latte

  • Le norme europee sui prodotti con latte si applicheranno dal 2020

    Scaduta il 31 marzo scorso la disciplina sperimentale dell’etichettatura dei prodotti preimballati contenenti latte, l’Italia continuerà ad applicare le norme ‘sperimentali’ sull’origine del latte e prodotti derivati fino al prossimo 1 aprile, secondo quando dispone una proroga contenuta in un decreto del Ministero delle politiche agricole e forestali emanato il 18 marzo scorso (modifica del decreto 9 dicembre 2016, concernente l’indicazione dell’origine in etichetta della materia prima per il latte e i prodotti lattieri caseari, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori).

    Con il silenzio-assenso della Commissione Europea, l’etichettatura riporta l’indicazione di origine del latte o del latte usato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari, con le diciture «paese di mungitura» (il nome del Paese nel quale è stato munto il latte) e «Paese di condizionamento o di trasformazione» (nome del Paese nel quale il latte e’ stato condizionato o trasformato).

    Dall’1 aprile del 2020 sarà applicabile all’Italia il regolamento di esecuzione (UE) 2018/775 sulle informazioni da fornire ai consumatori, per quanto riguarda le norme sull’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza dell’ingrediente primario di un alimento.

  • L’Europa deve proteggere meglio i propri prodotti e produttori agricoli

    Tra le molte iniziative che l’Italia dovrebbe prendere nel futuro Parlamento europeo vi sono anche quelle legate alla tutela dei prodotti alimentari, sia come garanzia per i consumatori che per rispetto dei produttori. Bisognerebbe ad esempio definire che la parola formaggio si riferisce solo a un prodotto che nasce direttamente dal latte, latte che dovrebbe essere tracciato in maniera più trasparente. Oggi molti formaggi, anche prodotti in Italia, derivano da latte non italiano o da prodotti ricavati dal latte (caglio) che possono destare serie perplessità rispetto ai modi coi quali sono stati prodotti. Il finto made in Italy rimane uno dei gravi problemi europeo e mondiale e troppe multinazionali riversano in Italia un latte di provenienza non definita. Se è vero che il 40% del latte consumato in Italia è un latte indistinto, come sostiene la Coldiretti. Se del latte è indistinta la provenienza, di conseguenza è indistinta la provenienza di ciò che è alla base del formaggio, cioè proprio il latte. L’Italia produce 110 milioni di quintali di latte e ne importa 86 milioni, la conseguenza di questa importazione, oltre alla mancata garanzia circa la provenienza, significa per l’Italia una perdita di 17mila mucche e 1200 occupati in agricoltura. Dal 2007 un allevamento italiano su 5 è stato chiuso e sono stati persi 32mila posti di lavoro. Se pensiamo inoltre che circa la metà dei nostri allevamenti di mucche da latte è in zone collinari, montane o svantaggiate, comprendiamo bene come l’aumento dell’importazione di latte da altri Paesi, con conseguente perdita di allevamenti italiani, comporta anche l’abbandono di aree collinari o svantaggiate con i conseguenti disastri ambientali e territoriali che ben conosciamo. Mentre da un lato il consumo di latte anche quando è in aumento rimane comunque stabile, il prezzo continua a calare rendendo quindi per gli agricoltori onesti più difficile continuare nell’attività.

    Oltre al problema latte, vi è il problema delle agromafie, il cui business supera i 24 miliardi, secondo un rapporto di Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità presentato il 14 febbraio 2019. Se a questa cifra si aggiunge l’italian sounding sembra si arrivi a un valore sui 130 miliardi, tre volte superiore a quello del nostro export, a dire del presidente di Coldiretti. Se la Ue non deciderà di avere un Osservatorio sulla qualità e sicurezza dei prodotti, per monitorare e contrastare le agromafie, il problema esploderà non solo dal punto di vista economico ma anche sanitario. Bisogna eliminare il segreto sui flussi commerciali per rendere finalmente trasparente i nomi delle imprese che importano le materie prime dall’estero, infatti solo nel 2017-18 vi è stato un aumento del 58% delle frodi che hanno coinvolto diversi prodotti (dal vino al pomodoro).

    La lotta alle ecomafie passa anche da un migliore sistema di distribuzione e da un diverso e più efficace controllo dei container che arrivano nei porti.

    L’Europa sembra abbia intrapreso la strada di contrastare i monopoli che acquistano per conto della grande distribuzione strozzando i produttori agricoli, ma la strada è ancora lunga e ci sembra che, salvo rare eccezioni, le forze politiche e i candidati al Parlamento europeo siano poco interessati a prepararsi per la prossima legislatura attraverso una conoscenza reale dei problemi e un progetto che, al di là delle appartenenze partitiche, difenda e sostenga il sistema Italia in agricoltura.

  • Nel nome del latte, la mostra che racconta la protesta dei pastori sardi

    La protesta degli allevatori sardi diventa una mostra, dal titolo Nel nome del latte, promossa dall’eurodeputato Stefano Maullu (ECR) e visitabile a Milano il 30 e il 31 marzo a Palazzo delle Stelline – C.so Magenta, 61,
    dalle 10.00 alle 18.00.

    Gli scatti, realizzati da Francesco Pintore, giornalista dell’Unione Sarda, sono un vero e proprio racconto, lungo un anno e mezzo, in cui sono immortalate la vita quotidiana e la fatica dei pastori e degli allevatori sardi che negli ultimi mesi sono balzati agli onori della cronache, non solo italiane, per la loro protesta contro il calo dei prezzi del latte. “Da anni mi occupo della ‘mia’ Isola, anche attraverso l’associazione ‘Ambasciata di Sardegna’ che ho creato e voluto per proteggere e sostenere un patrimonio unico di tradizioni, imprenditoria locale e bellezze naturali” – commenta Maullu che, nato e cresciuto a Milano, è figlio di genitori sardi che gli hanno trasmesso l’amore per la cultura, la bellezza e le tradizioni di quella terra. “Sin da quando ho visto per la prima volta le fotografie di Francesco Pintore ho pensato che non potevano restare nascoste, ma dovevano essere promosse per raccontare aspetti meno usuali e non sempre conosciuti della mia terra d’origine. Si tratta oltretutto di immagini strettamente legate all’attualità, come testimonia il titolo scelto per la mostra, Nel nome del latte – continua Maullu. “Ho seguito da vicino la protesta dei pastori sin dai primi giorni, si è trattato di un evento inedito per le sue proporzioni e va compreso, perché è stato il grido di dolore di persone per bene, lavoratori che difendono la propria vita e la propria famiglia. Ma non solo. Ritengo infatti  – conclude Maullu – che dalla giusta ribellione dei lavoratori del principale settore produttivo sardo abbiamo tutti da imparare”. Dopo Milano la mostra Nel nome del latte farà tappa al Parlamento europeo a Strasburgo dal 15 al 18 aprile.

  • Falsificavano la qualità del latte per ottenere i fondi europei, 38 persone rinviate a giudizio

    “Procedura anomala” per ottenere fondi europei. Questa l’accusa con la quale a maggio sono finite nel registro degli indagati 38 persone per le quali il sostituto procuratore di Brescia Ambrogio Cassiani ha chiesto il rinvio a giudizio. Il processo si terrà davanti al GUP di Brescia il prossimo 27 novembre. Al centro dell’inchiesta sono finiti il direttore del laboratorio di produzione primaria dell’istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia (Centro di referenza nazionale per la qualità del latte bovino) e 37 allevatori lombardi. Secondo l’accusa avrebbero “indebitamente” percepito il premio qualità del latte, “con l’aggravante di aver commesso il fatto per ottenere da Regione Lombardia i contributi finanziati dall’Unione Europea” e “in violazione dei doveri inerenti la qualità di dipendente di un ente sanitario di diritto pubblico”.
    All’origine dell’inchiesta vi è una segnalazione degli ispettori regionali che, due anni fa, riscontrarono una serie di “anomalie nella refertazione” durante un sopralluogo all’Istituto. Si calcola che tra il 2015 e il 2016 siano stati erogati 180mila euro, ottenuti attraverso rapporti di prova, conferiti senza rispettare le procedure e riportanti  come “inizio” e“fine” analisi non la data reale, ma quella indicata dal caseificio conferente. I prelievi da controllare non provenivano da addetti esterni, come prevede la legge, ma dagli stessi allevatori. A seguito della conformità delle analisi “in autocontrollo” (e non da almeno due prelievi mensili casuali condotti da terzi) i produttori avrebbero chiesto e ottenuto “la conversione di questi risultati in analisi di routine, utili a conseguire i contributi, “attestando falsamente uno scopo diverso del campionamento e certificando il conferimento come avvenuto in modalità differente” da quella reale, “in palese contrasto con le normative”.

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