Lago Ciad

  • Si può salvare il lago Ciad e con esso l’Africa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su I’taliaOggi’ il 9 maggio scorso. L’argomento trattato era già stato affrontato nel 2013 dall’On. Cristiana Muscardini con alcune interrogazioni parlamentari rivolte alla Commissione europea per attirare l’attenzione sul problema della siccità nell’area in questione e sollecitare un intervento concreto di collaborazione da parte dell’Europa.

    Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha recentemente dichiarato l’intenzione di affiancare il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, nella raccolta di fondi per la realizzazione del progetto di «trasferimento idrico» dalla regione dell’Africa centrale verso il Lago Ciad, nel Sahel. Intendono presenziare insieme a un Forum Speciale dove coinvolgere sponsor pubblici e privati per finanziare il progetto. L’intero grande progetto richiederebbe 50 miliardi di dollari che i paesi direttamente interessati dal bacino acquifero del lago Ciad, cioè la Nigeria, il Camerun, il Niger e il Ciad, ovviamente non sarebbero da soli in grado di disporre. L’accordo è stato mediato dall’African Development Bank, che, negli anni passati, si è mossa con grande impegno per la realizzazione d’infrastrutture in Africa e portare il continente e la sua popolazione fuori dal sottosviluppo e dal continuo spettro della povertà.

    A causa di una gestione del lago quasi inesistente e, soprattutto, dell’avanzamento del deserto, nei decenni passati il lago ha perso il 90% della sua superficie, con catastrofici effetti climatici e sociali. Come è risaputo, intorno al bacino del lago vivono circa 30 milioni di persone che, di giorno in giorno, vedono le loro vite e il loro futuro sempre più minacciati. Di conseguenza, sono sorti conflitti tra i paesi rivieraschi per l’approvvigionamento dell’acqua e forti tensioni tra agricoltori e pescatori. Una vera lotta tra poveri. Non c’è quindi da essere sorpresi se i giovani di queste terre vogliano o debbano emigrare e se altri possano finire nelle reti del terrorismo e del crimine organizzato. Com’è noto sono proprio la mancanza di lavoro e le guerre locali, le cause principali delle migrazioni anche verso l’Europa.

    È il caso di ricordare che la parte centrale del programma d’investimenti ipotizzato sarebbe la realizzazione del «Progetto Transaqua», elaborato ben 40 anni fa dall’impresa italiana «Bonifica» del gruppo Iri per la creazione di un canale lungo 2.400 km per portare acqua dolce dal fiume Congo verso il lago Chad. Già nel febbraio 2018 nella conferenza internazionale sul lago Ciad, tenutasi ad Abuja in Nigeria con la partecipazione anche dell’Italia e dell’Unesco, si era sostenuto con forza la realizzazione di Transaqua. Allo stato, il trasferimento idrico tra i bacini acquiferi non ci sembra un’opzione né un «miraggio faraonico» ma una vera e propria necessità.

    Si prevede il trasferimento di 100 miliardi di metri cubi di acqua all’anno dal bacino del fiume Congo al lago Ciad, equivalente a circa l’8% della portata del fiume, che, comunque, la scarica tutta nell’Oceano Atlantico. Il piano prevede anche la costruzione di un sistema di dighe, bacini artificiali e canali che forniranno energia pulita, trasporto fluviale e acqua dolce per le popolazioni interessate e per lo sviluppo di un moderno settore agroindustriale nell’Africa Centrale. Transaqua affronta molti aspetti della crisi africana, offrendo la possibilità di lavoro e benefici per i paesi a sud del Sahel, inclusa la Repubblica Democratica del Congo, che metterebbe a disposizione l’acqua in cambio di un importante arricchimento infrastrutturale e produttivo.

    Come prevedibile, la Cina è il primo paese a essere interessato, non solo per ragioni geopolitiche ma anche per soddisfare la sua necessità di importare beni alimentari. Già nel 2016 PowerChina, il gigantesco conglomerato industriale cinese che ha costruito anche la diga delle Tre Gole, aveva discusso del progetto con il governo della Nigeria esprimendo la sua disponibilità a partecipare al finanziamento e alla realizzazione dello stesso. Oltre ai grandi investimenti miliardari in molti paesi dell’Africa, Pechino organizza ogni due anni uno specifico forum con la partecipazione di tutti i capi di stato africani. L’ultimo si è tenuto lo scorso settembre dove la Cina ha presentato il piano d’integrazione dell’Africa nelle Vie della Seta, la Belt and Road Initiative. Nel frattempo si è mossa anche la Russia che il prossimo ottobre organizzerà il primo Russian African Summit con i leader di tutti i paesi africani.

    L’Italia, fin dai tempi di Enrico Mattei, è sempre stata attenta all’idea di una vera cooperazione e dello sviluppo dell’Africa. Da sola, però, non è riuscita a smuovere gli altri grandi attori occidentali e internazionali. Lo scorso ottobre è stato meritoriamente firmato un memorandum d’intesa tra il nostro Ministero dell’Ambiente e la Commissione del Bacino del Lago Ciad per il finanziamento dello studio di fattibilità del Progetto Transaqua. L’Italia vi contribuisce con 1,5 milioni di euro. Anche PowerChina cofinanzia lo studio. Negli ultimi anni l’Europa ha ripetuto la necessità di lanciare un «Piano Marshall per l’Africa» per sviluppare il continente e per contenere il flusso dei cosiddetti «migranti economici» verso l’Europa. Questo a parole.

    L’Italia ha sempre mantenuto un rapporto storico positivo con molti paesi africani. Siamo conosciuti come i costruttori di dighe e d’importanti infrastrutture. È interesse nostro e dell’Europa di lavorare per una genuina collaborazione, superando anche qualche vecchio retaggio del colonialismo di certi paesi europei.

    In definitiva, la realizzazione del grandioso progetto in questione sarebbe un aiuto concreto allo sviluppo del continente africano e un modo serio di «aiutarli a casa loro». Sarebbe, inoltre, anche una scelta coerente per difendere la Terra dal processo di desertificazione evidenziato dallo stesso Onu. Sarebbe probabilmente una risposta importante al problema dei mutamenti climatici denunciati dagli scienziati e dai giovani di tutto il mondo.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

     

  • Le nazioni africane stanno per decidere sul progetto d’origine italiana Transacqua, grande trasferimento idrico dal fiume Congo per il Lago Ciad

    Si cominciò a parlarne agli inizi degli anni Settanta. Il progetto, denominato Transacqua, consiste nel trasferimento dell’acqua da certi affluenti del fiume Congo verso il lago Ciad, attraverso un canale che utilizzerebbe la valle del fiume Chari, principale tributario del lago. L’origine del progetto è stata la grave siccità che colpì allora il Sahel africano, talmente grave da far diminuire  in poco tempo la superficie del lago Ciad da 22.000 Kmq a circa 8.000 Kmq. La crisi, che fece molto rumore a quell’epoca per le sue dimensioni, sembrava non potesse risolversi e avere delle conseguenze irreversibili di desertificazione di larghe superfici coltivabili e coltivate fino ad allora e ben presto cominciarono ad affermarsi i timori degli scienziati sull’effetto serra. Si diffuse allora l’dea di un grande trasferimento d’acqua a partire dalle regioni eccedentarie del bacino del Congo verso le zone deficitarie del Sahel. Fu nel 1972 che Francesco Curato, Ceo di Bonifica S.p.A., una delle più importanti società d’ingegneria del gruppo Iri-Italsat, concepì un’ipotesi del progetto. Un documento di dieci anni dopo, redatto da Marcello Vichi con l’autorizzazione del nuovo Ceo Renzo Rosi riunì gli studi e il consiglio di agenzie internazionali. Cinquecento copie in tre lingue, con l’indicazione “Bonifica SpA-Iri-Italsat” furono distribuite ai Paesi interessati, alle autorità italiane e a numerosi organismi internazionali. Lo scopo principale di questo trasferimento d’acqua sarebbe stato quello di ripristinare e stabilizzare la superficie del lago Ciad com’era negli anni 1960 e di permettere l’irrigazione di superfici ancora più vaste, dato che la popolazione locale della regione era almeno triplicata rispetto ad allora. E ciò rendeva necessarie zone coltivate ben più estese. In secondo luogo questo trasferimento avrebbe permesso un’importante produzione d’energia idroelettrica. Sarebbe stata creata anche un’importante via navigabile di 2.400 chilometri, con una portata di 100 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, che collegava il bacino del lago Ciad con la rete del fiume Congo e più tardi con i grandi laghi e l’Africa dell’Est.

    Per troppi anni il progetto è stato ignorato e osteggiato come un progetto “faraonico”. Le condizioni politiche dei Paesi interessati, inoltre, non permettevano scelte così impegnative ed importanti. L’instabilità politica e l’attività terroristica non consentivano ai governi di impegnarsi a fondo. Ora invece la crisi migratoria e il consolidarsi di un nuovo paradigma politico grazie alla presenza cinese in Africa hanno creato condizioni più favorevoli per la fattibilità dell’opera. La notizia diffusa in questa settimana della convocazione di una conferenza internazionale organizzata da alcuni Paesi africani, che si terrà dal 26 al 28 febbraio ad Abuja, capitale della Nigeria, fa bene sperare. Lo scopo è quello di decidere come salvare il lago Ciad. Ad essa parteciperanno capi di Stato e di governo, funzionari ed esperti provenienti dal continente africano, dall’Europa, dagli Stati Uniti e dalla Cina. La conferenza, organizzata con gli auspici del governo nigeriano, della Commissione del bacino del lago Ciad e dell’Unesco, tende a generare un consenso e la disponibilità per un efficace sostegno al progetto Transacqua di trasferimento idrico dal bacino del Congo al lago Ciad. Tra i relatori vi saranno i rappresentanti dell’impresa italiana Bonifica SpA e del conglomerato cinese PowerChina, che hanno stretto un’alleanza strategica per compiere uno studio di fattibilità della grande infrastruttura. Il governo italiano contribuirebbe al finanziamento dello studio e non è escluso che, a margine della conferenza si firmi un accordo a quattro tra le due società, la citata Commissione e un rappresentante del governo italiano. I politici europei hanno speso molte parole negli ultimi anni e mesi, riferendosi a un “Piano Marshall per l’Africa”, al fine di sviluppare il continente e annullare alla fonte il flusso dei migranti economici verso l’Europa.

    Nonostante le molte parole nessun progetto è mai stato presentato. Il solo che esiste è quello italiano di Transacqua. A questo proposito desidero ricordare un intervento dell’on. Muscardini del 17 luglio 2013 che indirizzò alla Commissione europea un’interrogazione scritta con la quale, ricordando la tragedia della carestia nel Sahel ed il conflitto nel Mali, chiedeva se era a conoscenza del progetto Transacqua, se ne conosceva la versione ridotta di cui si era parlato nel 2010 a Ndjiamena alla presenza di Gheddafi, e quali erano le ragioni che non avevano permesso di prendere in considerazione il progetto integrale di Transacqua. La risposta della Commissione affermava che il Fondo europeo di sviluppo aveva erogato 2,5 milioni di euro a favore della Commissione del bacino del lago Ciad per la gestione delle risorse idriche e che era a conoscenza del progetto Transacqua, ma che gli studi di fattibilità indicavano che il progetto avrebbe comportato notevoli rischi ambientali. L’UE, tuttavia, era impegnata ad analizzare 32 proposte di progetti volti a preservare il lago Ciad che erano stati discussi in occasione del Forum mondiale sull’acqua tenutosi a Marsiglia nel 2012. La Commissione  ricordava inoltre che nel 2013 era stato concesso un aiuto umanitario di 115 milioni di euro in risposta alla crisi alimentare in atto nel Sahel e alla crisi del Mali. Il 20 dicembre del 2013 l’on. Muscardini ritornò alla carica e riferendosi alla risposta relativa all’interrogazione precedente ricordò con ironia che negli anni Cinquanta in Italia coloro che erano contrari alla realizzazione dell’autostrada del Sole affermavano che non si doveva fare perché nuoceva all’ambiente, dividendo il paesi in due. Perché la Commissione non aveva risposto al fatto che Transacqua non era stato nemmeno preso in considerazione? La risposta era burocratica. Nel quadro delle azioni regionali prioritarie nelle infrastrutture, è stato definito un programma per lo sviluppo a tutti i partner nazionali e regionali e per il momento il progetto Transacqua non era stato scelto tra i 51 progetti selezionati. Lo stesso piano nazionale di sviluppo proposto dal Ciad, che individua le priorità per il paese nel periodo 2013-2015, non fa riferimento al progetto Transacqua. In altri termini: se il Ciad non mi propone il progetto, perché dovrei interessarmene io, Commissione europea? La logica della risposta è burocratica, come abbiamo detto, perché Transacqua va ben al di là di una proposta regionale ed investe la responsabilità di molti Paesi, comportando tra l’altro molti progetti infrastrutturali, non solo idrici, ma anche dell’energia, dei trasporti, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, comprese numerose centrali idroelettriche nel lungo percorso dei 2.400 chilometri del canale proposto. Un’occasione perduta, dunque, che si ripresenta ora in un contesto geopolitico più favorevole?

    Trenta milioni di persone dipendono dal Lago Ciad, in termini di pesca e agricoltura. Anche il prosciugamento parziale del lago ha causato emigrazioni verso l’Europa e prodotto un terreno di reclutamento per i terroristi del gruppo Boko Haram. La forza multinazionale composta dai Paesi rappresentati nella Commissione del Bacino del Lago Ciad è riuscita a assestare colpi decisivi a Boko Haram come forza militare, ma resta ancora molto da fare: anche questo tema sarà discusso durante la conferenza internazionale. Il Progetto Transacqua affronta simultaneamente tutti questi aspetti della crisi africana, offrendo una prospettiva di occupazione di massa, crescita e benefici per tutte le nazioni a Sud del Sahel, inclusa la Repubblica Democratica del Congo, che “donerebbe” l’acqua (altrimenti destinata a riversarsi nell’Oceano Atlantico), ma riceverebbe in cambio un formidabile arricchimento infrastrutturale e produttivo.

    Sarà la volta buona? Ce lo auguriamo di tutto cuore. Sarebbe una luce che s’accende nel buio del continente africano e che potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova fase per molti Paesi africani, quelli coinvolti dal progetto Transacqua in primis, verso lo sviluppo e la crescita, due antidoti efficaci contro il terrorismo ed il caos dell’instabilità.

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