al confine tra Kenya e Somalia, è in via di sgombero. Il governo keniota aveva notificato all’inizio dell’anno all’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, l’intenzione di chiuderlo e nei giorni scorsi ha rimpatriato in Somalia, da dove provengono la maggior parte degli ospiti del campo, 45 persone (che sono state prese in carico dalle autorità somale e da personale dell’Unhcr).
In Kenya, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, vi sono complessivamente 476.695 rifugiati (per il 54,5% si tratta di somali fuggiti dal loro Paese), 212.936 dei quali ospitati a Dadaab. Già dal 2014, il Kenya ha stipulato un accordo con Somalia e Unhcr per il progressivo rimpatrio dei somali. In questi anni 80mila persone sono state rimpatriate. Nairobi peraltro vorrebbe arrivare a evacuare l’intero campo in sei mesi, mentre le Nazioni Unite fanno presente che la Somalia non è a tutt’oggi un Paese sicuro.
Chi rimane a Dadaab, secondo voci raccolte a giugno dal quotidiano britannico The Guardian, si trova a fare i conti con una corruzione pressoché endemica che coinvolge anche alcuni dei 16mila addetti dell’Unhcr. Il Guardian riferisce di tangenti per ottenere lo status di rifugiati a tutti gli effetti e poter essere quindi accolti in qualche Paese disposto a dare ospitalità (operazione più difficile dopo che Donald Trump ha decretato il divieto di viaggiare verso gli Usa per chi proviene da determinati Paesi); ma la mazzetta, riporta il quotidiano, si paga anche per avere cibo. L’Unhcr ha aperto un’indagine sulle denunce del Guardian, il malaffare appare peraltro strettamente connaturato ai centri di accoglienza e non solo in Africa: per la struttura di Borgo Mezzanotte nel foggiano il Corriere della Sera riferiva della presenza di bordelli sotto il controllo della mafia nigeriana, sotto gli occhi delle forze dell’ordine preposte a vigilare su entrate e uscite dal campo stesso. A Dadaab qualche mese fa sono stati arrestati 12 sospetti terroristi, uno dei quali in possesso di due passaporti neozelandesi.
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Il Kenya costruisce barche con plastica riciclata
In Kenya è stato costruito il primo dhow (la tradizionale imbarcazione dell’Africa orientale a vela araba triangolare) fatto interamente di plastica riciclata. Volontari ambientalisti kenioti hanno raccolto a Nairobi, Mombasa e Malindi e sulle spiagge di Lamu bottiglie di pet, soprattutto, ma anche 30mila ciabatte infradito e, con le tavole colorate gialle, rosse, blu, bianche e verdi ricavate da 10 tonnellate di scarti, dopo 3 anni di lavoro hanno varato un veliero dallo scafo arlecchino. Nome: Flipflopi (infradito in inglese). Missione: navigare nell’oceano tra il Kenya e Zanzibar (500 chilometri) per rendere più sensibile la gente al problema dell’inquinamento da plastica e al riciclo dei rifiuti.
Secondo l’Onu, dagli anni Cinquanta sul nostro pianeta sono stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate di plastica. Un decimo è stato riutilizzato, un altro decimo incenerito: quasi l’80% è finito nelle discariche e nei mari. Secondo l’università di Berna, il danno economico annuo all’ecosistema marino è di 12,5 miliardi di euro, quanto il Pil dell’Islanda. In Africa la produzione di rifiuti passerà dai 125 milioni di tonnellate l’anno attuali al doppio entro il 2025, ma molti Paesi sono già attivi nel campo del riciclo, della plastica in particolare: il Sud Africa, l’economia più ricca del continente, ha già più di 200 aziende operative. Il Kenya ne ha molte di meno ma vuole recuperare: nel 2017 ha introdotto una delle leggi anti-sacchetti più dure al mondo. Le bottiglie di plastica continuano a essere gettate ovunque, ai bordi delle strade come nei corsi d’acqua. L’organizzazione nonprofit Petco, sede a Nairobi, ha lanciato da pochi mesi una grande iniziativa di raccolta. Per il 2019 l’obiettivo è 5.900 tonnellate di bottiglie di plastica: il 30% dei rifiuti in pet del Kenya. Una campagna sostenuta da grandi marchi presenti nel Paese, da Coca-Cola a Unilever.
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Un asilo per rinoceronti ed elefanti in Kenya
Dal 1977 nel Nairobi National Park esiste il The David Sheldrick Wildlife Trust, intitolato all’omonimo naturalista inglese, che si occupa della salvaguardia dei cuccioli di elefante e rinoceronte nero rimasti orfani per vis del bracconaggio. I piccoli vengono alllattati, svezzati, seguiti in tutto ciò di cui hanno bisogno e poi rimessi in libertà nel loro habitat naturale, entro lo spazio protetto del parco nazionale dello Tsavo.
Un paio di anni fa, nell’ambito delle iniziative di contrasto al bracconaggio, furono date alle fiamme 105 tonnellate di avorio (provenienti da 8mila animali) e una tonnellata di corni di rinoceronte, per un valore stimato di 150 milioni di dollari. Il materiale accatastato nella pira accesa dal presidente Uhuru Kenyatta proveniva sia dalle zanne sequestrate a bracconieri e commercianti, sia da quelle raccolte dagli elefanti morti per cause naturali.