laureati

  • Dal boom dei grillini nel 2013 sempre più cervelli fuggono dall’Italia appena si laureano

    Quando si dice il caso: dal 2013, quando iniziò il percorso che fece di Luigi Di Maio prima il vicepresidente della Camera, poi il vice di Giuseppe Conte premier insieme a Matteo Salvini, i neolaureati che se ne sono andati dall’Italia, come attesta il ‘Rapporto sul sistema universitario 2021’ della Corte dei Conti, sono aumentati del 41,8%. Altro che reddito di cittadinanza, i magistrati contabili evidenziano che la fuga dei cervelli è dovuta alla voglia di lavorare in base alla formazione che si è conseguita: il rapporto segnala infatti che i giovani fuggono dalle “persistenti difficoltà di entrata nel mercato del lavoro”, che dal fatto “che la laurea non offre, come in area Ocse, possibilità d’impiego maggiori rispetto a quelle di chi ha un livello di istruzione inferiore”.

    Per capire l’entità della disfatta italiana su questo fronte è importante sapere che lo studio della Corte dei conti ha analizzato ad ampio spettro la vicenda, avendo approfondito aspetti come il finanziamento, la composizione, le modalità di erogazione della didattica, l’offerta formativa e il ranking delle università italiane (98 atenei di cui 67 statali, che comprendono 3 Scuole Superiori e 3 Istituti di alta formazione, nonché 31 Università non statali, di cui 11 telematiche). Il tutto non senza segnalare che l’Anvur, l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, ha fatto emergere giudizi di qualità elevati in prevalenza per le università del Nord del Paese rispetto a quelle del Sud e criticità per quelle telematiche.

    Sul fronte dell’abbandono dell’istruzione universitaria dei giovani provenienti da famiglie con redditi bassi, la Corte dei conti punta il dito su “fattori culturali e sociali” ma anche al fatto che “la spesa per gli studi ‘terziari’, caratterizzata da tasse di iscrizione più elevate rispetto a molti altri Paesi europei, grava quasi per intero sulle famiglie, vista la carenza delle forme di esonero dalle tasse o di prestiti o, comunque, di aiuto economico per gli studenti meritevoli meno abbienti”. Per questa ragione i magistrati contabili suggeriscono di mettere mano quanto prima a “un’opera di aggiornamento e completamento dell’attuale normativa per dare piena attuazione alla disciplina del diritto allo studio con la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e l’attivazione degli strumenti per l’incentivazione e la valorizzazione del merito studentesco”.

    Tra il tanto che non funziona il rapporto evidenzia “criticità” anche nell’ambito della ricerca scientifica, con particolare attenzione a quella degli atenei: “nel periodo 2016-2019 l’investimento pubblico nella ricerca appare ancora sotto la media europea”, mentre le attività di programmazione, finanziamento ed esecuzione delle ricerche si caratterizzano “per la complessità delle procedure seguite, la duplicazione di organismi di supporto, nonché per una non sufficiente chiarezza sui criteri di nomina dei rappresentanti accademici, tenuto conto della garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza di cui all’art. 33 della Costituzione”. Giudizio negativo (“ancora poco sviluppati”) anche sui programmi di istruzione e formazione professionale, sulle lauree professionalizzanti in edilizia e ambiente, energia e trasporti e ingegneria. Infine una bordata finale: “mancano i laureati in discipline Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) e questo incide negativamente sul tasso di occupazione”.

  • La politica fiscale discriminante

    L’Italia ormai rappresenta il festival del paradosso sempre più declinante verso un sistema economico-fiscale feudale. In altre parole, si evita da decenni di valutare le problematiche nella loro articolata complessità affrontandone un singolo elemento al fine di ottenerne un pubblico riconoscimento. In questo senso risulta emergenziale, e non certo da oggi, il problema dell’esodo giovanile di laureati e diplomati verso i paesi, specialmente del Nord Europa, che rappresenta, certamente molto più del calo demografico, la vera fotografia del declino politico economico del nostro Paese.

    Entrambi, sia l’esodo delle giovani generazioni che il calo demografico, sono l’espressione oggettiva di una  mancanza di fiducia nel futuro a medio e a lungo termine del nostro Paese. Valutando, per ora, il solo fenomeno dell’esodo giovanile, anche per offrire una visione della “produttività” della spesa pubblica, va comunque ricordato come lo Stato investa circa 92.000 euro di pubbliche risorse per portare i giovani italiani al diploma ed altri 30.000 per ogni anno universitario successivo fino alla laurea. Il frutto di tali investimenti pubblici, non trovando alcuno sbocco all’interno di un sistema del lavoro bloccato in un mondo nel quale l’unica strategia aziendale (va riconosciuto) è quella di abbassare il CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto) inevitabilmente abbandona il nostro Paese, offrendo ai paesi esteri, che sanno premiare tali professionalità a costo zero, le potenzialità che questi giovani esprimono.

    In questo contesto emerge evidente come questi giovani vadano a cercare all’estero  una prospettiva di sviluppo professionale ma soprattutto contratti adeguati alla propria formazione e che si  esprimano in  retribuzioni decenti. Tutti i governi dell’ultimo decennio (all’interno del quale questo fenomeno ha preso via via sempre maggiore rilevanza) hanno  affermato di voler affrontare il problema, salvo poi lasciare tutto invariato o quasi. Anche questo  governo in carica, infatti, si allinea con i propri “comportamenti politici” ai  precedenti promettendo ancora una volta una serie di sgravi fiscali per riportare in patria “giovani emigranti culturali e professionali italiani”. Questa decisione è figlia di una visione obsoleta e soprattutto discriminante in quanto crea due ordini di ingiustizie fiscali e politiche. Innanzitutto vengono marginalizzati fiscalmente ancora una volta i giovani rimasti in Italia in cerca di fortuna e che magari non abbiano potuto usufruire di  una opportunità all’estero. Questi, infatti, subiranno un trattamento fiscale penalizzante rispetto a chi usufruirà della nuova fiscalità incentivante per favorirne il rimpatrio.

    Inoltre i giovani che, pur avendo conseguito un titolo di studio, non hanno avuto la possibilità di espatriare diventeranno loro malgrado (ed ecco la seconda ingiustizia)  economicamente e fiscalmente più costosi rispetto ai propri colleghi rientrati in Italia.

    Queste iniziative fiscali  dei governi degli ultimi vent’anni anni dimostrano ancora una volta come il vero ed unico problema venga  ancora oggi rappresentato dalla pressione fiscale nella sua complessità. Questa  tuttavia, rappresenta il veicolo di finanziamento di una  delle due vere forme di potere in Italia: la spesa pubblica che,   assieme al gestione del credito, rappresenta la vera diarchia ( https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/). In più queste scelte prettamente politiche, che tendono a creare categorie privilegiate fiscalmente, evitano  di affrontare il problema generale relativo alla pressione fiscale e pongono le basi per una sorta di riconoscenza elettorale per i privilegi fiscali ottenuti.

    Un sistema fiscale che intenda sanare determinate posizioni e recuperare nuove risorse dovrebbe partire dalla rinegoziazione di posizioni con i contribuenti che già hanno dato dimostrazione di ripianare le proprie posizioni  fiscali con grande sacrificio e magari ricorrendo addirittura al debito. Viceversa, ancora una volta, per il puro interesse economico si intendono privilegiare con “voluntary disclosure” di varia natura solo ed esclusivamente gli evasori totali nella migliore delle tradizioni delle politiche fiscali italiane in atto da oltre trent’anni anni.

    Affrontare un problema complesso come quello del raggiungimento di un equilibrio tra fiscalità e spesa pubblica con visioni settoriali rappresenta uno dei motivi della continua crisi che avvolge il nostro Paese da oltre trent’anni anni ribadendo come la nostra sia una crisi culturale. Ormai risulta ampiamente superato il senso del paradosso più assoluto declinando miseramente verso un reale stato di ingiustizia fiscale.

     

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